Sollecitata da un breve post di Nicola Lagioia, decido di andare a vedere questo spettacolo dei Muta Imago con la regia e la drammaturgia di Riccardo Fazi, presso lo Spazio Diamante, bel teatro e sala concerti su via Prenestina. Non conosco il progetto teatrale dei Muta Imago e dunque per me è anche l’occasione per sperimentare qualcosa di nuovo.
Prima di arrivare al teatro avevo letto poco, se non che il lavoro Ashes è fortemente incentrato sulle sonorizzazioni. Sul palco, quattro microfoni su aste e, alla destra dei microfoni, una postazione per il musicista Lorenzo Tomio che, con i suoi interventi musicali e sonori, non accompagna semplicemente lo spettacolo, ma ne diventa protagonista.
Dietro le aste, al buio e poi appena rischiarati da luci soffuse, compaiono quattro personaggi, interpretati da Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano e Arianna Pozzoli. Inizialmente di loro sentiamo solo i respiri e i gorgoglii in parte amplificati dai microfoni, poi comincia una specie di chiacchiericcio di fondo, fatto di piccoli monologhi, pensieri, brevi dialoghi, onomatopee, versi di animali e molto altro.
Non c’è una vera narrazione in senso tradizionale in questo spettacolo, e solo qua e là ci sembra di riconoscere un fil rouge nel racconto, forse la storia degli abitanti di una casa che seguiamo dalla fine del XIX secolo fino a un futuro nel quale la casa stessa diventa un luogo per illustrare com’era la vita un tempo e quali strani oggetti utilizzava questa umanità del passato.
Nel mezzo, situazioni, eventi, rumori, che raccontano di compleanni, capodanni, natali, nascite, morti, cadute, rapporti familiari, e altro che sta a ognuno decodificare, ovvero a cui ci si può anche solo lasciare andare.
Aleggia in quest’ora di spettacolo la ricerca di un significato della vita in relazione al tempo che passa, alle persone che cambiano e che si sostituiscono le une alle altre, in un andamento circolare e ineluttabile di cui rimane appunto un chiacchiericcio di fondo, su cui ogni tanto si accendono delle luci a illuminare momenti specifici, quelli che di solito immortaliamo e che spesso sono gli unici che vanno a costituire la nostra memoria, ma che comunque sono destinati a essere spazzati via, o a cambiare di significato nel tempo, o a essere perduti.
A tratti, lo spettacolo dei Muta Imago mi ha fatto pensare al film di Zemeckis Here che a sua volta si ispirava a un graphic novel, nonché a Sentimental value, perché in entrambi i casi – ove più ove meno – i luoghi e il tempo che passa si fanno protagonisti più ancora delle persone che li abitano. Le persone passano, i luoghi restano certamente oltre la vita delle persone ed è come se in qualche modo ne tramandassero una memoria silenziosa e invisibile.
Quando mi sono trasferita nella casa dove vivo adesso, nella casa di fronte alla mia vedevo spesso una signora anziana, ma tutto sommato in buona salute, uscire sulla terrazza a curare le sue bellissime e rigogliose piante. Talvolta, ne sentivo da lontano la voce mentre parlava con quelle che immagino fossero la figlia e la nipote. Poi all’improvviso la casa si è fatta silenziosa, le piante sono morte tutte, fino a quando ho visto ricomparire sul terrazzo altre persone, prima sporadicamente, poi abbastanza sistematicamente. Qualcuno di coloro che ci abitano adesso da qualche tempo sembra stare facendo anche qualche tentativo di piantare qualcosa.
C’è un misto di malinconia e tristezza, ma anche di sotterranea gioia nell’idea di quanto tutto conti e nulla conti, che siamo un momento nella storia, di grandissimo significato per noi stessi mentre viviamo, ma di scarsissimo significato nel grande orizzonte del tempo che passa inesorabile.
E Ashes ce lo ricorda, in modo delicato e forte, sottile e potente. Bello.
Voto: 4/5
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martedì 7 aprile 2026
Ashes / Muta Imago. Spazio Diamante, 21 marzo 2026
domenica 7 dicembre 2025
Robe dell'altro mondo (cronache di un'invasione aliena) / Carrozzeria Orfeo. Spazio Diamante, 27 novembre 2025.
