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mercoledì 30 settembre 2026

Destroyer. Monk, 22 settembre 2026

Sono passati ormai dieci anni dal concerto di Destroyer al Quirinetta, organizzato da Unplugged in Monti con l’opening dei Barbarisms. Come sempre faccio in questi casi, mi sono riletta il post che avevo scritto a suo tempo, pensando che lì ci fosse scritto come avevo conosciuto questo artista, ma in realtà non ce n’è traccia. Cosicché chissà come in passato sono arrivata a Destroyer, il nome del progetto musicale del canadese Dan Bejar, di cui ricordo di aver amato molto alcuni album dell’epoca. Da allora non lo avevo seguito più tanto, ma recentemente – avendone letto recensioni positive – avevo comprato e ascoltato l’ultimo lavoro, Dan's Boogie.

Quando arrivo al Monk la sala è ancora chiusa e approfitto per mangiare una cosina. Tornando indietro posso entrare e la sala è allestita con i posti a sedere (io trovo un posto in prima fila), mentre sul palco campeggia solitaria una chitarra.

Capisco dunque che si tratterà, rispetto a quello di dieci anni fa, di un concerto intimo, e così è effettivamente quando Destroyer sale sul palco.

Inizia a macinare canzoni e – come da sua abitudine – tra una canzone e l’altra beve alternativamente da una bottiglia di birra, da un bicchiere e da una bottiglietta d’acqua. Di quando in quando dice qualche parola al pubblico, ricordando il titolo della canzone o ringraziando, ma nel complesso è molto riservato e concentrato sulla sua musica. Al termine della sua scaletta non si fa pregare a lungo per ritornare sul palco e cantarci altri due pezzi. Per la setlist completa tutti i riferimenti sono qui.

Nel pubblico c’è una grossa presenza straniera, forse perché Destroyer è più conosciuto nei paesi anglofoni, e, come sempre, intorno a me vedo molti appassionati che conoscono decisamente meglio di me il repertorio e apprezzano.

In conclusione, devo dire che pur amando i concerti intimi e raccolti, forse perché Destroyer non è un animale da palcoscenico in senso stretto, il concerto scivola via leggero, ma senza picchi ed entusiasmi, almeno per me.

Avrei dunque preferito una versione più ricca di strumenti, ma nondimeno sono contenta di aver ascoltato Destroyer dal vivo ancora una volta.

Voto: 3/5

mercoledì 9 settembre 2026

Wilco. Auditorium Parco della Musica, 31 agosto 2026

Quando a suo tempo era stato annunciato il concerto dei Wilco alla cavea dell’Auditorium Parco della Musica per il 31 agosto ero stata molto indecisa se comprare il biglietto. La data troppo a ridosso del mio rientro e la location da me poco amata mi avevano quasi convinto a rinunciare.

Poi, l’occasione di vedere i Wilco dal vivo dopo 10 anni dal concerto di Villa Ada, in un’estate decisamente avara di concerti per me interessanti a Roma, mi aveva convinto a prendere un biglietto del parterre, come per il concerto di Marco Castello.

Il 31 è il mio primo giorno lavorativo dopo le ferie, e non sono nemmeno sicura di avere a disposizione lo scooter (in pieno agosto ha pensato bene di morirmi la batteria), quindi tutto sembra preannunciare una serata faticosa.

E invece…

Nel parterre sono in compagnia di tanta gente della mia età o comunque non tantissimo più giovane di me, e dunque sono molto a mio agio. I Wilco, capeggiati dal loro leader Jeff Tweedy, salgono sul palco alle 21,15, e cominciano a macinare canzoni, mentre intorno a me l’entusiasmo cresce. Come sempre, ci sono molti appassionati che conoscono tutte le canzoni e io da questo punto di vista mi sento un’imbucata. Però, man mano che il concerto va avanti mi faccio trascinare anch’io dall’atmosfera e dal sound dei Wilco, che sa essere intimo, folk, romantico, melodico, ma anche rock e dissonante, a seconda dei momenti. Da questo punto di vista l’esecuzione di Via Chicago, in cui a più riprese i musicisti cominciano a produrre rumori e distorsioni mentre Jeff Tweedy continua a cantare normalmente è davvero qualcosa di geniale.

I sei musicisti sul palco – oltre a Tweedy, John Stirratt, Glenn Kotche, Pat Sansone, Nels Cline e Mikael Jorgensen - non si risparmiano, nonostante la serata caldissima, né si perdono in inutili chiacchiere. Jeff Tweedy si rivolge di tanto in tanto al pubblico in maniera garbata e quasi affettuosa, anche a tratti un po’ sorniona, e il concerto dei Wilco si conferma un concerto totalmente incentrato sulla musica e sulla sua esecuzione dal vivo. Nell’esecuzione del brano It’s just that simple Tweedy cede il microfono a John Stirratt, con cui Tweedy aveva condiviso a suo tempo l’esperienza musicale nella band degli Uncle Tupelo.

Non so se per la mia posizione – a poca distanza dal palco – o per la bravura dei Wilco, per una volta persino la cavea dell’Auditorium mi è sembrata un posto bello dove godere della musica e farsi trascinare dal ritmo delle canzoni.

La scaletta la rubo a chi conosce i Wilco meglio di me, ma anch’io – non fan assoluta, cosa che non sono praticamente di nessun cantante o gruppo – percepisco che il gruppo ha spaziato nel suo repertorio attingendo sia all’ultimo EP ma anche a molti altri dischi, tra quelli famosi e meno famosi.

Una bellissima serata di musica da cui sono tornata a casa stanca, ma ricaricata di energie positive.

