Dopo averne sentito parlare praticamente da chiunque e averne letto sostanzialmente ovunque (con un meccanismo che ormai conosciamo piuttosto bene in quanto amplificato dai social), vado anche io a vedere il fenomeno cinematografico del momento, il film Barbie diretto da Greta Gerwig e scritto dalla stessa insieme a suo marito, Noah Baumbach.
Partirò da alcune premesse. La prima è che io, appassionata di cinema in sala, non posso che essere stupita e felice per il successo planetario di questo film che ha portato e riportato in sala tantissime persone, soprattutto giovani e giovanissimi, persino in un paese come l’Italia in cui i cinema d’estate tradizionalmente si svuotano e chiudono. E, se fosse anche solo questo, non potrei che esprimere un giudizio positivo nei confronti dell'operazione, pur sapendo che la conquista di questo pubblico potrebbe essere soltanto contingente e temporanea.
La seconda è che personalmente non posso esprimere un “giudizio” su questo film senza fare i conti con il passato cinematografico di Gerwig e Baumbach. I due, che sono una coppia nella vita e che spesso lavorano insieme anche nel cinema, sono tra gli autori e i registi più interessanti e raffinati della loro generazione (e non solo). Ho visto numerosi film di entrambi, e – pur avendo fatto tutti e due una scalata che li ha portati dal cinema indipendente e di nicchia al grande pubblico e al cinema mainstream – ritengo che la loro filmografia sia decisamente lodevole e intellettualmente significativa, anche quando il singolo film incontra meno i miei gusti. Per questo motivo non mi posso arrendere totalmente a chi liquida Barbie come un filmetto divertente o poco più.
Tutto ciò premesso, non penso affatto che ci troviamo di fronte a un capolavoro e probabilmente se non ne stesse parlando tutto il mondo scriverei serenamente una delle mie tantissime recensioni, riconoscendo pregi e difetti del film, ma senza troppe pi**e mentali.
Non sono una grande conoscitrice dell’universo di Barbie: ho avuto da bambina un paio di Barbie e un Ken, ma accessori e varianti della bambola li ho conosciuti solo indirettamente, attraverso la mia amica di infanzia che invece era una appassionata e una collezionista. Partendo da questa mia parziale conoscenza mi sembra che la costruzione di Barbieland sia davvero notevole, sia sul piano materiale (case, macchine, oggetti, paesaggi ecc.) sia sul piano concettuale (un mondo nel quale – come recita la locandina – "Barbie può essere tutto, mentre Ken è solo Ken").
Nel momento in cui Barbie (e l’infiltrato Ken) compie il suo viaggio nel mondo reale per comprendere chi le sta suscitando pensieri di morte (totalmente estranei al mondo di Barbie), la natura del film e il suo intento diventano via via più palesi, e spesso il messaggio “femminista” è oggetto di tirate didascaliche e invero un po’ stucchevoli. È forse anche per questo che il personaggio di Ken (magnificamente interpretato da Ryan Gosling) finisce per diventare più interessante e ben presto ruba la scena a Barbie (la bravissima Margot Robbie).
Gerwig e Baumbach si sono dunque improvvisamente votati alla semplificazione e hanno perso la loro raffinatezza e profondità? Oppure la presenza di Mattel come produttore del film ha finito per annacquare o sporcare in qualche modo le intenzioni degli autori?
Io sinceramente non credo in nessuna delle due intepretazioni e voglio pensare che i due abbiano scelto volutamente un registro e una modalità comunicativa che potessero raggiungere realmente tutti, sapendo fin dal principio di stare realizzando il film più mainstream della loro carriera e di rivolgersi a un pubblico molto più ampio di quello a loro più affezionato. Ed è dunque per questo che la critica al patriarcato è così smaccata e la metafora femminista così priva di sfumature e di complessità, perché deve arrivare come un treno in faccia a tutti, e non far riflettere chi su questi temi è già sensibile.
Non so ovviamente quanto questa strategia possa funzionare, non tanto in termini di pubblico quanto in termini di diffusione reale del messaggio, ma mi sembra già interessante l’effetto che il film ha in molti casi sugli esseri umani di sesso maschile che lo vanno a vedere. Mentre alle donne il film può piacere o no, ma a seconda del loro punto di vista possono empatizzare con la crisi esistenziale di Barbie o con la condizione dei Ken, gli uomini ne escono scocciati e destabilizzati (parliamo sempre di un certo tipo di uomini), in quanto questo film non offre loro nessuna figura maschile alla quale aggrapparsi, non in Barbieland e nemmeno nel mondo reale. E questa è una condizione decisamente nuova e forse un po’ fastidiosa nella quale trovarsi.
