La nuova grande mostra a Palazzo Barberini dopo quella dedicata a Caravaggio ha come protagonista Gian Lorenzo Bernini, che con i Barberini ebbe un rapporto particolarmente stretto, nello specifico con Maffeo Barberini, poi papa Urbano VIII.
Anche per questa mostra mi affido a Vincenzo di Rome Guides, che è ormai diventata la mia soluzione preferita tutte le volte che voglio vedere una mostra godendomela completamente. E anche questa volta Vincenzo non delude, costruendo un percorso all’interno delle sale che riesce a creare connessioni anche lì dove un visitatore non esperto farebbe fatica a trovarne.
Prima di entrare ci introduce un po’ il ruolo di Gian Lorenzo Bernini nella Roma seicentesca, e ci anticipa che le parti migliori della mostra sono la prima e l’ultima sala, quelle che più facilmente conquistano il visitatore anche su un piano puramente emotivo, mentre le quattro sale intermedie richiedono maggiori elementi informativi e di contesto per poter essere apprezzate pienamente.
La prima sala della mostra è dedicata al rapporto tra Pietro e Gian Lorenzo, padre e figlio: Pietro Bernini era uno scultore toscano molto apprezzato e stimato e il giovanissimo Gian Lorenzo iniziò a lavorare proprio nella bottega del padre, collaborando alla realizzazione di alcune opere. In questa sala, dunque, sono in mostra alcuni lavori interamente di Pietro, poi le statue delle Quattro Stagioni, realizzate con la collaborazione di Gian Lorenzo, e infine si arriva a tre statue realizzate in autonomia dal figlio, due di San Sebastiano e una di San Lorenzo. Questo percorso permette fin da subito di apprezzare il salto tra Pietro e Gian Lorenzo e di riconoscere nell’arte di quest’ultimo delle qualità di movimento e leggerezza che nel corso della sua carriera egli portò ai massimi livelli.
La seconda sala è dedicata invece in gran parte al progetto e alla realizzazione del baldacchino di San Pietro, opera fortemente voluta da Maffeo Barberini e affidata ad un ancora giovanissimo Gian Lorenzo Bernini, per il quale Maffeo aveva non solo una straordinaria ammirazione ma una fortissima affezione, quasi come fosse un figlio.
La sala successiva mostra una parte del lavoro di ritrattista di Gian Lorenzo, e non a caso proprio a Maffeo Barberini sono dedicati diversi busti in una forma più istituzionale ma anche più privata. La nostra guida ci fa notare che le capacità di Gian Lorenzo come ritrattista sono particolarmente riconoscibili quando lo scultore può rappresentare una persona che conosce di persona e non qualcuno che non ha mai incontrato e che ha potuto vedere solo in altre rappresentazioni. Impressionante in questa stanza il ritratto di Papa Paolo V, commissionatogli da Scipione Borghese.
Nella due stanze successive, Bernini viene messo in relazione da un lato con altri importanti scultori e ritrattisti della sua epoca, in particolare Giuliano Finelli, a cui si ispirò soprattutto per il modo eccelso in cui quest’ultimo scolpiva barbe e capelli, dall’altro con un altro grande artista del suo tempo da lui sommamente ammirato, il pittore bolognese Guido Reni. Nella stanza dove ci sono due dipinti di Guido Reni è presente anche il modello originale in terracotta dell’elefantino che fu commissionato a Bernini per potervi posizionare sopra l’obelisco del tempio di Serapide e destinato a piazza della Minerva, modello che come si sa fu poi fatto modificare con grande disappunto di Bernini che per questo motivo non mancò di fare dispetto ai domenicani.
Nell’ultima sala, oltre a due busti più tardi della sua produzione, quello di Thomas Baker e quello di Costanza Bonarelli, sua amante fino al drammatico epilogo che coinvolse anche suo fratello, sono esposti alcuni dei quadri di Bernini. L’artista non amava particolarmente la pittura, ma proprio Urbano VIII lo spingeva anche in questa direzione per farne un artista completo, il nuovo Michelangelo, con gran lustro non solo dello stesso Gian Lorenzo, ma anche del suo pontificato e della sua epoca.
