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domenica 4 maggio 2025

Joan as police woman. Circolo Angelo Mai, 4 aprile 2025

È praticamente dal 2010 che non perdo un appuntamento con i concerti romani di Joan as police woman (al secolo Joan Wasser). L’ho vista suonare in molteplici contesti (il rimpianto Circolo degli artisti, l’Auditorium Parco della Musica, il Monk), in tutte le formazioni, con band allargate, band minimali e in solo, e l’ho vista suonare tutti i suoi strumenti, pianoforte, chitarra, violino.

Che vi devo dire? A me Joan piace proprio. Stiamo praticamente invecchiando insieme. E oltre ad amare la sua musica in tutte le strade che prende (anche quelle che meno risuonano con me), apprezzo molto il suo atteggiamento sempre umile, come se dopo decenni di carriera ogni volta che sale sul palco si sottoponesse al giudizio del pubblico.

Questo atteggiamento risulta particolarmente evidente quando Joan propone dei “solo tour” come per il concerto al Monk del 2019 e di nuovo con questo concerto nella inedita (per lei) location dell’Angelo Mai.

Come allora al Monk, Joan ci propone il suo repertorio accompagnata dal pianoforte (in misura prevalente) e dalla chitarra. Sul palco si presenta con un vestito interamente bianco, degli stivali grigi e i capelli raccolti. Io come al solito sono in prima fila, e nel caso dell’Angelo Mai questo significa essere praticamente a un metro da chi canta.

Con questo concerto Joan si propone innanzitutto di presentarci il suo nuovo album Lemons, Lime and Orchids, che ho ascoltato diverse volte nelle scorse settimane e che dopo un primo ascolto che mi ha lasciata un po’ indifferente ho avuto modo a poco a poco di apprezzare di più.

Da quest’ultimo lavoro arriva la canzone con cui si apre il concerto, With Hope in My Breath, e saranno alla fine ben sette le canzoni nuove, tra cui la title track, la cui esecuzione intima al pianoforte ho particolarmente apprezzato.

Non mancano ovviamente canzoni degli album precedenti, tra cui alcune di quelle che l’hanno consacrata come Tell me e The magic, mentre nel bis al termine del concerto ci propone due suoi classici assoluti, Real life e The ride.

A metà concerto circa, Joan ci propone una cover di Guiltiness, canzone di Bob Marley & The Wailers.

Dopo un inizio di concerto in cui la cantante newyorkese sembra particolarmente tesa – ci dice che è il primo dei suoi concerti in solo – man mano che il tempo passa e anche grazie a un pubblico attento e partecipe, Joan si scioglie e comincia a dialogare via via di più, spiegando il retroterra di ciascuna canzone: ci dice così che la title track dell’ultimo album nasce da un episodio di smarrimento tra le strade di New York, che nella canzone Oh Joan si intreccia la storia di Giovanna d’Arco ma anche la sua personale visto che il suo nome è stato scelto proprio in onore della guerriera francese, che la canzone What was it like è dedicata a suo padre e che vorrebbe tanto che fosse lui il presidente americano in questo momento, anche se certamente lui non vorrebbe.

Qualche piccolo errore qua e là, che Joan non nasconde ma in qualche modo offre al pubblico, la rende ancora più umana e vulnerabile e in qualche modo rinforza l’amore tra lei e i suoi fan.

Alla fine del concerto, il tempo di uscire dalla sala e lei è già lì al tavolo del merchandising a firmare autografi sperando – come ci ha detto durante il concerto – di non doversi riportare indietro in America le grandi quantità di magliette e felpe che ha portato con sé per il tour.

Voto: 3,5/5

venerdì 1 aprile 2022

Joan as Police Woman. Auditorium Parco della Musica, 19 marzo 2022

Finalmente! Sono due anni che inseguo questo concerto: doveva tenersi nel maggio del 2020, poi nel maggio del 2021, e ora - arrivati a marzo 2021 - possiamo incontrare di nuovo la cara Joan, che ormai ho visto talmente tante volte in concerto che la sento quasi come una di famiglia.

In questo tour Joan è accompagnata da tre musicisti che sono ormai suoi storici collaboratori: il batterista Parker Kindred, il bassista Benjamin Lazar Davis (con cui ha anche realizzato un album a quattro mani, Let it be you¸e che sfoggia look sempre molto estrosi) e il tastierista Eric Lane. In questi anni di buio della musica dal vivo sono uscite diverse cose di Joan, che dal palco lei man mano cita: si tratta del secondo volume del disco di cover (che si chiama appunto Cover two), della Joanthology (una specie di best of) e dell'ultimo lavoro (di cui tra l'altro mi era sfuggita l'uscita), The solution is restless, realizzato insieme a Tony Allen e Dave Okumu

Probabilmente l'idea iniziale era proprio quella di portare in giro dal vivo quest'ultimo lavoro in trio, ma la morte di Tony Allen nel 2021 ha cambiato prospettive e programmi, e ha spinto la musicista newyorkese a ripensare il tour.

