L’ultimo film del settantenne Robert Zemeckis è tratto dall’omonimo graphic novel di Richard McGuire, che non conoscevo e che a questo punto mi farebbe piacere recuperare e leggere.
L’idea – mutuata appunto dal fumetto – è di concentrarsi su una quasi totale unità di luogo, ma non di tempo, ossia osservare un luogo attraverso il trascorrere dei secoli.
Nei primi minuti del film attraverso una specie di timelapse si attraversano i millenni che hanno visto questo pezzetto di terra trasformarsi profondamente, da un primo momento di completa inospitalità per qualunque forma di vita alla nascita della vita, ai grandi stravolgimenti successivi, le grandi glaciazioni, i dinosauri, la pioggia di meteoriti, l’azzeramento della vita, e poi la rinascita, fino all’arrivo dell’essere umano e alla colonizzazione del territorio.
In particolare, l’attenzione è concentrata su una casa che viene costruita su questo pezzetto di terra, e ancora più nello specifico su una stanza, un salotto con una grande vetrata da cui si vede la strada e una casa coloniale di fronte, dove ha vissuto il figlio illegittimo di Benjamin Franklyn.
Con una telecamera fissa, intorno e verso la quale i personaggi si muovono assistiamo dunque alle vicende di tutte quelle persone che hanno vissuto in questa casa (e anche chi ha vissuto in questi spazi prima che la casa venisse costruita), con tutte le vicende personali e anche di contesto che ne hanno condizionato l’esistenza.
L’attenzione si focalizza in particolare su una famiglia che ha abitato la casa dal dopoguerra fino agli anni duemila, prima la coppia formata da un reduce di guerra (Paul Bettany) e sua moglie (Kelly Reilly), poi loro insieme ai figli, quindi il figlio più grande, Richard (Tom Hanks, ringiovanito digitalmente), insieme a sua moglie Margareth (Robin Wright, anche lei ringiovanita digitalmente) e la loro figlia, poi solo quest’ultimo nucleo familiare fino alla loro separazione. Ci sarà posto ancora per una famiglia in questa casa (siamo negli anni recentissimi della pandemia), e infine quando la casa si svuota saranno Richard e Margareth ormai vecchi a tornare qui un’ultima volta per ricordare il passato.
L’idea è molto bella e, come sa chi legge questo blog, io sono particolarmente sensibile alla tematica del trascorrere del tempo e a tutte le storie che su questo si focalizzano, mostrando quanto le nostre vite – così importanti e dense di eventi e di emozioni e di significati per noi - siano transeunti nella storia dell’umanità e in generale di fronte al procedere inesorabile del tempo.
Però non posso esprimere un parere davvero positivo su questo film, che non riesce a evitare di trasmettere quel senso di artificiale e finto nel mettere insieme epoche così lontane tra di loro, sensazione accentuata da questa scelta di ringiovanire digitalmente gli attori che – per quanti passi avanti l’AI abbia fatto – ancora è un’operazione che noi esseri umani mal digeriamo. Inoltre, questa idea dell’unità di luogo e del punto di vista fisso se nel tempo di lettura di un graphic novel può essere interessante e stimolante, nelle due ore di film diventa a un certo punto stucchevole e un po’ noiosa.
Inoltre, proprio perché il vero soggetto del film è un luogo e il tempo che passa in esso, inevitabilmente le storie delle persone – anche quella dei protagonisti “principali” – risultano un po’ superficiali e poco approfondite, cosa che si riesce a gestire bene con il linguaggio del fumetto e la sua naturale tendenza alla sintesi, mentre diventa secondo me un difetto nel caso di un film, da cui invece ci aspettiamo una maggiore distensione narrativa.
Insomma, esco dal cinema senza grandi entusiasmi, pur riconoscendo a Zemeckis il coraggio di sperimentare sempre e di attingere anche a linguaggi e strumenti nuovi.
Voto: 3/5
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venerdì 24 gennaio 2025
venerdì 15 luglio 2022
Elvis
Quando Baz Luhrmann esce con un nuovo film io sono lì in sala. Nonostante i suoi eccessi e i suoi passi falsi, trovo che Luhrmann sia uno dei più originali tra i registi in circolazione, di quelli capaci di pensare in grande, ma non per grandeur fine a sé stessa.
