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lunedì 16 dicembre 2024

Il robot selvaggio

In un Cinema dei piccoli in cui io e S. siamo le uniche persone adulte non accompagnate da bambini vado finalmente a vedere il film della Dreamworks Il robot selvaggio.

Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Brown, il film racconta la storia di Rozzum 7134, un robot che a causa di un tifone finisce sulle scogliere basaltiche di un’isola sperduta, dove non ci sono esseri umani, ma solo piante e animali.

Rozzum è programmata per servire e portare a termine dei compiti, cosicché cerca di applicare questo schema semplice che però si rivela del tutto inappropriato al contesto nel quale si trova. Gli animali la vedono come un mostro e ben presto Rozzum si troverà inseguita da un orso e durante la fuga distruggerà un nido di oche. Un unico uovo resta intero e da esso nasce un’oca che, per effetto dell’imprinting, considera Rozzum sua madre. Grazie all’aiuto di Fink, una volpe ingorda ma di buon cuore, Rozzum, detta “Roz”, capisce come svolgere questo compito, e impara a poco a poco l’empatia, andando al di là della pura esecuzione. Quando la sua casa di produzione manderà dei robot armati sull’isola per riportare Roz a casa, seminando morte e distruzione, Roz e tutta la comunità di animali dell’isola faranno fronte comune.

La storia de Il robot selvaggio è una fiaba ecologista, in cui tecnologia e natura si incontrano in maniera non necessariamente scontata e prevedibile: il robot ha qualcosa di freddo e meccanico nel suo modo di agire, ma è programmato per non procurare del male a nessuno (sebbene altri robot siano invece programmati per portare distruzione e morte); il mondo animale è pieno di vitalità e di forme di accudimento, ma anche di violenza e conflittualità, frutto della perenne lotta per la sopravvivenza. I veri assenti sono gli esseri umani, sebbene la loro presenza sia in qualche modo implicita, in quanto anello di congiunzione tra robot e natura.

Al di là della dose di melò e commozione inevitabile in un film per famiglie e bambini, tra le righe si legge un richiamo alla responsabilità degli esseri umani nella progettazione della tecnologia, affinché sia non solo a servizio dell’umanità, ma anche rispettosa della natura.

Devo dire che mi aspettavo un cartone più complesso e stratificato sul piano delle letture e dei significati; ciò detto, ammetto di essere sensibile al richiamo emotivo dei cartoni per bambini – su cui agisce molto meno il cinismo che invece tendo ad applicare ai film per adulti. In questo caso, poi, oltre a una sceneggiatura comunque intelligente, ho molto apprezzato le scelte stilistiche che rendono Il robot selvaggio un cartone quasi vintage per alcuni aspetti, con citazioni ad altri classici indimenticabili come Wall-e e Il castello errante di Howl.

Lamento forse troppa avventura e azione, mentre il personaggio di Roz avrebbe probabilmente meritato anche riflessione e contemplazione, e temo che l’esito sia che il film si collochi un po’ a metà strada, senza incontrare pienamente i desiderata dei bambini, ma anche senza soddisfare pienamente gli adulti.

Io comunque ho riso molto e mi sono anche commossa. E questo non è poco.

Voto: 3,5/5



lunedì 29 luglio 2019

L'ultima ora

In una fresca serata dell'estate romana decido di andare a vedere - in lingua originale - al cinema dei Piccoli, dentro Villa Borghese, questo film francese che mi aveva incuriosito fin da subito.

Il film di Sébastien Marnier è strutturato come un vero e proprio thriller quasi horror con tanto di suspence e di colpi di scena (che mi ha un po' ricordato a tratti il miglior cinema di Shyamalan), ma questa confezione classica è messa al servizio di una riflessione che va bel al di là dell'intreccio narrativo fino a toccare alcuni temi centrali della contemporaneità.

L'ultima ora ha un inizio shock: in una classe del prestigioso collegio privato Saint Joseph, il professore guarda il sole accecante dalla finestra e a un certo punto si butta di sotto.

Mentre il professor Capadis lotta tra la vita e la morte, a scuola viene mandato a sostituirlo Pierre (Laurent Lafitte), un giovane supplente che sta completando gli studi con la scrittura di una tesi su Kafka. Pur avendo una classe di eccellenza con ragazzi particolarmente dotati, Pierre si accorge fin da subito che c'è qualcosa di strano nelle dinamiche relazionali, in particolare osserva il forte legame che unisce sei componenti della classe, tra cui i due rappresentanti, Apolline (Luàna Bajrami) e Dimitri (Victor Bonnel).

A seguito di alcuni strani episodi, Pierre comincia a seguire i ragazzi e a poco a poco ne intuisce il malessere e i piani. Il suo coinvolgimento aumenta progressivamente in una escalation di tensione che non si scioglierà nemmeno nell'inquietante epilogo.

