Con la visione di Dreams (Drømmer) sono al secondo capitolo della trilogia di Dag Johan Haugerud, avendo già visto lo scorso autunno Love grazie alla Festa del cinema di Roma. Il terzo capitolo, Sex, dovrebbe uscire prossimamente, il che vuol dire che la mia visione sarà inversa rispetto all’ordine previsto dal regista.
D’altra parte i tre capitoli della trilogia sono indipendenti l’uno dall’altro, storie autoconcluse, in cui al massimo ci sono alcuni accennati rimandi trasversali. Ciò che li tiene insieme è la riflessione sulle relazioni e le diverse sfaccettature che le caratterizzano.
In Dreams la protagonista è la diciassettenne Johanne (Ella Øverbye), la quale racconta, attraverso un testo scritto, il suo innamoramento per la sua nuova insegnante Johanna (Selome Emnetu), che diventa l’oggetto totalizzante dei suoi interessi, dei suoi pensieri e del suo amore, fino a spingerla a presentarsi davanti alla porta della sua casa. Oggetto della narrazione non è però solo questo amore adolescenziale, bensì anche la narrazione scritta dello stesso. È infatti proprio attraverso il testo scritto che Johanne condivide i suoi sentimenti e la storia che ha vissuto prima con la nonna Karin (Anne Marit Jacobsen), poetessa, poi con la madre Kristin (Ane Dahl Torp), le quali, dopo qualche turbamento iniziale, riconoscono la forza emotiva e letteraria di questo testo e cominciano a discutere tra loro e con Johanne della possibilità di pubblicarlo.
In questo capitolo della trilogia personalmente ho riconosciuto proprio in questo rapporto tra vita vissuta e racconto, e tanto più autoracconto, il nodo cruciale della narrazione. Che cos’è in fondo la scrittura se non il modo principale che l’essere umano ha per trasformare sogni ed emozioni in parole? E Haugerud lo sa molto bene, visto che prima ancora che regista è soprattutto scrittore, prestato al cinema dalla letteratura.
Del resto, i suoi film sono profondamente letterari, non solo per i richiami che contengono (qui la protagonista sembra rivivere nella vita reale quanto ha letto nel romanzo Esprit de famille), ma anche e soprattutto perché sono un flusso quasi ininterrotto di pensieri e conversazioni, parole che vanno a indagare ogni aspetto della vita vissuta, nella ricerca ininterrotta di un significato, di un’interpretazione delle cose.
Questa caratteristica, che è probabilmente il marchio di fabbrica del cinema di Haugerud, e che la Berlinale ha voluto premiare con l’Orso d’oro, dal mio punto di vista è anche il suo punto debole, o forse semplicemente è un aspetto che risuona poco con il mio modo di essere, almeno quello attuale. C’è probabilmente anche una forma di distanza culturale – che già avevo avvertito in Love – che rende ai miei occhi alcune conversazioni dei suoi film poco naturali, meccaniche, quasi grottesche (non mi stupisce in questo senso che in sala c’erano diverse persone che ridevano per scene del film che forse non erano pensate per far ridere). Mi sconcerta – ma forse le due cose non sono in contraddizione - il fatto che una società come quella norvegese che siamo abituati a considerare molto progressista e aperta – e lo è per molti versi - si presenti nei film di Haugerud al contempo rigida dal punto di vista emotivo, impegnata a razionalizzare qualunque cosa, anche ciò che non è possibile razionalizzare.
Come in Love, anche in Dreams – pur ruotando tutta la narrazione intorno alle relazioni tra i personaggi – Haugerud non manca di attribuire un ruolo anche alla città di Oslo, che Johanne attraversa per raggiungere la casa dell’insegnante, offrendo l’occasione di una riflessione di carattere anche sociale.
A questo punto vedrò Sex perché, ossessiva come sono, non posso non completare la trilogia, ma temo che il cinema di Haugerud non riuscirà a conquistarmi.
