Non conoscevo il racconto di William S. Borroughs da cui è tratto l’ultimo film di Luca Guadagnino, né ho mai letto nulla in generale di questo acclamato scrittore, quindi certamente non sono in grado di comprendere a pieno la relazione tra il film e il racconto e quanto delle caratteristiche del film dipendano dalla scrittura e dalla narrazione di Borroughs e quanto dalle scelte di regista e sceneggiatore.
Ma un film va valutato per quello che è, indipendentemente dal testo al quale si ispira. E dunque mi limiterò appunto a fare qualche considerazione su quello che ho visto.
Non c’è dubbio sul fatto che Guadagnino dimostri con questo film di essere non solo un regista prolifico, ma anche fortemente eclettico, se si pensa che negli ultimi anni ha realizzato pellicole profondamente diverse, da Bones and all a Challengers fino ad arrivare appunto a Queer, film che non sembrano prodotti dalla stessa mano.
In quest’ultimo film – siamo negli anni Cinquanta - protagonista è un americano, William Lee (molto ben interpretato da Daniel Craig), che vive in Messico, forse perché – in quanto dipendente da alcol e droghe di vario tipo – ha scelto di andar via dal suo paese. William conduce la sua vita passando da un bar all’altro della città, alla ricerca di giovani uomini da portarsi a letto. Un giorno incontra Eugene Allerton (Drew Starkey), un giovane delicato e di bella presenza, con cui inizia prima un gioco di sguardi, poi un’amicizia, poi forse qualcosa in più, anche se non è mai chiaro se Eugene sia o no gay, in quanto il suo atteggiamento è spesso ambiguo e sfuggente.
Per William, Eugene diviene una vera e propria ossessione, e riuscirà a convincere il ragazzo a seguirlo in un viaggio in Sudamerica alla ricerca di una pianta, lo yage, che ha letto essere utilizzato negli esperimenti di telepatia, forse sperando che la condivisione di questa esperienza faccia evolvere il loro rapporto in qualcosa di più importante.
Una storia già di per sé narrativamente piuttosto fantasiosa viene trattata dal regista in maniera quasi fiabesca, a partire dalle scelte di ambientazione e di scenografia – prevalentemente realizzate in studio e palesemente poco realistiche a livello di luci e atmosfere – passando per la scelta delle musiche – una colonna sonora tutta fatta di musiche contemporanee per una storia ambientata negli anni Cinquanta – fino ad arrivare alla forte componente onirica e psichedelica.
Si sarà forse già inteso che personalmente non ho molto apprezzato questa versione di Guadagnino, un po’ radical chic e un po’ pretenziosa, che dal punto di vista visivo risulta certamente affascinante, ma anche fastidiosamente estetizzante e quasi nonsense (in un modo che a tratti ho trovato quasi Sorrentiniano), e dal punto di vista narrativo, se da un lato riesce a comunicarci con forza il senso di solitudine, di ossessione, di infelicità senza vie di uscite del protagonista, dall’altro attinge a un immaginario e a un punto di vista gay che finisce per essere stereotipato, e pure questo un po’ fastidioso.
Se – come diversi amici mi hanno detto e io stessa ho fatto – bisogna andare a leggersi delle cose al di là del film per poterne capire e apprezzare alcune scelte, allora forse il film non si può dire perfettamente riuscito nelle sue intenzioni.
Ciò detto, la personale delusione non mi impedirà di catapultarmi al cinema la prossima volta che uscirà un nuovo film di Guadagnino.
Voto: 2,5/5
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lunedì 26 maggio 2025
martedì 22 aprile 2025
Stabat mater / regia di Luca Guadagnino e Stella Savino; con Fabrizia Sacchi. Argot Studio, 22 marzo 2025
Conoscevo già lo Stabat mater di Antonio Tarantino grazie allo spettacolo interpretato da Maria Paiato che avevo visto ormai molti anni fa al Teatro Piccolo Eliseo (purtroppo nel frattempo chiuso). Non ricordavo i dettagli della storia, ma avevo vivida negli occhi l’immagine di questa donna meridionale, Maria Croce, che riversa addosso agli spettatori un flusso di parole, che sono comiche, grevi e tragiche al contempo.
Quando dunque ho visto nel cartellone dell’Argot Studio lo stesso testo messo in scena con la regia di Luca Guadagnino e Stella Savino non ho esitato a comprare i biglietti, curiosa di vederne un’altra versione.
In questo caso l’interprete è Fabrizia Sacchi, napoletana doc, che utilizza il proprio dialetto per interpretare la figura di Maria. Con F. ci siamo chieste se anche l’interpretazione della Paiato utilizzava il napoletano e ne abbiamo concluso che in quel caso la scelta non era strettamente un dialetto, ma una cadenza, forse – da quello che ci ricordiamo – la siciliana.
Che la protagonista del testo di Tarantino sia una donna meridionale emigrata a Torino e che qui sbarca il lunario come può è certo, ma probabilmente – cosa da verificare – il drammaturgo non impone una specifica provenienza geografica né una specifica scelta linguistica a livello di interpretazione, cosicché sta poi all’adattamento e all’interprete la scelta.
Fabrizia Sacchi e Stella Savino traducono interamente il testo di Tarantino in dialetto napoletano, ed è l’attrice a farsi carico di questo flusso di coscienza ai limiti dell’isterico, interrotto di tanto in tanto dalle “voci” degli altri personaggi (sempre interpretati dalla Sacchi) che ruotano intorno a Maria, a partire dal suo amante Giovanni, arrogante e vacuo, che è caratterizzato da una cadenza siciliana, per arrivare alle insegnanti del figlio, torinesi, fino all’agente di polizia cui Maria si rivolge per capire che fine ha fatto il figlio scomparso.
Il monologo di Maria – se apparentemente e inizialmente si presenta come il delirio di una donna ignorante e sboccata – a poco a poco si rivela come la manifestazione profondissima di un dolore devastante, l’espressione della tragedia di una madre che non sa che fine abbia fatto il proprio figlio e che ne prefigura una morte violenta.
