Dopo 10 anni da quello che avrebbe dovuto essere l'ultimo film di Hayao Miyazaki, il regista giapponese - ormai ottantaduenne - torna al cinema con questo nuovo film, Il ragazzo e l'airone, che attinge alla sua lunga carriera e sembra auspicare una sorta di passaggio di testimone.
Protagonista di questo racconto è Mahito, un ragazzino che, a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, perde la madre nell'incendio dell'ospedale dove si trovava.
Pochi anni dopo, il padre si sposa con la sorella minore della madre, Natsuko, che è anche incinta, e Mahito si trasferisce con il padre nella casa di famiglia dove lei vive.
Qui Mahito - che fa fatica a elaborare il lutto e ad accettare il cambiamento - fa subito amicizia con uno strano airone parlante ed è incuriosito da una torre abbandonata che si trova nella proprietà. Avventurandosi nella torre, il ragazzino si troverà in un mondo altro, parallelo e magico, dove farà molti incontri importanti e capirà molte cose, fino a quando farà ritorno nel suo mondo, cambiato e non più bambino.
Siamo dunque in una "classica" storia di coming of age, che si realizza attraverso la complessa elaborazione di un lutto e la difficoltosa accettazione di un cambiamento e di un passaggio di consegne, cose che hanno molto a che fare anche con il Miyazaki di oggi.
Tutto questo si sviluppa all'interno di una narrazione che - com'è tipico di Miyazaki - non è lineare né razionale, in cui l'elemento magico, fantastico e immaginifico è onnipresente, e spesso sfugge a qualunque tentativo di lettura e interpretazione.
In questo mondo altro, che è un po' Ade e un po' mondo che contiene tutti i tempi e tutti i mondi (una specie di multiverso miyazakiano), confluiscono tante suggestioni presenti nei lavori precedenti del maestro (in particolare Il mio vicino Totoro e La città incantata), ma si percepisce qualcosa di profondamente diverso.
Il ragazzo e l'airone è il film di un uomo anziano il cui immaginario è ancora quello di un bambino, ma i cui pensieri sono quelli di qualcuno che sa di avvicinarsi alla fine della vita.
E così, - come molti altri hanno scritto - questo è certamente un film-testamento, e forse proprio per questo è un film che è riduttivo definire malinconico, bensì definirei piuttosto cupo e quasi privo di speranza.
Un film in cui il piano narrativo per i bambini è ancora più minimale che in altri film di Miyazaki, ma anche il piano narrativo più complesso e stratificato non può essere propriamente definito per adulti, o quantomeno non per adulti di cultura occidentale.
I commenti sarcastici di un gruppo di giovani che commenta il film all'uscita dal cinema mi conferma il fatto che Il ragazzo e l'airone sfugge a qualsiasi classificazione e prende una strada che spiazza chiunque.
Personalmente l'ho interpretato come il film di un uomo che si sente sempre più estraneo al presente e per questo si rifugia nel passato e nei ricordi, e che sente non lontana la fine della vita, una vita a cui cerca in qualche modo di trovare un senso sapendo che il cambiamento è inevitabile e il passaggio di testimone non è scontato e forse illusorio, nella constatazione che l'unica realtà parzialmente controllabile è quella che costruisce con la sua fantasia.
Io ho vissuto la visione de Il ragazzo e l'airone come un'altalena di stati d'animo, tra tenerezza, divertimento, noia, stanchezza, adrenalina, perplessità, fino ad arrivare a una fine in fondo un po' improvvisa e forse fin troppo sintetica, come dopo un sogno pieno di mille cose che per un po' ci rimane dentro ma che in parte facciamo fatica a capire.
E in fondo - proprio come ai sogni - ai film di Miyazaki ci si può solo consegnare e abbandonarsi.
Voto: 3,5/5
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venerdì 12 gennaio 2024
giovedì 4 maggio 2017
Quaderni giapponesi / Igort - Viaggio a Tokyo / Vincenzo Filosa
Quaderni giapponesi / Igort. Roma: Coconino Press, 2015.
Viaggio a Tokyo / Vincenzo Filosa. Bologna: Canicola, 2015.
La società giapponese mi ha sempre incuriosita, ma non ho mai avuto la spinta - a parte gli incontri più o meno casuali con questa cultura (soprattutto attraverso il cinema) - ad approfondirne seriamente la conoscenza.
Fino a quando qualche mese fa sono venute a trovarci in biblioteca due funzionarie giapponesi, e l'incontro con loro, sia in presenza, sia poi per i contatti a distanza, mi ha offerto l'occasione di toccare con mano alcune caratteristiche di tale cultura e ha sollevato tanti interrogativi senza risposta rispetto a usi e abitudini per me quasi incomprensibili.
Da quel momento il mio interesse per il Giappone è molto cresciuto, tanto da essere diventato anche un'idea possibile di viaggio, e nel frattempo oggetto di letture e approfondimenti di vario genere. Come spesso mi accade, ho cominciato dai graphic novel.
Avevo a casa i lavori di Igort, Quaderni giapponesi, e di Vincenzo Filosa, Viaggio a Tokyo.
In entrambi i casi si tratta sostanzialmente di racconti di viaggio relativi a periodi di permanenza più o meno lunghi in terra giapponese. Igort, dopo essere stato una prima volta in Giappone negli anni Ottanta, ci è tornato nel 1994 per iniziare una lunga collaborazione con una casa editrice di manga, Kodansha, che gli ha pubblicato la serie Yuri.
Nei suoi Quaderni Igort (o Igoruto San come lo chiamano in Giappone) ci racconta la sua esperienza di contatto con il mondo giapponese, innanzitutto con la sua casa editrice, poi con i grandi maestri giapponesi di manga e anime che ha avuto l'occasione di incontrare o di conoscere meglio, Jiro Taniguchi, Hayao Miyazaki, Yoshiharu Tsuge. Ma l'albo è anche l'occasione per parlare di tanti aspetti della cultura giapponese più o meno noti, tra cui la storia dei bumrakin, l'antica casta dei reietti, la vera storia di Sada Abe, la geisha resa celebre dal film L'impero dei sensi, il rapporto del Giappone con la guerra e il coinvolgimento dei bambini, il teatro kabuki.
La lettura di Quaderni giapponesi è una miniera di stimoli per chi come me è partito alla scoperta di un mondo affascinante e inafferrabile come quello giapponese, e di cui oggettivamente continuo a capire molto poco. È Igort per esempio che mi fa scoprire il libro Il crisantemo e la spada che fu commissionato a Ruth Benedict dall'Office of War Information degli Stati Uniti e pubblicato all’indomani di Hiroshima, e che poi divenne il manuale-breviario delle forze americane di occupazione in Giappone. L'ho prontamente acquistato online e certamente costituirà una delle mie prossime letture.
