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venerdì 28 agosto 2026

Fantastic Negrito (+ Il muro del canto). Casa del jazz, 29 luglio 2026

Sono passati ben sette anni dal mitico concerto di Fantastic Negrito (al secolo Xavier Amin Dphrepaulezz) al Largo Venue, che mi aveva fatto scoprire questo straordinario musicista e performer che dal vivo dà certamente il meglio di sé.

L’idea di tornare a vederlo cantare e suonare non era dunque nemmeno in discussione quando è stato annunciato – mesi fa – il suo concerto alla Casa del jazz.

Ed eccoci al concerto, stessa formazione dell’altra volta, io e F., solo che tutti (noi e pure Fantastic Negrito) siamo un po’ più vecchi.

L’opening del concerto è affidato alla band italiana Il muro del canto, “romani de Roma”, molto impegnati, che fanno una musica che si ispira a molte sonorità e generi diversi, il cui cantante Daniele Coccia Paifelman ha una voce profonda e graffiata davvero interessante e poco presente nel nostro panorama musicale. Diciamo che non è il mio genere di musica, ma ho apprezzato l’esibizione.

Dopo un breve cambio di palco, ecco arrivare i musicisti di Fantastic Negrito, chitarra, basso, batteria e tastiere. Subito dopo compare lui, vestito con un kimono e delle buffe scarpe e calze colorate e un alto cappello dentro il quale è racchiusa la sua crocchia.

Fantastic Negrito si conferma “animale da palcoscenico”, in quanto sul palco non solo canta e suona (chitarra e tastiere) senza risparmiarsi, ma salta, balla e mentre canta parla anche con il pubblico, mettendoci a parte della sua conoscenza di qualche parola italiana e anche di qualche parola giapponese che, come il kimono, arriva dal suo tour in Giappone.

Non ho una conoscenza così approfondita della musica di Fantastic Negrito per poter fare un resoconto dettagliato del concerto e della scaletta, anche perché il musicista americano ama molto mescolare le carte, fare dei medley tra canzoni diverse, e cambiare completamente gli arrangiamenti dei brani.

Resta palese la cifra caratteristica della sua musica che si muove agevolmente tra rock, blues, soul, funk e gospel, e nelle sue canzoni racconta il suo punto di vista sul mondo e i suoi sentimenti di fronte agli eventi della vita, come ad esempio il rapporto con un padre evidentemente distante e con dei problemi (non a caso il suo ultimo album si intitola Son of a broken man), cosa ha significato crescere in una famiglia con 15 figli, e in cui i genitori avevano oltre 30 di differenza tra loro, o ancora l’uccisione di suo fratello a 14 anni.

C’è tanto cuore nella musica di Fantastic Negrito, e anche grazie alla sua voce straordinaria e alle performance sua e dei suoi musicisti il risultato è sempre piuttosto entusiasmante. Tanto che il pubblico, prima seduto religiosamente sulle sedie (e quello in piedi raccolto nelle ali esterne del giardino della Casa del jazz) a un certo punto si alza tutto e invade la zona antistante il palco per ballare e cantare insieme a Fantastic Negrito.

Alla reprise, alla band di Fantastic Negrito si unisce Il muro del canto e questo assortito gruppo di musicisti ci delizia con un’ultima esecuzione fatta anche di tanta improvvisazione che rende ancora più calda questa caldissima serata romana.

Un bel concerto, sebbene quello del 2019 resta per me ineguagliabile, probabilmente perché in quel caso aveva giocato anche l’effetto sorpresa.

Voto: 3,5/5

sabato 1 agosto 2026

Patrick Watson. Casa del jazz, 26 luglio 2026

L’ultimo disco di Patrick Watson, Uh Oh, è tra quelli che ho ascoltato di più tra il 2025 e il 2026. E dire che pur conoscendo già il musicista canadese e avendo qualche altro suo album non ne ero mai stata conquistata. In questo caso, già solo l’apertura del disco con la traccia Silencio cantata insieme a November Ultra mi ha catturata e mi ha fatto amare tutto il lavoro.

Non è mia abitudine leggere informazioni di contesto quando ascolto un disco: mi deve piacere musicalmente e non per gli eventi che lo hanno prodotto. Accade così che solo durante il concerto e leggiucchiando qualcosa a posteriori scopro che questo disco arriva per Patrick Watson dopo un evento che per un cantante deve essere devastante, ossia una paralisi delle corde vocali che gli ha tolto la voce che molto lentamente sta recuperando.

Da questa situazione viene fuori un disco che si arricchisce di molte collaborazioni, la già citata November Ultra, ma anche Charlotte Cardin, Martha Wainwright e molti altri, soprattutto voci femminili ma non solo.

Il disco è doloroso e carezzevole allo stesso tempo, minimale ma anche ricco dal punto di vista degli arrangiamenti, e il risultato secondo me è notevole.

Non posso dunque perdere il concerto dal vivo, anche perché Patrick Watson manca da tempo dall’Italia, e tra l’altro ha scelto una location che a me piace molto, il bellissimo giardino della Casa del Jazz su viale di Porta Ardeatina.

Il concerto inizia abbastanza puntuale: Patrick Watson sale su un palco in cui non solo ci sono molti strumenti, tra i quali spicca un grande pianoforte verticale che sarà suonato da lui stesso, ma c’è una scenografia molto curata con tre grandi luci sul fondo e una tenda su cui – come vedremo – saranno proiettate delle immagini e dei video. Sul palco insieme a lui la sua band, con cui ha condiviso la lavorazione dell’ultimo album, formata da Mishka Stein a chitarra e basso, Olivier Fairfield a chitarra e percussioni, e Ariel Engle (conosciuta anche con il nome del suo progetto musicale di La Force), chitarra e voce.

