Per poter vedere Sorry, baby prima che sparisse dalle sale e possibilmente in lingua originale mi sono catapultata dal lavoro al cinema Barberini un lunedì pomeriggio di pioggia. Non potevo perdere il film scritto, diretto e interpretato da Eva Victor, di cui avevo sentito e letto così bene.
Protagonista di questa storia è Agnes (Eva Victor appunto), una giovane donna che vive nel New England, nella casa dove è cresciuta e dove ha sempre vissuto, e insegna all’Università dove ha studiato. Grazie ai capitoli in cui è articolato il film, e che si muovono nel tempo in maniera non cronologica, sapremo che Agnes ai tempi del dottorato è stata violentata dal suo tutor, il quale il giorno dopo ha dato le dimissioni e non si è mai più fatto vedere.
Dopo questo evento la vita di Agnes si è come incagliata e, nonostante la promozione all’università, la tenera relazione con il vicino Gavin (Lucas Hedges), i gesti gentili di persone estranee (il venditore di panini ad esempio), e soprattutto l’amicizia, anzi sorellanza, con Lydie (Naomi Ackie) – un rapporto tratteggiato in maniera commovente e meravigliosa, e per me la cosa più bella del film -, la giovane non è mai completamente riuscita a metabolizzare completamente quell’evento e a riacquisire una leggerezza e una gioia di vivere davvero piena e non offuscata.
La “brutta cosa” (come la chiama lei) che le è successa sembra ripresentarsi in ogni occasione della vita e non lasciarla veramente andare oltre, come invece ha fatto Lydie che ha trovato una compagna e aspetta una figlia.
Ho trovato il film della Victor molto maturo dal punto di vista cinematografico: notevole nella sceneggiatura, nella fotografia (davvero eccellente), nel montaggio, nella recitazione di tutti gli attori. E il tema affrontato è importante e delicato, ed estremamente soggettivo: avendo letto, ascoltato, visto molte storie di donne che hanno subito violenza, mi sono fatta l’idea che l’elemento comune è che la violenza non può essere dimenticata, né veramente superata, però la reazione emotiva è individuale e oscilla tra la rabbia e il senso di schiacciamento.
Il film da questo punto di vista emana una straordinaria sincerità che ho apprezzato. D’altra parte e senza alcun giudizio verso i sentimenti soggettivi, Sorry, baby mi ha però fatto un po’ l’effetto dei primi libri di Sally Rooney, cioè una distanza emotiva che è certamente generazionale, ma che produce una parziale incomprensione (pur nel rispetto). Del resto, Eva Victor ha 31 anni e non c’è niente da fare: se c’è una generazione con cui io ultracinquantenne in questo momento sento una distanza emotiva e intellettiva forte sono proprio i trentenni (ovviamente generalizzando). Ma sarà un problema mio.
Voto: 3,5/5
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giovedì 29 gennaio 2026
lunedì 28 ottobre 2019
The farewell. La belle époque. Honey boy. Festa del cinema di Roma, 17-27 ottobre 2019
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The farewell - Una bugia buona
Non so se è una mia impressione, oppure se è il frutto della particolare selezione di film che ho fatto, ma vedo nella Festa del cinema di Roma di quest'anno una forte presenza di film la cui ispirazione è di tipo autobiografico. Così è anche nel caso di The farewell, il film della regista cino-americana Lulu Wang, che racconta un ricongiungimento familiare nella terra di origine di una famiglia dispersa per motivi lavorativi.
Quando la famiglia di Nai Nai scopre che questa ha un cancro ai polmoni al quarto stadio, i suoi figli e le rispettive famiglie (che vivono una negli Stati Uniti e una in Giappone) decidono di non dirle niente per farle vivere serenamente gli ultimi mesi di vita, ma anticipano i tempi del matrimonio del nipote trapiantato con la famiglia in Giappone per poter tornare in Cina ad abbracciarla per l'ultima volta e a salutarla.
L'unica inizialmente contraria a questa messa in scena è Billi (Awkwafina), che si è trasferita con i genitori negli Stati Uniti quando aveva 6 anni ed è ormai più americana che cinese, e dunque è convinta che sia un diritto della nonna poter sapere delle proprie condizioni ed essere padrona della propria esistenza.
Quando tutta la famiglia si ritrova a Shanghai, dove la nonna vive in uno dei tanti grattacieli-alveari di cui è sempre più costellata la città, si innescano una serie di dinamiche che tutti coloro che hanno lasciato il loro luogo di origine e vivono ormai da molti anni lontano dalla famiglia (foss'anche a qualche centinaio di chilometri) conoscono molto bene. Si tratta di dinamiche che oscillano tra il drammatico e l'esilarante, perché nascono dalla difficoltà di chi è andato via di riconoscersi ancora e talvolta persino di comprendere le logiche di chi è rimasto.
Dentro una cornice che non può che essere dolorosa e melodrammatica - negli occhi di tutti si legge il dolore e lo sbigottimento per una persona cara che forse vediamo per l'ultima volta - la regista riesce a iniettare dosi massicce di ironia capaci di creare situazioni in cui non si sa bene se ridere o piangere.
In questo percorso si realizza non solo un viaggio di conoscenza e di scoperta della cultura cinese (nella quale - come dice lo zio di Billi - la vita non è del singolo ma appartiene a insiemi più grandi che sono la famiglia e la società), ma anche un confronto-scontro tra il mondo occidentale e quello orientale, nel quale - come comprenderà Billi - non si può ragionare secondo le categorie del meglio e peggio, perché ogni cultura merita rispetto e ha qualcosa da insegnarci sulla base della sua storia e delle sue tradizioni.
Tra sessioni di preparazione di prelibatezze, pranzi di famiglia, preparativi e feste un po' kitsch, Billi imparerà che non solo non ci affranchiamo mai completamente dalle nostre origini, ma che anzi è importante recuperare quanto ha valore e merita di essere preservato.
Sullo sfondo, una città di 24 milioni di abitanti che non smette di costruire nuovi quartieri-dormitorio e che - al di là della sua immagine internazionale glamour - rappresenta in fondo il tradimento che la stessa Cina sta attuando contro sé stessa e la propria cultura, cancellando a suon di denaro e in nome del progresso anche quanto di positivo e di buono esisteva nel suo passato povero.
La sorpresa finale sui titoli di coda - che non svelerò per non rovinarla - offrirà l'occasione di una definitiva risata liberatoria che in fondo riconcilierà Oriente e Occidente.
Voto: 3,5/5
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La belle époque
Quella de La belle époque è la serata più glamour di questa edizione della Festa a cui io abbia partecipato. In sala ci sono il regista, Nicolas Bedos, e una delle interpreti, Fanny Ardant, e nel pubblico molti personaggi del jet set romano, di cui io riconosco solo alcuni.
