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lunedì 2 dicembre 2024

Giurato numero 2

Con Clint Eastwood il mio rapporto è da sempre altalenante: a film che mi colpiscono e mi piacciono molto seguono film che mi lasciano completamente indifferente (e che per questo finiscono nel dimenticatoio), ovvero film che non riesco proprio ad apprezzare. Proprio per questo, però, di fronte all’uscita di un suo nuovo lavoro non riesco quasi mai a sottrarmi alla visione, perché so di potermi aspettare qualunque cosa.

La cosa più sorprendente è che Eastwood ha ancora punti di vista interessanti sul mondo e sulla contemporaneità e riesce ancora a tradurli in prodotti cinematografici di grande lucidità e qualità nonostante la veneranda età di 94 anni.

Con Giurato numero 2 mi pare che Eastwood realizzi – anche grazie alla solida sceneggiatura di Jonathan Abrams - uno dei suoi migliori film degli ultimi 10-15 anni, sebbene non possa fare un confronto puntuale in quanto non ho visto tutti quelli usciti.

Protagonista del film è Justin Kemp (Nicholas Hoult), un giovane uomo che è stato chiamato a far parte della giuria popolare in un caso di omicidio. Si tratta della morte di una donna, Kendall, trovata nel dirupo sotto un ponte dopo essere stata vista litigare con il suo fidanzato James dentro e fuori da un bar. L’avvocata dell’accusa, Faith Killebrew (Toni Collette), è convinta che James sia colpevole e che si tratti dell’ennesimo caso in cui un uomo non accetta di essere lasciato dalla sua donna e reagisce con violenza; si batte dunque come una leonessa durante il processo per dimostrare la colpevolezza, tanto più che dall’esito di questo processo potrebbe dipendere la sua nomina a procuratore distrettuale. Ben presto però Justin, ascoltando la ricostruzione del caso, si rende conto di essere coinvolto in esso, dal momento che la sera del litigio si trovava nello stesso bar di James e Kendall, e sulla via del ritorno a casa, a causa della pioggia e del fatto di essere sconvolto per una vicenda personale, aveva colpito qualcosa sulla strada, senza capire cosa e convincendosi che si fosse trattato di un cervo. Ben presto Justin realizza di essere lui, pur senza esserne consapevole, l’assassino di Kendall.

A questo punto Justin si trova di fronte a un’impasse: se confessa, visto il suo passato di alcolista, rischia moltissimo e non se lo può permettere perché sta diventando padre e sua moglie ha bisogno di lui, ma se non fa qualcosa per convincere gli altri giurati James è destinato a essere condannato ingiustamente.

Quello di Eastwood è un classico film processuale, ma il cuore della narrazione in questo caso non sta nell’interrogare lo spettatore su chi sia il colpevole, dal momento che la verità la conosciamo molto presto, ma nell’indagare sui meccanismi della giustizia e sulla loro imperfezione. Anzi, a dire la verità, a me pare che il film di Eastwood si voglia interrogare sui modi in cui ognuno di noi costruisce opinioni e giudizi sui fatti di cui non abbia esperienza diretta. In Giurato numero 2 non c’è alcuna rappresentazione manichea della società e nessuno dei protagonisti è un mostro: Justin ha un passato da alcolista ma è pulito da parecchio tempo e sta investendo tutte le sue energie nel costruire una famiglia e James ha sicuramente un passato di marginalità e violenza, ma se l’è lasciato alle spalle e lo rivendica fermamente. Tutti gli altri – gli avvocati, i testimoni e i membri della giuria - agiscono sostanzialmente in buona fede, al massimo gli si possono addebitare superficialità e/o pregiudizi, condizionati come sono dal vissuto personale, dai problemi individuali, dalle esperienze pregresse, dai convincimenti ideologici.