Dentro una narrazione in cui confluiscono numerosi temi (il razzismo verso i meridionali, le disparità sociali, il degrado delle periferie, la povertà e l’assenza di opportunità) è indubbio che il cuore del racconto stia nel rapporto tra madre e figlio e nella tragedia annunciata di una perdita che è persino più devastante quando colpisce chi vive ai margini come Maria e non ha gli strumenti per affrontarla, ma non per questo soffre di meno.
I quattro atti in cui è diviso il monologo di Maria sono scanditi dallo spostamento di pochi oggetti di scena ad opera di Emma Fasano, che svolge quasi il ruolo di assistente di scena per l’attrice, e in questi momenti di pausa Fabrizia Sacchi riprende fiato da una recitazione intensissima che impegna voce e corpo al massimo grado e consuma tutte le energie, che solo il lungo applauso del pubblico probabilmente riesce a restituire.
È stato bello tornare ad assistere a questo spettacolo, e l’adattamento e la messa in scena del trio Guadagnino, Savino, Sacchi risultano decisamente riusciti.
Voto: 3,5/5
Quando dunque ho visto nel cartellone dell’Argot Studio lo stesso testo messo in scena con la regia di Luca Guadagnino e Stella Savino non ho esitato a comprare i biglietti, curiosa di vederne un’altra versione.
In questo caso l’interprete è Fabrizia Sacchi, napoletana doc, che utilizza il proprio dialetto per interpretare la figura di Maria. Con F. ci siamo chieste se anche l’interpretazione della Paiato utilizzava il napoletano e ne abbiamo concluso che in quel caso la scelta non era strettamente un dialetto, ma una cadenza, forse – da quello che ci ricordiamo – la siciliana.
Che la protagonista del testo di Tarantino sia una donna meridionale emigrata a Torino e che qui sbarca il lunario come può è certo, ma probabilmente – cosa da verificare – il drammaturgo non impone una specifica provenienza geografica né una specifica scelta linguistica a livello di interpretazione, cosicché sta poi all’adattamento e all’interprete la scelta.
Fabrizia Sacchi e Stella Savino traducono interamente il testo di Tarantino in dialetto napoletano, ed è l’attrice a farsi carico di questo flusso di coscienza ai limiti dell’isterico, interrotto di tanto in tanto dalle “voci” degli altri personaggi (sempre interpretati dalla Sacchi) che ruotano intorno a Maria, a partire dal suo amante Giovanni, arrogante e vacuo, che è caratterizzato da una cadenza siciliana, per arrivare alle insegnanti del figlio, torinesi, fino all’agente di polizia cui Maria si rivolge per capire che fine ha fatto il figlio scomparso.
Il monologo di Maria – se apparentemente e inizialmente si presenta come il delirio di una donna ignorante e sboccata – a poco a poco si rivela come la manifestazione profondissima di un dolore devastante, l’espressione della tragedia di una madre che non sa che fine abbia fatto il proprio figlio e che ne prefigura una morte violenta.
Dentro una narrazione in cui confluiscono numerosi temi (il razzismo verso i meridionali, le disparità sociali, il degrado delle periferie, la povertà e l’assenza di opportunità) è indubbio che il cuore del racconto stia nel rapporto tra madre e figlio e nella tragedia annunciata di una perdita che è persino più devastante quando colpisce chi vive ai margini come Maria e non ha gli strumenti per affrontarla, ma non per questo soffre di meno.
I quattro atti in cui è diviso il monologo di Maria sono scanditi dallo spostamento di pochi oggetti di scena ad opera di Emma Fasano, che svolge quasi il ruolo di assistente di scena per l’attrice, e in questi momenti di pausa Fabrizia Sacchi riprende fiato da una recitazione intensissima che impegna voce e corpo al massimo grado e consuma tutte le energie, che solo il lungo applauso del pubblico probabilmente riesce a restituire.
È stato bello tornare ad assistere a questo spettacolo, e l’adattamento e la messa in scena del trio Guadagnino, Savino, Sacchi risultano decisamente riusciti.
Voto: 3,5/5
lunedì 24 marzo 2025
Diciannove
Siamo nel 2015. Leonardo (Manfredi Marini) ha 19 anni e parte da Palermo per fare l'università a Londra dove vive già sua sorella. Il periodo londinese è però molto breve, perché Leonardo vuole studiare letteratura e non business, e dunque decide di trasferirsi all'università di Siena. Qui Leonardo trascorre questo anno non facile della sua vita, tra grandi passioni letterarie, grande isolamento sociale, e altrettanto grande confusione sessuale.
Il dialogo finale - alquanto surreale - con un conoscente in una grande casa torinese piena di arte contemporanea è il momento per mettere a fuoco il percorso fatto e guardare avanti con più fiducia.
Vedo questa opera prima di Giovanni Tortorici - per sua stessa ammissione un'opera autobiografica e del resto i conti tornano - in un cinema Troisi gremito di gente, in particolare giovani che hanno più o meno l'età del protagonista del film.
Al termine della proiezione, il regista, l'attore protagonista e il produttore Luca Guadagnino sono a disposizione del pubblico per un Q&A in cui emerge che questo racconto, molto personale e che non vuole in nessun modo essere generazionale, risuona invece con i sentimenti e le emozioni di molti che hanno quella età o che se la ricordano.
Più che generazionale in effetti il film di Tortorici rappresenta molto bene un'età della vita che per molti è un momento di transizione molto delicato, quello nel quale abbiamo la libertà di decidere finalmente in quale direzione andare ma ancora non abbiamo la maturità e la consapevolezza per farlo, condizionati dalla lunga fase della vita che ci ha visti dipendere completamente dai nostri genitori.
Nel modo di essere un po' estremo di Leonardo e in alcuni comportamenti propriamente suoi è difficile non riconoscere - fatte le dovute differenze - alcune modalità che sono appartenute anche a noi a quell'età. Forse non eravamo appassionati di letteratura trecentesca e collezionisti di libri, forse non ci ubriacavamo per non dover fare i conti con la nostra identità sessuale ecc. ecc., però probabilmente eravamo massimalisti, insicuri, scontenti e al contempo appassionati come lui.
