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mercoledì 6 maggio 2026

Le false confidenze / Marivaux; regia di Arturo Cirillo. Teatro Argentina, 22 aprile 2026

Che Arturo Cirillo sia una delle figure più interessanti del teatro italiano contemporaneo non lo scopro certo oggi. Lo seguo da tempo, prima soprattutto come attore, poi sempre più impegnato sul piano della riscoperta di testi da riportare a teatro e nella regia degli stessi.

Dopo aver esplorato l'opera di Molière, con questo lavoro Cirillo si sposta su un altro drammaturgo e scrittore settecentesco, Pierre de Marivaux, e porta in scena Le false confidenze.

L'opera racconta del giovane e spiantato Dorante (il sempre bravissimo Giacomo Vigentini) che, sotto la regia del servo Dubois (lo stesso Cirillo), si fa assumere come segretario dalla nobildonna vedova e ricchissima Araminte (Elena Sofia Ricci) con l’obiettivo di conquistarne il cuore. Per Dubois si tratta di dimostrare – forse a sé stesso – di essere in grado di cambiare il corso degli eventi e di rovesciare la tetragona razionalità della sua padrona; per Dorante apparentemente è un modo per tirarsi fuori da una condizione di povertà e assenza di futuro, ma in realtà il giovane si scoprirà realmente innamorato della donna.

Intorno a questi personaggi principali si muovono gli altri protagonisti della storia, lo zio di Dorante, il procuratore Remy (Rosario Giglio), la cameriera Marton (Giulia Trippetta), il servo Arlecchino (Francesco Petruzzelli), la madre di Araminte (Orietta Notari) e il conte, promesso sposo di Araminte (Giacinto Palmarini). Tutti personaggi molto ben delineati e con ruoli significativi nella narrazione, ciascuno a suo modo interessante e tratteggiato da Marivaux in fondo con compassione e con affetto.

In un impianto che certamente attinge agli stilemi della commedia dell’arte, da cui ad esempio proviene direttamente la maschera di Arlecchino, Marivaux sembra riprenderne anche la struttura narrativa e il tono, fatti di trame e infingimenti, di convincimenti e di ribaltamenti, qui orchestrati dal servo Dubois, ma in realtà lo scrittore appare infine più interessato a indagare i meccanismi dell’innamoramento e la forza dell’amore, che finirà per scavalcare e dare un significato diverso all’intrigo perpetrato dal servo.

Cirillo sceglie una messa in scena che mescola riferimenti al periodo storico con importanti elementi di modernità, mescolanza che la scenografia di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi e il commento sonoro di Federico Mezzana assecondano ed esaltano.

Su una scenografia con pareti mobili che ruotano su sé stesse e con una superficie quasi metallica, i personaggi si incontrano e si sfuggono, si guardano e si spiano, ciascuno nel tentativo di capire la propria collocazione nel fluire degli eventi.

Gli attori, molti dei quali affezionati collaboratori di Cirillo, fanno a gara di bravura (io ho un debole per Vigentini), ma un plauso speciale lo merita Elena Sofia Ricci, una Araminte sontuosa e al contempo titubante, magnetica ma anche confusa, rigida e insieme tenerissima. Un personaggio che alla fine non si può non amare profondamente e nel quale non si può non immedesimarsi: cosicché sul ballo finale siamo tutti con lei a celebrare la forza dell’amore e la vittoria dei sentimenti.

Ogni tanto una esperienza teatrale che ci riconcilia con un mezzo espressivo che spesso si fa fatica ad amare, nonostante lo si vorrebbe.

Voto: 4/5


martedì 7 aprile 2026

Ashes / Muta Imago. Spazio Diamante, 21 marzo 2026

Sollecitata da un breve post di Nicola Lagioia, decido di andare a vedere questo spettacolo dei Muta Imago  con la regia e la drammaturgia di Riccardo Fazi, presso lo Spazio Diamante, bel teatro e sala concerti su via Prenestina. Non conosco il progetto teatrale dei Muta Imago e dunque per me è anche l’occasione per sperimentare qualcosa di nuovo.

Prima di arrivare al teatro avevo letto poco, se non che il lavoro Ashes è fortemente incentrato sulle sonorizzazioni. Sul palco, quattro microfoni su aste e, alla destra dei microfoni, una postazione per il musicista Lorenzo Tomio che, con i suoi interventi musicali e sonori, non accompagna semplicemente lo spettacolo, ma ne diventa protagonista.

Dietro le aste, al buio e poi appena rischiarati da luci soffuse, compaiono quattro personaggi, interpretati da Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano e Arianna Pozzoli. Inizialmente di loro sentiamo solo i respiri e i gorgoglii in parte amplificati dai microfoni, poi comincia una specie di chiacchiericcio di fondo, fatto di piccoli monologhi, pensieri, brevi dialoghi, onomatopee, versi di animali e molto altro.

Non c’è una vera narrazione in senso tradizionale in questo spettacolo, e solo qua e là ci sembra di riconoscere un fil rouge nel racconto, forse la storia degli abitanti di una casa che seguiamo dalla fine del XIX secolo fino a un futuro nel quale la casa stessa diventa un luogo per illustrare com’era la vita un tempo e quali strani oggetti utilizzava questa umanità del passato.

Nel mezzo, situazioni, eventi, rumori, che raccontano di compleanni, capodanni, natali, nascite, morti, cadute, rapporti familiari, e altro che sta a ognuno decodificare, ovvero a cui ci si può anche solo lasciare andare.

Aleggia in quest’ora di spettacolo la ricerca di un significato della vita in relazione al tempo che passa, alle persone che cambiano e che si sostituiscono le une alle altre, in un andamento circolare e ineluttabile di cui rimane appunto un chiacchiericcio di fondo, su cui ogni tanto si accendono delle luci a illuminare momenti specifici, quelli che di solito immortaliamo e che spesso sono gli unici che vanno a costituire la nostra memoria, ma che comunque sono destinati a essere spazzati via, o a cambiare di significato nel tempo, o a essere perduti.

A tratti, lo spettacolo dei Muta Imago mi ha fatto pensare al film di Zemeckis Here che a sua volta si ispirava a un graphic novel, nonché a Sentimental value, perché in entrambi i casi – ove più ove meno – i luoghi e il tempo che passa si fanno protagonisti più ancora delle persone che li abitano. Le persone passano, i luoghi restano certamente oltre la vita delle persone ed è come se in qualche modo ne tramandassero una memoria silenziosa e invisibile.

Quando mi sono trasferita nella casa dove vivo adesso, nella casa di fronte alla mia vedevo spesso una signora anziana, ma tutto sommato in buona salute, uscire sulla terrazza a curare le sue bellissime e rigogliose piante. Talvolta, ne sentivo da lontano la voce mentre parlava con quelle che immagino fossero la figlia e la nipote. Poi all’improvviso la casa si è fatta silenziosa, le piante sono morte tutte, fino a quando ho visto ricomparire sul terrazzo altre persone, prima sporadicamente, poi abbastanza sistematicamente. Qualcuno di coloro che ci abitano adesso da qualche tempo sembra stare facendo anche qualche tentativo di piantare qualcosa.

C’è un misto di malinconia e tristezza, ma anche di sotterranea gioia nell’idea di quanto tutto conti e nulla conti, che siamo un momento nella storia, di grandissimo significato per noi stessi mentre viviamo, ma di scarsissimo significato nel grande orizzonte del tempo che passa inesorabile.

E Ashes ce lo ricorda, in modo delicato e forte, sottile e potente. Bello.

Voto: 4/5

domenica 3 agosto 2025

West side story / regia di Damiano Michieletto. Terme di Caracalla, 17 luglio 2025

Erano passati ormai diversi anni dall'ultima volta a Caracalla per uno spettacolo estivo e dunque quest'anno vedendo in cartellone West side story con la regia di Damiano Michieletto ho pensato fosse arrivato il momento di tornarci.

West side story è un musical che non ha bisogno di presentazioni: liberamente ispirato alla tragedia di Shakespeare Romeo e Giulietta, è stato scritto da Stephen Sondheim e musicato dal grande Leonard Bernstein, mentre il libretto è di Arthur Laurents e l'idea e la prima messinscena di Jerome Robbins.

La storia è ambientata negli anni Cinquanta nell'Upper West Side e vede protagoniste due bande di adolescenti che si contendono il controllo delle strade. In questo scontro si consuma la tragica storia d'amore tra Tony, che fa parte della banda dei bianchi, e Maria, che invece è la ragazza di uno dei componenti della banda portoricana.

Nel musical però trovano posto anche molte altre tematiche che vanno dal sogno americano al razzismo, all'immigrazione e alle problematiche di accettazione e assimilazione.