Se in Anatomia di una caduta Justine Triet pone gli spettatori di fronte all’impossibilità di conoscere la verità e li costringe a interrogarsi sui meccanismi personali che portano ciascuno a prendere posizioni o a costruirsi il proprio giudizio, in Giurato numero 2 Eastwood rappresenta tutto (o quasi) il ventaglio dei possibili approcci che le persone chiamate a prendere una posizione di fronte a una vicenda adottano e costringe gli spettatori a empatizzare con il protagonista senza la possibilità di collocarsi super partes.

Ne viene fuori il quadro di una società fortemente atomizzata, in cui gli individui fanno sempre più fatica o hanno sempre meno voglia di conciliare la necessità di preservare il proprio benessere con un superiore bene collettivo, una forma di egoismo e superficialità di massa, di cui siamo tutti vittime più che fautori. E tutto questo Eastwood ce lo racconta non in maniera giudicante e moraleggiante, ma come una sconfitta collettiva, senza però abbandonare del tutto la speranza.

Da vedere.

Voto: 4/5



martedì 25 febbraio 2020

Richard Jewell

Dopo aver visto l'ultimo film di Clint Eastwood io e S. ci siamo dette che ci sarebbe da metterci la firma per arrivare alla sua età (quasi 90 anni) con la stessa lucidità e capacità di riflettere e far riflettere.

In questo caso, il vecchio Clint ritorna agli anni Novanta per raccontare una storia vera che ha molto da dire anche al presente.

Siamo nel 1996, Olimpiadi di Atlanta. Al Centennial Park - dove si tengono concerti e altri eventi di intrattenimento per i convenuti da ogni dove - lavora alla security Richard Jewell (Paul Walter Hauser), un uomo decisamente sovrappeso, che vive ancora con la madre (Kathy Bates) e ha una vera ossessione per la divisa e la sicurezza.

Durante un suo turno, uno zaino viene lasciato vicino a una panchina e Jewell attiva immediatamente le forze dell'ordine e, quando si capisce che si tratta di una bomba, è determinante per allontanare le persone che gravitano in quell'area. Alla fine il bilancio sarà di due morti e di un centinaio di feriti, a fronte di un ordigno che avrebbe potuto uccidere molte più persone.

Jewell viene prima portato in trionfo come un eroe, poi però l'approssimazione dell'FBI nelle indagini, il bisogno di scoop di una giornalista, il processo sommario dei media e la conseguente manipolazione dell'opinione pubblica trasformano Jewell da eroe a principale imputato.

Mentre l'analisi del profilo psicologico di Jewell sembra confermare i sospetti, l'unico a credere in lui è l'avvocato Bryant Watson (Sam Rockwell) che decide di avviare una vera battaglia mediatica e giudiziaria per salvare Jewell, nonostante la naiveté di quest'ultimo e i suoi comportamenti controproducenti.

A fronte di quella sensazione di meccanicità che la modalità narrativa di Eastwood sempre mi suscita e di alcune semplificazioni nell'evoluzione di alcuni personaggi (vedi la giornalista), il film merita la visione da numerosi punti di vista. Innanzitutto perché solleva il velo sui meccanismi dello storytelling mediatico, che indipendentemente da qualunque elemento strettamente fattuale è in grado di influenzare pesantemente l'opinione pubblica e sottoporre una persona e i suoi cari a una gogna insopportabile.

In secondo luogo, perché focalizza l'attenzione sulla facilità con cui la diversità individuale (Jewell è sicuramente un po' sociopatico e a tratti borderline rispetto al concetto di normalità sociale generalmente accettato) diventa quasi automaticamente prova di colpevolezza.

Infine, a me pare che Eastwood nei suoi ultimi film stia facendo i conti con lo stesso universo di valori al quale appartiene per denunciarne la degenerazione. Jewell in fondo è un perfetto rappresentante di quell'America repubblicana e conservatrice a cui lo stesso Eastwood appartiene: crede nell'ordine sociale affidato agli uomini in divisa e nella necessità delle armi, nel rispetto dell'autorità e delle regole, valori che sono compatibili con il senso della giustizia e con la difesa dei più deboli. Ma quello che Eastwood sembra volerci dire è che i maggiori esponenti di quell'ordine sociale che Jewell cerca di difendere, il governo, le forze dell'ordine, i media non si muovono più all'interno di un sistema di valori che ne guidi le azioni, bensì sulla base di pregiudizi e semplificazioni. In un certo senso Eastwood parla alla "sua stessa gente", ma al contempo chiama in causa ciascuno di noi e la società tutta.