E Manfredi Marini riesce benissimo a trasmetterci tutte queste sensazioni contraddittorie, rafforzate da uno stile cinematografico molto originale, che mescola al racconto elementi onirici e utilizza anche l'elemento disegnato e animato. Anche l'uso della cinepresa è molto ardito con punti di ripresa vari e inaspettati.
Un esordio che, pur mostrando qualche elemento di naiveté (che secondo me fa molto parte della personalità del regista a quanto si può intuire dall'intervista), risulta decisamente diverso dalla cifra stilistica di certi esordi cinematografici italiani e per questo colpisce.
Dopo questo primo lavoro di scavo interiore nel proprio sé del passato, attendiamo a questo punto Tortorici alla seconda prova cinematografica e personalmente sono molto curiosa di sapere della direzione che prenderà il suo cinema.
Voto: 3,5/5 (voto sulla fiducia futura!)
Il dialogo finale - alquanto surreale - con un conoscente in una grande casa torinese piena di arte contemporanea è il momento per mettere a fuoco il percorso fatto e guardare avanti con più fiducia.
Vedo questa opera prima di Giovanni Tortorici - per sua stessa ammissione un'opera autobiografica e del resto i conti tornano - in un cinema Troisi gremito di gente, in particolare giovani che hanno più o meno l'età del protagonista del film.
Al termine della proiezione, il regista, l'attore protagonista e il produttore Luca Guadagnino sono a disposizione del pubblico per un Q&A in cui emerge che questo racconto, molto personale e che non vuole in nessun modo essere generazionale, risuona invece con i sentimenti e le emozioni di molti che hanno quella età o che se la ricordano.
Più che generazionale in effetti il film di Tortorici rappresenta molto bene un'età della vita che per molti è un momento di transizione molto delicato, quello nel quale abbiamo la libertà di decidere finalmente in quale direzione andare ma ancora non abbiamo la maturità e la consapevolezza per farlo, condizionati dalla lunga fase della vita che ci ha visti dipendere completamente dai nostri genitori.
Nel modo di essere un po' estremo di Leonardo e in alcuni comportamenti propriamente suoi è difficile non riconoscere - fatte le dovute differenze - alcune modalità che sono appartenute anche a noi a quell'età. Forse non eravamo appassionati di letteratura trecentesca e collezionisti di libri, forse non ci ubriacavamo per non dover fare i conti con la nostra identità sessuale ecc. ecc., però probabilmente eravamo massimalisti, insicuri, scontenti e al contempo appassionati come lui.
E Manfredi Marini riesce benissimo a trasmetterci tutte queste sensazioni contraddittorie, rafforzate da uno stile cinematografico molto originale, che mescola al racconto elementi onirici e utilizza anche l'elemento disegnato e animato. Anche l'uso della cinepresa è molto ardito con punti di ripresa vari e inaspettati.
Un esordio che, pur mostrando qualche elemento di naiveté (che secondo me fa molto parte della personalità del regista a quanto si può intuire dall'intervista), risulta decisamente diverso dalla cifra stilistica di certi esordi cinematografici italiani e per questo colpisce.
Dopo questo primo lavoro di scavo interiore nel proprio sé del passato, attendiamo a questo punto Tortorici alla seconda prova cinematografica e personalmente sono molto curiosa di sapere della direzione che prenderà il suo cinema.
Voto: 3,5/5 (voto sulla fiducia futura!)
venerdì 17 maggio 2024
Challengers
In un primo maggio romano piovosissimo decido di andare al cinema più vicino a casa dove danno in versione originale l'ultimo film di Luca Guadagnino, che in realtà non ero convinta di voler andare a vedere, ma che sono contenta di aver visto anche solo per continuare a seguire il percorso del regista.
Personalmente - visto che non sono una che guarda granché le serie - ero rimasta a Bones and all, film che avevo apprezzato per l'originalità e anche per la diversità con le altre cose fatte da Guadagnino.
Dopo la visione di Challengers, confermo che forse il tratto più interessante del regista - almeno dal mio punto di vista - sta proprio nel mantenere abbastanza riconoscibile la sua poetica, ma realizzando film molto diversi l'uno dall'altro. Tanta acqua è passata sotto i ponti dai tempi di Io sono l'amore, ma in realtà siamo anche molto lontani sul piano visivo dall'ultimo Bones and all (tanto era "sporco" e "ai margini" quello quanto quest'ultimo è incentrato su bellezza e ricchezza).
Protagonisti di Challengers sono Tisha (Zendaya, che io non riesco a trovare né particolarmente brava né simpatica), Art (Mike Faist) e Patrick (Josh O'Connor), ed è ambientato nel mondo del tennis, anzi a dire la verità si sviluppa nella durata di una partita di tennis, nonostante i numerosi flashback che si aprono nella narrazione e che portano avanti e indietro nel tempo lo spettatore, proprio come una pallina da tennis.
Art e Patrick sono amici da quando avevano 12 anni e frequentavano insieme l'accademia di tennis. A un torneo giovanile conoscono di persona Tisha Duncan, una promessa del tennis femminile, e ne sono ammaliati, innamorandosene entrambi. A distanza di molti anni, quando Tisha e Art sono ormai sposati da tempo, Tisha ha lasciato il tennis giocato a causa di un infortunio, e Art è diventato un professionista ad alti livelli, coccolato dagli sponsor insieme alla moglie allenatrice (il product placement nel film è ovunque), i tre si incontrano nuovamente - forse non per caso - a un torneo minore, un challenger appunto, dove i nodi non sciolti del passato torneranno a galla e si riverseranno sul campo da gioco.
Oltre alle numerose citazioni e ispirazioni al cinema del passato a cui ormai Guadagnino ci ha abituati, in Challengers il regista sceglie una confezione quasi da teen-movie e un girato molto contemporaneo, con le riprese in soggettiva non solo dei giocatori, ma anche della pallina, ovvero quelle dal basso che mostrano il giocatore come lo vedessimo da sotto la lastra di vetro su cui si muove, o ancora le numerosissime immagini sghembe, oltre all'uso esteso (e direi anche abuso) del ralenti.