Voto: 4/5

venerdì 28 agosto 2026

Fantastic Negrito (+ Il muro del canto). Casa del jazz, 29 luglio 2026

Sono passati ben sette anni dal mitico concerto di Fantastic Negrito (al secolo Xavier Amin Dphrepaulezz) al Largo Venue, che mi aveva fatto scoprire questo straordinario musicista e performer che dal vivo dà certamente il meglio di sé.

L’idea di tornare a vederlo cantare e suonare non era dunque nemmeno in discussione quando è stato annunciato – mesi fa – il suo concerto alla Casa del jazz.

Ed eccoci al concerto, stessa formazione dell’altra volta, io e F., solo che tutti (noi e pure Fantastic Negrito) siamo un po’ più vecchi.

L’opening del concerto è affidato alla band italiana Il muro del canto, “romani de Roma”, molto impegnati, che fanno una musica che si ispira a molte sonorità e generi diversi, il cui cantante Daniele Coccia Paifelman ha una voce profonda e graffiata davvero interessante e poco presente nel nostro panorama musicale. Diciamo che non è il mio genere di musica, ma ho apprezzato l’esibizione.

Dopo un breve cambio di palco, ecco arrivare i musicisti di Fantastic Negrito, chitarra, basso, batteria e tastiere. Subito dopo compare lui, vestito con un kimono e delle buffe scarpe e calze colorate e un alto cappello dentro il quale è racchiusa la sua crocchia.

Fantastic Negrito si conferma “animale da palcoscenico”, in quanto sul palco non solo canta e suona (chitarra e tastiere) senza risparmiarsi, ma salta, balla e mentre canta parla anche con il pubblico, mettendoci a parte della sua conoscenza di qualche parola italiana e anche di qualche parola giapponese che, come il kimono, arriva dal suo tour in Giappone.

Non ho una conoscenza così approfondita della musica di Fantastic Negrito per poter fare un resoconto dettagliato del concerto e della scaletta, anche perché il musicista americano ama molto mescolare le carte, fare dei medley tra canzoni diverse, e cambiare completamente gli arrangiamenti dei brani.

Resta palese la cifra caratteristica della sua musica che si muove agevolmente tra rock, blues, soul, funk e gospel, e nelle sue canzoni racconta il suo punto di vista sul mondo e i suoi sentimenti di fronte agli eventi della vita, come ad esempio il rapporto con un padre evidentemente distante e con dei problemi (non a caso il suo ultimo album si intitola Son of a broken man), cosa ha significato crescere in una famiglia con 15 figli, e in cui i genitori avevano oltre 30 di differenza tra loro, o ancora l’uccisione di suo fratello a 14 anni.

C’è tanto cuore nella musica di Fantastic Negrito, e anche grazie alla sua voce straordinaria e alle performance sua e dei suoi musicisti il risultato è sempre piuttosto entusiasmante. Tanto che il pubblico, prima seduto religiosamente sulle sedie (e quello in piedi raccolto nelle ali esterne del giardino della Casa del jazz) a un certo punto si alza tutto e invade la zona antistante il palco per ballare e cantare insieme a Fantastic Negrito.

Alla reprise, alla band di Fantastic Negrito si unisce Il muro del canto e questo assortito gruppo di musicisti ci delizia con un’ultima esecuzione fatta anche di tanta improvvisazione che rende ancora più calda questa caldissima serata romana.

Un bel concerto, sebbene quello del 2019 resta per me ineguagliabile, probabilmente perché in quel caso aveva giocato anche l’effetto sorpresa.

Voto: 3,5/5

sabato 1 agosto 2026

Patrick Watson. Casa del jazz, 26 luglio 2026

L’ultimo disco di Patrick Watson, Uh Oh, è tra quelli che ho ascoltato di più tra il 2025 e il 2026. E dire che pur conoscendo già il musicista canadese e avendo qualche altro suo album non ne ero mai stata conquistata. In questo caso, già solo l’apertura del disco con la traccia Silencio cantata insieme a November Ultra mi ha catturata e mi ha fatto amare tutto il lavoro.

Non è mia abitudine leggere informazioni di contesto quando ascolto un disco: mi deve piacere musicalmente e non per gli eventi che lo hanno prodotto. Accade così che solo durante il concerto e leggiucchiando qualcosa a posteriori scopro che questo disco arriva per Patrick Watson dopo un evento che per un cantante deve essere devastante, ossia una paralisi delle corde vocali che gli ha tolto la voce che molto lentamente sta recuperando.

Da questa situazione viene fuori un disco che si arricchisce di molte collaborazioni, la già citata November Ultra, ma anche Charlotte Cardin, Martha Wainwright e molti altri, soprattutto voci femminili ma non solo.

Il disco è doloroso e carezzevole allo stesso tempo, minimale ma anche ricco dal punto di vista degli arrangiamenti, e il risultato secondo me è notevole.

Non posso dunque perdere il concerto dal vivo, anche perché Patrick Watson manca da tempo dall’Italia, e tra l’altro ha scelto una location che a me piace molto, il bellissimo giardino della Casa del Jazz su viale di Porta Ardeatina.

Il concerto inizia abbastanza puntuale: Patrick Watson sale su un palco in cui non solo ci sono molti strumenti, tra i quali spicca un grande pianoforte verticale che sarà suonato da lui stesso, ma c’è una scenografia molto curata con tre grandi luci sul fondo e una tenda su cui – come vedremo – saranno proiettate delle immagini e dei video. Sul palco insieme a lui la sua band, con cui ha condiviso la lavorazione dell’ultimo album, formata da Mishka Stein a chitarra e basso, Olivier Fairfield a chitarra e percussioni, e Ariel Engle (conosciuta anche con il nome del suo progetto musicale di La Force), chitarra e voce.

Sul palco poi saliranno anche November Ultra, un’altra cantante di cui non colgo il nome (forse Hohnen Ford?) e persino una violinista che Patrick dice di aver incontrato in Puglia per un altro concerto.