Voto: 3,5/5

giovedì 8 gennaio 2015

American Sniper

Devo ammettere che sono andata a vedere American Sniper con molti pregiudizi.

Non amo molto il cinema di Clint Eastwood; non mi piace granché il suo approccio conservatore, né la sua compiaciuta americanità, trovo piuttosto deboli oppure telecomandati gli intrecci narrativi di alcuni dei suoi film più acclamati.

E quindi mi ero detta che American Sniper non l’avrei visto; però, dopo aver sentito e letto un po’ di opinioni e recensioni e soprattutto perché non sopporto l'idea di non potermi costruire un punto di vista personale sulle cose, ho deciso di andare a vederlo.

Ebbene, devo dire che il film mi è piaciuto. A Clint Eastwood certo non manca il mestiere e credo che si trovi particolarmente a suo agio con l’azione; alcune sequenze di questo film – per esempio lo scontro durante la tempesta di sabbia ovvero gli appostamenti di Kyle da cecchino – sono assolutamente magistrali. È altrettanto forte talvolta la sensazione – sebbene io non sia in grado di dirlo per esperienza diretta – di essere all’interno di un videogiochi tipo Call of Duty, sensazione che raggiunge l’apice nel ralenti del proiettile che colpisce il cecchino islamico Mustafa.

Da un punto di visto narrativo, aiutato dal fatto che si tratta di una sceneggiatura non originale (parliamo della storia vera di Chris Kyle raccontata in un libro autobiografico), non ho avvertito quelle forzature che avevo colto in altri suoi lavori. Questo film procede scorrevole e senza strappi dall’inizio alla fine, seguendo una logica di una semplicità quasi imbarazzante.

Ed eccoci dunque ai contenuti e all’inevitabile dibattito che portano con sé. Chris Kyle (Bradley Cooper) è un texano nato in una famiglia cristiana, con un padre che ha da subito insegnato ai suoi figli a usare un fucile e gli ha spiegato che il mondo si divide in tre categorie di persone: le pecore, i lupi e i cani pastore, e che lui si aspetta che i suoi figli si comportino come cani da pastore, capaci di usare la violenza, ma solo per difendere le pecore dai lupi. Diciamo una visione del mondo un tantino semplicistica, ma decisamente efficace agli occhi di un bambino in una società che in qualche modo sembra credere alla possibilità di distinguere sempre il bene dal male e di stabilire di volta in volta da che parte stanno.

Chris cresce senza uno scopo da perseguire, fino a quando a seguito degli attacchi alle ambasciate americane in alcuni paesi musulmani decide di arruolarsi nei Navy Seals, il noto corpo speciale americano. Intanto si innamora di Taya (Sienna Miller) e la sposa, diventando padre di due figli, mentre compie in circa dieci anni (dopo l’11 settembre) 4 missioni in Iraq. Diventerà una specie di leggenda in quanto cecchino più letale della storia militare americana. Tornato in patria avrà problemi a riprendere la vita quotidiana e finirà ucciso - durante un’esercitazione a un poligono di tiro - da un altro reduce che stava cercando di aiutare.

Al suo funerale migliaia di persone lo saluteranno come un eroe, sventolando le bandiere americane.

Insomma, quello di Eastwood non è certo un film antimilitarista in senso stretto, sebbene non vengano passate sotto silenzio le atrocità della guerra, i tanti morti innocenti, le conseguenze fisiche e psicologiche spesso irreversibili sui reduci, il dolore delle famiglie.

Inoltre, il protagonista è decisamente presentato come un personaggio positivo, quasi senza un’ombra, con una morale molto semplicistica ma in qualche modo ferrea.