In definitiva una mostra che ha preso lustro soprattutto grazie alla grande competenza e alla capacità di Vincenzo di creare collegamenti e rendere interessante il percorso, ma che forse in assenza della sua guida sapiente avrei trovato molto meno interessante e significativa.
Voto: 3,5/5
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lunedì 30 marzo 2026
venerdì 4 luglio 2025
Da Caravaggio a Mario Giacomelli: le mostre a Palazzo Barberini e al Palazzo delle Esposizioni
Approfitto di un weekend in compagnia per recuperare alcune mostre in programmazione in questa primavera-estate romana, già caldissima all’inizio di giugno. La prima – prenotata già diversi mesi fa – è quella dedicata a Caravaggio, in corso a Palazzo Barberini che attinge in prima battuta alle collezioni permanenti del museo e le arricchisce con prestiti provenienti da molte altre istituzioni museali italiane e straniere.
La mostra, curata da Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon, fa parte delle iniziative inserite nel programma giubilare. In un periodo – che ormai dura da diversi anni – in cui le mostre sono in tono sempre minore, con poche opere davvero rilevanti, a causa dei proibitivi costi di assicurazione per lo spostamento dei lavori di artisti così rilevanti, Caravaggio 2025 è un’eccezione, confermata anche dalla risposta del pubblico, che ha esaurito i biglietti disponibili fino alla sua conclusione molte settimane prima.
Effettivamente, una mostra davvero monografica come questa era un pezzo che non la si vedeva: a Palazzo Barberini nel percorso espositivo di quattro sale, corrispondenti ad altrettante sezioni della mostra, si ha la possibilità di seguire tutta la carriera artistica di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, in parallelo con le sue vicende di vita, a partire dalle opere degli inizi, tra cui il Narciso e i Bari, fino ad arrivare all’ultima realizzata poco prima della morte, il Martirio di sant’Orsola, prestato da Intesa Sanpaolo.
Nel mentre opere importanti come i ritratti di Maffeo Barberini, l’Ecce Homo, Santa Caterina, Marta e Maddalena, Giuditta e Oloferne, San Francesco in estasi, e molti altri lavori che permettono di osservare da vicino l’eccezionalità delle doti pittoriche di Caravaggio.
Io sono rimasta particolarmente colpita dalla Cattura di Cristo, l’unico quadro in mostra non fotografabile, che offre a chi guarda una composizione che ho trovato di una modernità davvero sconcertante.
Nonostante i tanti visitatori all’orario in cui ci sono andata io (ossia alle 19,40 di un venerdì sera – ma mi dicono che la situazione non cambia in altri orari e giornate), è possibile godersi il percorso e le opere, magari anche tornando indietro nelle sale lì dove se ne senta il bisogno.
Il pomeriggio successivo (sabato) è stato invece dedicato alle mostre in corso al Palazzo delle Esposizioni, luogo espositivo a mio parere molto sottoutilizzato, e dove infatti mancavo da tempo.
Noi abbiamo visitato le tre mostre fotografiche, dedicate rispettivamente ad Albert Watson, in particolare al suo lavoro dedicato alla città di Roma, dal titolo Roma Codex, a Mario Giacomelli (Il fotografo e l’artista) e ai premiati del World Press Photo. La mostra delle grandi foto di Albert Watson è ospitata al piano terra del museo, nelle sale a sinistra: si tratta di grandi stampe di foto che raccontano lo sguardo del fotografo scozzese sulla città di Roma e le persone che la rappresentano, tra cui molti attori, registi, artisti, uomini politici ecc. Uno sguardo che può apparire a tratti convenzionale e folckloristico, ma che riesce anche a offrire punti di vista originali su una città che è tra le più fotografate al mondo.
