Visualizzazione post con etichetta Léa Drucker. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Léa Drucker. Mostra tutti i post

domenica 10 maggio 2026

Il caso 137

Avevo già apprezzato molto lo stile asciutto ed efficace del regista Dominik Moll con il suo film precedente La notte del 12, che raccontava con grande accuratezza e complessità l’indagine su un caso di cronaca, ossia la morte di una ragazza, cosicché la mia aspettativa su questo nuovo film era parecchio alta.

Siamo in Francia, a Parigi, nel 2018, durante la fase più calda delle proteste dei gilet gialli. Stéphanie (una bravissima Léa Drucker), una donna single che vive con il figlio adolescente dopo la separazione dall’ex marito poliziotto, è anche lei una poliziotta, ma all’interno del corpo di polizia ha un ruolo molto particolare: lavora infatti nel Dipartimento che si occupa di investigare su casi che riguardano altri poliziotti e che ha il compito di verificare se l’azione compiuta dagli stessi sia stata necessaria e proporzionata.

Con l’escalation delle proteste, la tensione tra polizia e manifestanti si fa sempre più forte, e le denunce che arrivano sulle scrivanie del Dipartimento in cui lavora Stéphanie sono sempre di più.

Il caso 137 cui si riferisce il titolo è uno dei casi che viene affidato a Stéphanie e che riguarda un ragazzo della banlieue parigina, Guillaume, che durante una manifestazione cui partecipava insieme alla sorella e al fidanzato di lei, nonché insieme alla madre e al padre, viene colpito alla testa dai proiettili di gomma dei poliziotti, riportando ferite gravi e invalidanti.

Stéphanie conduce le indagini in maniera rigorosa e attenta, non trascurando alcun dettaglio né testimone, e riuscirà a poco a poco non solo a individuare il gruppo di poliziotti coinvolti nell’episodio ma anche a comprendere la dinamica dell’evento.

Durante questo percorso farà i conti con la reticenza e le menzogne dei colleghi poliziotti, ma anche con la totale mancanza di fiducia della società civile nei confronti della polizia nonché del lavoro che lei stessa sta svolgendo.

Come il precedente, Il caso 137 è un film che non spreca un passaggio e che, nelle sue oltre due ore di durata, non contiene una sequenza di troppo e tiene lo spettatore incollato ai personaggi e alla storia fino all’ultimo fotogramma. Esattamente come ne La notte del 12, all’interno di una confezione da cinema di genere, quello del polar che in Francia ha una solidissima tradizione cinematografica e letteraria, Dominik Moll riesce a convogliare significati e contenuti più complessi di quelli che di solito il genere riesce a esprimere.

In questo caso, di fronte a vicende che hanno segnato profondamente la storia recente della Francia, paese in cui le proteste dei gilet gialli sono diventati spesso guerriglia urbana e hanno rischiato di trasformarsi in guerra civile, con un governo centrale sempre più in difficoltà e costretto a dispiegare le proprie forze dell’ordine sempre più estesamente, lo sguardo di Moll riesce a non essere semplicisticamente di parte e a non sfuggire alla complessità e alle sfumature, pur restando rigoroso nel riconoscere le responsabilità.

Ma soprattutto mi ha toccato nel profondo la posizione della protagonista, che, nello svolgere il suo lavoro in maniera competente e meticolosa, e con un alto senso etico e di responsabilità individuale, si trova alfine a fare i conti con un sistema che è vittima della polarizzazione e che di fronte ai rischi che comporta difende sé stesso e inevitabilmente non rende giustizia alle vittime.

Quella di Moll non è una denuncia, ma una constatazione del fatto che la complessità dei tempi in cui viviamo inghiotte tutto, anche chi nel suo lavoro cerca di seguire una strada di razionalità e di correttezza, quella difficile strada mediana oggi disconosciuta, e spesso si trova a soccombere di fronte a tutte le parti in causa e a cercare sollievo alla frustrazione nell’anestetizzazione dominante.

Voto: 4/5


venerdì 29 settembre 2023

L'été dernier

Finalmente quest'anno riesco ad andare a una serata del festival di film francesi organizzato a Villa Medici, una location davvero strepitosa. Il film è quello della serata di chiusura, L'été dernier di Catherine Breillat, che sarà distribuito in Italia da Teodora Film nella prossima primavera.

La regista, nota per i suoi film provocatori in merito alla morale sessuale, è presente in apertura per portare il suo saluto, nonostante le difficoltà di deambulazione dovute all'emorragia cerebrale che l'ha colpita alcuni anni fa.

Questo ultimo film della Breillat ha come protagonista Anne (la bravissima Léa Drucker), avvocato che si occupa di minori abusati, sposata con Pierre (Olivier Rabourdin) e madre di due bambine adottate. Nell'estate in cui è ambientata la storia il figlio di primo letto di Pierre, il diciassettenne Théo (Samuel Kircher), viene a stare dal padre, dopo l'ennesimo guaio nel quale si è cacciato. All'inizio, i rapporti tra Théo e Anne sono piuttosto tesi, ma man mano che le giornate procedono i due si avvicinano e inizia un gioco reciproco di seduzione che li porterà a una relazione clandestina che metterà a rischio molti equilibri.

Il film della Breillat - cosa che pare appartenga alla sua filmografia (che però io non conosco) - non teme di portare sullo schermo un tema estremamente delicato (il rapporto tra una donna adulta e un minorenne) e lo fa senza pudori e reticenze, suscitando inevitabilmente nello spettatore forme di rifiuto o necessità di prendere le distanze dalla protagonista.

Senza dubbio l'approfondimento psicologico dei personaggi e gli elementi conoscitivi che ci vengono forniti non sono tali da consentire una comprensione completa del personaggio di Anne e del suo mondo, cosicché alcune sue reazioni appaiono incoerenti ai limiti della patologia.

Se dunque il film voleva essere una critica al perbenismo e all'ipocrisia della borghesia a mio parere risulta un po' debole e forzato. Nonostante questo, il personaggio di Anne resta per me interessante, con tutte le sue contraddizioni, e - al netto di alcuni comportamenti difficilmente comprensibili - non riesco a prendere pienamente le distanze da lei, perché il suo mix di durezza, fragilità, freddezza e attenzione non lo considero assurdo e impossibile, e soprattutto non riesco a giudicarlo negativamente e basta, come se fosse qualcosa di anormale e non invece comune purtroppo al nostro essere umani fortemente imperfetti.

È per questo che verso Anne - molto più che verso Théo - si prova a seconda dei momenti compassione, rabbia, comprensione, fastidio.

Il difetto principale del film è semmai proprio quello di voler uscire dall'ambiguità con la svolta finale, costringendo a un'accelerazione narrativa e a una inevitabile semplificazione che lascia un bel po' di amaro in bocca. Dopo tutto il percorso di avvicinamento tra Anne e Théo e la loro caduta in un terreno oscuro e difficile, le troppe virate dell'ultima mezz'ora del film lasciano alquanto perplessi.

Voto: 3/5