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sabato 18 luglio 2026

Estranea / Yael Van Der Wouden

Estranea / Yael Van Der Wouden; trad. di Roberta Scarabelli. Milano: Garzanti, 2025.

Mi sono buttata a capofitto nella lettura di questo romanzo dopo averlo visto nella lista dei libri candidati al Premio Strega europeo e averlo comprato al volo in una libreria.

Siamo nel 1961 nei Paesi Bassi quando le ferite della seconda guerra mondiale non si sono ancora rimarginate in questa parte dell'Europa.

La storia è quella di Isabel, una donna che vive da sola in una grande casa di famiglia nella campagna neederlandese. Isabel è legata in maniera quasi viscerale a questa casa e agli oggetti che contiene e che cura in modo maniacale.

Isabel ha due fratelli, Hendrik, che ha un compagno, e Louis, che periodicamente si presenta con una nuova fidanzata.

Questa volta è il turno di Eva, con capelli tinti di giallo e un rossetto troppo appariscente, che Isabel sembra mal tollerare fin dalla prima volta e che osteggia sempre di più quando Louis la lascia in casa con lei durante un viaggio di lavoro.

Per Isabel, che non si è mai concessa di desiderare alcunché se non la casa nella quale abita, sarà l'occasione per ribaltare tutte le sue opinioni su sé stessa, sulla propria famiglia e sulla storia della casa stessa.

Ultimamente mi capita spesso di incrociare il cammino con storie che sono incentrate su una casa, la sua storia e il rapporto con le persone che nel tempo ci hanno abitato. Non so se è un caso o si tratta di un momento storico che è particolarmente attento a questo tema, ma la cosa di certo non mi dispiace.

Il libro della Van Der Wouden è decisamente appassionante e trascina il lettore nelle sue pagine in maniera quasi impetuosa, nonché misteriosa. Proprio per questa doppia caratteristica il romanzo mi ha ricordato lo stile della migliore Sarah Waters, quella di Ladra e di Carezze di velluto (devo dire che c'è persino qualche elemento di somiglianza con la storia de Gli ospiti paganti), ma è indubbio che l'intento della scrittrice in questo caso punta ancora più in alto.

Il romanzo mi è piaciuto molto, e certamente seguirò il percorso di questa scrittrice. Se posso muovere un appunto, credo sia a una struttura narrativa che si percepisce molto scritta a tavolino, del tipo di quelle che a me fanno tanto scuola di scrittura creativa (e solo a posteriori in realtà ho scoperto che l'autrice insegna scrittura creativa, quindi forse ci ho preso). Alcune svolte nella narrazioni le ho trovate fin troppo telefonate o a volte invece troppo improvvise.

Tutto ciò detto la storia è forte e la scrittura pure. Quindi lunga vita a Yael Van Der Wouden.

Voto: 3,5/5

lunedì 1 settembre 2025

Triste tigre / Neige Sinno

Triste tigre / Neige Sinno; trad. dal francese di Luciana Cisbani. Vicenza: Neri Pozza, 2024.

Il libro di Neige Sinno, che ha vinto il Premio Strega Europeo nel 2024, è uno strano oggetto letterario. Non è certamente un romanzo, possiamo definirlo un'autobiografia, ma anche all'interno di questo genere mantiene una sua originalità, o anomalia che dir si voglia. Assomiglia di più a un flusso di coscienza, ma anche questa definizione non lo rappresenta pienamente.

Triste tigre è il punto di vista dell'autrice in merito agli abusi subiti dal patrigno nel lungo periodo tra i suoi 7-8 anni e i suoi 15-16 anni.

Si tratta di una vicenda che risale ormai a un passato piuttosto lontano e per il quale il patrigno è stato condannato e ha scontato i suoi anni di carcere (dopo i quali si è fatto una nuova famiglia).

La molla che spinge la Sinno a raccontare la sua storia e i suoi sentimenti è il fatto di ritrovarsi a sua volta ad aver costruito una famiglia e ad avere una figlia con il suo compagno.

Per la Sinno non è questione di accertare la verità o di far venire alla luce dettagli ancora non emersi, bensì di fare i conti con i sentimenti contraddittori che una vicenda come questa innescano, nelle vittime per certi aspetti, e negli altri - il pubblico, le persone non coinvolte - per altri aspetti.