Da un punto di vista grafico, poi, il fumetto a colori di Igort è un bellissimo viaggio visivo in Giappone, grazie alla riproduzione non solo degli ambienti (il suo appartamento, i templi, le strade), ma anche delle stampe, della grafica, del design propriamente giapponese che l'autore disegna con una precisione e una bravura straordinarie.
Dall'altro lato il libro di Vincenzo Filosa racconta del viaggio da lui fatto in Giappone, anche in questo caso all'inseguimento dei suoi miti, in particolare Tadao Tsuge, scoperto per caso mentre andava alla ricerca dei lavori di Yoshiharu Tsuge. Il viaggio di Filosa è però molto meno calligrafico di quello di Igort, più espressionistico, direi, allucinato, come riporta la quarta di copertina.
L'albo - in bianco e nero - conferma l'impianto espressionistico anche nel tratto e nell'organizzazione delle tavole, spesso una vera e propria sfida visiva per il lettore.
Il volume è strutturato come un manga e dunque si legge al contrario, a partire da quella che per noi sarebbe la quarta di copertina, e anche l'organizzazione interna delle tavole va da destra verso sinistra, cosa che richiede un attimo di tempo di ambientazione. Il fumetto è organizzato per momenti o suggestioni del viaggio. Anche in questo caso vengono raccontate molte particolarità e soprattutto stranezze della società giapponese, però la narrazione di Filosa è a tratti ben poco realistica e più immaginifica, ispirata appunto ai personaggi e al mondo visivo dei mangaka, anche approfittando del fatto che il suo "io" protagonista ha sempre pasticche a portata di mano.
Non tutto è dunque comprensibile per i neofiti della cultura giapponese e del mondo dei manga come me, eppure l'albo trasmette comunque un'atmosfera che paradossalmente nella sua stranezza appare in qualche modo quasi realistica.
Insomma Igort e Filosa mi hanno incuriosito. E state certi che la mia ricerca non finirà qui.
Voto: 3,5/5
Viaggio a Tokyo / Vincenzo Filosa. Bologna: Canicola, 2015.
La società giapponese mi ha sempre incuriosita, ma non ho mai avuto la spinta - a parte gli incontri più o meno casuali con questa cultura (soprattutto attraverso il cinema) - ad approfondirne seriamente la conoscenza.
Fino a quando qualche mese fa sono venute a trovarci in biblioteca due funzionarie giapponesi, e l'incontro con loro, sia in presenza, sia poi per i contatti a distanza, mi ha offerto l'occasione di toccare con mano alcune caratteristiche di tale cultura e ha sollevato tanti interrogativi senza risposta rispetto a usi e abitudini per me quasi incomprensibili.
Da quel momento il mio interesse per il Giappone è molto cresciuto, tanto da essere diventato anche un'idea possibile di viaggio, e nel frattempo oggetto di letture e approfondimenti di vario genere. Come spesso mi accade, ho cominciato dai graphic novel. Avevo a casa i lavori di Igort, Quaderni giapponesi, e di Vincenzo Filosa, Viaggio a Tokyo.
In entrambi i casi si tratta sostanzialmente di racconti di viaggio relativi a periodi di permanenza più o meno lunghi in terra giapponese. Igort, dopo essere stato una prima volta in Giappone negli anni Ottanta, ci è tornato nel 1994 per iniziare una lunga collaborazione con una casa editrice di manga, Kodansha, che gli ha pubblicato la serie Yuri.
Nei suoi Quaderni Igort (o Igoruto San come lo chiamano in Giappone) ci racconta la sua esperienza di contatto con il mondo giapponese, innanzitutto con la sua casa editrice, poi con i grandi maestri giapponesi di manga e anime che ha avuto l'occasione di incontrare o di conoscere meglio, Jiro Taniguchi, Hayao Miyazaki, Yoshiharu Tsuge. Ma l'albo è anche l'occasione per parlare di tanti aspetti della cultura giapponese più o meno noti, tra cui la storia dei bumrakin, l'antica casta dei reietti, la vera storia di Sada Abe, la geisha resa celebre dal film L'impero dei sensi, il rapporto del Giappone con la guerra e il coinvolgimento dei bambini, il teatro kabuki.
La lettura di Quaderni giapponesi è una miniera di stimoli per chi come me è partito alla scoperta di un mondo affascinante e inafferrabile come quello giapponese, e di cui oggettivamente continuo a capire molto poco. È Igort per esempio che mi fa scoprire il libro Il crisantemo e la spada che fu commissionato a Ruth Benedict dall'Office of War Information degli Stati Uniti e pubblicato all’indomani di Hiroshima, e che poi divenne il manuale-breviario delle forze americane di occupazione in Giappone. L'ho prontamente acquistato online e certamente costituirà una delle mie prossime letture.
Da un punto di vista grafico, poi, il fumetto a colori di Igort è un bellissimo viaggio visivo in Giappone, grazie alla riproduzione non solo degli ambienti (il suo appartamento, i templi, le strade), ma anche delle stampe, della grafica, del design propriamente giapponese che l'autore disegna con una precisione e una bravura straordinarie. Dall'altro lato il libro di Vincenzo Filosa racconta del viaggio da lui fatto in Giappone, anche in questo caso all'inseguimento dei suoi miti, in particolare Tadao Tsuge, scoperto per caso mentre andava alla ricerca dei lavori di Yoshiharu Tsuge. Il viaggio di Filosa è però molto meno calligrafico di quello di Igort, più espressionistico, direi, allucinato, come riporta la quarta di copertina.
L'albo - in bianco e nero - conferma l'impianto espressionistico anche nel tratto e nell'organizzazione delle tavole, spesso una vera e propria sfida visiva per il lettore. Il volume è strutturato come un manga e dunque si legge al contrario, a partire da quella che per noi sarebbe la quarta di copertina, e anche l'organizzazione interna delle tavole va da destra verso sinistra, cosa che richiede un attimo di tempo di ambientazione. Il fumetto è organizzato per momenti o suggestioni del viaggio. Anche in questo caso vengono raccontate molte particolarità e soprattutto stranezze della società giapponese, però la narrazione di Filosa è a tratti ben poco realistica e più immaginifica, ispirata appunto ai personaggi e al mondo visivo dei mangaka, anche approfittando del fatto che il suo "io" protagonista ha sempre pasticche a portata di mano.
Non tutto è dunque comprensibile per i neofiti della cultura giapponese e del mondo dei manga come me, eppure l'albo trasmette comunque un'atmosfera che paradossalmente nella sua stranezza appare in qualche modo quasi realistica.