Non a caso Michieletto gioca sul palco con delle grandi lettere illuminate (tipo quelle di Broadway) che a seconda dei momenti del racconto vanno a formare le parole America, Miracle e Maria, che in un certo senso sono i temi intorno a cui gira il racconto.

Il regista sceglie di ambientare la vicenda sul fondo di una piscina su cui domina una grande piattaforma per i tuffi e nella quale, oltre al cast, si collocano gli elementi mobili della scenografia, oltre alle lettere, una specie di colonna con la fiaccola rovesciata e caduta (secondo un simbolismo direi piuttosto intuitivo).

Il testo è quello originale in inglese e spagnolo (con sottotitoli nelle lingue originali e in italiano al lato del palco), cosa che talvolta distoglie l'attenzione da quello che sta succedendo.

Grazie all'esecuzione dal vivo dell'immortale colonna sonora di Bernstein, di cui alcuni brani fanno ormai parte della cultura pop mondiale, e al corpo di ballo del teatro dell'opera su coreografie di Sasha Riva e Simone Repele, nonché ai bellissimi costumi di Carla Teti, assistiamo a uno spettacolo visivamente davvero bello e a tratti anche entusiasmante. Peccato per l'eccesso di andirivieni sulle tribune, ai due vecchi che non stanno zitti un attimo accanto a me, all'orario tardo che si somma alla mia stanchezza. E però, nonostante tutto questo, Michieletto e West side story riescono a conquistarmi e a convincermi, grazie al mix di una storia senza tempo e in fondo attualissima e la costruzione di un universo pop sbrilluccicante che aggiunge ulteriori livelli di lettura e fruizione.

Il resto lo fa la straordinaria scenografia delle Terme di Caracalla che - nonostante i rumori e le musiche della movida estiva romana - resta un'ambientazione straordinaria.

Voto: 4/5

lunedì 30 giugno 2025

Autoritratto / di e con Davide Enia. Teatro India, 30 maggio 2025

La stagione teatrale si conclude con questo spettacolo di e con Davide Enia, visto al Teatro India nel giorno del mio compleanno. Lo spettacolo, presentato in anteprima al Festival dei due mondi di Spoleto, è anche un libro, pubblicato da Sellerio con il sottotitolo Istruzioni per sopravvivere a Palermo.

Su un palco sostanzialmente spoglio, Enia è accompagnato da Giulio Barocchieri che lo esegue le musiche da lui stesso composte.

Fin dalle primissime battute, con un canto in dialetto siciliano, Enia ci trasporta nelle strade della Palermo degli anni Ottanta e Novanta, quella attraversata dalla guerra di mafia, quella insanguinata dai morti ammazzati, la stessa nella quale Enia e i suoi coetanei sono cresciuti.

La storia di questa Sicilia è dunque anche storia personale che si apre con il primo incontro a nove anni con la scena di un omicidio mafioso e con un morto ammazzato, e prosegue attraverso ricordi personali e familiari che si intrecciano con la storia collettiva, quella che passa per il lunghissimo sequestro del piccolo Giuseppe di Matteo fino alla sua uccisione dopo 778 giorni e per gli attentati a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino.

Tutto questo racconto è proposto da Enia mediante un lungo monologo inframmezzato da canti e musiche, nonché dall’uso del dialetto, e non ultimo un uso del corpo sapiente che si fa parte attiva della narrazione.

Ne viene fuori un lavoro che emoziona facendo risalire a galla della coscienza la memoria collettiva – facilmente messa a tacere dalla quotidianità – nonché una serie di domande scomode, forse destinate a rimanere senza risposta.

Autoritratto – come del resto suggerisce anche il titolo scelto dall’autore – è anche una riflessione sul rapporto tra chi siamo e i luoghi dai quali proveniamo, che in un modo o nell’altro sono parte della nostra persona, ed è questo un tema che da persona del sud che ha scelto di costruire la propria vita altrove sento molto forte.

Risale ormai a sei anni fa l’ultimo spettacolo di Enia che avevo visto a teatro, L’abisso, e pur mantenendo la memoria dell’emozione di allora, non ricordavo i dettagli di quello spettacolo. Ora, rileggendo quanto avevo scritto a suo tempo, non posso che riconoscere che Enia è rimasto fedele al suo stile e che riesce ancora a muovere emozioni e sentimenti con il suo teatro di parola, e speriamo che l’ispirazione continui ad accompagnarlo in futuro visto che sono sempre meno i rappresentanti di questa forma teatrale che riescono ancora a toccarmi il cuore. Mi pare anzi che, rispetto allo spettacolo visto a suo tempo, in questo caso la dimensione privata e personale si sposi ancora meglio emotivamente e narrativamente con il racconto della storia collettiva, colpendo nettamente nel segno.

Bravo Enia, e lunga vita al teatro di parola.

Voto: 4/5

mercoledì 26 febbraio 2025

Elena la matta / con Paola Minaccioni. Teatro Sala Umberto, 6 febbraio 2025

Lo spettacolo portato in scena da Paola Minaccioni per la regia di Giancarlo Nicoletti è ispirato al libro di Gaetano Petraglia La matta di piazza Giudia (che è stato riadattato per il teatro da Elisabetta Fiorito), integrando la storia di Elena Di Porto con quella di Settimia Spizzichino, l’unica sopravvissuta al rastrellamento del ghetto, nonché altre testimonianze di quel periodo provenienti dalla comunità ebraica di Roma.

La scenografia di Alessandro Chiti – come sempre molto riconoscibile nel suo impatto visivo - presenta un piano inclinato in legno in cui si aprono due alloggiamenti dove trovano posto i musicisti Valerio Guaraldi, compositore delle musiche originali, e Claudio Giusti, che accompagnano dal vivo con canzoni, musiche e suoni la performance di Paola Minaccioni. Davanti a questo piano inclinato stracci e vestiti ammucchiati.

Paola Minaccioni si muove sia sul piano inclinato intorno ai musicisti sia davanti a esso, utilizzando di volta in volta alcuni degli abiti ammucchiati per raccontare momenti diversi della storia o rappresentare personaggi collaterali.

La protagonista, Elena Di Porto, nasce a Roma nel 1912 da una famiglia ebrea; la sua vita sembra instradata lungo il percorso comune alla maggior parte delle donne di quel periodo. Un marito a cui essere sottomessa, dei figli da tirare su da sola, il clima sempre più soffocante creato dal regime, soprattutto dopo le leggi razziali, la guerra e la persecuzione nei confronti degli ebrei.

Ma Elena non è una donna come le altre: è indomita, coraggiosa, generosa, di mente aperta e non tollera i soprusi. Per questo sarà fortemente osteggiata e il suo ribellarsi sarà stigmatizzato come pazzia, costringendola a più ricoveri in ospedale psichiatrico, a Santa Maria della Pietà; subirà poi il confino in Basilicata e al ritorno a Roma vivrà il rastrellamento del ghetto e la deportazione.

Attraverso la dirompente fisicità di Paola Minaccioni – bravissima e camaleontica – la figura di Elena e quella delle altre donne ch’ella incontra a Santa Maria della Pietà e al confino prendono vita davanti ai nostri occhi in maniera vivida ed emozionante.

Grazie all’uso di un romanesco verace e antico – che porta con sé una percezione di credibilità e immediatezza – lo spettacolo di Nicoletti riesce a trasmettere quel mix unico di ironia, commozione e tragedia che è tipico della romanità, senza scadere mai nella banalità e nella retorica, e sfuggendo – dal mio punto di vista – al rischio di diventare uno spettacolo a tesi.

Un monologo che crea un’identificazione forte del pubblico con le vicende della donna raccontata, muovendo sentimenti senza scadere nel sentimentalismo.

Il lungo appaluso finale del pubblico, che in parte si alza anche in piedi, è la conferma del fatto che lo spettacolo arriva dritto al cuore e alla mente degli spettatori.

Voto: 4/5

mercoledì 12 febbraio 2025

Anna Cappelli / di Annibale Ruccello; con Valentina Picello. Teatro India, 26 gennaio 2025

Dopo aver inseguito a lungo la possibilità di vedere quest’opera (l’ultima) di Ruccello a teatro, mi capita addirittura di vederla due volte in meno di un anno.

Dopo aver assistito alla messa in scena diretta da Renato Chiocca al Cometa Off e interpretata da Giada Prandi, eccomi stavolta al Teatro India dove Anna Cappelli è interpretata da Valentina Picello con la regia di Claudio Tolcachir.

Su questo ultimo testo depositato in SIAE da Annibale Ruccello prima della sua prematura scomparsa non dirò quasi nulla: per la storia, il modo in cui è organizzata e i temi trattati rimando alla mia precedente riflessione.

Mi soffermerò invece sulle differenze della messa in scena e della recitazione.