Alla fine della proiezione il pubblico prorompe in un fragoroso applauso, offrendo il giusto omaggio agli ospiti in sala ma anche dimostrando di aver gradito molto la pellicola.
Effettivamente il film di Bedos offre uno spettacolo cinematografico di ottimo livello, grazie ad attori molto bravi (nel cast oltre all'Ardant ci sono anche Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Pierre Arditi, Denis Podalydès), una sceneggiatura al fulmicotone in cui lo spettatore non si annoia nemmeno per un secondo, e una confezione molto accurata.
La storia è presto detta: Victor (Daniel Auteuil) e Marianne (Fanny Ardant) sono sposati da molti anni, ma ormai sempre più litigiosi e incompatibili. Victor, un fumettista ormai in declino, non si trova a suo agio nel presente e vive costantemente nella nostalgia del passato; Marianne, una psicologa sempre al passo coi tempi, non accetta la vecchiaia e fa di tutto per continuare a sentirsi giovane. I due inevitabilmente si lasciano, e Marianne si rifugia tra le braccia del suo amante, più giovane di suo marito.
A Victor invece suo figlio, un creatore e produttore di serie di successo per le piattaforme Internet, regala un buono per un "viaggio nel tempo" grazie all'attività gestita da Antoine (Guillaume Canet), uno sceneggiatore e regista che ricostruisce set di epoche passate e situazioni personali o collettive su richiesta e lauto pagamento dei suoi clienti. Victor sceglie di tornare al 1974, esattamente al momento in cui ha conosciuto Marianne in un caffè che frequentava all'epoca. Nella finzione Marianne è interpretata da Margot (Doria Tillier) che è la compagna con cui Antoine ha un rapporto molto burrascoso.
Victor resta affascinato da Margot come a suo tempo lo era stato da Marianne, e - pur consapevole della finzione - trova in questo incontro nuova ispirazione e nuovi stimoli per ricominciare a disegnare e per amare la propria vita.
In una carambola di situazioni in cui realtà e messa in scena si inseguono fino a diventare indistinguibili, il lieto fine - seppure in parte malinconico - è dietro l'angolo a rasserenare gli animi degli spettatori.
Un film che si lascia guardare molto gradevolmente e che dimostra un certo qual virtuosismo, oltre a un'elevata dose di ironia francese nella sua migliore forma, ma che personalmente non mi ha detto moltissimo, se non che i francesi mi sembra stiano vivendo una fase fortemente nostalgica verso il passato (cosa tra l'altro che non mi trova del tutto in disaccordo), fino ai limiti di una forma di conservatorismo se non reazionarietà nei confronti delle storture che in modo particolare la tecnologia ha determinato rispetto alle vite delle persone (mi è venuto in mente un altro film con Guillame Canet, Il gioco delle coppie, di Olivier Assayas, ma gli esempi potrebbero essere numerosi).
Gli attori - pure tutti molto bravi - mi pare che si limitino a riprodurre i loro personaggi migliori, quasi ormai incapaci di affrancarsi da una certa immagine di loro che ormai il cinema ha convogliato.
Voto: 3/5
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Honey boy
Honey boy è il film che - con l'aiuto della regista Alma Har'el - Shia LaBeouf ha dedicato alla ricostruzione della propria infanzia e del rapporto con suo padre. Otis (interpretato da adulto da Lucas Hedges) fa l'attore e lo stuntman per il cinema, ma ha grossi problemi di dipendenza e disturbi psicologici che lo portano spesso in riabilitazione.
È durante uno di questi periodi che la terapista chiede a Otis di scrivere un diario per raccontare della sua infanzia e di suo padre. Da qui l'inizio dei flashback in cui il protagonista rievoca la propria infanzia: Otis ha 12 anni (e a quest'età è interpretato dal bravissimo e misuratissimo Noah Jupe) e vive con il padre James (interpretato dallo stesso LaBeouf) in un monolocale che forse sarebbe meglio chiamare baracca, i cui vicini sono degli sbandati e delle prostitute.
I genitori sono separati: James, che si presenta quasi come una versione devastata e dei bassifondi di David Foster-Wallace, è un clown ed ex-artista di strada fallito, alcolista e dedito al consumo di droghe, totalmente incapace non solo di prendersi cura di un figlio, ma anche di svolgere il ruolo di padre; la madre vive con un altro compagno e fa una vita normale, ma ha un rapporto burrascoso con l'ex marito in quanto - come scopriamo a un certo punto - ha dovuto lanciarsi da un'auto in corsa per non essere stuprata da lui. Non è chiaro perché Otis viva con il padre e non con la madre; in ogni caso, il ragazzo è già molto ben inserito nell'ambiente hollywoodiano ed è il protagonista di una serie televisiva nella quale dimostra di avere molto talento recitativo. Padre e figlio vivono con i soldi che guadagna quest'ultimo, ma il problema non è solo economico, bensì soprattutto affettivo.
Otis ama suo padre ed è sempre pronto a recuperare il rapporto con lui e a perdonargli tutto, ma soffre della mancanza di quell'amore e di quella protezione che è normale aspettarsi dalla figura paterna. Tra allontanamenti e riavvicinamenti, momenti di quasi tenerezza e di inaudita violenza, soprattutto psicologica, Otis si ritroverà da adulto con un disturbo da stress post-traumatico per il quale è in riabilitazione e sta scrivendo il diario del rapporto con suo padre.
E in fondo anche questo film - in cui Shia LaBoeuf interpreta proprio suo padre - non è altro che una tappa del percorso terapeutico che l'attore utilizza per superare il rancore, riconciliarsi con il padre e voltare pagina per guardare avanti nella propria esistenza.
Non v'è dubbio sul fatto che al cinema ne abbiamo visti parecchi di rapporti patologici tra padri e figli e di film che vengono girati quasi a scopo catartico e questo non fa eccezione, e da questo punto di vista non presenta una particolare originalità. Però - anche grazie alla splendida interpretazione di Noah Jupe e ad alcune trovate registiche e narrative molto azzeccate (penso a tutte le occasioni in cui nella vita di Otis si sovrappongono la finzione e la realtà, al rapporto complesso e onnipresente tra sincerità e recitazione, che non riguarda solo lui ma anche la vita e il modo di essere di suo padre) - il film è in grado di sollevarsi sopra la media e di colpire al cuore lo spettatore.
Voto: 3,5/5
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Per le recensioni degli altri film che ho visto quest'anno, vedi qui e qui.
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The farewell - Una bugia buona
Non so se è una mia impressione, oppure se è il frutto della particolare selezione di film che ho fatto, ma vedo nella Festa del cinema di Roma di quest'anno una forte presenza di film la cui ispirazione è di tipo autobiografico. Così è anche nel caso di The farewell, il film della regista cino-americana Lulu Wang, che racconta un ricongiungimento familiare nella terra di origine di una famiglia dispersa per motivi lavorativi.
