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giovedì 31 ottobre 2013

Gravity


Finalmente un 3D che ha un senso, utilizzato per conferire davvero un valore aggiunto alla visione. Sì, perché lì nello spazio, in assenza di gravità, tutto fluttua nelle direzioni più imprevedibili, tutto acquista una consistenza dentro l'infinito buio interrotto solo dalle aurore e dalle luci della terra.

L'intero film è un vero godimento dal punto di vista visivo, spettacolare sia nelle sue visioni da lontano degli astronauti che passeggiano intorno alla loro navicella sia nelle visioni in soggettiva dall'interno dei loro caschi.

E la prima ora della storia è decisamente notevole, epica e minimale al contempo, come epica e minimale è l'attività di questi astronauti che sono lì su a fare cose apparentemente incomprensibili e sfidano l'immensità dell'universo.

Il senso di angoscia è immediato, perché è inevitabile sentirsi piccolissimi, del tutto indifesi, assolutamente insignificanti rispetto a un'immensità cui possiamo fare solo il solletico e che nessuna tecnologia umana è in grado di dominare.

Fino a un certo punto si è molto vicini a un film di altissimo livello, sia in senso strettamente visivo che sul piano della sceneggiatura. Peccato che a un certo punto la magia si spezzi e in fondo si ritorni ad un banale molto consolatorio che non solo non aggiunge niente, ma addirittura depriva il film della sua forza. Diciamo che quando Gravity vira verso Indiana Jones l'entusiasmo scema un po' ;-)

Non voglio fare spoilers per chi ancora il film non l'ha visto, ma - al di là della bravura indubbia di Sandra Bullock (tra l'altro in splendida forma fisica, sebbene con la faccia trasformata dagli interventi estetici) - il suo personaggio perde di spessore nell'ultimo quarto d'ora, forse perché il regista non se la sente di accettare l'insignificanza della vita umana di fronte all'universo.

Da vedere. Ma peccato, perché avrebbe potuto essere e forse non è stato del tutto.
Il mio voto però è all'eccellenza delle intenzioni.

Voto: 4/5

mercoledì 14 marzo 2012

Paradiso amaro

Innanzitutto va riconosciuto a questo film di avere uno degli incipit migliori sentiti al cinema negli ultimi anni: "I miei amici credono che solo perché io abito alle Hawaii io viva in paradiso, passando il tempo a bere Mai Tai e a fare surf: sono 15 anni che non salgo su una tavola da surf" (a volte ho la sensazione che qualcuno pensi più o meno la stessa cosa di me che vivo a Roma! ;-).

Probabilmente il difetto di Paradiso amaro sta nel non avere un centro, perché sono tanti, forse troppi i temi affrontati e alla fine non si è veramente in grado di dire di cosa ci voleva parlare.

Come dice C., si tratta di un "film 3x2 anticrisi: film sul rapporto moderno padre-figlie, film ambientalista, film polpettone strappalacrime con un solo biglietto e pure con l’intramontabile George!"
Aggiungerei che c'è pure il tema del testamento biologico e così l’offerta si fa ancora più succulenta ;-)

In realtà, esiste un centro della storia e questo centro è il personaggio di Matthew King (George Clooney), un uomo che - per almeno una buona metà del film - ci appare completamente spaesato e inadeguato di fronte agli eventi che lo travolgono: il coma della moglie e il suo testamento biologico in cui chiede che le macchine siano staccate, i bisogni pratici ed emotivi delle figlie di cui di fatto non si è mai occupato personalmente, la vendita di una vasta area ereditata dalla trisnonna hawaiana che aveva sposato il suo medico bianco e che quasi sicuramente sarà destinata alla speculazione edilizia, la scoperta del tradimento della moglie e della sua intenzione di chiedere il divorzio.

Di fronte a tutto questo Matt appare inizialmente quasi un estraneo: sembra osservare e commentare le cose dall’esterno, senza toccarle, senza entrarci veramente in relazione. Matt è un buono, ma non riesce davvero a prendere in mano la vita, a diventarne in qualche modo motore attivo.

Matt vive come in apnea, congelato all’interno di una vita in cui tutto è esattamente come dovrebbe: una moglie bella e attiva, l’affetto degli amici, due figlie sveglie di cui una va a un college prestigioso, un lavoro che gli piace, la ricchezza familiare, la villa con piscina e l’isola paradisiaca a fare da culla a tutto questo.

In realtà, niente è come la sua intelligenza emotiva rarefatta gli fa credere. Ed è la vita stessa che lo costringe a porsi delle domande, a tirare fuori la rabbia, a guardarsi intorno forse per la prima volta, a entrare in contatto con se stesso.