In questo caso il palcoscenico è completamente ricoperto da una specie di strato di terra in cui affondano alcuni oggetti d’arredo ed elettrodomestici: una lavatrice, un frigorifero coricato, uno specchio, una poltrona, una cyclette, un lampadario. Tutto ha un aspetto consunto e deteriorato.

In questo ambiente troviamo – fin dal momento dell’ingresso in sala – Anna (l’attrice Valentina Picello), che a sua volta ha un aspetto fortemente trasandato, vestiti malmessi e capelli arruffati. Altri abiti sono disseminati qua e là sulla scena, e saranno utilizzati dall’attrice nel corso della rappresentazione.

Nelle diverse scene che compongono lo spettacolo l’attrice si muove in questo spazio gravitando ora sull’uno ora sull’altro degli oggetti in scena, e si spoglia e si riveste utilizzando gli abiti presenti sul palcoscenico. Un parziale abbassamento delle luci segna la fine di una scena e l’inizio di un’altra.

Di tanto in tanto una canzone irrompe nel monologo, e la protagonista balla o canta su questa musica, ai cui estremi si collocano Raffaella Carrà e il canto religioso Tu sei la mia vita.

Come già avevo avuto modo di far notare dopo lo spettacolo al Cometa OFF, Anna Cappelli è un testo che si presta a molte diverse interpretazioni e coloriture, a seconda delle scelte del regista e dell’interprete, e grazie anche alla stratificazione dei suoi contenuti.

Se Giada Prandi aveva scelto di rendere il personaggio di Anna un po’ naif, Valentina Picello sceglie una versione di Anna più sanguigna ai limiti dell’isterico, e tutta la rappresentazione acquista una venatura grottesca che pure è presente nel testo di Ruccello e che qui viene scelta come principale linea interpretativa.

Non ho mai letto l’originale dell’opera, ma da un confronto a distanza temporale così ravvicinata tra le due rappresentazioni ho anche avuto la sensazione che questa versione sia più libera – forse anche un pochino più moderna - nel testo recitato rispetto a quella, probabilmente più fedele, della Prandi.

Resta l’occasione per ogni attrice che interpreta Anna Cappelli di calarsi in modo se vogliamo personale dentro gli stati d’animo di questa donna, per farne un personaggio più sfortunato o più tragico, più ingenuo o più folle, più grottesco o più inquietante, o forse tutte queste cose insieme. E questo grazie al genio di Ruccello.

Voto: 4/5

mercoledì 22 gennaio 2025

Amleto al quadrato /di e con Filippo Timi. Teatro Ambra Jovinelli, 8 gennaio 2025

L’Amleto shakespeariano è per Filippo Timi solo il punto di partenza – se non addirittura quasi un pretesto – per parlare del suo mondo e in particolare della fase di vita che sta vivendo, di fatto una crisi di mezza età che si manifesta come desiderio di giocare, ridere, ballare e uscire allo scoperto, in un modo che solo il teatro consente.

Non è un caso che per questo suo ultimo lavoro, Filippo Timi (che è regista e interprete dello spettacolo) si sia circondato di amici e sodali, Lucia Mascino, Elena Lietti, Marina Rocco e Gabriele Brunelli, che condividono con lui questa operazione di riadattamento in chiave pop e kitsch e si mettono completamente al servizio della vena folle che attraversa Amleto al quadrato.

L’impianto del tutto imprevedibile e schizofrenico dello spettacolo è chiaro fin dal principio, quando - dopo la voce fuori campo di Timi che, impostatissima, ci rimanda alle atmosfere shakespeariane a sipario chiuso – vede comparire sul palco davanti al sipario una moderna Marilyn Monroe (Marina Rocco) che recita appieno la sua parte di soubrette bionda, seducente e svampita.

Quando il sipario si apre, dietro una specie di cancellata che crea l’effetto di una gabbia (quella di un circo, o di un carcere?), Amleto e gli altri personaggi si muovono dentro una scenografia si colloca in un immaginario che oscilla tra De Chirico e La Chapelle, dominata da un trono e palloncini sospesi a varie altezze tutto intorno.

Timi è un Amleto annoiato e blasé, che non ha alcuna voglia di recitare il proprio ruolo, e forse in generale di recitare il ruolo che la vita stessa impone a tutti noi. E così sfugge, deborda, saltella, entrando e uscendo continuamente dal personaggio e conducendoci nei territori del suo immaginario visivo, musicale, concettuale, che sono spesso pop e kitsch, mentre chiama anche al dialogo il pubblico, che sta lì nel buio, ma non è mai silenzioso, bensì coinvolto in questa atmosfera goliardica e ridanciana.

Intorno a lui personaggi altrettanto improbabili, da una madre Gertrude sboccata e cafona (una Lucia Mascino sempre più strepitosa) a una Ofelia negletta e testardamente attaccata al suo personaggio, a dei personaggi maschili (Polonio e Laerte) anche loro triturati in questo universo queer che va oltre i confini e le buone maniere.

Se da un lato Timi/Amleto abbatte continuamente la quarta parete che lo separa dal pubblico rivelando la finzione e quasi stigmatizzandola, dall’altro la figura della soubrette interpretata – ancora una volta in maniera splendida da Lucia Mascino – che ha scelto di fare l’attrice e non la scienziata - rivela in maniera nemmeno tanto nascosta l’amore per il teatro e la recitazione che attraversa questo spettacolo, e che Timi svela esplicitamente nei saluti finali al pubblico.

In questo universo rutilante, in cui si passa da Lorella Cuccarini alla musica classica, dalle tartarughe ninja ai drammi familiari, non sono sicura che tutto si tenga: lo spettatore è frastornato dalla carica vitale di Timi e dei suoi attori e si lascia trasportare dalle parole anche quando non ne capisce il senso o il nesso. Però alla fine il teatro è proprio questo: cadere nella tana del bianconiglio dove tutto è rovesciato, ma che regala prospettive nuove su sé stessi e sul mondo.

Dopo un paio di spettacoli di Timi che non mi avevano molto convinto (Un cuore di vetro in inverno e Promenade de santé), ero un po’ prevenuta, ma questa volta l’attore perugino mi ha conquistata, e soprattutto Lucia Mascino ha dimostrato di essere una delle attrici più brave e versatili del teatro italiano sulla scena in questo momento.

Voto: 4/5

venerdì 5 aprile 2024

Salveremo il mondo prima dell'alba / Carrozzeria Orfeo. Teatro Vascello, 16 marzo 2024

L'anno scorso - dopo che un'amica mi aveva parlato benissimo della compagnia e visto che il Teatro Vascello dedicava una specie di retrospettiva ai loro spettacoli - avevo preso il biglietto per andare a vedere Thanks for Vaselina, ma, a causa di uno dei tanti eventi romani che bloccano il traffico in mezza città, non sono riuscita a raggiungere il teatro per tempo e ho dovuto rinunciare.

Quest'anno dunque non mi sono lasciata scappare l'occasione di vedere il loro ultimo spettacolo, Salveremo il mondo prima dell'alba, in programmazione sempre al Teatro Vascello. In realtà avevo avuto un primo assaggio della scrittura di Gabriele Di Luca, il drammaturgo che scrive gli spettacoli di Carrozzeria Orfeo con lo spettacolo Stupida Show!, la stand up comedy realizzata per Paola Minaccioni, ma in questo caso ho potuto apprezzare la compagnia in tutta la sua articolazione e complessità.

Salveremo il mondo prima dell'alba è ambientato in un wellness centre per ricchi collocato su un satellite spaziale. In questo centro ci sono Jasmine (Alice Giroldini), una popstar afflitta dalla sua stessa celebrità e con un rapporto difficile con la madre e con la sessualità, Omar (Sergio Romano), un imprenditore ricco che ha lasciato la sua famiglia (moglie e figlia) per vivere la sua sessualità con il compagno Patrizio (Roberto Serpi), William (Ivan Zerbinati), un capitalista senza scrupoli che fa soldi creando e diffondendo fake news, e il suo domestico bengalese Nat (Sebastiano Bronzato). A gestire questo processo di riabilitazione un coach, interpretato da Massimiliano Setti, vestito come Dargen D'Amico (!), che un po' è una quasi figura di terapeuta, un po' è un ca**one che fa battute stupide.

Lo spettacolo, che dura circa due ore e mezza con una pausa tra i due atti, fila via come un treno, senza un momento di stanchezza o di noia, grazie alla regia di Di Luca, Setti e Tedeschi, a un allestimento perfetto, ad attori di grande qualità e a un testo scoppiettante, in cui si alternano comicità pura, satira sociale e intermezzi di riflessione.

