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venerdì 17 febbraio 2023

The banshees of Inisherin = Gli spiriti dell’isola

Mi sono andata a rileggere la recensione che a suo tempo avevo scritto del precedente film di Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di cui avevo un ricordo impressionistico e la sensazione che non lo avessi apprezzato particolarmente. Oltre a sorprendermi per il voto (gli avevo dato uno dei miei 3,5/5), scopro che quel film aveva molto più in comune con quest'ultimo di quanto non si possa immaginare. Pur essendo lontani geograficamente e cronologicamente (Missouri vs Irlanda, giorni nostri vs 1923), Martin McDonagh torna a esplorare le piccolissime comunità e le loro dinamiche disfunzionali.

Pádraic (un bravissimo Colin Farrell, che non andrebbe visto doppiato per nessun motivo al mondo) abita con la sorella Siobhan (una ispiratissima Kerry Condon) in una piccola fattoria nell'isola di Inisherin (un'isola che non esiste, le cui riprese sono state girate nell'isola di Inishmore e in altri remoti luoghi irlandesi), insieme ai loro animali (un'asinella, delle mucche, i cavalli). Ogni pomeriggio alle 2 Pádraic passa a prendere l'amico Colm (Brendan Gleeson), che abita con il suo cane in un cottage in pietra su una bellissima baia, per andare insieme al pub di Jonjo a bere una pinta di birra e a fare quattro chiacchiere. Questa routine tranquilla in un luogo dalla natura idilliaca viene sconvolta quando un giorno, all'improvviso, Colm dice a Pádraic che non vuole essere più suo amico e trascorrere le sue giornate in chiacchiere sterili, ma che vuole dedicarsi alla musica e alle poesie per il tempo che gli resta da vivere. Questa situazione inattesa stravolge non solo Pádraic, che non si dà pace della decisione dell'amico quasi come un amante scaricato, ma l'intera comunità che inevitabilmente deve fare i conti con questa rottura che catalizza l'attenzione e la partecipazione collettiva.

Così man mano che la narrazione procede tutto subisce una specie di magica trasformazione.

Il fascino selvaggio dell'isola con le sue scogliere, i campi verdissimi circondati dai muretti a secco e punteggiati dalle case bianche, le baie da cui si ammirano tramonti spettacolari sul mare, si fa sempre più cupo e inquietante. L'isola diventa uno spazio soffocante e incombente che si stringe intorno ai personaggi. Colm combatte con il fantasma della morte e con l'ossessione di dare un senso alla sua vita e porta la sua depressione fino all'autolesionismo; Pádraic, uomo dagli orizzonti limitati ma certamente gentile, a poco a poco tira fuori una cattiveria inattesa, in una escalation che trascina con sé tutti a partire dai più deboli, come Dominic (Barry Keoghan), il ragazzo ritardato, figlio del poliziotto, innamorato di Siobhan.

La signora McCormick, la vecchietta vicina di casa di Pádraic e Siobhan, diventa una presenza sempre più oscura rivelando la sua natura quasi stregonesca, vera e propria reincarnazione delle banshees, creature leggendarie della mitologia irlandese che annunciano la morte e che Colm sceglie come soggetto della canzone che sta scrivendo.

Anche il tono complessivo del film cambia coerentemente. Quella che inizia come una commedia un po' grottesca, si trasforma poco a poco in una fiaba sempre più nera dagli esiti tragici. L'impianto da tragedia classica - già riconoscibile in Tre manifesti a Ebbing, Missouri - qui trova una nuova e più pregnante manifestazione.

La solitudine, la paura della morte, un consesso umano claustrofobico, le piccole e grandi meschinità individuali, l'assenza di prospettive e l'inquietudine sono le micce nemmeno troppo nascoste da cui possono scoppiare piccoli e grandi incendi. La guerra non è solo quella con la G maiuscola di cui a Inisherin si sente solo l'eco lontana, ma anche quella che nasce dalla fine di un'amicizia e che finisce per sconvolgere una comunità. Non c'è speranza per chi rimane, ma forse solo per chi se ne allontana, in maniera forse anche egoistica.

