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martedì 21 luglio 2026

Cannes a Roma: Sheep in the box, Gentle monster, Coward, Histoires de la nuit

Sheep in the box

Con il suo ultimo film presentato a Cannes, Hirokazu Kore'Eda fa un ulteriore passo avanti nella sua indagine sul concetto di famiglia e sui legami “di sangue”. E lo fa spostando lo sguardo su un futuro non troppo lontano, che agli occhi del regista giapponese è favola e distopia al tempo stesso.

In questo futuro, un drone consegna dei pacchi a casa di Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Daigo), una coppia di genitori che da non molto ha perso il figlio di 7 anni, Kakeru, in un incidente la cui dinamica rimane piuttosto oscura.

Tra questi pacchi c'è un invito della società Rebirth a partecipare a una presentazione dei loro prodotti. La società è specializzata nella realizzazione di umanoidi la cui apparenza può essere resa identica a quella della persona morta, ma che in quanto macchine non possono avere contatti con l’acqua, non mangiano e necessitano di essere ricaricati.

Inizialmente i due genitori sono scettici rispetto a questa possibilità, ma dopo essere andati alla presentazione decidono di ricevere a casa il loro Kakeru (Rimu Kuwaki).

La relazione con l’umanoide produrrà conseguenze in parte prevedibili, in parte inattese, costringendo Otone e Kensuke, e di conseguenza lo spettatore, a una riflessione cui forse non siamo ancora preparati e per la quale non abbiamo ancora nemmeno il linguaggio. Una macchina che assomiglia a noi, ma che è fatta di circuiti e software, ha qualcosa di paragonabile ai sentimenti? Che relazione ha con gli altri umanoidi come lui? Ha un pensiero autonomo che prescinde dall’essere umano?

Kore’Eda ci proietta in un mondo che ci attende dietro l’angolo e di fronte al quale il film oscilla tra un approccio divertito, inquieto e fiducioso, veicolando in questa alternanza tutta l’incertezza che questa situazione ancora inedita trasmette.

Di fronte a temi che gli sono molto cari – il lutto, la famiglia, i bambini, i legami tra i reietti – ma in un contesto in cui il tecnologico prevarica sull’umano, Kore’Eda appare un po’ spiazzato, e anziché procedere per sottrazione come di solito fa nei suoi film, aggiunge elementi, spesso senza nemmeno spiegarli, appesantendo la narrazione. E alla fine, dopo aver oscillato anche nei toni della narrazione, tra gli estremi della commedia e dell’horror, si rifugia in una fumosa metafora che mette in relazione l’architettura e il ritorno alla natura.

Uno spunto interessante per un film non del tutto riuscito, in cui anche gli attori – persino i bambini, umanoidi e non – appaiono un po’ fuori fuoco, e non pienamente interni alla narrazione.

Voto: 3/5



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Gentle Monster

Di Marie Kreutzer ho visto solo Il corsetto dell’imperatrice con Vicky Krieps, film in costume ma con un afflato moderno; quando dunque ho comprato il biglietto per il nuovo film, Gentle Monster, non sapevo bene cosa aspettarmi. Solo dopo aver visto il film, documentandomi su di esso, capisco che dietro la sua realizzazione c’è una vicenda che immagino sia stata dolorosa e scioccante per la stessa regista, ossia lo scandalo relativo alla pornografia minorile che ha coinvolto l’attore Florian Teichtmeister, diretto proprio da Marie Kreutzer nel suo film precedente.

Proprio un caso di pedofilia e di scambio di materiale pedopornografico è al centro di Gentle Monster: Lucy (una sempre brava Léa Seydoux) si è appena trasferita insieme al marito Philip (Laurence Rupp) e al figlio di 7 anni da Monaco a una grande casa in campagna. In questa nuova sistemazione la coppia cerca di trovare nuovi equilibri, facendo i conti con il lavoro di pianista di Lucy e i tentativi di Philip di riprendere il lavoro di cineasta dopo quello che sembra un burnout. Questo avvio di una nuova routine viene bruscamente interrotto quando la polizia, capeggiata dall’investigatrice Elsa Kühn (Jella Haase), fa irruzione in casa sequestrando tutti i computer e arrestando Philip. Si capirà presto che Philip è accusato di scambio di materiale pedopornografico, e la polizia sta cercando di capire se ne ha anche prodotto e se in qualche modo è stato coinvolto il figlio.

Il mondo di Lucy va in frantumi, tra sentimenti contrapposti e contraddittori, che vanno dalla paura per il figlio e la necessità di allontanarsi da un possibile mostro ai tentativi di trovare delle spiegazioni meno dolorose a quanto emerso. In parallelo entriamo anche nella vita dell’investigatrice Elsa che, oltre a occuparsi di un lavoro delicato, ha una situazione familiare non semplice, con un padre con demenza.