Voto: 3/5
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mercoledì 16 aprile 2025
venerdì 7 febbraio 2025
Il mio giardino persiano = My favourite cake
Approfitto della proiezione organizzata dalla Casa internazionale delle donne presso il cinema 4 fontane con il live streaming dei due registi Maryam Moghaddam (II) e Behtash Sanaeeha e della protagonista Lili Farhadpour per vedere in lingua originale questo film iraniano, presentato all’ultimo festival di Berlino e, ovviamente, osteggiato in patria.
Il film vede protagonista Mahin, una donna settantenne, ex infermiera, vedova da molti anni, che vive da sola nella sua bella casa con giardino a Teheran. Data la lontananza dei figli, che da anni sono andati a vivere all’estero, e le difficoltà sempre maggiori a condividere momenti e attività con le amiche – che hanno la sua stessa età e sono sempre più piene di acciacchi -, Mahin soffre di solitudine, ai limiti della depressione.
Decisa a incontrare qualcuno, Mahin con uno stratagemma conosce Faramarz (Esmaeel Mehrabi), un ex soldato, divorziato, solo anche lui, che sbarca il lunario facendo il tassista nonostante l’età. Mahin invita Faramarz a casa e i due trascorrono una serata insieme, serata piena di risate, di balli, di tenerezza, durante la quale – nel privato della casa di Mahin e del suo bellissimo giardino – la donna può vestire i suoi vestiti migliori e truccarsi, i due possono bere vino e mangiare insieme, e anche parlare liberamente di tutto.
Questa serata che sembra preludere a un amore – forse impossibile – tra i due viene interrotta bruscamente da un destino infausto, che toglie speranza ma dall’altro lato conferisce significato e ancora più forza alla bellezza delle cose e di quello che ci viene negato.
Esattamente come accade in un paese come l’Iran, nella quotidiana lotta impari dei cittadini e soprattutto delle cittadine per ritagliarsi frammenti di bellezza e libertà in un contesto asfittico e soffocante, fatto di regole e divieti.
I registi, che insieme alla protagonista sono sotto processo per il film e non possono allontanarsi dal paese, ci dicono che il loro intento è stato quello di raccontare la realtà delle cose, di andare oltre la censura imposta nel rappresentare anche la vita privata dei cittadini iraniani, e di mostrare che nella vita quotidiana, tutte le volte che si riesce a essere lontani dagli occhi della polizia morale, gli iraniani sono affamati di vita, hanno passioni e sono liberi nei loro pensieri e parole come i cittadini di qualunque altro paese del mondo.
E se lo sguardo si posa su un uomo e una donna avanti con l’età il tutto assume un valore ancora più agrodolce, perché la sensazione che non c’è più tempo per aspettare che qualcosa accada ma che è necessario farlo accadere è fortissima. E riguarda gli individui esattamente come la società a cui appartengono.
I capelli colorati di rosa della regista nel chiuso della sua casa di Teheran sono un segno esteriore di un desiderio di libertà e di espressione personale che le donne iraniane fanno sempre più fatica a tenere a freno, esattamente come Mahin.
Voto: 3,5/5
Il film vede protagonista Mahin, una donna settantenne, ex infermiera, vedova da molti anni, che vive da sola nella sua bella casa con giardino a Teheran. Data la lontananza dei figli, che da anni sono andati a vivere all’estero, e le difficoltà sempre maggiori a condividere momenti e attività con le amiche – che hanno la sua stessa età e sono sempre più piene di acciacchi -, Mahin soffre di solitudine, ai limiti della depressione.
Decisa a incontrare qualcuno, Mahin con uno stratagemma conosce Faramarz (Esmaeel Mehrabi), un ex soldato, divorziato, solo anche lui, che sbarca il lunario facendo il tassista nonostante l’età. Mahin invita Faramarz a casa e i due trascorrono una serata insieme, serata piena di risate, di balli, di tenerezza, durante la quale – nel privato della casa di Mahin e del suo bellissimo giardino – la donna può vestire i suoi vestiti migliori e truccarsi, i due possono bere vino e mangiare insieme, e anche parlare liberamente di tutto.
