A distanza di poco meno di due anni da quando avevo potuto vedere per la prima volta a teatro Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, messo in scena al Teatro Vascello da Gabriele Russo e interpretato da Daniele Russo, ho la possibilità di assistere a una seconda messa in scena al Teatro India.
In questo caso la regia è di Geppy Gleijeses, che ne è anche interprete insieme al figlio Lorenzo Gleijeses che interpreta il ruolo minore ma cruciale della vicina di casa Anna.
In generale, pur nella fedeltà di entrambi gli spettacoli al potentissimo testo di Ruccello, mi sembra che la messa in scena di Gleijeses sia più tradizionale, sia sul piano della scenografia che su quello drammaturgico.
Se lo spettacolo di Russo giocava sullo sdoppiamento della protagonista con la figura “esplicita” in primo piano e quella fatta di pensieri consci e inconsci in secondo piano, e utilizzava anche la colonna sonora sia sul piano diegetico che extradiegetico, nello spettacolo di Gleijeses tutto è più lineare, ma non per questo meno efficace.
La Jennifer di Geppy Gleijeses viene in un certo senso normalizzata: una donna che cucina, si trucca, ascolta la radio, risponde al telefono e attende prima la telefonata e poi l’arrivo del suo uomo, Franco, e che oltre a questo presente ha anche un passato di matrimonio e figli da raccontare.
Dietro questa presunta normalità niente è però quello che sembra: Jennifer è un travestito e vive in un quartiere di Napoli abitato da travestiti, dove le linee telefoniche funzionano male e la radio continua a dare notizia di omicidi degli abitanti ad opera di un fantomatico serial killer; Franco è un uomo conosciuto una sera in discoteca, diversi mesi prima, che aveva detto che si sarebbe fatto risentire ma non ha mai chiamato; il passato raccontato da Jennifer evidentemente è un’invenzione e chissà da quale storia personale la protagonista arriva realmente.
Quella che comincia come una commedia leggera e grottesca, a tratti esilarante, si fa sempre più malinconica, dolente e infine tragica, man mano che la verità si rivela e la solitudine della protagonista esplode in direzioni inattese.
La Jennifer di Geppy Gleijeses è a sua volta estremamente naturalistica nel rappresentare una veracità da basso napoletano, ma risulta altrettanto efficace nella virata dolente e tragica, comunicando attraverso viso e corpo quel senso di frustrazione, sconfitta, assenza di prospettive che il suo personaggio – come molti altri personaggi di Ruccello – riassume in sé.
Il lungo applauso finale di un pubblico davvero numeroso conferma il successo di questa messa in scena nonché ancora una volta – se ce ne fosse stato bisogno – la grandezza intramontabile dei testi di Ruccello.
Ed è a lui “che ci guarda da lassù” che – a mio modo di vedere – Gleijeses rivolge lo sguardo e il gesto delle mani al termine dello spettacolo mentre si prende i meritati applausi, perché il teatro napoletano di oggi, che affonda le radici proprio in quegli anni, ha un grosso debito nei confronti di questo ragazzo dal grande talento, ma dal destino tragico come i suoi personaggi.
Voto: 3,5/5
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lunedì 31 marzo 2025
mercoledì 12 febbraio 2025
Anna Cappelli / di Annibale Ruccello; con Valentina Picello. Teatro India, 26 gennaio 2025
Dopo aver inseguito a lungo la possibilità di vedere quest’opera (l’ultima) di Ruccello a teatro, mi capita addirittura di vederla due volte in meno di un anno.
Dopo aver assistito alla messa in scena diretta da Renato Chiocca al Cometa Off e interpretata da Giada Prandi, eccomi stavolta al Teatro India dove Anna Cappelli è interpretata da Valentina Picello con la regia di Claudio Tolcachir.
Su questo ultimo testo depositato in SIAE da Annibale Ruccello prima della sua prematura scomparsa non dirò quasi nulla: per la storia, il modo in cui è organizzata e i temi trattati rimando alla mia precedente riflessione.
Mi soffermerò invece sulle differenze della messa in scena e della recitazione.
In questo caso il palcoscenico è completamente ricoperto da una specie di strato di terra in cui affondano alcuni oggetti d’arredo ed elettrodomestici: una lavatrice, un frigorifero coricato, uno specchio, una poltrona, una cyclette, un lampadario. Tutto ha un aspetto consunto e deteriorato.
In questo ambiente troviamo – fin dal momento dell’ingresso in sala – Anna (l’attrice Valentina Picello), che a sua volta ha un aspetto fortemente trasandato, vestiti malmessi e capelli arruffati. Altri abiti sono disseminati qua e là sulla scena, e saranno utilizzati dall’attrice nel corso della rappresentazione.
Nelle diverse scene che compongono lo spettacolo l’attrice si muove in questo spazio gravitando ora sull’uno ora sull’altro degli oggetti in scena, e si spoglia e si riveste utilizzando gli abiti presenti sul palcoscenico. Un parziale abbassamento delle luci segna la fine di una scena e l’inizio di un’altra.
Di tanto in tanto una canzone irrompe nel monologo, e la protagonista balla o canta su questa musica, ai cui estremi si collocano Raffaella Carrà e il canto religioso Tu sei la mia vita.
Come già avevo avuto modo di far notare dopo lo spettacolo al Cometa OFF, Anna Cappelli è un testo che si presta a molte diverse interpretazioni e coloriture, a seconda delle scelte del regista e dell’interprete, e grazie anche alla stratificazione dei suoi contenuti.
Se Giada Prandi aveva scelto di rendere il personaggio di Anna un po’ naif, Valentina Picello sceglie una versione di Anna più sanguigna ai limiti dell’isterico, e tutta la rappresentazione acquista una venatura grottesca che pure è presente nel testo di Ruccello e che qui viene scelta come principale linea interpretativa.
Non ho mai letto l’originale dell’opera, ma da un confronto a distanza temporale così ravvicinata tra le due rappresentazioni ho anche avuto la sensazione che questa versione sia più libera – forse anche un pochino più moderna - nel testo recitato rispetto a quella, probabilmente più fedele, della Prandi.