>A un certo punto le voci femminili, La Force, November Ultra e Hohnen Ford diventano addirittura protagoniste insieme di alcune esecuzioni, una da sole, e un’altra insieme a Watson – un omaggio all’Italia, e al salentino Luigi come ci dice Patrick, Amara terra mia di Domenico Modugno.

Il concerto alterna canzoni ed esecuzioni molto intime, e di molte di queste Patrick ci rivela l’ispirazione – come nel caso del brano ispirato alla storia e alle fotografie di Vivian Meier, o del brano con cui si chiude il concerto dedicato al fratello morto in un incidente all’inizio di quest’anno -, a brani con un impianto sonoro più complesso e potente. In entrambi i casi, il tessuto luminoso accompagna perfettamente le atmosfere così come le immagini che vengono proiettate sulla tenda in fondo al palco.

L’atmosfera è magica, ricca di emozioni, sospesa, a volte interrotta dalla risata di Patrick Watson, e il tutto crea l’effetto di una celebrazione profonda della vita, nonostante e forse anche in virtù di tutte i dolori e le difficoltà di cui è costellata.

Un paesaggio sonoro prezioso, in cui il pianoforte di Watson è protagonista, ma sono straordinari anche i contributi delle chitarre (a volte in acustica e in solitaria), delle percussioni e dei sintetizzatori, che incredibilmente riescono a non essere fuori contesto in un’atmosfera musicale così rarefatta.

Per me uno dei più bei concerti cui abbia assistito negli ultimi anni.

Voto: 4,5/5

martedì 14 luglio 2026

Marco Castello. Auditorium Parco della Musica, 23 giugno 2026

Ho conosciuto Marco Castello grazie ai Kings of Convenience, il duo norvegese formato da Eirik Glambek Bøe ed Erlend Øye. Quest’ultimo si è trasferito da ormai quindici anni a Siracusa, dove si è inserito e ha conosciuto la scena musicale locale. Ebbene nel 2022 quando i Kings of Convenience hanno fatto un concerto estivo a Villa Ada si sono portati dietro Marco Castello e la sua band, che allora erano per me – e forse per molti – piuttosto sconosciuti. L’approccio orchestrale di Castello e la sua tromba jazz mi avevano conquistata, tanto che dopo quell’occasione avevo comprato i suoi primi dischi.

Non che poi lo abbia seguito stabilmente ma mi è rimasta l’idea di un musicista di grande qualità soprattutto nella esecuzione del vivo, cosa confermata in occasione del concerto al Monk del solo Erlend Øye con la Comitiva, formata da Marco Castello, Stefano Ortisi e Luigi Orofino.

Tutte queste premesse per dire che quando ho visto che Marco Castello era nel programma della Cavea dell’Auditorium, pur non amando molto la location, ho deciso di comprare il biglietto, e questa volta ho preferito prendere il parterre non per motivi economici, ma per capire se ascoltati e visti da lì i concerti della Cavea sono meglio che dalla gradinata.

Arrivo al concerto un po’ all’ultimo, dopo il lavoro, e mi ritrovo in mezzo a una quantità crescente di pubblico formato per il 90% di giovani, ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni. Era un sacco che non mi capitava di essere a un evento in cui la maggioranza delle persone è così giovane, il che per certi versi mi rincuora perché vuol dire che semplicemente ai giovani – com’è forse normale che sia – non piacciono di solito le stesse cose che piacciono a me e non vanno agli stessi eventi. Qui però convergiamo e, quando Marco Castello sale sul palco con la sua numerosa band (direi 7 persone oltre a lui, tra tastiere, batteria, basso, percussioni e strumenti a fiato), mi rendo conto di quanto questo cantautore e musicista sia amato dai giovani.

Castello imposta la sua scaletta dando soprattutto centralità al suo ultimo album, Quaglia sovversiva, che lui stesso ci presenta come la colonna sonora di un film (che non esiste), ma che racconta la storia di un luogo in un mondo post-apocalittico in cui un gruppo di ribelli tenta di contrastare l’appropriazione degli spazi.

Nel corso del concerto ci canterà tutte le canzoni del nuovo album, ma di tanto in tanto ci proporrà anche suoi vecchi pezzi, come Beddu, e alcune cover di canzoni brasiliane; in questo percorso, Castello canta e alterna – anche all’interno degli stessi pezzi – chitarra e tromba.

Intorno a me tutti cantano a squarciagola, e sono impressionata dalla quantità di ragazzi che conosce tutte le sue canzoni, anche quelle più recenti, parola per parola. Io riconosco qualche canzone che ho ascoltato di tanto in tanto, ma per il resto mi lascio trascinare dall’atmosfera, in cui – a dire la verità – mi sento un po’ vecchia e fuori posto, però alla fine ballo anche io insieme a loro al ritmo, a volte scatenato, a volte morbido, della musica di Castello.

I commenti di alcuni ragazzi all’uscita sono quasi commoventi (“è stata un’esperienza mistica”): io li ascolto con quel distacco che la vecchiaia inevitabilmente produce, ma sono contenta perché in questo parterre sotto il palco di Castello ho visto giovani non dissimili da come ero io alla loro età, ragazzi appassionati, giocosi, ma anche rispettosi, e ho pensato che tutto sommato c’è speranza in questo mondo, se ancora così tanti ragazzi possono amare una musica come quella di Castello che è musica di qualità e veicola anche messaggi positivi.

Voto: 3,5/5

mercoledì 8 luglio 2026

Munedaiko. Accademia Filarmonica Romana, 21 giugno 2026

Su proposta e stimolo della mia amica G. torno dopo molti anni al Giardini della Filarmonica a vedere lo spettacolo musicale dei Munedaiko, inserito nel programma del Festival che quest’anno è dedicato al tema Radici.