L'ultima ora adatta il romanzo omonimo di Christophe Dufossé mettendo insieme alcuni filoni molto forti della cinematografia francese: da un lato quello dei film di ambientazione scolastica (ce ne sono numerorissimi, l'ultimo dei quali Il professore cambia scuola), dall'altro quello dei film sugli adolescenti (che poi spesso si combinano con il primo filone, penso ad esempio a La schivata di Abdellatif Kechiche), infine quello di matrice ambientalista (penso ad esempio al film Domani). Quest'ultimo filone è molto cresciuto negli ultimi anni in Francia, non saprei dire se come conseguenza di una sensibilizzazione sempre più forte a livello politico e di opinione pubblica su questo tema, o invece come stimolo intellettuale a questa sensibilizzazione.

Il film di Marnier - anche attraverso qualche estremizzazione - mette in scena una generazione molto consapevole e fin troppo lucida, che ha tutti gli strumenti per analizzare criticamente il presente e farsi una propria opinione, ma che proprio per questo esita in un pessimismo e un nichilismo senza speranza alcuna. Questi ragazzi - rappresentati quasi come degli alieni - guardano con rassegnazione al suicidio collettivo di un mondo per il quale sentono di non poter fare più nulla né dare alcun contributo costruttivo.

L'ultima ora è dunque un film profondamente cupo e pessimista, che sembra non lasciare spiragli nemmeno a un personaggio come quello di Pierre che ancora coltiva la fiducia nell'umanità e in un mondo migliore, fino a fargli abbracciare le paure profonde dei sei ragazzi.

Sul piano narrativo, a parte qualche inserto un po' troppo didascalico, come gli scarafaggi che compaiono in casa di Pierre mentre sta scrivendo una tesi su Kafka, l'intreccio funziona bene integrando bene anche gli elementi onirici e gli indizi che in parte si sciolgono e in parte restano senza spiegazione. Il tutto ben supportato da una colonna sonora molto coerente, in cui spiccano anche le esecuzioni a cappella da parte dei ragazzi di due brani di Patti Smith, Pissing in a River e Free Money.

Voto: 3,5/5 

mercoledì 3 giugno 2015

Il regno dei sogni e della follia

Evento speciale al cinema nei giorni 25 e 26 maggio con la proiezione del documentario di Mami Sunada dedicato allo Studio Ghibli (imparerete dal film che si dice Gibli e non Ghibli, come da sempre diciamo tutti noi...) e, in particolare, alla straordinaria figura di Hayao Miyazaki (o come dicono nel film Miyazaki Hayao o anche MiyaSan).

La regista del documentario ha vissuto nella casa di produzione per tutto il periodo della realizzazione di Si alza il vento, raccontando il modo di lavorare di Miyazaki e dei suoi collaboratori, ma anche la storia dello straordinario sodalizio che ha reso possibile che lo Studio Ghibli diventasse quello che è diventato.

Così, da un lato, vediamo il signor Miyazaki che ogni mattina (puntualissimo) - indossando il suo grembiulone con gli orsetti - arriva in ufficio, si siede alla sua scrivania e comincia a disegnare, a volte senza avere nemmeno esattamente in mente qual è la storia che vuole raccontare, e lì resta fino alle 21. Nel corso della giornata ci sono alcuni appuntamenti fissi: la ginnastica mattutina con tutti i collaboratori, resa possibile dal programma radiofonico relativo, e l'uscita sul terrazzo la sera tutti insieme a vedere il tramonto. Nel frattempo, nello studio è tutto un fermento di persone che disegnano, colorano, si confrontano, imparano, mentre il gatto bianco con le macchie nere si muove placido per le stanze e sonnecchia nella cesta o al sole, indifferente a tutto tranne che al Maestro.

Dall'altro lato, però c'è Toshio Suzuki, l'amico, produttore e manager, che - mentre Miyazaki disegna - incontra uffici legali, persone del marketing, fa riunioni, segue le vendite e gli incassi e in qualche modo consente allo studio di sopravvivere.

Sullo sfondo resta il terzo uomo dello Studio Ghibli, Isao Takahata, regista, produttore e sceneggiatore, che risulta apparentemente esterno al sodalizio tra Miyazaki e Suzuki, ma che - come il documentario a poco a poco rivela - è stato ed è determinante nel definire l'identità dello Studio.

Oltre alle relazioni tra questi tre uomini diversissimi ma perfettamente complementari, il documentario è interessante perché permette di scoprire un Miyazaki inedito, cogliendone sia la poetica sia la cifra umana.

