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venerdì 17 aprile 2026

Apeirogon / Colum McCann

Apeirogon / Colum McCann; trad. di Marinella Magrì. Milano: Feltrinelli, 2022.

Dopo aver visto molti documentari e film di finzione e aver letto molte cose sul tema del rapporto tra Israele e Palestina, ho pensato che non potesse mancare in questo mio percorso la lettura di quello che è ormai un classico sull'argomento, nonostante risalga a pochi anni fa.

Apeirogon di Colum McCann è un racconto che nasce dal vero per allargarsi verso il mondo del romanzo e dell'invenzione letteraria e lo fa con uno stile assolutamente unico e una scrittura molto coinvolgente. Al centro della narrazione ci sono due uomini, l'israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramini.

Il primo ha avuto la figlia Smadar uccisa in un attentato suicida di matrice palestinese; la figlia del secondo, Abir, è stata uccisa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.

I due si incontrano al Parents' circle, l'associazione che unisce israeliani e palestinesi che hanno perso figli a causa del conflitto. Rami e Abir diventano amici quasi fraterni, nonostante appartengano ai campi opposti del conflitto, anzi proprio perché vi appartengono e si oppongono fieramente al conflitto.

Come già accennato, uno dei punti di forza del romanzo è lo stile che procede per frammenti narrativi e per collegamenti, saltando tra storie e microstorie diverse e lontane nel tempo e nello spazio, tenute insieme da fili sottili e rimandi che sta al lettore cogliere e valorizzare.

Le uniche parti del libro che utilizzano una narrazione distesa sono quelle che raccontano le storie personali di Rami e Abir e quelle della morte delle loro figlie, cui McCullum riserva il tempo, lo spazio, la comprensione e la dignità che meritano.

Chi non è nuovo al tema ritroverà nella storia di Rami e Abir molti elementi già noti (le caratteristiche della società e della politica israeliana, muri e occupazione, galere, atti di terrorismo, checkpoint, ingiustizie, estremismi) e non ne sarà colpito.

A me però ha toccato profondamente la linearità del punto di vista, e parlo al singolare perché nonostante i protagonisti siano due e apparentemente su fronti opposti, l'unità del loro pensiero è sorprendente. Non si tratta di derogare alla complessità, bensì si tratta di evitare quella montagna di distinguo che caratterizzano il modo occidentale di parlare di questa vicenda. Rami e Abir, e tramite loro anche McCann, hanno idee molto chiare su responsabilità e soluzioni, e le esprimono in maniera netta e radicale, ma tanto più convincente perché provengono dall'interno.

Non a caso sono entrambi dei disallineati, considerati quasi traditori dai loro stesso connazionali, per le loro posizioni a favore della fine dell'occupazione e di ogni ostilità, del riavvicinamento, della conoscenza reciproca, della riconciliazione, della pace come unica soluzione, che è esattamente il contrario della direzione nella quale si sta andando, per effetto di strumentalizzazioni che allontanano sempre di più anziché avvicinare. Rami e Abir sono il segno tangibile che un'altra strada è possibile, ma passa per una sublimazione del dolore e una profonda consapevolezza, beni ormai in via di estinzione.

Voto: 4/5