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mercoledì 9 gennaio 2013

The master


Si tratta del classico film destinato a dividere sia la critica sia il pubblico su posizioni piuttosto distanti. C’è infatti chi grida al capolavoro e chi esprime delusione rispetto alle aspettative e nel confronto con i film precedenti del regista.

Per quanto mi riguarda, non posso negare che si tratti di un film di altissimo livello cinematografico. E questo è vero innanzitutto per le superbe interpretazioni dei protagonisti, sia Joaquin Phoenix nei panni del reduce di guerra Freddie Quell, sia Philip Seymour Hoffman nei panni del guru Lancaster Dodd, sia Amy Adams nei panni della giovane moglie di quest’ultimo.

Lo stesso dicasi per la confezione del film che è di altissima qualità dal punto di vista visivo e sonoro. Del resto da Paul Thomas Anderson non ci si poteva aspettare di meno.

Ciò che personalmente ho trovato un po’ debole è l’impianto narrativo e una sceneggiatura a volte volutamente ambigua se non addirittura insensata. La memoria di alcuni dei precedenti film di Anderson, in particolare Magnolia e Il petroliere, è vivida e certamente si ravviva ulteriormente durante la visione di The master, dal momento che l’attenzione del regista torna a esplorare i rapporti umani in particolare quelli a due, e le complesse e talvolta inconsapevoli manipolazioni che inevitabilmente comportano.

Il rapporto tra Freddie e Lancaster (e di riflesso quello tra quest’ultimo e la moglie) è sfaccettato e difficilmente etichettabile. Lancaster è l’ispiratore di una setta che promette - attraverso metodi non convenzionali - il contatto con le proprie vite passate alla ricerca dei propri traumi e nel tentativo di superarli. Freddie ha una personalità disturbata in conseguenza della terribile esperienza della guerra e trova in Lancaster Dodd e nel suo mondo una prospettiva di riscatto. Lancaster a sua volta è – nonostante le apparenze – un personaggio fragile, vittima del proprio ego, incapace di gestire le critiche, profondamente solo e a sua volta in un rapporto di forza non ben definibile con il suo universo circostante, in particolare con sua moglie.

Il maestro, il dominatore della scena, il sommo manipolatore è facilmente identificabile sulla carta in Lancaster Dodd. Ma il film insinua numerosi dubbi in questa facile interpretazione. Il rapporto che si instaura tra Lancaster e Freddie è chiaramente di co-dipendenza; Freddie ha bisogno di Lancaster per sentirsi accettato e per questo si sottopone a tutti i suoi esperimenti, ma anche Lancaster ha bisogno della sudditanza e della riconoscenza di Freddie.

Non prestate attenzione a quelle recensioni che si concentrano sulla presunta ispirazione del film a Ron Hubbard, fondatore di Scientology e autore di Dianetics, perché è evidente che questo è per Anderson solo un pretesto per parlare di un rapporto esclusivo in cui due uomini – entrambi carnali, aggressivi, irrisolti, dipendenti – si guardano allo specchio e si riconoscono.

Questo è certamente il punto di forza del film, quello che mantiene alta l’attenzione per le circa due ore di durata dello stesso. Il contorno, però, spesso si sfilaccia, scivola nel vuoto, le parole si perdono nel loro stesso suono, i gesti si svuotano di significato.

Il ritratto è potente, ma un messaggio - se non chiaro almeno intuibile - non c’è, il senso sfugge. E questo può lasciare perplessi o addirittura disturbare.

Personalmente mi è mancata la catarsi che in altri film di Anderson gettava luce sull’insensatezza.

Voto: 3/5

giovedì 26 gennaio 2012

Le idi di marzo

Il Clooney regista sceglie il richiamo all'assassinio di Giulio Cesare per ricordarci che da sempre potere e politica portano con sé ambizione, competizione, intrighi, assenza di scrupoli.

E così la congiura contro Cesare diventa il simbolo di tutti gli inevitabili complotti consumati in nome della scalata al potere (certo un riferimento culturale un po' banale, che però diventa elevato nel mondo hollywoodiano!).

