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domenica 12 luglio 2026

La casa della moschea / Kader Abdolah

La casa della moschea / Kader Abdolah; trad. e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo. Milano: Iperborea, 2008.

Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.

Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.

La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.

Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.

Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.

Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.

E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.

E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.

È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.

Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.

Voto: 4/5

sabato 6 giugno 2026

Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar

Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar; trad. di Lavinia Azzone. Roma: Fandango Libri, 2023.

Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.

E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.

Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.

Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.

Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.

Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.

L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.

Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.

Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.

La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.

Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.

Voto: 4/5

lunedì 6 marzo 2023

Holy spider

Forse Holy spider non è originale e spiazzante come Border – Creature di confine, il precedente film di Ali Abbasi, però è un film ancora più necessario.

Dopo un film ispirato al testo di uno scrittore svedese e in parte debitore nei confronti della cultura scandinava, il regista iraniano naturalizzato danese Ali Abbasi sposta lo sguardo verso il suo paese di origine, quello che ha lasciato molti anni fa, l’Iran, per raccontare una vicenda ispirata alla storia vera di Saeed Hanaei, il serial killer delle prostitute che operò a Mashad tra il 2000 e il 2001.

In realtà il film inizia come un thriller/poliziesco classico di finzione, e la triste verità di quello che ci viene raccontato è rivelata solo alla fine, prima dei titoli di coda.

La storia, nella sua essenza, potrebbe essere ambientata ovunque: Saeed (Mehdi Bajestani) è un reduce di guerra, marito e padre di tre figli, il quale esce la notte per adescare per strada prostitute che poi ammazza in casa strangolandole. Una giovane giornalista, Rahimi (la luminosa Zahra Amir Ebrahimi, giusta vincitrice del premio per la migliore interpretazione femminile a Cannes) arriva dalla città per capirne di più su questi omicidi, e inizia a indagare mettendo a rischio la propria stessa vita.

Ciò che rende questo racconto diverso da altri classici film incentrati su serial killer e dalle trame tutto sommato molto simili è l’ambientazione e il contesto nel quale si svolge. Siamo in Iran, in una città la cui vita ruota attorno a un santuario che è meta di pellegrinaggio, e Saeed è un fanatico religioso, convinto di fare la volontà di Allah ripulendo le strade da donne indegne, e proprio per questo cerca visibilità e seguito. Saeed si muove in un contesto profondamente maschilista e bigotto, nel quale la religione informa e condiziona ogni aspetto della vita individuale e sociale.

La giovane Rahimi, che proviene da Teheran e ha subìto sulla propria pelle gli effetti del maschilismo tossico e violento, si muove nelle pieghe di questo caso con determinazione e sprezzo del pericolo, ma anche con compassione e intelligenza. L’andamento dell’indagine prima e il suo esito dopo sono un viaggio nell’orrore di un paese dominato da uomini autorizzati a spadroneggiare e di donne trattate come oggetti. Un paese le cui istituzioni – ampiamente conniventi se non ispiratrici dei più biechi sentimenti popolari – fanno esclusivamente i propri interessi, strumentalizzando gli individui e scaricandoli quando necessario.

La sequenza finale in cui Rahimi, mentre è nell’autobus che la riporterà a Teheran, riguarda sulla sua videocamera le immagini girate a casa di Saeed che hanno come protagonista il figlio maggiore di quest'ultimo - che ha non più di 12 anni - sono agghiaccianti, un vero e proprio pugno nello stomaco, che danno molto da riflettere sulla responsabilità collettiva del perpetuarsi di questa società profondamente tossica.

Uscendo dal cinema si riesce solo a pensare a quanto siamo fortunate noi donne che non siamo nate e non viviamo in un posto come l’Iran, e si avverte anche la frustrazione e l’impotenza di fronte a un mondo le cui malattie sembrano non avere cura.

Zahra Amir Ebrahimi è interprete perfetta di questa figura di donna che non si vuole sentire inferiore a nessuno e vuole combattere il sistema, e illumina lo schermo con la sua presenza per tutta la durata del film. Conoscere (solo a posteriori nel mio caso) la sua storia personale (un video intimo è stato diffuso pubblicamente in Iran ed è dovuta per questo fuggire in Francia dove attualmente vive), è soltanto un elemento che suggella la forza del suo personaggio.