Il tutto per raccontare, attraverso la tensione competitiva di una partita di tennis e i ribaltamenti di campo che la caratterizzano, la competizione e la tensione erotica e amorosa di un triangolo, i cui rapporti interni funzionano come un elastico che allontana e avvicina i vertici a seconda delle circostanze, rivelando di volta in volta sfaccettature diverse dei personaggi. In realtà, alla fine i tre personaggi restano piuttosto monodimensionali (Tisha manipolatrice e ossessiva, Art un buono ai limiti del debole, Patrick uno sbruffone anche un po' stronzo), e questo fa sì che l'evoluzione narrativa sia piuttosto prevedibile fino al telefonatissimo finale. Pur all'interno di una dimensione molto contemporanea delle relazioni, in cui non si tace l'ambiguità del rapporto di amicizia tra Art e Patrick - nel quale si sprecano i richiami omosessuali, a volte espliciti altre volte impliciti - devo anche lamentare una visione un po' stereotipata dei rapporti sentimentali e del desiderio, che gioca sull'idea che il desiderio si alimenta sempre e solo per il tramite della competizione (e dunque del conflitto e della stronzaggine), mentre è antitetico all'amore e alla devozione. Che forse è pure vero, ma non ci aiuta a comprendere questa contraddizione.
Il cinema era pieno di ragazzini e persone molto giovani (attirate forse da Zendaya? Anche se c'entra sicuramente il cinema di quartiere in cui ho visto il film), ma la cosa - rispetto all'idea che io, forse ormai erroneamente, ho del cinema di Guadagnino - mi ha fatto specie e mi ha suscitato vari interrogativi.
Vedremo dove andrà a parare Guadagnino nel prossimo futuro.
Voto: 3/5
Personalmente - visto che non sono una che guarda granché le serie - ero rimasta a Bones and all, film che avevo apprezzato per l'originalità e anche per la diversità con le altre cose fatte da Guadagnino.
Dopo la visione di Challengers, confermo che forse il tratto più interessante del regista - almeno dal mio punto di vista - sta proprio nel mantenere abbastanza riconoscibile la sua poetica, ma realizzando film molto diversi l'uno dall'altro. Tanta acqua è passata sotto i ponti dai tempi di Io sono l'amore, ma in realtà siamo anche molto lontani sul piano visivo dall'ultimo Bones and all (tanto era "sporco" e "ai margini" quello quanto quest'ultimo è incentrato su bellezza e ricchezza).
Protagonisti di Challengers sono Tisha (Zendaya, che io non riesco a trovare né particolarmente brava né simpatica), Art (Mike Faist) e Patrick (Josh O'Connor), ed è ambientato nel mondo del tennis, anzi a dire la verità si sviluppa nella durata di una partita di tennis, nonostante i numerosi flashback che si aprono nella narrazione e che portano avanti e indietro nel tempo lo spettatore, proprio come una pallina da tennis.
Art e Patrick sono amici da quando avevano 12 anni e frequentavano insieme l'accademia di tennis. A un torneo giovanile conoscono di persona Tisha Duncan, una promessa del tennis femminile, e ne sono ammaliati, innamorandosene entrambi. A distanza di molti anni, quando Tisha e Art sono ormai sposati da tempo, Tisha ha lasciato il tennis giocato a causa di un infortunio, e Art è diventato un professionista ad alti livelli, coccolato dagli sponsor insieme alla moglie allenatrice (il product placement nel film è ovunque), i tre si incontrano nuovamente - forse non per caso - a un torneo minore, un challenger appunto, dove i nodi non sciolti del passato torneranno a galla e si riverseranno sul campo da gioco.
Oltre alle numerose citazioni e ispirazioni al cinema del passato a cui ormai Guadagnino ci ha abituati, in Challengers il regista sceglie una confezione quasi da teen-movie e un girato molto contemporaneo, con le riprese in soggettiva non solo dei giocatori, ma anche della pallina, ovvero quelle dal basso che mostrano il giocatore come lo vedessimo da sotto la lastra di vetro su cui si muove, o ancora le numerosissime immagini sghembe, oltre all'uso esteso (e direi anche abuso) del ralenti.
Il tutto per raccontare, attraverso la tensione competitiva di una partita di tennis e i ribaltamenti di campo che la caratterizzano, la competizione e la tensione erotica e amorosa di un triangolo, i cui rapporti interni funzionano come un elastico che allontana e avvicina i vertici a seconda delle circostanze, rivelando di volta in volta sfaccettature diverse dei personaggi. In realtà, alla fine i tre personaggi restano piuttosto monodimensionali (Tisha manipolatrice e ossessiva, Art un buono ai limiti del debole, Patrick uno sbruffone anche un po' stronzo), e questo fa sì che l'evoluzione narrativa sia piuttosto prevedibile fino al telefonatissimo finale. Pur all'interno di una dimensione molto contemporanea delle relazioni, in cui non si tace l'ambiguità del rapporto di amicizia tra Art e Patrick - nel quale si sprecano i richiami omosessuali, a volte espliciti altre volte impliciti - devo anche lamentare una visione un po' stereotipata dei rapporti sentimentali e del desiderio, che gioca sull'idea che il desiderio si alimenta sempre e solo per il tramite della competizione (e dunque del conflitto e della stronzaggine), mentre è antitetico all'amore e alla devozione. Che forse è pure vero, ma non ci aiuta a comprendere questa contraddizione.
Il cinema era pieno di ragazzini e persone molto giovani (attirate forse da Zendaya? Anche se c'entra sicuramente il cinema di quartiere in cui ho visto il film), ma la cosa - rispetto all'idea che io, forse ormai erroneamente, ho del cinema di Guadagnino - mi ha fatto specie e mi ha suscitato vari interrogativi.
Vedremo dove andrà a parare Guadagnino nel prossimo futuro.
Voto: 3/5
lunedì 12 dicembre 2022
Bones and all
Luca Guadagnino può piacere o non piacere, ma ha un indubitabile merito, quello di essere capace di fare film molto diversi tra di loro attingendo a narrazioni e storie di diversa origine, nonché di osare sempre un po' di più, pur rimanendo fedele a sé stesso.