I Munedaiko sono un gruppo che si esibisce con i taiko, i cosiddetti “tamburi giapponesi”, una percussione tradizionale utilizzata soprattutto in contesti marziali, oppure religiosi e spirituali, in particolare in cerimonie buddiste e shintoiste.

Spesso gli spettacoli che hanno protagonisti i tamburi giapponesi prevedono la presenza di molti tamburi in scena e di molti musicisti creando un impatto sonoro importante (io non ho mai visto uno di questi spettacoli, ma così mi vengono raccontati); in questo caso invece i Munedaiko, che sono un trio, propongono una versione se vogliamo più intima, ma comunque affascinante, dell’arte del taiko.

I  Munedaiko sono tutti e tre marchigiani, della zona di Pesaro, ma con lunga esperienza nella pratica del taiko e anche in altre arti provenienti dal mondo giapponese. Il fondatore del gruppo è Mugen Yahiro, che ha anche suonato per un periodo con il gruppo Ondekoza dell’isola di Sado, coloro che hanno fanno conoscere la pratica del taiko in tutto il mondo. Accanto a lui Naomitsu Yahiro, esperto anche in arti marziali, e Tokinari Yahiro che, oltre al taiko, si esibisce anche con gli strumenti a fiato tradizionali giapponesi, shakuhachi e shinobue.

I Munedaiko durante il loro spettacolo combinano tutte queste qualità e competenze, mescolando le sonorità dei tamburi, il cui dialogo è a tratti sorprendente, con alcune coreografie marziali, con le sonorità degli strumenti a fiato e alfine persino con il canto.

Loro sono molto bravi – oltre che di un’eleganza che dai corpi e dai vestiti arriva alla performance – e lo spettacolo nel complesso risulta affascinante.

Voto: 3,5/5

giovedì 11 giugno 2026

Lucrecia Dalt. Monk, 27 maggio 2026

Purtroppo la capitale dal punto di vista della musica dal vivo, soprattutto quando si tratta artisti stranieri, è una piazza tendenzialmente piuttosto deludente. Sono stati variamente spiegati i motivi per cui la maggior parte delle band e dei cantanti che fanno i tour europei tendono a saltare l’Italia e se proprio ci fanno un passaggio, la scelta cade su Milano o al massimo su Bologna.

Così, accade che ogni volta che un o una musicista che ho ascoltato e che ho trovato interessante – anche se magari non in cima alle mie personali classifiche – fissa una data romana cerco di non lasciarmela sfuggire, e se il luogo è il Monk la decisione è ulteriormente rafforzata.

Dunque qualche mese fa avevo preso il biglietto per il concerto di Lucrecia Dalt, artista colombiana di cui avevo già comprato il disco precedente ¡Ay! sulla scorta delle recensioni positive che avevo letto, ma ne avevo abbandonato quasi subito l’ascolto, troppo sperimentale per me.

Ho voluto darle una seconda possibilità con l’ultimo disco, A danger to ourselves, nato dalla collaborazione – tra gli altri – con David Sylvian, e a questo giro l’ascolto è stato per me molto più interessante, soprattutto per alcuni brani.

Sul palco del Monk la Dalt si presenta con due musicisti, un batterista, Alex Lazaro, che si muove all’interno di una batteria composta in un modo originalissimo e le cui parti stanno non solo in basso rispetto alle sue mani ma anche in alto, e un bassista, Cyrus Campbell, che si sposta tra il basso e il contrabbasso.

La Dalt suona invece chitarra elettrica e classica, e soprattutto costruisce i suoi sottofondi sonori con pedaliera, secondo microfono, sintetizzatori e computer.

Quando attacca il primo brano mi dico che forse non sarà il concerto per me.

I tre musicisti – che sfoggiano un look un po’ steampunk – risultano algidi e la componente fortemente elettronica dei primi brani dal mio punto di vista non aiuta.

Però man mano che il concerto va avanti e le sonorità della Dalt si fanno – come nell’ultimo disco – più varie e miste, oscillando tra sonorità che si richiamano a quelle tradizionali della musica latinoamericana e sonorità elettroniche e dark, che a volte si fanno inquietanti, altre volte ipnotiche, altre volte quasi calde e rassicuranti, mi lascio andare e mi faccio conquistare.

Da lì in poi il concerto è come un viaggio psichedelico collettivo che rapidamente ci conduce verso un finale nel quale la Dalt si fa più loquace e più empatica nei confronti del pubblico, conquistata anche lei dall’atmosfera.

Cosicché al termine della scaletta, non mancano due canzoni di reprise prima di chiudere in bellezza.

E così, anche se non è esattamente il mio genere, i tappeti musicali complessi e stratificati di Lucrecia Dalt mi trascinano magneticamente nel mondo della musicista, facendomi apprezzare una volta di più la magia della musica dal vivo.

Voto: 3,5/5

lunedì 1 dicembre 2025

Micah P. Hinson. Monk, 19 novembre 2025

Il 31 ottobre scorso è uscito l’ultimo disco di Micah P. Hinson, The tomorrow man, che ho prontamente acquistato su Bandcamp in formato digitale (come faccio sempre) e ascoltato parecchie volte nel corso di queste prime settimane di novembre, al punto da diventare la mia colonna sonora preferita di queste giornate.

Il disco non prende direzioni originali o innovative rispetto a quanto Micah ha prodotto fin qui, ma devo dire che l’insieme delle canzoni del nuovo album è di una qualità media davvero elevata, e ce ne sono almeno 2 o 3 che potrei ascoltare a ripetizione. Tra l’altro, il prosieguo della collaborazione con Alessandro “Asso” Stefana negli arrangiamenti, supportato dalla splendida batteria di Paolo Mongardi, conferisce alle canzoni di Micah uno spessore e una rotondità particolarmente azzeccate.