Probabilmente anche l’assenza di qualunque riflessione critica rispetto all’opportunità stessa della guerra in Iraq nasce dal fatto che il film rappresenta (e forse sposa?) il punto di vista di Chris, per il quale la guerra è un’inevitabile e diretta conseguenza dell’attacco alle torri gemelle ed è necessaria per difendere la patria, così come la sua condotta di guerra sarà sempre – almeno apparentemente – ispirata a quel ruolo di cane da pastore teorizzato dal padre, ossia usare la violenza solo per difendere se stessi o qualcun altro, dunque uccidere solo se necessario (Chris dirà di poter rispondere davanti a Dio di ogni colpo che ha sparato).

E qui entrano in gioco gli occhi, la sensibilità e la capacità critica di chi guarda. E ciò spiega perché questo film è stato letto in modi opposti da chi ci vede la celebrazione di un eroe e chi una profonda critica alla guerra.

Se sei all’interno di un punto di vista tangente a quello del protagonista il film appare decisamente un’esaltazione dell’eroismo di un americano buono e che ha combattuto per la patria e per la giustizia, pagando in prima persona le conseguenze della guerra.

Se ne sei all’esterno – come nel mio caso – io vedo in Chris Kyle il prodotto di una sottocultura americana fatta di ignoranza e semplificazioni, quella di cui l’aggressività militare americana – dettata da ragioni che non hanno nulla a che vedere con la difesa della patria in senso stretto – si è nutrita da sempre e in modo particolare negli ultimi decenni. Chris Kyle è una povera vittima inconsapevole – in quanto non ha gli strumenti critici per rendersene conto – di un sistema che lo ha usato, ma che alla fine in qualche modo inconsapevolmente anche lui usa. Alcuni dei suoi compagni, nonché suo fratello, percepiscono l’insensatezza della guerra, mentre Chris non si pone nemmeno una domanda, anche quando la sua guerra personale, la sua vera e propria competizione con il cecchino Mustafa, prende il sopravvento sul buon senso che gli avrebbe suggerito di aspettare l’arrivo dei rinforzi prima di sparare, per evitare la carneficina.

Chris Kyle non comprende la contraddizione enorme che c’è tra la sua convinzione di poter giustificare ogni singolo colpo esploso dal suo fucile e quell’attimo in cui ha nel mirino il bambino che ha imbracciato il kalashnikov. È solo una fortunata circostanza quella che gli impedisce di fare un’altra inutile vittima, cosicché a fronte di una fortunata circostanza chissà quante infelici situazioni hanno prodotto l’effetto contrario.

Insomma, a mio modesto modo di vedere, nel film di Eastwood apparentemente è tutto chiaro, esattamente come nella testa di Kyle: chi sono i buoni e chi i cattivi, dove sta il bene e dove il male. E molti guarderanno a questo film esattamente in questo modo. Basta però grattare solo un pochino la superficie per capire che tale semplicità è uno – se non il più potente – degli strumenti di cui si nutre la guerra per autoassolversi e giustificarsi.

Non so se nella testa di Eastwood c’era tutto questo, però io questo film lo voglio leggere così. Altrimenti lo devo inevitabilmente classificare come un film inutile, se non addirittura dannoso.

Voto: 3,5/5

martedì 24 gennaio 2012

J. Edgar

Dopo essere riuscita a evitare Hereafter (che per fortuna mi sono rifiutata di andare a vedere) non sono riuscita invece a sfuggire a J. Edgar, perché come si fa a non andare a vedere un film di Eastwood che molta critica dice essere forse il suo migliore?

E ci sono andata cercando di liberare la mente del pregiudizio che mi attanaglia ormai da qualche anno nei confronti del Clint Eastwood regista.