Così vado a vedere, in lingua originale, Elvis, il biopic che Luhrmann ha dedicato al re del rock e su cui sta lavorando da ormai diversi anni. Il mio rapporto con Elvis Presley si limita alla conoscenza della parte più nota del suo repertorio, alla visione di qualcuno dei film da lui interpretato e alle memorie di bambina di lui imbolsito negli ultimi anni prima della morte.
Per me dunque la ricostruzione di Luhrmann - pare piuttosto fedele alla verità storica - è fondamentale per costruirmi un'idea più tridimensionale di questa figura che è stata così importante per la storia della musica e del costume.
Il regista sceglie di far raccontare il film al colonnello Tom Parker (un grandissimo e "insopportabile" Tom Hanks, pesantemente truccato), il manager che ha seguito Elvis (magistralmente interpretato da Austin Butler) per tutta la vita e che ne ha condizionato nel bene e nel male la carriera. Parker in realtà era un apolide, non era colonnello e nemmeno portava questo nome: pur essendo sostanzialmente un impostore e una sanguisuga, sicuramente aveva fiuto per gli affari e conoscenza di ciò che piace al pubblico. Nell'incontro con il ragazzo di Memphis ne comprese immediatamente le potenzialità e il talento ed ebbe un ruolo fondamentale nel portarlo al successo, ma anche - nel tempo - nel tarparne le ali e renderlo quasi prigioniero di quella gabbia dorata che era l'hotel The International a Las Vegas.
Nel raccontare questa storia dal suo punto di vista, Tom Parker chiama in causa la corresponsabilità di tutti coloro che erano intorno a Elvis: la madre morbosamente legata a questo figlio, il debole padre, i suoi amici e collaboratori che in buona parte vivevano alle sue spalle, la moglie. Ma soprattutto Parker addita il pubblico che con il suo amore sfrenato e viscerale verso Elvis ne ha a sua volta condizionato l'esistenza.
Ovviamente la scelta del punto di vista di Parker è un espediente che serve a Luhrmann per trascinare lo spettatore in questo racconto e farlo salire in quella rutilante giostra da luna park che è il suo film e che è la vita di Elvis nel momento in cui incontra Parker. Qui Luhrmann non ha bisogno di trasformare in musical un racconto, perché la musica è parte integrante della narrazione, ma non rinuncia alle sue invenzioni visive a partire dai titoli di testa con quel caleidoscopio fatto di oro e brillanti, per poi proporci fumetti e foto di giornali che si animano, schermi bipartiti e tripartiti, materiale d'archivio mescolato al girato e soprattutto un montaggio che fa sembrare di stare su un ottovolante per quanto è veloce e adrenalinico. Tutto ciò è però al servizio della storia e di quella fase della vita di Elvis che vede decollare la sua carriera e che ne impone al pubblico e al mondo lo stile, il look e il modo di stare e di muoversi sul palco, tutte cose che si fanno in qualche modo risalire alle sue origini e al fatto di aver vissuto infanzia e adolescenza in un quartiere di neri, da cui ha assorbito musicalità e modo di vivere la musica. Non a caso il film di Luhrmann dà anche una lettura sociale e politica della vicenda di Elvis, inserendola nel difficile contesto segregazionista dell'America di quegli anni e nella anche sanguinosa strada verso il suo superamento (mai interamente compiuto).
Nella seconda parte del film, diciamo quella in cui comincia il declino o comunque quella in cui il rapporto con Parker si fa più complesso (anche in seguito al matrimonio con Priscilla e alla nascita della figlia), il ritmo volutamente si rallenta e la giostra si smonta a poco a poco, per riaccendersi solo a tratti.
Oltre alla confezione formale - che merita tutto il nostro plauso - ho apprezzato anche la scelta di Luhrmann di evitare santificazioni del protagonista: si capisce l'ammirazione, ma se ne mettono in evidenza anche i limiti e le debolezze. A me è servito a comprendere meglio questo personaggio al di là della sua iconicità, su cui comunque Luhrmann non lesina di certo. E le due ore e quaranta passano in un lampo.