Questa serata che sembra preludere a un amore – forse impossibile – tra i due viene interrotta bruscamente da un destino infausto, che toglie speranza ma dall’altro lato conferisce significato e ancora più forza alla bellezza delle cose e di quello che ci viene negato.
Esattamente come accade in un paese come l’Iran, nella quotidiana lotta impari dei cittadini e soprattutto delle cittadine per ritagliarsi frammenti di bellezza e libertà in un contesto asfittico e soffocante, fatto di regole e divieti.
I registi, che insieme alla protagonista sono sotto processo per il film e non possono allontanarsi dal paese, ci dicono che il loro intento è stato quello di raccontare la realtà delle cose, di andare oltre la censura imposta nel rappresentare anche la vita privata dei cittadini iraniani, e di mostrare che nella vita quotidiana, tutte le volte che si riesce a essere lontani dagli occhi della polizia morale, gli iraniani sono affamati di vita, hanno passioni e sono liberi nei loro pensieri e parole come i cittadini di qualunque altro paese del mondo.
E se lo sguardo si posa su un uomo e una donna avanti con l’età il tutto assume un valore ancora più agrodolce, perché la sensazione che non c’è più tempo per aspettare che qualcosa accada ma che è necessario farlo accadere è fortissima. E riguarda gli individui esattamente come la società a cui appartengono.
I capelli colorati di rosa della regista nel chiuso della sua casa di Teheran sono un segno esteriore di un desiderio di libertà e di espressione personale che le donne iraniane fanno sempre più fatica a tenere a freno, esattamente come Mahin.
Voto: 3,5/5
lunedì 25 novembre 2024
No other land
Il MedFilm Festival è un festival cinematografico che ormai da trent'anni porta all'attenzione degli spettatori romani storie che riguardano i paesi che si affacciano intorno al Mediterraneo, questo nostro mare comune, che però è anche luogo di divisioni geopolitiche e culturali.
Il programma di quest'anno è molto interessante, ma io riesco a vedere un solo film che è forse quello che non andava perso.
No other land è il lungometraggio documentario realizzato da un collettivo israelo-palestinese, formato dall'avvocato e giornalista palestinese Basel Adra e dal giornalista israeliano Yuval Abraham, che sono anche presenti in video e protagonisti della storia, e da Hamdan Ballal e Rachel Szor. Il documentario è stato premiato al Festival di Berlino, sebbene la vittoria e soprattutto il discorso che Adra e Abraham hanno fatto sul palco ritirando il premio abbia suscitato molte polemiche (qui un'intervista ai due), non tanto per quanto hanno detto (secondo me piuttosto ragionevole) bensì perché è diventato ormai impossibile un dibattito sul tema del conflitto israelo-palestinese, anche quando a parlare sono gli stessi protagonisti.
Il film è stato girato nell'arco di circa quattro anni, dal 2019 al 2023, nell'insediamento di Masafer Yatta, un insieme di 19 villaggi rurali abitati da palestinesi in Cisgiordania. Al centro del racconto Basel, che dopo aver studiato Legge, è tornato a casa in questo piccolo villaggio per raccogliere il testimone dell'attivismo non violento che da anni suo padre sta portando avanti. Il modo in cui Basel conduce questa battaglia consiste nel documentare con il suo smartphone e la sua videocamera la vita nel villaggio e soprattutto le numerose occasioni in cui l'esercito israeliano interviene con le ruspe a distruggere case, scuole, stalle, sulla base del fatto che quel territorio è stato dichiarato zona di addestramento militare. Intanto, ai confini della medesima area, negli anni crescono le dimensioni degli insediamenti dei coloni israeliani, coloni che talvolta partecipano agli sgomberi insieme ai militari.