Resta l’occasione per ogni attrice che interpreta Anna Cappelli di calarsi in modo se vogliamo personale dentro gli stati d’animo di questa donna, per farne un personaggio più sfortunato o più tragico, più ingenuo o più folle, più grottesco o più inquietante, o forse tutte queste cose insieme. E questo grazie al genio di Ruccello.
Voto: 4/5
Dopo aver assistito alla messa in scena diretta da Renato Chiocca al Cometa Off e interpretata da Giada Prandi, eccomi stavolta al Teatro India dove Anna Cappelli è interpretata da Valentina Picello con la regia di Claudio Tolcachir.
Su questo ultimo testo depositato in SIAE da Annibale Ruccello prima della sua prematura scomparsa non dirò quasi nulla: per la storia, il modo in cui è organizzata e i temi trattati rimando alla mia precedente riflessione.
Mi soffermerò invece sulle differenze della messa in scena e della recitazione.
In questo caso il palcoscenico è completamente ricoperto da una specie di strato di terra in cui affondano alcuni oggetti d’arredo ed elettrodomestici: una lavatrice, un frigorifero coricato, uno specchio, una poltrona, una cyclette, un lampadario. Tutto ha un aspetto consunto e deteriorato.
In questo ambiente troviamo – fin dal momento dell’ingresso in sala – Anna (l’attrice Valentina Picello), che a sua volta ha un aspetto fortemente trasandato, vestiti malmessi e capelli arruffati. Altri abiti sono disseminati qua e là sulla scena, e saranno utilizzati dall’attrice nel corso della rappresentazione.
Nelle diverse scene che compongono lo spettacolo l’attrice si muove in questo spazio gravitando ora sull’uno ora sull’altro degli oggetti in scena, e si spoglia e si riveste utilizzando gli abiti presenti sul palcoscenico. Un parziale abbassamento delle luci segna la fine di una scena e l’inizio di un’altra.
Di tanto in tanto una canzone irrompe nel monologo, e la protagonista balla o canta su questa musica, ai cui estremi si collocano Raffaella Carrà e il canto religioso Tu sei la mia vita.
Come già avevo avuto modo di far notare dopo lo spettacolo al Cometa OFF, Anna Cappelli è un testo che si presta a molte diverse interpretazioni e coloriture, a seconda delle scelte del regista e dell’interprete, e grazie anche alla stratificazione dei suoi contenuti.
Se Giada Prandi aveva scelto di rendere il personaggio di Anna un po’ naif, Valentina Picello sceglie una versione di Anna più sanguigna ai limiti dell’isterico, e tutta la rappresentazione acquista una venatura grottesca che pure è presente nel testo di Ruccello e che qui viene scelta come principale linea interpretativa.
Non ho mai letto l’originale dell’opera, ma da un confronto a distanza temporale così ravvicinata tra le due rappresentazioni ho anche avuto la sensazione che questa versione sia più libera – forse anche un pochino più moderna - nel testo recitato rispetto a quella, probabilmente più fedele, della Prandi.
Resta l’occasione per ogni attrice che interpreta Anna Cappelli di calarsi in modo se vogliamo personale dentro gli stati d’animo di questa donna, per farne un personaggio più sfortunato o più tragico, più ingenuo o più folle, più grottesco o più inquietante, o forse tutte queste cose insieme. E questo grazie al genio di Ruccello.
Voto: 4/5
lunedì 11 marzo 2024
Anna Cappelli / di Annibale Ruccello; con Giada Prandi. Teatro Cometa Off, 27 febbraio 2024
I venticinque lettori (cit.) che seguono il mio blog sanno che ormai da un po' di anni ho sviluppato una passione per il teatro di Annibale Ruccello, drammaturgo napoletano purtroppo scomparso prematuramente per un incidente stradale nel 1986. Io e la mia amica F. inseguiamo dunque a Roma tutte le rappresentazioni delle sue opere, e così abbiamo già visto due messe in scena di Ferdinando, nonché Notturno di donna con ospiti e Le cinque rose di Jennifer.
Anna Cappelli mancava all'appello, nonostante - scopro solo a ridosso dello spettacolo - il testo sia stato messo in scena molte volte e interpretato da grandi attrici, tra cui Anna Marchesini (la sua interpretazione, molto virata sul registro ironico, si trova su YouTube) e la grande Maria Paiato (che spero tanto che lo riporti in scena a Roma).
Il merito di farci vedere a teatro Anna Cappelli è del Cometa Off (teatro che mancava ai nostri giri teatrali). Lo spettacolo è diretto da Renato Chiocca e interpretato da Giada Prandi.
La storia - ambientata negli anni Sessanta - è quella appunto di Anna Cappelli, una giovane donna trasferitasi da Orvieto a Latina per lavorare in un ufficio come impiegata. Si tratta di un monologo, ma in realtà non lo è strettamente, dal momento che le parti in cui si articola la storia sono sempre dei dialoghi in cui Anna si rivolge a un interlocutore: in un paio di casi la padrona di casa dove Anna alloggia, la signora Minervini, e nei restanti casi Tonino Guerra, il ragioniere del suo ufficio con cui Anna inizia una storia e con cui va a convivere. Di questi dialoghi però noi ascoltiamo solo la voce di Anna e intuiamo risposte e parole dell'interlocutore dalle parole e dalle espressioni di Anna.
Il testo - a differenza degli altri di Ruccello - è in italiano, sebbene sia punteggiato di espressioni colloquiali o che derivano dal dialetto.
La storia è una specie di parabola, di discesa agli inferi della follia. Anna vive in una stanza della casa della signora Minervini con cui condivide la cucina, ma ovviamente sogna una casa tutta per sé. Lavora in ufficio dove gestisce delle pratiche e dove conosce il ragioner Tonino Guerra. Dopo uno scambio in cui Tonino fa molti complimenti ad Anna, i due cominciano a frequentarsi e decidono di andare a vivere insieme nella grande casa dove Tonino vive da solo con la vecchia governante. Ma Tonino non ne vuole sapere di sposarsi e Anna, fingendo una leggerezza sul tema che non ha, accetta la convivenza sperando che si tratti di una soluzione temporanea. Quando Tonino decide di lasciarla per trasferirsi a lavorare in Sicilia, vendendo anche la casa, Anna vede crollare tutta la sua vita, rispetto alla quale ha già dovuto accettare molti compromessi, e sprofonda in una lucida follia dagli esiti imprevedibili.
