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lunedì 5 agosto 2019

Iron & Wine + Calexico. Villa Ada incontra il mondo, 24 luglio 2019

Dal mio punto di vista e rispetto alle mie personali aspettative, l'estate romana è stata piuttosto deludente in quanto a live musicali. Pur essendo l'offerta piuttosto ampia, mi è sembrato che la programmazione abbia oscillato tra un sostanziale provincialismo da un lato e alcuni grandi nomi (talvolta però passati un po' di moda) dall'altro.

In questo panorama per me non entusiasmante avevo però adocchiato da tempo - nel programma di Villa Ada incontra il mondo - il concerto di Iron & Wine e Calexico insieme.

Iron & Wine è il nome d'arte del musicista Samuel Ervin Beam, un bell'uomo con la barba lunghissima, ben oltre l'iconografia hipster, che canta e suona la chitarra, mentre i Calexico sono una band i cui due componenti storici sono Joey Burns (voce e chitarra) e John Convertino (batteria), a suo tempo componenti anche dei Giant Sand di Howe Gelb. Vengono tutti dagli Stati Uniti, Sam Beam dal North Carolina (ma ha vissuto anche in Texas), e i Calexico dall'Arizona, e tutti hanno respirato e fatto proprie le sonorità della musica tradizionale americana reinterpretandola ciascuno a modo proprio.

Ebbene questi musicisti - che hanno gloriose carriere autonome alle spalle, ma che con anime e sensibilità diverse si muovono entrambi nell'ambito dell'indie folk - in alcuni momenti di queste carriere si sono incontrati in un terreno musicale comune dando vita a progetti condivisi: era accaduto nel 2005 con l'album In the reins ed è accaduto a distanza di circa 15 anni con l'album uscito in questo 2019 dal titolo Years to burn.

Questo nuovo disco ha dato l'avvio a un tour in cui i Calexico e Iron & Wine si esibiscono insieme sul palco, accompagnati da una band che ne valorizza appieno le sonorità e le aspirazioni musicali, tra cui il trombettista Jacob Valenzuela, uno straordinario bassista che fa anche un grande assolo al contrabbasso, e un eccellente tastierista che offre anche delle esibizioni alla fisarmonica.

Prima che salgano sul palco gli ospiti d'onore della serata, il live inizia con l'opening dei Panta, una band italiana per me sconosciuta, formata da un cantante-chitarrista, una seconda voce femminile, un altro chitarrista, un bassista, un percussionista e una tastierista. I Panta cantano in italiano e fanno un genere che a me è sembrato fondamentalmente un indie-pop, anche se probabilmente dal loro punto di vista questa etichetta potrebbe essere riduttiva. Il gruppo ci propone una selezione del proprio repertorio in parte confluito nel primo album dal titolo Incubisogni. La loro esibizione suscita reazioni diverse nel pubblico: qualcuno si fa conquistare e apprezza, qualcuno è sostanzialmente indifferente e qualcun altro mostra segni di fastidio rispetto alla presunta artigianalità dell'esibizione. A me più che altro le canzoni dei Panta non dicono molto e non riesco ad appassionarmi granché né ai testi né alle melodie che non mi suonano particolarmente originali.

Al termine della loro esibizione e dopo le prove sugli strumenti, salgono sul palco Sam Beam, che si posiziona al microfono a sinistra, con a fianco uno sgabello su cui è poggiato un bicchiere di vino, e Joey Burns, che - con il suo cappello bianco calcato sulla testa e la sua chitarra - si posiziona a destra. Inizia così un live in cui si alternano le sonorità un po' tex mex dei Calexico e quelle più folk-intimistiche di Iron & Wine. Nell'incontro di queste due anime musicali, accade che le cose più riuscite sia non tanto quelle in cui esse si fondono perdendo di identità (come in parte accade nel disco, che - devo ammettere - non mi ha conquistata), bensì quelle in cui emerge lo spirito più proprio di ciascuno. E dunque nella prima parte del concerto sono molto belle le esecuzioni che mettono in campo al massimo grado gli strumenti, soprattutto la tromba, la fisarmonica e il contrabbasso, alzando il ritmo e la passione (che sono poi i punti di forza dei Calexico), mentre nella seconda parte, quella in cui Sam Bean e Joey Burns duettano da soli sul palco, emerge la componente più cantautoriale e romantica che è la cifra stilistica che meglio si confà ad Iron & Wine.