No other land è però anche la storia di un'amicizia, quella tra Basel e Yuval, un giovane giornalista israeliano che a sua volta sta provando a raccontare quello che succede in questi territori attraverso la conoscenza diretta e la documentazione. I due sono coetanei e tutto sommato condividono anche la lettura della realtà, pur appartenendo a campi teoricamente opposti, però la loro collaborazione e amicizia mette anche in evidenza le diseguaglianze di trattamento e le discriminazioni, dal momento che mentre Yuval può muoversi liberamente con la sua macchina, Basel e i palestinesi sono praticamente reclusi nei territori occupati, e controllati, se non minacciati, dalle forze israeliane.
A poco a poco, attraverso questo racconto in presa diretta, emergono così la frustrazione, la rabbia, il dolore, la depressione che gli abitanti di queste terre vivono sulla loro pelle di fronte all'ingiustizia e all'impossibilità di una vita normale.
Anche Basel, pur con la solidità del suo attivismo, ha forti momenti di scoramento, quando si rende conto che, per quanto si porti all'attenzione del mondo quanto accade, nulla cambia, se non in peggio, e la causa palestinese è solo occasione di esercizio di potere - come nel caso della visita di Tony Blair - ovvero di esposizione mediatica del dolore - come nel caso delle numerose troupe che arrivano a documentare e intervistare, senza avere di fatto alcun impatto sulla realtà.
In questa guerra tra le due parti - lì dove non diventa violenta e armata, cosa che non accade di rado, con conseguenze a volte tragiche - è combattuta a colpi di smartphone che riprendono le situazioni da punti di vista opposti, una specie di guerra di propaganda che conferma - se ancora ce ne fosse stato bisogno - la non oggettività delle immagini, anche quelle in movimento, che nel nostro mondo iperesposto vengono utilizzate a sostegno di tutto e del contrario di tutto.
Lo stesso Basel a un certo punto del film esprime chiaramente la sua frustrazione in proposito, sapendo ormai per esperienza che, anche qualora queste immagini dovessero raggiungere un numero elevato di persone, in concreto nulla cambierebbe, come niente è cambiato fin qui.
Si esce dal cinema con lo stesso senso di frustrazione e di impotenza, da spettatori di una storia che si compie sotto i nostri occhi e di cui portiamo e porteremo il peso nel giudizio dei posteri.
Voto: 3,5/5
Il programma di quest'anno è molto interessante, ma io riesco a vedere un solo film che è forse quello che non andava perso.
No other land è il lungometraggio documentario realizzato da un collettivo israelo-palestinese, formato dall'avvocato e giornalista palestinese Basel Adra e dal giornalista israeliano Yuval Abraham, che sono anche presenti in video e protagonisti della storia, e da Hamdan Ballal e Rachel Szor. Il documentario è stato premiato al Festival di Berlino, sebbene la vittoria e soprattutto il discorso che Adra e Abraham hanno fatto sul palco ritirando il premio abbia suscitato molte polemiche (qui un'intervista ai due), non tanto per quanto hanno detto (secondo me piuttosto ragionevole) bensì perché è diventato ormai impossibile un dibattito sul tema del conflitto israelo-palestinese, anche quando a parlare sono gli stessi protagonisti.
Il film è stato girato nell'arco di circa quattro anni, dal 2019 al 2023, nell'insediamento di Masafer Yatta, un insieme di 19 villaggi rurali abitati da palestinesi in Cisgiordania. Al centro del racconto Basel, che dopo aver studiato Legge, è tornato a casa in questo piccolo villaggio per raccogliere il testimone dell'attivismo non violento che da anni suo padre sta portando avanti. Il modo in cui Basel conduce questa battaglia consiste nel documentare con il suo smartphone e la sua videocamera la vita nel villaggio e soprattutto le numerose occasioni in cui l'esercito israeliano interviene con le ruspe a distruggere case, scuole, stalle, sulla base del fatto che quel territorio è stato dichiarato zona di addestramento militare. Intanto, ai confini della medesima area, negli anni crescono le dimensioni degli insediamenti dei coloni israeliani, coloni che talvolta partecipano agli sgomberi insieme ai militari.