La messa in scena a cui assisto è molto essenziale: Anna si muove dentro e fuori una struttura a forma di cubo senza pareti, e le varie fasi della sua vicenda (nonché parti dello spettacolo) sono identificati da uno specifico outfit: all'inizio ha un grembiule su un vestito, poi ha solo il vestito con un foulard, poi ancora ha un cappotto, quindi resta in sottoveste, e a un certo punto sfila le mutandine. Questo progressivo spogliarsi è ovviamente metafora del suo consegnarsi a un uomo e a una prospettiva di vita, che la rendono progressivamente senza difese e sempre più fragile. La follia è la naturale conseguenza dello sgretolarsi di questa prospettiva che lascia Anna senza praticamente più nulla a cui aggrapparsi.
Dentro il personaggio di Anna c'è sicuramente il rapporto uomo-donna, ma anche molti altri temi, quello della provincia, dei rapporti con la famiglia e con le origini, delle convenzioni sociali, dei desideri, e soprattutto della solitudine, che è poi tema trasversale alle opere di Ruccello. E tutti questi temi sono declinati alla maniera tipica del drammaturgo napoletano, ossia dentro un registro che è un mix inscindibile di dramma e commedia, che ogni regista e ogni attrice possono scegliere di declinare in modo leggermente diverso, più ironico (come nel caso della Marchesini), ovvero più cupo e drammatico (vedi il caso della Paiato), o - ancora - più naif come nel caso della Prandi.
Lo spettacolo è molto ben allestito e costruito (per scenografia, luci, musiche ecc.) e devo dire che Giada Prandi risulta molto convincente, nella sua scelta naturalistica di fondo che non disdegna però dei momenti di "forzatura" espressiva.
Ruccello conferma con Anna Cappelli (ultima opera consegnata in SIAE prima della morte) la sua grandezza, che si manifesta nella estrema varietà dei contenuti delle sue opere e nella straordinaria modernità che le caratterizzano, forse grazie alla sua capacità di indagare con finezza e acume nelle pieghe più nascoste dei sentimenti umani. Ed è proprio grazie a questa ricchezza e modernità che le sue opere possono essere portate in scena ancora oggi (e sicuramente anche in futuro) senza risultare mai sorpassate e dando la possibilità agli attori e alle attrici di trovare sempre nuove chiavi interpretative.
Voto: 3,5/5
Anna Cappelli mancava all'appello, nonostante - scopro solo a ridosso dello spettacolo - il testo sia stato messo in scena molte volte e interpretato da grandi attrici, tra cui Anna Marchesini (la sua interpretazione, molto virata sul registro ironico, si trova su YouTube) e la grande Maria Paiato (che spero tanto che lo riporti in scena a Roma).
Il merito di farci vedere a teatro Anna Cappelli è del Cometa Off (teatro che mancava ai nostri giri teatrali). Lo spettacolo è diretto da Renato Chiocca e interpretato da Giada Prandi.
La storia - ambientata negli anni Sessanta - è quella appunto di Anna Cappelli, una giovane donna trasferitasi da Orvieto a Latina per lavorare in un ufficio come impiegata. Si tratta di un monologo, ma in realtà non lo è strettamente, dal momento che le parti in cui si articola la storia sono sempre dei dialoghi in cui Anna si rivolge a un interlocutore: in un paio di casi la padrona di casa dove Anna alloggia, la signora Minervini, e nei restanti casi Tonino Guerra, il ragioniere del suo ufficio con cui Anna inizia una storia e con cui va a convivere. Di questi dialoghi però noi ascoltiamo solo la voce di Anna e intuiamo risposte e parole dell'interlocutore dalle parole e dalle espressioni di Anna.
Il testo - a differenza degli altri di Ruccello - è in italiano, sebbene sia punteggiato di espressioni colloquiali o che derivano dal dialetto.
La storia è una specie di parabola, di discesa agli inferi della follia. Anna vive in una stanza della casa della signora Minervini con cui condivide la cucina, ma ovviamente sogna una casa tutta per sé. Lavora in ufficio dove gestisce delle pratiche e dove conosce il ragioner Tonino Guerra. Dopo uno scambio in cui Tonino fa molti complimenti ad Anna, i due cominciano a frequentarsi e decidono di andare a vivere insieme nella grande casa dove Tonino vive da solo con la vecchia governante. Ma Tonino non ne vuole sapere di sposarsi e Anna, fingendo una leggerezza sul tema che non ha, accetta la convivenza sperando che si tratti di una soluzione temporanea. Quando Tonino decide di lasciarla per trasferirsi a lavorare in Sicilia, vendendo anche la casa, Anna vede crollare tutta la sua vita, rispetto alla quale ha già dovuto accettare molti compromessi, e sprofonda in una lucida follia dagli esiti imprevedibili.
La messa in scena a cui assisto è molto essenziale: Anna si muove dentro e fuori una struttura a forma di cubo senza pareti, e le varie fasi della sua vicenda (nonché parti dello spettacolo) sono identificati da uno specifico outfit: all'inizio ha un grembiule su un vestito, poi ha solo il vestito con un foulard, poi ancora ha un cappotto, quindi resta in sottoveste, e a un certo punto sfila le mutandine. Questo progressivo spogliarsi è ovviamente metafora del suo consegnarsi a un uomo e a una prospettiva di vita, che la rendono progressivamente senza difese e sempre più fragile. La follia è la naturale conseguenza dello sgretolarsi di questa prospettiva che lascia Anna senza praticamente più nulla a cui aggrapparsi.
Dentro il personaggio di Anna c'è sicuramente il rapporto uomo-donna, ma anche molti altri temi, quello della provincia, dei rapporti con la famiglia e con le origini, delle convenzioni sociali, dei desideri, e soprattutto della solitudine, che è poi tema trasversale alle opere di Ruccello. E tutti questi temi sono declinati alla maniera tipica del drammaturgo napoletano, ossia dentro un registro che è un mix inscindibile di dramma e commedia, che ogni regista e ogni attrice possono scegliere di declinare in modo leggermente diverso, più ironico (come nel caso della Marchesini), ovvero più cupo e drammatico (vedi il caso della Paiato), o - ancora - più naif come nel caso della Prandi.