Guardare il film di Clooney mi ha fatto tornare in mente un articolo letto recentemente che esplicitamente si intitola Perché emergono i peggiori? , in cui vengono spiegate le basi scientifiche - illustrate già in un testo di settant'anni fa di Von Hayek - per cui a certe posizioni di potere si arriva solo attraverso l'allargamento del consenso, l'accettazione del compromesso e dell'immoralità, la dinamica del conflitto, la propaganda.

Qui l'arena in cui si sviluppa il gioco di potere è rappresentata dalle primarie americane, in cui all'interno del partito democratico, il candidato Mike Morris (George Clooney) sta portando avanti una campagna nella quale è sostenuto da un giovane esperto di comunicazione, Stephen Meyers (Ryan Gosling), sotto la guida del più anziano Paul Zara (Philip Seymour Hoffman).

Nella prima metà del film sembra tutto piuttosto chiaro e lineare. Stephen è un ragazzo certamente ambizioso, ma crede veramente nel governatore Morris e nel fatto che questi rappresenti un'alternativa per l'America. E ci crede al punto tale che sostanzialmente ha sacrificato la sua vita personale per concentrare tutte le sue energie sull'obiettivo finale. Tutto ciò che non è campagna elettorale sembra nella vita di Stephen un contorno, un riempitivo, un vezzo che non lascia segni né sul suo volto né sulla sua quotidianità. Stephen è imperturbabile e determinato.

Mike Morris sembra davvero il candidato che tutti vorremmo. Bello e affascinante, ma anche portatore di un pensiero, di idee e contenuti che non sono la fotocopia di ciò che gli viene messo in bocca, ma l'elaborazione fatta congiuntamente con il suo staff. Un marito affettuoso e sinceramente innamorato di sua moglie. Pronto persino a rifiutare qualche compromesso in nome della trasparenza della sua immagine.

Paul è un habitué delle campagne elettorali, fisicamente e psicologicamente sfatto da un mondo difficile e da una tensione elevata, ma efficace, attento, capace di gestire le situazioni più delicate. Uomo che pur avendo accettato mille compromessi ha una sua, incrollabile, etica personale.

Alcuni eventi inaspettati faranno franare questo fragile castello di carta, mettendo a nudo le ambiguità di ciascuno e mostrando il vero volto di un mondo in cui le facce sono quasi sempre maschere, in cui la fedeltà alle idee è solo uno slogan.

Il governatore Morris non è il candidato senza macchia e senza paura che immaginavamo. E chissà se crede realmente in quello che va sbandierando durante i suoi discorsi pubblici.

Stephen compirà una vera e propria discesa agli inferi della propria anima, le cui premesse sono però tutte in una divorante ambizione e in una presunzione che forse si sono cinicamente servite fin dal principio del possibile cavallo vincente.

Lo stesso Paul, che a un certo punto appare l'agnello sacrificale, è disposto a dimenticare e mettere da parte tutto in cambio di un futuro sereno e pieno di soldi.

La mia amica G. ha visto un finale aperto in questo film. Io ci ho visto l'inevitabile epilogo di queste premesse che sarebbe stato ridondante esplicitare sullo schermo.

Un film ben fatto. Attori in splendida forma. I dialoghi sono a volte un po' ingessati (forse perché risentono un po' troppo dell'origine teatrale).

Il problema vero, però, è che niente ci scandalizza più sul serio. Tutto sembra già visto e conosciuto. E per questo il film risulta alla fine un po' scontato.

Forse la tragedia è proprio questa.

La crisi della democrazia per come l'abbiamo conosciuta è sotto gli occhi di tutti. Ma se i meccanismi perversi del potere sono insiti nella natura umana esistono dei correttivi che possono creare le condizioni di un buon governo?