Quando la famiglia di Nai Nai scopre che questa ha un cancro ai polmoni al quarto stadio, i suoi figli e le rispettive famiglie (che vivono una negli Stati Uniti e una in Giappone) decidono di non dirle niente per farle vivere serenamente gli ultimi mesi di vita, ma anticipano i tempi del matrimonio del nipote trapiantato con la famiglia in Giappone per poter tornare in Cina ad abbracciarla per l'ultima volta e a salutarla.
L'unica inizialmente contraria a questa messa in scena è Billi (Awkwafina), che si è trasferita con i genitori negli Stati Uniti quando aveva 6 anni ed è ormai più americana che cinese, e dunque è convinta che sia un diritto della nonna poter sapere delle proprie condizioni ed essere padrona della propria esistenza.
Quando tutta la famiglia si ritrova a Shanghai, dove la nonna vive in uno dei tanti grattacieli-alveari di cui è sempre più costellata la città, si innescano una serie di dinamiche che tutti coloro che hanno lasciato il loro luogo di origine e vivono ormai da molti anni lontano dalla famiglia (foss'anche a qualche centinaio di chilometri) conoscono molto bene. Si tratta di dinamiche che oscillano tra il drammatico e l'esilarante, perché nascono dalla difficoltà di chi è andato via di riconoscersi ancora e talvolta persino di comprendere le logiche di chi è rimasto.
Dentro una cornice che non può che essere dolorosa e melodrammatica - negli occhi di tutti si legge il dolore e lo sbigottimento per una persona cara che forse vediamo per l'ultima volta - la regista riesce a iniettare dosi massicce di ironia capaci di creare situazioni in cui non si sa bene se ridere o piangere.
In questo percorso si realizza non solo un viaggio di conoscenza e di scoperta della cultura cinese (nella quale - come dice lo zio di Billi - la vita non è del singolo ma appartiene a insiemi più grandi che sono la famiglia e la società), ma anche un confronto-scontro tra il mondo occidentale e quello orientale, nel quale - come comprenderà Billi - non si può ragionare secondo le categorie del meglio e peggio, perché ogni cultura merita rispetto e ha qualcosa da insegnarci sulla base della sua storia e delle sue tradizioni.
Tra sessioni di preparazione di prelibatezze, pranzi di famiglia, preparativi e feste un po' kitsch, Billi imparerà che non solo non ci affranchiamo mai completamente dalle nostre origini, ma che anzi è importante recuperare quanto ha valore e merita di essere preservato.
Sullo sfondo, una città di 24 milioni di abitanti che non smette di costruire nuovi quartieri-dormitorio e che - al di là della sua immagine internazionale glamour - rappresenta in fondo il tradimento che la stessa Cina sta attuando contro sé stessa e la propria cultura, cancellando a suon di denaro e in nome del progresso anche quanto di positivo e di buono esisteva nel suo passato povero.
La sorpresa finale sui titoli di coda - che non svelerò per non rovinarla - offrirà l'occasione di una definitiva risata liberatoria che in fondo riconcilierà Oriente e Occidente.
Voto: 3,5/5
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La belle époque Quella de La belle époque è la serata più glamour di questa edizione della Festa a cui io abbia partecipato. In sala ci sono il regista, Nicolas Bedos, e una delle interpreti, Fanny Ardant, e nel pubblico molti personaggi del jet set romano, di cui io riconosco solo alcuni.
Alla fine della proiezione il pubblico prorompe in un fragoroso applauso, offrendo il giusto omaggio agli ospiti in sala ma anche dimostrando di aver gradito molto la pellicola.
Effettivamente il film di Bedos offre uno spettacolo cinematografico di ottimo livello, grazie ad attori molto bravi (nel cast oltre all'Ardant ci sono anche Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Pierre Arditi, Denis Podalydès), una sceneggiatura al fulmicotone in cui lo spettatore non si annoia nemmeno per un secondo, e una confezione molto accurata.
La storia è presto detta: Victor (Daniel Auteuil) e Marianne (Fanny Ardant) sono sposati da molti anni, ma ormai sempre più litigiosi e incompatibili. Victor, un fumettista ormai in declino, non si trova a suo agio nel presente e vive costantemente nella nostalgia del passato; Marianne, una psicologa sempre al passo coi tempi, non accetta la vecchiaia e fa di tutto per continuare a sentirsi giovane. I due inevitabilmente si lasciano, e Marianne si rifugia tra le braccia del suo amante, più giovane di suo marito.
A Victor invece suo figlio, un creatore e produttore di serie di successo per le piattaforme Internet, regala un buono per un "viaggio nel tempo" grazie all'attività gestita da Antoine (Guillaume Canet), uno sceneggiatore e regista che ricostruisce set di epoche passate e situazioni personali o collettive su richiesta e lauto pagamento dei suoi clienti. Victor sceglie di tornare al 1974, esattamente al momento in cui ha conosciuto Marianne in un caffè che frequentava all'epoca. Nella finzione Marianne è interpretata da Margot (Doria Tillier) che è la compagna con cui Antoine ha un rapporto molto burrascoso.
Victor resta affascinato da Margot come a suo tempo lo era stato da Marianne, e - pur consapevole della finzione - trova in questo incontro nuova ispirazione e nuovi stimoli per ricominciare a disegnare e per amare la propria vita.
In una carambola di situazioni in cui realtà e messa in scena si inseguono fino a diventare indistinguibili, il lieto fine - seppure in parte malinconico - è dietro l'angolo a rasserenare gli animi degli spettatori.
Un film che si lascia guardare molto gradevolmente e che dimostra un certo qual virtuosismo, oltre a un'elevata dose di ironia francese nella sua migliore forma, ma che personalmente non mi ha detto moltissimo, se non che i francesi mi sembra stiano vivendo una fase fortemente nostalgica verso il passato (cosa tra l'altro che non mi trova del tutto in disaccordo), fino ai limiti di una forma di conservatorismo se non reazionarietà nei confronti delle storture che in modo particolare la tecnologia ha determinato rispetto alle vite delle persone (mi è venuto in mente un altro film con Guillame Canet, Il gioco delle coppie, di Olivier Assayas, ma gli esempi potrebbero essere numerosi).
Gli attori - pure tutti molto bravi - mi pare che si limitino a riprodurre i loro personaggi migliori, quasi ormai incapaci di affrancarsi da una certa immagine di loro che ormai il cinema ha convogliato.
Voto: 3/5
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Honey boy Honey boy è il film che - con l'aiuto della regista Alma Har'el - Shia LaBeouf ha dedicato alla ricostruzione della propria infanzia e del rapporto con suo padre. Otis (interpretato da adulto da Lucas Hedges) fa l'attore e lo stuntman per il cinema, ma ha grossi problemi di dipendenza e disturbi psicologici che lo portano spesso in riabilitazione.