Lo spettacolo è molto ben allestito e costruito (per scenografia, luci, musiche ecc.) e devo dire che Giada Prandi risulta molto convincente, nella sua scelta naturalistica di fondo che non disdegna però dei momenti di "forzatura" espressiva.
Ruccello conferma con Anna Cappelli (ultima opera consegnata in SIAE prima della morte) la sua grandezza, che si manifesta nella estrema varietà dei contenuti delle sue opere e nella straordinaria modernità che le caratterizzano, forse grazie alla sua capacità di indagare con finezza e acume nelle pieghe più nascoste dei sentimenti umani. Ed è proprio grazie a questa ricchezza e modernità che le sue opere possono essere portate in scena ancora oggi (e sicuramente anche in futuro) senza risultare mai sorpassate e dando la possibilità agli attori e alle attrici di trovare sempre nuove chiavi interpretative.
Voto: 3,5/5
lunedì 20 novembre 2023
Ferdinando / Annibale Ruccello; regia di Arturo Cirillo. Teatro Parioli, 2 novembre 2023
Ferdinando è lo spettacolo con cui ho conosciuto il teatro di Annibale Ruccello quando ancora ero convinta che si trattasse di un autore ottocentesco. Da lì in poi è stata tutta una scoperta dell'opera di Ruccello e della straordinaria vitalità del teatro napoletano degli anni Settanta e Ottanta. Poco dopo aver visto Ferdinando, e proprio grazie a Ruccello ho scoperto anche Arturo Cirillo in Notturno di donna con ospiti, e anche in questo caso è stato amore a prima vista. Di lì in poi credo di non essermi persa quasi niente sia del teatro di Ruccello che delle cose portate un scena da Cirillo.
Con Ferdinando diretto da Cirillo possiamo dire che il cerchio si chiude con soddisfazione.
Ovviamente a questo giro arrivo molto più preparata e di conseguenza l'effetto del testo di Ruccello è meno dirompente.
La borbonica Clotilde (Sabrina Scuccimarra), assistita nel suo letto di finta malata dalla cugina povera Gesualda (Anna Rita Vitolo), che le fa da cameriera, e dal prete locale don Catello (lo stesso Cirillo), trascorre le sue giornate rimpiangendo l'epoca che fu e gettando veleno sullo stato e sulla lingua italiana. La sua è una personalità strabordante in cui si alternano invettive al vetriolo e un sarcasmo irresistibile. Intanto donna Gesualda, zitella forse perché senza dote, ha una tresca con don Catello che in realtà non disdegna nemmeno e forse preferisce le frequentazioni maschili. A scombinare completamente questo già instabile equilibrio arriva Ferdinando (Riccardo Ciccarelli), il giovane figlio di parenti alla lontana, rimasto senza genitori e mandato a vivere con la zia Clotilde. Ferdinando con la sua almeno apparente fragilità e i suoi modi gentili e seduttivi diventa il centro di attrazione per tutti, attivando gli appetiti sessuali di Clotilde, di don Catello e alfine anche di Gesualda, appetiti ai quali non si sottrae.
Le gelosie incrociate e le bugie creano un clima sempre più teso che condurrà all'epilogo finale nel quale la realtà si mostrerà per quella che realmente è.
Come dicevo nel precedente post su questo spettacolo, quella di Ruccello è un'amara e brillante riflessione sul rapporto tra passato e presente e una constatazione del fatto che l'avidità e la meschinità umana attraversano le epoche anche quando il contesto si trasforma completamente.
Ma al di là del "messaggio", la cosa di fronte alla quale non si può rimanere indifferenti è la vitalità e la potenza di questo testo in napoletano, antico e modernissimo, che non vede mai una battuta d'arresto e che a più riprese ci strappa risate fragorose. Non manca la vena malinconica che - dopo aver visto quasi tutti gli spettacoli di Ruccello - posso dire essere la sua cifra caratteristica, che qui aleggia nel sottofondo (i tre personaggi principali sono tutti a loro modo dolenti e condannati nelle loro solitudini e per questo Ferdinando spariglia le carte), mentre in altre opere è il cuore emotivo del racconto (vedi ad esempio Le cinque rose di Jennifer).
Personalmente sono innamorata del teatro di Ruccello, artista che va tenuto in vita con le sue opere, per diffonderlo e tramandarlo nella sua potenza narrativa.
Bello l'allestimento con la regia di Cirillo, qui misurato anche nell'interpretazione, bravissimi gli altri attori, e la Scuccimarra regge il confronto con la Gea Martire della precedente rappresentazione.
Voto: 4,5/5
Con Ferdinando diretto da Cirillo possiamo dire che il cerchio si chiude con soddisfazione.
Ovviamente a questo giro arrivo molto più preparata e di conseguenza l'effetto del testo di Ruccello è meno dirompente.
La borbonica Clotilde (Sabrina Scuccimarra), assistita nel suo letto di finta malata dalla cugina povera Gesualda (Anna Rita Vitolo), che le fa da cameriera, e dal prete locale don Catello (lo stesso Cirillo), trascorre le sue giornate rimpiangendo l'epoca che fu e gettando veleno sullo stato e sulla lingua italiana. La sua è una personalità strabordante in cui si alternano invettive al vetriolo e un sarcasmo irresistibile. Intanto donna Gesualda, zitella forse perché senza dote, ha una tresca con don Catello che in realtà non disdegna nemmeno e forse preferisce le frequentazioni maschili. A scombinare completamente questo già instabile equilibrio arriva Ferdinando (Riccardo Ciccarelli), il giovane figlio di parenti alla lontana, rimasto senza genitori e mandato a vivere con la zia Clotilde. Ferdinando con la sua almeno apparente fragilità e i suoi modi gentili e seduttivi diventa il centro di attrazione per tutti, attivando gli appetiti sessuali di Clotilde, di don Catello e alfine anche di Gesualda, appetiti ai quali non si sottrae.
Le gelosie incrociate e le bugie creano un clima sempre più teso che condurrà all'epilogo finale nel quale la realtà si mostrerà per quella che realmente è.