In conclusione, mi pare che Barbie qualche merito – cinematografico e non solo – lo abbia, ma per me personalmente non resterà memorabile: non sono tra quelli che si sono piegati in due dalle risate (sebbene alcune cose mi abbiano fatto ridere e sorridere) e ne vedo pienamente il risvolto di marketing che rischia in parte di ridurre la portata dell’intento se non addirittura di determinare una specie di eterogenesi dei fini.
Menzione speciale per coreografie e colonna sonora.
Voto: 3/5
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sabato 19 agosto 2023
martedì 7 febbraio 2023
Babylon
Mentre voi leggete questa recensione di Eileen Jones, che dice esattamente quello che penso ma con maggiori informazioni e in modo più diretto e tranchant del mio consueto, lasciatemi qui a piangere per le sorti di Damien Chazelle, giovane regista su cui tante speranze avevo riposto.
Avevo apprezzato molto Whiplash nonostante il tema profondamente tossico, avevo amato tanto la magia di La la land e non mi era dispiaciuto First man (anche se devo dire che oggi capisco che non mi si era di certo impresso nella memoria). Così di fronte a queste tre ore di spettacolo cinematografico eccessivo, decadente, fantasmagorico e però senza senso, mi chiedo senza sosta cos'avesse in testa Chazelle e cosa ci volesse comunicare.
Man mano che guardavo il film nella mia mente si formava un'immagine che non mi ha più abbandonato: è come se Chazelle avesse lasciato La la land al sole e agli agenti atmosferici fino a farlo imputridire, e poi ce lo avesse riproposto putrefatto sotto forma di questo nuovo film. Persino la musica di Justin Hurwitz è di fatto una rielaborazione del tema di La La Land, in un autocitazionismo che sinceramente mi ha un po' lasciata perplessa. Forse il successo travolgente di La la land ha condotto Chazelle sulle montagne russe di Hollywood, facendogli sperimentare le sue vette ma anche i suoi abissi e lasciandogli addosso un sentimento ambivalente verso il mondo del cinema.
Non a caso, Babylon da un lato è una dichiarazione d'amore al cinema: Chazelle ce lo mostra attraverso una delle scene finali in cui il protagonista Manny (Diego Calva), dopo molti anni da quando ha abbandonato il mondo del cinema, torna in sala dove danno Singin' in the rain e ritrova nostalgicamente la magia della Hollywood del passato, ma anche quella del cinema del futuro (una sequenza invero molto improbabile e neanche particolarmente emozionante). Dall'altro lato, il film è uno sguardo cinico verso Hollywood, descritto - anche in quelli che vengono rappresentati come i tempi d'oro, fatti di artigianato e ingenuità, ma anche ricchi di energia vitale e di sperimentazione, ossia l'epoca del muto - come una cloaca maxima in cui tutti vengono trascinati e da cui nessuno si salva. Non si salva la star del muto, Jack Conrad (Brad Pitt), il cui successo declina con l'avvento del sonoro, non si salva l'attricetta di provincia ambiziosa e sfrenata con un passato difficile Nellie LaRoy (Margot Robbie), non si salvano tutti coloro che gli ruotano intorno, tranne forse chi - più o meno volontariamente - decide di allontanarsi da questo mondo.
Se così dobbiamo interpretare il film, fa specie che un regista così giovane (Chazelle ha solo 37 anni) abbia già sviluppato un livello di cinismo così elevato, sebbene la cosa non mi sorprenda del tutto se penso alla sua generazione.
Faccio a meno a questo punto di soffermarmi troppo a lungo sulle cose che secondo me non funzionano nel film (anche lì dove fossero delle scelte consapevoli), ma qualche accenno lo voglio fare: un film ambientato prevalentemente tra gli anni Venti e Trenta che praticamente da tutti i punti di vista appare totalmente anacronistico e fortemente moderno (acconciature, comportamenti, modi di parlare, vestiti e chi più ne ha più ne metta), citazionismi - che poi in buona parte certamente non colgo nel dettaglio ma di cui percepisco qua e là i segnali - totalmente fuori luogo se non addirittura appiccicati alla narrazione, assenza quasi totale di empatia emotiva, sgradevolezza variamente declinata in grottesco, demenzialità, eccessi, umorismo nero, sequenze secondo me totalmente nonsense, come quella di cui è protagonista Tobey Maguire ovvero quella della lotta di Nellie con il serpente a sonagli.
