Visualizzazione post con etichetta Meryl Streep. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Meryl Streep. Mostra tutti i post

mercoledì 9 marzo 2016

Suffragette

Suffragette di Sarah Gavron è uno di quei film che io definisco "necessari", ossia quelli che ci raccontano che i diritti che noi oggi diamo per scontati non lo sono sempre stati e hanno richiesto lunghe lotte e sacrifici importanti da parte delle numerose persone che hanno creduto in queste battaglie. Sono anche film che ci ricordano che la storia delle disuguaglianze e dei pregiudizi è una storia che appartiene al nostro recente passato e per questo ci riguarda molto da vicino, anche per le forme sempre nuove in cui tali pregiudizi si incarnano e si presentano.

In questo caso, protagoniste del film sono le suffragette, che - ispirate e guidate da Emmeline Pankhurst (qui interpretata da Meryl Streep) - nei primi decenni del Novecento in Gran Bretagna lottarono, pacificamente e non, per il riconoscimento del diritto di voto alle donne, nonché per il superamento della pesante situazione di minorità che le donne dovevano subire nel contesto familiare e lavorativo.

La grande storia viene qui raccontata attraverso una storia piccola, ossia adottando il punto di vista di Maud (Carey Mulligan), una giovane donna, moglie e madre di un bambino, che lavora da sempre in una lavanderia, abituata a subire le angherie del suo capo e a tacere di fronte a tutte le ingiustizie di genere cui assiste. Il film è incentrato sulla progressiva presa di coscienza di Maud, che dapprima viene coinvolta per caso da una collega in un incontro delle suffragette, poi via via ne condivide spirito e obiettivi, unendosi in particolare al gruppo animato da Edith Garrud (Helena Bonham Carter) e accettando grossi sacrifici personali, tra cui l'allontanamento da suo figlio e il carcere.

Da un punto di vista cinematografico, il film di Sarah Gavron è un prodotto dignitoso e ben confezionato, un compitino certamente eseguito bene, con la giusta dose di emozione e pathos e una apprezzabile ricostruzione della Londra di quegli anni. Sicuramente non un film destinato a rimanere impresso in maniera indelebile nella mente dello spettatore, né un film capace di sorprendere lo spettatore, che invece viene praticamente accompagnato attraverso uno svolgimento psico-emotivo in buona parte prevedibile.

L'approfondimento psicologico non è del tutto soddisfacente né si sottopongono a riflessione critica temi complessi quali l'efficacia di un'azione violenta in una lotta come questa, il rapporto tra l'azione delle suffragette e il risultato politico arrivato qualche anno dopo. L'intento della regista è invece certamente quello di chiamare tutti - attraverso la protagonista Maud - ad abbandonare il ruolo di spettatori passivi della storia e a rimboccarsi le maniche in prima persona per difendere le cause in cui si crede.

Non a caso la regista, prima dei titoli di coda, fa scorrere sullo schermo l'elenco cronologico dell'introduzione del diritto di voto in numerosi paesi del mondo per mostrarci che la lotta per l'uguaglianza sociale e politica delle donne ha attraversato tutto il Novecento e non si può dire certamente conclusa, soprattutto in alcuni paesi in cui la condizione femminile è ancora di forte minorità.

Voto: 3/5

martedì 11 marzo 2014

I segreti di Osage County

La prima definizione di questo film che mi è venuta in mente è un “Festen in salsa americana”. Come nel film danese infatti al centro del racconto c’è una famiglia che si riunisce nella casa paterna a seguito della scomparsa del padre (che si scoprirà a breve essersi suicidato nel lago). La famiglia è composta da una madre di grande presenza "scenica" (Meryl Streep), le tre figlie (Julia Roberts, Juliette Lewis e Julianne Nicholson) con le rispettive famiglie e/o compagni, e la loro zia (sorella della madre) con il marito e il figlio. La riunione familiare sarà la circostanza nella quale tutte le tensioni e i nodi irrisolti delle dinamiche relazionali verranno più o meno drammaticamente a galla.