Come dicevo nel precedente post su questo spettacolo, quella di Ruccello è un'amara e brillante riflessione sul rapporto tra passato e presente e una constatazione del fatto che l'avidità e la meschinità umana attraversano le epoche anche quando il contesto si trasforma completamente.
Ma al di là del "messaggio", la cosa di fronte alla quale non si può rimanere indifferenti è la vitalità e la potenza di questo testo in napoletano, antico e modernissimo, che non vede mai una battuta d'arresto e che a più riprese ci strappa risate fragorose. Non manca la vena malinconica che - dopo aver visto quasi tutti gli spettacoli di Ruccello - posso dire essere la sua cifra caratteristica, che qui aleggia nel sottofondo (i tre personaggi principali sono tutti a loro modo dolenti e condannati nelle loro solitudini e per questo Ferdinando spariglia le carte), mentre in altre opere è il cuore emotivo del racconto (vedi ad esempio Le cinque rose di Jennifer).
Personalmente sono innamorata del teatro di Ruccello, artista che va tenuto in vita con le sue opere, per diffonderlo e tramandarlo nella sua potenza narrativa.
Bello l'allestimento con la regia di Cirillo, qui misurato anche nell'interpretazione, bravissimi gli altri attori, e la Scuccimarra regge il confronto con la Gea Martire della precedente rappresentazione.
Voto: 4,5/5
domenica 7 maggio 2023
Le cinque rose di Jennifer / di Annibale Ruccello, regia di Gabriele Russo, con Daniele Russo. Teatro Vascello, 15 aprile 2023
Dopo aver scoperto, ormai ben cinque anni fa, la drammaturgia di Annibale Ruccello con Ferdinando, io e F. abbiamo costantemente inseguito la rappresentazione delle sue opere nei teatri romani.
L’autore napoletano, scomparso tragicamente in un incidente stradale nel 1986 a soli 30 anni, era uno dei principali rappresentanti del nuovo teatro napoletano, e nella sua vita sfortunatamente breve era riuscito già a imporsi all’attenzione del pubblico e della critica con un piccolo (ma significativo se si considera la sua età) numero di opere. Il tempo ne ha consacrato la grandezza e ha confermato la straordinaria modernità dei suoi testi.
Per quanto mi riguarda la scoperta del teatro di Ruccello è stata l’innesco di una serie di importanti scoperte e passioni: è inseguendo Ruccello nello spettacolo Notturno di donna con ospiti che ho conosciuto il grande Arturo Cirillo, è andando a vedere gli spettacoli con Cirillo che ho conosciuto la drammaturgia di un altro esponente del teatro napoletano degli anni Ottanta, Giuseppe Patroni Griffi, ed è sempre per il tramite di Ruccello che ci siamo avvicinate anche a Enzo Moscato e, sebbene non del tutto consapevolmente, ad alcune opere di Manlio Santanelli.
Fin dalla prima conoscenza con il teatro di Ruccello ho iniziato a sentir parlare de Le cinque rose di Jennifer, la sua prima opera rappresentata, e ho desiderato poterla vedere a teatro. Finalmente quest’anno il Teatro Vascello mette in cartellone quest’opera, anzi fa ancora di più, offrendomi la possibilità di partecipare alla presentazione dell’edizione critica del testo, a cura di Vincenzo Caputo, presente insieme a Pasquale Sabbatino (direttore della collana), Carlo De Nonno (compositore ed erede di Ruccello), Daniele Russo e Sergio Del Prete (interpreti dello spettacolo).
Daniele Russo è interprete napoletano che già conoscevo per averlo visto protagonista di un paio di spettacoli teatrali per la regia di Alessandro Gassman, ma qui è diretto da suo fratello Gabriele Russo, insieme al quale e alla sorella Roberta dirige il teatro Bellini di Napoli.
A livello narrativo Le cinque rose di Jennifer mi ha richiamato alla mente sia Scende giù per Toledo, di Patroni Griffi, sia Scannasurice, di Enzo Moscato, tutti aventi come protagonista un travestito dei bassi napoletani, a conferma della comunanza di orizzonti che caratterizza questi autori.
Nell’opera di Ruccello la protagonista è Jennifer, che è in casa in attesa della telefonata di Franco, l’uomo del quale si è innamorata. Mentre al telefono di Jennifer arrivano molteplici telefonate, spesso destinate ad altre persone a causa di un guasto alla linea, alla radio si alternano le telefonate delle ascoltatrici, le canzoni di Mina, Patti Pravo, Milva, Romina Power, e le notizie che riguardano un serial killer che uccide travestiti nel quartiere.
Come la Rosalinda Sprint di Patroni Griffi, Jennifer è un personaggio che oscilla tra l’esilarante e il dolente fino ad arrivare al tragico, e che dietro la sfrontatezza e la capacità di sdrammatizzare, amplificata dalla sua napoletanità, nasconde una profonda solitudine, un desiderio di affetto e di considerazione continuamente frustrato, una vera e propria angoscia esistenziale che sarà portata all’esasperazione prima dal dialogo con la vicina di casa e poi dalla temporanea mancanza di corrente e di linea telefonica.
Sulla scena, Daniele Russo è una Jennifer dalla fisicità straordinaria, il cui volto è una maschera napoletana che si fa sempre più grottesca, e dimostra un’eccezionale capacità empatica, realizzando così appieno le potenzialità del testo di Ruccello di produrre nello spettatore una forte immedesimazione. La presenza nell’ombra di Sergio Del Prete, a impersonare una specie di alter ego, coscienza alterata o essenza sentimentale di Jennifer, contribuisce a potenziare il gradiente emotivo dello spettacolo e il senso di claustrofobia che lo caratterizza e che è reso evidente da una scenografia in cui la stanza di Jennifer è un cerchio con un confine definito, fuori dal quale si muove soltanto la sua coscienza riflessa impersonata da Del Prete, ovvero la versione “onirica” o la personificazione dei pensieri della stessa Jennifer.
Negli ultimi tempi mi capita spesso al teatro di avere momenti di calo dell’attenzione, se non di vero e proprio abbiocco, tanto che comincio a pensare che sia colpa della vecchiaia, ma questo spettacolo mi tiene desta dal primo all’ultimo minuto, trascinandomi in stati emotivi diversi e contrapposti, cui mi abbandono con fiducia ed entusiasmo.
