Siamo nel 1983. Elio (Timothée Chalamet) è un diciassettenne decisamente non ordinario: trascorre le sue giornate trascrivendo musica classica, suonando
il pianoforte, leggendo e interagendo con i propri coetanei in
quell'età della vita in cui sbocciano i primi amori importanti. Viene da una famiglia colta e cosmopolita, molto benestante e dalle idee decisamente liberali.
La famiglia sta trascorrendo – come sempre – le vacanze estive nella casa della campagna cremasca che la madre ha ereditato e, come ogni estate, il padre - professore universitario - ha invitato un proprio studente americano a trascorrere le vacanze con loro per trovare stimoli e ispirazione a scrivere la propria tesi.
Lo studente invitato quest'anno, Oliver (Armie Hammer), - cui Elio dovrà cedere la propria stanza da letto per posizionarsi nella stanza accanto – con i suoi modi aperti e confidenziali conquista subito tutti e crea un turbamento praticamente immediato in Elio, che ne è contemporaneamente attratto e respinto, fors'anche perché consapevole delle conseguenze di quest'attrazione.
Mentre la loro estate va avanti tra passeggiate in bicicletta, serate danzanti con gli amici sulle note dei successi degli anni Ottanta, dotte disquisizioni e citazioni ancora più dotte (e che non a caso in buona parte mi sono sfuggite), cene e pranzi in famiglia, gite fuori porta, bagni al lago e nelle fontane, ritrovamenti di statue classiche, tra Elio e Oliver si innesca una schermaglia che fin da subito prende la forma di una schermaglia amorosa, da cui entrambi a tratti si ritraggono per paura e insicurezza.
In una campagna padana assolata e luminosa che esprime una bellezza antica e quasi rarefatta, in un'epoca storica che il nostro occhio riconosce come un passato già lontano eppure ricco di echi molto familiari per la generazione di chi, come me, è nato negli anni Settanta, il perno attorno a cui ruota tutta la storia è Elio, interpretato da un Timothée Chalamet straordinario e ipnotizzante, insopportabilmente colto eppure incredibilmente empatico nel rappresentare le emozioni indefinite, confuse e a tratti spaventose di un diciassettenne, il senso di colpa e al contempo la forza di un'attrazione potente e pura come forse mai riesce a essere più avanti nella vita. Un'attrazione rispetto alla quale qualunque manovra diversiva – vedi la breve storia di Elio con la coetanea Marzia – è destinata a non avere successo e semmai a rafforzare il desiderio.
Però – al contrario di quello che si potrebbe pensare – questa storia, che pure ha al centro un amore omosessuale, non è un film a tesi e dei film a tesi non ha i principali stilemi. Non c'è tragedia all'esito della capitolazione dei due giovani alla reciproca attrazione, quella che li fa rispecchiare l'uno nell'altro come testimoniano nel chiamarsi col nome dell'altro, né c'è il trionfo dell'amore che esclude qualunque altra strada di vita. Esiste solo un amore intenso che per una estate spazza via tutto il resto e dà una gioia incontenibile e poi una tristezza altrettanto profonda nell'inevitabile allontanamento che la vita porta con sé.
È profondamente sincero il modo in cui Guadagnino rappresenta il rapporto di Elio con la propria sessualità nonché il modo intensamente fisico in cui si esplica l'interazione amorosa tra due uomini.
E però – a differenza di altri film sul medesimo tema – il mondo intorno non è ostile, nella misura in cui ognuno si confronta con la vita com'è, quella vita che può solo essere assecondata.
L'amicizia che Marzia offre a Elio è commovente, la presenza discreta – ma perfettamente consapevole - della madre è carezzevole, il discorso del padre a Elio alla partenza di Oliver è di quelli che colpiscono dritti al centro del cuore e che – come mi ha fatto notare la mia amica R. - è riuscito nell'intento di far ammutolire l'intera sala di un cinema di provincia, perché nessuno può a ragione sentirsene estraneo.
Non ho letto il romanzo omonimo di Aciman (conto di rimediare!), ma la sceneggiatura di James Ivory è contenuta e accogliente al punto giusto; i due inediti del grande Sufjan Stevens interpretano perfettamente lo spirito del film (e complimenti a chi ha scelto di coinvolgere proprio questo cantautore); Timothée Chalamet si esprime con le parole e soprattutto con il corpo in maniera così naturalistica da lasciare a bocca aperta.
Peccato solo non averlo visto in lingua originale. E lo so che questa apparirà una notazione da snob, ma in un film in cui si parlano lingue diverse – e non a caso, visto che la famiglia di Elio vive tra gli Stati Uniti e l'Italia, e padre e madre citano e traducono dal francese e dal tedesco – nonché il dialetto locale, è un po' un peccato vedere tutto appiattito all'italiano.