La scelta è stata quella di tornare un po' alle origini, affidandosi a musicisti con i quali collabora da anni per portare al pubblico non solo i suoi successi del passato ma anche molti dei brani di questo ultimo lavoro. Il concerto inizia infatti con alcuni brani tratti da The solution is restless, su cui si percepisce ancora un po' di rigidità da parte di Joan e dei musicisti, e forse un po' di freddezza da parte del pubblico che probabilmente è un po' spiazzato da sonorità un po' diverse da quelle a cui Joan ci ha abituati.

Quando poi si passa ad alcuni brani più classici del suo repertorio, dagli album To survive e Real life, il quartetto ritrova verve e affiatamento e anche Joan si scioglie, cominciando quel dialogo col pubblico che è una delle caratteristiche più tipiche dei suoi concerti.

Viene fuori subito che la cantante è al contempo molto felice e molto emozionata per questo ritorno al contatto col pubblico, in particolare quello di una città e di un Paese che non ha mai nascosto di amare particolarmente.

E così da qui in poi il concerto cresce nel livello di coinvolgimento emotivo e nella qualità ed entusiasmo con cui i brani che seguono vengono interpretati e portati al pubblico. Oltre a brani dell'ultimo lavoro, tra cui ad esempio Dinner date, si alternano alcuni dei brani con cui Joan è diventata famosa, ad esempio The magic, e successi più recenti come Tell me o Let it be you.

Quando dunque Joan e il suo trio di musicisti lasciano il palco, il pubblico è ormai conquistato e non tarda a far sentire la propria richiesta di un bis, che Joan concede, prima "in solo" con una bellissima versione al pianoforte di Real life e poi con il gruppo in una reinterpretazione di Why can't we live together di Timmy Thomas (canzone-inno contro la guerra in Vietnam il cui interprete è morto il 15 marzo di quest'anno).

Al termine di quest'ultima esecuzione il pubblico non solo applaude convinto, ma si alza tutto in piedi per questa artista capace di conquistare tutti i sensi con la sua musica sempre diversa e al contempo sempre inconfondibile.

Forse il nostro applauso è anche una forma di liberazione dal lungo periodo di astinenza dalla musica dal vivo, di cui solo di fronte a un concerto vero e bello come questo realizziamo pienamente quanto ci sia mancata.

Voto: 4/5

mercoledì 19 giugno 2019

Joan as Police Woman. Monk, 8 giugno 2019

Ho perso ormai il conto del numero di volte che ho visto e ascoltato Joan as Police Woman (al secolo Joan Wasser) dal vivo. Ogni volta mi dico che potrebbe anche bastare, ma poi Joan mi offre sempre un nuovo motivo per rinnovare l'appuntamento.

Questo ultimo concerto al Monk (una location che, come lei stessa non manca mai di sottolineare, Joan ama visceralmente - è infatti la terza volta in poco tempo che ci torna) è forse uno dei vertici più alti delle sue performance dal vivo, almeno tra quelle a cui ho avuto la fortuna di assistere.

Da poco è uscito il suo doppio album, Joanthology, un'ampia selezione dei suoi successi che offre una panoramica sulla sua ormai vasta produzione, oltre a qualche brano fin qui mai inciso, due dei quali la cantante newyorkese ci propone anche nella performance dal vivo, ossia Kiss and What a world (di quest’ultima dice che sono stati i fans – dopo aver sentito eseguire dal vivo questa canzone – a spingere perché la incidesse e su questo stimolo Joan ha trovato la chiave di lettura giusta per farlo).

Questo tour è dunque sì legato all'uscita di questo album ma è anche l'occasione per proporre un concerto intimo e la versione musicale di sé stessa che io personalmente preferisco: voce sola sul palco accompagnata dai suoi due strumenti più amati, il pianoforte e la chitarra (rosa, in omaggio - come dice lei - al pride tenutosi nel pomeriggio nelle strade di Roma).

Joan sale sul palco poco prima delle 22, vestita con una delle sue tipiche  tute eleganti e un paio di scarpe dorate con la zeppa, un abbigliamento che addosso a chiunque altro risulterebbe kitschissimo e invece su di lei riesce a fare un effetto di eleganza, grazie alla disinvoltura e alla classe con cui lei lo porta.

Comincia il concerto seduta al pianoforte a coda (un Alfonsi) e per le prime canzoni si offre ai fotografi (e pure a me che, approfittando di essere seduta in prima fila grazie a F., mi posiziono sotto il palco insieme agli altri fotografi per immortalarla mentre canta e suona il piano). Poi alla quarta canzone, quando si sposta alla chitarra, comincia a interloquire con gli spettatori, com’è solita fare nei suoi concerti. Oggi la cantante sembra particolarmente di buonumore, affettuosa e ironica al tempo stesso, fors’anche grazie all’alchimia perfetta che si crea con questo pubblico, cosa che sarà sempre più evidente nel corso della serata.