La storia di Paradiso amaro è raccontata in modo un po’ spiazzante, è costellata di personaggi buffi, quasi irreali e di situazioni tragicomiche; la stessa ambientazione teoricamente idilliaca appare inquietante, con i suoi orribili grattacieli, i fintissimi prati inglesi, i cieli scuri e cangianti, la natura quasi respingente.

Tutto però si compone nel personaggio di Matt e nel percorso che lo porterà a perdonare, a scegliere, a ritrovare.

Non certo un film lineare, ma nemmeno un film banale e scontato come si poteva temere.
Alexander Payne dimostra di essere un signor regista e riesce sostanzialmente a tenere insieme la materia magmatica di questa storia, anche e soprattutto grazie alla bravura di George Clooney.

E comunque se pensavate che le camicie a fiori o dalle fantasie orribili cui associamo mentalmente le Hawaii sono un vezzo da turisti, sappiate che non è così…
Le portano davvero tutti!

Voto: 3/5

P.S. Straordinaria la metafora di Matt sulla famiglia, un arcipelago come le Hawaii, le cui componenti sono parte di un tutt'uno, benchè separate e sole e sempre alla deriva, lentamente si allontanano... (benché il film in qualche modo dimostri esattamente il contrario!)

giovedì 26 gennaio 2012

Le idi di marzo

Il Clooney regista sceglie il richiamo all'assassinio di Giulio Cesare per ricordarci che da sempre potere e politica portano con sé ambizione, competizione, intrighi, assenza di scrupoli.

E così la congiura contro Cesare diventa il simbolo di tutti gli inevitabili complotti consumati in nome della scalata al potere (certo un riferimento culturale un po' banale, che però diventa elevato nel mondo hollywoodiano!).

Guardare il film di Clooney mi ha fatto tornare in mente un articolo letto recentemente che esplicitamente si intitola Perché emergono i peggiori? , in cui vengono spiegate le basi scientifiche - illustrate già in un testo di settant'anni fa di Von Hayek - per cui a certe posizioni di potere si arriva solo attraverso l'allargamento del consenso, l'accettazione del compromesso e dell'immoralità, la dinamica del conflitto, la propaganda.

Qui l'arena in cui si sviluppa il gioco di potere è rappresentata dalle primarie americane, in cui all'interno del partito democratico, il candidato Mike Morris (George Clooney) sta portando avanti una campagna nella quale è sostenuto da un giovane esperto di comunicazione, Stephen Meyers (Ryan Gosling), sotto la guida del più anziano Paul Zara (Philip Seymour Hoffman).

Nella prima metà del film sembra tutto piuttosto chiaro e lineare. Stephen è un ragazzo certamente ambizioso, ma crede veramente nel governatore Morris e nel fatto che questi rappresenti un'alternativa per l'America. E ci crede al punto tale che sostanzialmente ha sacrificato la sua vita personale per concentrare tutte le sue energie sull'obiettivo finale. Tutto ciò che non è campagna elettorale sembra nella vita di Stephen un contorno, un riempitivo, un vezzo che non lascia segni né sul suo volto né sulla sua quotidianità. Stephen è imperturbabile e determinato.

Mike Morris sembra davvero il candidato che tutti vorremmo. Bello e affascinante, ma anche portatore di un pensiero, di idee e contenuti che non sono la fotocopia di ciò che gli viene messo in bocca, ma l'elaborazione fatta congiuntamente con il suo staff. Un marito affettuoso e sinceramente innamorato di sua moglie. Pronto persino a rifiutare qualche compromesso in nome della trasparenza della sua immagine.

Paul è un habitué delle campagne elettorali, fisicamente e psicologicamente sfatto da un mondo difficile e da una tensione elevata, ma efficace, attento, capace di gestire le situazioni più delicate. Uomo che pur avendo accettato mille compromessi ha una sua, incrollabile, etica personale.

Alcuni eventi inaspettati faranno franare questo fragile castello di carta, mettendo a nudo le ambiguità di ciascuno e mostrando il vero volto di un mondo in cui le facce sono quasi sempre maschere, in cui la fedeltà alle idee è solo uno slogan.

Il governatore Morris non è il candidato senza macchia e senza paura che immaginavamo. E chissà se crede realmente in quello che va sbandierando durante i suoi discorsi pubblici.

Stephen compirà una vera e propria discesa agli inferi della propria anima, le cui premesse sono però tutte in una divorante ambizione e in una presunzione che forse si sono cinicamente servite fin dal principio del possibile cavallo vincente.