Arrivo dunque al concerto preparata, e con grandi aspettative, anche perché la location del Monk è la mia preferita per questo tipo di concerti.

Non è previsto alcun opening e intorno alle 21,40 Micah P. Hinson sale sul palco con i suoi due musicisti e di cui si è già parlato: Mongardi che si posiziona alla sua batteria, e Asso Stefana che alterna tastiere, armonica da bocca, basso e steel guitar.

Il concerto parte subito con tre canzoni del nuovo album, Oh sleepyhead, One day I will get my revenge, e Think of me (una delle mie preferite, che Micah canta insieme alla sua nuova compagna, Stasera Micah è elegantissimo, vestito tutto di scuro, con un bel bolo tie al collo, un cappellone con la piuma, sotto il quale si cela la sua ormai stabile acconciatura da nativo americano.

D’altro canto, ormai sempre più convintamente Micah, nato a Memphis e cresciuto in Texas, rivendica le sue origini Chickasaw, un popolo nativo americano, in aperta polemica con la propaganda dell’uomo bianco, negli Stati Uniti e non solo. E del resto, sia la moglie dalla quale ha divorziato qualche anno fa, sia la nuova compagna, hanno entrambe la stessa origine.

Ma nei primi quaranta minuti, forse nella prima ora, del concerto, Micah è incredibilmente silenzioso, totalmente concentrato nel suonare la sua chitarra – imbracciata sempre alla sua maniera, con la cinta corta e quindi molto alta sul petto – e nel cantare le sue canzoni.

Il concerto prosegue con diverse altre canzoni del nuovo album, e di quando in quando nella scaletta fanno capolino canzoni provenienti da altri album, tra cui Beneath the rose. È proprio prima dell’esecuzione di questa canzone – che è una tra le più famose di Micah e risale a circa 25 anni fa – che finalmente il musicista si scioglie e comincia i monologhi a cui ci ha abituati durante i suoi concerti, che mescolano memorie personali, riflessioni politiche e religiose e molto altro.

Mentre si va verso la fine del concerto, Micah regala bellissime esecuzioni, splendidamente accompagnate dai suoi musicisti, di What does it matter now? e Carelessly, due pezzi che arrivano direttamente dal disco precedente.

Con la bellissima Walls si chiude un concerto di un’intensità straordinaria, che io mi sono goduta enormemente, e devo dire che rispetto all’ultimo concerto romano del 2024 ho trovato Micah in splendida forma, sia a livello fisico che a livello musicale ed emotivo. Evidentemente attraversa un buon periodo di vita, e del resto ormai sono stata a talmente tanti concerti di Micah che mi sembra di rincontrare un amico quando ci vado, e come con gli amici sono sempre molto contenta quando lo trovo così bene.

Micah, Asso e Mongardi escono dal palco, per poi rientrare per la reprise (su cui Micah ironizza) e dopo la versione acustica di Oh, sleepyhead, il concerto si chiude con la per me straordinaria I was just standing there e infine People e 500 miles. In questa reprise Micah è ancora più chiacchierino del solito e si lascia andare a mille riflessioni mentre – come sempre – fuma la sua sigaretta con il bocchino.

Personalmente, ho trovato il concerto musicalmente eccellente, Micah ad alti livelli, e la scelta delle canzoni mi ha resa felice: ho potuto ascoltare dal vivo tutto il suo nuovo album, e alcune delle più belle canzoni del suo repertorio recente e meno recente.

Voto: 4/5

venerdì 28 novembre 2025

Un weekend milanese: Fondazione Prada, Black Country New Road, Hangar Bicocca

Molti mesi fa avevo comprato il biglietto per il concerto dei Black Country, New Road ai Magazzini generali di Milano, perché da tempo seguo questo interessante gruppo inglese e avevo letto che l’esperienza dal vivo nel loro caso vale davvero la pena.

Considerato che a Roma ormai arrivano sempre meno i tour dei musicisti che mi interessano, ho pensato che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione.

E così quando è arrivato il momento, nonostante un periodo decisamente pieno di impegni, ho deciso di partire per Milano e di approfittare della trasferta non solo per partecipare al concerto, ma anche per sfruttare l’offerta milanese di attività culturali, e non solo.

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La Fondazione Prada e la mostra di Iñárritu


Il sabato pomeriggio, approfittando del fatto che ho l’alloggio in zona, vado a visitare la Fondazione Prada, di cui ho sentito molto parlare, ma dove non sono ancora stata.

Alla biglietteria mi consigliano di andare prima a visitare la torre, ossia l’edificio di nuova costruzione che è andato a innestarsi sull’insieme di edifici industriali che compongono il complesso architettonico.

Alla torre c’è una mostra che si chiama Atlas: io attraverso tutti i piani, apprezzo alcune opere, ma soprattutto apprezzo le pareti a vetri e la vista dall’alto di questa interessante porzione di città.

Tornando all’edificio dove si trova la biglietteria, il Podium, che sta di fronte alla biblioteca e al bar, vado a visitare la mostra Sueño Perro: Instalación Celuloide de Alejandro G. Iñárritu, che era quella che mi attirava di più. Questa mostra nasce dalla scoperta da parte del regista messicano che, dopo la realizzazione del suo famoso film Amores perros, i trecento chilometri di pellicola scartati sono stati conservati dall’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Il regista ha dunque deciso di dare una seconda vita a queste pellicole dimenticate, proiettandole nelle sale del Podium tramite grandi proiettori che mostrano lo srotolarsi della pellicola e che assumono un’atmosfera particolare grazie al fascio di luce che squarcia il buio delle sale. Ne viene fuori per lo spettatore un’esperienza davvero particolare, non solo visiva, ma anche sonora e tattile. Personalmente l’ho trovata molto affascinante.