Ora però non voglio dire che improvvisamente Chazelle è diventato incapace di fare film. Nel film ci sono anche cose molto belle: penso per esempio alla bella e divertente sequenza in cui si mostrano le difficoltà dei primi tentativi di girare col sonoro, ovvero le scene che hanno protagonista l'interessante figura di Elinor St. John (Jean Smart) o quelle con l'attrice lesbica Fay Zhu (Lin Ju Li).
Può essere dunque che qualcuno interpreti il film in chiave diversa e ne dia una lettura positiva.
Io resto sostanzialmente della mia idea. E - vi dirò - mi inquieta il fatto che negli ultimi anni - ovviamente non a caso, visto che siamo in un momento di transizione con la crescita esponenziale delle piattaforme e la crisi delle sale cinematografiche - tantissimi registi facciano film sul cinema (penso a Branagh, a Spielberg, al prossimo di Mendes) con un approccio nostalgico relativamente ai bei tempi andati e con l'intento di redimere il valore della visione in sala. Ora, parlo io che praticamente i film li vedo solo al cinema, e che ovviamente spero che questo trend si inverta, ma so anche che la storia andrà dove deve andare. Ora, però, quelli succitati sono registi che hanno una certa età ed è normale che vivano così questa fase, ma che questa angoscia/nostalgia - seppure in modi diversi - attraversi un giovane mi preoccupa, perché mi aspetterei da lui non un'immersione nel passato, ma la costruzione del futuro.
Voto: 1,5/5
Avevo apprezzato molto Whiplash nonostante il tema profondamente tossico, avevo amato tanto la magia di La la land e non mi era dispiaciuto First man (anche se devo dire che oggi capisco che non mi si era di certo impresso nella memoria). Così di fronte a queste tre ore di spettacolo cinematografico eccessivo, decadente, fantasmagorico e però senza senso, mi chiedo senza sosta cos'avesse in testa Chazelle e cosa ci volesse comunicare.
Man mano che guardavo il film nella mia mente si formava un'immagine che non mi ha più abbandonato: è come se Chazelle avesse lasciato La la land al sole e agli agenti atmosferici fino a farlo imputridire, e poi ce lo avesse riproposto putrefatto sotto forma di questo nuovo film. Persino la musica di Justin Hurwitz è di fatto una rielaborazione del tema di La La Land, in un autocitazionismo che sinceramente mi ha un po' lasciata perplessa. Forse il successo travolgente di La la land ha condotto Chazelle sulle montagne russe di Hollywood, facendogli sperimentare le sue vette ma anche i suoi abissi e lasciandogli addosso un sentimento ambivalente verso il mondo del cinema.
Non a caso, Babylon da un lato è una dichiarazione d'amore al cinema: Chazelle ce lo mostra attraverso una delle scene finali in cui il protagonista Manny (Diego Calva), dopo molti anni da quando ha abbandonato il mondo del cinema, torna in sala dove danno Singin' in the rain e ritrova nostalgicamente la magia della Hollywood del passato, ma anche quella del cinema del futuro (una sequenza invero molto improbabile e neanche particolarmente emozionante). Dall'altro lato, il film è uno sguardo cinico verso Hollywood, descritto - anche in quelli che vengono rappresentati come i tempi d'oro, fatti di artigianato e ingenuità, ma anche ricchi di energia vitale e di sperimentazione, ossia l'epoca del muto - come una cloaca maxima in cui tutti vengono trascinati e da cui nessuno si salva. Non si salva la star del muto, Jack Conrad (Brad Pitt), il cui successo declina con l'avvento del sonoro, non si salva l'attricetta di provincia ambiziosa e sfrenata con un passato difficile Nellie LaRoy (Margot Robbie), non si salvano tutti coloro che gli ruotano intorno, tranne forse chi - più o meno volontariamente - decide di allontanarsi da questo mondo.
Se così dobbiamo interpretare il film, fa specie che un regista così giovane (Chazelle ha solo 37 anni) abbia già sviluppato un livello di cinismo così elevato, sebbene la cosa non mi sorprenda del tutto se penso alla sua generazione.