In Bones and all il regista italiano si ispira all'omonimo romanzo di Camille DeAngelis, rispetto al quale numerosi però sono gli interventi dello sceneggiatore David Kajganich.
In entrambi i casi al centro del racconto c'è la giovane Maren Yearly (nel film interpretata da Taylor Russell) e i suoi istinti cannibali incontrollabili. È a causa di episodi di cannibalismo che il padre di Maren deve continuamente spostarsi insieme alla figlia per non essere rintracciabile dalla polizia, fino a quando - all'ennesimo spostamento - il padre decide di abbandonare la figlia al suo destino, lasciandole sul tavolo solo una busta con dei soldi e il suo certificato di nascita.
Da qui inizia quello che è un vero e proprio racconto di formazione, dalla natura un po' horror, un po' splatter, un po' teen e un po' romantica. Maren incontra prima Sully (Mark Rylance), un altro cannibale che la introduce al "mondo dei cannibali", e poi Lee (Timothée Chalamet), anche lui un giovane cannibale che è però più consapevole del suo stato e ci ha fatto i conti, pur portandosi dietro grandi dolori e nodi irrisolti.
Maren e Lee si innamorano e condividono un viaggio on the road che porta entrambi a confrontarsi con il proprio passato e le proprie origini e Maren a intraprendere un percorso di crescita e di consapevolezza, fino alla difficile decisione finale, che sembra quasi segnare più o meno simbolicamente il passaggio all'età adulta. In questo percorso Maren dovrà fare i conti con la propria diversità e in qualche modo accettarla, con i dilemmi etici che si porta dietro, con la linea sottile che divide il bene dal male, con la difficoltà a essere compresi e il rischio di rimanere soli.
Il film di Guadagnino è ben diretto e ben recitato, e nel suo essere in qualche modo estremo e sopra le righe riesce a essere anche profondamente empatico e a suggerire molte riflessioni affatto scontate.
Voto: 3,5/5
In Bones and all il regista italiano si ispira all'omonimo romanzo di Camille DeAngelis, rispetto al quale numerosi però sono gli interventi dello sceneggiatore David Kajganich.
In entrambi i casi al centro del racconto c'è la giovane Maren Yearly (nel film interpretata da Taylor Russell) e i suoi istinti cannibali incontrollabili. È a causa di episodi di cannibalismo che il padre di Maren deve continuamente spostarsi insieme alla figlia per non essere rintracciabile dalla polizia, fino a quando - all'ennesimo spostamento - il padre decide di abbandonare la figlia al suo destino, lasciandole sul tavolo solo una busta con dei soldi e il suo certificato di nascita.
Da qui inizia quello che è un vero e proprio racconto di formazione, dalla natura un po' horror, un po' splatter, un po' teen e un po' romantica. Maren incontra prima Sully (Mark Rylance), un altro cannibale che la introduce al "mondo dei cannibali", e poi Lee (Timothée Chalamet), anche lui un giovane cannibale che è però più consapevole del suo stato e ci ha fatto i conti, pur portandosi dietro grandi dolori e nodi irrisolti.
Maren e Lee si innamorano e condividono un viaggio on the road che porta entrambi a confrontarsi con il proprio passato e le proprie origini e Maren a intraprendere un percorso di crescita e di consapevolezza, fino alla difficile decisione finale, che sembra quasi segnare più o meno simbolicamente il passaggio all'età adulta. In questo percorso Maren dovrà fare i conti con la propria diversità e in qualche modo accettarla, con i dilemmi etici che si porta dietro, con la linea sottile che divide il bene dal male, con la difficoltà a essere compresi e il rischio di rimanere soli.
Il film di Guadagnino è ben diretto e ben recitato, e nel suo essere in qualche modo estremo e sopra le righe riesce a essere anche profondamente empatico e a suggerire molte riflessioni affatto scontate.
Voto: 3,5/5
lunedì 5 marzo 2018
Chiamami col tuo nome / André Aciman
Chiamami col tuo nome / André Aciman; trad. di Valeria Bastia. Milano: Guanda, 2008.
La visione del film di Luca Guadagnino è stata per me l'occasione e lo stimolo per recuperare anche il romanzo da cui James Ivory ha tratto la sceneggiatura (ieri vincitrice del Premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale) e che, al tempo della pubblicazione, nel 2008, era passato inosservato ai miei occhi e a quelli - credo - di molti altri.
Come sempre quando un film è tratto da un libro, sono incuriosita dall'operazione di trasposizione che è stata compiuta e mi trovo a interrogarmi se ci sia consonanza non tanto nei dettagli della storia quanto nell'impianto emotivo che essa trasmette.
Ebbene, nel caso di Chiamami col tuo nome, trovo che film e libro siano perfettamente allineati.
La storia di Elio e Oliver è ambientata in un luogo diverso (qui siamo in una località sul mare, nel film nella campagna cremasca), la gita che faranno insieme prima della partenza di Oliver nel libro si svolge a Roma (mentre nel film era a Bergamo), il libro non finisce nell'inverno successivo all'estate in cui i due si incontrano, bensì racconta di due brevi incontri a distanza di anni. Il mondo femminile - già piuttosto ai margini nel film - rimane totalmente sullo sfondo nel caso del libro e alcuni episodi significativi del film (la madre di Elio che va a prenderlo in stazione dopo la partenza di Oliver e assiste silenziosa al suo pianto; Marzia che dopo essere stata sostanzialmente scaricata da Elio gli offre la sua amicizia) sono totalmente assenti nel libro, che si configura come una sinfonia di sentimenti tutta declinata al maschile.
Nonostante queste differenze, lo spirito dei personaggi e gli episodi cruciali che ne determinano la cifra emotiva transitano in modo praticamente trasparente dal libro al film: il tormento di Elio che si sente profondamente e inquietantemente attratto da Oliver ma non sa pienamente interpretarne i comportamenti e ha paura di non essere ricambiato o di essere addirittura respinto; l'ambiguità di Oliver che coglie il desiderio di Elio ma si fa sfuggente e persino freddo per evitare la necessità di affrontare le conseguenze di un avvicinamento; il padre di Elio che osserva con sguardo benevolo il figlio in quell'età della vita da cui - come ha detto giustamente qualcuno - nessuno vuole davvero staccarsi, pur senza volerci tornare mai.