Lo stesso Paul, che a un certo punto appare l'agnello sacrificale, è disposto a dimenticare e mettere da parte tutto in cambio di un futuro sereno e pieno di soldi.

La mia amica G. ha visto un finale aperto in questo film. Io ci ho visto l'inevitabile epilogo di queste premesse che sarebbe stato ridondante esplicitare sullo schermo.

Un film ben fatto. Attori in splendida forma. I dialoghi sono a volte un po' ingessati (forse perché risentono un po' troppo dell'origine teatrale).

Il problema vero, però, è che niente ci scandalizza più sul serio. Tutto sembra già visto e conosciuto. E per questo il film risulta alla fine un po' scontato.

Forse la tragedia è proprio questa.

La crisi della democrazia per come l'abbiamo conosciuta è sotto gli occhi di tutti. Ma se i meccanismi perversi del potere sono insiti nella natura umana esistono dei correttivi che possono creare le condizioni di un buon governo?

Voto: 3/5

domenica 24 gennaio 2010

Tra le nuvole

Partiamo dalla fine: il mio voto non sarà 5/5 e nemmeno 4/5 come ho visto in molte recensioni anche autorevoli in rete e su carta, perché il film ha di certo innegabili meriti ma non mi ha del tutto convinto.

Indubbiamente Jason Reitman fa un'operazione eccellente, utilizzando i canoni e il linguaggio tipici della commedia americana per veicolare temi e riflessioni molto più complessi e meno clear-cut, come direbbero gli americani.

Non v'è dubbio che il tema è di quelli estremamente caldi, la crisi economica e i conseguenti licenziamenti di massa che le aziende americane stanno operando, anche con l'aiuto dei "cacciatori di teste", incaricati di comunicare ai dipendenti il loro licenziamento per conto dei manager.

Ryan Bingham (George Clooney) è proprio uno di loro, uomo vicino alla mezza età che ha fatto del proprio lavoro l'occasione per sviluppare e mettere in atto una filosofia di vita, quella che egli stesso definisce "dello zaino vuoto". In pratica, Bingham teorizza che ciò che possediamo (oggetti, casa, macchina ecc.) e i legami che costruiamo (famiglia, moglie, figli, amici) sono il fardello più pesante che ci portiamo dietro, quello che ci impedisce di essere realmente liberi.

Ancora una volta (come già aveva fatto in parte con Juno), Reitman, che qui è anche sceneggiatore, riesce ad affiancare sapientemente ad una tematica di sistema, la crisi economica, una più privata, ma allo stesso tempo universale, quella del difficile equilibrio tra libertà individuale e bisogno di radici e di una rete stabile di relazioni. E ne parla in particolare attraverso il rapporto tra Bingham e due donne: Alex (Vera Farmiga), donna manager come lui sempre in volo e in transizione da una città ad un'altra, e Nicole (Anna Kendrick), giovanissima collega che lo affianca per un po' per "imparare il mestiere".

Bello il confronto generazionale tra Nicole, ventenne con la vita davanti, solide certezze, ma anche tante paure, idee chiare, ideali e illusioni ancora in piedi, e Alex, che da un pezzo ha superato la trentina e che è ormai scesa a patti con la vita, ne ha compreso le sfumature di colore e dunque non si aspetta quasi niente e prende quello che può, sebbene ad un costo personale molto elevato.

Ora, probabilmente, abituati ai film americani, già starete pensando all'inevitabile conclusione. Ebbene, dimenticatela, perché il film, sebbene talvolta abbia qualche cedimento quasi-sentimentale, non si fa tentare dalle soluzioni facili e precostituite, non fornisce risposte consolatorie, non ci manda a casa col cuore sollevato.

Cos'è meglio, tenere lo zaino vuoto e perseguire il sogno di una vita leggera e senza legami, ma inevitabilmente affetta dalla solitudine, oppure cercare evasione dai propri legami stabili e dalla propria vita "vera" in una vita parallela che ci dia ancora l'illusione della libertà, o ancora credere ingenuamente nell'eternità e felicità di un legame fino a farsi imporre improbabili scelte di vita?

Sarebbe bello avere una risposta, così come sarebbe bello poter pensare che il cinico Bingham si redima e trovi la felicità, ma Tra le nuvole non è quel tipo di film, anche quando fa finta di esserlo.

Un'ultima annotazione: colonna sonora di grande effetto e qualità, con una menzione particolare per Angel in the snow del grande e purtroppo prematuramente scomparso Elliott Smith. Di seguito una versione cover.

Voto: 3,5/5