Ma il vero obiettivo della nostra gita al Palazzo delle Esposizioni è la mostra dedicata a Mario Giacomelli, il fotografo di Senigallia che molti conoscono per la serie di fotografie dei pretini sulla neve dal titolo Io non ho mani che mi accarezzino il volto, che furono scattate nel cortile del seminario arcivescovile di Senigallia. Anche queste foto sono presenti in questa mostra e lo sono a fianco dei provini su cui Giacomelli aveva scritto i suoi appunti relativi agli interventi da fare in camera oscura, il che dice tantissimo del modo di lavorare del fotografo marchigiano, un modo che confina più con una ricerca artistica che con una vera rappresentazione del reale. Giacomelli cerca forme e grafismi, trasfigurando la realtà, a volte rendendola quasi irriconoscibile, e per questo una parte importante del suo lavoro – oltre allo scatto – è l’attività in camera oscura. Per questo la mostra, che consente di vedere oltre 300 stampe originali del fotografo, prova a raccontarne la poetica non solo attraverso le sue foto, ma anche attraverso la relazione con le opere di artisti contemporanei come Afro (Afro Basaldella), Roger Ballen, Alberto Burri, Enzo Cucchi, Jannis Kounellis. Viene così magnificamente fuori che le foto di Giacomelli vanno molto al di là di quanto rappresentano, e sono dei paesaggi interiori ed emotivi, costruiti a partire da luoghi, persone, ambienti come fossero tele appena abbozzate da cui il fotografo fa emergere l’essenza.
Non esattamente un tipo di fotografia di facile fruizione (non a caso la serie dei pretini è la parte più conosciuta della sua produzione, in quanto forse la più largamente fruibile), ma un viaggio spaesante, a tratti disturbante, nella mente di una persona dalla creatività decisamente strabordante e in parte naif.
La nostra visita al palazzo delle esposizioni si concluda con la visita alla sezione dedicata alle foto vincitrici del World Press Photo, il famosissimo contest di fotogiornalismo che ogni anno premia foto singole, storie e reportage di fotografi professionisti provenienti da ogni parte del mondo, e che di questo mondo raccontano attraverso le immagini realtà, persone e situazioni più o meno note.
Alcune delle foto in mostra hanno avuto già una larga esposizione mediatica, tra cui ad esempio la foto vincitrice della fotografa palestinese, Samar Abu Elouf, scattata per il New York Times, che ritrae un ragazzo rimasto mutilato negli attacchi su Gaza. Si tratta di foto che sono l’esatto contrario di quelle di Giacomelli: tanto quelle provavano a trasfigurare o ad allontanarsi dalla realtà, quanto queste affondano le radici nel mondo reale e nella vita delle persone.
Il Palazzo delle Esposizioni offre dunque al visitatore l’occasione di fare un viaggio attraverso tempi e modi diversi di fare fotografia, consentendogli dunque di apprezzare la complessità e le molteplici sfaccettature di quella che non a caso è ormai considerata a tutti gli effetti l’ottava arte.
lunedì 5 giugno 2023
Mostre a Roma. Aprile-maggio 2023
È questo un periodo dell'anno in cui - anche grazie alle amiche in visita a Roma - vado a vedere un po' di mostre che la città offre. In questo caso ho approfittato del ponte del primo maggio per andare a vedere la mostra di Pistoletto al Chiostro del Bramante e quella su Urbano VIII a Palazzo Barberini. Qui di seguito qualche breve considerazione in merito.
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Infinity. Michelangelo Pistoletto. L'arte contemporanea senza limiti. Chiostro del Bramante
L'immagine sovrana. Urbano VIII e i Barberini. Palazzo Barberini
Non descriverò separatamente le due mostre perché in nessuno dei due casi ho quel minimo di competenze che mi consentirebbe di dire delle cose sensate sul loro oggetto. Mi limiterò dunque a parlare della mia esperienza da visitatrice, sperando di fornire indicazioni utili ad altri.