Voto: 3,5/5


giovedì 3 novembre 2011

Circumstance

I festival del cinema sono ormai diventati una passerella per star coperte di lustrini, per giornalisti in cerca di notorietà e per spettatori ossessionati dall’ “Io c’ero”. Eppure, possono essere una bella occasione sia per vedere film che difficilmente raggiungeranno le nostre sale cinematografiche, invase ormai solo di film da botteghino, sia per incontrare registi e attori (quelli minori di cui nessuno si accorge quando passano sul tappeto rosso) e per ascoltare le loro voci e il loro punto di vista sul film.

All’interno di questo panorama caratterizzato da molte luci, ma anche da parecchie ombre, il Festival internazionale del cinema di Roma mantiene una certa atmosfera un po’ naif, perché - pur strizzando l’occhio ai grandi festival come Cannes e Venezia e rivestendo di rosso la location dell’Auditorium – mantiene un’aria elegante e casalinga al tempo stesso, che lo rende – non so ancora per quanto – molto piacevole.

E così lunedì sera - ma solo dopo aver comprato su Internet i biglietti del film per evitare lunghe file – andiamo a vedere questo film di una giovane regista di origine iraniana che vive a New York, Maryam Keshavarz, dal titolo Circumstance.

Questo film - che per noi italiani risulta praticamente sconosciuto - ha vinto in realtà il premio del pubblico al Sundance Film Festival, quello di Robert Redford. E così io e C. arriviamo in sala piene di aspettative. Superato qualche problemino tecnico che ci costringe a rivedere i primi 10 minuti del film, siamo finalmente catturati nel mondo di Atafeh (nella fresca interpretazione di Nikohl Boosheri) e Shireen (la bellissima Sarah Kazemy), due liceali che vivono a Teheran, la prima proveniente da una famiglia ricca e influente, la seconda i cui genitori – due intellettuali – sono stati allontanati (uccisi?) dal regime in quanto considerati oppositori.

Tra le due ragazze si inserisce il fratello di Atafeh, Mehran (Reza Sixo Safai), tornato in famiglia dopo un passato di droga, catturato dalla prospettiva di potere che la scelta di diventare un musulmano ortodosso gli garantisce in una società come quella iraniana, affascinato dalla possibilità di esercitare un vero e proprio controllo su tutti i membri della sua famiglia.

Il legame intenso tra le due ragazze, la loro adolescenziale ricerca di se stesse, la loro voglia di sperimentare tutto e di vivere con intensità finiranno inevitabilmente per attirare l’attenzione sia di Mehran che della polizia religiosa costringendole a scelte dolorose e difficili.

Il film – come si può immaginare – non è stato girato in Iran, dove sicuramente non sarà distribuito e dove probabilmente la giovane regista non sarà ben accetta per il prossimo futuro, bensì in Libano allo scopo di garantire comunque veridicità al contesto. Gli stessi attori – pur essendo tutti di origine iraniana (il film è recitato quasi tutto in persiano) – sono anch’essi espressione di quella diaspora che dopo la Rivoluzione del 1979 ha portato molti iraniani fuori del loro paese.

Lo sguardo di chi conosce dall’interno una realtà che ama e che gli appartiene, ma che ha avuto la possibilità di guardare quella stessa realtà dall’esterno e da un contesto culturale diverso è evidente non solo nei contenuti, bensì anche nella forma cinematografica di questo film. Niente di paragonabile alla essenzialità narrativa e ai tempi lenti del cinema iraniano d’origine; piuttosto si respirano in questo film una vitalità, una fisicità, una tenerezza e una ricchezza emotiva che sono molto vicini alla nostra sensibilità occidentale. Il tutto però senza tradire un contesto che viene rappresentato con fedeltà documentaria e profondo rispetto e amore per le sue caratteristiche culturali, a cominciare dalla lingua e dalla musica.

Ne viene fuori l’immagine di un Iran schizofrenico, in cui dietro un’apparenza dominata dal rispetto delle regole imposte dal governo religioso (e particolarmente severe nei confronti delle donne) esiste una realtà molto più mossa e articolata, dove feste, discoteche, droghe, sessualità e cultura occidentale si sviluppano tra le maglie strette dei controlli della polizia.