Al piano di sopra dello stesso spazio espositivo c’è la mostra – primariamente fotografica - Mexico 2000: The Moment that Exploded con cui lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro mette in relazione il film di Iñárritu, uscito nel 2000, con la situazione politico-sociale del Messico in quel periodo, che rappresentò per il paese non l’inizio di una nuova era di democrazia, ma l’inizio di un tracollo che è ancora in corso.

Diciamo che probabilmente c’erano altri spazi e mostre da esplorare ma la Fondazione stava per chiudere e io dovevo rientrare per il concerto della sera. Comunque ci sarà certamente occasione di tornarci.

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Black country, new road ai Magazzini generali


L’orario di inizio del concerto dei Black Country, New Road indicato sul biglietto è le 20.00, che è uno strano orario perché nella mia ottica romana non è né un concerto presto né un concerto al solito orario. Nell’idea, anche questa molto romana, che sia solo un orario indicativo, vado ai Magazzini generali alle 20 esatte, ma a quell’ora non solo c’è la fila fuori, ma un sacco di gente è già entrata. Scopro tra l’altro che ai Magazzini generali non fanno portare e usare le macchine fotografiche (che rottura di scatole!) e dunque quando entro devo pure pagare due quote del guardaroba per la macchina fotografica e la giacca. In più cerco di avanzare tra la folla, ma sono oltre metà sala con un sacco di persone alte davanti a me, e vedo che sui ballatoi non c’è nessuno quindi ipotizzo che non ci si possa andare. Peccato che, solo quando la sala si riempie, facciano salire sui ballatoi e così chi è arrivato molto dopo di me ha probabilmente una visuale molto migliore della mia.

Tra l’altro quando arrivo sta già suonando un gruppo, formato da tre ragazzi e una ragazza, un classico gruppo indie rock, che però non so chi siano, posso solo immaginare che si tratti del gruppo spalla dei Black Country, New Road. Scoprirò solo dopo che si tratta dei Westside cowboys, la cui musica – devo ammettere – mi lascia parecchio indifferente, fors’anche perché sono infastidita dall’organizzazione del concerto in questo locale (molto, ma molto meglio il Monk!).

Comunque, quando sul palco arrivano i Black Country, New Road la musica cambia completamente e in tutti i sensi. Il gruppo è al gran completo con i suoi sei componenti, Tyler Hyde (basso), Lewis Evans (sassofono), Georgia Ellery (violino), May Kershaw (tastiere), Charlie Wayne (batteria) e Luke Mark (chitarra), disposti su due file, in prima fila le donne – protagoniste assolute dell’ultimo album, Forever Howlong – in seconda fila gli uomini.

Il concerto è in buona parte dedicato all’ultimo album che il gruppo suona quasi per intero, con un’unica pausa che è dedicata alla cover della canzone The ballad of El Goodo dei Big Star.

Mentre li ascolto e mi guardo intorno – ci sono ragazzi giovanissimi, ma anche persone di una certa età, e tutti sembrano pazzi della loro musica, che pure non si può dire veramente mainstream – capisco cosa hanno di speciale e di magnetico questi musicisti, ossia degli arrangiamenti davvero molto belli e particolari, direi quasi orchestrali, che fanno vivere il concerto come fosse non un insieme di pezzi, ma quasi un tutt’uno, una specie di musical.

Inoltre, nella loro musica c’è un mix di contemporaneo e di retrò che la rende particolare e forse anche per questo apprezzabile da persone provenienti da mondi musicali diversi.

Alla fine di questa ora e mezza abbondante di musica, i BC,NR annunciano che non fanno bis e che stanno per suonare l’ultima canzone, così – anche se il pubblico avrebbe voluto che il concerto proseguisse ancora (ma questo direi che è quasi la norma) – i musicisti ci salutano con un "arrivederci, a presto".

Bel concerto, nonostante i Magazzini generali.

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Hangar Bicocca e la mostra di Nan Goldin


L’ultima mattina del mio weekend milanese è dedicata alla visita ad Hangar Bicocca, un luogo che da tempo volevo visitare, e che in questo caso mi attira particolarmente visto che è in programma una retrospettiva su Nan Goldin, fotografa che ho conosciuto e apprezzato solo dopo aver visto il film vincitore qualche anno fa a Venezia All the beauty and the bloodshed.

La mostra in programmazione ad Hangar Bicocca, spazio espositivo molto interessante anche di per sé stesso, è intitolata This will not end well ed è una retrospettiva importante dedicata all’attività di Nan Goldin come filmmaker e artista multimediale. La mostra arriva a Milano dopo Stoccolma, Amsterdam e Berlino, e proseguirà verso Parigi, e si compone di 8 tra slideshow e video.

Lo slideshow, come avevo imparato nel summenzionato film, è una delle forme più tipiche di espressione di Nan Goldin, una strada intermedia tra il mezzo fotografico (inevitabilmente statico e più destinato all’osservazione attenta) e l’opera filmica vera e propria fatta di immagini in movimento. In questo caso, abbiamo immagini statiche che scorrono secondo una sequenza definita dall’artista e accompagnate da una colonna sonora, valorizzando dunque la forza narrativa delle immagini.

Il più famoso di questi slideshow della Goldin è The ballad of sexual dependency, che per la mostra in questione l’artista ha aggiornato e in parte rimontato.

Oltre a questo, in mostra ci sono altri 4 slideshow, Memory lost, Fire Leap, The other side e Stendhal Syndrome, e 3 video, due monocanale (Sirens e You Never Did Anything Wrong) e uno a tre canali con una installazione scultorea, dal titolo Sisters, Saint, Sibyls.

Ciascuna di queste proiezioni occupa un padiglione progettato appositamente dall’architetta Hala Wardé in collaborazione con la stessa Goldin, al fine di creare uno spazio che dialoghi con i contenuti proiettati.