Pur trattando il film di un tema interessante e perseguendo anche il lodevole intento di approfondire lo stato d’animo in particolare delle figure femminili in situazioni emotive difficili, la narrazione di Gentle Monster appare nel complesso un po’ sfilacciata, e da spettatori si fa fatica a trovare un senso nell’incastro dei diversi fili della narrazione. Il film è salvato secondo me dall’intensa interpretazione di Léa Seydoux, che però non può da sola sobbarcarsi il compito di rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

Voto: 3/5



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Coward

Lukas Dhont è un regista che seguo dal suo potente esordio cinematografico, Girl, e che ho amato anche con il suo secondo film, Close. Non potevo dunque perdere il suo ultimo lavoro con il quale, pur nella fedeltà a una narrazione intima e molto incentrata sui personaggi, gli orizzonti si ampliano.

In questo caso infatti Dhont esce dalla contemporaneità per guardare al passato, in particolare alla prima guerra mondiale e all’inferno della trincea. Siamo tra le fila dell’esercito belga, per il quale come in molte altre nazioni, sono stati mobilitati tantissimi giovani. Tra questi c’è Pierre (Emmanuel Macchia), un giovane di poche parole, proveniente da una famiglia contadina, e Francis (Valentin Campagne), erede di una famiglia di sarti, il quale insieme ad altri soldati riformati si occupa dell’intrattenimento (spesso en travesti) per le truppe, al fine di mantenere alto il morale.

Intorno a loro molti altri giovani che, di fronte all’orrore della guerra, alla carneficina, ai corpi martoriati, reagiscono ognuno a suo modo, cercando un senso e delle motivazioni per andare avanti e difendere la patria dall’aggressione.

In questo contesto, tra Pierre e Francis nasce un sentimento d’amore che li conduce non solo alla scoperta reciproca ma anche alla scoperta di sé stessi e a interrogarsi sul proprio futuro.

Tra spettacoli di burlesque e azioni di guerra, tra corpi danzanti e corpi maciullati, tra canzoni d’amore e canzoni patriottiche, a Pierre la guerra appare brutale e insensata, mentre Francis ha trovato una specie di spazio di libertà per potersi esprimere ed essere sé stesso, condizione cui sa che dovrà rinunciare appena la guerra sarà finita per percorrere la strada prevista per lui.

Su questo le loro strade si separeranno per poi rincrociarsi quando la guerra sarà finita.

Mi sono fatta l’idea che la chiave di lettura del film sia nel titolo: chi è il codardo a cui si riferisce? Pierre che decide di disertare e di cercare una strada per vivere la propria omosessualità al di fuori della bolla temporale nella quale l’ha sperimentata, oppure Francis che crede nel suo ruolo a supporto delle truppe e non vuole abbandonarlo, anche perché una volta fuori non se la sente di andare controcorrente?

Senza rinunciare alla sua regia pulita, alla fotografia luminosa delle scene, all’eleganza dei corpi e della narrazione, Dhont salta dall’età dell’infanzia e dell’adolescenza a quella adulta, ma in fondo Pierre e Francis non sono altro che Leo e Remi ormai cresciuti, in un’epoca in cui – anche quando lo sguardo su sé stessi è riconciliato – è il mondo esterno a non essere pronto, incentrato com’è sull’immagine del maschio come soldato pronto ad affrontare qualunque cosa, rispetto alla quale la devianza è accettata solo perché funzionale e al servizio di questa mascolinità.

C’è dunque in questo film di Dhont un piano personale che si interseca con uno storico e sociale, e che conferisce al tema dell’identità nuovi significati e sfumature e apre un nuovo spazio di indagine del maschile.

Voto: 3,5/5



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Histoires de la nuit = Birthday party

Quando ho preso il biglietto di questo film, mi aveva incuriosita la trama ma il nome della regista Léa Mysius non mi diceva assolutamente nulla. Scopro invece a posteriori che la Mysius, prima ancora che regista, è una sceneggiatrice di fama che ha lavorato con grandi registi come Desplechin, Audiard, Téchiné.

Con questa sua regia la Mysius decide di adattare il romanzo omonimo (in italiano La festa di compleanno) di Laurent Mauvignier e si affida a un importante cast in cui ci sono Monica Bellucci, Hafsia Herzi, Benoît Magimel e Bastien Bouillon.

In un piccolo borgo isolato in campagna vivono Nora, Thomas e la loro figlioletta Ida: Nora lavora in città, Ida va tutti i giorni a scuola con l’autobus, Thomas invece si occupa dell’azienda agricola e alleva mucche. Vicino a loro abita Cristina, una donna benestante che dipinge quadri, e che ha con la famiglia dei vicini, soprattutto con Ida e Thomas un ottimo rapporto.