È durante uno di questi periodi che la terapista chiede a Otis di scrivere un diario per raccontare della sua infanzia e di suo padre. Da qui l'inizio dei flashback in cui il protagonista rievoca la propria infanzia: Otis ha 12 anni (e a quest'età è interpretato dal bravissimo e misuratissimo Noah Jupe) e vive con il padre James (interpretato dallo stesso LaBeouf) in un monolocale che forse sarebbe meglio chiamare baracca, i cui vicini sono degli sbandati e delle prostitute.
I genitori sono separati: James, che si presenta quasi come una versione devastata e dei bassifondi di David Foster-Wallace, è un clown ed ex-artista di strada fallito, alcolista e dedito al consumo di droghe, totalmente incapace non solo di prendersi cura di un figlio, ma anche di svolgere il ruolo di padre; la madre vive con un altro compagno e fa una vita normale, ma ha un rapporto burrascoso con l'ex marito in quanto - come scopriamo a un certo punto - ha dovuto lanciarsi da un'auto in corsa per non essere stuprata da lui. Non è chiaro perché Otis viva con il padre e non con la madre; in ogni caso, il ragazzo è già molto ben inserito nell'ambiente hollywoodiano ed è il protagonista di una serie televisiva nella quale dimostra di avere molto talento recitativo. Padre e figlio vivono con i soldi che guadagna quest'ultimo, ma il problema non è solo economico, bensì soprattutto affettivo.
Otis ama suo padre ed è sempre pronto a recuperare il rapporto con lui e a perdonargli tutto, ma soffre della mancanza di quell'amore e di quella protezione che è normale aspettarsi dalla figura paterna. Tra allontanamenti e riavvicinamenti, momenti di quasi tenerezza e di inaudita violenza, soprattutto psicologica, Otis si ritroverà da adulto con un disturbo da stress post-traumatico per il quale è in riabilitazione e sta scrivendo il diario del rapporto con suo padre.
E in fondo anche questo film - in cui Shia LaBoeuf interpreta proprio suo padre - non è altro che una tappa del percorso terapeutico che l'attore utilizza per superare il rancore, riconciliarsi con il padre e voltare pagina per guardare avanti nella propria esistenza.
Non v'è dubbio sul fatto che al cinema ne abbiamo visti parecchi di rapporti patologici tra padri e figli e di film che vengono girati quasi a scopo catartico e questo non fa eccezione, e da questo punto di vista non presenta una particolare originalità. Però - anche grazie alla splendida interpretazione di Noah Jupe e ad alcune trovate registiche e narrative molto azzeccate (penso a tutte le occasioni in cui nella vita di Otis si sovrappongono la finzione e la realtà, al rapporto complesso e onnipresente tra sincerità e recitazione, che non riguarda solo lui ma anche la vita e il modo di essere di suo padre) - il film è in grado di sollevarsi sopra la media e di colpire al cuore lo spettatore.
Voto: 3,5/5
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Per le recensioni degli altri film che ho visto quest'anno, vedi qui e qui.
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mercoledì 31 ottobre 2018
Beautiful boy. Skate Kitchen. Boy erased
Ed eccomi alla seconda fase (per gli altri film vedi qui) della mia partecipazione alla Festa del cinema di Roma. Come mi accade praticamente ogni anno, comincio a riconoscere un filo conduttore nei film del festival, o meglio nei film che ho scelto di vedere. Perché non so mai se per una serie di circostanze tende a prevalere un tema oppure sono io che più o meno inconsciamente ne scelgo uno.
Ebbene il fil rouge dei miei film di quest'anno è evidentemente il rapporto genitori/figli che in modi diversi è trattato all'interno di quasi tutti i film che ho selezionato. In particolare questa seconda giornata si è fortemente focalizzata su questa tematica, oggetto di tutti e tre i film che ho visto: Beautiful boy, Skate Kitchen e Boy erased.
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Beautiful boy
Beautiful boy è la storia vera di un padre e di un figlio che hanno scritto entrambi un libro su questa storia dai rispettivi punti di vista. Da questi libri è nata la sceneggiatura del film diretto da Felix Van Groeningen.
Il padre, Dave (Steve Carell) è un giornalista freelance, separato dalla prima moglie e sposato con una nuova compagna, artista, con cui ha due bellissimi figli biondi. Dave fin dalla separazione è stato il genitore affidatario del suo primo figlio, Nick (Timothée Chalamet), un ragazzo bellissimo e da lui amatissimo, dotato di grande sensibilità e altrettanto grandi talenti. Questo figlio però durante l'adolescenza sprofonda nel buco nero della droga: inizia con le canne e altre droghe leggere, per arrivare alle metanfetamine e alle droghe sintetiche, anche se per Nick qualunque droga va bene per sconfiggere un senso di malessere profondo e di vuoto siderale.
Molte domande rimarranno senza risposta: che cosa spinge un ragazzo intelligente e con una famiglia che lo ama a sprofondare in questo tunnel? Un eccesso di sensibilità, un demone interiore innato, il peso delle aspettative dei genitori, il troppo amore, la percezione della banalità della vita, una qualche sofferenza del passato, il bisogno di prendere le distanze da suo padre? O forse tutte queste cose insieme?
La storia di questa discesa agli inferi e di questo calvario è sostanzialmente raccontata attraverso gli occhi di Dave, che di fronte a un figlio che si sta rovinando la vita non può fare a meno di cercare in lui i ricordi del passato, la forza del loro legame, la gioia della sua intelligenza, la bellezza del suo modo di essere. Questo padre ce la mette tutta e farebbe qualunque cosa per salvare suo figlio, ma dovrà capire che nessuno può salvarci se non siamo noi stessi a volerci salvare. Capirà che non c'è amore che possa placare il demone interiore che rende suo figlio inquieto e insoddisfatto.
Beautiful boy è soprattutto una grande prova attoriale, quelle di Steve Carell e di Thimotée Chalamet, che conferiscono ai loro personaggi tutte le sfumature necessarie a rappresentare l'immensa gioia dell'amore padre-figlio e l'immensa sofferenza della propria impotenza di fronte a ciò che è più grande di noi.
Un film dal quale si esce col cuore straziato, anche chi come me non ha figli di cui inevitabilmente - e forse non del tutto giustamente - si sente l'enorme peso della responsabilità non solo di farli crescere e di amarli, bensì anche di vederli prendere la strada giusta.
Voto: 4/5
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Skate Kitchen
Con Skate Kitchen mi immergo nuovamente nella rassegna Alice nella città, ma questo mio andirivieni tra i programmi dei due festival paralleli è quasi impercettibile considerando la continuità delle tematiche.