Per questo inizierò col dire che questa passeggiata in cinquant'anni di storia americana (quelli durante i quali J. Edgar Hoover è stato a capo dell'FBI) è affascinante, perché sa rendere perfettamente non solo il clima di un paese in un preciso (per quanto lungo) momento storico, ma getta anche luce sulle origini e le modalità di costruzione di una cultura americana da sempre in bilico tra apertura e chiusura, libertà e paranoica ossessione per la sicurezza, rispetto della legalità e necessità dell'illegalità, forma e sostanza, essere e apparire.

Aggiungerò che la figura di J. Edgar Hoover è perfetta per rappresentare l'ambiguità di questi valori/disvalori e Leonardo Di Caprio è magistrale nel conferire complessità a questo personaggio che nelle intenzioni del regista dovrebbe essere difficile amare o odiare integralmente.

Bene. Dopo aver fatto contenti tutti gli amanti del cinema di Eastwood, credo di essere autorizzata a togliermi qualche sassolino dalla scarpa.

Vogliamo forse parlare del trucco utilizzato per invecchiare i personaggi e renderli credibili dopo quarant'anni? Il collaboratore e compagno di una vita di J. Edgar, Clyde Tolson (Armie Hammer), viene trasformato in una specie di manichino, con la faccia coperta di botox che rende impossibile al povero Armie qualunque espressione facciale lasciando solo ai suoi occhi la possibilità di esprimere il dolore, la delusione, la rabbia. Un po' meglio va con lo stesso Hoover e con la sua segreteria Helen Gandy (Naomi Watts), che - pur sottoposti allo stesso trattamento - risultano anche da vecchi un po' più credibili e naturali. E vabbè che la critica ha voluto vedere in questo un gioco di mascheramento/smascheramento, ma sinceramente questa spiegazione mi pare un po' tirata per i capelli. E il ridicolo resta lì, proprio dietro l'angolo.

Passiamo adesso al personaggio di Hoover. In sostanza un disadattato, vittima di una forma acuta di paranoia e ossessività, legato da un rapporto morboso con una madre autoritaria (Judi Dench), ambizioso quasi al limite del delirio di onnipotenza, votato anima e corpo alla missione di liberare l'America dai suoi nemici, costretto nelle maglie strette dell'irreprensibilità di un'immagine pubblica al punto da soffocare per una vita la propria natura e i propri sentimenti. A parte il fatto inquietante che tale personaggio mi ricorda qualcuno (evidentemente la realtà può addirittura superare la fantasia!), continuo a non riuscire a mandare giù l'estremismo senile di quel vecchio conservatore che è Clint Eastwood e che mi pare si ribalti integralmente sulla figura di Edgar.

Forse nella mente di Clint il tutto voleva essere sfaccettato e critico, ma alla fine per me non riesce a non risultare monodimensionale.

E poi, possibile che l'ossessione di Edgar per la catalogazione dei fascicoli dei criminali e degli uomini di potere debba essere messa in relazione con la sua presunta invenzione di un sistema di catalogazione/classificazione dei libri della Library of Congress, portando con sé l'inevitabile accoppiata bibliotecario/ossessività? Non sarò certo io a difendere una professione che ha contribuito a costruire il suo proprio stereotipo, però insomma... qualche bibliotecario/a non patologico esiste ;-)

E infine: insomma, cos'è che esattamente Eastwood voleva comunicarci con questo film? Una riflessione critica sull'America di oggi dimostrando la ricorrenza di una specie di difetto di fabbrica? La pietas umana per un uomo vanaglorioso e fragile fino a tramutare il disprezzo che suscita in compassione se non addirittura ammirazione? L'intreccio inestricabile tra la storia di una nazione e quella dei singoli individui che l'hanno fatta? La complessa dinamica pubblico/privato?

Ammetto di non essere in grado di fare una recensione seria di questo film. E non è la prima volta che mi capita con i film di Eastwood, in cui il l'involontario ridicolo e il nonsenso dell'eccesso di senso sono sempre un po' in agguato.
Scusate, il pregiudizio ha preso il sopravvento.