Seguo Carrozzeria Orfeo da non moltissimo tempo e ho visto solo un loro spettacolo, Salveremo il mondo prima dell'alba, ma già da questi pochi contatti posso dire che si tratta di uno dei collettivi teatrali più interessanti tra quelli in circolazione.
Quindi, ormai quando vedo uno dei loro spettacoli in qualche cartellone mi ci fiondo a pesce.
A questo giro, non perdo l'occasione di recuperare un loro lavoro del 2012, Robe dell'altro mondo, che Gabriele Di Luca riadatta completamente dal punto di vista drammaturgico, pur mantenendo intanto il senso della narrazione.
Nella messa in scena attuale Robe dell'altro mondo è uno spettacolo teatrale e insieme una performance, la cui realizzazione è il frutto della collaborazione tra Carrozzeria Orfeo e Le canaglie, un gruppo di illustratori.
Lo spettacolo vede protagonisti sul palco l'attore Massimiliano Setti, che interpreta i personaggi della storia insieme a Sebastiano Bronzato, accompagnati da Federico Bassi e Giacomo Trivellini che sul palco disegnano ambientazioni, fondali, illustrazioni di commento delle storie.
La narrazione si costruisce letteralmente davanti ai nostri occhi attraverso l'assemblamento musicale dal vivo, i disegni realizzati al momento e proiettati sullo schermo, che a più riprese coinvolgono attori in carne e ossa e interagiscono con gli attori sulla scena, nonché vere e proprie sottotrame completamente realizzate in forma grafica e proiettate e sfogliate per il pubblico. I due attori in scena riescono a rappresentare molti personaggi diversi attraverso l'uso di maschere di gomma che gli coprono completamente la testa e che mi hanno un po' ricordato i Familie Flöz visti qualche anno fa alla Sala Umberto. Si tratta di una scelta che certamente rafforza l'approccio cartoonistico dello spettacolo, e contestualmente valorizza la gestualità degli attori, che non possono fare affidamento sulla mimica facciale.
In questo mix di arti performative molto ben orchestrate e di grande impatto secondo me dal punto di vista della fruizione, il tema di fondo è quello dello spettacolo di oltre dieci anni fa, ossia le paure metropolitane rappresentate attraverso varie situazioni: l'alterco tra due anziani all'uscita del supermercato in cui compare anche un extracomunitario, il dialogo tra un ministro in attesa di entrare in un "centro massaggi" e il suo portaborse, l'interazione tra un ragazzino e una ragazzina nipoti dei due vecchi del primo quadro, e infine la surreale conversazione tra lo stesso ragazzino e il papa che è stato rapito dagli alieni e che ha potuto sfuggire finalmente al suo ruolo. Sì, perché gli alieni sono i supereroi di questo racconto, esseri che non vedremo mai, ma che forse rappresentano l'ultima speranza dell'umanità di salvarsi, almeno fino a quando non si decide di trasformare anche loro in nemici.
Bravi tutti. A questo punto aspettiamo il nuovo spettacolo Misurare il salto delle rane al Vascello tra gennaio e febbraio.
Voto: 3,5/5
Quindi, ormai quando vedo uno dei loro spettacoli in qualche cartellone mi ci fiondo a pesce.
A questo giro, non perdo l'occasione di recuperare un loro lavoro del 2012, Robe dell'altro mondo, che Gabriele Di Luca riadatta completamente dal punto di vista drammaturgico, pur mantenendo intanto il senso della narrazione.
Nella messa in scena attuale Robe dell'altro mondo è uno spettacolo teatrale e insieme una performance, la cui realizzazione è il frutto della collaborazione tra Carrozzeria Orfeo e Le canaglie, un gruppo di illustratori.
Lo spettacolo vede protagonisti sul palco l'attore Massimiliano Setti, che interpreta i personaggi della storia insieme a Sebastiano Bronzato, accompagnati da Federico Bassi e Giacomo Trivellini che sul palco disegnano ambientazioni, fondali, illustrazioni di commento delle storie.
La narrazione si costruisce letteralmente davanti ai nostri occhi attraverso l'assemblamento musicale dal vivo, i disegni realizzati al momento e proiettati sullo schermo, che a più riprese coinvolgono attori in carne e ossa e interagiscono con gli attori sulla scena, nonché vere e proprie sottotrame completamente realizzate in forma grafica e proiettate e sfogliate per il pubblico. I due attori in scena riescono a rappresentare molti personaggi diversi attraverso l'uso di maschere di gomma che gli coprono completamente la testa e che mi hanno un po' ricordato i Familie Flöz visti qualche anno fa alla Sala Umberto. Si tratta di una scelta che certamente rafforza l'approccio cartoonistico dello spettacolo, e contestualmente valorizza la gestualità degli attori, che non possono fare affidamento sulla mimica facciale.