Nel giorno del compleanno di Nora, quando la donna non è ancora arrivata a casa dove il marito le ha organizzato una festa a sorpresa, tre uomini si presentano nel borghetto e sequestrano prima Cristina e poi anche Thomas e la piccola Ida. Nel frattempo arriva anche Nora, e poco dopo due sue colleghe di lavoro.

Tutti vengono tenuti in ostaggio da questi uomini, e Pierre, il loro capo, a poco a poco rivela a tutti che Nora in realtà si chiama Leila e il suo passato non è come tutti pensano che sia. La tensione andrà crescendo così come anche la violenza che porterà con sé durante questa notte infinita.

Histoires de la nuit è un thriller psicologico che non disdegna elementi splatter e che si lascia guardare, ma che personalmente non mi ha detto granché.

Sarà che non è proprio il genere di film che amo vedere, ma devo dire che non sono riuscita mai ad appassionarmi alla storia e me ne è anche dispiaciuto visto il cast di ottimi attori e una regia di tutto rispetto.

Voto: 2,5/5


mercoledì 18 gennaio 2023

Close

Leo (lo strepitoso Eden Dambrine) e Remi (l'altrettanto bravo Gustav De Waele) sono due tredicenni, vicini di casa (nella campagna belga), amici di giochi e di confidenze. Mentre i genitori di Leo si dedicano alla raccolta dei fiori che coltivano, i due ragazzini si godono la loro ultima estate dell'infanzia prima del salto alla scuola superiore tra corse nei campi e gare in bicicletta, giochi di ruolo, sogni sul futuro, esercizi all'oboe (suonato da Remi), risate, momenti di tristezza, e notti passate insieme a casa dell'uno o dell'altro.

All'inizio dell'anno scolastico Leo e Remi si ritrovano in classe insieme e nulla sembra essere cambiato. Però una domanda posta in maniera un po' maliziosa da alcune compagne di classe e gli atteggiamenti da bulli di altri gettano ombra sulla loro amicizia. È soprattutto Leo, il più forte dei due, a entrare in crisi e a cambiare atteggiamento con l'amico, senza riuscire a verbalizzare il proprio confuso stato d'animo. Nel corso dell'anno scolastico il mondo dell'infanzia diventerà un ricordo lontano e si compirà un traumatico coming of age, destinato a lasciare segni profondi.

Dopo il bellissimo Girl, Lukas Dhont sembra continuare la sua personale riflessione sul tema dell'identità di genere, in particolare declinato rispetto a quella delicata età della vita che è l'adolescenza, e lo fa nei modi cui già ci ha abituati: una fotografia di grande qualità estetica, un girato formalmente impeccabile, degli attori straordinari che parlano anche con sguardi e silenzi.

Qualcuno parla infatti di un manierismo di cui Dhont sembrerebbe essere vittima già dopo pochi film (in cui rientrerebbero anche presunti scimmiottamenti malickiani) e di una narrazione a tratti incompiuta, soprattutto quando si esce dallo stretto ambito del rapporto tra i due protagonisti.

Per quanto mi riguarda ho amato Close in ogni scena e inquadratura e sono stata risucchiata nella sua tensione emotiva in maniera totale, sentendo sotto la pelle tutta la felicità, la tenerezza, e poi tutto il dolore e il senso di colpa. E non è sempre vero che un film che ci fa piangere è un film che vuole nascondere i suoi limiti sfruttando strumentalmente l'elemento melodrammatico.

Dentro il film di Dhont io ci ho visto tantissime cose, che vanno molto al di là del tema dell'identità di genere: ad esempio la rappresentazione di un'amicizia infantile la cui innocenza sta nel totale disinteresse verso lo sguardo esterno e nell'essere perfettamente compiuta in sé stessa; lo sguardo altrui come elemento centrale del passaggio dall'infanzia all'adolescenza, che porta con sé la necessità di essere accettati, di omologarsi, di corrispondere alle aspettative; la cesura emotiva e verbale che l'io adolescente vive e che all'improvviso lo costringe a rivedere i propri sentimenti sotto una nuova luce togliendogli completamente le parole per raccontarsi a sé stesso e agli altri; l'affacciarsi del senso di colpa e del peso della responsabilità, nonché del dolore, e la difficoltà di farsene carico e di accettarli, che è la sfida cui continuamente siamo chiamati in età adulta. In questo senso nel film c'è una forte cesura tra i coetanei di Leo e Remi, 'emotivamente inetti' nei modi più vari, e gli adulti (a partire dal fratello di Leo fino ad arrivare ai genitori di Remi, in particolare la madre Sophie) che inevitabilmente hanno dovuto imparare con l'età a fare i conti con dolore, dubbi e imperfezioni.