Il discorso che il padre rivolge a Elio verso la fine del libro e del film resta toccante sia letto che visto: «La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva. Invece di vita ce n'è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore. [...] Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent'anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa....che spreco!»
La scrittura di Aciman (autore che - confesso - non conoscevo) rispecchia perfettamente il mondo interiore di questo ragazzo di 17 anni (che è la voce narrante del romanzo), un mondo fatto di poesia e di musica ma anche di biciclettate e partite a tennis, un mondo romantico ma anche triviale, tenero e fragile ma anche brutale sul piano linguistico e fisico. Il linguaggio di Elio trasmette perfettamente la sensazione e la memoria di un'età della vita in cui si hanno ormai a disposizione tutti gli strumenti verbali e fisici propri dell'età adulta ma non si ha ancora perfettamente l'idea di come governarli e si procede un po' goffamente e un po' a tentoni con se stessi e con gli altri, fermandosi più volte a interrogarsi se quello che abbiamo fatto sia normale e come verrà interpretato dall'esterno.
Una bellissima storia di formazione sentimentale tutta virata al maschile, ma capace di entrare sotto la pelle di chiunque.
Voto: 4/5
La visione del film di Luca Guadagnino è stata per me l'occasione e lo stimolo per recuperare anche il romanzo da cui James Ivory ha tratto la sceneggiatura (ieri vincitrice del Premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale) e che, al tempo della pubblicazione, nel 2008, era passato inosservato ai miei occhi e a quelli - credo - di molti altri.
Come sempre quando un film è tratto da un libro, sono incuriosita dall'operazione di trasposizione che è stata compiuta e mi trovo a interrogarmi se ci sia consonanza non tanto nei dettagli della storia quanto nell'impianto emotivo che essa trasmette.
Ebbene, nel caso di Chiamami col tuo nome, trovo che film e libro siano perfettamente allineati.
La storia di Elio e Oliver è ambientata in un luogo diverso (qui siamo in una località sul mare, nel film nella campagna cremasca), la gita che faranno insieme prima della partenza di Oliver nel libro si svolge a Roma (mentre nel film era a Bergamo), il libro non finisce nell'inverno successivo all'estate in cui i due si incontrano, bensì racconta di due brevi incontri a distanza di anni. Il mondo femminile - già piuttosto ai margini nel film - rimane totalmente sullo sfondo nel caso del libro e alcuni episodi significativi del film (la madre di Elio che va a prenderlo in stazione dopo la partenza di Oliver e assiste silenziosa al suo pianto; Marzia che dopo essere stata sostanzialmente scaricata da Elio gli offre la sua amicizia) sono totalmente assenti nel libro, che si configura come una sinfonia di sentimenti tutta declinata al maschile.
Nonostante queste differenze, lo spirito dei personaggi e gli episodi cruciali che ne determinano la cifra emotiva transitano in modo praticamente trasparente dal libro al film: il tormento di Elio che si sente profondamente e inquietantemente attratto da Oliver ma non sa pienamente interpretarne i comportamenti e ha paura di non essere ricambiato o di essere addirittura respinto; l'ambiguità di Oliver che coglie il desiderio di Elio ma si fa sfuggente e persino freddo per evitare la necessità di affrontare le conseguenze di un avvicinamento; il padre di Elio che osserva con sguardo benevolo il figlio in quell'età della vita da cui - come ha detto giustamente qualcuno - nessuno vuole davvero staccarsi, pur senza volerci tornare mai.
Il discorso che il padre rivolge a Elio verso la fine del libro e del film resta toccante sia letto che visto: «La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva. Invece di vita ce n'è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore. [...] Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent'anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa....che spreco!»
La scrittura di Aciman (autore che - confesso - non conoscevo) rispecchia perfettamente il mondo interiore di questo ragazzo di 17 anni (che è la voce narrante del romanzo), un mondo fatto di poesia e di musica ma anche di biciclettate e partite a tennis, un mondo romantico ma anche triviale, tenero e fragile ma anche brutale sul piano linguistico e fisico. Il linguaggio di Elio trasmette perfettamente la sensazione e la memoria di un'età della vita in cui si hanno ormai a disposizione tutti gli strumenti verbali e fisici propri dell'età adulta ma non si ha ancora perfettamente l'idea di come governarli e si procede un po' goffamente e un po' a tentoni con se stessi e con gli altri, fermandosi più volte a interrogarsi se quello che abbiamo fatto sia normale e come verrà interpretato dall'esterno.
Una bellissima storia di formazione sentimentale tutta virata al maschile, ma capace di entrare sotto la pelle di chiunque.
Voto: 4/5
lunedì 29 gennaio 2018
Chiamami col tuo nome
Siamo nel 1983. Elio (Timothée Chalamet) è un diciassettenne decisamente non ordinario: trascorre le sue giornate trascrivendo musica classica, suonando
il pianoforte, leggendo e interagendo con i propri coetanei in
quell'età della vita in cui sbocciano i primi amori importanti. Viene da una famiglia colta e cosmopolita, molto benestante e dalle idee decisamente liberali.
La famiglia sta trascorrendo – come sempre – le vacanze estive nella casa della campagna cremasca che la madre ha ereditato e, come ogni estate, il padre - professore universitario - ha invitato un proprio studente americano a trascorrere le vacanze con loro per trovare stimoli e ispirazione a scrivere la propria tesi.
Lo studente invitato quest'anno, Oliver (Armie Hammer), - cui Elio dovrà cedere la propria stanza da letto per posizionarsi nella stanza accanto – con i suoi modi aperti e confidenziali conquista subito tutti e crea un turbamento praticamente immediato in Elio, che ne è contemporaneamente attratto e respinto, fors'anche perché consapevole delle conseguenze di quest'attrazione.
