Avevo già avuto modo di assistere, qualche anno fa, a una messa in scena di questo testo di Yasmina Reza a cura del collettivo teatrale Generazione disagio e, come si capisce dalla mia recensione di allora, lo spettacolo mi era piaciuto molto.
Mi viene dunque la curiosità di andare a rivederlo a teatro con la regia di Michele Riondino che ne è anche interprete insieme a Daniele Parisi (da me amatissimo in Orecchie e anche ne L’ospite) e a Michele Sinisi (attore pugliese che non conoscevo).
La storia la ricordavo piuttosto bene: l’acquisto di un quadro di arte contemporanea completamente bianco da parte di Serge (qui interpretato da Michele Sinisi) per una cifra molto importante scatena la reazione di Marc (Michele Riondino), aprendo una conflittualità tra i due amici di vecchia data, rispetto alla quale Yvan (Daniele Parisi), l’amico mite e conciliante, viene chiamato a fare da paciere o da ago della bilancia.
L’arte contemporanea diventa dunque un pretesto per parlare dell’amicizia e delle sue dinamiche di potere, dei ruoli che si rivestono nelle relazioni, di come cambiano i rapporti di forza se la relazione è tra due o tre persone.
L’allestimento scenico – come nella messa in scena che avevo visto in precedenza – è molto giocata sul colore bianco: tutto si svolge in una stanza asettica e quasi completamente bianca, mentre i tre protagonisti vestono abiti che richiamano i colori primari, rosso, giallo e blu.
Nel complesso non mi è dispiaciuto: bravi gli attori – direi la parte migliore del lavoro -, però, non so se per lo svanire dell’effetto sorpresa oppure per un adattamento del testo meno riuscito, ho avuto la sensazione che la commedia della Reza prendesse in questo caso un carattere più farsesco invece che cinico/crudele.
E a me piace la Reza quando fa emergere i tratti cinici e crudeli dell’umanità più che quelli comici, anche nel caso in cui il cinismo si trasformi infine in commedia.
Voto: 3/5
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sabato 14 marzo 2026
lunedì 9 settembre 2019
L'ospite
Inauguro la stagione cinematografica dopo la tutto sommato breve pausa estiva con questo bel film di Duccio Chiarini, che con questa sceneggiatura - scritta insieme a Davide Lantieri e Roan Johnson con il titolo I divani degli altri - è stato finalista nel 2011 al Premio Solinas.
Il testo - come spesso accade nel mondo del cinema - ci ha messo parecchi anni a trasformarsi in film e ad arrivare nelle sale cinematografiche, ma finalmente eccolo qui, impreziosito dalle belle interpretazioni di Daniele Parisi e Silvia D'Amico, già protagonisti di quel piccolo cult che è diventato Orecchie.
L'ospite è la storia di Guido (Daniele Parisi) che ha circa quarant'anni, vive con la sua compagna Chiara (Silvia D'Amico) e collabora con una professoressa universitaria che gli promette da anni la pubblicazione di un saggio e un assegno di ricerca che non arrivano. Questo mondo già di per sé precario esplode quando, dopo un rapporto sessuale, a causa della rottura di un preservativo c'è il rischio che Chiara sia rimasta incinta.
Di fronte a questa possibilità Guido e Chiara reagiscono in modo diverso: mentre il primo è più possibilista e in fondo fatalista, Chiara vede nella nascita di un figlio la fine delle sue possibilità di realizzarsi, lei che ha dovuto ripiegare su un lavoro da guida turistica per sbarcare il lunario. Il rapporto tra i due va in crisi e, per mettere un po' di distanza tra loro, Guido decide di andare via di casa appoggiandosi di volta in volta dai suoi genitori (conflittuali ma insieme da una vita) oppure dagli amici Lucia (sposata, con un figlio e in attesa di un secondo bambino) e Pietro (che passa da una fidanzata all'altra senza sosta).
Guido si trova così a oltrepassare la linea di confine che ci tiene a una distanza di sicurezza dalle vite degli altri, bucando la soglia dell'intimità altrui e accorgendosi che intorno a lui non c'è nulla che assomigli a una stabilità affettiva serena: il rapporto tra i genitori è turbolento ma essi appartengono a una generazione abituata "a mettere le toppe" e a superare i problemi, gli amici suoi coetanei - che abbiano o meno costruito una famiglia - sembrano non trovare pace in un turbinio di sentimenti in cui fanno fatica a distinguere tra quelli passeggeri e quelli che non lo sono e che in ogni caso non sanno come gestire all'interno della coppia.