Ne viene fuori l'immagine di un uomo con un'ingenuità e un entusiasmo un po' infantili e, al contempo, con una profondità, una consapevolezza e una serenità di anziano, che non si sottrae alle paure. Cosicché lo vediamo da un lato sistemare le caprette peluche (che vengono da una vecchia esposizione su Heidi) davanti e fuori dalle finestre di casa affinché i bambini che vanno all'asilo possano vederle e salutarle tutti i giorni, dall'altro raccontarci il suo mondo nel quale l'angolo di visuale è piccolissimo e in buona parte ripetitivo, ma che nondimeno gli consente di comprendere la realtà grazie all'attenzione e all'empatia verso gli altri. Poi lo vediamo emozionarsi quando ci dice che lo Studio Ghibli è destinato a morire e commuoversi alla prima visione e alla conferenza stampa di Si alza il vento, ma anche estraniarsi guardando dalla finestra i tetti della città e facendo correre la sua fantasia lontanissimo, come fanno tutti i suoi film. E poi ci fa scendere una lacrimuccia quando scrive la lettera di risposta a una persona che gli aveva raccontato quanto suo padre aveva fatto per lui bambino nella circostanza terribile del terremoto di Tokio. Tutto poi ci fa capire quanta parte dei contenuti dei suoi film siano parte integrante della sua vita, come ad esempio la sfiducia nel progresso, l'impronta ecologista, l'etica giapponese e così via.

Nel documentario poi c'è molto altro: per esempio la breve e un po' sofferta testimonianza del figlio di Miyazaki, Goro, nonché una serie di chiacchiere e racconti in cui spesso ci si perde, ma da cui - dopo due ore di immersione nel mondo dello Studio Ghibli - si esce felici di aver fatto la conoscenza con questa straordinaria e unica fabbrica dei sogni e grati che Miyazaki, Suzuki e Takahata si siano incontrati e abbiano realizzato questo sogno condiviso, che è diventato anche quello di tanti bambini e adulti in tutto il mondo.

Voto: 4/5

mercoledì 1 ottobre 2014

Dragon trainer 2

Non volevo assolutamente perdere questa seconda puntata della saga di Hiccup, l’addestratore di draghi, perché il primo film - abbastanza inaspettatamente - mi era piaciuto moltissimo. Avendo sentito amici magnificare questo secondo come addirittura superiore al primo, mi sono fiondata al Cinema dei piccoli di Roma cercando di non lasciarmi sfuggire una delle ultime possibilità di vederlo.

Dunque, il film mi è piaciuto e ci ho ritrovato molte delle cose che avevo apprezzato nel primo: il rapporto genitori/figli, il pacifismo, l’accoglienza della diversità, l’entusiasmo della gioventù, la ricerca della propria identità, il desiderio della scoperta, l’importanza dell’amicizia e del riconoscimento reciproco.

In questo secondo capitolo, Hiccup è ormai ventenne e abita in una comunità in cui draghi e umani convivono pacificamente e gioiosamente. Ma il ragazzo è animato dal sacro fuoco della ricerca e della scoperta e dunque insieme a “sdentato” (la furia buia) è sempre in esplorazione del mondo e - con i numerosi accessori “tecnologici” che ha inventato - sta provando a tracciare la mappa del mondo conosciuto. Hiccup è un giovane che in qualche modo sta ancora cercando il proprio posto nel mondo.

In uno di questi viaggi esplorativi Hiccup si imbatte in un gruppo di cacciatori di draghi, seguendo i quali arriverà prima un mondo popolato di draghi nel quale ritroverà sua madre (perduta durante i primissimi anni di vita), poi dovrà fare i conti con un malvagio che utilizzando la forza dei draghi vuole diventare il padrone del mondo.

Nella classica lotta del bene contro il male (di cui potete già immaginare l’esito), le cose più belle e più importanti stanno nel mezzo, ossia in quel passaggio delicato nella vita di un uomo nel quale questi deve assumersi le proprie responsabilità e per farlo deve prendere le distanze dalla propria famiglia di origine e dall’affetto dei propri genitori. Quel momento cruciale in cui è possibile riconoscere le proprie specificità solo dopo aver accettato il senso di continuità con le nostre radici e averlo fatto proprio.

Insomma, una bella favola ricca di avventura e di buoni sentimenti che piacerà a tutti coloro che non smettono mai di cercare se stessi.

Voto: 3/5

martedì 25 ottobre 2011

Arrietty

Piccoli Miyazaki crescono. E così, da un progetto e una sceneggiatura di Hayao Miyazaki, Hiromasa Yonebayashi ha realizzato un film che è perfettamente congruente con la poetica e lo stile del grande maestro nipponico.

Protagonista è Arrietty, una apparentemente normalissima adolescente che vive con padre e madre in una casetta dove non manca nulla, e che si rifugia nella sua stanzetta che sembra un pezzo di bosco. In realtà Arrietty non è un’adolescente qualunque, bensì appartiene al popolo dei "prendinprestito", creature alte come un palmo di mano che costruiscono le loro case con i materiali di scarto degli umani, attenti a non farsi mai vedere da loro per evitare di suscitarne la morbosa curiosità e gli eventuali rischi per la propria sopravvivenza.