Non posso fare il confronto con i lavori precedenti, ma mi pare che la caratteristica principale di Carrozzeria Orfeo stia proprio in questo mirabile equilibrio tra leggerezza e profondità, in virtù del quale tutti i temi trattati - che sono tanti, dal femminismo ai social, dal rapporto tra ricchi e poveri al cambiamento climatico, dalle dinamiche familiari alle storture del capitalismo, e molte altre - sono affrontati in modo non superficiale, ma senza nemmeno prendersi troppo sul serio, ché altrimenti si finirebbe in uno stucchevole discorso esistenzialista e filosofico. Qualche elemento di banalità che mi ha fatto un po' storcere il naso l'ho trovato proprio nelle riflessioni presuntamente filosofiche, però perdonabili in quanto compensati dalla ricchezza di umanità, di compassione, di empatia che questo testo mette in campo, cercando di comprendere le sofferenze, le piccolezze e gli errori dei singoli, anche quelli più insopportabili, e attraverso di loro quelle dell'umanità tutta, che alla fine - vista da lontano e con un cannocchiale capovolto - emerge in tutta la sua piccolezza, ma anche unicità. Al punto tale che lo spettacolo riesce a concludersi con un'apertura di speranza, riconoscendo a un'umanità che si sta autodistruggendo la possibilità di ripartire daccapo, anche se forse destinata alla stessa parabola.

Durante Salveremo il mondo prima dell'alba si ride molto, ma si pensa anche molto, e soprattutto si viene stimolati a mettere in campo il proprio senso di appartenenza all'umanità in tutte le sue sfaccettature, facendo dunque un esercizio di comprensione prima - e soprattutto oltre - il giudizio. Perché nessuno di noi del pubblico è diverso da quell'umanità confusa, dipendente, sofferente, eppure adorabile che si muove sul palco davanti a noi.

Voto: 4/5

lunedì 20 novembre 2023

Ferdinando / Annibale Ruccello; regia di Arturo Cirillo. Teatro Parioli, 2 novembre 2023

Ferdinando è lo spettacolo con cui ho conosciuto il teatro di Annibale Ruccello quando ancora ero convinta che si trattasse di un autore ottocentesco. Da lì in poi è stata tutta una scoperta dell'opera di Ruccello e della straordinaria vitalità del teatro napoletano degli anni Settanta e Ottanta. Poco dopo aver visto Ferdinando, e proprio grazie a Ruccello ho scoperto anche Arturo Cirillo in Notturno di donna con ospiti, e anche in questo caso è stato amore a prima vista. Di lì in poi credo di non essermi persa quasi niente sia del teatro di Ruccello che delle cose portate un scena da Cirillo.

Con Ferdinando diretto da Cirillo possiamo dire che il cerchio si chiude con soddisfazione.

Ovviamente a questo giro arrivo molto più preparata e di conseguenza l'effetto del testo di Ruccello è meno dirompente.

La borbonica Clotilde (Sabrina Scuccimarra), assistita nel suo letto di finta malata dalla cugina povera Gesualda (Anna Rita Vitolo), che le fa da cameriera, e dal prete locale don Catello (lo stesso Cirillo), trascorre le sue giornate rimpiangendo l'epoca che fu e gettando veleno sullo stato e sulla lingua italiana. La sua è una personalità strabordante in cui si alternano invettive al vetriolo e un sarcasmo irresistibile. Intanto donna Gesualda, zitella forse perché senza dote, ha una tresca con don Catello che in realtà non disdegna nemmeno e forse preferisce le frequentazioni maschili. A scombinare completamente questo già instabile equilibrio arriva Ferdinando (Riccardo Ciccarelli), il giovane figlio di parenti alla lontana, rimasto senza genitori e mandato a vivere con la zia Clotilde. Ferdinando con la sua almeno apparente fragilità e i suoi modi gentili e seduttivi diventa il centro di attrazione per tutti, attivando gli appetiti sessuali di Clotilde, di don Catello e alfine anche di Gesualda, appetiti ai quali non si sottrae.

Le gelosie incrociate e le bugie creano un clima sempre più teso che condurrà all'epilogo finale nel quale la realtà si mostrerà per quella che realmente è.

Come dicevo nel precedente post su questo spettacolo, quella di Ruccello è un'amara e brillante riflessione sul rapporto tra passato e presente e una constatazione del fatto che l'avidità e la meschinità umana attraversano le epoche anche quando il contesto si trasforma completamente.

Ma al di là del "messaggio", la cosa di fronte alla quale non si può rimanere indifferenti è la vitalità e la potenza di questo testo in napoletano, antico e modernissimo, che non vede mai una battuta d'arresto e che a più riprese ci strappa risate fragorose. Non manca la vena malinconica che - dopo aver visto quasi tutti gli spettacoli di Ruccello - posso dire essere la sua cifra caratteristica, che qui aleggia nel sottofondo (i tre personaggi principali sono tutti a loro modo dolenti e condannati nelle loro solitudini e per questo Ferdinando spariglia le carte), mentre in altre opere è il cuore emotivo del racconto (vedi ad esempio Le cinque rose di Jennifer).

Personalmente sono innamorata del teatro di Ruccello, artista che va tenuto in vita con le sue opere, per diffonderlo e tramandarlo nella sua potenza narrativa.

Bello l'allestimento con la regia di Cirillo, qui misurato anche nell'interpretazione, bravissimi gli altri attori, e la Scuccimarra regge il confronto con la Gea Martire della precedente rappresentazione.

Voto: 4,5/5

venerdì 6 ottobre 2023

Lo zoo di vetro / di Tennessee Williams; regia di Ivo van Hove. Romaeuropa Festival, Teatro Argentina, 23 settembre 2023

Nell’ambito del Romaeuropa Festival il Teatro Argentina ospita l’adattamento francese de Lo zoo di vetro di Tennessee Williams per la regia del belga Ivo van Hove, interpretato da Isabelle Huppert nel ruolo di Amanda, Justine Bachelet in quello di Laura, Antoine Reinartz in quello di Tom e Cyril Gueï in quello di Jim.

Siamo a Saint Louis, alla fine degli anni Trenta, nel seminterrato dove vive la famiglia Wingfried, formata dalla madre Amanda e dai due figli Laura e Tom. La storia in realtà è una ricostruzione a posteriori filtrata dalla memoria di Tom, che infatti – oltre a essere uno dei personaggi – è anche il narratore, il quale più volte durante il racconto si rivolge direttamente allo spettatore. È lui in apertura che ci mette in guardia rispetto al fatto che la narrazione va vissuta non come strettamente realistica, ma tanto quanto la distorsione del ricordo consente.

È sempre lui che ci spiega l’assenza del padre, andato via di casa molti anni prima senza lasciare tracce - si è limitato a inviare un’unica cartolina senza nemmeno un indirizzo -, sebbene la sua presenza emotiva resti ingombrante, come la scenografia esplicita, mostrando il suo volto sulle pareti della casa.

I Wingfried vivono dello stipendio di Tom, che lavora come magazziniere in un negozio di scarpe, e del poco che racimola Amanda promuovendo abbonamenti a riviste. Amanda è una donna esuberante, dalla parlantina inarrestabile, preoccupata del futuro dei suoi figli che vorrebbe vedere sistemati. Entrambi però manifestano una condizione di profondo disagio: Laura, che ha un piccolo handicap fisico, è fortemente introversa e la sua principale occupazione è la cura di una serie di statuine di vetro che rappresentano degli animali e che la madre chiama “lo zoo di vetro”, non studia, non lavora e non ha alcuno spasimante; Tom fa un lavora che odia, si rifugia ogni sera e in ogni suo momento libero al cinema, vorrebbe diventare scrittore e sogna l’avventura, ma si sente ingabbiato nel seminterrato in cui vive, pressato com’è dalle aspettative della madre, dall’affetto verso la sorella e dalla pesante ombra del padre.

L’invito a cena di Jim, collega di lavoro di Tom, nonché suo ex compagno di liceo, che Amanda spera possa interessarsi a Laura, costituirà il momento della verità per tutti i membri della famiglia Wingfield e spingerà Tom a prendere infine la decisione di abbandonare la sua famiglia, anche se il senso di colpa per aver abbandonato sua sorella non lo lascerà mai.

L’opera di Tennessee Williams, a quanto pare la più autobiografica di tutte quelle da lui scritte, trova nella regia di Ivo van Hove una interpretazione fedele all’originale e al contempo moderna. Personalmente, ho apprezzato particolarmente l’adattamento in francese, una lingua secondo me perfetta per il tono di questo dramma, che vede una fortissima frattura tra il malessere che i personaggi si portano dentro e il ritmo vivace, a tratti addirittura leggero, dei dialoghi. La quintessenza di questa contraddizione è il personaggio di Amanda, madre sovrabbondante, invadente, eccessiva in tutte le sue manifestazioni, che la straordinaria interpretazione di Isabelle Huppert riesce a rendere al contempo insopportabile e tenera, inscalfibile e fragile. Se la fragilità di Laura è evidente, e tutti – ognuno a suo modo – cercano di proteggerla, e quella di Tom si manifesta attraversa il suo malessere, i litigi con la madre e le fughe dal seminterrato, la fragilità di Amanda si nasconde dietro la sua esuberanza, dietro i racconti della sua giovinezza e dietro lo spasmodico controllo sulle vite dei propri figli, tutto frutto della paura del futuro.