Ancora una volta infatti il tema è quello della tarda adolescenza e della ricerca dell'autonomia in tutte le maniere lecite e non lecite. Qui la protagonista è una ragazza americana di seconda generazione, alle soglie dell'età adulta ma ancora non del tutto autonoma. Camille (Rachelle Vinberg) vive con sua madre (durante il film ci spiegherà perché e da quanto tempo), che è sudamericana e le parla in spagnolo mentre lei le risponde sempre in americano. Soprattutto, Camille ha una grande passione per lo skateboard che sua madre non approva perché lo ritiene molto pericoloso.
Contravvenendo alle indicazioni della madre, la giovane si mette in contatto tramite Internet con un gruppo di ragazze della periferia newyorkese che si incontrano con le loro tavole da skate. Qui Camille troverà la possibilità di essere sé stessa e anche l'occasione di confrontarsi con la complessità del mondo e delle relazioni; dovrà imparare a cavarsela, a chiedere scusa, ad accettare che i legami sono difficili e fragili. Scoprirà anche che in fondo ha ancora bisogno della madre da cui rifugge, sebbene nell'ambito di un rapporto più adulto e consapevole.
In questo percorso lo spettatore avrà modo non solo di conoscere Camille e le sue amiche, ma anche di gettare uno sguardo sul mondo degli skateboarders e sulla periferia newyorkese vissuta da giovani e adolescenti di diverse origini, con tutte le loro tenerezze e anche le loro sregolatezze. È interessante scoprire che tra droghe, sesso e competizione feroce esistono in questo mondo anche delle regole di rispetto e di lealtà che tali gruppi interiorizzano e fanno proprie. Da questo punto di vista il film ha un taglio quasi documentaristico, che non sorprende se si pensa che la regista Crystal Moselle è la stessa di The wolfpack, la storia vera dei fratelli Angulo.
Il film ha una bella colonna sonora e un bel ritmo, mentre seguiamo le evoluzioni incredibili di questi ragazzi e ragazze sui loro skate. Pur nell'originalità del punto di vista, il film resta un po' ripetitivo e nel complesso non del tutto nuovo rispetto alla tematica trattata, cosicché il percorso di Camille risulta in qualche modo fortemente prevedibile.
Voto: 3/5
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Boy erased
La mia festa del cinema di quest'anno si chiude con una perfetta circolarità, in quanto va a chiudersi esattamente dove era cominciata. La storia di Boy erased infatti ricorda molto da vicino quella raccontata in The miseducation of Cameron Post.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un ragazzo omosessuale, Jared (Lucas Hedges), che viene mandato dal padre pastore battista (Russell Crowe) e dalla madre ultrareligiosa (Nicole Kidman) in una comunità che applica la terapia della conversione e che si chiama Love in Action per correggere il suo orientamento sessuale e i suoi comportamenti. Jared accetta perché l'alternativa è essere cacciato di casa e perché profondamente condizionato dalla visione fondamentalista della religione a cui è stato educato e che in qualche modo ha introiettato, sentendosi dunque intimamente sbagliato.
Quella di Jared è la storia vera che Garrard Conley - ora adulto e sposato con un uomo a New York - ha voluto raccontare in un romanzo autobiografico da cui è tratto il film diretto da Joel Edgerton (che interpreta anche il ruolo di Sykes, il responsabile del centro), con lo scopo di portare a conoscenza di tutti l'assurdità e la pericolosità di questi centri, la cui esistenza è accettata ancora in 36 stati americani.
La storia di Jared/Garrard è la storia della sofferenza individuale di chi è costretto a vedere sé stesso come qualcosa di sporco e di sbagliato e a doversi appunto cancellare (situazione che gli ospiti del centro vivono ciascuno in modo diverso, ma comunque con effetti devastanti sulla psiche), ma anche la storia del suo rapporto con i genitori, una madre succube e intrisa di idee religiose ma che alla fine riesce a mettere davanti il bene del figlio, un padre che invece non riesce a scendere a patti con quella che ritiene una "scelta" - pertanto reversibile - da parte del figlio.
Rispetto a The miseducation of Cameron Post, che nonostante la gravità della tematica riesce a essere un film in buona parte leggero e ironico, il film di Edgerdon è virato su un registro drammatico che a tratti sconfina quasi nel thriller e inevitabilmente sfocia in melò, senza per questo risultare stucchevole, e concedendosi qualche ironia in coda.
Il film si regge - oltre che sulla forza di una storia che inevitabilmente sorprende perché praticamente si svolge quasi ai giorni nostri - sulla capacità interpretativa degli attori: la sofferenza trattenuta di Lucas Hedges, le contraddizioni dei suoi genitori divisi tra l'affetto per il figlio e la fedeltà ai princìpi della loro fede. E così ci si ritrova ancora una volta a riflettere sui danni prodotti da un fondamentalismo religioso che interferisce in maniera pesante non solo con la libertà individuale ma anche con quella dello Stato e della società tutta, e su quanto tutto questo sia non solo ancora attuale ma incredibilmente presente anche nelle evolute società occidentali.
Qualcuno volò sul nido del cuculo ci fece scandalizzare sulla pratica della lobotomia per curare la malattia mentale e aprì un dibattito sul tema. Speriamo che questi due film sollevino altrettanta indignazione su una pratica che dovrebbe essere condannata senza alcuna attenuante per non rovinare più le vite di tanti giovani che vogliono solo essere sé stessi.
Voto: 3,5/5
Ebbene il fil rouge dei miei film di quest'anno è evidentemente il rapporto genitori/figli che in modi diversi è trattato all'interno di quasi tutti i film che ho selezionato. In particolare questa seconda giornata si è fortemente focalizzata su questa tematica, oggetto di tutti e tre i film che ho visto: Beautiful boy, Skate Kitchen e Boy erased.
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Beautiful boy Beautiful boy è la storia vera di un padre e di un figlio che hanno scritto entrambi un libro su questa storia dai rispettivi punti di vista. Da questi libri è nata la sceneggiatura del film diretto da Felix Van Groeningen.
Il padre, Dave (Steve Carell) è un giornalista freelance, separato dalla prima moglie e sposato con una nuova compagna, artista, con cui ha due bellissimi figli biondi. Dave fin dalla separazione è stato il genitore affidatario del suo primo figlio, Nick (Timothée Chalamet), un ragazzo bellissimo e da lui amatissimo, dotato di grande sensibilità e altrettanto grandi talenti. Questo figlio però durante l'adolescenza sprofonda nel buco nero della droga: inizia con le canne e altre droghe leggere, per arrivare alle metanfetamine e alle droghe sintetiche, anche se per Nick qualunque droga va bene per sconfiggere un senso di malessere profondo e di vuoto siderale.