Il libro della Sinno non punta sulla complicità, sulla compassione, sull'empatia in senso stretto. Piuttosto appare, nell'approccio dell'autrice, una sfida o forse una necessità, in fondo tutta personale.

La Sinno non cerca l'approvazione o la condiscenza del lettore, e nemmeno la simpatia, bensì vuole raccontare una verità scomoda ma incontrovertibile di chi si porterà dietro per sempre le cicatrici di questa esperienza, e indagare dentro sé stessa alla ricerca di eventuali segni di mostruosità.

Non una lettura riconciliante, non sono nemmeno sicura di poter dire che mi sia piaciuto. Certamente però mi ha colpito.

Voto: 3,5/5

sabato 26 febbraio 2022

Cronorifugio / Georgi Gospodinov

Cronorifugio / Georgi Gospodinov; trad. di Giuseppe Dell'Agata. Roma: Voland, 2021.

Di questo libro mi aveva parlato la mia amica A. dicendomi che leggendolo aveva pensato a me. La cosa mi aveva subito incuriosito (anche perché in passato avevo molto amato un altro suo suggerimento, Karoo). Poi, quando ho scoperto che il romanzo di Georgi Gospodinov è tutto incentrato sui temi del tempo e della memoria, ho immediatamente deciso che lo avrei acquistato e letto al più presto.

Ho saputo solo dopo che il romanzo ha anche vinto il Premio Strega europeo nel 2021, cosa che mi ha ulteriormente ben predisposto.

Di che parla Cronorifugio? Parla di un medico, Gaustin, un personaggio mitico, alter ego del narratore, forse viaggiatore nel tempo, che porta avanti un progetto ambizioso: la realizzazione di case di cura destinate al numero crescente di persone colpite dal morbo di Alzheimer, luoghi che hanno la caratteristica di essere organizzati in ambienti o interi piani ispirati a specifici decenni o anni del passato nei quali questi malati possano sentirsi a proprio agio. Il narratore – anche a seguito di vicende personali – finirà coinvolto in questo progetto, destinato ad ampliarsi sempre di più con la realizzazione di interi quartieri o paesi “collocati” nel passato, veri e propri “cronorifugi”.

Presto però l’idea di un “cronorifugio”, ossia di un tempo nel quale rifugiarsi, da fenomeno individuale si trasforma in esigenza collettiva e sociale, al punto che nei paesi europei viene indetto un referendum attraverso il quale i cittadini potranno decidere di tornare a un decennio del passato della loro storia nazionale, con esiti che oscillano tra il comico, il malinconico e il tragico.

La prima parte, quella che si sofferma sulla dimensione individuale della perdita della memoria, ha un tono più lirico e malinconico, mentre nella seconda parte, quando lo sguardo si allarga alla collettività e alle nostre società sempre più nostalgiche e polarizzate, il tono diventa quasi satirico, e ovviamente finisce per incontrare anche il drammatico e il tragico.

Certamente c’è una componente personale e culturale in questo senso della nostalgia che pervade le pagine di Gospodinov, che probabilmente viene anche dalla sua storia e da quella della Bulgaria (di cui mi rendo conto di sapere pochissimo, e di fare fatica a cogliere i riferimenti di cui è disseminato il romanzo. Meno male che ci sono delle note e un glossario esplicativi). Ma ci sono anche tanti, se non tutti, i mali della nostra società: le divisioni, le narrazioni tossiche, la finzione, l’incapacità di comunicare.

Quello che comunque alla fine colpisce è la completa assenza di uno sguardo di prospettiva, come se il futuro non avesse più nulla di veramente nuovo da offrire, o - peggio ancora - come se qualunque novità venisse percepita come negativa, e dunque si preferisse rifugiarsi in quello che si conosce. Anche se a guardare bene quello che conosciamo e che è stato non è poi così bello e soddisfacente come lo ricordavamo.

Al termine del romanzo resto con un pensiero nella testa (forse anche perché ho scritto questa recensione il 1 gennaio del 2022): lasciamoci sorprendere dal futuro, perché la curiosità e l’apertura a tutto quello che arriva è il bene più prezioso che possiamo coltivare come esseri umani.

Voto: 3,5/5