Insomma Igort e Filosa mi hanno incuriosito. E state certi che la mia ricerca non finirà qui.
Voto: 3,5/5
domenica 30 agosto 2015
Quando c'era Marnie
Questa fine di agosto cinematografica ci regala per tre giorni un nuovo lavoro firmato dallo studio Ghibli, anche se non dal maestro Miyazaki.
Si tratta di Quando c'era Marnie, di Hiromasa Yonebayashi, il regista di Arrietty.
La sceneggiatura è l'adattamento del romanzo omonimo di Joan G. Robinson e racconta la storia della dodicenne Anna, una pre-adolescente insicura e sociopatica, un po' tomboy, che vive con una tutrice (che chiama zietta) e che soffre d'asma, motivo per cui viene mandata a stare per un periodo da una coppia anziana che abita a Hokkaido in una casa sul mare.
Durante questa permanenza, Anna sarà incuriosita dalla casa in fondo alla palude, apparentemente abbandonata, dove invece incontrerà Marnie, una ragazza bionda della sua età con cui stringerà un'amicizia esclusiva e particolare.
Anna è affascinata da questa ragazza che apparentemente è il suo naturale complemento: femminile, bionda, estroversa, affettuosa e soprattutto misteriosa, come se arrivasse direttamente da un sogno o da un tempo lontano.
Man mano che l'amicizia si farà più stretta, Anna non solo si troverà a fare i conti con le gioie e i dolori dei sentimenti forti, ma attraverso questo vero e proprio percorso di formazione scoprirà anche la storia di Marnie e il segreto che nasconde, e che le permetterà anche di comprendere se stessa e la propria storia.
Quando c'era Marnie si presenta come il riversamento di un contenuto narrativo dai tratti fortemente occidentali in un contenitore genuinamente giapponese sia da un punto di vista estetico sia dal punto di vista delle tradizioni culturali, nonché - e soprattutto - delle sensibilità rappresentate. Al punto tale che a volte un pubblico di cultura occidentale può fare fatica a interpretare certi passaggi per la difficoltà di ricondurre reazioni e sentimenti alle categorie concettuali cui siamo più abituati e che sono certamente più schematiche di quelle giapponesi.
Nel complesso si tratta di un classico romanzo di formazione all'interno di una confezione che si colloca a metà strada tra il fantasy e le storie di fantasmi. Ma l'imprevedibilità giapponese e la libertà concettuale dei creatori di anime conferiscono a questo prodotto - altrimenti un po' scontato per quanto esteticamente bellissimo - un'originalità e un'aura di mistero, nonché un umorismo, capaci di lasciare lo spettatore occidentale stupito e positivamente disorientato.
L'assenza della mano di Miyazaki si avverte, ma l'operazione di Yonebayashi è certamente all'altezza dei migliori prodotti animati giapponesi.
Voto: 3,5/5
Si tratta di Quando c'era Marnie, di Hiromasa Yonebayashi, il regista di Arrietty.
La sceneggiatura è l'adattamento del romanzo omonimo di Joan G. Robinson e racconta la storia della dodicenne Anna, una pre-adolescente insicura e sociopatica, un po' tomboy, che vive con una tutrice (che chiama zietta) e che soffre d'asma, motivo per cui viene mandata a stare per un periodo da una coppia anziana che abita a Hokkaido in una casa sul mare.
Durante questa permanenza, Anna sarà incuriosita dalla casa in fondo alla palude, apparentemente abbandonata, dove invece incontrerà Marnie, una ragazza bionda della sua età con cui stringerà un'amicizia esclusiva e particolare.
Anna è affascinata da questa ragazza che apparentemente è il suo naturale complemento: femminile, bionda, estroversa, affettuosa e soprattutto misteriosa, come se arrivasse direttamente da un sogno o da un tempo lontano.
Man mano che l'amicizia si farà più stretta, Anna non solo si troverà a fare i conti con le gioie e i dolori dei sentimenti forti, ma attraverso questo vero e proprio percorso di formazione scoprirà anche la storia di Marnie e il segreto che nasconde, e che le permetterà anche di comprendere se stessa e la propria storia.
Quando c'era Marnie si presenta come il riversamento di un contenuto narrativo dai tratti fortemente occidentali in un contenitore genuinamente giapponese sia da un punto di vista estetico sia dal punto di vista delle tradizioni culturali, nonché - e soprattutto - delle sensibilità rappresentate. Al punto tale che a volte un pubblico di cultura occidentale può fare fatica a interpretare certi passaggi per la difficoltà di ricondurre reazioni e sentimenti alle categorie concettuali cui siamo più abituati e che sono certamente più schematiche di quelle giapponesi.
Nel complesso si tratta di un classico romanzo di formazione all'interno di una confezione che si colloca a metà strada tra il fantasy e le storie di fantasmi. Ma l'imprevedibilità giapponese e la libertà concettuale dei creatori di anime conferiscono a questo prodotto - altrimenti un po' scontato per quanto esteticamente bellissimo - un'originalità e un'aura di mistero, nonché un umorismo, capaci di lasciare lo spettatore occidentale stupito e positivamente disorientato.
L'assenza della mano di Miyazaki si avverte, ma l'operazione di Yonebayashi è certamente all'altezza dei migliori prodotti animati giapponesi.
Voto: 3,5/5
mercoledì 3 giugno 2015
Il regno dei sogni e della follia
Evento speciale al cinema nei giorni 25 e 26 maggio con la proiezione del documentario di Mami Sunada dedicato allo Studio Ghibli (imparerete dal film che si dice Gibli e non Ghibli, come da sempre diciamo tutti noi...) e, in particolare, alla straordinaria figura di Hayao Miyazaki (o come dicono nel film Miyazaki Hayao o anche MiyaSan).
La regista del documentario ha vissuto nella casa di produzione per tutto il periodo della realizzazione di Si alza il vento, raccontando il modo di lavorare di Miyazaki e dei suoi collaboratori, ma anche la storia dello straordinario sodalizio che ha reso possibile che lo Studio Ghibli diventasse quello che è diventato.
Così, da un lato, vediamo il signor Miyazaki che ogni mattina (puntualissimo) - indossando il suo grembiulone con gli orsetti - arriva in ufficio, si siede alla sua scrivania e comincia a disegnare, a volte senza avere nemmeno esattamente in mente qual è la storia che vuole raccontare, e lì resta fino alle 21. Nel corso della giornata ci sono alcuni appuntamenti fissi: la ginnastica mattutina con tutti i collaboratori, resa possibile dal programma radiofonico relativo, e l'uscita sul terrazzo la sera tutti insieme a vedere il tramonto. Nel frattempo, nello studio è tutto un fermento di persone che disegnano, colorano, si confrontano, imparano, mentre il gatto bianco con le macchie nere si muove placido per le stanze e sonnecchia nella cesta o al sole, indifferente a tutto tranne che al Maestro.