Voto: 2,5/5

domenica 5 aprile 2009

Gran Torino

Sarò certamente in controtendenza (ma quando mai non lo sono?!?); d’altra parte, pur apprezzando le molte qualità dell’ultimo film di Clint Eastwood la sensazione che ne ricavo è molto simile a quella che ho provato di fronte a Million dollar baby e a numerosi altri film del grande vecchio americano: un impianto narrativo meccanico, in cui tutto si sviluppa secondo un ordito ben preciso e preordinato e dove anche il colpo di scena è in buona misura prevedibile. Una specie di apologo dai risvolti volutamente didascalici e il cui impianto è costruito talmente bene da implicare inevitabilmente per lo spettatore il sorriso, la tenerezza, la risata, la commozione.
Ed è per questo che dopo aver visto i film di Clint Eastwood esco sempre dalla sala con un senso di parziale delusione e quasi frustrazione, perché mi sarei aspettata una sfida emotiva e intellettuale e invece tutto mi viene presentato in maniera assolutamente piana e comprensibile. Ed è questo contrasto tra il mondo cinematografico eastwoodiano nel quale non tutto è perfetto (anzi, non mancano la violenza e i cattivi sentimenti), ma tutto è fondamentalmente chiaro e senza particolari sfumature, e il mondo reale, in cui niente è come sembra, tutto è sfumato, nessuno è univocamente interpretabile, che mi indispone.
Ciò detto, la storia che Clint racconta in questo film è interessante e apprezzabile ed è soprattutto l’anziano Clint attore, con le smorfie del suo viso, la sua pelle rugosa, il suo linguaggio colorito, a dare spessore e valore al film.
Il vecchio Walt è un reduce della guerra di Corea che si porta dentro una ferita lacerante e che poco si trova a suo agio in un’America profondamente mutata, nei costumi, nella composizione etnica, nei valori, negli stili di vita. Walt, che ha da poco perso sua moglie e non ha nulla in comune con quella media borghesia insignificante che i suoi figli rappresentano, convive a fatica con i vicini asiatici e in generale gli immigrati di ultima generazione (lui che a sua volta con un cognome come Kowalski è certamente figlio del melting pot americano e grande amico di un barbiere di origine italiana).
La sua Gran Torino, un modello sportivo della Ford anni ’70, resta per lui l’emblema del tempo che fu, intoccabile, perfetta, curata e preservata fino a individuare qualcuno che sia sufficientemente degno di questa eredità.
Sarà infine proprio il suo vicino asiatico, il giovane Tao (Bee Vang), a dargli la possibilità del riscatto della sua vita e di un’America ancora capace di rinascere dalle sue ceneri.
È inevitabile il collegamento mentale con il film dei fratelli Coen, Non è un paese per vecchi, che portava benissimo sullo schermo la disillusione e l’approccio conservatore del romanzo di Cormac McCarthy. Anche lì lo sguardo di un vecchio americano conservatore non può che portare alla luce l’immagine di un’America il cui tessuto sociale è disgregato, in cui la conflittualità etnica - e non solo - è ai massimi livelli, in cui i valori morali si sono dissolti e il male regna sovrano.
La differenza sta nella prospettiva: assente nel film dei Coen, totalmente ripiegato su un pessimismo senza vie d’uscita; possibile – sebbene a caro prezzo – nel film di Eastwood attraverso la comprensione dell’universale principio che violenza genera violenza e, in un mondo privo di regole, anche la violenza finisce per essere incontrollata e incontrollabile.
Eppure, anche in questo caso, per quanto catartico e liberatorio sia il finale eastwoodiano, finisco per preferire l’irrisolutezza e la mancanza di redenzione dell’approccio di McCarthy; preferisco un cattivo che quasi ci affascina agli odiosi bulletti di periferia, preferisco la morte insensata a quella sacrificale. Perché ci piacerebbe che la vita ci offrisse sempre la possibilità di un riscatto, ma ho la sensazione che il non senso sia spesso la più forte chiave interpretativa della realtà.
Voto: 3,5/5