Si consideri che per vedere l’intera mostra sono necessarie più di tre ore, perché le proiezioni possono durare ciascuna fino a 40 minuti. Io che avevo circa un’ora e mezzo di tempo, ho potuto vedere con calma solo The ballad of sexual dependency e Sisters, Saints, Sybils, quindi l’inizio e la fine, accomunate dalla dedica alla sorella di Nan, Barbara, morta suicida in un istituto psichiatrico.

L’universo di Nan Goldin – come sa chi ha visto il film – non è certo un universo spensierato e risolto, e non si può dire che si esca dalla mostra con l’animo sollevato, eppure la sua opera comunica una vitalità, una forza ed una energia davvero notevoli che meritano un’adesione emotiva e spirituale.

Da non perdere, ed eventualmente da andarci in più volte, visto che l’ingresso è gratuito.

giovedì 31 luglio 2025

King Hannah (+ Panta). Monk, 15 luglio 2025

La mia scoperta dei King Hannah, il nome d’arte della band formata primariamente da Craig Whittle e Hannah Merrick, con l’aggiunta di un tastierista/bassista e un batterista, è piuttosto recente e risale all’autunno dello scorso anno, quando in vista del concerto, tenutosi sempre al Monk, avevo iniziato ad ascoltare la loro musica, e soprattutto l’album Big Swimmer.

Dopo essere stata conquistata dall’esibizione di dicembre scorso, non mi lascio sfuggire la possibilità di riascoltarli dal vivo nel loro tour estivo, che di nuovo tocca il Monk di Roma.

Arrivo al concerto un po’ all’ultimo minuto direttamente dal lavoro, e per non perdere il mio posto in prima fila, non mi fermo al banchetto del merchandising dove c’è una bellissima maglietta che avrei comprato volentieri, e che invece a fine concerto è esaurita!

Comunque, almeno la prima fila (un po’ laterale) la conquisto e sono pronta con la mia macchina fotografica anche per questo concerto.

Alle 21 in punto salgono sul palco i Panta, una band indie rock di ragazzi romani che – ho ricostruito solo dopo – avevo già ascoltato dal vivo, sebbene in una formazione leggermente diversa, nel 2019 a Villa Ada nell’opening del concerto di Calexico + Iron&Wine. Rileggendo quanto avevo scritto allora, confermo la sensazione che già avevo avuto, ossia di una musica che inevitabilmente alle mie orecchie risulta troppo giovanilistica e che non mi conquista, per quanto sia gradevole da ascoltare e loro bravi ad eseguirla.

Dopo circa una mezz’ora di cambio palco, poco dopo le 22 salgono sul palco i King Hannah, e mi trovo in pieno effetto deja-vu visto che la formazione e la disposizione sul palco è la stessa di dicembre, Hannah è vestita esattamente nello stesso modo (vestito rosso a balze e scarpe adidas verdi) e anche la scaletta del concerto non è molto dissimile.

Ovviamente, rispetto all’effetto sorpresa di dicembre che mi aveva conquistata, a questo giro so già cosa mi aspetta, il che non vuol dire che il concerto mi sia piaciuto di meno.

In questo caso, poiché conoscevo già il tipo di presenza scenica di Hannah, il suo modo di cantare e di stare sul palco, mi sono concentrata di più sul pubblico, la cui età media era decisamente più alta di quella dei musicisti, e all’interno del quale c’erano molte persone in adorazione di Hannah, in particolare una donna in prima fila che ha ballato entusiasta e ascoltato rapita tutto il concerto, ricevendo vari messaggi muti dalla cantante e la consegna finale della scaletta.

Del resto, un po’ come a dicembre, dopo l’esecuzione dei primi brani, la cantante si è sciolta un po’ con il pubblico e ha raccontato che lei e Craig la sera prima erano stati ad Ostia a sentire Bill Callahan (che bella questa cosa di musicisti che vanno a sentire altri musicisti!) e durante il giorno hanno fatto i turisti per Roma per visitare i suoi monumenti e mangiare pizza e gelato.

I King Hannah si confermano musicisti di razza e lo spettacolo dal vivo è di alta qualità musicale e performativa, sebbene io confermi di essere particolarmente conquistata più che dalla loro componente rock da quella notturna e malinconica, che poi è in generale il tipo di musica che ascolto maggiormente.

Però bravi, e decisamente da tenere d’occhio anche per il futuro.

Voto: 3,5/5

mercoledì 16 luglio 2025

Daniel Norgren. Monk, 19 giugno 2025

Senza il successo del film Le otto montagne (che tra l’altro io continuo a non aver visto), probabilmente Daniel Norgren sarebbe rimasto praticamente sconosciuto per il pubblico italiano, salvo probabilmente una piccola nicchia di appassionati.

E invece la scelta dei registi Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch di utilizzare alcune sue canzoni, tra cui la ormai famosissima As Long As We Last presente nell’album Alabursky, per raccontare l’amicizia dei protagonisti del film (e ovviamente del libro di Cognetti) ha fatto conoscere più diffusamente il cantautore svedese, in particolare al pubblico italiano, che infatti sta riempiendo i club del suo tour estivo.

Io lo vado ad ascoltare insieme a F. al mio amato Monk, anche se la sala teatro che d’inverno è un nido caldo e accogliente d’estate diventa una specie di girone infernale a causa del caldo.

Dopo aver mangiato qualcosa in giardino e aver incrociato Norgren che faceva delle foto con dei fans, entriamo in sala subito all’apertura della stessa in modo da posizionarci come al solito sotto il palco. In questo caso non c’è nemmeno il corridoio dei fotografi, quindi siamo praticamente addosso al palco, ingombro di strumenti musicali: un vecchio pianoforte verticale sulla sinistra, delle chitarre appoggiate dallo stesso lato, la batteria al centro in fondo, un contrabbasso e un basso, e a destra un angolo tastiere e sintetizzatori, oltre ovviamente a casse e pedaliere.