Faccio a meno a questo punto di soffermarmi troppo a lungo sulle cose che secondo me non funzionano nel film (anche lì dove fossero delle scelte consapevoli), ma qualche accenno lo voglio fare: un film ambientato prevalentemente tra gli anni Venti e Trenta che praticamente da tutti i punti di vista appare totalmente anacronistico e fortemente moderno (acconciature, comportamenti, modi di parlare, vestiti e chi più ne ha più ne metta), citazionismi - che poi in buona parte certamente non colgo nel dettaglio ma di cui percepisco qua e là i segnali - totalmente fuori luogo se non addirittura appiccicati alla narrazione, assenza quasi totale di empatia emotiva, sgradevolezza variamente declinata in grottesco, demenzialità, eccessi, umorismo nero, sequenze secondo me totalmente nonsense, come quella di cui è protagonista Tobey Maguire ovvero quella della lotta di Nellie con il serpente a sonagli.
Ora però non voglio dire che improvvisamente Chazelle è diventato incapace di fare film. Nel film ci sono anche cose molto belle: penso per esempio alla bella e divertente sequenza in cui si mostrano le difficoltà dei primi tentativi di girare col sonoro, ovvero le scene che hanno protagonista l'interessante figura di Elinor St. John (Jean Smart) o quelle con l'attrice lesbica Fay Zhu (Lin Ju Li).
Può essere dunque che qualcuno interpreti il film in chiave diversa e ne dia una lettura positiva.
Io resto sostanzialmente della mia idea. E - vi dirò - mi inquieta il fatto che negli ultimi anni - ovviamente non a caso, visto che siamo in un momento di transizione con la crescita esponenziale delle piattaforme e la crisi delle sale cinematografiche - tantissimi registi facciano film sul cinema (penso a Branagh, a Spielberg, al prossimo di Mendes) con un approccio nostalgico relativamente ai bei tempi andati e con l'intento di redimere il valore della visione in sala. Ora, parlo io che praticamente i film li vedo solo al cinema, e che ovviamente spero che questo trend si inverta, ma so anche che la storia andrà dove deve andare. Ora, però, quelli succitati sono registi che hanno una certa età ed è normale che vivano così questa fase, ma che questa angoscia/nostalgia - seppure in modi diversi - attraversi un giovane mi preoccupa, perché mi aspetterei da lui non un'immersione nel passato, ma la costruzione del futuro.
Voto: 1,5/5
lunedì 23 settembre 2019
Once upon a time... in Hollywood = C'era una volta... a Hollywood
Devo fare una premessa indispensabile per chi si appresta a leggere queste mie riflessioni: non amo Tarantino, ho visto poco della sua filmografia e non appartengo alla schiera di chi considera alcuni suoi film dei cult, anche se ne riconosco l'originalità del linguaggio e certamente vedo in lui una delle figure segnanti della storia della cinematografia recente. Quindi, immagino che i fans del regista potrebbero non condividere quanto mi appresto a scrivere. Se può servire, dichiaro fin da subito che le mie valutazioni non riguardano le qualità del regista, bensì il mio personale gusto rispetto ai suoi film ;-)
Fatta questa premessa, è doveroso anche spiegare perché sono andata a vedere C'era una volta... a Hollywood (rigorosamente - va da sé - in lingua originale). Essendo un'appassionata di cinema, ho pensato che non potevo perdere il film di Tarantino che più di tutti e più esplicitamente è un atto d'amore verso il cinema.
Siamo nell’estate del 1969. Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) è una star della televisione che sta faticosamente tentando di rimanere a galla nel competitivo mondo hollywoodiano interpretando la parte del cattivo nel prolifico filone dei film western. Cliff Booth (Brad Pitt) è uno stuntman e fa la controfigura di Rick nelle scene più pericolose, nonché il suo tuttofare. I due sono anche molto amici e, anche se Cliff vive in una roulotte con il suo cane, spesso si ritrovano entrambi nella villa che Rick possiede a Hollywood, a Cielo Drive. Suoi vicini di casa sono Roman Polanski (Rafał Zawierucha), il regista già affermato di Rosemary's Baby, e sua moglie Sharon Tate (Margot Robbie), diva emergente di Hollywood.