In sostanza, come accade nei matrimoni meglio riusciti, non è la fusione e l'annullamento delle individualità che produce i risultati migliori, bensì la valorizzazione delle singolarità e la disponibilità di ciascuno a mettersi di volta in volta e reciprocamente al servizio dell'identità musicale altrui.

Il risultato è decisamente affascinante, e il pubblico - nonostante l'ora tarda e il caldo che ti incolla addosso i vestiti - ascolta rapito e attento questo riuscito esperimento musicale, in cui due cantanti in parte simili ma anche molto diversi per personalità e scelte musicali offrono al pubblico la parte migliore di sé avvalendosi anche dell'apporto dell'altro.

I musicisti ci offrono anche un paio di divertenti siparietti: Sam Bean a un certo punto fa entrare sul palco quello che chiama il suo "personale sommelier" che gli mostra una bottiglia di vino bianco e gliene versa un po' nel bicchiere ormai vuoto, mentre Joey Burns ci mostra la sua bottiglia di acqua minerale sulla cui etichetta ha modificato a penna il nome (intuibile) trasformandolo in FIGO e che - come lui dice - è diventata ormai la sua acqua preferita.

Al termine del live il pubblico li richiama a gran voce e tutti i musicisti tornano sul palco per eseguire la canzone omonima dell'album Years to burn, con cui si chiude questa bella serata musicale nel magnifico scenario di Villa Ada.

Voto: 3,5/5

lunedì 10 luglio 2017

Ani Di Franco. Villa Ada, 4 luglio 2017

Un concentrato di energia pura.

Questa potrebbe essere la sintesi del concerto di Ani Di Franco a Villa Ada per la tradizionale kermesse musicale estiva (invero quest'anno un po' in tono dimesso non tanto per la selezione dei cantanti, bensì per l'allestimento complessivo).

Arrivo purtroppo in ritardo a causa di un impegno di lavoro, cosicché al cancello sento che Ani sta già cantando e spero non da troppo tempo. Quando arrivo davanti al palco vedo una folla ordinata e composta, ma - com'è chiaro fin dal principio - molto appassionata. Un pubblico in cui mi rispecchio parecchio sia per la fascia di età cui appartiene sia per il modo di porsi e di vestire. Qualcuno regge un palloncino rosso su cui c'è scritto MARRY ME, che - sono sicura - alla fine del concerto è diventato il pensiero di tutti.

Ani Di Franco è vestita con una canottiera nera e dei pantaloni larghi neri. È uno scricciolo rispetto alle enormi chitarre che imbraccia e che vengono sostituite quasi ad ogni canzone, nonché rispetto agli altri membri della band (cosa che diventa evidente al momento dei saluti finali). Intorno a lei una vocalist con una chioma afro bellissima e una voce che non è da meno, un bassista, un chitarrista, un contrabbassista e un batterista.

Mi cerco un angolino da cui posso fare qualche foto, visto che almeno a Villa Ada non ci sono divieti. E appena nel mirino della mia macchina fotografica inquadro questa donna ne vengo letteralmente conquistata.

Ani è una forza della natura. Sorridente, comunicativa, impegnata (le sue canzoni parlano di parità di genere, di libertà, di ambientalismo, di pacifismo); interagisce con grinta e dolcezza sia con gli altri membri della band sia con il pubblico tra una canzone e l'altra.

La sua scaletta prevede diverse canzoni del suo nuovo lavoro che si chiama Binary, ma anche canzoni del suo lungo e ricco passato musicale. Prima di cantare la title track del suo nuovo album fa salire sul palco una sua amica che ci recita in italiano la traduzione del bel testo della canzone, che parla di un presente inquietante e di un futuro distopico e auspica la capacità del genere umano di non perdere il valore della solidarietà e della fratellanza universale.