Mentre la loro estate va avanti tra passeggiate in bicicletta, serate danzanti con gli amici sulle note dei successi degli anni Ottanta, dotte disquisizioni e citazioni ancora più dotte (e che non a caso in buona parte mi sono sfuggite), cene e pranzi in famiglia, gite fuori porta, bagni al lago e nelle fontane, ritrovamenti di statue classiche, tra Elio e Oliver si innesca una schermaglia che fin da subito prende la forma di una schermaglia amorosa, da cui entrambi a tratti si ritraggono per paura e insicurezza.
In una campagna padana assolata e luminosa che esprime una bellezza antica e quasi rarefatta, in un'epoca storica che il nostro occhio riconosce come un passato già lontano eppure ricco di echi molto familiari per la generazione di chi, come me, è nato negli anni Settanta, il perno attorno a cui ruota tutta la storia è Elio, interpretato da un Timothée Chalamet straordinario e ipnotizzante, insopportabilmente colto eppure incredibilmente empatico nel rappresentare le emozioni indefinite, confuse e a tratti spaventose di un diciassettenne, il senso di colpa e al contempo la forza di un'attrazione potente e pura come forse mai riesce a essere più avanti nella vita. Un'attrazione rispetto alla quale qualunque manovra diversiva – vedi la breve storia di Elio con la coetanea Marzia – è destinata a non avere successo e semmai a rafforzare il desiderio.
Però – al contrario di quello che si potrebbe pensare – questa storia, che pure ha al centro un amore omosessuale, non è un film a tesi e dei film a tesi non ha i principali stilemi. Non c'è tragedia all'esito della capitolazione dei due giovani alla reciproca attrazione, quella che li fa rispecchiare l'uno nell'altro come testimoniano nel chiamarsi col nome dell'altro, né c'è il trionfo dell'amore che esclude qualunque altra strada di vita. Esiste solo un amore intenso che per una estate spazza via tutto il resto e dà una gioia incontenibile e poi una tristezza altrettanto profonda nell'inevitabile allontanamento che la vita porta con sé.
È profondamente sincero il modo in cui Guadagnino rappresenta il rapporto di Elio con la propria sessualità nonché il modo intensamente fisico in cui si esplica l'interazione amorosa tra due uomini.
E però – a differenza di altri film sul medesimo tema – il mondo intorno non è ostile, nella misura in cui ognuno si confronta con la vita com'è, quella vita che può solo essere assecondata.
L'amicizia che Marzia offre a Elio è commovente, la presenza discreta – ma perfettamente consapevole - della madre è carezzevole, il discorso del padre a Elio alla partenza di Oliver è di quelli che colpiscono dritti al centro del cuore e che – come mi ha fatto notare la mia amica R. - è riuscito nell'intento di far ammutolire l'intera sala di un cinema di provincia, perché nessuno può a ragione sentirsene estraneo.
Non ho letto il romanzo omonimo di Aciman (conto di rimediare!), ma la sceneggiatura di James Ivory è contenuta e accogliente al punto giusto; i due inediti del grande Sufjan Stevens interpretano perfettamente lo spirito del film (e complimenti a chi ha scelto di coinvolgere proprio questo cantautore); Timothée Chalamet si esprime con le parole e soprattutto con il corpo in maniera così naturalistica da lasciare a bocca aperta.
Peccato solo non averlo visto in lingua originale. E lo so che questa apparirà una notazione da snob, ma in un film in cui si parlano lingue diverse – e non a caso, visto che la famiglia di Elio vive tra gli Stati Uniti e l'Italia, e padre e madre citano e traducono dal francese e dal tedesco – nonché il dialetto locale, è un po' un peccato vedere tutto appiattito all'italiano.
Voto: 4,5/5
La famiglia sta trascorrendo – come sempre – le vacanze estive nella casa della campagna cremasca che la madre ha ereditato e, come ogni estate, il padre - professore universitario - ha invitato un proprio studente americano a trascorrere le vacanze con loro per trovare stimoli e ispirazione a scrivere la propria tesi.
Lo studente invitato quest'anno, Oliver (Armie Hammer), - cui Elio dovrà cedere la propria stanza da letto per posizionarsi nella stanza accanto – con i suoi modi aperti e confidenziali conquista subito tutti e crea un turbamento praticamente immediato in Elio, che ne è contemporaneamente attratto e respinto, fors'anche perché consapevole delle conseguenze di quest'attrazione.
Mentre la loro estate va avanti tra passeggiate in bicicletta, serate danzanti con gli amici sulle note dei successi degli anni Ottanta, dotte disquisizioni e citazioni ancora più dotte (e che non a caso in buona parte mi sono sfuggite), cene e pranzi in famiglia, gite fuori porta, bagni al lago e nelle fontane, ritrovamenti di statue classiche, tra Elio e Oliver si innesca una schermaglia che fin da subito prende la forma di una schermaglia amorosa, da cui entrambi a tratti si ritraggono per paura e insicurezza.
In una campagna padana assolata e luminosa che esprime una bellezza antica e quasi rarefatta, in un'epoca storica che il nostro occhio riconosce come un passato già lontano eppure ricco di echi molto familiari per la generazione di chi, come me, è nato negli anni Settanta, il perno attorno a cui ruota tutta la storia è Elio, interpretato da un Timothée Chalamet straordinario e ipnotizzante, insopportabilmente colto eppure incredibilmente empatico nel rappresentare le emozioni indefinite, confuse e a tratti spaventose di un diciassettenne, il senso di colpa e al contempo la forza di un'attrazione potente e pura come forse mai riesce a essere più avanti nella vita. Un'attrazione rispetto alla quale qualunque manovra diversiva – vedi la breve storia di Elio con la coetanea Marzia – è destinata a non avere successo e semmai a rafforzare il desiderio.
Però – al contrario di quello che si potrebbe pensare – questa storia, che pure ha al centro un amore omosessuale, non è un film a tesi e dei film a tesi non ha i principali stilemi. Non c'è tragedia all'esito della capitolazione dei due giovani alla reciproca attrazione, quella che li fa rispecchiare l'uno nell'altro come testimoniano nel chiamarsi col nome dell'altro, né c'è il trionfo dell'amore che esclude qualunque altra strada di vita. Esiste solo un amore intenso che per una estate spazza via tutto il resto e dà una gioia incontenibile e poi una tristezza altrettanto profonda nell'inevitabile allontanamento che la vita porta con sé.