Il suo primo messaggio è per i fotografi: dice che a lei piacciono le fotografie e che per queste prime canzoni ha permesso ai fotografi di sfogarsi, anzi si mette in posa appositamente con la sua chitarra e fa finta di cantare per consentire a tutti di scattare ancora qualche foto, ma che, a partire dalla canzone successiva, per potersi concentrare ha bisogno di smettere di sentire i click degli scatti. Tutti – tranne uno che probabilmente non capisce l’inglese e che verrà fulminato dallo sguardo di Joan appena inizia a suonare – mettiamo da parte le nostre macchine fotografiche e lo facciamo volentieri per goderci questo splendido spettacolo.

Joan alterna canzoni eseguite al pianoforte e altre alla chitarra, integrandole al massimo con una base registrata. Ci offre alcuni dei suoi classici, da Flash a Warning bell, da The magic a We don’t own it, da The ride a Your song, da Human condition a Good together, fino a The silence. In alcuni casi – come ad esempio quando ci canta Christobel – dice che ci proporrà una versione da lei riarrangiata al pianoforte, rispetto alla versione classica eseguita alla chitarra, e spera che questa versione non farà arrabbiare un suo amico che ama particolarmente questa canzone.

Prima di cantare Real life ci racconta che questa canzone è stata scritta come una lettera d’amore per qualcuno che lei ha conosciuto e che dopo cinque minuti ha pensato fosse la persona della sua vita, a 600.000 miglia di distanza! E aggiunge che ovviamente non era così, e che in fondo questa è una storia a lieto fine perché per fortuna l’ha capito!

Su Tell me il pubblico inizia a battere le mani simulando la batteria nel ritornello; Joan ne è piacevolmente sorpresa, dice più volte “Amazing” e il feeling positivo della serata cresce talmente tanto che Joan invita persino il pubblico a cantare qualche ritornello o a farle da base.

Stasera abbiamo certamente avuto il privilegio di poter ascoltare un’artista in grande forma, ma il miracolo è dovuto anche alla magia che talvolta la performance dal vivo riesce a creare, trasformando la semplice esecuzione dei brani in un’esperienza che coinvolge non solo il musicista ma anche il pubblico.

Per questo, quando il concerto finisce dopo circa un’ora e mezza di grande musica, Joan non si fa pregare per tornare sul palco di fronte a questo pubblico appassionato e competente, ripagandolo con altre tre canzoni e con un affetto sincero che davvero arriva a ciascuno di noi.

Un’artista generosa che – oltre a confermare le sue indubbie qualità musicali – ci regala uno spettacolo di grande intensità e calore umano, come raramente si vede sui palchi della musica dal vivo.

Grazie, Joan. Alla prossima.

(Qui una galleria di foto su Behance)

Voto: 4,5/5

lunedì 9 aprile 2018

Joan as Police Woman. Auditorium Parco della Musica, 28 marzo 2018

Joan ormai è un' habitué dei palchi romani e io sono ormai una veterana dei suoi concerti, visto che questo è il settimo concerto che seguo dall'ormai lontano 2010.

Quest'anno, in occasione dell'uscita del suo nuovo album, Damned devotion, Joan as Police Woman, nome d'arte di Joan Wasser, torna a Roma in una delle sue location più classiche, l'Auditorium Parco della Musica. Il suo tour italiano era stato anticipato dalla partecipazione alla trasmissione Ossigeno in cui oltre a cantare qualche brano del suo nuovo album aveva rilasciato una bella intervista a Manuel Agnelli.

Questa sera Joan si presenta sul palco con una band formata dallo storico batterista e vocalist Parker Kindred (il che testimonia come questo album - dopo gli ultimi esperimenti - rappresenti un po' un ritorno alle origini), un bassista, e due tastieristi, uno dei quali suona anche la chitarra.

Joan - come sempre - alterna canzoni in cui suona la tastiera a canzoni in cui suona la chitarra.

Tutti i membri della band hanno una giacca tipo quelle da baseball, realizzata in occasione del tour, anche se Joan non rinuncia a indossare pantaloni e stivaloni rossi in pelle.

Il concerto si apre con Wonderful e prosegue con molte delle canzoni dell'ultimo album, che a un certo punto Joan ci dice di voler suonare e cantare per intero. Di tanto in tanto Joan ci ripropone canzoni del passato, in parte parecchio note, in parte quasi dimenticate: tra queste Eternal flame dall'album Real life, Honor wishes dall'album To survive, Human condition dall'album The deep field.

Il concerto inizia un po' in sordina ma a poco a poco la voce di Joan prende quota, i musicisti ci prendono gusto e il pubblico si scalda. A questo processo si accompagna una interazione crescente di Joan con il pubblico e la cantautrice ci regala sorrisi e piccoli momenti divertenti, in cui fa emergere la sua componente buffa, parte del mix irripetibile che è lei come persona e come cantante.