La storia piccola e, se vogliamo, minore di Rick e Cliff finirà per incrociarsi con la vicenda che vedrà tragicamente protagonista Sharon Tate e che assurgerà all'onore delle cronache, sebbene Tarantino decida di sparigliare le carte e di utilizzare il cinema per riscrivere la storia, attribuendo alla settima arte un potere dunque straordinario.
Del resto, non potrebbe che essere questa la conclusione di un film che è un appassionato omaggio al cinema, soprattutto a quella Hollywood che nel 1969 era ancora una grande fabbrica dei sogni nonché un'industria basata non tanto sull'eccezionalità delle grandi produzioni bensì sulla quotidianità di una macchina che lavorava a ciclo continuo sfornando prodotti di tutti i tipi e a tutti i livelli.
Il film è pieno zeppo di citazioni esplicite e meno esplicite e Tarantino si diverte a ricreare oggi sequenze di film del passato o scene che da quel passato sembrano venire. Il divertimento che si coglie dietro questa operazione da parte del regista è tale da prendergli un po' troppo la mano producendo qualche momento di stanchezza nella narrazione e anche qualche lungaggine dal carattere tipicamente onanistico. Tra l’altro il suo citazionismo spinto, che pure è una sua tipica caratteristica, qui opera per tale accumulazione da risultare sovrabbondante fino a sommergere la pellicola e indebolirne la struttura.
In C'era una volta... a Hollywood è come se il cinema diventasse un grande e costoso giocattolo nelle mani di Tarantino che qui si diverte a realizzare in pellicola tutti i suoi desideri d'infanzia, dichiarando un incondizionato amore per il cinema "di serie B" e per tutti gli artigiani di Hollywood che sono stati dimenticati dalla storia ma che ne hanno fatto la grandezza. L'amore di Tarantino per questa Hollywood mitologica che forse esiste solo nella sua mente, e che infatti lui stesso colloca su un piano fiabesco come dichiara nel titolo, è confermato dal fatto che proprio ai suoi protagonisti è affidato il compito di "sacrificare" sé stessi per salvare la Hollywood che verrà.
Leonardo Di Caprio e Brad Pitt sono teneri e divertenti al punto giusto, adorabili ciascuno nella propria parte, perfettamente a proprio agio in quello stile grottesco e sopra le righe che è ormai il marchio di fabbrica del regista di Knoxville. Veri mattatori e grandi attori che illuminano la pellicola anche solo con la loro presenza.
Voto: 3/5
Fatta questa premessa, è doveroso anche spiegare perché sono andata a vedere C'era una volta... a Hollywood (rigorosamente - va da sé - in lingua originale). Essendo un'appassionata di cinema, ho pensato che non potevo perdere il film di Tarantino che più di tutti e più esplicitamente è un atto d'amore verso il cinema.
Siamo nell’estate del 1969. Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) è una star della televisione che sta faticosamente tentando di rimanere a galla nel competitivo mondo hollywoodiano interpretando la parte del cattivo nel prolifico filone dei film western. Cliff Booth (Brad Pitt) è uno stuntman e fa la controfigura di Rick nelle scene più pericolose, nonché il suo tuttofare. I due sono anche molto amici e, anche se Cliff vive in una roulotte con il suo cane, spesso si ritrovano entrambi nella villa che Rick possiede a Hollywood, a Cielo Drive. Suoi vicini di casa sono Roman Polanski (Rafał Zawierucha), il regista già affermato di Rosemary's Baby, e sua moglie Sharon Tate (Margot Robbie), diva emergente di Hollywood.
La storia piccola e, se vogliamo, minore di Rick e Cliff finirà per incrociarsi con la vicenda che vedrà tragicamente protagonista Sharon Tate e che assurgerà all'onore delle cronache, sebbene Tarantino decida di sparigliare le carte e di utilizzare il cinema per riscrivere la storia, attribuendo alla settima arte un potere dunque straordinario.
Del resto, non potrebbe che essere questa la conclusione di un film che è un appassionato omaggio al cinema, soprattutto a quella Hollywood che nel 1969 era ancora una grande fabbrica dei sogni nonché un'industria basata non tanto sull'eccezionalità delle grandi produzioni bensì sulla quotidianità di una macchina che lavorava a ciclo continuo sfornando prodotti di tutti i tipi e a tutti i livelli.