No other land è però anche la storia di un'amicizia, quella tra Basel e Yuval, un giovane giornalista israeliano che a sua volta sta provando a raccontare quello che succede in questi territori attraverso la conoscenza diretta e la documentazione. I due sono coetanei e tutto sommato condividono anche la lettura della realtà, pur appartenendo a campi teoricamente opposti, però la loro collaborazione e amicizia mette anche in evidenza le diseguaglianze di trattamento e le discriminazioni, dal momento che mentre Yuval può muoversi liberamente con la sua macchina, Basel e i palestinesi sono praticamente reclusi nei territori occupati, e controllati, se non minacciati, dalle forze israeliane.
A poco a poco, attraverso questo racconto in presa diretta, emergono così la frustrazione, la rabbia, il dolore, la depressione che gli abitanti di queste terre vivono sulla loro pelle di fronte all'ingiustizia e all'impossibilità di una vita normale.
Anche Basel, pur con la solidità del suo attivismo, ha forti momenti di scoramento, quando si rende conto che, per quanto si porti all'attenzione del mondo quanto accade, nulla cambia, se non in peggio, e la causa palestinese è solo occasione di esercizio di potere - come nel caso della visita di Tony Blair - ovvero di esposizione mediatica del dolore - come nel caso delle numerose troupe che arrivano a documentare e intervistare, senza avere di fatto alcun impatto sulla realtà.
In questa guerra tra le due parti - lì dove non diventa violenta e armata, cosa che non accade di rado, con conseguenze a volte tragiche - è combattuta a colpi di smartphone che riprendono le situazioni da punti di vista opposti, una specie di guerra di propaganda che conferma - se ancora ce ne fosse stato bisogno - la non oggettività delle immagini, anche quelle in movimento, che nel nostro mondo iperesposto vengono utilizzate a sostegno di tutto e del contrario di tutto.
Lo stesso Basel a un certo punto del film esprime chiaramente la sua frustrazione in proposito, sapendo ormai per esperienza che, anche qualora queste immagini dovessero raggiungere un numero elevato di persone, in concreto nulla cambierebbe, come niente è cambiato fin qui.
Si esce dal cinema con lo stesso senso di frustrazione e di impotenza, da spettatori di una storia che si compie sotto i nostri occhi e di cui portiamo e porteremo il peso nel giudizio dei posteri.
Voto: 3,5/5
mercoledì 6 luglio 2022
Alcarràs
Non mi meraviglia che Alcarràs, l'ultimo film di Carla Simòn, abbia ricevuto l'attenzione della critica e vinto l'Orso d'oro a Berlino. Avevo avuto modo infatti in passato di apprezzare lo stile e la poetica della regista nel film Estate 1993, presentato a suo tempo al festival del cinema spagnolo.
Personalmente vedo anche delle forme di continuità tra i due film, in particolare per l'ambientazione catalana, sempre curatissima e fortemente sentimentale, la dimensione temporale - anche in questo caso concentrata nello spazio di un'estate -, la focalizzazione sulle dinamiche familiari e il modo splendido con cui vengono rappresentati e fatti recitare i bambini. Dall'altro lato è vero che con Alcarràs lo sguardo della Simòn si amplia, innanzitutto perché l'oggetto del racconto è una famiglia allargata in cui convivono tre generazioni (i nonni, i genitori e i figli), in secondo luogo perché la narrazione della loro vicenda diventa occasione per parlare di tematiche sociali ed economiche che vanno ben al di là della famiglia protagonista.
La famiglia Solè si ritrova come ogni estate nella casa di campagna, in una valle ai piedi delle colline, dove li attende il raccolto delle pesche. Queste terre sono state date al nonno Rogelio dai proprietari terrieri, i Puyol, dopo la guerra civile, ma poiché non esiste documentazione che certifichi il passaggio di proprietà, il giovane Puyol ha deciso di rendere più redditizia questa terra facendo installare pannelli solari e offrendo anche Quimet e a suo fratello (i figli di Rogelio) un lavoro come installatori e manutentori.