Il concerto si chiude con l'esecuzione di Silence, l'ultima canzone dell'album Damned devotion che non era ancora stata cantata. Joan abbandona il palco e sul beat di Parker Kindred a uno a uno tutti i musicisti lasciano il palcoscenico, fino a quando anche il batterista poggia le bacchette e va via.

Il pubblico però non è ancora pronto ad andare a casa e chiede a gran voce il rientro di Joan sul palco che non si fa attendere. Joan torna da sola e ci esegue con la chitarra una versione molto intima e quasi commovente di Forever and a year, la mia canzone preferita del suo ormai ampio repertorio. E - visto che questa canzone l'avevo ascoltata l'ultima volta dal vivo nel 2012 e l'aspettavo già negli ultimi concerti - lo considero un regalo quasi personale che Joan mi fa.

Segue la classica The magic e infine una bella cover della canzone di Prince Kiss. A questo punto la band può salutare un pubblico soddisfatto e affettuoso.

L'esperienza di un concerto di Joan è sempre bella e soddisfacente. Tra l'altro questo ultimo album dal mio punto di vista meglio si addice alla voce e alla personalità di Joan rispetto ad alcuni degli ultimi esperimenti - mi riferisco in particolare a quello realizzato con Benjamin Lazar Davis - e dunque questo concerto mi fa lo stesso effetto che mi farebbe vedere una vecchia amica, che periodicamente incontro e seguo in tutte le sue evoluzioni.

Resta un po' di perplessità da parte mia per la location. Perché è vero che le sale dell'auditorium sono grandi e belle e certamente, da un punto di vista sonoro, sono il massimo (o quasi),  ma non c'è dubbio che un pubblico tutto seduto in poltrona e piuttosto distante dal palco è quanto di più lontano ci possa essere da quell'atmosfera di condivisione musicale e di co-creazione che per me è un concerto dal vivo, e che si realizza decisamente meglio quando i cantanti e le band - soprattutto quelle che molto puntano sui live - possono respirare da vicino le sensazioni del pubblico e viceversa. Pazienza. Però Joan è sempre Joan, e ormai le voglio quasi bene.

Voto: 3,5/5

mercoledì 30 novembre 2016

Joan as Police Woman and Benjamin Lazar Davis. Monk, 25 novembre 2016

Ed eccomi per la quinta (o sesta?) volta a un concerto di Joan as Police Woman, tra l'altro a soli sei mesi di distanza dall'ultimo live che la cantante americana ci aveva regalato sempre al Monk in un Solo tour.

Questa volta invece Joan si presenta all'entusiasta pubblico romano in band per farci conoscere il suo ultimo lavoro, Let it be you, firmato insieme al musicista polistrumentista (ma soprattutto bassista) Benjamin Lazar Davis, che già l'aveva accompagnata in un tour italiano qualche anno fa, un buffo ragazzo con i riccioloni che suona e accompagna la musica con degli strani movimenti della testa e della bocca.

Il concerto di Joan viene aperto da un duo, gli italiani Fil Bo, che cantano in inglese accompagnati dalle loro chitarre. Due ragazzi giovani, con le giacche leopardate, e per me sconosciuti, ma in realtà molto apprezzati dal pubblico che addirittura canta insieme a loro. Al mio orecchio non propriamente originali, però gradevoli. E del resto pare che l'ignoranza sia tutta mia visto che il cantante Filippo Riva è già parecchio noto all'estero, in particolare a Berlino, ed è invece trascurato in Italia.

Ma ecco finalmente proiettata sul fondo del palco la copertina dell'album di Joan e, dopo un po' di preparazioni di fili e di strumenti musicali, Joan e Benjamin compaiono sul proscenio con le tute da meccanico che indossano anche sulla copertina. Quella di Benjamin - come ci spiegherà più avanti lui stesso - gli è stata data da una persona cui lui aveva regalato i suoi vestiti in Africa.

Insieme a Joan e Benjamin sul palco salgono due altri straordinari musicisti: un incredibile batterista, Ian Chang, che conquisterà l'intero pubblico con il modo robotico e al contempo appassionato con cui suona la sua batteria, e un chitarrista dagli occhi magnetici e dal tocco sopraffino, Ryan Dugre.

Inizia così subito il concerto con cui Joan e Benjamin ci fanno conoscere il nuovo album, che io già avevo ascoltato un po' di volte per arrivare preparata. Il disco è molto bello perché mette insieme le due anime di questi musicisti, in alcuni casi mescolandole  e in altri rendendole riconoscibili, e alterna canzoni dalla sonorità più elettronica e ritmata ad altre più intimiste.

Il concerto - anche grazie alla notevole performance di tutti i musicisti - rende merito all'album, anzi se possibile ne esalta le qualità, come qualunque live dovrebbe riuscire a fare. Che Joan ami l'Italia e in particolare la location del Monk si sa, ma evidentemente la sua buona disposizione d'animo contagia tutti e contribuisce a regalare una performance di altissimo livello, che cancella qualche piccola distrazione e peccato veniale registrati nell'ultimo live.