E così non posso che sottoscrivere quanto aveva detto nella presentazione il curatore dell’edizione critica, Vincenzo Caputo, ossia che a distanza di oltre 40 anni, e nonostante gli elementi scenici datati (la radio, il telefono a disco), il testo di Ruccello mantiene intatta la sua potenza e conferma la sua inscalfita modernità, data anche da una costruzione della drammaturgia in chiave fortemente cinematografica, in cui sono colpita – tra le altre cose - dall’uso diegetico ed extradiegetico della musica.
Voto: 4/5
L’autore napoletano, scomparso tragicamente in un incidente stradale nel 1986 a soli 30 anni, era uno dei principali rappresentanti del nuovo teatro napoletano, e nella sua vita sfortunatamente breve era riuscito già a imporsi all’attenzione del pubblico e della critica con un piccolo (ma significativo se si considera la sua età) numero di opere. Il tempo ne ha consacrato la grandezza e ha confermato la straordinaria modernità dei suoi testi.
Per quanto mi riguarda la scoperta del teatro di Ruccello è stata l’innesco di una serie di importanti scoperte e passioni: è inseguendo Ruccello nello spettacolo Notturno di donna con ospiti che ho conosciuto il grande Arturo Cirillo, è andando a vedere gli spettacoli con Cirillo che ho conosciuto la drammaturgia di un altro esponente del teatro napoletano degli anni Ottanta, Giuseppe Patroni Griffi, ed è sempre per il tramite di Ruccello che ci siamo avvicinate anche a Enzo Moscato e, sebbene non del tutto consapevolmente, ad alcune opere di Manlio Santanelli.
Fin dalla prima conoscenza con il teatro di Ruccello ho iniziato a sentir parlare de Le cinque rose di Jennifer, la sua prima opera rappresentata, e ho desiderato poterla vedere a teatro. Finalmente quest’anno il Teatro Vascello mette in cartellone quest’opera, anzi fa ancora di più, offrendomi la possibilità di partecipare alla presentazione dell’edizione critica del testo, a cura di Vincenzo Caputo, presente insieme a Pasquale Sabbatino (direttore della collana), Carlo De Nonno (compositore ed erede di Ruccello), Daniele Russo e Sergio Del Prete (interpreti dello spettacolo).
Daniele Russo è interprete napoletano che già conoscevo per averlo visto protagonista di un paio di spettacoli teatrali per la regia di Alessandro Gassman, ma qui è diretto da suo fratello Gabriele Russo, insieme al quale e alla sorella Roberta dirige il teatro Bellini di Napoli.
A livello narrativo Le cinque rose di Jennifer mi ha richiamato alla mente sia Scende giù per Toledo, di Patroni Griffi, sia Scannasurice, di Enzo Moscato, tutti aventi come protagonista un travestito dei bassi napoletani, a conferma della comunanza di orizzonti che caratterizza questi autori.
Nell’opera di Ruccello la protagonista è Jennifer, che è in casa in attesa della telefonata di Franco, l’uomo del quale si è innamorata. Mentre al telefono di Jennifer arrivano molteplici telefonate, spesso destinate ad altre persone a causa di un guasto alla linea, alla radio si alternano le telefonate delle ascoltatrici, le canzoni di Mina, Patti Pravo, Milva, Romina Power, e le notizie che riguardano un serial killer che uccide travestiti nel quartiere.
Come la Rosalinda Sprint di Patroni Griffi, Jennifer è un personaggio che oscilla tra l’esilarante e il dolente fino ad arrivare al tragico, e che dietro la sfrontatezza e la capacità di sdrammatizzare, amplificata dalla sua napoletanità, nasconde una profonda solitudine, un desiderio di affetto e di considerazione continuamente frustrato, una vera e propria angoscia esistenziale che sarà portata all’esasperazione prima dal dialogo con la vicina di casa e poi dalla temporanea mancanza di corrente e di linea telefonica.
Sulla scena, Daniele Russo è una Jennifer dalla fisicità straordinaria, il cui volto è una maschera napoletana che si fa sempre più grottesca, e dimostra un’eccezionale capacità empatica, realizzando così appieno le potenzialità del testo di Ruccello di produrre nello spettatore una forte immedesimazione. La presenza nell’ombra di Sergio Del Prete, a impersonare una specie di alter ego, coscienza alterata o essenza sentimentale di Jennifer, contribuisce a potenziare il gradiente emotivo dello spettacolo e il senso di claustrofobia che lo caratterizza e che è reso evidente da una scenografia in cui la stanza di Jennifer è un cerchio con un confine definito, fuori dal quale si muove soltanto la sua coscienza riflessa impersonata da Del Prete, ovvero la versione “onirica” o la personificazione dei pensieri della stessa Jennifer.
Negli ultimi tempi mi capita spesso al teatro di avere momenti di calo dell’attenzione, se non di vero e proprio abbiocco, tanto che comincio a pensare che sia colpa della vecchiaia, ma questo spettacolo mi tiene desta dal primo all’ultimo minuto, trascinandomi in stati emotivi diversi e contrapposti, cui mi abbandono con fiducia ed entusiasmo.
E così non posso che sottoscrivere quanto aveva detto nella presentazione il curatore dell’edizione critica, Vincenzo Caputo, ossia che a distanza di oltre 40 anni, e nonostante gli elementi scenici datati (la radio, il telefono a disco), il testo di Ruccello mantiene intatta la sua potenza e conferma la sua inscalfita modernità, data anche da una costruzione della drammaturgia in chiave fortemente cinematografica, in cui sono colpita – tra le altre cose - dall’uso diegetico ed extradiegetico della musica.
Voto: 4/5
lunedì 18 ottobre 2021
Compleanno / di e con Enzo Moscato. Teatro India, 30 settembre 2021
Da quando anni fa io e F. abbiamo scoperto Annibale Ruccello e la nuova drammaturgia napoletana, abbiamo cercato di recuperare quanto più ci è stato possibile, compatibilmente con l'offerta teatrale romana.
La conoscenza di Ruccello e delle sue opere ci ha portate dritte dritte a un altro grande autore, anzi il capofila del nuovo teatro napoletano, Enzo Moscato.