Oltre alla splendida Isabelle Huppert, tutti gli interpreti si rivelano perfettamente in parte, contribuendo a rendere questo testo così personale per Williams e così lontano nel tempo e nello spazio non solo comprensibile al pubblico, ma anche emotivamente coinvolgente ed empaticamente intellegibile.

Un lavoro quello di van Hove su Lo zoo di vetro semplice e sorprendente al contempo.

Voto: 4/5

sabato 3 giugno 2023

Boston Marriage / di David Mamet; con Maria Paiato. Modena, Teatro Storchi, 22 aprile 2023

Come sanno bene quei pochissimi che frequentano più o meno assiduamente questo blog, da quando ho scoperto Maria Paiato un po' di anni fa non ho mai smesso di seguirla e di inseguirla a teatro per poter godere della forza delle sue interpretazioni.

Quest'anno avevo notato la sua assenza dai palcoscenici romani - ultimamente sempre più conformisti - e così ho cercato informazioni sui suoi progetti. Ho scoperto così che la Paiato in questa stagione era impegnata in tournée con lo spettacolo Boston Marriage di David Mamet e che la sede per me più comoda per vederla sarebbe stata il Teatro Storchi di Modena, e ovviamente non mi sono fatta sfuggire l'occasione.

Boston marriage è l'espressione utilizzata tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento per far riferimento alla convivenza tra due donne, spesso legate da un rapporto sentimentale. Ed è appunto di questo che parla il testo del drammaturgo americano David Mamet e che ha come protagoniste Anna (Maria Paiato) e Claire (Mariangela Granelli).

Siamo a fine Ottocento. Anna è da poco diventata l'amante di un uomo facoltoso che le fa regali costosi e le ha consentito di rinnovare l'arredo di casa e di vivere più comodamente; a Claire, che è venuta a trovarla, la donna offre la rinnovata possibilità di vivere insieme con minori preoccupazioni economiche. Ben presto però Anna scopre che in realtà Claire è tornata solo per chiedere all'amica l'autorizzazione di portare a casa sua una ragazza di cui si è invaghita.

Inizia da qui una vera e proprio schermaglia verbale, nella quale si inserisce a più riprese la giovane cameriera Catherine (Ludovica D'Auria), che suo malgrado diventerà protagonista della complessa e funambolica strategia utilizzata da Anna per riconquistare Claire.

Lo spettacolo - caratterizzato da un testo frizzante e da un intreccio narrativo ricco di sorprese e colpi di scena - presenta una naturale propensione a uno stile farsesco che, messo nelle mani del regista Giorgio Sangati e soprattutto di due attrici di grande personalità come Maria Paiato e Mariangela Granelli, è in grado di esprimere al massimo grado la sua portata esilarante e quasi trascinante.

Lo spettatore è inevitabilmente catturato da questo vero e proprio gioco di seduzione che utilizza la parola in maniera sopraffina come strumento per imporre la propria costruzione narrativa, anche quando non corrisponde alla realtà.

Si ride, si sorride, si partecipa a questo gioco di intelligenza, e alla fine si applaude tutti a lungo e convintamente. Qualcuno si alza in piedi e le attrici devono tornare a più riprese sul palco.

Mentre esco ascolto il commento di una spettatrice che dice al suo compagno che questo spettacolo dimostra che a teatro si possono vedere cose leggere e divertenti che non siano stupide o banali, ma anzi stimolanti e divertenti, e io non posso che essere d'accordo con lei. La Paiato colpisce ancora: nella recitazione ovviamente, e prima ancora nelle scelte, sempre attente e mai scontate.

Voto: 4/5

domenica 7 maggio 2023

Le cinque rose di Jennifer / di Annibale Ruccello, regia di Gabriele Russo, con Daniele Russo. Teatro Vascello, 15 aprile 2023

Dopo aver scoperto, ormai ben cinque anni fa, la drammaturgia di Annibale Ruccello con Ferdinando, io e F. abbiamo costantemente inseguito la rappresentazione delle sue opere nei teatri romani.

L’autore napoletano, scomparso tragicamente in un incidente stradale nel 1986 a soli 30 anni, era uno dei principali rappresentanti del nuovo teatro napoletano, e nella sua vita sfortunatamente breve era riuscito già a imporsi all’attenzione del pubblico e della critica con un piccolo (ma significativo se si considera la sua età) numero di opere. Il tempo ne ha consacrato la grandezza e ha confermato la straordinaria modernità dei suoi testi.

Per quanto mi riguarda la scoperta del teatro di Ruccello è stata l’innesco di una serie di importanti scoperte e passioni: è inseguendo Ruccello nello spettacolo Notturno di donna con ospiti che ho conosciuto il grande Arturo Cirillo, è andando a vedere gli spettacoli con Cirillo che ho conosciuto la drammaturgia di un altro esponente del teatro napoletano degli anni Ottanta, Giuseppe Patroni Griffi, ed è sempre per il tramite di Ruccello che ci siamo avvicinate anche a Enzo Moscato e, sebbene non del tutto consapevolmente, ad alcune opere di Manlio Santanelli.

Fin dalla prima conoscenza con il teatro di Ruccello ho iniziato a sentir parlare de Le cinque rose di Jennifer, la sua prima opera rappresentata, e ho desiderato poterla vedere a teatro. Finalmente quest’anno il Teatro Vascello mette in cartellone quest’opera, anzi fa ancora di più, offrendomi la possibilità di partecipare alla presentazione dell’edizione critica del testo, a cura di Vincenzo Caputo, presente insieme a Pasquale Sabbatino (direttore della collana), Carlo De Nonno (compositore ed erede di Ruccello), Daniele Russo e Sergio Del Prete (interpreti dello spettacolo).

Daniele Russo è interprete napoletano che già conoscevo per averlo visto protagonista di un paio di spettacoli teatrali per la regia di Alessandro Gassman, ma qui è diretto da suo fratello Gabriele Russo, insieme al quale e alla sorella Roberta dirige il teatro Bellini di Napoli.

A livello narrativo Le cinque rose di Jennifer mi ha richiamato alla mente sia Scende giù per Toledo, di Patroni Griffi, sia Scannasurice, di Enzo Moscato, tutti aventi come protagonista un travestito dei bassi napoletani, a conferma della comunanza di orizzonti che caratterizza questi autori.

Nell’opera di Ruccello la protagonista è Jennifer, che è in casa in attesa della telefonata di Franco, l’uomo del quale si è innamorata. Mentre al telefono di Jennifer arrivano molteplici telefonate, spesso destinate ad altre persone a causa di un guasto alla linea, alla radio si alternano le telefonate delle ascoltatrici, le canzoni di Mina, Patti Pravo, Milva, Romina Power, e le notizie che riguardano un serial killer che uccide travestiti nel quartiere.

Come la Rosalinda Sprint di Patroni Griffi, Jennifer è un personaggio che oscilla tra l’esilarante e il dolente fino ad arrivare al tragico, e che dietro la sfrontatezza e la capacità di sdrammatizzare, amplificata dalla sua napoletanità, nasconde una profonda solitudine, un desiderio di affetto e di considerazione continuamente frustrato, una vera e propria angoscia esistenziale che sarà portata all’esasperazione prima dal dialogo con la vicina di casa e poi dalla temporanea mancanza di corrente e di linea telefonica.

Sulla scena, Daniele Russo è una Jennifer dalla fisicità straordinaria, il cui volto è una maschera napoletana che si fa sempre più grottesca, e dimostra un’eccezionale capacità empatica, realizzando così appieno le potenzialità del testo di Ruccello di produrre nello spettatore una forte immedesimazione. La presenza nell’ombra di Sergio Del Prete, a impersonare una specie di alter ego, coscienza alterata o essenza sentimentale di Jennifer, contribuisce a potenziare il gradiente emotivo dello spettacolo e il senso di claustrofobia che lo caratterizza e che è reso evidente da una scenografia in cui la stanza di Jennifer è un cerchio con un confine definito, fuori dal quale si muove soltanto la sua coscienza riflessa impersonata da Del Prete, ovvero la versione “onirica” o la personificazione dei pensieri della stessa Jennifer.

Negli ultimi tempi mi capita spesso al teatro di avere momenti di calo dell’attenzione, se non di vero e proprio abbiocco, tanto che comincio a pensare che sia colpa della vecchiaia, ma questo spettacolo mi tiene desta dal primo all’ultimo minuto, trascinandomi in stati emotivi diversi e contrapposti, cui mi abbandono con fiducia ed entusiasmo.