Il pubblico è a tratti rapito e silenzioso, a tratti euforico e balla e batte le mani a ritmo insieme ad Ani. All'ultima canzone è chiaramente impossibile lasciarla andare via così, e nel giro di pochi secondi Ani e la sua band sono di nuovo sul palco per cantarci ancora un paio di canzoni.

Al secondo saluto e seconda uscita dal palco è già partita la musica trasmessa dall'organizzazione che decreta la fine del concerto, ma il pubblico non ci sta. E Ani non si fa attendere troppo e ci chiede se vogliamo ballare. Eccola così di nuovo sul palco con la chitarrona a suonarci una canzone folk nel cui ritmo veniamo trascinati.

Alla fine tutti vorremmo andare a prenderci una birra con questa donna bellissima, la cui energia ci è entrata dentro. E dopo un concerto così non si può non capire il valore della musica dal vivo, che quando i musicisti sono veramente tali fa davvero percepire la differenza tra l'esperienza di ascoltare la musica e quella di viverla.

Voto: 4/5

giovedì 14 luglio 2016

Wilco. Villa Ada, 5 luglio 2016

Ed eccomi all'immancabile appuntamento estivo con la rassegna Villa Ada incontra il mondo, la location dell'estate romana che si sviluppa intorno al laghetto di Villa Ada.

Quest'anno - come l'anno scorso - gli spazi sono articolati in due: una parte è ad ingresso gratuito ed è stato attrezzato non solo con poltrone, tavolini, bancarelle e chioschetti per mangiare qualcosa, ma anche con un piccolo palco dove si tengono dei concerti gratuiti prima di quelli previsti sul palco grande; un'altra parte, più ampia, è quella a pagamento dove si tengono i concerti principali, e anche lì ci si può sedere e mangiare.

Io arrivo un po' prima, innanzitutto perché voglio mangiare qualcosa e poi perché mi fa piacere ascoltare un po' del concerto di Bea Sanjust (già conosciuta al concerto dei Leisure Society), organizzato dai ragazzi di Unplugged in Monti che quest'anno hanno messo un piedino anche a Villa Ada.

E così, con una birretta e un cartoccio di calamari e gamberi fritti di Sor Duilio in mano, mi posiziono per un po' nell'area del piccolo palco dove Bea Sanjust sta già cantando. Il tempo di ascoltare qualche canzone e mi accorgo che forse è già ora di andare verso il palco principale, anche perché l'afflusso sembra piuttosto elevato. Ed effettivamente la gente ha già occupato le prime file sotto il palco dove anche io trovo la mia collocazione.

Sul palco c'è una quantità di strumentazione che forse non avevo mai vista tutta insieme, il che fa presagire un concerto in grande stile. Per fortuna i Wilco non ci fanno attendere molto e intorno alle 22 sono sul palco in formazione completa: Jeff Tweedy, lo storico fondatore, nonché cantante e chitarrista, il bassista John Stirratt, il chitarrista Nels Cline, il batterista Glenn Kotche, il polistrumentista Pat Sansone e il pianista Mikael Jorgensen.

Da questo momento in poi i Wilco riempiono della loro musica un'ora e mezza della nostra vita, spaziando dai lavori più recenti agli album degli anni Novanta, e proponendo sia novità che successi consolidati. Il pubblico è appassionato e partecipe, e Tweedy sembra apprezzare molto, tanto da innescare battiti di mano ritmati e altre piccole forme di coinvolgimento.

La parte principale del concerto è un trionfo di musica, di cui sembra che i Wilco vogliano sperimentare tutte le possibilità e le sonorità, facendo dialogare gli strumenti, tantissimi (praticamente a ogni brano i chitarristi, in particolare Tweedy, cambiano le chitarre - acustiche ed elettriche - con cui suoneranno), ma anche i sintetizzatori, nonché talvolta il rumore che sovrappongono alle melodie.

Se anche non foste stati tra quelli che conoscono le canzoni del gruppo e cantano a squarciagola i testi insieme al cantante, vi assicuro che lo spettacolo vi avrebbe lasciati a bocca aperta. L'ensemble musicale dei Wilco appare come una macchina da musica perfetta, che funziona e si incastra al centesimo di secondo, ma dà anche spazio alle straordinarie individualità dei musicisti.

