Visualizzazione post con etichetta Zahra Amir Ebrahimi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Zahra Amir Ebrahimi. Mostra tutti i post

venerdì 3 maggio 2024

Tatami = Una donna in lotta per la libertà

Quando improvvisamente ho realizzato che la regista (insieme a Guy Nattiv) nonché co-protagonista (insieme ad Arienne Mandi) di Tatami è Zahra Amir Ebrahimi (detta Zar Amir) che avevo molto amato in Holy spider, la mia intenzione di andare a vedere il film è diventata certezza. E ovviamente ho scelto la lingua originale che, soprattutto in film come questi, rappresenta per me ormai un valore aggiunto insostituibile.

Tatami è ispirato a una storia vera e racconta di una judoka iraniana, Leila (Arienne Mandi), che - insieme alle sue compagne di squadra e guidata dalla sua allenatrice Maryam (Zar Amir) - partecipa al campionato del mondo in Georgia. Al medesimo campionato partecipa anche un'atleta israeliana, che Leila conosce da tempo e con cui c'è cordialità e rispetto. Quando però sia quest'ultima che Leila cominciano a superare le loro avversarie e a scalare il cartellone, cosicché la probabilità di un incontro tra le due atlete diventa sempre più probabile, prima la Federazione di judo iraniana, poi figure sempre più vicine al governo iraniano fanno pressioni su Maryam perché convinca Leila a ritirarsi dalla competizione fingendo un infortunio. Di fronte alle resistenze prima di Maryam, poi della sola Leila, le pressioni diventano minacce e poi azioni concrete nei confronti delle famiglie delle due donne, in una spirale di tensione in cui procedono parallelamente gli incontri di Leila e la sua condizione di isolamento e terrore.

Il film di Amir e Nattiv è girato in uno splendido bianco e nero che richiama i colori primari della tenuta judoka e che in qualche modo uniforma visivamente le differenze tra le atlete, all'interno di un formato 4:3 che contribuisce a creare quel senso di costrizione e di soffocamento crescente che caratterizzerà sempre di più sia gli incontri sul tatami sia la vicenda narrativa che si svolge al di fuori di esso. Le due attrici principali sono entrambe molto brave e credibili nei loro ruoli, nonché capaci di attivare un forte senso di empatia in chi guarda.

La conclusione della vicenda e il racconto di quello che accade dopo l'ultimo incontro di Leila rendono forse fin troppo palese l'intento del film, che è quello di mostrare al mondo la totale assenza di libertà dei cittadini e soprattutto delle cittadine iraniane e la condizione di sudditanza e di violenza psicologica e materiale a cui sono sottoposti in ogni aspetto della loro vita. Forse non ce ne sarebbe stato bisogno, ma comprendo perfettamente l'urgenza di una persona che ha vissuto in prima persona la persecuzione ed è dovuta scappare via dall'Iran come Zar Amir di non lasciare zone d'ombra nel "messaggio" di questo film e utilizzare il cinema per non far mai spegnere i riflettori sull'insostenibilità della situazione iraniana.

Quindi, sono ampiamente disposta a scusare qualche difetto cinematografico se ci sono - come in questo caso - coraggio e passione politica. Continuerò senza dubbio a seguire con attenzione Zar Amir nel prosieguo della sua carriera come attrice e regista.

Voto: 3,5/5


lunedì 6 marzo 2023

Holy spider

Forse Holy spider non è originale e spiazzante come Border – Creature di confine, il precedente film di Ali Abbasi, però è un film ancora più necessario.

Dopo un film ispirato al testo di uno scrittore svedese e in parte debitore nei confronti della cultura scandinava, il regista iraniano naturalizzato danese Ali Abbasi sposta lo sguardo verso il suo paese di origine, quello che ha lasciato molti anni fa, l’Iran, per raccontare una vicenda ispirata alla storia vera di Saeed Hanaei, il serial killer delle prostitute che operò a Mashad tra il 2000 e il 2001.

In realtà il film inizia come un thriller/poliziesco classico di finzione, e la triste verità di quello che ci viene raccontato è rivelata solo alla fine, prima dei titoli di coda.

La storia, nella sua essenza, potrebbe essere ambientata ovunque: Saeed (Mehdi Bajestani) è un reduce di guerra, marito e padre di tre figli, il quale esce la notte per adescare per strada prostitute che poi ammazza in casa strangolandole. Una giovane giornalista, Rahimi (la luminosa Zahra Amir Ebrahimi, giusta vincitrice del premio per la migliore interpretazione femminile a Cannes) arriva dalla città per capirne di più su questi omicidi, e inizia a indagare mettendo a rischio la propria stessa vita.

Ciò che rende questo racconto diverso da altri classici film incentrati su serial killer e dalle trame tutto sommato molto simili è l’ambientazione e il contesto nel quale si svolge. Siamo in Iran, in una città la cui vita ruota attorno a un santuario che è meta di pellegrinaggio, e Saeed è un fanatico religioso, convinto di fare la volontà di Allah ripulendo le strade da donne indegne, e proprio per questo cerca visibilità e seguito. Saeed si muove in un contesto profondamente maschilista e bigotto, nel quale la religione informa e condiziona ogni aspetto della vita individuale e sociale.

La giovane Rahimi, che proviene da Teheran e ha subìto sulla propria pelle gli effetti del maschilismo tossico e violento, si muove nelle pieghe di questo caso con determinazione e sprezzo del pericolo, ma anche con compassione e intelligenza. L’andamento dell’indagine prima e il suo esito dopo sono un viaggio nell’orrore di un paese dominato da uomini autorizzati a spadroneggiare e di donne trattate come oggetti. Un paese le cui istituzioni – ampiamente conniventi se non ispiratrici dei più biechi sentimenti popolari – fanno esclusivamente i propri interessi, strumentalizzando gli individui e scaricandoli quando necessario.

La sequenza finale in cui Rahimi, mentre è nell’autobus che la riporterà a Teheran, riguarda sulla sua videocamera le immagini girate a casa di Saeed che hanno come protagonista il figlio maggiore di quest'ultimo - che ha non più di 12 anni - sono agghiaccianti, un vero e proprio pugno nello stomaco, che danno molto da riflettere sulla responsabilità collettiva del perpetuarsi di questa società profondamente tossica.

Uscendo dal cinema si riesce solo a pensare a quanto siamo fortunate noi donne che non siamo nate e non viviamo in un posto come l’Iran, e si avverte anche la frustrazione e l’impotenza di fronte a un mondo le cui malattie sembrano non avere cura.

Zahra Amir Ebrahimi è interprete perfetta di questa figura di donna che non si vuole sentire inferiore a nessuno e vuole combattere il sistema, e illumina lo schermo con la sua presenza per tutta la durata del film. Conoscere (solo a posteriori nel mio caso) la sua storia personale (un video intimo è stato diffuso pubblicamente in Iran ed è dovuta per questo fuggire in Francia dove attualmente vive), è soltanto un elemento che suggella la forza del suo personaggio.

Voto: 3,5/5