Dall'altro lato, però c'è Toshio Suzuki, l'amico, produttore e manager, che - mentre Miyazaki disegna - incontra uffici legali, persone del marketing, fa riunioni, segue le vendite e gli incassi e in qualche modo consente allo studio di sopravvivere.
Sullo sfondo resta il terzo uomo dello Studio Ghibli, Isao Takahata, regista, produttore e sceneggiatore, che risulta apparentemente esterno al sodalizio tra Miyazaki e Suzuki, ma che - come il documentario a poco a poco rivela - è stato ed è determinante nel definire l'identità dello Studio.
Oltre alle relazioni tra questi tre uomini diversissimi ma perfettamente complementari, il documentario è interessante perché permette di scoprire un Miyazaki inedito, cogliendone sia la poetica sia la cifra umana.
Ne viene fuori l'immagine di un uomo con un'ingenuità e un entusiasmo un po' infantili e, al contempo, con una profondità, una consapevolezza e una serenità di anziano, che non si sottrae alle paure. Cosicché lo vediamo da un lato sistemare le caprette peluche (che vengono da una vecchia esposizione su Heidi) davanti e fuori dalle finestre di casa affinché i bambini che vanno all'asilo possano vederle e salutarle tutti i giorni, dall'altro raccontarci il suo mondo nel quale l'angolo di visuale è piccolissimo e in buona parte ripetitivo, ma che nondimeno gli consente di comprendere la realtà grazie all'attenzione e all'empatia verso gli altri. Poi lo vediamo emozionarsi quando ci dice che lo Studio Ghibli è destinato a morire e commuoversi alla prima visione e alla conferenza stampa di Si alza il vento, ma anche estraniarsi guardando dalla finestra i tetti della città e facendo correre la sua fantasia lontanissimo, come fanno tutti i suoi film. E poi ci fa scendere una lacrimuccia quando scrive la lettera di risposta a una persona che gli aveva raccontato quanto suo padre aveva fatto per lui bambino nella circostanza terribile del terremoto di Tokio. Tutto poi ci fa capire quanta parte dei contenuti dei suoi film siano parte integrante della sua vita, come ad esempio la sfiducia nel progresso, l'impronta ecologista, l'etica giapponese e così via.
Nel documentario poi c'è molto altro: per esempio la breve e un po' sofferta testimonianza del figlio di Miyazaki, Goro, nonché una serie di chiacchiere e racconti in cui spesso ci si perde, ma da cui - dopo due ore di immersione nel mondo dello Studio Ghibli - si esce felici di aver fatto la conoscenza con questa straordinaria e unica fabbrica dei sogni e grati che Miyazaki, Suzuki e Takahata si siano incontrati e abbiano realizzato questo sogno condiviso, che è diventato anche quello di tanti bambini e adulti in tutto il mondo.
Voto: 4/5
La regista del documentario ha vissuto nella casa di produzione per tutto il periodo della realizzazione di Si alza il vento, raccontando il modo di lavorare di Miyazaki e dei suoi collaboratori, ma anche la storia dello straordinario sodalizio che ha reso possibile che lo Studio Ghibli diventasse quello che è diventato.
Così, da un lato, vediamo il signor Miyazaki che ogni mattina (puntualissimo) - indossando il suo grembiulone con gli orsetti - arriva in ufficio, si siede alla sua scrivania e comincia a disegnare, a volte senza avere nemmeno esattamente in mente qual è la storia che vuole raccontare, e lì resta fino alle 21. Nel corso della giornata ci sono alcuni appuntamenti fissi: la ginnastica mattutina con tutti i collaboratori, resa possibile dal programma radiofonico relativo, e l'uscita sul terrazzo la sera tutti insieme a vedere il tramonto. Nel frattempo, nello studio è tutto un fermento di persone che disegnano, colorano, si confrontano, imparano, mentre il gatto bianco con le macchie nere si muove placido per le stanze e sonnecchia nella cesta o al sole, indifferente a tutto tranne che al Maestro.
Dall'altro lato, però c'è Toshio Suzuki, l'amico, produttore e manager, che - mentre Miyazaki disegna - incontra uffici legali, persone del marketing, fa riunioni, segue le vendite e gli incassi e in qualche modo consente allo studio di sopravvivere.
Sullo sfondo resta il terzo uomo dello Studio Ghibli, Isao Takahata, regista, produttore e sceneggiatore, che risulta apparentemente esterno al sodalizio tra Miyazaki e Suzuki, ma che - come il documentario a poco a poco rivela - è stato ed è determinante nel definire l'identità dello Studio.
Oltre alle relazioni tra questi tre uomini diversissimi ma perfettamente complementari, il documentario è interessante perché permette di scoprire un Miyazaki inedito, cogliendone sia la poetica sia la cifra umana.
Ne viene fuori l'immagine di un uomo con un'ingenuità e un entusiasmo un po' infantili e, al contempo, con una profondità, una consapevolezza e una serenità di anziano, che non si sottrae alle paure. Cosicché lo vediamo da un lato sistemare le caprette peluche (che vengono da una vecchia esposizione su Heidi) davanti e fuori dalle finestre di casa affinché i bambini che vanno all'asilo possano vederle e salutarle tutti i giorni, dall'altro raccontarci il suo mondo nel quale l'angolo di visuale è piccolissimo e in buona parte ripetitivo, ma che nondimeno gli consente di comprendere la realtà grazie all'attenzione e all'empatia verso gli altri. Poi lo vediamo emozionarsi quando ci dice che lo Studio Ghibli è destinato a morire e commuoversi alla prima visione e alla conferenza stampa di Si alza il vento, ma anche estraniarsi guardando dalla finestra i tetti della città e facendo correre la sua fantasia lontanissimo, come fanno tutti i suoi film. E poi ci fa scendere una lacrimuccia quando scrive la lettera di risposta a una persona che gli aveva raccontato quanto suo padre aveva fatto per lui bambino nella circostanza terribile del terremoto di Tokio. Tutto poi ci fa capire quanta parte dei contenuti dei suoi film siano parte integrante della sua vita, come ad esempio la sfiducia nel progresso, l'impronta ecologista, l'etica giapponese e così via.