In questo mix di arti performative molto ben orchestrate e di grande impatto secondo me dal punto di vista della fruizione, il tema di fondo è quello dello spettacolo di oltre dieci anni fa, ossia le paure metropolitane rappresentate attraverso varie situazioni: l'alterco tra due anziani all'uscita del supermercato in cui compare anche un extracomunitario, il dialogo tra un ministro in attesa di entrare in un "centro massaggi" e il suo portaborse, l'interazione tra un ragazzino e una ragazzina nipoti dei due vecchi del primo quadro, e infine la surreale conversazione tra lo stesso ragazzino e il papa che è stato rapito dagli alieni e che ha potuto sfuggire finalmente al suo ruolo. Sì, perché gli alieni sono i supereroi di questo racconto, esseri che non vedremo mai, ma che forse rappresentano l'ultima speranza dell'umanità di salvarsi, almeno fino a quando non si decide di trasformare anche loro in nemici.
Bravi tutti. A questo punto aspettiamo il nuovo spettacolo Misurare il salto delle rane al Vascello tra gennaio e febbraio.
Voto: 3,5/5
mercoledì 27 novembre 2019
Laura Gibson. Unplugged in Monti, Spazio Diamante, 13 novembre 2019
Da quest’anno i ragazzi di Unplugged in Monti – da sempre alla ricerca di location interessanti per i loro concerti – hanno preso dimora allo Spazio Diamante, un bel teatro sulla via Prenestina dove qualche tempo fa ero andata ad ascoltare il concerto di Any Other.
Il loro arrivo allo spazio Diamante ha anche rivitalizzato il baretto a esso collegato, Goccia Ristoro permanente, che l’ultima volta che ero venuta faceva davvero tristezza. Quindi, bene così, e avanti tutta!
La mia stagione Unplugged in Monti comincia quest’anno con il concerto di Laura Gibson, la cantautrice americana originaria di un paesino dell’Oregon dal nome di Coquille e poi trasferitasi a Portland dove ha iniziato la sua carriera di musicista. Il suo ultimo album, Goners, è uscito circa un anno fa e ora la cantante è in tour per farlo conoscere al pubblico europeo. Questa romana è l’unica data italiana, mentre curiosamente la cantante ha già fatto diversi concerti e ne farà ancora in Norvegia. Forse lì è particolarmente nota e apprezzata, chissà!
Il concerto di Laura Gibson appartiene a quella tipologia di concerti che io chiamo minimali. E non è soltanto perché sul palco c’è solo la cantante con la sua chitarra, una minuscola tastiera (dice Laura che è l’unica misura che entra nel bagaglio con cui viaggia) e un amplificatore, ma anche per l’atteggiamento timido, quasi dimesso, della musicista e per lo stile complessivo delle sue canzoni.
Non direi mai che un concerto ad esempio di Joan as Police Woman, anche in versione solo, sia un concerto minimale, perché la personalità strabordante della cantautrice e il suo modo di stare sul palco producono una percezione di pienezza e si impongono al pubblico in ogni caso.
Laura Gibson, invece, fin dal momento in cui entra in scena sembra quasi scusarsi di essere lì. Metà del suo volto è coperto dai capelli lunghissimi che lei – con un gesto quasi ossessivo – sposta continuamente sulla sua spalla destra. La cantante americana inizia subito con i brani del suo ultimo album, Slow joke grin, Thomas, Domestication, Marjory. Poi via via il concerto si allarga al resto del suo repertorio con canzoni quali Tenderness, Empire builder, Not harmless, Damn sure, Certainty.
Alla fine ci avrà cantato il suo ultimo album praticamente per intero, con ampie aperture anche sul precedente Empire builder e qualche prelievo da lavori ancora più datati come If you come to greet me.