E infatti i problemi per Arrietty cominciano quando nella casa sotto il cui pavimento vive la sua famiglia arriva Sho, un ragazzino umano, nipote della proprietaria, malato di cuore, che ne avverte immediatamente la presenza e cerca di interagire con lei.

Le peripezie non mancheranno quando la governante della casa, un po’ stupida e ignorante, si metterà in testa di catturare questi gnomi-ladri, andando a sconvolgere il sereno equilibrio della famiglia di Arrietty.

Grazie all’aiuto di Sho e di un altro rappresentante del popolo dei “prendinprestito” tutto finirà per il meglio, sebbene Arrietty e la sua famiglia saranno destinati a cercare una nuova casa.

Quello di Miyazaki e dei suoi allievi è un mondo che ha sempre delle caratteristiche ben precise: una fortissima presenza dell’elemento naturalistico, anche quando – come in questo caso – la storia è sostanzialmente ambientata nella periferia di una grande città, una natura che quasi sempre è oltraggiata o dimenticata dall’uomo; il protagonismo assoluto di bambini e anziani, gli uni a rappresentare una sguardo ancora innocente e coraggioso sul mondo, gli altri una saggezza antica e un connubio col mondo naturale e soprannaturale, qualità che in entrambi i casi fanno difetto all’età adulta troppo legata alle necessità materiali e sottomessa al predominio assoluto della ragione; la cattiveria umana come conseguenza della stupidità e dell’ignoranza, ovvero del torto subito; il rapporto degli esseri umani con il diverso, il fantastico, il soprannaturale, di solito rifiutato e spesso minacciato nella sua stessa sopravvivenza.

Miyazaki sembra sempre richiamare una specie di età dell’oro, un’epoca mitica in cui l’umanità viveva in armonia con la natura e l’universo in tutte le sue manifestazioni ed aveva – proprio per questo – accesso ai mondi nascosti e soprannaturali che oggi gli sono preclusi.

Ma questo richiamo che all’inizio della sua carriera si tramutava in denuncia e in veri e propri manifesti sociali come in Nausicaa della Valle del vento, e che poi si è tradotto negli incubi tetri e angoscianti della Chihiro de La città incantata e nel pessimismo metafisico del Castello errante di Howl, negli ultimi film sembra essersi come diluito in una visione più rassegnata e pacificata, quasi ottimista del mondo e delle sue prospettive, una visione che era riconoscibile anche in alcuni film del passato come Il mio vicino Totoro.

Miyazaki sembra quasi dirci che c’è ancora speranza e che quella speranza sta nella capacità che i bambini hanno di ascoltare e di essere in comunione con l’universo circostante, nel loro entusiasmo e nella loro voglia di vivere e di ricominciare, come i protagonisti di questo film ma anche quelli di lavori precedenti come Ponyo sulla scogliera.

Non a caso in questi ultimi film sfornati dallo studio Ghibli tornano prepotenti l’umorismo e la caratterizzazione più tipici dei cartoni giapponesi (e che ci ricordano tanto la nostra infanzia anni ’80) e che, ad esempio, erano presenti in film come Porco rosso.

Forse è arrivato anche per Miyazaki il momento di ricomporre i turbamenti e la violenza emotiva del passato in un presente sospeso in una dimensione intermedia tra reale e onirico, dove in fondo tutto torna al suo posto.

Il pubblico dei più piccoli – schiacciato dalla complessità narrativa e di significati di film come La città incantata – in questo film ammutolisce catturato dalla storia dei “prendinprestito” che si muovono come antichi esploratori in un mondo in cui tutto è enorme e anche catturare una zolletta di zucchero è un’impresa che richiede coraggio e fantasia, e scoppia in fragorose risate di fronte alle “gag” di alcuni dei personaggi.

Certo, per me la visionarietà di film come La città incantata e Il castello errante di Howl, cui fanno eco alcune invenzioni contenute in Ponyo sulla scogliera, è un’inarrivabile vetta della filmografia del maestro nipponico, di fronte alla quale questa recente svolta dello studio Ghibli sa di più convenzionale.

Detto questo, non mi perderei uno di questi cartoni praticamente per nulla al mondo. Anche quando mi tocca in sorte di andare a vederli al Cinema dei piccoli (il più piccolo edificio del mondo adibito a cinema), dove in uno spazio tutto a misura di bambino (dalle sedioline ai bagni) sono attorniata da una quarantina di bimbi urlanti e sgranocchianti patatine e pop corn. Ma in fondo io lì mi sento molto a mio agio.

Se Miyazaki mi vedesse mi strizzerebbe certamente l’occhio.

Voto: 3,5/5