Così al termine del concerto, dopo aver suonato parte del nuovo album e anche alcuni classici del suo repertorio (tra cui The magic e Flash), però riarrangiati in un modo perfettamente omogeneo alle sonorità complessive del nuovo lavoro, il pubblico non è sazio della presenza vitale di Joan sul palco e la richiama a gran voce. Così Joan torna a suonare e cantare e poi con lei anche Benjamin Lazar Davis e tutti gli altri musicisti. Alla fine dell'ultima canzone ci dà appuntamento al banchetto del merchandising per incontrarci.

Io non me lo faccio ripetere due volte e mi fiondo lì con il mio CD, cosicché sono in prima fila quando arriva. Le dico che è la quinta volta che la vedo dal vivo a Roma, lei mi guarda con faccia stranita, e io ho solo la forza di dirle che è una grande e di comunicarle il mio nome per la firma sulla copertina. Alla sua firma seguiranno quelle di tutti gli altri, cosicché mi porto a casa il CD come fosse un trofeo. E se ero arrivata stanca e stressata a questo venerdì sera vi assicuro che dopo il concerto mi sono incredibilmente riconciliata con il mondo.

Voto: 4,5/5

domenica 29 maggio 2016

Joan as Police Woman. Monk, 20 maggio 2016

Dopo nemmeno un anno, Joan Wasser, in arte Joan as Police Woman, torna a suonare e cantare a Roma, in un solo act, ossia senza band, e senza che sia uscito alcun suo nuovo lavoro.

Il perché ce lo spiega lei stessa praticamente all'inizio del concerto: non riesce a stare troppo lontana dall'Italia di cui è praticamente innamorata, e in attesa dell'uscito a ottobre del suo nuovo album, realizzato insieme a Benjamin Lazar Davis (visto l'anno scorso al Parco della Musica), ha deciso di proporre questi concerti un po' intimi in quattro date italiane.

Stasera Joan ha un'aria particolarmente rilassata e contenta. Fin da subito apprezza l'affetto con cui il pubblico la accoglie, e scherza a più riprese, come quando ci dice che - dovendo decidere la mise per il concerto - ha deciso di vestirsi casual: ciò dopo essere salita su un palco con una tuta dorata e luccicante super attillata e degli stivaletti tacco 14. O ancora quando non sa quale canzone segue nella scaletta e si piega a prendere il foglio, dicendoci che ormai non ci vede mica più tanto bene e se lo porta vicinissimo agli occhi.

Le prime canzoni del suo concerto ce le propone seduta al pianoforte a coda: sono delle slowed versions delle sue canzoni più famose, soprattutto dei primi album. L'atmosfera è molto calda e intima, e il pubblico ascolta in religioso silenzio salvo poi esplodere in applausi e urletti al termine di ciascuna esecuzione.

Dal pianoforte Joan si sposta poi alla chitarra, dove di nuovo ci propone alcune canzoni del suo repertorio con arrangiamenti minimali, che in qualche modo valorizzano la struttura originale delle sue composizioni nonché i testi.

Durante questa prima parte del concerto ci fa ascoltare anche due inediti: una canzone dedicata a suo padre venuto a mancare poco tempo fa e una dedicata al cantante Elliott Smith. Poi a un certo punto Joan ci dice che ci esegue l'ultima canzone... e lì vocìo di disapprovazione del pubblico; ma Joan ci sta in realtà dicendo che quella sarà l'ultima canzone che parla di morte, e che poi passerà a canzoni più allegre nei contenuti e nei ritmi!

Peccato che a un certo punto sbaglia un accordo alla chitarra, e con quello la sua concentrazione si sfilaccia un po'. Cosicché la seconda parte del concerto risulta meno perfetta e armoniosa sul piano dell'esecuzione musicale e canora, ma non meno coinvolgente e affettuosa.

In fondo il concerto di stasera è una specie di occasione di ritrovo tra amici di lunga data, Joan da una parte e il pubblico romano dall'altra, amici che si stimano e si vogliono bene, e che sono pienamente disponibili a comprendere le imperfezioni dell'altro, perché questo li rende ancora più vicini e umani.

Ed è per questo che, nonostante tutto, quando Joan termine la sua scaletta, il pubblico la richiama a gran voce una prima e una seconda volta, perché quando si è amici il tempo che si trascorre insieme passa sempre troppo in fretta e non ci si vorrebbe mai lasciar andare.

Ti aspettiamo presto di nuovo a Roma, Joan. Non ci fare aspettare troppo.

Voto: 3,5/5

domenica 27 luglio 2014

Femminile plurale: Joan as Police Woman, Suzanne Vega e Cat Power. Roma, Auditorium Parco della Musica, 20 luglio 2014

Il secondo appuntamento musicale della mia estate romana - dopo quello con i Nouvelle Vague - è con tre straordinarie musiciste e interpreti della musica internazionale che si alternano sul palco della cavea dell'Auditorium nella stessa sera: Joan as Police Woman, Suzanne Vega e Cat Power.