Pur nel suo fare un po’ ritroso e con la sua voce sottile, a tratti infantile, Laura Gibson riesce a creare un’atmosfera calda e accogliente e, a poco a poco, la sua timidezza lascia il posto a un atteggiamento più sciolto e rilassato: Laura dice che è la sua prima volta a Roma ed è contenta di aver potuto un po’ godere della città essendosi fermata qualche giorno. Ci ringrazia per la pasta (!) e tutto il resto, e dice che conta di tornare presto.
Poi ci racconta gli antefatti, le storie e le motivazioni che stanno dietro alcune delle canzoni che ci regala e verso la fine ci offre una performance davvero unplugged. Stacca il filo della sua chitarra, avanza sul palco, avvicinandosi agli spettatori e uscendo dallo spot di luce. Vuole cantare nella penombra – dice – ma il tecnico delle luci evidentemente non la capisce e sposta l’occhio di bue su di lei. Il pubblico si fa sentire cercando di comunicare le intenzioni della cantante, e alla fine il risultato è che tutte le luci vengono spente e nel silenzio più totale – oltre che nel buio quasi completo – Laura Gibson canta e suona e lo fa davvero come se lo facesse soltanto per noi.
Alle ultime canzoni dice che la sua performance è quasi finita e che lei preferisce evitare il balletto dei bis, ossia “far finta di uscire” per poi tornare richiamata dal pubblico e dice dunque che canterà tutto subito e poi andrà via. Il pubblico lì per lì acconsente, ma – non so se perché non ha veramente capito oppure perché non ci sta a chiudere la serata così – alla fine la richiama a gran voce. Dopo averci chiesto se vogliamo una canzone allegra o triste, Laura prima ci propone una canzone più ritmata, Two kids, e dopo le suppliche del pubblico conclude con quella che secondo lei è la canzone più triste del suo repertorio, I don't want your voice to move me.
A questo punto siamo davvero pronti per lasciarla andare, o magari per incontrarla dopo, in modo più informale, al banchetto dove sono in vendita i suoi cd e vinili.
Voto: 3/5
Il loro arrivo allo spazio Diamante ha anche rivitalizzato il baretto a esso collegato, Goccia Ristoro permanente, che l’ultima volta che ero venuta faceva davvero tristezza. Quindi, bene così, e avanti tutta!
La mia stagione Unplugged in Monti comincia quest’anno con il concerto di Laura Gibson, la cantautrice americana originaria di un paesino dell’Oregon dal nome di Coquille e poi trasferitasi a Portland dove ha iniziato la sua carriera di musicista. Il suo ultimo album, Goners, è uscito circa un anno fa e ora la cantante è in tour per farlo conoscere al pubblico europeo. Questa romana è l’unica data italiana, mentre curiosamente la cantante ha già fatto diversi concerti e ne farà ancora in Norvegia. Forse lì è particolarmente nota e apprezzata, chissà!
Il concerto di Laura Gibson appartiene a quella tipologia di concerti che io chiamo minimali. E non è soltanto perché sul palco c’è solo la cantante con la sua chitarra, una minuscola tastiera (dice Laura che è l’unica misura che entra nel bagaglio con cui viaggia) e un amplificatore, ma anche per l’atteggiamento timido, quasi dimesso, della musicista e per lo stile complessivo delle sue canzoni. Non direi mai che un concerto ad esempio di Joan as Police Woman, anche in versione solo, sia un concerto minimale, perché la personalità strabordante della cantautrice e il suo modo di stare sul palco producono una percezione di pienezza e si impongono al pubblico in ogni caso.
Laura Gibson, invece, fin dal momento in cui entra in scena sembra quasi scusarsi di essere lì. Metà del suo volto è coperto dai capelli lunghissimi che lei – con un gesto quasi ossessivo – sposta continuamente sulla sua spalla destra. La cantante americana inizia subito con i brani del suo ultimo album, Slow joke grin, Thomas, Domestication, Marjory. Poi via via il concerto si allarga al resto del suo repertorio con canzoni quali Tenderness, Empire builder, Not harmless, Damn sure, Certainty. Alla fine ci avrà cantato il suo ultimo album praticamente per intero, con ampie aperture anche sul precedente Empire builder e qualche prelievo da lavori ancora più datati come If you come to greet me.