Non pensiate però che The banshees of Inisherin sia un film grave, perché McDonagh conferma ancora una volta di governare magistralmente la capacità di mescolare generi e registri, suscitando a seconda dei casi la risata, la commozione, l'orrore, l'angoscia, e a volte frullando insieme tutte queste cose.

Voto: 4/5



lunedì 22 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Come ci comunica già il titolo del film, siamo a Ebbing in Missouri, un paesino piccolissimo nel cuore degli Stati Uniti, immerso in una natura maestosa fatta di montagne, foreste e corsi d’acqua, ma umanamente e socialmente desolato. Siamo infatti nella più profonda provincia americana, dove la gente sa tutto di tutti (Floridi direbbe che non esiste “frizione informazionale”) e i rapporti umani sono condizionati da frustrazioni individuali, pregiudizi, grettezza mentale e l’abitudine inveterata a rispondere alla violenza con la violenza. In questo paesino, in cui la vita trascorre incolore tra famiglia, lavoro e i pub dove si beve birra e si gioca a biliardo, è avvenuto un orribile delitto: una ragazzina è stata stuprata e uccisa.

Sua madre, Mildred (Frances McDormand), non si dà pace e convive con un senso di colpa inestinguibile. Il silenzio delle indagini la convince ad affittare lo spazio pubblicitario sui tre vetusti cartelloni che campeggiano sulla strada dove è avvenuto l’omicidio per denunciare l’inattività della polizia locale, capeggiata dallo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson), un uomo buono e stimato che sa che gli resta poco da vivere.

Da questa premessa si innesca una catena di eventi che - come in un domino - muove le fila delle vicende della cittadina e dei destini individuali, rivelando strati di umanità nascosti tra le pieghe di una società a suo modo tribale.

La cosa veramente interessante di questo film sta nel suo impianto. Come è stato già detto da molti, il regista Martin McDonagh non punta propriamente a una rappresentazione realistica, bensì costruisce la vicenda come una specie di tragedia classica, in cui i personaggi sono per certi versi stereotipati e/o estremizzati, mentre per altri sono profondamente umani e riconoscibili.

La moltiplicazione e la mescolanza dei registri sono lo strumento primario che il regista (che è anche lo sceneggiatore del film) utilizza per ottenere il risultato di un film spiazzante che risucchia emotivamente lo spettatore, ma al contempo lo allontana per effetto della risata amara che gli induce ovvero della presenza di personaggi al limite del grottesco. Alla tragedia dunque si mescola la commedia nera, che a più riprese fa capolino o addirittura prende la scena grazie a inserti ironici che allentano la tensione ma al contempo destabilizzano.

Il risultato è un film che si muove tra generi cinematografici diversi e che spazia attraverso stili comunicativi che vanno dalla tragedia greca a Shakespeare (non a caso citato), da Oscar Wilde (citato anche lui in un momento cruciale del film) ai fratelli Coen, fino a Tarantino e chissà a quanti altri.

Un film che tratta temi forti - il dolore, la colpa, la violenza, la solitudine, la riconciliazione - in modo decisamente non convenzionale e che impedisce allo spettatore di prendere le parti, perché anche i personaggi apparentemente più gretti e laidi sono capaci di gesti ricchi di umanità e anche le reazioni più abiette talvolta ci vedono partecipi in un tifo quasi istintivo.

È un genere di film con cui personalmente faccio fatica a risuonare emotivamente; lì per lì uscendo dal cinema ero infatti abbastanza perplessa. È poi solo grazie a un salto diciamo così “razionale” che riesco a fare mio lo spirito del film ed entrarci in sintonia. Ma questo credo sia un problema tutto mio.

Voto: 3,5/5