Il film è pieno zeppo di citazioni esplicite e meno esplicite e Tarantino si diverte a ricreare oggi sequenze di film del passato o scene che da quel passato sembrano venire. Il divertimento che si coglie dietro questa operazione da parte del regista è tale da prendergli un po' troppo la mano producendo qualche momento di stanchezza nella narrazione e anche qualche lungaggine dal carattere tipicamente onanistico. Tra l’altro il suo citazionismo spinto, che pure è una sua tipica caratteristica, qui opera per tale accumulazione da risultare sovrabbondante fino a sommergere la pellicola e indebolirne la struttura.
In C'era una volta... a Hollywood è come se il cinema diventasse un grande e costoso giocattolo nelle mani di Tarantino che qui si diverte a realizzare in pellicola tutti i suoi desideri d'infanzia, dichiarando un incondizionato amore per il cinema "di serie B" e per tutti gli artigiani di Hollywood che sono stati dimenticati dalla storia ma che ne hanno fatto la grandezza. L'amore di Tarantino per questa Hollywood mitologica che forse esiste solo nella sua mente, e che infatti lui stesso colloca su un piano fiabesco come dichiara nel titolo, è confermato dal fatto che proprio ai suoi protagonisti è affidato il compito di "sacrificare" sé stessi per salvare la Hollywood che verrà.
Leonardo Di Caprio e Brad Pitt sono teneri e divertenti al punto giusto, adorabili ciascuno nella propria parte, perfettamente a proprio agio in quello stile grottesco e sopra le righe che è ormai il marchio di fabbrica del regista di Knoxville. Veri mattatori e grandi attori che illuminano la pellicola anche solo con la loro presenza.
Voto: 3/5
venerdì 6 aprile 2018
Tonya
"Tratto da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gilloly". Così comincia il film di Craig Gillespie e per lo spettatore non è solo una dichiarazione relativa ai contenuti del film che vedremo, ma anche un'indicazione del tono e della cifra narrativa che lo caratterizzano.
Apparentemente un biopic con tutti i crismi di questo genere cinematografico, in realtà una commedia nera in cui il racconto della realtà viene filtrato attraverso le ricostruzioni dei protagonisti, che si rivelano quasi subito e del tutto naturalmente come dei personaggi da commedia: Tonya (Margot Robbie), un grande talento imprevedibilmente nato in un contesto sociale e affettivo ben oltre i confini del borderline, una madre (Allison Janney) cinica e anaffettiva ben oltre i limiti dell'umanamente sopportabile, un fidanzato e poi marito violento e soprattutto stupido ai limiti dell'incredibile, un amico sovrappeso che vive con i genitori ma racconta di essere un agente segreto.
La somma di questi personaggi da commedia (la cui differenza rispetto a quelli veri che ci vengono mostrati sui titoli di coda è praticamente inesistente) produce - in un domino incontrollabile - il naufragio della vita e della carriera di Tonya, che era prevedibile fin dal principio.
Il film di Gillespie è anche un film sul rapporto tra racconto e verità, che si interroga e ci interroga su come si possa conoscere la verità quando nessuno dei protagonisti è un interlocutore credibile e affidabile, e anche chi dovrebbe o potrebbe esserlo – vedi il cronista che a suo tempo aveva seguito la vicenda della Harding – in realtà mette il proprio interesse personale e professionale ben prima della ricostruzione della verità. Non a caso un film che narrativamente si gioca su un doppio piano, quello del racconto degli intervistati, e quello della ricostruzione di quanto accaduto: questi due piani spesso si sovrappongono e si fondono, e questo processo viene sottolineato dal salto tra il piano diegetico e quello extradiegetico (la musica che commenta una scena diventa musica ascoltata anche dai protagonisti, il protagonista che vive la vicenda a un certo punto si rivolge direttamente allo spettatore che guarda il film).
All'interno di questo tema più generale c'è anche una profonda critica alla grande narrazione su cui si fonda la cultura americana, ossia il cosiddetto "sogno americano", l'idea che a chiunque – qualunque sia la sua condizione di partenza – questo grande Paese possa offrire l'opportunità di riuscire nella vita e avere successo se questo qualcuno è disposto a lavorare per il suo sogno. Il che – sembra dirci Gillespie – è vero con le dovute eccezioni e solo quando l'ascesa sociale e personale è in qualche modo in linea con l'immagine esterna che l'America vuole dare di se stessa.