Nel documentario poi c'è molto altro: per esempio la breve e un po' sofferta testimonianza del figlio di Miyazaki, Goro, nonché una serie di chiacchiere e racconti in cui spesso ci si perde, ma da cui - dopo due ore di immersione nel mondo dello Studio Ghibli - si esce felici di aver fatto la conoscenza con questa straordinaria e unica fabbrica dei sogni e grati che Miyazaki, Suzuki e Takahata si siano incontrati e abbiano realizzato questo sogno condiviso, che è diventato anche quello di tanti bambini e adulti in tutto il mondo.
Voto: 4/5
lunedì 22 settembre 2014
Si alza il vento
Quello che parrebbe essere l'ultimo film di Hayao Miyazaki (speriamo di no!) è forse il più adulto e giapponese tra i numerosi del maestro.
Adulto non perché i precedenti fossero film per bambini (anzi!), ma perché questo ha il ritmo e la struttura narrativa di un vero melodramma (per quanto animato) e gli inserti che potrebbero catturare la curiosità di un bambino mi paiono davvero pochi (oltre al fatto che il film dura più di due ore!).
Giapponese perché è ambientato in un'epoca storica importante per il Giappone (gli anni '20, segnati dal forte terremoto che distrusse la città di Tokio e della recessione economica prima del rilancio industriale del paese) e perché è profondamente intriso della cultura e dei valori giapponesi (una fortissima etica del lavoro, la dignità personale, la levità dei rapporti interpersonali, il rispetto verso gli altri).
Complessivamente il film sembra distaccarsi dai suoi precedenti, per quanto non manchino al suo interno i temi cari al regista e che attraversano tutta la sua produzione: la potenza della natura, la vocazione umana all'autodistruzione, il sogno. Volendolo collocare, personalmente lo definirei come il punto di incontro tra il melodramma de Il mio vicino Totoro e il desiderio di libertà e avventura di Porco rosso (quest'ultimo - tra l'altro - anch'esso pervaso dalla grande passione di Miyazaki per aerei e macchine volanti).
Jiro Horikoshi, il protagonista nonché alter ego di Miyazaki, è affascinato dagli aerei. Fin dall'infanzia il suo sogno è progettarli e questo sogno sarà portato avanti con straordinaria dedizione fino all'età adulta, quando - lavorando presso l'azienda Mitsubishi - progetterà e farà realizzare un aereo innovativo, leggero e veloce, che - suo malgrado - sarà utilizzato come aereo militare per i kamikaze. Nel mentre Jiro si innamora e sposa una giovane ragazza di Tokio, dal destino sfortunato.
Dal mio punto di vista, il film si nutre di contraddizioni. Da un lato, la costanza e la pervicacia con cui Jiro persegue ostinatamente la realizzazione del proprio sogno, dall'altro l'incostanza e la fuggevolezza del vento che spinge a non lasciarsi sfuggire il momento ("Le vent se lève; il faut tenter de vivre" è il mantra - tratto da Paul Valéry - che accompagna l'intera storia).
Da un lato il processo creativo messo a servizio della bellezza e dell'evoluzione umana, dall'altro l'uso distorto dei mezzi e lo stravolgimento delle relative finalità.
Da un lato la vitalità straordinaria con cui Jiro affronta le sfide e le difficoltà della vita per mettere a frutto quel "decennio" nel quale dare il suo contributo e lasciare il segno, dall'altro la malinconia di un destino che va al di là della nostra volontà.
So che è piuttosto scontato, ma Si alza il vento assomiglia un po' a un testamento, che fa risplendere ancora di più tutte le straordinarie perle che Miyazaki ci ha regalato durante la sua carriera.
Voto: 3,5/5
Adulto non perché i precedenti fossero film per bambini (anzi!), ma perché questo ha il ritmo e la struttura narrativa di un vero melodramma (per quanto animato) e gli inserti che potrebbero catturare la curiosità di un bambino mi paiono davvero pochi (oltre al fatto che il film dura più di due ore!).
Giapponese perché è ambientato in un'epoca storica importante per il Giappone (gli anni '20, segnati dal forte terremoto che distrusse la città di Tokio e della recessione economica prima del rilancio industriale del paese) e perché è profondamente intriso della cultura e dei valori giapponesi (una fortissima etica del lavoro, la dignità personale, la levità dei rapporti interpersonali, il rispetto verso gli altri).
Complessivamente il film sembra distaccarsi dai suoi precedenti, per quanto non manchino al suo interno i temi cari al regista e che attraversano tutta la sua produzione: la potenza della natura, la vocazione umana all'autodistruzione, il sogno. Volendolo collocare, personalmente lo definirei come il punto di incontro tra il melodramma de Il mio vicino Totoro e il desiderio di libertà e avventura di Porco rosso (quest'ultimo - tra l'altro - anch'esso pervaso dalla grande passione di Miyazaki per aerei e macchine volanti).
Jiro Horikoshi, il protagonista nonché alter ego di Miyazaki, è affascinato dagli aerei. Fin dall'infanzia il suo sogno è progettarli e questo sogno sarà portato avanti con straordinaria dedizione fino all'età adulta, quando - lavorando presso l'azienda Mitsubishi - progetterà e farà realizzare un aereo innovativo, leggero e veloce, che - suo malgrado - sarà utilizzato come aereo militare per i kamikaze. Nel mentre Jiro si innamora e sposa una giovane ragazza di Tokio, dal destino sfortunato.
Dal mio punto di vista, il film si nutre di contraddizioni. Da un lato, la costanza e la pervicacia con cui Jiro persegue ostinatamente la realizzazione del proprio sogno, dall'altro l'incostanza e la fuggevolezza del vento che spinge a non lasciarsi sfuggire il momento ("Le vent se lève; il faut tenter de vivre" è il mantra - tratto da Paul Valéry - che accompagna l'intera storia).
Da un lato il processo creativo messo a servizio della bellezza e dell'evoluzione umana, dall'altro l'uso distorto dei mezzi e lo stravolgimento delle relative finalità.
Da un lato la vitalità straordinaria con cui Jiro affronta le sfide e le difficoltà della vita per mettere a frutto quel "decennio" nel quale dare il suo contributo e lasciare il segno, dall'altro la malinconia di un destino che va al di là della nostra volontà.
So che è piuttosto scontato, ma Si alza il vento assomiglia un po' a un testamento, che fa risplendere ancora di più tutte le straordinarie perle che Miyazaki ci ha regalato durante la sua carriera.