Per quanto riguarda la mostra al Chiostro del Bramante non è la prima che ci vado: avevo visto recentemente Crazy, e prima Turner e Alma Tadema. Gli ambienti espositivi del Chiostro del Bramante sono molto belli ed è sempre un piacere passeggiare per le sale indipendentemente dalla mostra in corso, però devo dire che la soddisfazione rispetto alle mostre è altalenante e mi pare decrescente nel tempo. Da qualche anno ormai la direzione del museo ha fatto la scelta di ospitare sempre più mostre tematiche (penso a Love, a Crazy e ora a questa Infinity), a carattere contemporaneo, non necessariamente di un unico artista, e dal sapore squisitamente pop e instagrammabile. Sono mostre che appaiono più pensate per essere fotografate (e non a caso in continuazione nelle sale si viene invitati a farlo) e condivise, che come occasione di conoscenza e di riflessione. È - almeno dal mio punto di vista - il risultato di una forma di degenerazione "social" e partecipativo-interattiva che tende ad appiattire tutto e ad eliminare i veri e propri stimoli intellettivi. In questo caso specifico - senza nulla togliere all'arte di Michelangelo Pistoletto che non sono certo io a dover difendere - la fruizione della mostra spinge verso la banalizzazione, e la sensazione è forte soprattutto se si utilizza l'audioguida anziché leggere i cartelli e le didascalie. Il livello di enfasi con cui l'audioguida ci presenta le varie opere e l'approccio - come si diceva - molto pop risulta via via sempre più fastidioso, al punto che io e le mie amiche a un certo punto abbandoniamo praticamente l'ascolto. Considerato che la visita non costa poco (18 euro, e non esistono praticamente riduzioni), sinceramente ci si aspetterebbe molto di più. E per quanto mi riguarda alla prossima mostra ci penserò due volte.
Ovviamente, la sensazione di delusione si è accentuata ancora di più - per confronto - quando il giorno dopo sono andata - la mia prima volta - a Palazzo Barberini che ospita la Galleria Nazionale di Arte Antica e dove in questo periodo è in corso la mostra L'immagine sovrana. Urbano VIII e i Barberini.
In questo caso, essendo appunto la mia prima visita al palazzo, io e le mie amiche non ci siamo limitate a visitare la mostra, ma abbiamo approfittato per fare un giro anche nelle altre sale, quelle che ospitano la collezione permanente del museo e anche per visitare il palazzo da un punto di vista architettonico, apprezzandone l'impianto e alcune chicche come le scalinate del Borromini e di Bernini.
Diciamo che già solo il palazzo basterebbe a giustificare la visita, se poi a questo si aggiunge una collezione permanente sontuosa, dove è possibile ammirare opere di Raffaello, Caravaggio, Pietro da Cortona, El Greco, Canaletto, Artemisia Gentileschi, nonché quadri famosissimi (per esempio il ritratto con cui tutti conosciamo Enrico VIII, che è di Hans Holbein il giovane), non si può uscire delusi dalla visita, anzi resta il desiderio di ritornarci a distanza di tempo, con la speranza di vedere altre opere che come in ogni museo di grandi dimensioni ruotano all'interno delle sale destinate alle collezioni permanenti (essendo le collezioni troppo ricche per essere ospitate tutte contemporaneamente). Anche la mostra temporanea, che del resto è un'altra occasione che i musei utilizzano per dare visibilità a parti delle loro collezioni che sono esposte solo in alcuni momenti e anche per creare dei percorsi tematici all'interno delle loro raccolte, è molto bella e di grande soddisfazione. I pannelli illustrativi sono mediamente ben fatti e leggibili, così come le didascalie, l'illuminazione è perfetta e permette di apprezzare al meglio le opere, la selezione è interessante, e alla fine si esce sapendone molto di più su questo personaggio così centrale per la storia in generale e la storia dell'arte in particolare. Tra l'altro - e non so se è una cosa in assoluto molto positiva - nelle sale della mostra e del palazzo in generale c'è complessivamente poca gente (va detto anche che il museo è molto grande e dunque la gente si distribuisce anche molto), e dunque si ha la possibilità di camminare per le sale e apprezzare le opere con molta tranquillità e nelle migliori condizioni di spirito.
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Infinity. Michelangelo Pistoletto. L'arte contemporanea senza limiti. Chiostro del Bramante L'immagine sovrana. Urbano VIII e i Barberini. Palazzo Barberini
Non descriverò separatamente le due mostre perché in nessuno dei due casi ho quel minimo di competenze che mi consentirebbe di dire delle cose sensate sul loro oggetto. Mi limiterò dunque a parlare della mia esperienza da visitatrice, sperando di fornire indicazioni utili ad altri.