Intorno alle dieci salgono sul palco Norgren e i componenti della sua band, Erik Berntsson alla batteria, Anders Grahn al contrabbasso e al basso, Anders Rane alle tastiere, sintetizzatori e flauti.

Per l’esecuzione delle prime canzoni Norgren – che è un omone di oltre due metri – si posiziona al pianoforte, cosicché noi lo vediamo solo di spalle; poi nel corso della serata si alterneranno canzoni che accompagna con il pianoforte e altre con le due chitarre elettriche, così come gli altri musicisti si muoveranno tra i vari strumenti che hanno in gestione. Mi colpisce in particolare il musicista alle tastiere e sintetizzatori, che è vestito con una salopette arancione e ha degli zoccoli svedesi tradizionali ai piedi e dimostra una straordinaria versatilità nonché bravura agli strumenti che suona.

In generale il concerto, che attraversa la produzione di Norgren tra canzoni a noi più note e altre meno note, è fatto soprattutto di arrangiamenti e di atmosfere che rivelano le qualità musicali di questo gruppo e ovviamente di Norgren, nonché la multiformità della sua musica che sarebbe riduttivo definire “alternative folk”.

Durante tutta la durata del concerto Norgren e i suoi ci trascinano attraverso ritmi e sonorità diversi che oscillano tra folk, blues, rock e sonorità ispirate a tradizioni musicali molto differenti (un tempo si diceva world music). Ne viene fuori un concerto non solo coerente, ma affascinante e quasi ipnotico, mentre Norgren ci parla di natura, di amori, di relazioni, di alberi e di boschi.

All’uscita dal palco il pubblico, entusiasta, vorrebbe ancora qualcosa. E così dopo un forsennato battimani Norgren e i suoi rientrano per quella che è una vera e propria ninna nanna con cui tutti andiamo a casa felici.

Un concerto di alto livello, di quelli che ti fanno amare la musica dal vivo e rendono l’esperienza di ascolto qualcosa di completamente diverso dall’ascolto della musica registrata. Una specie di partecipazione con tutti i sensi che ci si porta dietro a lungo.

Voto: 4/5

venerdì 11 luglio 2025

Ani Di Franco (+ Gracie and Rachel). Casa del jazz, 14 giugno 2025

La scorsa volta – e stiamo ormai parlando del lontano 2017 – ero andata al concerto di Ani Di Franco quasi per caso e fondamentalmente per curiosità, ed ero stata conquistata dall’energia straordinaria che mi aveva travolto.

E così, dopo quasi dieci anni di assenza dai palcoscenici romani, quando mi arriva la notizia che Ani suona alla Casa del jazz nell’ambito del suo tour di presentazione dell’ultimo album, Unprecedented sh!t, non mi lascio sfuggire l’occasione e compro immediatamente il biglietto.

Quando arrivo alla casa del jazz mi rendo conto di non esserci mai stata nei miei 25 anni a Roma, e mi dispiace parecchio perché il posto con il suo spazio esterno verde è davvero molto bello.

Nonostante siano solo le 21 quando arrivo, sul palco c’è già qualcuno che canta: sono Gracie and Rachel, due giovani musiciste che fanno parte della casa discografica di Ani Di Franco, Righteous Babes, e che l’accompagnano in questo tour.

Mi siedo dunque subito al mio posto in seconda fila, e ascolto le ultime 3-4 canzoni di questo opening in cui Gracie canta e suona le tastiere e Rachel suona il violino.

Dopo un cambio di palco e una preparazione degli strumenti, intorno alle 21,30 arriva Ani Di Franco, accompagnata da tre musicisti, uno alla batteria, uno alla steel guitar e chitarra elettrica, uno al contrabbasso e alle tastiere. Ani come sempre sfoggia le sue numerosissime chitarre – soprattutto acustiche, ma non solo: io ne ho contate almeno sei diverse, forse di più, con cui si è esibita nel corso di questo concerto.

A livello di scaletta, come era prevedibile Ani ha lasciato uno spazio significativo al nuovo album, ma non ha mancato di fare numerose incursioni nel suo repertorio, anche quello più datato, che è stato anche quello che per ovvi motivi ha suscitato maggiori entusiasmi nel pubblico.

Non sono mancate un paio di cover, e anche alcune canzoni eseguite con l’accompagnamento anche di Gracie and Rachel.

Tra una canzone e l’altra Ani ha parlato con il pubblico, accennando spesso alla situazione della politica americana e in generale richiamando gli ideale di lotta e resistenza cui si è sempre ispirata durante tutta la sua carriera, e che da sempre si riflettono nella sua musica.

Tutto questo, parole e musica, fatto con una carica di energia, un’empatia, un’umanità e una gioia che – esattamente come nel 2017 – hanno conquistato me e il pubblico. Così all’esecuzione dell’ultima canzone e dopo l’uscita dal palco della band, tutto il pubblico non solo l’ha richiamata a gran voce ma si è alzato dalle sedie e ha affollato lo spazio sotto il palco per assistere alla reprise stando vicino a questa donna e alla sua forza, quasi in un abbraccio reciproco.

Ed è stato bellissimo vedere che nel pubblico oltre alla mia generazione – coetanea di Ani – c’erano anche persone più avanti con gli anni e anche ragazze (soprattutto donne) molto più giovani, che evidentemente ancora nella musica della Di Franco trovano un significato e un piacere musicale e politico.

La musica e la società hanno ancora bisogno di Ani Di Franco e di musicisti che, come lei, credono ancora che la musica possa essere uno straordinario strumento di battaglia politica e di unione tra le persone.

Grazie.

Voto: 4/5