Voto: 3,5/5
martedì 25 ottobre 2011
Arrietty
Piccoli Miyazaki crescono. E così, da un progetto e una sceneggiatura di Hayao Miyazaki, Hiromasa Yonebayashi ha realizzato un film che è perfettamente congruente con la poetica e lo stile del grande maestro nipponico.Protagonista è Arrietty, una apparentemente normalissima adolescente che vive con padre e madre in una casetta dove non manca nulla, e che si rifugia nella sua stanzetta che sembra un pezzo di bosco. In realtà Arrietty non è un’adolescente qualunque, bensì appartiene al popolo dei "prendinprestito", creature alte come un palmo di mano che costruiscono le loro case con i materiali di scarto degli umani, attenti a non farsi mai vedere da loro per evitare di suscitarne la morbosa curiosità e gli eventuali rischi per la propria sopravvivenza.
E infatti i problemi per Arrietty cominciano quando nella casa sotto il cui pavimento vive la sua famiglia arriva Sho, un ragazzino umano, nipote della proprietaria, malato di cuore, che ne avverte immediatamente la presenza e cerca di interagire con lei.
Le peripezie non mancheranno quando la governante della casa, un po’ stupida e ignorante, si metterà in testa di catturare questi gnomi-ladri, andando a sconvolgere il sereno equilibrio della famiglia di Arrietty.
Grazie all’aiuto di Sho e di un altro rappresentante del popolo dei “prendinprestito” tutto finirà per il meglio, sebbene Arrietty e la sua famiglia saranno destinati a cercare una nuova casa.
Quello di Miyazaki e dei suoi allievi è un mondo che ha sempre delle caratteristiche ben precise: una fortissima presenza dell’elemento naturalistico, anche quando – come in questo caso – la storia è sostanzialmente ambientata nella periferia di una grande città, una natura che quasi sempre è oltraggiata o dimenticata dall’uomo; il protagonismo assoluto di bambini e anziani, gli uni a rappresentare una sguardo ancora innocente e coraggioso sul mondo, gli altri una saggezza antica e un connubio col mondo naturale e soprannaturale, qualità che in entrambi i casi fanno difetto all’età adulta troppo legata alle necessità materiali e sottomessa al predominio assoluto della ragione; la cattiveria umana come conseguenza della stupidità e dell’ignoranza, ovvero del torto subito; il rapporto degli esseri umani con il diverso, il fantastico, il soprannaturale, di solito rifiutato e spesso minacciato nella sua stessa sopravvivenza.
Miyazaki sembra sempre richiamare una specie di età dell’oro, un’epoca mitica in cui l’umanità viveva in armonia con la natura e l’universo in tutte le sue manifestazioni ed aveva – proprio per questo – accesso ai mondi nascosti e soprannaturali che oggi gli sono preclusi.
Ma questo richiamo che all’inizio della sua carriera si tramutava in denuncia e in veri e propri manifesti sociali come in Nausicaa della Valle del vento, e che poi si è tradotto negli incubi tetri e angoscianti della Chihiro de La città incantata e nel pessimismo metafisico del Castello errante di Howl, negli ultimi film sembra essersi come diluito in una visione più rassegnata e pacificata, quasi ottimista del mondo e delle sue prospettive, una visione che era riconoscibile anche in alcuni film del passato come Il mio vicino Totoro.
Miyazaki sembra quasi dirci che c’è ancora speranza e che quella speranza sta nella capacità che i bambini hanno di ascoltare e di essere in comunione con l’universo circostante, nel loro entusiasmo e nella loro voglia di vivere e di ricominciare, come i protagonisti di questo film ma anche quelli di lavori precedenti come Ponyo sulla scogliera.
Non a caso in questi ultimi film sfornati dallo studio Ghibli tornano prepotenti l’umorismo e la caratterizzazione più tipici dei cartoni giapponesi (e che ci ricordano tanto la nostra infanzia anni ’80) e che, ad esempio, erano presenti in film come Porco rosso.
Forse è arrivato anche per Miyazaki il momento di ricomporre i turbamenti e la violenza emotiva del passato in un presente sospeso in una dimensione intermedia tra reale e onirico, dove in fondo tutto torna al suo posto.
Il pubblico dei più piccoli – schiacciato dalla complessità narrativa e di significati di film come La città incantata – in questo film ammutolisce catturato dalla storia dei “prendinprestito” che si muovono come antichi esploratori in un mondo in cui tutto è enorme e anche catturare una zolletta di zucchero è un’impresa che richiede coraggio e fantasia, e scoppia in fragorose risate di fronte alle “gag” di alcuni dei personaggi.
Certo, per me la visionarietà di film come La città incantata e Il castello errante di Howl, cui fanno eco alcune invenzioni contenute in Ponyo sulla scogliera, è un’inarrivabile vetta della filmografia del maestro nipponico, di fronte alla quale questa recente svolta dello studio Ghibli sa di più convenzionale.
Detto questo, non mi perderei uno di questi cartoni praticamente per nulla al mondo. Anche quando mi tocca in sorte di andare a vederli al Cinema dei piccoli (il più piccolo edificio del mondo adibito a cinema), dove in uno spazio tutto a misura di bambino (dalle sedioline ai bagni) sono attorniata da una quarantina di bimbi urlanti e sgranocchianti patatine e pop corn. Ma in fondo io lì mi sento molto a mio agio.
Se Miyazaki mi vedesse mi strizzerebbe certamente l’occhio.
Voto: 3,5/5
venerdì 26 novembre 2010
Porco rosso
Alzi la mano chi - guardando un film di Miyazaki - non ha mai pensato che sarebbe bello vivere nel mondo dalle mille sfumature che il maestro giapponese ogni volta ci regala!Per fortuna qualche produttore cinematografico ha ritenuto un buon investimento riportare al cinema i vecchi lavori di Miyazaki. E così, grazie ad Andrea Occhipinti, eccoci in sala a vedere Porco rosso, un film che risale al 1992.
Da un punto di vista del disegno e del tipo di animazione, dei colori e delle musiche, mi è sembrato di essere trasportata in un attimo alla mia tarda infanzia, quella dei cartoni giapponesi che sono stati il nostro cibo quotidiano per tutti gli anni '80 (da Candy Candy a Georgie, dalla piccola Flo ad Annette, fino ad arrivare a Yattaman).
Il volto di Fio e il suo modo di muoversi, le bambine prese in ostaggio dai pirati e salvate da Porco rosso, gli stessi pirati della compagnia "Mammaiuto", sono assolutamente in linea con questa produzione.
Ma la grandezza di Miyazaki è la capacità di utilizzare registri visivi e narrativi apparentemente tradizionali per veicolare personaggi e storie straordinarie. E così nella varietà degli approcci che ci propone i suoi temi ci sono sempre tutti, con una incredibile coerenza.
C'è l'elemento fantastico; qui lo strano caso del pilota italiano Marco Pagot condannato per un maleficio ad assumere le fattezze di un maiale, non si sa bene per quali motivi e in quali circostanze.