Grazie a questi due mostri sacri, il primo morto troppo giovane, in un incidente stradale a 30 anni, il secondo ancora in attività, abbiamo imparato a esplorare e apprezzare il teatro napoletano contemporaneo nelle sue diverse declinazioni, passando per alcune opere di Giuseppe Patroni Griffi fino ad arrivare a Manlio Santanelli.
E così ora come ora non appena leggiamo uno di questi nomi nei cartelloni dei teatri romani cerchiamo di non mancare all'appuntamento. Come potevamo dunque perdere Compleanno, il testo scritto da Enzo Moscato pochi mesi dopo la morte di Ruccello, e messo in scena la prima volta nel 1992?
La presenza nel pubblico di Giorgio Barberio Corsetti, già direttore del Teatro di Roma, è un'ulteriore conferma del fatto che Compleanno è uno spettacolo da non perdere.
Si tratta sostanzialmente di un monologo, preceduto però da una breve introduzione recitata da un giovane - forse il fantasma di Ruccello? - che riflette sulla morte e su cosa significa morire giovani.
La scenografia è fatta di una sedia vuota ricoperta di veli rossi e di un banchetto decorato in maniera kitsch. Il giovane che introduce la pièce lascia sparse sul palco cinque rose, che richiamano immediatamente una delle opere più famose di Ruccello (Le cinque rose di Jennifer). Da dietro le quinte arriva Moscato, con una maglietta con la scritta "Life's a bitch and then you die" e una torta con le candeline in mano.
Siamo - come spesso nella nuova drammaturgia partenopea - in un qualche basso napoletano, tra trans e femminielli, quel mondo dolente ed emarginato, ma anche ricco di umanità e ironia, tanto amato da Ruccello e Moscato. Si prepara una festa di compleanno in absentia e questi preparativi sono accompagnati da un flusso di parole, in lingue diverse, inframmezzate da spezzoni di canzoni (Suzanne Vega, i Gipsy King, Donatella Rettore), e tutto questo si trasforma a tratti in cantilena o in filastrocca, attraverso la ripetizione quasi ossessiva.
Dietro queste parole e la loro solo apparente leggerezza in alcuni passaggi si percepisce dal principio alla fine un dolore con cui non si riesce a fare i conti e che solo per poco non si trasforma in dramma autoinflitto. Un dolore che alla fine si trasforma in commozione, non solo per l'artista sul palco ma anche per un pubblico che sente una presenza forte anche lì dove la persona non c'è fisicamente.
Il lungo applauso finale è liberatorio, e non è solo un riconoscimento della bravura di Moscato, ma anche un rito collettivo di elaborazione di un lutto che si fa fatica ad accettare e anche di una vita che - come dice il giovane nel prologo - più è lunga e più ti mette di fronte alla perdita e all'inevitabile declino, in un paradosso insolubile proprio dell'essere umano in quanto essere cosciente di sé stesso.
Voto: 4/5
La conoscenza di Ruccello e delle sue opere ci ha portate dritte dritte a un altro grande autore, anzi il capofila del nuovo teatro napoletano, Enzo Moscato.
Grazie a questi due mostri sacri, il primo morto troppo giovane, in un incidente stradale a 30 anni, il secondo ancora in attività, abbiamo imparato a esplorare e apprezzare il teatro napoletano contemporaneo nelle sue diverse declinazioni, passando per alcune opere di Giuseppe Patroni Griffi fino ad arrivare a Manlio Santanelli.
E così ora come ora non appena leggiamo uno di questi nomi nei cartelloni dei teatri romani cerchiamo di non mancare all'appuntamento. Come potevamo dunque perdere Compleanno, il testo scritto da Enzo Moscato pochi mesi dopo la morte di Ruccello, e messo in scena la prima volta nel 1992?
La presenza nel pubblico di Giorgio Barberio Corsetti, già direttore del Teatro di Roma, è un'ulteriore conferma del fatto che Compleanno è uno spettacolo da non perdere.
Si tratta sostanzialmente di un monologo, preceduto però da una breve introduzione recitata da un giovane - forse il fantasma di Ruccello? - che riflette sulla morte e su cosa significa morire giovani.
La scenografia è fatta di una sedia vuota ricoperta di veli rossi e di un banchetto decorato in maniera kitsch. Il giovane che introduce la pièce lascia sparse sul palco cinque rose, che richiamano immediatamente una delle opere più famose di Ruccello (Le cinque rose di Jennifer). Da dietro le quinte arriva Moscato, con una maglietta con la scritta "Life's a bitch and then you die" e una torta con le candeline in mano.
Siamo - come spesso nella nuova drammaturgia partenopea - in un qualche basso napoletano, tra trans e femminielli, quel mondo dolente ed emarginato, ma anche ricco di umanità e ironia, tanto amato da Ruccello e Moscato. Si prepara una festa di compleanno in absentia e questi preparativi sono accompagnati da un flusso di parole, in lingue diverse, inframmezzate da spezzoni di canzoni (Suzanne Vega, i Gipsy King, Donatella Rettore), e tutto questo si trasforma a tratti in cantilena o in filastrocca, attraverso la ripetizione quasi ossessiva.
Dietro queste parole e la loro solo apparente leggerezza in alcuni passaggi si percepisce dal principio alla fine un dolore con cui non si riesce a fare i conti e che solo per poco non si trasforma in dramma autoinflitto. Un dolore che alla fine si trasforma in commozione, non solo per l'artista sul palco ma anche per un pubblico che sente una presenza forte anche lì dove la persona non c'è fisicamente.
Il lungo applauso finale è liberatorio, e non è solo un riconoscimento della bravura di Moscato, ma anche un rito collettivo di elaborazione di un lutto che si fa fatica ad accettare e anche di una vita che - come dice il giovane nel prologo - più è lunga e più ti mette di fronte alla perdita e all'inevitabile declino, in un paradosso insolubile proprio dell'essere umano in quanto essere cosciente di sé stesso.
Voto: 4/5
sabato 16 dicembre 2017
Notturno di donna con ospiti / Annibale Ruccello. Teatro India, 5 dicembre 2017
Ed eccomi al mio secondo appuntamento (dopo Ferdinando) con il mondo teatrale di Annibale Ruccello. In questo caso si tratta di Notturno di donna con ospiti, un testo del 1983, messo in scena al Teatro India da Mario Scandale, per il quale questo lavoro ha rappresentato il saggio di diploma dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica "Silvio d’Amico".