Dentro una confezione in forma di commedia ironica e divertente, Duccio Chiarini ci propone un semiserio trattato di sociologia che sembra affondare le sue radici direttamente nelle riflessioni del grande Zygmunt Bauman, in particolare nel suo Amore liquido.
In un processo di precarizzazione spinta delle proprie vite, qui magistralmente sintetizzato attraverso la metafora del divano, protagonista della locandina e dell'ultima scena del film, la generazione dei trenta-quarantenni - oggetto tra l'altro di molti testi letterari, teatrali e per il cinema - da un lato vive in uno stato di incertezza costante e di impossibilità di programmare il futuro, dall'altro è terrorizzata dalla possibilità che la propria vita si cristallizzi in un senso o in un altro. In questo eterno movimento, temuto e perseguito più o meno inconsciamente, l'inseguimento della "felicità" è un imperativo talvolta male interpretato o comunque difficile da interpretare.
Come canta Brunori Sas nella canzone che interpreta dal vivo nel film, Un errore di distrazione, «Un giorno capirai che non c’era niente da cambiare / non c’era niente da rifare / bastava solo aver pazienza e aspettare che le cose che ogni cosa si aggiustasse da sé. Quel giorno capirai che la passione ha una scadenza che è soltanto una scemenza cercare il cielo in una stanza / ma ti piacciono le favole / è più forte di te».
Nella consapevolezza sempre più forte che l'amore ha una scadenza e che gli argini sociali che ne garantivano la sopravvivenza sono sempre più labili, la domanda che resta sospesa è come affrontare questa verità e dunque come vivere i rapporti di coppia. Senza dubbio in questo momento è un gran casino, in cui nessuno ci capisce niente e ha una valida strategia, ma forse - come dice Chiarini - è una fase di transizione tra il modo di vivere l'amore dei nostri genitori e quello che sarà il modo di viverlo dei nostri nipoti o pronipoti e che forse non riusciamo nemmeno a immaginare. Oppure è un gran casino e basta, e non se ne esce perché il modo in cui siamo fisiologicamente fatti va in contrasto non solo con il nostro sistema sociale ma anche con alcuni nostri bisogni emotivi. Come dico io, c'è qualcosa che deve non aver funzionato alla perfezione nel nostro percorso evolutivo ;-)
Voto: 3,5/5
Il testo - come spesso accade nel mondo del cinema - ci ha messo parecchi anni a trasformarsi in film e ad arrivare nelle sale cinematografiche, ma finalmente eccolo qui, impreziosito dalle belle interpretazioni di Daniele Parisi e Silvia D'Amico, già protagonisti di quel piccolo cult che è diventato Orecchie.
L'ospite è la storia di Guido (Daniele Parisi) che ha circa quarant'anni, vive con la sua compagna Chiara (Silvia D'Amico) e collabora con una professoressa universitaria che gli promette da anni la pubblicazione di un saggio e un assegno di ricerca che non arrivano. Questo mondo già di per sé precario esplode quando, dopo un rapporto sessuale, a causa della rottura di un preservativo c'è il rischio che Chiara sia rimasta incinta.
Di fronte a questa possibilità Guido e Chiara reagiscono in modo diverso: mentre il primo è più possibilista e in fondo fatalista, Chiara vede nella nascita di un figlio la fine delle sue possibilità di realizzarsi, lei che ha dovuto ripiegare su un lavoro da guida turistica per sbarcare il lunario. Il rapporto tra i due va in crisi e, per mettere un po' di distanza tra loro, Guido decide di andare via di casa appoggiandosi di volta in volta dai suoi genitori (conflittuali ma insieme da una vita) oppure dagli amici Lucia (sposata, con un figlio e in attesa di un secondo bambino) e Pietro (che passa da una fidanzata all'altra senza sosta).
Guido si trova così a oltrepassare la linea di confine che ci tiene a una distanza di sicurezza dalle vite degli altri, bucando la soglia dell'intimità altrui e accorgendosi che intorno a lui non c'è nulla che assomigli a una stabilità affettiva serena: il rapporto tra i genitori è turbolento ma essi appartengono a una generazione abituata "a mettere le toppe" e a superare i problemi, gli amici suoi coetanei - che abbiano o meno costruito una famiglia - sembrano non trovare pace in un turbinio di sentimenti in cui fanno fatica a distinguere tra quelli passeggeri e quelli che non lo sono e che in ogni caso non sanno come gestire all'interno della coppia.
Dentro una confezione in forma di commedia ironica e divertente, Duccio Chiarini ci propone un semiserio trattato di sociologia che sembra affondare le sue radici direttamente nelle riflessioni del grande Zygmunt Bauman, in particolare nel suo Amore liquido.