Della prima - come sa chi segue il mio blog - sono praticamente innamorata. L'ho vista dal vivo numerose volte e non sono mai stanca. Joan è un personaggio incredibile, dotato di una carica straordinaria, capace di alternarsi a diversi strumenti (tastiere, chitarra e violino, il suo primo amore!). Una che è un tutt'uno con la musica.

Qui si presenta con la formazione dell'ultimo concerto in cui l'avevo vista (sempre all'Auditorium ma al chiuso): il suo fido batterista Parker Kindred e i nuovi acquisti al basso e alle tastiere.

Il concerto inizia puntualissimo, mentre c'è ancora la luce e moltissima gente deve ancora prendere posto, il che rende l'atmosfera un po' sgradevole.

Joan ci propone in buona parte le canzoni del suo ultimo lavoro, The classic, in parte ispirato alle atmosfere motown. Ma non mancano alcuni classici, come The magic. Stasera ha la voce un po' meno calda e pulita del solito, ma le sue interpretazioni si fanno comunque apprezzare.

In questo appuntamento estivo, Joan sfoggia una salopette in jeans con i pantaloni tirati su che scoprono in parte le gambe e mettono in mostra una delle sue tante paia di stivaletti bianchi.

L'atmosfera si scalda, anche se la costrizione del posto a sedere non permette al pubblico di lasciarsi andare alla musica.

Dopo 50 minuti di Joan Wasser e un rapido cambio di composizione e organizzazione del palco, ecco Suzanne Vega accompagnata da chitarrista e batterista, piuttosto attempati ma dotati di una straordinaria energia.

Con Suzanne Vega si compie un vero e proprio balzo temporale all'indietro e così dalle atmosfere musicali di Joan - che anche quando si ispirano al passato sono molto contemporanee - si passa a una musica molto più incentrata sull'armonia e sulla melodia. Non che la Vega non trasmetta potenza con la sua musica, ma lo fa certamente in un modo che definirei più classico, fors'anche perché ha fatto scuola ed è diventata espressione di un'intera era musicale. In questi secondi 50 minuti ci vengono proposte alcune pietre miliari del repertorio di Suzanne Vega e diversi brani tratti dal suo ultimo album, Tales from the realm of the queen of pentacles.

Il pubblico apprezza e si ha netta la sensazione che la musica di Suzanne sia più diffusamente conosciuta, anche perché la Vega appartiene ormai a buon diritto alla storia della musica.

Dopo una pausa e un terzo cambio di allestimento sul palco, ecco comparire Cat Power, accompagnata da una band quasi tutta al femminile (una chitarrista, una batterista, una bassista e un polistrumentista). La Power appare piuttosto disfatta (!) e abbastanza piena di tic, ma quando apre bocca rimaniamo tutti estasiati. Dopo pochissime canzoni, durante le quali si aggira come un animale in gabbia sul palco e se la prende più volte con il fonico, invita il pubblico ad alzarsi e dopo pochi minuti sotto il palco si raduna una folla che balla, fa fotografie e video (nonostante tutti gli assurdi divieti dell'Auditorium) e canta insieme a Cat.

Anche in questo caso il concerto dura circa 50 minuti e così in un lampo - accompagnati da queste tre splendide cantanti - si è fatta mezzanotte.

È ora di andare a dormire. Domani inizia una nuova settimana di lavoro.

Voto: 4/5

martedì 6 maggio 2014

Joan as Police Woman, Roma, Auditorium Parco della Musica, 13 aprile 2014

Sono una fan di Joan. Lo sapete.

Ed è ormai da qualche anno che non perdo praticamente nessuno dei suoi concerti a Roma. L'ho vista nel 2010 al Circolo degli Artisti, nel 2012 a Villa Ada e quest'anno l'appuntamento si è ripetuto all'Auditorium Parco della musica.

Da circa un mese è uscito il suo ultimo album, The classic, che ho prontamente acquistato su CD e ascoltato più e più volte per arrivare preparata al concerto. Devo dire che, pur apprezzando alcuni brani e riconoscendone alcune forme di continuità con le sonorità dell'album precedente, The deep field, ho trovato The classic meno riuscito nel suo complesso, forse perché nel suo insieme un po' troppo uniforme rispetto al precedente.

Ciò premesso, vedere Joan dal vivo è sempre un'esperienza che vale la pena, grazie all'energia che questa straordinaria musicista porta sul palco. E la sua performance all'Auditorium non è stata da meno.