Voto: 4,5/5
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lunedì 29 gennaio 2018
martedì 24 gennaio 2012
J. Edgar
Dopo essere riuscita a evitare Hereafter (che per fortuna mi sono rifiutata di andare a vedere) non sono riuscita invece a sfuggire a J. Edgar, perché come si fa a non andare a vedere un film di Eastwood che molta critica dice essere forse il suo migliore?E ci sono andata cercando di liberare la mente del pregiudizio che mi attanaglia ormai da qualche anno nei confronti del Clint Eastwood regista.
Per questo inizierò col dire che questa passeggiata in cinquant'anni di storia americana (quelli durante i quali J. Edgar Hoover è stato a capo dell'FBI) è affascinante, perché sa rendere perfettamente non solo il clima di un paese in un preciso (per quanto lungo) momento storico, ma getta anche luce sulle origini e le modalità di costruzione di una cultura americana da sempre in bilico tra apertura e chiusura, libertà e paranoica ossessione per la sicurezza, rispetto della legalità e necessità dell'illegalità, forma e sostanza, essere e apparire.
Aggiungerò che la figura di J. Edgar Hoover è perfetta per rappresentare l'ambiguità di questi valori/disvalori e Leonardo Di Caprio è magistrale nel conferire complessità a questo personaggio che nelle intenzioni del regista dovrebbe essere difficile amare o odiare integralmente.
Bene. Dopo aver fatto contenti tutti gli amanti del cinema di Eastwood, credo di essere autorizzata a togliermi qualche sassolino dalla scarpa.
Vogliamo forse parlare del trucco utilizzato per invecchiare i personaggi e renderli credibili dopo quarant'anni? Il collaboratore e compagno di una vita di J. Edgar, Clyde Tolson (Armie Hammer), viene trasformato in una specie di manichino, con la faccia coperta di botox che rende impossibile al povero Armie qualunque espressione facciale lasciando solo ai suoi occhi la possibilità di esprimere il dolore, la delusione, la rabbia. Un po' meglio va con lo stesso Hoover e con la sua segreteria Helen Gandy (Naomi Watts), che - pur sottoposti allo stesso trattamento - risultano anche da vecchi un po' più credibili e naturali. E vabbè che la critica ha voluto vedere in questo un gioco di mascheramento/smascheramento, ma sinceramente questa spiegazione mi pare un po' tirata per i capelli. E il ridicolo resta lì, proprio dietro l'angolo.
Passiamo adesso al personaggio di Hoover. In sostanza un disadattato, vittima di una forma acuta di paranoia e ossessività, legato da un rapporto morboso con una madre autoritaria (Judi Dench), ambizioso quasi al limite del delirio di onnipotenza, votato anima e corpo alla missione di liberare l'America dai suoi nemici, costretto nelle maglie strette dell'irreprensibilità di un'immagine pubblica al punto da soffocare per una vita la propria natura e i propri sentimenti. A parte il fatto inquietante che tale personaggio mi ricorda qualcuno (evidentemente la realtà può addirittura superare la fantasia!), continuo a non riuscire a mandare giù l'estremismo senile di quel vecchio conservatore che è Clint Eastwood e che mi pare si ribalti integralmente sulla figura di Edgar.
Forse nella mente di Clint il tutto voleva essere sfaccettato e critico, ma alla fine per me non riesce a non risultare monodimensionale.
E poi, possibile che l'ossessione di Edgar per la catalogazione dei fascicoli dei criminali e degli uomini di potere debba essere messa in relazione con la sua presunta invenzione di un sistema di catalogazione/classificazione dei libri della Library of Congress, portando con sé l'inevitabile accoppiata bibliotecario/ossessività? Non sarò certo io a difendere una professione che ha contribuito a costruire il suo proprio stereotipo, però insomma... qualche bibliotecario/a non patologico esiste ;-)
E infine: insomma, cos'è che esattamente Eastwood voleva comunicarci con questo film? Una riflessione critica sull'America di oggi dimostrando la ricorrenza di una specie di difetto di fabbrica? La pietas umana per un uomo vanaglorioso e fragile fino a tramutare il disprezzo che suscita in compassione se non addirittura ammirazione? L'intreccio inestricabile tra la storia di una nazione e quella dei singoli individui che l'hanno fatta? La complessa dinamica pubblico/privato?
Ammetto di non essere in grado di fare una recensione seria di questo film. E non è la prima volta che mi capita con i film di Eastwood, in cui il l'involontario ridicolo e il nonsenso dell'eccesso di senso sono sempre un po' in agguato.
Scusate, il pregiudizio ha preso il sopravvento.
Voto: 2,5/5
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