Per quanto riguarda la mostra al Chiostro del Bramante non è la prima che ci vado: avevo visto recentemente Crazy, e prima Turner e Alma Tadema. Gli ambienti espositivi del Chiostro del Bramante sono molto belli ed è sempre un piacere passeggiare per le sale indipendentemente dalla mostra in corso, però devo dire che la soddisfazione rispetto alle mostre è altalenante e mi pare decrescente nel tempo. Da qualche anno ormai la direzione del museo ha fatto la scelta di ospitare sempre più mostre tematiche (penso a Love, a Crazy e ora a questa Infinity), a carattere contemporaneo, non necessariamente di un unico artista, e dal sapore squisitamente pop e instagrammabile. Sono mostre che appaiono più pensate per essere fotografate (e non a caso in continuazione nelle sale si viene invitati a farlo) e condivise, che come occasione di conoscenza e di riflessione. È - almeno dal mio punto di vista - il risultato di una forma di degenerazione "social" e partecipativo-interattiva che tende ad appiattire tutto e ad eliminare i veri e propri stimoli intellettivi. In questo caso specifico - senza nulla togliere all'arte di Michelangelo Pistoletto che non sono certo io a dover difendere - la fruizione della mostra spinge verso la banalizzazione, e la sensazione è forte soprattutto se si utilizza l'audioguida anziché leggere i cartelli e le didascalie. Il livello di enfasi con cui l'audioguida ci presenta le varie opere e l'approccio - come si diceva - molto pop risulta via via sempre più fastidioso, al punto che io e le mie amiche a un certo punto abbandoniamo praticamente l'ascolto. Considerato che la visita non costa poco (18 euro, e non esistono praticamente riduzioni), sinceramente ci si aspetterebbe molto di più. E per quanto mi riguarda alla prossima mostra ci penserò due volte.
Ovviamente, la sensazione di delusione si è accentuata ancora di più - per confronto - quando il giorno dopo sono andata - la mia prima volta - a Palazzo Barberini che ospita la Galleria Nazionale di Arte Antica e dove in questo periodo è in corso la mostra L'immagine sovrana. Urbano VIII e i Barberini. In questo caso, essendo appunto la mia prima visita al palazzo, io e le mie amiche non ci siamo limitate a visitare la mostra, ma abbiamo approfittato per fare un giro anche nelle altre sale, quelle che ospitano la collezione permanente del museo e anche per visitare il palazzo da un punto di vista architettonico, apprezzandone l'impianto e alcune chicche come le scalinate del Borromini e di Bernini.
Diciamo che già solo il palazzo basterebbe a giustificare la visita, se poi a questo si aggiunge una collezione permanente sontuosa, dove è possibile ammirare opere di Raffaello, Caravaggio, Pietro da Cortona, El Greco, Canaletto, Artemisia Gentileschi, nonché quadri famosissimi (per esempio il ritratto con cui tutti conosciamo Enrico VIII, che è di Hans Holbein il giovane), non si può uscire delusi dalla visita, anzi resta il desiderio di ritornarci a distanza di tempo, con la speranza di vedere altre opere che come in ogni museo di grandi dimensioni ruotano all'interno delle sale destinate alle collezioni permanenti (essendo le collezioni troppo ricche per essere ospitate tutte contemporaneamente). Anche la mostra temporanea, che del resto è un'altra occasione che i musei utilizzano per dare visibilità a parti delle loro collezioni che sono esposte solo in alcuni momenti e anche per creare dei percorsi tematici all'interno delle loro raccolte, è molto bella e di grande soddisfazione. I pannelli illustrativi sono mediamente ben fatti e leggibili, così come le didascalie, l'illuminazione è perfetta e permette di apprezzare al meglio le opere, la selezione è interessante, e alla fine si esce sapendone molto di più su questo personaggio così centrale per la storia in generale e la storia dell'arte in particolare. Tra l'altro - e non so se è una cosa in assoluto molto positiva - nelle sale della mostra e del palazzo in generale c'è complessivamente poca gente (va detto anche che il museo è molto grande e dunque la gente si distribuisce anche molto), e dunque si ha la possibilità di camminare per le sale e apprezzare le opere con molta tranquillità e nelle migliori condizioni di spirito.
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