Molte domande rimarranno senza risposta: che cosa spinge un ragazzo intelligente e con una famiglia che lo ama a sprofondare in questo tunnel? Un eccesso di sensibilità, un demone interiore innato, il peso delle aspettative dei genitori, il troppo amore, la percezione della banalità della vita, una qualche sofferenza del passato, il bisogno di prendere le distanze da suo padre? O forse tutte queste cose insieme?
La storia di questa discesa agli inferi e di questo calvario è sostanzialmente raccontata attraverso gli occhi di Dave, che di fronte a un figlio che si sta rovinando la vita non può fare a meno di cercare in lui i ricordi del passato, la forza del loro legame, la gioia della sua intelligenza, la bellezza del suo modo di essere. Questo padre ce la mette tutta e farebbe qualunque cosa per salvare suo figlio, ma dovrà capire che nessuno può salvarci se non siamo noi stessi a volerci salvare. Capirà che non c'è amore che possa placare il demone interiore che rende suo figlio inquieto e insoddisfatto.
Beautiful boy è soprattutto una grande prova attoriale, quelle di Steve Carell e di Thimotée Chalamet, che conferiscono ai loro personaggi tutte le sfumature necessarie a rappresentare l'immensa gioia dell'amore padre-figlio e l'immensa sofferenza della propria impotenza di fronte a ciò che è più grande di noi.
Un film dal quale si esce col cuore straziato, anche chi come me non ha figli di cui inevitabilmente - e forse non del tutto giustamente - si sente l'enorme peso della responsabilità non solo di farli crescere e di amarli, bensì anche di vederli prendere la strada giusta.
Voto: 4/5
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Skate Kitchen Con Skate Kitchen mi immergo nuovamente nella rassegna Alice nella città, ma questo mio andirivieni tra i programmi dei due festival paralleli è quasi impercettibile considerando la continuità delle tematiche.
Ancora una volta infatti il tema è quello della tarda adolescenza e della ricerca dell'autonomia in tutte le maniere lecite e non lecite. Qui la protagonista è una ragazza americana di seconda generazione, alle soglie dell'età adulta ma ancora non del tutto autonoma. Camille (Rachelle Vinberg) vive con sua madre (durante il film ci spiegherà perché e da quanto tempo), che è sudamericana e le parla in spagnolo mentre lei le risponde sempre in americano. Soprattutto, Camille ha una grande passione per lo skateboard che sua madre non approva perché lo ritiene molto pericoloso.
Contravvenendo alle indicazioni della madre, la giovane si mette in contatto tramite Internet con un gruppo di ragazze della periferia newyorkese che si incontrano con le loro tavole da skate. Qui Camille troverà la possibilità di essere sé stessa e anche l'occasione di confrontarsi con la complessità del mondo e delle relazioni; dovrà imparare a cavarsela, a chiedere scusa, ad accettare che i legami sono difficili e fragili. Scoprirà anche che in fondo ha ancora bisogno della madre da cui rifugge, sebbene nell'ambito di un rapporto più adulto e consapevole.
In questo percorso lo spettatore avrà modo non solo di conoscere Camille e le sue amiche, ma anche di gettare uno sguardo sul mondo degli skateboarders e sulla periferia newyorkese vissuta da giovani e adolescenti di diverse origini, con tutte le loro tenerezze e anche le loro sregolatezze. È interessante scoprire che tra droghe, sesso e competizione feroce esistono in questo mondo anche delle regole di rispetto e di lealtà che tali gruppi interiorizzano e fanno proprie. Da questo punto di vista il film ha un taglio quasi documentaristico, che non sorprende se si pensa che la regista Crystal Moselle è la stessa di The wolfpack, la storia vera dei fratelli Angulo.
Il film ha una bella colonna sonora e un bel ritmo, mentre seguiamo le evoluzioni incredibili di questi ragazzi e ragazze sui loro skate. Pur nell'originalità del punto di vista, il film resta un po' ripetitivo e nel complesso non del tutto nuovo rispetto alla tematica trattata, cosicché il percorso di Camille risulta in qualche modo fortemente prevedibile.
Voto: 3/5
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Boy erased La mia festa del cinema di quest'anno si chiude con una perfetta circolarità, in quanto va a chiudersi esattamente dove era cominciata. La storia di Boy erased infatti ricorda molto da vicino quella raccontata in The miseducation of Cameron Post.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un ragazzo omosessuale, Jared (Lucas Hedges), che viene mandato dal padre pastore battista (Russell Crowe) e dalla madre ultrareligiosa (Nicole Kidman) in una comunità che applica la terapia della conversione e che si chiama Love in Action per correggere il suo orientamento sessuale e i suoi comportamenti. Jared accetta perché l'alternativa è essere cacciato di casa e perché profondamente condizionato dalla visione fondamentalista della religione a cui è stato educato e che in qualche modo ha introiettato, sentendosi dunque intimamente sbagliato.
Quella di Jared è la storia vera che Garrard Conley - ora adulto e sposato con un uomo a New York - ha voluto raccontare in un romanzo autobiografico da cui è tratto il film diretto da Joel Edgerton (che interpreta anche il ruolo di Sykes, il responsabile del centro), con lo scopo di portare a conoscenza di tutti l'assurdità e la pericolosità di questi centri, la cui esistenza è accettata ancora in 36 stati americani.
La storia di Jared/Garrard è la storia della sofferenza individuale di chi è costretto a vedere sé stesso come qualcosa di sporco e di sbagliato e a doversi appunto cancellare (situazione che gli ospiti del centro vivono ciascuno in modo diverso, ma comunque con effetti devastanti sulla psiche), ma anche la storia del suo rapporto con i genitori, una madre succube e intrisa di idee religiose ma che alla fine riesce a mettere davanti il bene del figlio, un padre che invece non riesce a scendere a patti con quella che ritiene una "scelta" - pertanto reversibile - da parte del figlio.
Rispetto a The miseducation of Cameron Post, che nonostante la gravità della tematica riesce a essere un film in buona parte leggero e ironico, il film di Edgerdon è virato su un registro drammatico che a tratti sconfina quasi nel thriller e inevitabilmente sfocia in melò, senza per questo risultare stucchevole, e concedendosi qualche ironia in coda.
Il film si regge - oltre che sulla forza di una storia che inevitabilmente sorprende perché praticamente si svolge quasi ai giorni nostri - sulla capacità interpretativa degli attori: la sofferenza trattenuta di Lucas Hedges, le contraddizioni dei suoi genitori divisi tra l'affetto per il figlio e la fedeltà ai princìpi della loro fede. E così ci si ritrova ancora una volta a riflettere sui danni prodotti da un fondamentalismo religioso che interferisce in maniera pesante non solo con la libertà individuale ma anche con quella dello Stato e della società tutta, e su quanto tutto questo sia non solo ancora attuale ma incredibilmente presente anche nelle evolute società occidentali.