Quimet però ha un legame profondamente identitario con questa terra e non vuole rinunciare al suo essere coltivatore. Di fronte all'impossibilità di opporsi alla volontà del proprietario, ai Solè viene concesso di completare l'ultimo raccolto di pesche prima che le ruspe abbattano il frutteto.
Tutti - e ciascuno di loro individualmente - devono fare i conti con un futuro che non sarà più lo stesso: il vecchio Rogelio si fa sempre più silenzioso mentre vede tutte le certezze del suo mondo crollare, Quimet alterna momenti di grande rabbia e ribellione ad altri di profonda tenerezza, suo fratello cerca di venire a patti con la realtà, le donne della famiglia svolgono con perizia e intelligenza un grande ruolo di mediazione, i due figli adolescenti di Quimet sono divisi tra un profondo attaccamento alla terra e alla famiglia e il bisogno di affrancarsene, facendo una vita da adolescenti, i bambini fanno i loro adorabili giochi da bambini lasciati liberi nei campi, ma al contempo sentono anche sulla loro pelle la tensione di un cambiamento che trasformerà le loro vite future.
Alla fine risulterà chiaro che questo modello di vita contadina è incompatibile con il modello economico contemporaneo (per i costi troppo alti della produzione se confrontati con i costi al dettaglio della grande distribuzione), e che l'amore per la terra che traspare dai volti e dai gesti dei componenti di questa famiglia non è sufficiente a preservare mondi ormai relegati in un passato apparentemente non più replicabile.
C'è tanta nostalgia nel film di Carla Simòn, e in un certo senso anche un appello a non disfarsi della propria identità in nome di un apparente progresso. Il quadro tratteggiato è certamente fortemente catalano, ma molto riconoscibile per persone che provengono da paesi con passati contadini importanti e non tanto lontani nel tempo (i miei nonni erano contadini e anche i miei genitori hanno continuato a occuparsi delle terre ereditate, pur non essendo contadini; io stessa ricordo con nostalgia le giornate estive dedicate alla produzione casalinga della salsa). Personalmente, pur condividendo la disillusione e la tristezza che attraversa i protagonisti di questo film e dunque della regista, voglio essere più ottimista e pensare che alcuni segnali di rinnovato interesse per la coltivazione e il movimento intorno al km 0 e ai piccoli produttori locali, nonché una maggiore consapevolezza dei consumatori possano in qualche modo restituire alla terra una parte di quella centralità che merita nell'economia di molti paesi.
Voto: 3,5/5
Personalmente vedo anche delle forme di continuità tra i due film, in particolare per l'ambientazione catalana, sempre curatissima e fortemente sentimentale, la dimensione temporale - anche in questo caso concentrata nello spazio di un'estate -, la focalizzazione sulle dinamiche familiari e il modo splendido con cui vengono rappresentati e fatti recitare i bambini. Dall'altro lato è vero che con Alcarràs lo sguardo della Simòn si amplia, innanzitutto perché l'oggetto del racconto è una famiglia allargata in cui convivono tre generazioni (i nonni, i genitori e i figli), in secondo luogo perché la narrazione della loro vicenda diventa occasione per parlare di tematiche sociali ed economiche che vanno ben al di là della famiglia protagonista.
La famiglia Solè si ritrova come ogni estate nella casa di campagna, in una valle ai piedi delle colline, dove li attende il raccolto delle pesche. Queste terre sono state date al nonno Rogelio dai proprietari terrieri, i Puyol, dopo la guerra civile, ma poiché non esiste documentazione che certifichi il passaggio di proprietà, il giovane Puyol ha deciso di rendere più redditizia questa terra facendo installare pannelli solari e offrendo anche Quimet e a suo fratello (i figli di Rogelio) un lavoro come installatori e manutentori.
