Ero particolarmente incuriosita da questo film in quanto avevo letto, parecchio tempo fa, Metafisica dei tubi, il libro di Amélie Nothomb da cui questo lungometraggio è tratto, e mi ricordavo che mi era piaciuto.
Maïlys Vallade e Liane-Cho Han tentano l’operazione quasi impossibile di raccontare per immagini animate il libro della Nothomb, che è un racconto autobiografico fantasioso, tenero e cinico – come spesso accade nei suoi romanzi – sulla sua prima infanzia in Giappone.
Come si sa, il padre della Nothomb era un diplomatico belga e, per i primi anni di vita, Amélie ha vissuto con la sua famiglia prima in Giappone e poi in altre parti del mondo.
Anche se lì per lì mentre guardavo il film non lo avevo realizzato, ho verificato poi che sul piano narrativo il film è molto fedele al romanzo: dalla nascita della piccola Amélie ai due anni nella condizione di tubo (una specie di stato inerziale e divino, secondo l'interpretazione della scrittrice, in cui la bimba si limita a mangiare e a digerire, senza interagire con nulla e senza interessarsi di nulla), per poi arrivare all’infanzia attiva innescata dal momento in cui la nonna belga in visita le porta un pezzo di cioccolato bianco da mangiare. E con l’interazione con il mondo arriva tutto quello che, nel bene e nel male, fa parte della vita umana: la complessità dell’interazione umana e la varietà delle emozioni, la scoperta della natura e del piacere, il dolore della perdita e la paura della morte.
Tutto questo Maïlys Vallade e Liane-Cho Han lo raccontano con un disegno dallo stile piuttosto infantile e con colori piatti e accesi che danno un’atmosfera in qualche modo fiabesca alla storia raccontata.
Rileggendo la recensione del libro che avevo scritto a suo tempo, comprendo che la lettura del romanzo mi aveva fatto concentrare molto di più sul senso del racconto, trascinata dalla carica dirompente della scrittura della Nothomb, e che avevo vissuto il romanzo come una scrittura che parla di infanzia ma dal punto di vista di un’adulta (ancora di più questa sensazione l’avevo avuta con Sabotaggio d’amore).
Devo invece ammettere che la visione del film – forse anche perché avvenuta al Cinema dei piccoli in una sala piena di bambini sgranocchianti e vocianti – non mi ha fatto lo stesso effetto: pur apprezzando l’operazione, ho trovato La piccola Amélie un’operazione ibrida che utilizza un immaginario visivo adatto a un pubblico di bambini per veicolare un messaggio complesso e decisamente stratificato. E nel tentativo di mantenere agganciato anche un pubblico di bambini mi pare che il film viri verso un approccio ben più zuccheroso di quello che la Nothomb avesse immaginato.
Voto: 3/5
martedì 27 gennaio 2026
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