Qualcuno volò sul nido del cuculo ci fece scandalizzare sulla pratica della lobotomia per curare la malattia mentale e aprì un dibattito sul tema. Speriamo che questi due film sollevino altrettanta indignazione su una pratica che dovrebbe essere condannata senza alcuna attenuante per non rovinare più le vite di tanti giovani che vogliono solo essere sé stessi.
Voto: 3,5/5
martedì 13 marzo 2018
Lady Bird
Come dice la mia amica F. all'uscita dal cinema, in questo primo film di Greta Gerwig non c'è niente che sia veramente nuovo: il coming of age di un'adolescente di periferia, il rapporto conflittuale madre-figlia, il fare i conti con le proprie radici, il coraggio di essere se stessi, la difficile costruzione dei rapporti con gli altri.
Siamo nei primi anni Duemila, non molto lontani dall’11 settembre 2001.
Christine (Saoirse Ronan), che si fa chiamare da tutti Lady Bird, è all’ultimo anno di scuola prima del college e sta per compiere 18 anni. Vive a Sacramento, “il Midwest della California”, e frequenta una scuola cattolica perché sua madre vuole preservarla dai pericoli della scuola pubblica. Quella di Lady Bird è una famiglia modesta, in cui la madre lavora su turni in un ospedale psichiatrico, il padre è dolce e buono, ma tende alla depressione, il fratello Miguel è alla ricerca di un lavoro vero, insieme alla sua fidanzata che si è trasferita da loro perché rifiutata dalla famiglia.
Lady Bird – come qualunque diciassettenne che si rispetti – è insofferente rispetto al piccolo mondo cui appartiene, vuole fare nuove esperienze, conoscere persone nuove; ma il massimo che riesce a fare è partecipare al musical messo in scena dalla sua scuola insieme alla sua amica Julie, che ha un rapporto non facile con la famiglia e con il cibo.
Lady Bird si innamorerà prima di Danny (Lucas Hedges), poi di Kyle (Timothée Chalamet), si allontanerà da Julie, proverà a frequentare le sue compagne di scuola più ricche e fascinose, si farà aiutare dal padre a fare domanda per un college sulla East Coast, che per lei rappresenta il mondo vero, quello a cui aspira.
In questo anno così determinante per la sua vita capirà molte cose: che la realtà non è sempre come sembra, che i soldi non sono necessariamente sinonimo di apertura mentale, che "pomiciare" può essere talvolta più bello che fare l’amore, che solo con le amiche vere si possono fare pazzie e "scemitudini", che l’amore - grande - di una madre si nasconde spesso dietro una facciata di durezza, che è necessario allontanarsi dal proprio mondo per recuperare le nostre radici e capire chi siamo e cosa vogliamo.
Tutto ciò detto, sembra proprio che la mia amica F. abbia ragione e probabilmente ce l’ha.
Io però ho trovato qualcosa di emozionante in modo speciale in questo film. Nel personaggio di Lady Bird ci sono una schiettezza, una naturalezza e una possibilità di riconoscersi che sono rari. Greta Gerwig riesce a mantenere mirabilmente in equilibrio leggerezza e profondità, e riesce a trasmetterci qualcosa che chiaramente viene da un’esperienza vissuta emotivamente sulla propria pelle.
E se è vero che nel complesso non ci sono guizzi di originalità (ma cosa si può ancora dire di originale sull’età del passaggio dall’adolescenza all’età adulta?), tutto quello che ci racconta è intriso di una sincerità e di una riconoscibilità, cui certamente contribuisce la notevole interpretazione di Saoirse Ronan, adolescente testarda, a tratti insopportabile, immatura ed egoista (come forse tutti noi siamo stati in quel momento della vita, e non solo), ma anche ricca di quella speranza che stride pesantemente con la rassegnazione, il cinismo e la fatica del mondo adulto.
Il rapporto con la madre – pur essendo un classico di queste storie – tocca vette di realismo emotivo che raramente si vedono sullo schermo, fin dalla prima scena: il pianto di madre e figlia insieme in macchina al termine dell’audiolibro Furore di Steinbeck e il repentino passaggio a un litigio nato dal nulla e che termina in un crescendo di incomunicabilità racchiudono il senso di un rapporto che vive di estremi, perché si nutre di un amore grande ma fa i conti con la necessità della presa di distanza.
Io mi sono commossa ed emozionata. Ma questo ovviamente è molto soggettivo e credo anche contingente.
Voto: 3,5/5
Siamo nei primi anni Duemila, non molto lontani dall’11 settembre 2001.
Christine (Saoirse Ronan), che si fa chiamare da tutti Lady Bird, è all’ultimo anno di scuola prima del college e sta per compiere 18 anni. Vive a Sacramento, “il Midwest della California”, e frequenta una scuola cattolica perché sua madre vuole preservarla dai pericoli della scuola pubblica. Quella di Lady Bird è una famiglia modesta, in cui la madre lavora su turni in un ospedale psichiatrico, il padre è dolce e buono, ma tende alla depressione, il fratello Miguel è alla ricerca di un lavoro vero, insieme alla sua fidanzata che si è trasferita da loro perché rifiutata dalla famiglia.
Lady Bird – come qualunque diciassettenne che si rispetti – è insofferente rispetto al piccolo mondo cui appartiene, vuole fare nuove esperienze, conoscere persone nuove; ma il massimo che riesce a fare è partecipare al musical messo in scena dalla sua scuola insieme alla sua amica Julie, che ha un rapporto non facile con la famiglia e con il cibo.
Lady Bird si innamorerà prima di Danny (Lucas Hedges), poi di Kyle (Timothée Chalamet), si allontanerà da Julie, proverà a frequentare le sue compagne di scuola più ricche e fascinose, si farà aiutare dal padre a fare domanda per un college sulla East Coast, che per lei rappresenta il mondo vero, quello a cui aspira.
In questo anno così determinante per la sua vita capirà molte cose: che la realtà non è sempre come sembra, che i soldi non sono necessariamente sinonimo di apertura mentale, che "pomiciare" può essere talvolta più bello che fare l’amore, che solo con le amiche vere si possono fare pazzie e "scemitudini", che l’amore - grande - di una madre si nasconde spesso dietro una facciata di durezza, che è necessario allontanarsi dal proprio mondo per recuperare le nostre radici e capire chi siamo e cosa vogliamo.
Tutto ciò detto, sembra proprio che la mia amica F. abbia ragione e probabilmente ce l’ha.
Io però ho trovato qualcosa di emozionante in modo speciale in questo film. Nel personaggio di Lady Bird ci sono una schiettezza, una naturalezza e una possibilità di riconoscersi che sono rari. Greta Gerwig riesce a mantenere mirabilmente in equilibrio leggerezza e profondità, e riesce a trasmetterci qualcosa che chiaramente viene da un’esperienza vissuta emotivamente sulla propria pelle.