E così non posso che sottoscrivere quanto aveva detto nella presentazione il curatore dell’edizione critica, Vincenzo Caputo, ossia che a distanza di oltre 40 anni, e nonostante gli elementi scenici datati (la radio, il telefono a disco), il testo di Ruccello mantiene intatta la sua potenza e conferma la sua inscalfita modernità, data anche da una costruzione della drammaturgia in chiave fortemente cinematografica, in cui sono colpita – tra le altre cose - dall’uso diegetico ed extradiegetico della musica.

Voto: 4/5

giovedì 2 marzo 2023

Ink / Dimitris Papaioannou. Teatro Argentina, 16 febbraio 2023

Di Dimitris Papaioannou, delle sue opere - che sono teatro, ma anche danza e molto altro, - del suo ruolo di curatore della cerimonia di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Atene, non sapevo praticamente nulla prima di andare a vedere questo spettacolo all’Argentina. Non so nemmeno bene come mai l’avessi inserito nella mia lista delle cose da vedere quest’anno (probabilmente avevo letto qualcosa qua e là), ma quando ho visto il tipo di pubblico che rapidamente ha affollato gli spazi del Teatro Argentina ho capito di stare per fare la conoscenza di un fuoriclasse.

L’elemento caratterizzante di quest’ultimo spettacolo di Papaioannou è l’acqua. Sul palco c’è un uomo totalmente vestito di nero (lo stesso Papaioannou), mentre da un tubo di irrigazione un grande getto d’acqua produce un effetto-pioggia. Nella primissima parte dello spettacolo l’uomo in nero sembra giocare con l’acqua e una grossa ciotola di vetro, creando – anche grazie a un sapiente uso delle luci, a un’attenta scelta dei movimenti e delle posizioni sul palco, nonché dei materiali – effetti visivi e sonori affascinanti e misteriosi (come nella scena in cui l’uomo è seduto pensoso o sonnacchioso e il getto dell’acqua, azionato in modo da coprire un angolo di 180 gradi, sembra provenire dalla sua testa e produce suoni differenti nell’incontro più o meno ravvicinato con i teli di plastica che circondano il palco). 

A un certo punto però la tranquillità dell’uomo viene interrotta dalla comparsa sul palco (invero sotto una serie di pannelli di plastica trasparente che ricoprono il palco) di una presenza oscura, un uomo completamente nudo (Šuka Horn), i cui colori chiari creano un effetto visivo di forte contrasto con il protagonista, con cui si innesca quella che inizialmente appare come una lotta (l’uomo in nero tenta di catturare l’altro avvolgendolo nel pannello di plastica), ma che nel corso dello spettacolo si trasforma in seduzione, attrazione, complicità, protezione paterna, per poi riesplodere all’improvviso di nuovo in conflitto. Protagonista di questo incontro-scontro, oltre all’onnipresente acqua, è un polipo che – dopo essere stato più volte infilato e sciacquato nella ciotola di vetro, aver coperto il sesso dell’uomo nudo, essere stato lanciato – finisce sbattuto a più riprese per terra dall’uomo in nero (secondo la pratica tradizionale dei pescatori greci, ma anche del sud Italia) nella scena finale dello spettacolo.

Difficile riassumere qui in poco spazio le tante invenzioni che caratterizzano questo lavoro e che ne fanno uno spettacolo straordinario per gli occhi – e non solo –, così come risulta probabilmente banale e per certi versi impossibile attribuire un significato univoco alla narrazione, che rifugge dal didascalico e dal razionale in maniera evidentemente voluta e insistita.

Ci sono sicuramente echi di miti ancestrali che emergono a più riprese durante lo spettacolo, ma – come è evidente dalle interviste a Papaioannou che ho letto – in esso si possono leggere tante cose che, come in ogni opera d’arte che si rispetti, vanno anche al di là delle intenzioni dell’autore. A me per esempio a tratti l’uomo nudo ha fatto pensare a una personificazione del polipo, e dunque l’intero spettacolo mi è sembrato una specie di caccia in cui l’uomo in nero non è l’unico soggetto senziente, e il rapporto tra i due è molto più complesso e meno unidirezionale di quello che si potrebbe pensare, un po’ come tra il capitano Achab e Moby Dick, e in fondo tra tutti gli opposti che nell’incontro rivelano la loro complementarietà.

Leggo in molte recensioni che Ink non è il lavoro più riuscito di Papaioannou, che si tratta di un abbozzo di spettacolo con ancora molti difetti. Non ho ovviamente gli strumenti per potermi esprimere pienamente da questo punto di vista. Ma da persona che per la prima volta ha incontrato l’arte del regista greco posso dire che questo spettacolo – per quanto imperfetto – va a segno, grazie alla sua originalità e alla bellezza delle sue invenzioni.

Voto: 4/5

martedì 20 dicembre 2022

Dentro. Una storia vera, se volete / di Giuliana Musso. Teatro India, 4 dicembre 2022

Ho preso il biglietto di questo spettacolo attirata dalla scelta di affrontare un tema non semplice: gli abusi intrafamiliari. Non conoscevo la drammaturga nonché interprete Giuliana Musso che qui è in scena con Maria Ariis.

La Musso racconta la storia di una madre che scopre gli abusi del marito sulla figlia quando ormai è troppo tardi, parecchio tempo dopo che il marito è andato via di casa. E lo racconta mettendo in scena sé stessa e l’incontro con la donna che le chiede di costruire uno spettacolo a partire da questa storia.

Sulla scena un grande tappeto quadrato rosso - una specie di ring – i cui confini sono segnati da due file di sedie a destra e sinistra, sedie che durante le varie fasi dello spettacolo diventano sedute, intralci, simboli e vengono spostate in varie posizioni.

Insieme dunque alla Musso scopriamo a poco a poco la vicenda di questa famiglia, che ha già avuto un epilogo giudiziario (con l’archiviazione del caso) ma che nella vita di questa madre resta una ferita aperta e forse non rimarginabile. Attraverso i dialoghi tra queste due donne a poco a poco ci facciamo un’idea di quello che è accaduto: a tratti siamo Giuliana che interroga la madre per conoscere questa storia, che non capisce il perché di alcuni suoi comportamenti, che in parte la giudica e la rimprovera, e in parte empatizza e interiorizza il suo dolore; in altri momenti siamo questa madre – forse ingenua, o forse sopraffatta da una verità più grande di lei e che non può accettare – che combatte con sé stessa e con il proprio senso di colpa, che viene respinta con violenza dalla figlia che si è sentita abbandonata, che viene giudicata dagli altri e soprattutto da sé stessa per non essere stata in grado di comprendere, di impedire, di aiutare, di risolvere. È un dramma senza soluzione quello di questa madre e forse di tutte le madri che attraversano esperienze così terribili, qualcosa che forse solo il tempo, tanto tempo, è in grado di ricomporre molto parzialmente, restituendo alle protagoniste – madre e figlia – la possibilità di metabolizzare il dolore e la rabbia e di ricominciare a vivere.

Attraverso il dialogo tra la Musso e la madre emerge però anche tutto il contesto nel quale si muovono le vittime di tali abusi (e considero vittima la figlia, ma anche in qualche modo la madre): psicologi, educatori, avvocati, giudici, e mille altre figure talvolta in malafede, altre volte ciniche, spesso pavide o incapaci, in alcuni casi consapevoli ma impotenti di fronte a una giustizia che in questi casi è ancora più imperfetta del solito e che comunque non solo non attenua il dolore delle persone abusate, ma talvolta lo amplifica perché le costringe a rivivere l’abuso.

Lo spettacolo è tutto fuorché banale e prevedibile: un lavoro di cesello, di pulizia formale e sostanziale, un’operazione di ricerca della verità ma anche ricco di compassione non superficiale.

Dallo spettacolo della Musso si esce scossi, senza una seppur imperfetta via d’uscita o soluzione, ma certamente più consapevoli, meno giudicanti, più capaci di empatia, e quindi forse esseri umani migliori di quando siamo entrati. E se questo è vero non ci può essere risultato più alto a cui il teatro può tendere.

Voto: 4/5


venerdì 2 dicembre 2022

Orlando Furioso / spettacolo di e con Roberto Mercadini

Orlando Furioso / spettacolo di e con Roberto Mercadini. Monk, 23 novembre 2022

Non conoscevo Roberto Mercadini, cesenate, classe 1978. Me ne hanno parlato la prima volta due amici che avevo incontrato per caso a un altro spettacolo teatrale, tessendomene le lodi e consigliandomi caldamente di andarlo a vedere presto dal vivo.

Me ne ero nel frattempo dimenticata. Poi, a distanza di mesi, la mia amica G. mi segnala tramite Facebook lo spettacolo di Mercadini sull'Orlando Furioso al Monk. Come sanno i lettori di questo blog, il Monk è un posto che mi piace molto e dunque non vedo occasione migliore per fare la conoscenza di Mercadini.