Voto: 3,5/5
Così vado a vedere, in lingua originale, Elvis, il biopic che Luhrmann ha dedicato al re del rock e su cui sta lavorando da ormai diversi anni. Il mio rapporto con Elvis Presley si limita alla conoscenza della parte più nota del suo repertorio, alla visione di qualcuno dei film da lui interpretato e alle memorie di bambina di lui imbolsito negli ultimi anni prima della morte.
Per me dunque la ricostruzione di Luhrmann - pare piuttosto fedele alla verità storica - è fondamentale per costruirmi un'idea più tridimensionale di questa figura che è stata così importante per la storia della musica e del costume.
Il regista sceglie di far raccontare il film al colonnello Tom Parker (un grandissimo e "insopportabile" Tom Hanks, pesantemente truccato), il manager che ha seguito Elvis (magistralmente interpretato da Austin Butler) per tutta la vita e che ne ha condizionato nel bene e nel male la carriera. Parker in realtà era un apolide, non era colonnello e nemmeno portava questo nome: pur essendo sostanzialmente un impostore e una sanguisuga, sicuramente aveva fiuto per gli affari e conoscenza di ciò che piace al pubblico. Nell'incontro con il ragazzo di Memphis ne comprese immediatamente le potenzialità e il talento ed ebbe un ruolo fondamentale nel portarlo al successo, ma anche - nel tempo - nel tarparne le ali e renderlo quasi prigioniero di quella gabbia dorata che era l'hotel The International a Las Vegas.
Nel raccontare questa storia dal suo punto di vista, Tom Parker chiama in causa la corresponsabilità di tutti coloro che erano intorno a Elvis: la madre morbosamente legata a questo figlio, il debole padre, i suoi amici e collaboratori che in buona parte vivevano alle sue spalle, la moglie. Ma soprattutto Parker addita il pubblico che con il suo amore sfrenato e viscerale verso Elvis ne ha a sua volta condizionato l'esistenza.
Ovviamente la scelta del punto di vista di Parker è un espediente che serve a Luhrmann per trascinare lo spettatore in questo racconto e farlo salire in quella rutilante giostra da luna park che è il suo film e che è la vita di Elvis nel momento in cui incontra Parker. Qui Luhrmann non ha bisogno di trasformare in musical un racconto, perché la musica è parte integrante della narrazione, ma non rinuncia alle sue invenzioni visive a partire dai titoli di testa con quel caleidoscopio fatto di oro e brillanti, per poi proporci fumetti e foto di giornali che si animano, schermi bipartiti e tripartiti, materiale d'archivio mescolato al girato e soprattutto un montaggio che fa sembrare di stare su un ottovolante per quanto è veloce e adrenalinico. Tutto ciò è però al servizio della storia e di quella fase della vita di Elvis che vede decollare la sua carriera e che ne impone al pubblico e al mondo lo stile, il look e il modo di stare e di muoversi sul palco, tutte cose che si fanno in qualche modo risalire alle sue origini e al fatto di aver vissuto infanzia e adolescenza in un quartiere di neri, da cui ha assorbito musicalità e modo di vivere la musica. Non a caso il film di Luhrmann dà anche una lettura sociale e politica della vicenda di Elvis, inserendola nel difficile contesto segregazionista dell'America di quegli anni e nella anche sanguinosa strada verso il suo superamento (mai interamente compiuto).
Nella seconda parte del film, diciamo quella in cui comincia il declino o comunque quella in cui il rapporto con Parker si fa più complesso (anche in seguito al matrimonio con Priscilla e alla nascita della figlia), il ritmo volutamente si rallenta e la giostra si smonta a poco a poco, per riaccendersi solo a tratti.
Oltre alla confezione formale - che merita tutto il nostro plauso - ho apprezzato anche la scelta di Luhrmann di evitare santificazioni del protagonista: si capisce l'ammirazione, ma se ne mettono in evidenza anche i limiti e le debolezze. A me è servito a comprendere meglio questo personaggio al di là della sua iconicità, su cui comunque Luhrmann non lesina di certo. E le due ore e quaranta passano in un lampo.