Non è dunque importante se Leo e Remi sono gay e se la loro amicizia non è un'amicizia, ma qualcos'altro. Loro non se lo chiedono fino a quando non sono gli altri a chiederglielo. Dhont ci spinge ancora una volta a riflettere sul fatto che noi per primi iniziamo a chiedercelo e a osservare morbosamente solo quando diventiamo spettatori - e non partecipi - delle vite degli altri.

Alla fine quella di Close è una rappresentazione al contempo lirica e drammatica di un coming of age, in cui più che l'orgoglio della crescita c'è l'infinito dolore del distacco dall'infanzia, non necessariamente spensierata ma emotivamente istintiva, uno strappo che è come quello dei fiori che ogni estate la famiglia di Leo coglie nei campi, dopo averli amorevolmente piantati e coltivati e prima che vengano rimossi dal terreno per prepararlo a una nuova semina. Il fuggevole sguardo indietro di Leo prima di andare avanti nell'ultima sequenza del film è metafora di un tempo che per ciascuno di noi scorre solo in avanti, pur funzionando in cicli di eterno ritorno.

Voto: 4/5


martedì 9 ottobre 2018

Girl

Lara (Victor Polster) è una ragazza di 15 anni che si è appena trasferita con la sua famiglia (il padre e il suo fratellino Milo) in una nuova città per poter frequentare una importante scuola di danza e per completare il suo percorso medico di transizione.
Dopo gli inibitori della pubertà, la ragazza è ora pronta e assolutamente decisa a proseguire innanzitutto con la cura ormonale e poi con l’intervento che le darà un corpo che potrà finalmente sentire come proprio.
Lara infatti è nata in un corpo maschile, ma si sente profondamente donna, e anche noi la riconosciamo come tale fino a quando non ci viene raccontata la sua storia.

In questo delicatissimo e severissimo percorso Lara è amorevolmente accompagnata e sostenuta da suo padre Mathias (Arieh Worthalter), che le è accanto in ogni momento in uno sforzo continuo di non essere troppo invadente ma anche di comprendere gli stati d’animo di sua figlia e le motivazioni che stanno dietro i momenti difficili che attraversa.

Tenero e denso anche il rapporto con il fratellino Milo, da cui la ragazza riceve affetto e calore fisico e di cui si prende cura quasi come una madre (in assenza di una figura materna che non c'è e di cui il film non ci dice nulla).

Il regista, nonché sceneggiatore Lukas Dhont sceglie di sviluppare questa storia tutta intorno agli sguardi: lo sguardo di Lara che si osserva spesso allo specchio, quasi infastidita da un corpo che non riconosce e che la imbarazza, continuamente alla ricerca di qualche segnale di cambiamento che la porti nella direzione sperata; gli sguardi amorevoli di suo padre e di suo fratello che vedono - prima e al di là del suo corpo - una persona che amano; lo sguardo della gente per strada e degli estranei in generale che vedono Lara per quello che è, una ragazza aggraziata nel fiore dell’adolescenza; gli sguardi degli amici, delle compagne di classe e di quelle di danza che non riescono invece a superare una curiosità quasi morbosa; infine gli sguardi di noi spettatori che non ci interroghiamo solo finché rimaniamo estranei.

Il film di Dhont ci chiama in causa e lo fa fin dal titolo dichiarando una verità senza esitazioni: ma poi ci sfida - man mano che la narrazione prosegue - a prendere coscienza che siamo vittime della medesima curiosità morbosa che le amiche di Lara le sbattono in faccia senza alcun rispetto e ci invita a cogliere il modo in cui il nostro sguardo va alla ricerca di quello che in Lara rivela la sua fisicità e la sua natura maschile. Il regista ci costringe dunque a fare i conti con i nostri stessi schemi mentali, quelli che ci tranquillizzano nel momento in cui ci consentono di collocare ogni cosa al suo posto, di classificare e categorizzare. Un errore nel quale cade persino il padre della ragazza quando le chiede se c’è un compagno di scuola che le piace, e lei le risponde di no e che comunque non sa nemmeno se è attratta dai ragazzi o dalle ragazze, e forse non è nemmeno tanto importante.

Non è questo infatti il tarlo esasperante che Lara cova per l’intero film e che sembra combattere con allenamenti di danza sempre più massacranti, bensì l’urgenza di non doversi giustificare di fronte a nessuno - oltre che di fronte a sé stessa - per un corpo che non le appartiene.

Un film di straordinario impatto emotivo. Cinematograficamente bellissimo.

Voto: 4/5