Ci sono le figure femminili che qui diventano l'elemento di continuità e il vero motore della storia: dalle quindici, scatenate, bimbette rapite dai pirati alla giovane Fio, ingegnere progettista di idrovolanti, dalle donne del paese chiamate a lavorare alla costruzione dell'aereo di Porco alle nonnine vitali e operative, fino ad arrivare alla bella e malinconica Gina, che gestisce l'Hotel Adriano.
Le figure femminili sono la parte più delicata e, allo stesso tempo, forte del film. Intorno a loro si muove una massa di figure maschili i cui tratti tendenzialmente caricaturali li rendono sgraziati e a volte un po' inetti, ma sostanzialmente simpatici.
Ci sono i temi politici: il rifiuto della guerra e dei totalitarismi, la scelta di una morale libertaria ma fondata sui valori del rispetto e della solidarietà umana, l'amore, la compassione.
C'è la componente onirica nella bellissima storia che Porco racconta a Fio.
C'è il mistero dell'irrisolto, visto che non sapremo mai se il maleficio su Porco sarà alla fine sciolto.
C'è - in fondo in fondo e nonostante la luminosità delle immagini e la positività e freschezza che si sprigiona dai personaggi - un senso di malinconia e pessimismo, che è connaturato alla poetica di Miyazaki e che nasce dalla constatazione che l'umanità, nonostante le sue potenzialità, finisce spesso per intraprendere le strade della morte, della distruzione della natura, del conflitto.
Ma qui non ci sono maghi né bacchette magiche a modificare il corso degli eventi. Solo un uomo dal gran cuore, trasformato in un maiale, e una giovane determinata e piena di ideali.
In generale, rispetto ad altri lavori di Miyazaki non c'è dubbio che in questo si avverta il desiderio di librarsi al di sopra delle angosce (sfiorando la superficie dell'acqua o volteggiando tra le nubi), di ritirarsi nell'armonia della solitudine (la spiaggia dove Porco ha costruito il suo rifugio), di provare ancora a credere in quella parte di umanità che, dai margini in cui vive, si possa fare portatrice di valori positivi. Insomma, la voglia di sperare, nonostante tutto.
Voto: 4,5/5
domenica 3 gennaio 2010
La principessa e il ranocchio
Innanzitutto, questa volta è essenziale che io descriva il contesto.Ore 16,30: multisala annessa a un grande centro commerciale della provincia barese.
Insomma, tipica situazione da non-luogo nel mio ultimo giorno di vacanze natalizie.
Ma per me è un inedito assoluto e molto divertente. Sono con i miei tre nipoti, mia sorella e mia cognata. Mentre mio fratello e mio cognato fanno un giro al centro commerciale, noi andiamo tutti insieme a vedere uno dei tanti cartoni di Natale, La principessa e il ranocchio, o come dice mio nipote di 5 anni, La principessa e il narocchio, o ancora, come dice mio cognato, La principessa è una racchia.
Senza successo, a causa della rottura del proiettore, avevamo cercato di vedere il medesimo film qualche giorno fa nel cinemino di paese. Ci abbiamo riprovato alla multisala, essendo subito sparito dai piccoli cinema di provincia.
Ed il film non ci ha deluso nel suo essere così classico e tradizionale. Non le meraviglie del 3D, non l'ironia adulta dei cartoni Pixar, non la trama a doppio livello di lettura tipica dei film di animazione degli ultimi anni, bensì un tipicissimo film Diseny, bidimensionale, colorato, inframmezzato da intermezzi di musica e mirabolanti coreografie, con un "cattivo" classico e un vero trionfo dei buoni sentimenti.
Liberamente ispirato alla fiaba Il principe ranocchio, che tutti conosciamo, la reinterpreta per darle un contesto jazz, un'ambientazione che abbia echi di contemporaneità (New Orleans e il Mississipi), azione e personaggi minori divertenti e caratterizzati.
E alla fine, quando Ray si ricongiunge alla sua Evangeline una lacrimuccia scappa pure (o solo?) a noi adulti, subito superata dal lieto fine.
Niente a che vedere, dunque, col fascino di Miyazaki (vedi la recensione a Ponyo sulla scogliera e a Il mio vicino Totoro), né con l'intelligenza di certi prodotti Pixar (qui la mia recensione all'ultimo Up), piuttosto echi di La bella e la bestia, Il re leone e altri classici Disney.
Non so se questo film avrà la stessa fortuna di quelli - forse no - ma certo ogni tanto fa piacere sapere che ancora si fanno i bei vecchi cartoni di una volta, poco o per niente post-moderni, che mantengono ancora intatto il loro fascino.
E vederli con tutta la famiglia in un indolente pomeriggio natalizio, come direbbe una nota pubblicità, non ha prezzo!
Voto: 3/5
domenica 22 novembre 2009
Up
Sarà che in questo periodo ho la lacrima facile e il cuore un po' troppo intenerito dalla necessità di compensare la rabbia, la tristezza e la fatica di ogni giorno, ma questo film della Disney Pixar mi ha commosso... O forse la sua morale semplice e per certi versi banale mi ha allargato il cuore.Soprattutto ho trovato deliziosa e toccante la prima silenziosa mezz'ora, il racconto della storia di Carl ed Elie, dal loro incontro di bambini affascinati dall'esplorazione del mondo, al loro matrimonio tenero e felice, per quanto segnato da rinunce e sofferenze, alla vecchiaia vissuta continuando a portare i propri sogni nel cuore e cercandoli nella vita di tutti i giorni per farne una meravigliosa avventura.
L'incontro di Carl (rimasto solo dopo la morte di Elie) con il piccolo Russell, il viaggio nella casa trascinata da migliaia di palloncini, l'avventura alle Cascate Paradiso (durante la quale si perdonano al film alcuni elementi un po' eccessivi e ripetitivi) sono un meraviglioso viaggio interiore, quello che ognuno di noi, quando rischia di inaridirsi nella propria capacità di aprirsi ai sentimenti, deve fare per riscoprire quanto può essere sorprendente la vita: basta darsi un'altra possibilità!
E mi ha ricordato un po' Miyazaki la sensibilità verso i temi della vecchiaia, del ricordo, del rapporto tra bambini e anziani, della minaccia umana alla natura.
Il film piace ai bambini per gli effetti visivi tridimensionali, per gli animali che lo popolano, per i palloncini colorati, per la comicità di alcune scene, ma piace anche agli adulti perché, come sempre più spesso accade con i film di animazione, riesce a parlare con intelligenza e semplicità di cose complesse cui film ben più strutturati e pretenziosi non sono in grado di aspirare.