Iniziamo dai difetti di questo film. È un film decisamente molto, forse troppo americano, sia nella confezione sia nella sceneggiatura, che appare un po’ troppo didascalica per i miei gusti. I protagonisti tendono in alcuni momenti al macchiettismo, o a interpretare una categoria psicologica troppo riconoscibile per essere completamente credibile. In generale, l’intera narrazione è tutta parecchio sopra le righe, così come la recitazione, in linea probabilmente con certo stile americano.

Ciò detto, devo confessare che – depurato da qualche forzatura e semplificazione – ho trovato il film molto centrato sul tema della famiglia, capace di metterne a nudo alcune dinamiche perverse a cui tutti noi – chi più chi meno – abbiamo dovuto e dobbiamo far fronte.

Fa parte della storia di ognuno confrontarsi con il modo di essere dei propri genitori. Ciascuno di noi è in qualche modo l’esito e la risposta a questi modi di essere (che a loro volta sono il risultato della loro storia personale e familiare), nella maniera unica ed originale in cui queste modalità si innestano sul proprio apparato caratteriale ed evolvono in relazione alle nostre esperienze.

Una madre come quella portata in scena da Meryl Streep è una madre che in nessun modo può lasciare indifferente il mondo circostante, nella durezza con cui riversa su di esso le proprie fragilità e il proprio bisogno insaziabile di affetto, trasformandoli in aggressività e disprezzo per i componenti della sua famiglia. Di fronte a cotanta madre ognuno fa quello che può: suo marito porta avanti il suo compito fino in fondo e poi decide di uscire di scena, sua sorella non riesce a fare pace con il senso di colpa, le sue figlie rispondono chi con la stessa aggressività e durezza (riproducendo dunque nella propria vita le stesse dinamiche materne e finendone in qualche modo schiacciate), chi con una patologica ingenuità che in qualche modo è funzionale alla sopravvivenza, chi con una passività e un vittimismo che si portano dietro dolore e frustrazione.

Come si dice spesso, la famiglia non ce la scegliamo e in molti casi è composta da persone che probabilmente non avremmo scelto in una libera dinamica relazionale. La famiglia, intesa soprattutto come legame di sangue, è però anche l’unico legame che non può essere veramente reciso. Si può divorziare da un marito, si può decidere di cambiare compagno o amici, ma non si può divorziare dai propri genitori o dai propri fratelli. Anche quando si decide volontariamente di allontanarsene, il legame con loro continua ad agire sotterraneamente nella nostra vita, senza lasciarci veramente liberi.

È per questo che ognuno di noi nel proprio personale percorso di maturazione, nella faticosa ricerca di un equilibrio con il mondo circostante, nella propria personale via verso quella seconda nascita che ci rivela davvero chi siamo (e non quello che la nostra famiglia e il mondo avrebbero voluto che fossimo), deve avere il coraggio di affrontare e sciogliere questo nodo, ossia riconoscere e fare pace con l’impronta familiare che ci porteremo dietro per sempre, ma anche guardare il proprio io più profondo, dargli spazio, creargli un ambiente che gli consenta di respirare e crescere. Ognuno di noi è chiamato a trovare il suo modo: c’è chi lo fa allontanandosi e chi restando vicino, chi rifiutando e chi accettando, chi rielaborando e chi prendendo le cose come sono.

Ebbene, I segreti di Osage County è uno di quei film che – pur non essendo cinematograficamente del tutto convincenti – ci aiuta a ricordarci quanto c’è di universale e di profondamente umano anche nella fatica e nell’assurdità di certe dinamiche familiari.

Voto: 3/5

venerdì 3 settembre 2010

Cosa voglio di più

Sono andata a vedere a Bruxelles la versione romana del film di Soldini, in tutto e per tutto uguale all'originale ambientata nella provincia milanese. Ho notato giusto un leggero accento romanesco nei personaggi grazie a un doppiaggio appositamente aggiunto per l'occasione... Ovviamente, sto scherzando!
Ma devo dire che dopo aver visto il biglietto di ingresso (qui a fianco riprodotto) non ho potuto fare a meno di pensarlo e di farmi una gran bella risata...