Quimet però ha un legame profondamente identitario con questa terra e non vuole rinunciare al suo essere coltivatore. Di fronte all'impossibilità di opporsi alla volontà del proprietario, ai Solè viene concesso di completare l'ultimo raccolto di pesche prima che le ruspe abbattano il frutteto.
Tutti - e ciascuno di loro individualmente - devono fare i conti con un futuro che non sarà più lo stesso: il vecchio Rogelio si fa sempre più silenzioso mentre vede tutte le certezze del suo mondo crollare, Quimet alterna momenti di grande rabbia e ribellione ad altri di profonda tenerezza, suo fratello cerca di venire a patti con la realtà, le donne della famiglia svolgono con perizia e intelligenza un grande ruolo di mediazione, i due figli adolescenti di Quimet sono divisi tra un profondo attaccamento alla terra e alla famiglia e il bisogno di affrancarsene, facendo una vita da adolescenti, i bambini fanno i loro adorabili giochi da bambini lasciati liberi nei campi, ma al contempo sentono anche sulla loro pelle la tensione di un cambiamento che trasformerà le loro vite future.
Alla fine risulterà chiaro che questo modello di vita contadina è incompatibile con il modello economico contemporaneo (per i costi troppo alti della produzione se confrontati con i costi al dettaglio della grande distribuzione), e che l'amore per la terra che traspare dai volti e dai gesti dei componenti di questa famiglia non è sufficiente a preservare mondi ormai relegati in un passato apparentemente non più replicabile.
C'è tanta nostalgia nel film di Carla Simòn, e in un certo senso anche un appello a non disfarsi della propria identità in nome di un apparente progresso. Il quadro tratteggiato è certamente fortemente catalano, ma molto riconoscibile per persone che provengono da paesi con passati contadini importanti e non tanto lontani nel tempo (i miei nonni erano contadini e anche i miei genitori hanno continuato a occuparsi delle terre ereditate, pur non essendo contadini; io stessa ricordo con nostalgia le giornate estive dedicate alla produzione casalinga della salsa). Personalmente, pur condividendo la disillusione e la tristezza che attraversa i protagonisti di questo film e dunque della regista, voglio essere più ottimista e pensare che alcuni segnali di rinnovato interesse per la coltivazione e il movimento intorno al km 0 e ai piccoli produttori locali, nonché una maggiore consapevolezza dei consumatori possano in qualche modo restituire alla terra una parte di quella centralità che merita nell'economia di molti paesi.
Voto: 3,5/5
mercoledì 2 marzo 2016
Fuocoammare
Trasformare un luogo geografico e degli aridi numeri in volti e sguardi immersi nella quotidianità: questo - secondo me - è il risultato più straordinario che Gianfranco Rosi realizza con il suo film, Fuocoammare, vincitore dell'Orso d'oro all'ultimo Festival internazionale del cinema di Berlino.
Un film - come ha detto la mia amica L. - "necessario", ma che ha il grande merito di non aver voluto premere sul pedale della retorica e del melodramma. Un film, tra l'altro, visivamente bellissimo e poetico, e non perché siano necessariamente belle le cose che ci mostra, ma perché è partecipe ed empatico lo sguardo del regista.
Siamo a Lampedusa. Da un lato seguiamo la vita quotidiana di una famiglia lampedusana: un ragazzino, Samuele, appassionato di fionda, con un occhio pigro e il respiro che a volte manca, che si esercita sul pontile per non avere il mal di mare, a cui piace sentire i nonni raccontare le storie del passato, ancora un bambino ma che a volte ha già i modi di un adulto. Dall'altro lato, ci sono i barconi dei migranti che quotidianamente sbarcano sull'isola o vengono soccorsi in mare dalla guardia costiera, e la routine dei primi interventi medici, della conta dei vivi e dei morti, dell'identificazione e delle foto, e della paura e la voglia di riscatto scolpite negli occhi di questi uomini e donne che stanno rischiando tutto.