Tonya Harding era un grande talento e non si può dire che non abbia investito tutte le sue energie per realizzare il suo sogno, e ci è arrivata molto vicina. Ma l'America non l'ha mai perdonata per il fatto di non essere riuscita a omologarsi al mondo a cui voleva appartenere e di non aver mai rappresentato un esempio di riscatto vero, un esempio positivo per gli americani e un simbolo americano per il mondo intero. Non a caso l'errore di stupidità e omissione che ha fatto, dovuto fondamentalmente ai personaggi ancora più stupidi e psicolabili che la circondavano (certamente non dotati di alcun talento a differenza sua) le è stato fatto pagare in maniera esemplare. Perché il balordo può essere classificato come tale e tollerato dalla società americana, ma quando un corpo estraneo e "malato" si fa largo nel presunto tessuto sano allora va espulso, reciso e ricondotto alla sua marginalità.
Tonya che ci guarda negli occhi e ci dice che l'abbiamo ridotta a una barzelletta è un atto di accusa che non risparmia nessuno, nemmeno il regista di questo film.
Voto: 3,5/5
Apparentemente un biopic con tutti i crismi di questo genere cinematografico, in realtà una commedia nera in cui il racconto della realtà viene filtrato attraverso le ricostruzioni dei protagonisti, che si rivelano quasi subito e del tutto naturalmente come dei personaggi da commedia: Tonya (Margot Robbie), un grande talento imprevedibilmente nato in un contesto sociale e affettivo ben oltre i confini del borderline, una madre (Allison Janney) cinica e anaffettiva ben oltre i limiti dell'umanamente sopportabile, un fidanzato e poi marito violento e soprattutto stupido ai limiti dell'incredibile, un amico sovrappeso che vive con i genitori ma racconta di essere un agente segreto.
La somma di questi personaggi da commedia (la cui differenza rispetto a quelli veri che ci vengono mostrati sui titoli di coda è praticamente inesistente) produce - in un domino incontrollabile - il naufragio della vita e della carriera di Tonya, che era prevedibile fin dal principio.
Il film di Gillespie è anche un film sul rapporto tra racconto e verità, che si interroga e ci interroga su come si possa conoscere la verità quando nessuno dei protagonisti è un interlocutore credibile e affidabile, e anche chi dovrebbe o potrebbe esserlo – vedi il cronista che a suo tempo aveva seguito la vicenda della Harding – in realtà mette il proprio interesse personale e professionale ben prima della ricostruzione della verità. Non a caso un film che narrativamente si gioca su un doppio piano, quello del racconto degli intervistati, e quello della ricostruzione di quanto accaduto: questi due piani spesso si sovrappongono e si fondono, e questo processo viene sottolineato dal salto tra il piano diegetico e quello extradiegetico (la musica che commenta una scena diventa musica ascoltata anche dai protagonisti, il protagonista che vive la vicenda a un certo punto si rivolge direttamente allo spettatore che guarda il film).
All'interno di questo tema più generale c'è anche una profonda critica alla grande narrazione su cui si fonda la cultura americana, ossia il cosiddetto "sogno americano", l'idea che a chiunque – qualunque sia la sua condizione di partenza – questo grande Paese possa offrire l'opportunità di riuscire nella vita e avere successo se questo qualcuno è disposto a lavorare per il suo sogno. Il che – sembra dirci Gillespie – è vero con le dovute eccezioni e solo quando l'ascesa sociale e personale è in qualche modo in linea con l'immagine esterna che l'America vuole dare di se stessa.
Tonya Harding era un grande talento e non si può dire che non abbia investito tutte le sue energie per realizzare il suo sogno, e ci è arrivata molto vicina. Ma l'America non l'ha mai perdonata per il fatto di non essere riuscita a omologarsi al mondo a cui voleva appartenere e di non aver mai rappresentato un esempio di riscatto vero, un esempio positivo per gli americani e un simbolo americano per il mondo intero. Non a caso l'errore di stupidità e omissione che ha fatto, dovuto fondamentalmente ai personaggi ancora più stupidi e psicolabili che la circondavano (certamente non dotati di alcun talento a differenza sua) le è stato fatto pagare in maniera esemplare. Perché il balordo può essere classificato come tale e tollerato dalla società americana, ma quando un corpo estraneo e "malato" si fa largo nel presunto tessuto sano allora va espulso, reciso e ricondotto alla sua marginalità.
Tonya che ci guarda negli occhi e ci dice che l'abbiamo ridotta a una barzelletta è un atto di accusa che non risparmia nessuno, nemmeno il regista di questo film.
Voto: 3,5/5
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