In un processo di precarizzazione spinta delle proprie vite, qui magistralmente sintetizzato attraverso la metafora del divano, protagonista della locandina e dell'ultima scena del film, la generazione dei trenta-quarantenni - oggetto tra l'altro di molti testi letterari, teatrali e per il cinema - da un lato vive in uno stato di incertezza costante e di impossibilità di programmare il futuro, dall'altro è terrorizzata dalla possibilità che la propria vita si cristallizzi in un senso o in un altro. In questo eterno movimento, temuto e perseguito più o meno inconsciamente, l'inseguimento della "felicità" è un imperativo talvolta male interpretato o comunque difficile da interpretare.
Come canta Brunori Sas nella canzone che interpreta dal vivo nel film, Un errore di distrazione, «Un giorno capirai che non c’era niente da cambiare / non c’era niente da rifare / bastava solo aver pazienza e aspettare che le cose che ogni cosa si aggiustasse da sé. Quel giorno capirai che la passione ha una scadenza che è soltanto una scemenza cercare il cielo in una stanza / ma ti piacciono le favole / è più forte di te».
Nella consapevolezza sempre più forte che l'amore ha una scadenza e che gli argini sociali che ne garantivano la sopravvivenza sono sempre più labili, la domanda che resta sospesa è come affrontare questa verità e dunque come vivere i rapporti di coppia. Senza dubbio in questo momento è un gran casino, in cui nessuno ci capisce niente e ha una valida strategia, ma forse - come dice Chiarini - è una fase di transizione tra il modo di vivere l'amore dei nostri genitori e quello che sarà il modo di viverlo dei nostri nipoti o pronipoti e che forse non riusciamo nemmeno a immaginare. Oppure è un gran casino e basta, e non se ne esce perché il modo in cui siamo fisiologicamente fatti va in contrasto non solo con il nostro sistema sociale ma anche con alcuni nostri bisogni emotivi. Come dico io, c'è qualcosa che deve non aver funzionato alla perfezione nel nostro percorso evolutivo ;-)
Voto: 3,5/5
lunedì 29 maggio 2017
Orecchie
Il film di Alessandro Aronadio è secondo me uno di quei film di nicchia destinati a diventare un piccolo cult.
Orecchie racconta una giornata della vita del protagonista (un bravissimo Daniele Parisi, che a tratti mi ha ricordato Mastandrea), dal momento in cui si sveglia, con un fastidioso fischio all'orecchio, a casa della sua fidanzata Alice (Silvia D'Amico) fino alla partecipazione al funerale del presunto amico Luigi.
Nel mezzo una serie di incontri ai limiti del surreale: le due suore che gli suonano il campanello per parlargli della Bibbia, la vicina di casa che gli vuole mostrare le foto del defunto marito, la receptionist del Pronto soccorso che non smette un attimo di chattare al cellulare, il ragazzino rapper a cui dà lezioni private, i due folli medici che lo visitano, il colloquio di lavoro con la direttrice di un giornale, l'incontro con la madre e il suo nuovo compagno performer, la visita a casa di un suo vecchio professore e di sua moglie, infine la chiacchierata con il prete che celebrerà il funerale di Luigi. Tra questi personaggi molti volti noti del cinema tra cui Pamela Villoresi, Massimo Wertmuller, Milena Vukotich, Piera degli Esposti, Ivan Franek, Rocco Papaleo.
Il tutto in un bianco e nero bello e poetico che, attraverso le lunghe passeggiate del protagonista, ci fa riscoprire non solo la Roma del centro e i suoi vicoli, ma anche le periferie, i palazzi e la street art.
E poi prestate attenzione a quello che accade sullo schermo, dove il formato del girato inizia dal verticale, poi diventa quadrato (difficilissimo e bellissimo) e finisce gradualmente in un più tradizionale 4:3, senza che questo provochi nello spettatore il minimo senso di straniamento e di discontinuità grazie al sapiente uso della composizione dell'immagine, sempre studiata in relazione al formato.
Parallelamente a questo ampliamento degli orizzonti di visione si compie il percorso del protagonista, un antieroe, insegnante supplente mite e un po' sfigato e forse anche un po' depresso e al contempo narcisista, certamente deluso dalla vita e dalle persone che sono - entrambe - molto lontane da quello a cui aspirerebbe e su cui non vuole scendere a compromessi. Un percorso volutamente sopra le righe alla scoperta della follia del mondo e della sua incomprensibilità per tornare infine a se stessi e comprendere che la radice della propria insoddisfazione sta nell'incapacità di accettare e un po' anche di rassegnarsi, nel rifiuto di condividere una superficialità che talvolta è anche leggerezza, nel cinismo che impedisce di fare delle scelte e anche di rischiare, con l'esito di ritrovarsi soli in questa che è l'unica vita che ci è stata data.