La sala del Monk è colma di gente, tra l'altro soprattutto persone più giovani di me, cosa che per un monologo sull'Orlando Furioso è piuttosto sorprendente e già la dice lunga su quello che mi aspetta.

Ebbene, lo spettacolo non mi delude da nessun punto di vista: Mercadini è simpatico e scoppiettante, oltre che bravissimo affabulatore, capace di rendere divertente - pur rimanendo fedelissimo alle fonti e arricchendo il racconto di moltissime informazioni di carattere storico, geografico, socio-antropologico e altro - la fantasmagorica storia raccontata da Ludovico Ariosto (che - come dice lui - a guardarla da vicino non è soltanto piena di fantasia e immaginazione, ma va oltre qualunque immaginazione, quasi fosse una storia scritta da qualcuno sotto acido).

Durante questa ora e mezza in cui Mercadini ci racconta non solo di Orlando/Rolando, ma anche di Bradamante, Ruggero, Astolfo e molti altri, ci si appassiona, si ride di cuore, ci si entusiasma e si impara, apprezzando persino i versi originali quando vengono recitati.

Di fronte a forme di narrazione come quella di Mercadini penso sempre che persone come lui sono gli epigoni degli aedi greci o dei cantastorie medievali, e che forse oggi come oggi - dopo una lunga fase in cui l'umanità si è affidata maggiormente alla parola scritta e stampata - ce n'è sempre più bisogno, visto che si sta tornando sempre di più alle storie raccontate oralmente, fors'anche a causa di una capacità e di un interesse decrescenti nei confronti della lettura, soprattutto di testi complessi.

Mercadini ci tiene incollati alle sedie, senza un attimo di cedimento, per un'ora e mezza e lo fa in maniera intelligente e non banale: se questo può essere un modo per dare una risposta alla crisi di concentrazione e attenzione che stiamo sperimentando negli ultimi tempi (e che ancora di più sperimentano i giovani) direi che la sua è decisamente un'opera meritoria. Certo, i libri per me alla fine restano imprescindibili e insostituibili, ma del resto non ci sarebbe Mercadini senza i libri che legge per preparare i suoi spettacoli.

Comunque d'ora in poi cercherò di seguire con costanza e attenzione le sue proposte.

Voto: 4/5

venerdì 11 novembre 2022

Pupo di zucchero / regia di Emma Dante. Teatro Argentina, 30 ottobre 2022

Negli ultimi anni ho un atteggiamento ambivalente verso Emma Dante: tanto mi risultano deludenti i suoi film quanto invece apprezzo le sue opere teatrali. Cosicché Pupo di zucchero, già rappresentato in diversi teatri italiani lo scorso anno (ma non a Roma), è stato fin subito sulla mia lista degli spettacoli da vedere a teatro quest'anno.

Come già con La scortecata, la regista siciliana attinge a un libro che è una vera e propria miniera di storie, e che ha ispirato moltissimi adattamenti in tanti linguaggi diversi, ossia Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.

In questo caso la storia è perfetta per i giorni a ridosso del 2 novembre, perché è proprio dedicata al tema della memoria dei propri cari. Il protagonista (interpretato da Carmine Maringola) è un anziano che vive da solo e sta facendo lievitare l'impasto con cui preparerà come ogni anno il "pupo di zucchero", un dolce che nella tradizione palermitana viene realizzato appunto per i defunti e che qui si fonde con la tradizione napoletana del culto delle anime del purgatorio.

Durante questa preparazione il protagonista - che non nasconde il suo senso di solitudine - richiama alla memoria e "riporta in vita" frammenti di storie riguardanti i familiari che non ci sono più e che invece un tempo animavano la sua casa ormai vuota.

Vediamo così rivivere sul palco le tre sorelle con i loro canti e balli, il padre marinaio che a Marsiglia conosce e sposa la madre e la porta poi a Napoli, Pasqualino, un ragazzo di colore cresciuto come un figlio dai suoi genitori, la zia Rita ammazzata di botte dal suo compagno, il torero Pedro.

Tutti questi personaggi accendono il palcoscenico di suoni, colori, immagini e storie che riempiono di vita la notte dei morti e accompagnano il protagonista verso la giornata successiva, quella in cui andrà a rendere omaggio ai suoi cari al cimitero.

Lo spettacolo di Emma Dante racconta una storia che contiene tante storie, e lo fa nel suo modo speciale, che io apprezzo particolarmente: una scenografia minimale, in cui con pochissimi oggetti si stimola l'immaginazione dello spettatore e si creano mondi, un uso straordinario delle luci, fatte interagire con elementi della scena, dai vestiti di strass alla farina in aria, per creare effetti visivi molto affascinanti e di grande impatto emotivo, l'uso di canzoni tradizionali cantate dal vivo senza alcun accompagnamento che si mescolano e si sovrappongono alle parole, i cambi di ritmo con accelerazioni improvvise e frastornanti e rallentamenti che aiutano a sedimentare i contenuti.

Certo, il rischio è che la Dante - una volta trovata una formula di successo - la ripeta all'infinito o addirittura la carichi ulteriormente fino a renderla nel tempo stucchevole. Personalmente mi auguro che non accada e che lei sia capace di continuare a sorprenderci con nuove invenzioni e soluzioni sceniche.

Voto: 4/5

mercoledì 27 aprile 2022

Catarina e a beleza de matar fascistas / di Tiago Rodrigues. Teatro Argentina, 12 aprile 2022

L'esperienza del teatro in lingua originale (con sovratitoli) è qualcosa che capita molto più raramente rispetto alla visione di un film in versione originale. A me è capitata l'occasione poche volte, l'ultima delle quali è stata questo bellissimo spettacolo del drammaturgo (ma anche regista e attore) portoghese Tiago Rodrigues. Si tratta di uno spettacolo che appare provocatorio fin dal titolo, Catarina e a beleza de matar fascistas, e che non a caso ha suscitato parecchie polemiche nonché tentativi di sospenderne la programmazione (senza tra l'altro nemmeno sapere di cosa parla).

Quando si arriva a teatro gli attori sono già sul palco, all'interno di una scenografia che ci conduce immediatamente in un'ambientazione rurale. Siamo infatti nella casa di campagna di una famiglia portoghese formata da tre fratelli: una donna con le due figlie, una delle quali è Catarina, un uomo con il figlio adolescente (anche narratore e commentatore della storia) e un altro uomo più giovane. Tutti sono vestiti con abiti tradizionali, valorizzati da momenti di canto collettivo e danze tipiche.

Da un lato del palco c'è un lungo tavolo con una tovaglia su cui è ricamata la scritta Não passarão, a un'estremità del quale è seduto un uomo vestito invece con completo e camicia. Si tratta del politico fascista che questa famiglia ha rapito e che è destinato a essere ammazzato dalla giovane Catarina, proseguendo la tradizione per cui da oltre 70 anni questo rito si compie ogni anno, anche per onorare la volontà dell'ava Catarina Eufemia, uccisa negli anni Cinquanta durante la dittatura fascista in Portogallo.

Questa riunione familiare si svolge in un'atmosfera di festa e convivialità, in cui non mancano l'ironia, i momenti di leggerezza e quelli di incontro e profondità. Fino a quando, posta di fronte al suo compito, Catarina non esprime la sua impossibilità di uccidere.

Da qui in poi la tensione sale: si susseguono confronti collettivi o di coppia, riflessioni individuali, che culminano nel lungo dialogo madre-figlia che mette sul tavolo le opposte ragioni che sono dietro la scelta di proseguire questa tradizione ovvero di interromperla. Alla fine di questo confronto, Catarina sembra essersi convinta, ma - ancora una volta - al dunque il dubbio in lei è troppo forte e sceglie di non uccidere.

Questa scelta fa implodere gli equilibri familiari portando a un drammatico epilogo.

Lo spettacolo termina con il politico scampato all'uccisione grazie ai dubbi di Catarina che si presenta sul palco per tenere il suo discorso della vittoria dopo aver vinto le elezioni. Il discorso è un concentrato di populismo, conservatorismo, fascismo, omofobia il cui andamento incalzante ed espansivo si fa sempre più fastidioso e difficile da tollerare fino a suscitare prima il rumoreggiare del pubblico, poi la vera e propria protesta.

Pare che Tiago Rodrigues abbia ascoltato oltre 150 discorsi tenuti da politici di destra populisti in tutto il mondo, riversando in quest'unico discorso la summa di tutti quelli ascoltati, e che la reazione del pubblico sia uno degli effetti sorpresa dello spettacolo, perché non è mai scontata. Personalmente ne sono rimasta talmente sorpresa che pensavo fosse preparata e che ci fossero degli infiltrati nel pubblico. Io - pur con un fastidio crescente - subivo in silenzio, e forse già questo dice qualcosa del fatto che ognuno di noi è diverso e reagisce diversamente all' "aggressione" anche se solo verbale.