Davvero un piccolo capolavoro il corto Pixar che precede il film, dal titolo Parzialmente nuvoloso, storia dell'amicizia tra una cicogna e una nuvola, apparentementi due perdenti rispetto al mondo che li circonda, in realtà graziati dallo straordinario dono di un affetto reciproco capace di farli sentire ricchi e fortunati. Dovete assolutamente vederlo! Ed eccolo qui (ma come vedete è stato rimosso per motivi di copyright, ora - gennaio 2010 - sono disponibili solo estratti da 30 sec).
Insomma, lasciamoci trasportare tra le nuvole dai palloncini di Carl Fredricksen, sperando di incontrare quella povera nuvoletta grigia cui a volte mi sento tanto tanto simile... E magari un giorno - chissà - arriverà anche una cicogna disposta a volerci bene, nonostante tutto!
Voto: 4/5
P.S. Mi dicono che più che alla nuvoletta grigia assomiglio alla piccola cicogna che non si tira indietro a costo di indossare un'armaturina... ;-) Che bello!
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lunedì 21 settembre 2009
Il mio vicino Totoro
Ecco chi è quel buffo animaletto che Miyazaki ha scelto come simbolo della sua casa di produzione, lo Studio Ghibli! È Totoro, pronunciato nel film con l'accento sulla prima "o", ma nella canzoncina - che non riesce più ad uscirmi dalla testa - con l'accento sulla seconda "o".Il mio vicino Totoro è, in realtà, un vecchio film del grande maestro dell'animazione giapponese - risale al 1988 - che non era mai stato portato nelle sale italiane. Visto però il successo delle ultime sue opere, Il castello errante di Howl e Ponyo sulla scogliera (di cui trovate qui la mia breve recensione), finalmente vediamo al cinema anche questo film.
Certo, si vede che si tratta di un film di un Miyazaki più giovane, più fiducioso, meno cinico e conservatore. I temi a lui cari ci sono tutti: il rapporto tra uomo e natura, lo sguardo pulito dei bambini, la saggezza degli anziani, la famiglia, il sogno.
Mentre però in alcuni degli ultimi film, in particolare La città incantata e Il castello errante di Howl, c'è uno sguardo triste sul disastro ecologico che gli umani hanno provocato e uno disincantato sulla miopia dell'età adulta, qui mi pare che prevalga un maggiore ottimismo, in cui anche gli adulti sono - seppur con difficoltà - in sintonia con la purezza del mondo.
Invece, questo film mi è sembrato - sia dal punto di vista dei contenuti che dei disegni - più vicino al suo ultimo, Ponyo sulla scogliera, in cui effettivamente Miyazaki sembra tornare appunto alle sue origini.
Il film è un godimento per gli occhi e per la mente, con le sue belle e fantasiose invenzioni: i buffi animaletti che lo abitano, il gattobus che sfreccia per le colline giapponesi, le sorelline Satsuki e Mei, la casa in legno diroccata, il grande albero di canfora!
In definitiva, non posso fare a meno di adorare questi film e questo sguardo bambino che li caratterizza... I film di Miyazaki mi aprono il cuore e mi ricordano la necessità di apprezzare la bellezza della vita, dei sentimenti, della natura.
Grazie, Miyazaki.
Voto: 4/5
domenica 29 marzo 2009
Ponyo sulla scogliera
Ponyo sulla scogliera, il nuovo film di Hayao Miyazaki, il maestro giapponese già autore de La città incantata e de Il castello errante di Howl, è puro godimento visivo, sonoro, emotivo e intellettivo.Come spesso accade per i film di Miyazaki, si tratta di un cartone tradizionale in cui i disegni sono ancora fatti a mano e del tutto bidimensionali. In questo caso c’è anche una insistita scelta dei colori pastello che dà all’insieme un tono ancora più fiabesco.
Rispetto ai due precedenti film, questo ha forse una struttura narrativa più chiara e meno alogica, anch’essa al servizio del tentativo di conferire alla storia un forte connotato favolistico.
E non c’è dubbio che un primo livello di lettura, quello che più si rivolge al pubblico dei bambini e all’auspicato spirito infantile che da qualche parte alberga in ciascuno di noi, è proprio il piano della fiaba classica che coniuga cultura occidentale e orientale (arricchita dalle invenzioni e dallo straordinario potere immaginifico di Miyazaki).
Oltre questo piano, che forse già basterebbe a farne un film di un livello superiore alla maggior parte di quelli in circolazione, tornano programmaticamente alcuni temi cari al regista: il rapporto difficile tra l’uomo e la natura, la forte sintonia e affinità tra bambini e anziani, l’amicizia come valore assoluto.
Mi pare che - in più rispetto ai precedenti – in questo film faccia capolino una riflessione molto umanistica sul rapporto tra il nostro essere ingenuo e primitivo e il nostro essere evoluto e tecnologico e sulle possibilità che questi due aspetti dell’umanità e di ciascuno di noi possano trovare composizione.
Mi ha inoltre colpito la scelta di Miyazaki, convinto ecologista e comunicatore - attraverso i suoi film - del grido di dolore della natura, di scegliere come protagonista una pesciolina che vuole diventare una bambina e che incontra la positività dell’essere umano in un bambino, Sosuke, con cui Ponyo fa amicizia. Forse la speranza del mondo è che l’umanità ricominci a guardarlo con gli occhi ingenui e al contempo evoluti dei bambini.
È come se Miyazaki volesse dirci: l’umanità non è perfetta e i disastri che ha prodotto sono sotto gli occhi di tutti; però, è comunque mille volte meglio che vivere in una bolla protetta e in un mondo apparentemente perfetto. Come Ponyo, bisogna buttarsi nella mischia e accettare di perdere qualcosa (in questo caso i poteri magici) per conquistare altro, ossia la bellezza e anche la durezza dei sentimenti e del coinvolgimento nelle cose.
Lasciatemi fare infine un’ultima annotazione: Ponyo è un personaggio di una simpatia e tenerezza con cui forse solo Wall-e può competere. Le scene di questa bimba sui generis che cade improvvisamente addormentata, che si avvolge nell’asciugamano come nell’abbraccio di una persona, che stringe forte e senza freni il suo amichetto Sosuke, che corre sulle onde per inseguire quella che vuole sia la sua vita, sono capaci di strappare sorrisi ed emozioni come nessun personaggio in carne e ossa.
Lasciatemi sognare per un momento di assomigliare un po’ a Ponyo in questa sua essenzialità e istintiva primitività che a volte mi riconosco sotto quell’armatura sociale e culturale che tutti noi giorno dopo giorno ci siamo costruiti addosso.
Voto: 4,5/5
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