E menomale, perché la visione del film (unita allo spleen di un venerdì sera in cui il mio umore non era alle stelle) non mi ha certo fatta uscire col sorriso sulle labbra.

Del resto, Soldini è così. Capace di alternare commedie agrodolci intrise di un'ironia sottile e di una dolcezza malinconica e gioiosa al contempo (si vedano, in particolare, Pane e tulipani e Agata e la tempesta) e storie d'amore di grande drammaticità (per il passato si veda ad esempio Brucio nel vento).
A mio modesto parere, la commedia agrodolce e intelligente è maggiormente nelle sue corde; ma chissà, magari questa è la nostra impressione e percezione da spettatori, mentre il regista sente più vicine alla sua sensibilità le storie come quella raccontata in Cosa voglio di più.

Non si tratta certo di una storia originale. Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino), entrambi sposati (lui ha anche due bambini piccoli), si incontrano per caso e tra loro è subito istintiva attrazione, passione divorante, sconvolgimento interiore che li porterà a mettere in discussione tutto e li costringerà a una scelta, chissà se realmente definitiva.
Il film mi ha fatto tornare alla mente un'altra pellicola che affronta sostanzialmente lo stesso tema, Innamorarsi, con Robert De Niro e Meryl Streep. Rispetto a quest'ultimo ho trovato il film di Soldini più duro, più crudo per certi versi, meno giocato sul romanticismo. La sensazione che mi ha trasmesso guardandolo è stata quella di una morsa che si stringe ogni minuto di più intorno alla gola...

Del resto, in fondo, non è questa la sensazione che si ha ogni volta che si innesca quell'alchimia ingovernabile chiamata passione? Certo, sì, un desiderio divorante, una felicità traboccante, ma anche la percezione di una totale impotenza di fronte a un sentimento che non chiede permesso, che ti conduce dove vuole, che ti capovolge le priorità, ma che non ti toglie, anzi ti moltiplica, l'ansia del futuro...
In un certo senso, la passione ci terrorizza perché porta con sé i germi dell'amore. E l'amore ci complica l'esistenza. Non la semplifica.

Tutto questo diventa un groviglio ancora più inestricabile quando la passione irrompe in vite già strutturate, in cui molte scelte sono state già fatte, la serenità di altre persone dipende da noi, ma la quotidianità è tanto più faticosa da accettare e ravvivare.

È quello che accade ad Anna. Non le manca niente. Le manca quel guizzo interiore, quel batticuore, quell'emozione che sono stati sepolti dalla vita di tutti i giorni, non per colpa di qualcuno, ma per quel paradosso di fondo in cui viviamo, lacerati tra un'esigenza profonda di serenità e un'istintiva spinta alla rottura degli equilibri. Può l'amore reggere davvero all'incongruenza della nostra natura umana?

Guardando il film mi è tornata in mente una citazione che mi è capitato di leggere ultimamente in un forum, tratta da un romanzo che non ho letto, Soffocare di Chuck Palahniuk: "Dopo aver fatto sesso i cani rimangono bloccati l’uno dentro l’altra, e per un tempo generalmente breve non possono fare altro se non restare in quella posizione infelice. La mamma disse che la descrizione poteva adattarsi perfettamente a buona parte dei matrimoni".

Immagine cinica. Ma chissà, forse è proprio così. Il rapporto affettivo tra due persone è solo l'inevitabile, ma transitorio prolungamento della passione che li ha inizialmente uniti.

Comincio a pensare che qualcosa di sbagliato deve essere accaduto nel nostro processo evolutivo. Oppure, tutto è perfetto, ed è solo la dimensione socio-emotiva della nostra mente ad aver imboccato al strada sbagliata.