Lo spettacolo di Rodrigues affronta un tema spinosissimo di fronte al quale solleva domande e interrogativi, che non hanno risposte banali né scontate. Quali possono essere le estreme conseguenze della tolleranza verso gli intolleranti? È ammissibile ricorrere a strade non democratiche per difendere la democrazia? E se no, come si frena il dilagare del populismo di estrema destra e il rischio non solo teorico di una deriva dittatoriale che si fa strada facendo leva sulla pancia delle persone?

Personalmente penso che il populismo e il fascismo non siano totalmente estirpabili. È indubbio che una condizione generalizzata di maggiore benessere, minori disuguaglianze, un livello più alto di istruzione, una fruizione culturale più diffusa sono tutti importanti deterrenti all'emergere dei rigurgiti fascisti; però ritengo anche che il fascismo, il populismo, il conservatorismo siano in parte congenite nell'umanità, e periodicamente, approfittando di condizioni di contesto favorevole, prendono piede e si espandono, ma non si può pensare realmente di debellarle o di estirparle dal genere umano. Il punto non è eliminare i politici fascisti, ma quello ch'essi rappresentano e che trova riscontro in una parte della società civile.

Diciamo che un sistema democratico in salute e nel quale funzioni il sistema dei pesi e dei contrappesi dovrebbe aiutare a evitare derive dittatoriali, ma la manomissione di questi equilibri che è stata portata avanti sistematicamente negli ultimi decenni - e purtroppo non solo ad opera dei politici di destra - apre sempre più crepe e squarci che non ci garantiscono a pieno.

Se poi - come sembra ventilare il dramma di Rodrigues - chi sta dalla parte "giusta" non è in grado di gestire il dubbio interno e di comporre la diversità dei punti di vista, l'incertezza sul futuro diventa ancora più preoccupante.

In conclusione Catarina è espressione di un teatro civile di cui abbiamo decisamente bisogno per porci domande scomode e non accontentarci di risposte semplici.

Voto: 4/5


lunedì 7 marzo 2022

Ogni bellissima cosa. Palazzo Merulana, 20 febbraio 2022

Ogni bellissima cosa è uno spettacolo che io e F. abbiamo inseguito e mancato nei lunghi mesi della pandemia e che finalmente siamo riuscite a vedere grazie alla rassegna Prossime visioni. Cinema-teatro a Palazzo organizzata appunto da Palazzo Merulana.

Lo spettacolo è tratto dal libro omonimo di Duncan McMillan, poi adattato per il teatro da lui stesso insieme a Jonny Donahoe. In Italia ce lo porta la bravissima Monica Nappo, qui in veste di regista e traduttrice anziché di attrice; sul palco Carlo De Ruggieri, certamente noto a tutti i fan di Boris e a tutti i nostalgici di Mattia Torre che lo ha spesso voluto a recitare i suoi testi.

Palazzo Merulana non è un teatro e non ha un auditorium in senso stresso. Lo spettacolo si svolge nella sala dell’ultimo piano, dove di solito ci sono le esposizioni temporanee e si tengono gli eventi. Lo spettacolo si presta certamente a un ambiente più informale e meno caratterizzato dalla divisione tra attori e spettatori.

Le sedie sono tutte disposte in cerchio, in varie file, intorno a Carlo De Ruggieri, che prima che lo spettacolo inizi ci fa pescare da un contenitore trasparente un bigliettino in cui c’è scritto un numero e una frase. Ci dice che possiamo vederla e che dovremo leggerla ad alta voce a un certo punto dello spettacolo.

Ogni bellissima cosa racconta la storia di un uomo che da bambino ha dovuto fare troppo presto i conti con la morte di fronte al primo tentativo di suicidio della madre depressa. Questo bambino, che all’inizio è troppo piccolo per comprendere e non riesce nemmeno a fare delle domande al padre, che a sua volta non sembra animato da un grande desiderio di spiegare, diventa ben presto adolescente, mentre sua madre continua a combattere con questo male oscuro che fa seguire a momenti di euforia cadute rovinose nel baratro del nonsenso. È in questa fase che il protagonista comincia a stilare la lista di “ogni bellissima cosa” per cui vale la pena vivere, con l’intento di invadere di questi pensieri “positivi” la vita della madre e con la speranza di salvarla. La depressione però non ha molto a che fare con la volontà e il nostro protagonista dovrà dolorosamente prenderne coscienza, al punto da abbandonare la lista. Questa lista però ritornerà a essere protagonista in molti momenti importanti della sua vita e si allungherà fino a raggiungere numeri parecchio elevati.

In questa rievocazione della memoria il pubblico è parte integrante dello spettacolo e protagonista: non solo è chiamato a recitare alcune delle bellissime cose della lista, ma ad alcune persone del pubblico viene chiesto di interpretare alcuni personaggi di questa storia. Carlo De Ruggieri è bravissimo nell’esprimere le tante sfumature di questa storia e del suo protagonista: non mancano i momenti divertenti, quasi comici, ma dietro questa apparente leggerezza scorre una storia molto forte, che fa riflettere ed emozionare profondamente.

Io non riesco a trattenere una lacrimuccia al termine dello spettacolo, e devo dire che è qualcosa per me di molto raro a teatro. Sarà che questo modo di fare teatro, il clima informale, l’assenza di distanza tra attore e spettatori, il coinvolgimento del pubblico sono per me un modo davvero bello di assistere a uno spettacolo, e trasformano il semplice ascolto in partecipazione attiva e stratificata. Se a questo si aggiunge un testo così diretto, delicato e potente la magia è compiuta.

Voto: 4,5/5

venerdì 4 marzo 2022

Art / Yasmina Reza. Teatro Vascello, 19 febbraio 2022

Ero andata a vedere questo spettacolo piuttosto prevenuta, perché l’ultima volta che ero stata a uno spettacolo tratto da un testo di Yasmina Reza (Bella figura) ero rimasta parecchio delusa. Tra l’altro arrivo al Teatro Vascello molto stanca perché sono le ultime settimane prima del trasloco in un nuovo appartamento e le giornate sono lunghe e piene di cose da fare.

Considerata la trama dello spettacolo (tre amici discutono del fatto che uno di loro ha comprato, per una cifra parecchio importante, un quadro interamente bianco in cui a malapena si intravedono delle striature diagonali sempre bianche), ho paura che il fuoco della narrazione sarà sull’arte contemporanea e le sue “follie”.

E invece lo spettacolo portato in scena da Generazione Disagio, il collettivo artistico creato nel 2013 da Enrico Pittaluga, mi sorprende molto piacevolmente. Innanzitutto, è chiaro fin da subito che il tema di Art è l’amicizia, in particolare quella maschile, ma con tratti e riflessioni che in buona parte riescono a prescindere dal genere.

I protagonisti sono Serge (Graziano Sirressi), Marc (Luca Mammoli) e Yvan (Enrico Pittaluga): il primo è l’appassionato di arte contemporanea che ha acquistato il famigerato quadro; Marc è invece un ingegnere dall’approccio molto razionale che vede questa scelta di Serge come folle e/o snobistica; infine Yvan è un po’ il buono e anche lo sfigato del gruppo, che cerca sempre la terza via nel conflitto anche in virtù della sua insicurezza.

E infatti, a fronte del conflitto che quasi subito divampa tra Serge e Marc, Yvan viene chiamato in causa quasi come un ago della bilancia; peccato che la sua linea morbida finisca per scontentare entrambi gli amici e determinare un’alleanza tra i due contro lo stesso Yvan.

La drammaturgia della Reza prevede momenti di dialogo a due, e altri in cui tutti e tre i protagonisti interagiscono. Tutto questo in un palco vuoto, in cui le diverse situazioni sono gestite attraverso le luci e dove campeggia esclusivamente un grande telo bianco, su cui gli stessi protagonisti proietteranno a un certo punto le loro ombre sia in silhouette nera sia in versione colorata 3D.

Ne viene fuori sia il ritratto individuale di questi tre personaggi, ma soprattutto le dinamiche dell’amicizia declinate nelle diverse specificità prodotte dal rapporto a due o a tre, che inevitabilmente innesca più evidenti giochi di ruolo.

L’effetto è molto divertente, ma anche piuttosto crudele (come del resto la Reza ci ha già fatto assaporare con Carnage), dal momento che in queste dinamiche ciascuna tira fuori il peggio di sé, portando alla luce in molti casi le motivazioni spesso egoistiche e meschine che stanno alla base dell’amicizia. Ma, tanto è facile in una relazione (di amicizia e non solo) ritrovarsi ad alimentare un conflitto, così è altrettanto facile buttarsi tutto alle spalle e ricominciare da dove si era interrotto.

Voto: 4/5