E se è vero che nel complesso non ci sono guizzi di originalità (ma cosa si può ancora dire di originale sull’età del passaggio dall’adolescenza all’età adulta?), tutto quello che ci racconta è intriso di una sincerità e di una riconoscibilità, cui certamente contribuisce la notevole interpretazione di Saoirse Ronan, adolescente testarda, a tratti insopportabile, immatura ed egoista (come forse tutti noi siamo stati in quel momento della vita, e non solo), ma anche ricca di quella speranza che stride pesantemente con la rassegnazione, il cinismo e la fatica del mondo adulto.
Il rapporto con la madre – pur essendo un classico di queste storie – tocca vette di realismo emotivo che raramente si vedono sullo schermo, fin dalla prima scena: il pianto di madre e figlia insieme in macchina al termine dell’audiolibro Furore di Steinbeck e il repentino passaggio a un litigio nato dal nulla e che termina in un crescendo di incomunicabilità racchiudono il senso di un rapporto che vive di estremi, perché si nutre di un amore grande ma fa i conti con la necessità della presa di distanza.
Io mi sono commossa ed emozionata. Ma questo ovviamente è molto soggettivo e credo anche contingente.
Voto: 3,5/5
lunedì 27 febbraio 2017
Manchester by the sea
Lee Chandler (un intenso Casey Affleck, fresco vincitore dell'Oscar) fa il portiere e il tuttofare in un palazzo di Quincy, città nella quale vive in un seminterrato e trascorre le sue giornate tra il lavoro e una birra in totale solitudine. Un giorno riceve una telefonata dal suo paese di origine, Manchester by the sea: suo fratello Joe (Kyle Chandler) è morto e nel testamento gli ha affidato il ruolo di tutore per suo figlio sedicenne Patrick (Lucas Hedges).
Ciò significherà per Lee fare i conti con un dolore mai superato, quello che anni prima lo ha allontanato da sua moglie e lo ha spinto ad andare a vivere lontano dal suo paese e dalla sua famiglia.
La presenza di Patrick, nipote al quale Lee è legatissimo fin da quando questi era bambino, innesca in Lee un potente conflitto interiore e costituisce in qualche modo una sfida e un'opportunità, quella di ritornare alla vita soffocando il dolore indicibile che si porta dentro con l'amore per questo ragazzo pieno di vitalità e di energia.
Come per il protagonista di Moonlight, il dolore di Lee è sordo e compresso, totalmente privo di parole, e si esprime in una apatia e una tristezza assolute, totalmente incapaci di aprirsi agli altri e al mondo nelle sue possibilità. Un dolore che talvolta prorompe in scatti d'ira e di violenza verso se stesso e gli altri, frutto della consapevolezza della propria incapacità di farvi fronte.
Come ha detto la mia amica L., Manchester by the sea è un film "onesto", che ci sbatte in faccia, con una sincerità disarmante, la nostra impotenza rispetto a ciò che va al di là delle possibilità di comprensione e di accettazione della nostra mente e del nostro cuore. Un film che non cede ad alcun ideale "romantico" sulla forza dei sentimenti e sull'amore che vince tutto, perché semplicemente e tragicamente ci sono volte e situazioni in cui non ci resta che ammettere la sconfitta: "I can't beat it" come dice Lee a suo nipote per spiegargli che non ce l'ha fatta.
Nel suo film Kenneth Lonergan ci trascina in quel vicolo cieco di dolore in cui vive Lee, nel suo senso di colpa senza riscatto, nella sua condanna che non è solo e tanto del mondo circostante quanto autoinflitta come punizione suprema al fatto stesso di continuare a vivere.
Di fronte alla morte di Joe si confrontano così la parabola ascendente di Patrick, che pur attraverso il dolore vuole dare una nuova vita e un nuovo senso ai ricordi, e la parabola discendente di Lee, che al dolore ci resta aggrappato come unica salvezza da se stesso.
Non si può rimanere indifferenti di fronte a questo film che tocca corde profonde e nodi universali e non ha risposte facili, esattamente come la vita.
Se posso fare un appunto, ho trovato totalmente inadeguata la colonna sonora, banale e disomogenea al contempo. E forse tutto sommato meglio così, perché con una colonna sonora più riuscita questo sarebbe stato un film da cui non avremmo avuto alcuno scampo.
Voto: 3,5/5
Ciò significherà per Lee fare i conti con un dolore mai superato, quello che anni prima lo ha allontanato da sua moglie e lo ha spinto ad andare a vivere lontano dal suo paese e dalla sua famiglia.
La presenza di Patrick, nipote al quale Lee è legatissimo fin da quando questi era bambino, innesca in Lee un potente conflitto interiore e costituisce in qualche modo una sfida e un'opportunità, quella di ritornare alla vita soffocando il dolore indicibile che si porta dentro con l'amore per questo ragazzo pieno di vitalità e di energia.
Come per il protagonista di Moonlight, il dolore di Lee è sordo e compresso, totalmente privo di parole, e si esprime in una apatia e una tristezza assolute, totalmente incapaci di aprirsi agli altri e al mondo nelle sue possibilità. Un dolore che talvolta prorompe in scatti d'ira e di violenza verso se stesso e gli altri, frutto della consapevolezza della propria incapacità di farvi fronte.
Come ha detto la mia amica L., Manchester by the sea è un film "onesto", che ci sbatte in faccia, con una sincerità disarmante, la nostra impotenza rispetto a ciò che va al di là delle possibilità di comprensione e di accettazione della nostra mente e del nostro cuore. Un film che non cede ad alcun ideale "romantico" sulla forza dei sentimenti e sull'amore che vince tutto, perché semplicemente e tragicamente ci sono volte e situazioni in cui non ci resta che ammettere la sconfitta: "I can't beat it" come dice Lee a suo nipote per spiegargli che non ce l'ha fatta.
Nel suo film Kenneth Lonergan ci trascina in quel vicolo cieco di dolore in cui vive Lee, nel suo senso di colpa senza riscatto, nella sua condanna che non è solo e tanto del mondo circostante quanto autoinflitta come punizione suprema al fatto stesso di continuare a vivere.
Di fronte alla morte di Joe si confrontano così la parabola ascendente di Patrick, che pur attraverso il dolore vuole dare una nuova vita e un nuovo senso ai ricordi, e la parabola discendente di Lee, che al dolore ci resta aggrappato come unica salvezza da se stesso.
Non si può rimanere indifferenti di fronte a questo film che tocca corde profonde e nodi universali e non ha risposte facili, esattamente come la vita.
Se posso fare un appunto, ho trovato totalmente inadeguata la colonna sonora, banale e disomogenea al contempo. E forse tutto sommato meglio così, perché con una colonna sonora più riuscita questo sarebbe stato un film da cui non avremmo avuto alcuno scampo.
Voto: 3,5/5
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