Voto: 3/5

N.B. Ho incontrato quasi l'intero cast del film, compreso il regista, una sera a cena a Roma da Sforno (una delle migliori pizzerie romane). Cosicché, perso il film nelle sale italiane, non potevo certo esimermi dal venire a vederlo qui a Bruxelles, visto che mi si è presentata l'insperata l'occasione!

mercoledì 25 febbraio 2009

La notte degli Oscar


Ed eccoci qui a smaltire la sbornia della notte degli Oscar e delle sue statuette.
Per una volta è andata quasi esattamente come avrei sperato... Credo che The millionaire meriti le 8 statuette che ha vinto e non ritengo - come qualcuno ha ipotizzato - che la vittoria sia solo legata al vento Obama che spira negli Stati Uniti e all'ottimismo che caratterizza la pellicola (ottimismo che sinceramente mi pare una lettura superficiale del film e dei suoi contenuti).
Peccato che Frost/Nixon non sia riuscito a portare a casa nulla, nemmeno una statuetta consolatoria, ma la concorrenza era veramente forte.
Sono contentissima per la vittoria di Sean Penn, checché ne dica Mark Kermode della BBC. Io ho trovato la sua interpretazione magistrale e secondo me andava premiata più di un risorto Mickey Rourke che in qualche modo si è solo limitato a esporre il suo corpo trasformato.
Altrettanto contenta per Kate Winslet; non ho ancora visto The reader (ma rimedierò al più presto; ecco qui la mia recensione), però quest'attrice la trovo sempre ad altissimi livelli. Certo Meryl Streep era una degna avversaria, però credo che in questa circostanza fosse giusto dare la precedenza alla Winslet. E, con un leggero sadismo, bene che non abbia vinto Angelina Jolie, che personalmente non posso fare a meno di sentire costruita e artefatta.
Per quanto riguarda gli attori non protagonisti, l'omaggio a Heath Ledger tutto sommato era dovuto e, a parte Philip Seymour Hoffman, non vedevo concorrenti; invece, pur apprezzando la scelta di Penelope Cruz, sono curiosa di vedere Marisa Tomei in The wrestler sulla cui interpretazione ho sentito meraviglie.
Non oso immaginare cosa sia il film Departures, miglior film straniero (che ha prevalso su Valzer con Bashir e La classe, tra gli altri), che a questo punto, nonostante qualche avversione alla cinematografia giapponese, spero di riuscire a vedere.
Grandissimo Wall-e che non aveva concorrenti come miglior film d'animazione, anzi personalmente avrei addirittura sperato in qualcosa di più per questo film straordinario.
Invece, d'accordo nell'aver relegato Il curioso caso di Benjamin Button ai premi di consolazione sul trucco e gli effetti visivi, che mi sono sembrati gli unici aspetti veramente degni di nota nel film.
E ora tutti ad ascoltare la colonna sonora di The millionaire.

domenica 1 febbraio 2009

Dubbi a confronto


A distanza di pochi giorni dalla visione dell’opera teatrale sono andata a vedere anche la versione cinematografica de “Il dubbio”, scritto e diretto dallo stesso John Patrick Shanley, autore del testo teatrale. Ciò non è senza significato perché vuol dire che la stessa persona ha tradotto nel linguaggio cinematografico l’essenza vera del testo teatrale e non c’è il rischio di intepretazioni altre o che escano fuori dai confini del testo originale. Va detto che la sceneggiatura è assolutamente fedele al testo teatrale, con cambiamenti minimali imposti dalle caratteristiche del cinema.

Come l’opera teatrale, il film ha la grandezza propria delle storie che non danno risposte e che proprio per questo ti lavorano dentro.

Sul piano dei contenuti le considerazioni non possono che essere simili a quelle fatte a conclusione dello spettacolo teatrale, ossia il fortissimo valore simbolico di questo testo che fa comprendere con le parole e con la storia quanto l’insicurezza, il dubbio e l’incertezza siano condizioni striscianti, talvolta sganciate dalla realtà o innescate da convincimenti e fragilità personali o situazioni esterne che risvegliano le proprie angosce interiori. Come dice padre Flynn nel primo sermone, il dubbio è un vincolo altrettanto potente che la certezza e proprio per questo può essere utilizzato per scopi più o meno nobili. E nel secondo sermone bellissima l’immagine del cuscino e delle piume, che mostra come i germi dell’insicurezza possano raggiungere chiunque se aiutati dal vento. E lo spettatore alla fine del film si accorge di essere diventato parte del gioco, quel dubbio si è impossessato di lui rendendolo altrettanto insicuro, perché tutte le interpretazioni sono plausibili e la risposta è solo in quello che ciascuno vuole credere.