Il punto di contatto tra questi due mondi è il medico di Lampedusa, che visita Samuele che ha l'affanno e interviene quotidianamente a prestare soccorso a chi arriva in condizioni disperate, alle donne incinte, ai ragazzi ustionati dalla nafta.
La telecamera sta a contatto stretto con le persone che racconta ed è una presenza che anche lo spettatore sente. Qualcuno entra volontariamente nell'occhio della telecamera e la tratta da amica per raccontare la propria testimonianza, quacun altro la guarda spaurito, qualcun altro ancora sembra quasi non percepirne più l'invadenza. Credo che la magia del film di Gianfranco Rosi sia in buona parte spiegata dalla scelta del regista e di parte della troupe di vivere l'isola non in maniera fugace, bensì a lungo e nella quotidianità, fino a diventarne parte. Un po' quello che accade per il fotografo che non sempre - come siamo abituati a pensare - ruba l'attimo, bensì è in grado di cogliere lo spirito di un luogo e delle persone che lo abitano quando ci si immerge insieme alla sua camera talmente a lungo da diventare parzialmente invisibile o da non essere più percepito come un estraneo.
Un film minimale, ma denso, in cui lo spettatore è talmente chiamato in causa, da non potersi distrarre neppure per un secondo, anche quando sullo schermo non accade nulla che non sia "banale" routine quotidiana di un luogo che di per se stesso tutto è fuorché banale.
Voto: 4,5/5
Un film - come ha detto la mia amica L. - "necessario", ma che ha il grande merito di non aver voluto premere sul pedale della retorica e del melodramma. Un film, tra l'altro, visivamente bellissimo e poetico, e non perché siano necessariamente belle le cose che ci mostra, ma perché è partecipe ed empatico lo sguardo del regista.
Siamo a Lampedusa. Da un lato seguiamo la vita quotidiana di una famiglia lampedusana: un ragazzino, Samuele, appassionato di fionda, con un occhio pigro e il respiro che a volte manca, che si esercita sul pontile per non avere il mal di mare, a cui piace sentire i nonni raccontare le storie del passato, ancora un bambino ma che a volte ha già i modi di un adulto. Dall'altro lato, ci sono i barconi dei migranti che quotidianamente sbarcano sull'isola o vengono soccorsi in mare dalla guardia costiera, e la routine dei primi interventi medici, della conta dei vivi e dei morti, dell'identificazione e delle foto, e della paura e la voglia di riscatto scolpite negli occhi di questi uomini e donne che stanno rischiando tutto.
Il punto di contatto tra questi due mondi è il medico di Lampedusa, che visita Samuele che ha l'affanno e interviene quotidianamente a prestare soccorso a chi arriva in condizioni disperate, alle donne incinte, ai ragazzi ustionati dalla nafta.
La telecamera sta a contatto stretto con le persone che racconta ed è una presenza che anche lo spettatore sente. Qualcuno entra volontariamente nell'occhio della telecamera e la tratta da amica per raccontare la propria testimonianza, quacun altro la guarda spaurito, qualcun altro ancora sembra quasi non percepirne più l'invadenza. Credo che la magia del film di Gianfranco Rosi sia in buona parte spiegata dalla scelta del regista e di parte della troupe di vivere l'isola non in maniera fugace, bensì a lungo e nella quotidianità, fino a diventarne parte. Un po' quello che accade per il fotografo che non sempre - come siamo abituati a pensare - ruba l'attimo, bensì è in grado di cogliere lo spirito di un luogo e delle persone che lo abitano quando ci si immerge insieme alla sua camera talmente a lungo da diventare parzialmente invisibile o da non essere più percepito come un estraneo.
Un film minimale, ma denso, in cui lo spettatore è talmente chiamato in causa, da non potersi distrarre neppure per un secondo, anche quando sullo schermo non accade nulla che non sia "banale" routine quotidiana di un luogo che di per se stesso tutto è fuorché banale.
Voto: 4,5/5
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