Al termine dell'ora e mezza di concerto, siamo tutti stanchissimi per essere stati fermi in piedi (non abbiamo più l'età evidentemente), ma certamente non siamo pronti a lasciar andare questa straordinaria band. Il pubblico infatti si rasserena quando vede che, una volta usciti dal palco i musicisti, gli aiutanti allestiscono un'area quasi unplugged, quasi chamber, dove il gruppo tornerà a esibirsi, questa volta lasciando i grandi spazi e stringendosi a far dialogare gli strumenti in maniera molto più melodica e folk (come alle origini del gruppo). Compaiono così il banjo a sostituire una delle chitarre, la diamonica a sostituire le tastiere, una batteria jazz a sostituire la grande batteria rock e uno strumento musicale che non saprei come si chiama (ma è una specie di chitarra che si suona tenendola poggiata sulle gambe). L'effetto diventa intimo e la connessione col pubblico si fa ancora più palpabile.

Quando dopo mezzanotte il concerto finisce, tutto il pubblico è consapevole di aver assistito a un grandissimo spettacolo musicale, di quelli che fanno amare perdutamente la musica e soprattutto quella del vivo.

Voto: 4/5

domenica 2 agosto 2015

The Notwist, Roma, Villa Ada, 21 luglio 2015

La mia serata inizia con me che arrivo al botteghino insieme a L., la quale in mezzo secondo compra il suo biglietto a 12 euro. Io l'ho comprato mesi e mesi prima e sono lì con il mio foglietto per il ritiro e la ragazza che mi dice "Ma il suo biglietto non c'è!". "Come non c'è? Controlli meglio!". "Le dico che non c'è. Mi faccia vedere la mail di conferma.... Ah, ma certo, lei ha pagato 10 euro in più per riceverlo a casa con il corriere espresso...".

In un attimo realizzo che effettivamente mi era arrivato un biglietto a casa e mi ero chiesta perché. A volte (spesso) sono davvero rin*******ta! E meno male che villa Ada è vicino casa e posso tornare indietro a prendere un biglietto che mi è costato il doppio di quanto sia costato a L. che l'ha comprato la sera stessa! No comment!

Comunque, eccoci nell'isoletta in mezzo al laghetto, sedute a un tavolino a bere una birra e divorare un hamburger (non ci vediamo più dalla fame!). Due appunti: innanzitutto non si capisce perché per arrivare all'area concerti (e anche per uscirne) dobbiamo fare il giro largo attraverso il mercatino; in secondo luogo, la ristorazione quest'anno lascia un po' a desiderare non tanto nella qualità, quanto nella limitatezza e nella scarsa varietà (oltre che nei prezzi). Mah!

Dulcis in fundo, i Notwist (che io ho già visto ben due volte dal vivo, al Circolo degli artisti e all'Auditorium) salgono sul palco dopo le 22,30 (concerto previsto per le 21,30 e l'indomani io devo alzarmi alle sei!). Ma quando salgono sul palco - e nonostante i dolori che la posizione in piedi in vecchiaia (!) rende inevitabili - capisco che in qualche modo ne è valsa la pena. I Notwist non sono in tour promozionale; il loro ultimo album, Close to the glass, è uscito l'anno scorso, e quindi la band tedesca si sente libera di spaziare nel proprio repertorio come più gli aggrada e di giocare quanto vuole con gli arrangiamenti, usando oltre che gli strumenti classici, anche giradischi, campionatori e tutta una complicata strumentazione con cui fanno magie.

La cosa bella è che in scaletta mettono molto del loro lavoro più famoso, Neon Golden, che è anche quello più riuscito, un quasi capolavoro, in particolare su tracce come Consequence e la stessa Neon Golden, queste ultime entrambe proposte nel bis richiesto dal pubblico.

Per il resto è uno scintillio di musica e di arrangiamenti, una fluidità di suoni che si mescolano gli uni con gli altri e che trasformano alcune tracce in veri e propri medley, in cui finiscono tutti i generi, rock, jazz, house e quant'altro.

A mio modo di vedere, una band in grandissima forma, che ha trasformato un repertorio, se volete ormai scontato per chi li conosce e li segue da un po', in una esperienza sonora del tutto nuova e imprevedibile.