È profondamente sincero il modo in cui Guadagnino rappresenta il rapporto di Elio con la propria sessualità nonché il modo intensamente fisico in cui si esplica l'interazione amorosa tra due uomini.
E però – a differenza di altri film sul medesimo tema – il mondo intorno non è ostile, nella misura in cui ognuno si confronta con la vita com'è, quella vita che può solo essere assecondata.
L'amicizia che Marzia offre a Elio è commovente, la presenza discreta – ma perfettamente consapevole - della madre è carezzevole, il discorso del padre a Elio alla partenza di Oliver è di quelli che colpiscono dritti al centro del cuore e che – come mi ha fatto notare la mia amica R. - è riuscito nell'intento di far ammutolire l'intera sala di un cinema di provincia, perché nessuno può a ragione sentirsene estraneo.
Non ho letto il romanzo omonimo di Aciman (conto di rimediare!), ma la sceneggiatura di James Ivory è contenuta e accogliente al punto giusto; i due inediti del grande Sufjan Stevens interpretano perfettamente lo spirito del film (e complimenti a chi ha scelto di coinvolgere proprio questo cantautore); Timothée Chalamet si esprime con le parole e soprattutto con il corpo in maniera così naturalistica da lasciare a bocca aperta.
Peccato solo non averlo visto in lingua originale. E lo so che questa apparirà una notazione da snob, ma in un film in cui si parlano lingue diverse – e non a caso, visto che la famiglia di Elio vive tra gli Stati Uniti e l'Italia, e padre e madre citano e traducono dal francese e dal tedesco – nonché il dialetto locale, è un po' un peccato vedere tutto appiattito all'italiano.
Voto: 4,5/5
martedì 30 marzo 2010
Io sono l'amore
Devo ammetterlo. Sono andata a vedere il film non esattamente nelle condizioni fisiche migliori. Ero stanca. Stanca morta. E certo questo non deve aver aiutato la sintonia con un film non certo facile.Devo aver letto che questo è il classico film che non può lasciare indifferenti. O lo si ama o lo si odia. Ebbene, sinceramente non l'ho amato, ma in realtà non l'ho neanche odiato.
Del film di Luca Guadagnino ho apprezzato moltissime cose. Certamente lo stile cinematografico un po' retrò, le citazioni di certa cinematografia anni Sessanta, le atmosfere quasi hitchcockiane, l'uso dei colori, del fuori fuoco, di certi contrasti volutamente un po' schematici. Bellissima la Milano gelida e sospesa nel tempo, in profondissimo rapporto polare con la collina ligure, a sua volta quasi un ritrovato giardino dell'Eden. Straordinaria la ricostruzione estetica ed emotiva di questa famiglia milanese dell'alta borghesia imprenditoriale (i Recchi), con i suoi riti, i suoi pranzi, il rapporto con il personale di servizio, gli arredi e, soprattutto, questa contrazione affettiva e relazionale che nega ed esclude. Notevole Tilda Swinton nei panni di Emma, la madre di famiglia, capace di esprimere una complessità di sentimenti, di pensieri, di emozioni, di decisioni, solo attraverso la sua fisicità e l'espressività del volto, visto che, rappresentando una donna di origine russa, parla un italiano essenziale e comunica con il figlio Edoardo (Flavio Parenti), in fondo il più simile a lei, in russo (non sottotitolato).
Dall'altro lato, ho trovato forse davvero eccessiva - a tratti quasi esasperante - la lentezza del film. E probabilmente non sono riuscita veramente a vibrare in sintonia emotiva con Emma, né con alcuno degli altri protagonisti, veramente troppo lontani da me, dal mio mondo, dalla mia sensibilità personale.
Personalmente, mi hanno sempre fatto un po' paura gli ambienti come quello disegnato da Guadagnino e dai suoi bravi sceneggiatori (onore al merito di Ivan Cotroneo, che riesce ad essere a suo agio con la commedia scoppiettante Mine vaganti e con il dramma di Io sono l'amore), e ancora di più le persone che - volenti o nolenti - sono cresciute in questi ambienti, perché sono degli scrigni incomprensibili e imprevedibili, la cui personalità castrata e la cui emotività mortificata possono manifestarsi nei momenti e nelle maniere più inedite.
Il film è disseminato di elementi di ambiguità visiva ed emotiva: gli abbracci tra Edoardo e Antonio (Edoardo Gabbriellini) appaiono quasi esasperati, l'aria spaurita di Betta (Alba Rohrwacher) alla ricerca di un sé più vero appare a volte spiazzante, l'insensibilità di Tancredi (il marito di Emma, interpretato da Pippo Delbono) è disturbante, l'egoismo liberatorio di Emma che insegue un sogno di primitività rappresentato da Antonio è decisamente naif.
Non so. Forse il mio è sostanzialmente un rifiuto, frutto di un'incomprensione, o forse meglio, la conseguenza di una speranza inconscia che tutto questo non esista effettivamente nella realtà.
O forse ha ragione Guadagnino: l'anima emotiva è un regalo perverso che la natura ci fa e il contesto socio-culturale ci affina o ci soffoca. Ed è difficile stabilire cosa è meglio.
Un'ultima annotazione: la scelta del titolo del film, Io sono l'amore, è a sua volta una citazione, dal film Philadelphia, che Emma sta guardando in televisione mentre è a letto; in particolare, la scena in cui Tom Hanks canta la famosa aria La mamma morta di Andrea Chénier, apice del pathos che caratterizza la parabola tragica del protagonista del film (qui la scena del film). In questa scena, appunto, Tom Hanks canta insieme a Maddalena/Maria Callas "Io sono l'amore". Ed è così ancora più significativo che l'arrivo di Tancredi a letto coincida con uno zapping che da La mamma morta porta indifferentemente e senza soluzione di continuità al Maurizio Costanzo Show e ad altri appiattiti varietà televisivi.
Voto: 3/5
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