Voto: 3/5

mercoledì 25 febbraio 2009

La notte degli Oscar


Ed eccoci qui a smaltire la sbornia della notte degli Oscar e delle sue statuette.
Per una volta è andata quasi esattamente come avrei sperato... Credo che The millionaire meriti le 8 statuette che ha vinto e non ritengo - come qualcuno ha ipotizzato - che la vittoria sia solo legata al vento Obama che spira negli Stati Uniti e all'ottimismo che caratterizza la pellicola (ottimismo che sinceramente mi pare una lettura superficiale del film e dei suoi contenuti).
Peccato che Frost/Nixon non sia riuscito a portare a casa nulla, nemmeno una statuetta consolatoria, ma la concorrenza era veramente forte.
Sono contentissima per la vittoria di Sean Penn, checché ne dica Mark Kermode della BBC. Io ho trovato la sua interpretazione magistrale e secondo me andava premiata più di un risorto Mickey Rourke che in qualche modo si è solo limitato a esporre il suo corpo trasformato.
Altrettanto contenta per Kate Winslet; non ho ancora visto The reader (ma rimedierò al più presto; ecco qui la mia recensione), però quest'attrice la trovo sempre ad altissimi livelli. Certo Meryl Streep era una degna avversaria, però credo che in questa circostanza fosse giusto dare la precedenza alla Winslet. E, con un leggero sadismo, bene che non abbia vinto Angelina Jolie, che personalmente non posso fare a meno di sentire costruita e artefatta.
Per quanto riguarda gli attori non protagonisti, l'omaggio a Heath Ledger tutto sommato era dovuto e, a parte Philip Seymour Hoffman, non vedevo concorrenti; invece, pur apprezzando la scelta di Penelope Cruz, sono curiosa di vedere Marisa Tomei in The wrestler sulla cui interpretazione ho sentito meraviglie.
Non oso immaginare cosa sia il film Departures, miglior film straniero (che ha prevalso su Valzer con Bashir e La classe, tra gli altri), che a questo punto, nonostante qualche avversione alla cinematografia giapponese, spero di riuscire a vedere.
Grandissimo Wall-e che non aveva concorrenti come miglior film d'animazione, anzi personalmente avrei addirittura sperato in qualcosa di più per questo film straordinario.
Invece, d'accordo nell'aver relegato Il curioso caso di Benjamin Button ai premi di consolazione sul trucco e gli effetti visivi, che mi sono sembrati gli unici aspetti veramente degni di nota nel film.
E ora tutti ad ascoltare la colonna sonora di The millionaire.

domenica 1 febbraio 2009

Dubbi a confronto


A distanza di pochi giorni dalla visione dell’opera teatrale sono andata a vedere anche la versione cinematografica de “Il dubbio”, scritto e diretto dallo stesso John Patrick Shanley, autore del testo teatrale. Ciò non è senza significato perché vuol dire che la stessa persona ha tradotto nel linguaggio cinematografico l’essenza vera del testo teatrale e non c’è il rischio di intepretazioni altre o che escano fuori dai confini del testo originale. Va detto che la sceneggiatura è assolutamente fedele al testo teatrale, con cambiamenti minimali imposti dalle caratteristiche del cinema.

Come l’opera teatrale, il film ha la grandezza propria delle storie che non danno risposte e che proprio per questo ti lavorano dentro.

Sul piano dei contenuti le considerazioni non possono che essere simili a quelle fatte a conclusione dello spettacolo teatrale, ossia il fortissimo valore simbolico di questo testo che fa comprendere con le parole e con la storia quanto l’insicurezza, il dubbio e l’incertezza siano condizioni striscianti, talvolta sganciate dalla realtà o innescate da convincimenti e fragilità personali o situazioni esterne che risvegliano le proprie angosce interiori. Come dice padre Flynn nel primo sermone, il dubbio è un vincolo altrettanto potente che la certezza e proprio per questo può essere utilizzato per scopi più o meno nobili. E nel secondo sermone bellissima l’immagine del cuscino e delle piume, che mostra come i germi dell’insicurezza possano raggiungere chiunque se aiutati dal vento. E lo spettatore alla fine del film si accorge di essere diventato parte del gioco, quel dubbio si è impossessato di lui rendendolo altrettanto insicuro, perché tutte le interpretazioni sono plausibili e la risposta è solo in quello che ciascuno vuole credere.