Voto: 3,5/5
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martedì 30 marzo 2010
Io sono l'amore
Devo ammetterlo. Sono andata a vedere il film non esattamente nelle condizioni fisiche migliori. Ero stanca. Stanca morta. E certo questo non deve aver aiutato la sintonia con un film non certo facile.Devo aver letto che questo è il classico film che non può lasciare indifferenti. O lo si ama o lo si odia. Ebbene, sinceramente non l'ho amato, ma in realtà non l'ho neanche odiato.
Del film di Luca Guadagnino ho apprezzato moltissime cose. Certamente lo stile cinematografico un po' retrò, le citazioni di certa cinematografia anni Sessanta, le atmosfere quasi hitchcockiane, l'uso dei colori, del fuori fuoco, di certi contrasti volutamente un po' schematici. Bellissima la Milano gelida e sospesa nel tempo, in profondissimo rapporto polare con la collina ligure, a sua volta quasi un ritrovato giardino dell'Eden. Straordinaria la ricostruzione estetica ed emotiva di questa famiglia milanese dell'alta borghesia imprenditoriale (i Recchi), con i suoi riti, i suoi pranzi, il rapporto con il personale di servizio, gli arredi e, soprattutto, questa contrazione affettiva e relazionale che nega ed esclude. Notevole Tilda Swinton nei panni di Emma, la madre di famiglia, capace di esprimere una complessità di sentimenti, di pensieri, di emozioni, di decisioni, solo attraverso la sua fisicità e l'espressività del volto, visto che, rappresentando una donna di origine russa, parla un italiano essenziale e comunica con il figlio Edoardo (Flavio Parenti), in fondo il più simile a lei, in russo (non sottotitolato).
Dall'altro lato, ho trovato forse davvero eccessiva - a tratti quasi esasperante - la lentezza del film. E probabilmente non sono riuscita veramente a vibrare in sintonia emotiva con Emma, né con alcuno degli altri protagonisti, veramente troppo lontani da me, dal mio mondo, dalla mia sensibilità personale.
Personalmente, mi hanno sempre fatto un po' paura gli ambienti come quello disegnato da Guadagnino e dai suoi bravi sceneggiatori (onore al merito di Ivan Cotroneo, che riesce ad essere a suo agio con la commedia scoppiettante Mine vaganti e con il dramma di Io sono l'amore), e ancora di più le persone che - volenti o nolenti - sono cresciute in questi ambienti, perché sono degli scrigni incomprensibili e imprevedibili, la cui personalità castrata e la cui emotività mortificata possono manifestarsi nei momenti e nelle maniere più inedite.
Il film è disseminato di elementi di ambiguità visiva ed emotiva: gli abbracci tra Edoardo e Antonio (Edoardo Gabbriellini) appaiono quasi esasperati, l'aria spaurita di Betta (Alba Rohrwacher) alla ricerca di un sé più vero appare a volte spiazzante, l'insensibilità di Tancredi (il marito di Emma, interpretato da Pippo Delbono) è disturbante, l'egoismo liberatorio di Emma che insegue un sogno di primitività rappresentato da Antonio è decisamente naif.
Non so. Forse il mio è sostanzialmente un rifiuto, frutto di un'incomprensione, o forse meglio, la conseguenza di una speranza inconscia che tutto questo non esista effettivamente nella realtà.
O forse ha ragione Guadagnino: l'anima emotiva è un regalo perverso che la natura ci fa e il contesto socio-culturale ci affina o ci soffoca. Ed è difficile stabilire cosa è meglio.
Un'ultima annotazione: la scelta del titolo del film, Io sono l'amore, è a sua volta una citazione, dal film Philadelphia, che Emma sta guardando in televisione mentre è a letto; in particolare, la scena in cui Tom Hanks canta la famosa aria La mamma morta di Andrea Chénier, apice del pathos che caratterizza la parabola tragica del protagonista del film (qui la scena del film). In questa scena, appunto, Tom Hanks canta insieme a Maddalena/Maria Callas "Io sono l'amore". Ed è così ancora più significativo che l'arrivo di Tancredi a letto coincida con uno zapping che da La mamma morta porta indifferentemente e senza soluzione di continuità al Maurizio Costanzo Show e ad altri appiattiti varietà televisivi.
Voto: 3/5
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