A questo concerto Joan si presenta con una formazione rinnovata. Non c'è il suo fidato Tyler Woods (compagno di tanti concerti!), c'è invece alla batteria l'altro suo musicista di fiducia, Parker Kindred. Sul palco ci sono poi anche un nuovo chitarrista e un tastierista. Parte del concerto vede la partecipazione anche di un buffo bassista (Benjamin Lazar Davis, da Joan presentato come guest star), che veste una tuta da meccanico e dei grandi occhiali da sole, ma che effettivamente si rivela molto bravo.

Joan sfoggia - come sempre - una mise che non lascia indifferenti: stivali imbottiti blu con tacco alto, pantaloni neri attillati a vita alta, scintillante camicia morbida senza maniche. Stasera appare in forma e soprattutto intenzionata a dimostrarci le sue doti di musicista, visto che oltre alle tastiere e alla chitarra, ci ricorda le sue origini di violinista proponendoci alcuni arrangiamenti al violino.

Lei e il suo gruppo ci suonano quasi tutto l'ultimo album, inframmezzandolo con qualcuno dei suoi pezzi più famosi (tra cui The ride e Magic)dagli album precedenti, in particolare Real life e The deep field. Avvalendosi del contributo del bassista ospite suona anche due canzoni inedite che - ci dice - fanno parte di un progetto che non ha ancora trovato la via della sala di registrazione.


Il pubblico si anima e nonostante la forzatura delle poltrone in cui tutti siamo seduti l'atmosfera si riscalda. Qualcuno addirittura si alza e si fa più vicino al palco nonostante gli interventi del personale di sala.

Dopo un'ora e mezza di concerto intenso, durante il quale Joan parla molto meno del solito con il pubblico, lei e la sua band escono, ma il pubblico li richiama a gran voce, cosicché i quattro rientrano per cantare ancora tre canzoni, la prima, The witness, con l'accompagnamento di tutti gli strumenti, la seconda è The classic (quella che dà il nome all'album) cantata a cappella, infine la terza, Your song, la canta Joan da sola alle tastiere per chiudere in bellezza.

I concerti precedenti si erano probabilmente avvantaggiati di un maggiore contatto fisico con il pubblico che creava naturalmente una forma di empatia; questo ha sofferto un pochino di una distanza maggiore e forse anche di un repertorio un pochino meno entusiasmante, compensato però da una Joan in grande forma, capace di sprigionare attraverso la sua voce e il suo rapporto con gli strumenti un'energia trascinante e inesauribile.

Voto: 3,5/5

mercoledì 25 luglio 2012

Joan As Police Woman a Villa Ada

Villa Ada, 22 luglio 2012, ore 22,40 circa. Torna a Roma - e direi sempre con piacere reciproco - Joan as Police Woman. Avevo già avuto modo di ascoltarla dal vivo due anni fa al Circolo degli Artisti e avevo già raccontato di lei, chi è e da dove viene.

Dopo quel concerto ho continuato a seguirla con soddisfazione e con il suo ultimo album, The deep field, mi ha definitivamente conquistata, tanto che ho contagiato anche C. e l'ho trascinata al concerto.

Ovviamente non ci siamo fatte mancare una cenetta etnica prima del concerto a base di riso byriani con gamberetti, kofte vegetali in salsa di pomodoro con riso in bianco, taboulé e felafel con salsa di yoghurt, accompagnati da un bel bicchiere di aglianico. Né abbiamo potuto sottrarci al fascino del biliardino, dove ho mostrato ancora una volta la mia naturale propensione che ha fatto tanto arrabbiare C. ;-)

Il tempo di mangiare un dolcino arabo ed ecco Joan sul palco. Con la mia fidata Nikon D80 riesco a piazzarmi (come per il concerto di Fink) proprio sotto le transenne (del resto a Villa Ada non è così difficile) e così posso non solo godermi appieno Joan e la sua musica, ma anche scattare fotografie in libertà.


Questa volta Joan è vestita molto casual e molto estiva rispetto a come ha abituato il suo pubblico, probabilmente ha anche tagliato i capelli: pantaloni leggerissimi con una fantasia tipo "militare", una canotta nera con una stampa fucsia, un cappellino traforato piantato sulla testa. Non manca però il particolare che la caratterizza: degli scarponcini bianchi che sembrano delle scarpe da ginnastica, ma invece hanno un tacco 12 che lei mostra volentieri quando dal pubblico arriva la richiesta.

Joan è sempre accompagnata dai fidati Tyler Wood e Parker Kindred (non so se è un'impressione, ma mi pare che i loro tic si siano accentuati dall'ultima volta che li ho visti!) e soprattutto dalla sua tastiera e dalla sua chitarra.

Apre il concerto con un brano nuovo (probabilmente destinato al suo prossimo lavoro), poi seguono alcuni dei suoi più grandi successi, tra cui Magic, The ride, Real Life, Save me, Flash, To be loved, I defy, The deep field (quello che lei annuncia canticchiando "du du du, du du du du, du du du").

Durante tutto il concerto scherza con il pubblico, accorda la chitarra, beve il thè bollente dal suo thermos, esprime il piacere di stare a Villa Ada, un'ambientazione meravigliosa in una notte incredibile.