Proviamo a leggere tutto questo applicato all’America – o forse all’intero mondo occidentale – all’indomani dell’11 settembre, proviamo a pensare a tutto quello che è successo, ai processi che si sono innescati… e ognuno tiri le sue conclusioni.

Sul piano stilistico, va ovviamente data per scontata la maggiore ricchezza e le potenzialità espressive su cui può contare il cinema e gli stessi attori che possono sfruttare minimi movimenti degli occhi e impercettibili espressioni del viso per comunicare… A teatro solo la potenza della recitazione è lo strumento su cui gli attori possono poggiare.

Questo spiega forse perché lo spettacolo teatrale l’ho avvertito oscillante tra drammaticità e caricaturalità, mentre il film riesce a mantenere un piano comunicativo intermedio. Suor Aloysius (Meryl Streep) ha la potenza simbolica della certezza quasi respingente, ma riesce a mantenere il realismo di un personaggio la cui ironia si fa complementare all’inflessibilità: Suor James (Amy Adams) non è una macchietta poco credibile come a teatro, ma una suora molto ingenua, ma credibile, che si fa strumento del dubbio. Padre Flynn (Philip Seymour Hoffman) è meno tormentato che nell’interpretazione di Accorsi, ma nella sua apparente calma forse più inquietante.

Che dire? Ottima occasione per un confronto tra due arti così vicine eppure così lontane…


Voto: 3,5/5

sabato 31 gennaio 2009

Il dubbio


Sono andata a vedere a teatro Il dubbio, l'opera teatrale scritta da John Patrick Shanley, che ha vinto il premio Pulitzer e da cui e' stato tratto il film che sta per uscire nelle sale italiane (con Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep). A teatro e' in giro gia' da un po' una versione italiana del testo teatrale adattata da Margaret Mazzantini per la regia di Sergio Castellitto che ha come protagonisti Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi (con la giovane suora intepretata da Alice Bachi). Il testo teatrale (anche se a dirla tutta bisognerebbe leggerlo in originale) è piuttosto interessante (seppure a volte discontinuo) ed e' capace di insinuare nello spettatore, che all'inizio è animato da una profonda certezza della verita', un crescente, ambiguo e strisciante senso di insicurezza che rimarra' insoluto... Ho letto da qualche parte in riferimento ad un'altra opera l'espressione "prodotto del post-11 settembre"; direi che probabilmente lo stesso si puo' dire di questo testo teatrale, scritto dopo il settembre 2001 ma ambientato nel post-assassinio di Kennedy, un altro momento delicato della storia americana e non solo.
La proposta di Castellitto e' caratterizzata da una bella scenografia con il motivo della croce di luce che si compone e si scompone sullo sfondo, da musiche volutamente dissonanti rispetto al clima un po' cupo della scuola parrocchiale (mi chiedo se facciano parte delle scelte originali dell'autore) e da una recitazione credo volutamente sopra le righe, a tratti quasi caricaturale. La scelta di recitazione e' forse anch'essa imposta dal modo in cui i personaggi sono delineati nel testo o forse e' scelta registica o attoriale; in ogni caso essa ha un effetto in parte straniante che personalmente mi e' piuttosto piaciuto perche' ha tolto almeno in parte alla storia il suo carattere realistico per dargli un valore simbolico.
All'uscita dal teatro molti spettatori si lamentavano di questa scelta, apprezzando la recitazione piu' piana e realistica di Accorsi. Mi sono chiesta se non ci siamo ormai talmente abituati al linguaggio omogeneo e omogeneizzante della televisione che non riusciamo piu' ad apprezzare registri diversi...
Sono curiosa a questo punto di fare il confronto con la versione hollywodiana e capire come questi piani e registri verranno gestiti...
Voto: 3/5