Proviamo a leggere tutto questo applicato all’America – o forse all’intero mondo occidentale – all’indomani dell’11 settembre, proviamo a pensare a tutto quello che è successo, ai processi che si sono innescati… e ognuno tiri le sue conclusioni.

Sul piano stilistico, va ovviamente data per scontata la maggiore ricchezza e le potenzialità espressive su cui può contare il cinema e gli stessi attori che possono sfruttare minimi movimenti degli occhi e impercettibili espressioni del viso per comunicare… A teatro solo la potenza della recitazione è lo strumento su cui gli attori possono poggiare.

Questo spiega forse perché lo spettacolo teatrale l’ho avvertito oscillante tra drammaticità e caricaturalità, mentre il film riesce a mantenere un piano comunicativo intermedio. Suor Aloysius (Meryl Streep) ha la potenza simbolica della certezza quasi respingente, ma riesce a mantenere il realismo di un personaggio la cui ironia si fa complementare all’inflessibilità: Suor James (Amy Adams) non è una macchietta poco credibile come a teatro, ma una suora molto ingenua, ma credibile, che si fa strumento del dubbio. Padre Flynn (Philip Seymour Hoffman) è meno tormentato che nell’interpretazione di Accorsi, ma nella sua apparente calma forse più inquietante.

Che dire? Ottima occasione per un confronto tra due arti così vicine eppure così lontane…


Voto: 3,5/5

sabato 31 gennaio 2009

Il dubbio


Sono andata a vedere a teatro Il dubbio, l'opera teatrale scritta da John Patrick Shanley, che ha vinto il premio Pulitzer e da cui e' stato tratto il film che sta per uscire nelle sale italiane (con Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep). A teatro e' in giro gia' da un po' una versione italiana del testo teatrale adattata da Margaret Mazzantini per la regia di Sergio Castellitto che ha come protagonisti Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi (con la giovane suora intepretata da Alice Bachi). Il testo teatrale (anche se a dirla tutta bisognerebbe leggerlo in originale) è piuttosto interessante (seppure a volte discontinuo) ed e' capace di insinuare nello spettatore, che all'inizio è animato da una profonda certezza della verita', un crescente, ambiguo e strisciante senso di insicurezza che rimarra' insoluto... Ho letto da qualche parte in riferimento ad un'altra opera l'espressione "prodotto del post-11 settembre"; direi che probabilmente lo stesso si puo' dire di questo testo teatrale, scritto dopo il settembre 2001 ma ambientato nel post-assassinio di Kennedy, un altro momento delicato della storia americana e non solo.
La proposta di Castellitto e' caratterizzata da una bella scenografia con il motivo della croce di luce che si compone e si scompone sullo sfondo, da musiche volutamente dissonanti rispetto al clima un po' cupo della scuola parrocchiale (mi chiedo se facciano parte delle scelte originali dell'autore) e da una recitazione credo volutamente sopra le righe, a tratti quasi caricaturale. La scelta di recitazione e' forse anch'essa imposta dal modo in cui i personaggi sono delineati nel testo o forse e' scelta registica o attoriale; in ogni caso essa ha un effetto in parte straniante che personalmente mi e' piuttosto piaciuto perche' ha tolto almeno in parte alla storia il suo carattere realistico per dargli un valore simbolico.
All'uscita dal teatro molti spettatori si lamentavano di questa scelta, apprezzando la recitazione piu' piana e realistica di Accorsi. Mi sono chiesta se non ci siamo ormai talmente abituati al linguaggio omogeneo e omogeneizzante della televisione che non riusciamo piu' ad apprezzare registri diversi...
Sono curiosa a questo punto di fare il confronto con la versione hollywodiana e capire come questi piani e registri verranno gestiti...
Voto: 3/5