Il pubblico risponde con affetto e simpatia. C'è feeling tra Joan e questa città, che lei ringrazia in continuazione e lo fa con una straordinaria versione di quella che seconda me è la sua canzone più bella e più toccante: Forever and a year, con cui si chiude il concerto.

Eccola:



I found my dream tonight
But it's not you
You're my fantasy
I've always known
I would die alone
So here I go
I like to stay right here
Forever and a year

Don't you be scared
‘Cause I'm in it, I mean it, admit it
I'm into love

 
I've never dreamed a dream
That feels like you, romancing me
I long to hear you whisper in my ear
Come on let's go
Give in to the night
The legs of afterglow
The last leap open
I'll breathe your atmosphere
Forever and a year

Don't you be scared
‘Cause I'm in it, I mean it, admit it
I'm into love


I've been in love before
And it's been true
Both the love and me
And memory sends
Forward history
That I could go
As soon as now
So I am telling you
I love you forever
And this is always sealed
Within the deep, deep field
I like to stay right here

Forever and a year

La canta in piedi, imbracciando la sua chitarra, chiusa in un'emozione che arriva certamente al pubblico.


Ed è così che dopo essere uscita dal palco tutti la invocano a gran voce battendo le mani e i piedi a ritmo, e fischiando di soddisfazione (anch'io!) a più non posso.

Non può che tornare e dopo aver attaccato con lo scotch le parole della sua nuova canzone, ci si butta a capofitto, iniziando in maniera soft per poi procedere in un crescendo che finisce in un vero e proprio trionfo di chitarra e batteria.

Un unico appunto: magari un po’ di movimento con le luci avrebbe un po’ movimentato la scena e migliorato la resa fotografica della serata! ;-))

Mi convinco ancora una volta che Joan e la sua musica si assomigliano moltissimo: alternano una dolcezza insospettabile a una forza - e talvolta una durezza - che plasmano sia la sua espressività fisica, sia i movimenti del suo corpo, sia le note dei suoi strumenti, sia il timbro e la potenza della sua voce. In Joan e nella sua musica ci sono tante anime, tutte da scoprire.

Joan, ti aspettiamo presto di nuovo a Roma.

mercoledì 3 febbraio 2010

Joan as police woman

Circolo degli artisti, 2 febbraio 2010, ore 22. C'è Joan as police woman. È la compagna del compianto Jeff Buckley, ma sarebbe un delitto ricordarla solo per questo, visto che Joan Wasser è un'artista completa: compone, canta, suona (chitarra e tastiere) e ha personalità da vendere. E poi, come lei stessa tiene a sottolineare, Joan as police woman non è solo Joan Wasser, ma anche gli straordinari musicisti Parker Kindred (batteria e voce) e Tyler Woods (tastiere e voce).

No, non pensate a una sofisticata newyorkese (ci tiene però a sottolineare di Brooklyn) con la puzza sotto il naso. Joan si è presentata come una donna dai modi spicci e decisi: pronta a rimboccarsi le maniche quando alla sua chitarra non arriva corrente, a sorridere di se stessa quando a un certo punto non ricorda le parole di una canzone, a scherzare su Britney Spears di cui ha cantato una cover, a tornare sul palco con un cucchiaino di miele in bocca perché le sta andando via la voce...

Pantalone di pelle nera, stivaletti spaziali, giacca di pelle - volata via appena l'atmosfera si è scaldata - e attillato top con gli strass. Ma soprattutto una grande voce e una grande artista, che ha spaziato dalle sue canzoni più intime e dalle sonorità jazz (in particolare quelle dello straordinario CD Real life, decisamente il mio preferito) a quelle malinconiche e drammatiche del suo secondo CD To survive, infine a quelle decisamente più rock dell'ultimo CD Cover, da cui ha cantato David Bowie, Public Enemy e, appunto, Britney Spears.

La sua forza, secondo me, è nella capacità di fondere e alternare una straordinaria dolcezza (grazie a una voce suadente, piena e musicale come poche) e una positiva ed energetica rabbia, entrambe espressione del tentativo di rielaborare un profondo dolore. A questo si aggiunge la magia di un'eccellente sintonia con i suoi musicisti.

E poi - lasciatemelo dire - non c'è niente di più straordinario di poter assistere a un concerto in un ambiente raccolto, stando sotto il palco e potendo ascoltare e fotografare in libertà.

Una piccola annotazione per l'artista che ha aperto il concerto di Joan: Thony, giovane cantautrice italo-polacca (ma canta in inglese), che da sola sul palco con la sua chitarra e con la sua semplicità credo che abbia conquistato buona parte del pubblico. Echi di Regina Spektor e di Feist, ma voce, sonorità e melodie assolutamente personali fanno scommettere sul futuro di questa ragazza, di cui a questo punto aspettiamo il primo CD. La scena indie-acustica italiana si arricchisce di una nuova protagonista.

Voto: 4/5