Pur nel suo fare un po’ ritroso e con la sua voce sottile, a tratti infantile, Laura Gibson riesce a creare un’atmosfera calda e accogliente e, a poco a poco, la sua timidezza lascia il posto a un atteggiamento più sciolto e rilassato: Laura dice che è la sua prima volta a Roma ed è contenta di aver potuto un po’ godere della città essendosi fermata qualche giorno. Ci ringrazia per la pasta (!) e tutto il resto, e dice che conta di tornare presto. Poi ci racconta gli antefatti, le storie e le motivazioni che stanno dietro alcune delle canzoni che ci regala e verso la fine ci offre una performance davvero unplugged. Stacca il filo della sua chitarra, avanza sul palco, avvicinandosi agli spettatori e uscendo dallo spot di luce. Vuole cantare nella penombra – dice – ma il tecnico delle luci evidentemente non la capisce e sposta l’occhio di bue su di lei. Il pubblico si fa sentire cercando di comunicare le intenzioni della cantante, e alla fine il risultato è che tutte le luci vengono spente e nel silenzio più totale – oltre che nel buio quasi completo – Laura Gibson canta e suona e lo fa davvero come se lo facesse soltanto per noi.
Alle ultime canzoni dice che la sua performance è quasi finita e che lei preferisce evitare il balletto dei bis, ossia “far finta di uscire” per poi tornare richiamata dal pubblico e dice dunque che canterà tutto subito e poi andrà via. Il pubblico lì per lì acconsente, ma – non so se perché non ha veramente capito oppure perché non ci sta a chiudere la serata così – alla fine la richiama a gran voce. Dopo averci chiesto se vogliamo una canzone allegra o triste, Laura prima ci propone una canzone più ritmata, Two kids, e dopo le suppliche del pubblico conclude con quella che secondo lei è la canzone più triste del suo repertorio, I don't want your voice to move me. A questo punto siamo davvero pronti per lasciarla andare, o magari per incontrarla dopo, in modo più informale, al banchetto dove sono in vendita i suoi cd e vinili.
Voto: 3/5
lunedì 8 aprile 2019
Any Other. Spazio Diamante, 26 marzo 2019
I gotta love myself, regardless of anybody else
My happiness must not depend on anybody else
I cannot rely upon anybody else
Now, you can come inside
The door is open
Questi sono gli ultimi, per me molto significativi, versi della canzone Mother Goose, l'unico pezzo acustico dell'album Two, Geography, l'ultimo lavoro degli Any Other di Adele Nigro che ha visto la luce nell'autunno dell'anno scorso e ha ricevuto molte ottime recensioni e vari riconoscimenti anche fuori dall'Italia.
Nel frattempo avevo sentito molti commenti positivi di chi era andato ad ascoltarli dal vivo, così aspettavo già da tempo una loro tappa romana, che finalmente è arrivata in uno spazio da poco riaperto al pubblico, lo Spazio Diamante, che ha un bel auditorium utilizzato sia per spettacoli teatrali e di danza, sia per concerti.
Gli Any Other si fanno attendere un po', ma eccoli sbucare da dietro le quinte intorno alle 22,15. La formazione con cui sono in tour per Two, Geography è formata - oltre che dalla cantante, compositrice e musicista Adele Nigro - dallo storico collaboratore Marco Giudici alle tastiere, da Giacomo Di Paolo al basso e infine da Clara Romita alla batteria.
Di Marco Giudici, storica spalla di Adele Nigro fin da principio (anche autore di un lavoro solista dal titolo Malamocco), c'è poco da aggiungere, se non confermarne l'umiltà e la bravura.
Giacomo Di Paolo è una bella scoperta, anche lui ben integrato nel gruppo sia sul piano musicale che nell'atteggiamento complessivo.
E così al termine dell'ultima canzone, il pubblico - pur a malincuore - accetta la scelta degli artisti, ricompensato subito dal fatto che Adele e gli altri musicisti ritornano sul palco quasi subito, questa volta però non per essere guardati e ascoltati, ma per mescolarsi a tutti gli altri nel clima rilassato e solidale che ha caratterizzato questo concerto.
Sono passati tre anni dal lavoro precedente e anche dal concerto in cui l'avevo vista suonare la prima volta, e non c'è dubbio che oggi Adele è un'artista molto più completa e matura, con molte più frecce al suo arco, e una musica che ha una personalità sempre più spiccata e articolata sia a livello di testi che di arrangiamenti, esattamente come lei stessa.
Un'artista che promette tanto e bene, e che dunque vale la pena di tenere d'occhio per il futuro.
Voto: 4/5
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