Atafeh e Shireen sono due personaggi belli e vivi, che ci ricordano i tempi della nostra adolescenza (bellissima la scena in cui, di fronte alla televisione accesa su un programma musicale, fanno finta di cantare in playback Total eclipse of the heart), e però sono costrette dalle “circostanze” a scelte di compromesso, a decisioni difficili, a crescere più in fretta di quanto la loro età richiederebbe.

Circumstance è un film che strappa molti sorrisi e intenerisce il cuore, ma che al contempo stringe lo stomaco e fa montare la rabbia di fronte ad un’immotivata privazione della libertà personale e soprattutto della possibilità di essere giovani, di amare, di fare liberamente le proprie scelte.

L’applauso finale del pubblico (uno dei motivi per cui adoro andare ai festival) è immediato ma non propriamente convinto, a dimostrazione del fatto che il pubblico italiano è e rimane un po’ provinciale. L’intervista finale alla regista e agli attori (che parlano inglese o francese a seconda dei paesi in cui vivono) chiarisce bene la molteplicità di sfumature e di letture che sottendono la storia. Non dunque un film cui semplicemente affibbiare etichette convenzionali o di cui collocare i contenuti dentro categorie già note (come molti critici italiani hanno subito fatto), bensì un punto di vista inevitabilmente in bilico tra storia personale e sociale in un paese in cui il confine tra pubblico e privato è insieme enorme e sottile.

Circumstance dimostra che esiste un Iran diverso, quello di tutti coloro che hanno deciso o sono stati costretti ad abbandonare il loro paese e quello di chi - pur continuando a vivere in Iran - ne sogna un futuro diverso.

Voto: 3,5/5

domenica 2 ottobre 2011

Pollo alle prugne / Marjane Satrapi

Pollo alle prugne / Marjane Satrapi. Milano: Sperling & Kupfer, 2005.

In attesa dell'uscita in Italia del film che la stessa Satrapi ha sceneggiato e girato insieme al fidato Vincent Paronnaud (con cui aveva già realizzato Persepolis) utilizzando questa volta attori in carne e ossa piuttosto che l'animazione delle sue tavole, mi sono portata un po' avanti leggendo la graphic novel da cui questo film è tratto.

Io sono tra coloro che non avevano letto Persepolis, ma che - grazie alla versione cinematografica - si sono innamorate del tratto essenziale e potente della Satrapi e del suo modo di raccontare la storia e la società iraniana mescolandola con i suoi ricordi personali e le vicende della sua famiglia.

Nel caso di Pollo alle prugne l'idea di fondo è simile: siamo sempre nell'ambito dei ricordi familiari, si ruota sempre intorno a quel momento cruciale della storia dell'Iran in cui tutto è cambiato (il colpo di stato del 1953). In questo caso, però, il tono è del tutto intimista e il punto di vista è tutto interno al protagonista, Nasser Ali Khan, un musicista di tar che, dopo che la moglie gli ha rotto il suo prezioso strumento, non trova più piacere e significato nella sua esistenza e decide di lasciarsi morire.

Dal punto di vista narrativo, la struttura di Pollo alle prugne è molto interessante, sostanzialmente circolare in quanto le prime tavole saranno richiamate nelle ultime, consentendo al cerchio di chiudersi e a molte domande di trovare risposta. All'interno di questo cerchio, il racconto è solo apparentemente cronologico (dal momento che descrive gli ultimi 8 giorni del musicista) visto che la sequenza dei giorni è soltanto una scusa per aprire più o meno brevi flashback e flashforward, che gettano luce sulla vita di quest'uomo, sulla sua famiglia, sui suoi affetti, sul dolore delle scelte, sugli errori di valutazione.

Il minimalismo grafico della Satrapi, unito alla sua ironia pungente e alla sottotrama drammatica e quasi dolorosa del racconto, fa di Pollo alle prugne un romanzo non certo dirompente come Persepolis, ma che si insinua delicatamente sotto la pelle.

Forse più difficile da comprendere ed apprezzare fino in fondo per noi occidentali (a me per esempio il protagonista ha fatto - in qualche modo - antipatia, più che compassione), ma certamente una conferma - se mai ce ne fosse stato bisogno - del talento della Satrapi.

Voto: 3/5