Non si continua a fare musica di qualità dal 1989 a oggi e a conquistare il pubblico se non si è davvero dei gran musicisti e i fratelli Markus e Michael Acher, insieme agli altri componenti della band, lo sono con certezza.

Voto: 3,5/5

giovedì 24 luglio 2014

Nouvelle Vague, Roma, Villa Ada incontra il mondo, 18 luglio 2014

Questa per me non è un'estate particolarmente fortunata. E non è un caso che io sia arrivata al 18 luglio senza aver partecipato praticamente ad alcun evento dell'estate romana.

Non potevo però lasciar passare l'estate senza essermi nemmeno affacciata alla manifestazione "Villa Ada incontra il mondo" che è uno degli appuntamenti estivi che amo di più, oltre ad essere vicinissimo a casa mia.

E così propongo a C. di andare a sentire i Nouvelle Vague. A dire la verità era stata proprio C. a farmeli conoscere, quando tempo fa avevo copiato un po' della musica presente sul suo computer e proprio per questo ho pensato che poteva essere interessante ascoltarli dal vivo.

Peraltro, quando sono arrivata a Villa Ada non sapevo neppure quale formazione prevedesse il gruppo (ho scoperto poi che la composizione è in continua evoluzione) e ricordavo pochissime canzoni. E lì per lì quando i Nouvelle Vague sono saliti sul palco sono rimasta colpita dall'età media - non certo giovanissima - dei componenti della band, che mi ha anche chiarito il motivo della composizione anagrafica del pubblico, numerosissimo, arrivato ad ascoltarli.

Le due cantanti - scopro dopo che si tratta di Liset Alea e Mélanie Pain - sono entrambe carismatiche nella loro diversità. Mélanie sembra uscita direttamente da un film muto salvo per il colore quasi fucsia del suo vestito ed esce certamente fuori di più alla distanza; Liset ha una gonnellina cortissima che fa svolazzare durante tutto il concerto e con i suoi balli sensuali e trascinanti conquista l'intero pubblico. Intorno hanno un chitarrista (Olivier Libaux), un tastierista (Marc Collin) - entrambi storici musicisti del gruppo -, un batterista e un bassista.

L'inizio del concerto mi produce la sensazione di una specie di tuffo in un mondo musicale lontano e l'effetto è un po' straniante e quasi anacronistico, fors'anche perché non conosco la maggior parte delle loro canzoni, tranne alcune delle cover tra cui Just can't get enough e Guns of Brixton.

Man mano però che il concerto va avanti e le canzoni si susseguono io - come del resto la gran parte del pubblico - mi faccio conquistare dall'universo musicale dei Nouvelle Vague e da quel loro improbabile, ma riuscito tentativo di reinterpretare la new wave in chiave Bossa Nova.

Così, giunti all'ultimo brano, il pubblico chiede a gran voce un primo e un secondo ritorno sul palco della band che chiude con una versione acustica e trascinante di In a manner.

Quella in compagnia dei Nouvelle Vague è stata veramente una piacevole serata.

Voto: 3/5

venerdì 2 agosto 2013

I Kings of Convenience a Villa Ada, 24 luglio 2013


Ed eccomi di nuovo a villa Ada a distanza di pochi giorni dal precedente concerto, questa volta ad ascoltare i Kings of Convenience.

In passato ho ascoltato moltissimo la musica di questo duo musicale e penso di avere praticamente tutti i loro CD, che si contraddistinguono per i loro meravigliosi titoli ossimorici (Declaration of Dependence, Quiet s the new loud, Riot on an empty street ecc.).

Ultimamente li ho ascoltati molto di meno (anche perché è dal 2009 che non esce un loro album), ma ci sono rimasta affezionata. Così, dopo averli visti molto giovani e timidi diversi anni fa sempre a villa Ada, sono tornata per vedere quanto e come sono cresciuti.

Erlend Øye e Eirik Glambæk Bøe sono due ragazzoni di Bergen. Il primo alto e dinoccolato, rosso di capelli, con gli occhialoni spessi, e i pantaloni di colori improbabili, il secondo molto carino ed educato, con le camicie sempre stiratissime.