Un film, quello di Aronadio, tutto giocato su una cifra ironica che diventa a tratti esilarante, a volte amara, e che ricorda a livello di sensazione il cinema di Ciprì e Maresco. Una commedia in fondo a lieto fine, ma il cui messaggio non riesce a essere del tutto confortante.
Un invito a riflettere su noi stessi quando ci muoviamo sul fragile crinale che sta tra l'esercizio dello spirito critico e l'essere disadattati, tra una felicità superficiale e una tristezza profonda, tra la difesa della nostra identità e l'incapacità di esprimere e condividere le nostre emozioni.
Come non riconoscersi nel disagio esistenziale, nel male di vivere, nel senso di inadeguatezza e al contempo di superiorità del personaggio interpretato da Daniele Parisi?
Voto: 4/5
Orecchie racconta una giornata della vita del protagonista (un bravissimo Daniele Parisi, che a tratti mi ha ricordato Mastandrea), dal momento in cui si sveglia, con un fastidioso fischio all'orecchio, a casa della sua fidanzata Alice (Silvia D'Amico) fino alla partecipazione al funerale del presunto amico Luigi.
Nel mezzo una serie di incontri ai limiti del surreale: le due suore che gli suonano il campanello per parlargli della Bibbia, la vicina di casa che gli vuole mostrare le foto del defunto marito, la receptionist del Pronto soccorso che non smette un attimo di chattare al cellulare, il ragazzino rapper a cui dà lezioni private, i due folli medici che lo visitano, il colloquio di lavoro con la direttrice di un giornale, l'incontro con la madre e il suo nuovo compagno performer, la visita a casa di un suo vecchio professore e di sua moglie, infine la chiacchierata con il prete che celebrerà il funerale di Luigi. Tra questi personaggi molti volti noti del cinema tra cui Pamela Villoresi, Massimo Wertmuller, Milena Vukotich, Piera degli Esposti, Ivan Franek, Rocco Papaleo.
Il tutto in un bianco e nero bello e poetico che, attraverso le lunghe passeggiate del protagonista, ci fa riscoprire non solo la Roma del centro e i suoi vicoli, ma anche le periferie, i palazzi e la street art.
E poi prestate attenzione a quello che accade sullo schermo, dove il formato del girato inizia dal verticale, poi diventa quadrato (difficilissimo e bellissimo) e finisce gradualmente in un più tradizionale 4:3, senza che questo provochi nello spettatore il minimo senso di straniamento e di discontinuità grazie al sapiente uso della composizione dell'immagine, sempre studiata in relazione al formato.
Parallelamente a questo ampliamento degli orizzonti di visione si compie il percorso del protagonista, un antieroe, insegnante supplente mite e un po' sfigato e forse anche un po' depresso e al contempo narcisista, certamente deluso dalla vita e dalle persone che sono - entrambe - molto lontane da quello a cui aspirerebbe e su cui non vuole scendere a compromessi. Un percorso volutamente sopra le righe alla scoperta della follia del mondo e della sua incomprensibilità per tornare infine a se stessi e comprendere che la radice della propria insoddisfazione sta nell'incapacità di accettare e un po' anche di rassegnarsi, nel rifiuto di condividere una superficialità che talvolta è anche leggerezza, nel cinismo che impedisce di fare delle scelte e anche di rischiare, con l'esito di ritrovarsi soli in questa che è l'unica vita che ci è stata data.
Un film, quello di Aronadio, tutto giocato su una cifra ironica che diventa a tratti esilarante, a volte amara, e che ricorda a livello di sensazione il cinema di Ciprì e Maresco. Una commedia in fondo a lieto fine, ma il cui messaggio non riesce a essere del tutto confortante.
Un invito a riflettere su noi stessi quando ci muoviamo sul fragile crinale che sta tra l'esercizio dello spirito critico e l'essere disadattati, tra una felicità superficiale e una tristezza profonda, tra la difesa della nostra identità e l'incapacità di esprimere e condividere le nostre emozioni.
Come non riconoscersi nel disagio esistenziale, nel male di vivere, nel senso di inadeguatezza e al contempo di superiorità del personaggio interpretato da Daniele Parisi?
Voto: 4/5
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