Sul palco poi saliranno anche November Ultra, un’altra cantante di cui non colgo il nome (forse Hohnen Ford?) e persino una violinista che Patrick dice di aver incontrato in Puglia per un altro concerto.

>A un certo punto le voci femminili, La Force, November Ultra e Hohnen Ford diventano addirittura protagoniste insieme di alcune esecuzioni, una da sole, e un’altra insieme a Watson – un omaggio all’Italia, e al salentino Luigi come ci dice Patrick, Amara terra mia di Domenico Modugno.

Il concerto alterna canzoni ed esecuzioni molto intime, e di molte di queste Patrick ci rivela l’ispirazione – come nel caso del brano ispirato alla storia e alle fotografie di Vivian Meier, o del brano con cui si chiude il concerto dedicato al fratello morto in un incidente all’inizio di quest’anno -, a brani con un impianto sonoro più complesso e potente. In entrambi i casi, il tessuto luminoso accompagna perfettamente le atmosfere così come le immagini che vengono proiettate sulla tenda in fondo al palco.

L’atmosfera è magica, ricca di emozioni, sospesa, a volte interrotta dalla risata di Patrick Watson, e il tutto crea l’effetto di una celebrazione profonda della vita, nonostante e forse anche in virtù di tutte i dolori e le difficoltà di cui è costellata.

Un paesaggio sonoro prezioso, in cui il pianoforte di Watson è protagonista, ma sono straordinari anche i contributi delle chitarre (a volte in acustica e in solitaria), delle percussioni e dei sintetizzatori, che incredibilmente riescono a non essere fuori contesto in un’atmosfera musicale così rarefatta.

Per me uno dei più bei concerti cui abbia assistito negli ultimi anni.

Voto: 4,5/5

venerdì 11 luglio 2025

Ani Di Franco (+ Gracie and Rachel). Casa del jazz, 14 giugno 2025

La scorsa volta – e stiamo ormai parlando del lontano 2017 – ero andata al concerto di Ani Di Franco quasi per caso e fondamentalmente per curiosità, ed ero stata conquistata dall’energia straordinaria che mi aveva travolto.

E così, dopo quasi dieci anni di assenza dai palcoscenici romani, quando mi arriva la notizia che Ani suona alla Casa del jazz nell’ambito del suo tour di presentazione dell’ultimo album, Unprecedented sh!t, non mi lascio sfuggire l’occasione e compro immediatamente il biglietto.

Quando arrivo alla casa del jazz mi rendo conto di non esserci mai stata nei miei 25 anni a Roma, e mi dispiace parecchio perché il posto con il suo spazio esterno verde è davvero molto bello.

Nonostante siano solo le 21 quando arrivo, sul palco c’è già qualcuno che canta: sono Gracie and Rachel, due giovani musiciste che fanno parte della casa discografica di Ani Di Franco, Righteous Babes, e che l’accompagnano in questo tour.

Mi siedo dunque subito al mio posto in seconda fila, e ascolto le ultime 3-4 canzoni di questo opening in cui Gracie canta e suona le tastiere e Rachel suona il violino.

Dopo un cambio di palco e una preparazione degli strumenti, intorno alle 21,30 arriva Ani Di Franco, accompagnata da tre musicisti, uno alla batteria, uno alla steel guitar e chitarra elettrica, uno al contrabbasso e alle tastiere. Ani come sempre sfoggia le sue numerosissime chitarre – soprattutto acustiche, ma non solo: io ne ho contate almeno sei diverse, forse di più, con cui si è esibita nel corso di questo concerto.

A livello di scaletta, come era prevedibile Ani ha lasciato uno spazio significativo al nuovo album, ma non ha mancato di fare numerose incursioni nel suo repertorio, anche quello più datato, che è stato anche quello che per ovvi motivi ha suscitato maggiori entusiasmi nel pubblico.

Non sono mancate un paio di cover, e anche alcune canzoni eseguite con l’accompagnamento anche di Gracie and Rachel.

Tra una canzone e l’altra Ani ha parlato con il pubblico, accennando spesso alla situazione della politica americana e in generale richiamando gli ideale di lotta e resistenza cui si è sempre ispirata durante tutta la sua carriera, e che da sempre si riflettono nella sua musica.

Tutto questo, parole e musica, fatto con una carica di energia, un’empatia, un’umanità e una gioia che – esattamente come nel 2017 – hanno conquistato me e il pubblico. Così all’esecuzione dell’ultima canzone e dopo l’uscita dal palco della band, tutto il pubblico non solo l’ha richiamata a gran voce ma si è alzato dalle sedie e ha affollato lo spazio sotto il palco per assistere alla reprise stando vicino a questa donna e alla sua forza, quasi in un abbraccio reciproco.

Ed è stato bellissimo vedere che nel pubblico oltre alla mia generazione – coetanea di Ani – c’erano anche persone più avanti con gli anni e anche ragazze (soprattutto donne) molto più giovani, che evidentemente ancora nella musica della Di Franco trovano un significato e un piacere musicale e politico.

La musica e la società hanno ancora bisogno di Ani Di Franco e di musicisti che, come lei, credono ancora che la musica possa essere uno straordinario strumento di battaglia politica e di unione tra le persone.

Grazie.

Voto: 4/5