I due suonano insieme ormai da oltre 15 anni e si intendono alla perfezione. Eirik rappresenta la certezza, quello su cui si può sempre contare. Erlend è la mente vera, il genio musicale del duo, quello che può trasformare una serata di buona musica in un evento musicale a cui valeva davvero la pena di partecipare.

E così è stato a villa Ada. Erlend ha suonato improvvisando, cambiando gli arrangiamenti delle canzoni (seguito a ruota da Eirik), ha cantato, ha ballato nel suo modo buffo e divertente, ha chiacchierato con il pubblico (in buona parte in italiano, visto che da un po' vive anche a Siracusa di cui è cittadino onorario), ha fatto spettacolo coinvolgendo il pubblico in performance visivamente e acusticamente molto belle (come quando ha costretto tutti ad accovacciarsi e poi ad alzarsi in piedi tutti insieme, ovvero quando ha fatto cantare il pubblico dividendolo in settori).

Dopo un po' di canzoni del loro repertorio più tipico, quelle che più chiaramente li fanno identificare con il new acoustic mouvement, è salita sul palco la loro band di supporto formata da due italiani (uno dei due è anche il loro produttore, Davide Bertolini) e un inglese che ha consentito al duo di eseguire alcuni dei loro pezzi più classici in una versione trascinante che ha entusiasmato il pubblico.

Non è mancata la bellissima cover de I Giganti Una ragazza in due di cui tutto il pubblico ha cantato il ritornello.
Alla fine il bis era praticamente inevitabile, e così i due sono tornati sul palco - visibilmente contenti - per suonare e cantare ancora due canzoni.

Mi sa che i Kings of Convenience hanno un feeling speciale con l'Italia e per questo i loro concerti in terra italica non vanno assolutamente persi.

Voto: 4/5

giovedì 1 agosto 2013

L'Orchestra di Piazza Vittorio a Villa Ada, 19 luglio 2013


La manifestazione Villa Ada incontra il mondo, quest'anno alla ventesima edizione, è sempre un piacevole appuntamento estivo, tanto più che è a due passi da casa mia.

Quest'anno ho scelto un paio di concerti e ho comprato i biglietti in prevendita per evitare le lunghe code al botteghino.

Il primo è stato il concerto dell'Orchestra di Piazza Vittorio che si è tenuto venerdì 19 luglio. Prima dell'inizio del concerto la solita lotta per accaparrarsi qualcosa da mangiare, quest'anno più del solito perché non c'era il grande buffet multietnico dello scorso anno. E così prima abbiamo tamponato la fame con un piatto di salumi e formaggi del bistrot e poi - dopo un'attesa di oltre 45 minuti - abbiamo mangiato il nostro piatto di kebab e felafel. Il tutto un po' caro se mi posso permettere.

Ma il posto è bello e mangiare nella cornice del laghetto è decisamente piacevole.

Quando arrivano sul palco i componenti dell'Orchestra guadagno un posto quasi in prima fila per poter fare le fotografie e mi godo al meglio il concerto.

L'Orchestra la conosco molto bene. Nell'ultimo anno sono anche andata a vedere il loro spettacolo Il giro del mondo in 80 minuti all'Olimpico e avevo già avuto modo di vederli in diverse altre circostanze. Insomma, non starò a ripetere che mi piacciono e mi divertono.

Devo dire però che a Villa Ada mi sono piaciuti particolarmente. Liberi dall'ingessatura inevitabile prodotta dalla cornice di uno spettacolo di tipo narrativo e messi a contatto diretto con un pubblico non comodamente seduto in poltrona ma radunato davanti al palco, i musicisti dell'orchestra hanno dato il meglio di se.

Il concerto è stato una specie di carrellata nel loro repertorio, dalle canzoni ormai storiche del primo album fino a quelle realizzate per l'ultimo spettacolo.

Pubblico colorato ed entusiasta. Vecchietto che balla e si emoziona sulle musiche cubane. Bimbetto nero sulle spalle del padre che suona a ritmo usando la testa del poverino come un tamburo. Giovane fricchettone in visibilio. Atmosfera bella e rilassata.

Ce ne fossero di concerti così.

Voto: 3,5/5