Il testo di Ruccello racconta la notte in cui Adriana, una ingenua casalinga incinta del terzo figlio, si ritrova in casa una strana compagnia, di cui fanno parte tra gli altri la sua ex compagna di scuola Rosanna, l'ex fidanzato Sandro e il suo stesso marito Michele, rientrato in anticipo dal suo lavoro di metronotte. Questa notte sarà per Adriana l'incarnazione di un incubo al termine del quale la sua psiche sarà stata irrimediabilmente compromessa.
Nella messa in scena di Scandale, la protagonista Adriana è interpretata da un uomo (il bravissimo Arturo Cirillo) e l'azione si svolge in una stanza che prima sembra quella di un motel e poi invece si rivela la cucina della casa dove Adriana vive con il marito e i figli.
Questa stanza ha pareti che sono in realtà tende e - grazie al sapiente gioco di luci - a volte sembrano muri impenetrabili, altre volte diventano vetrine su mondi immaginari, ricordi, sogni e pensieri.
L'atmosfera della rappresentazione è infatti decisamente onirica: tutto comincia con Adriana che si addormenta sul tavolo dopo aver festeggiato il suo compleanno da sola e si risveglia sempre da sola sullo stesso tavolo, lasciando dunque pensare agli spettatori che quello a cui assistiamo è un sogno di Adriana, anzi più esattamente un incubo, visto che dell'incubo ha tutte le caratteristiche: il senso di angoscia, lo spaesamento, l'insensatezza, la compresenza di persone non necessariamente collegate, il passato e il presente, le ansie e le paure.
E questa angoscia si trasmette in maniera diretta allo spettatore, anch'egli spaesato, traumatizzato, sottomesso, preso in giro, deriso. Spettatore infine coinvolto quando durante l'assurda festa per il compleanno di Adriana compare una sfera da discoteca che riflette le sue luci su tutta la platea.
Dentro questo testo e dentro la rilettura che ne fa Scandale - che pare aver fatto un lavoro filologico sulle numerose riscritture che ne fece Ruccello - ci sono tanti temi diversi, la solitudine, i traumi familiari, i fallimenti personali, la tristezza della quotidianità (rappresentata anche da una televisione da cui sembrano uscire i personaggi che bussano alla porta di Adriana) e, infine, il più importante, la scarsa autostima e la ricerca costante dell'approvazione degli altri.
Si esce disorientati e angosciati da questo teatro. Molte domande rimbalzano nel gruppo di persone con cui sono andata a vedere lo spettacolo sul perché Scandale abbia scelto un protagonista maschile (e io personalmente non ho una risposta). Ma certamente resta forte la sensazione del talento di Ruccello, capace di costruire universi emotivi amplificati che non possono in ogni caso lasciare indifferenti.
Voto: 3/5
Il testo di Ruccello racconta la notte in cui Adriana, una ingenua casalinga incinta del terzo figlio, si ritrova in casa una strana compagnia, di cui fanno parte tra gli altri la sua ex compagna di scuola Rosanna, l'ex fidanzato Sandro e il suo stesso marito Michele, rientrato in anticipo dal suo lavoro di metronotte. Questa notte sarà per Adriana l'incarnazione di un incubo al termine del quale la sua psiche sarà stata irrimediabilmente compromessa.
Nella messa in scena di Scandale, la protagonista Adriana è interpretata da un uomo (il bravissimo Arturo Cirillo) e l'azione si svolge in una stanza che prima sembra quella di un motel e poi invece si rivela la cucina della casa dove Adriana vive con il marito e i figli.
Questa stanza ha pareti che sono in realtà tende e - grazie al sapiente gioco di luci - a volte sembrano muri impenetrabili, altre volte diventano vetrine su mondi immaginari, ricordi, sogni e pensieri.
L'atmosfera della rappresentazione è infatti decisamente onirica: tutto comincia con Adriana che si addormenta sul tavolo dopo aver festeggiato il suo compleanno da sola e si risveglia sempre da sola sullo stesso tavolo, lasciando dunque pensare agli spettatori che quello a cui assistiamo è un sogno di Adriana, anzi più esattamente un incubo, visto che dell'incubo ha tutte le caratteristiche: il senso di angoscia, lo spaesamento, l'insensatezza, la compresenza di persone non necessariamente collegate, il passato e il presente, le ansie e le paure.
E questa angoscia si trasmette in maniera diretta allo spettatore, anch'egli spaesato, traumatizzato, sottomesso, preso in giro, deriso. Spettatore infine coinvolto quando durante l'assurda festa per il compleanno di Adriana compare una sfera da discoteca che riflette le sue luci su tutta la platea.
Dentro questo testo e dentro la rilettura che ne fa Scandale - che pare aver fatto un lavoro filologico sulle numerose riscritture che ne fece Ruccello - ci sono tanti temi diversi, la solitudine, i traumi familiari, i fallimenti personali, la tristezza della quotidianità (rappresentata anche da una televisione da cui sembrano uscire i personaggi che bussano alla porta di Adriana) e, infine, il più importante, la scarsa autostima e la ricerca costante dell'approvazione degli altri.
Si esce disorientati e angosciati da questo teatro. Molte domande rimbalzano nel gruppo di persone con cui sono andata a vedere lo spettacolo sul perché Scandale abbia scelto un protagonista maschile (e io personalmente non ho una risposta). Ma certamente resta forte la sensazione del talento di Ruccello, capace di costruire universi emotivi amplificati che non possono in ogni caso lasciare indifferenti.
Voto: 3/5
mercoledì 8 novembre 2017
Ferdinando / Annibale Ruccello. Teatro Piccolo Eliseo, 31 ottobre 2017
Un po’ insperatamente riesco ad andare a vedere questo spettacolo teatrale che mi era stato caldamente suggerito da diverse parti. Come al solito, arrivo al Teatro Piccolo Eliseo senza sapere assolutamente nulla e convinta –nella mia infinita ignoranza – di assistere alla messa in scena di un testo scritto alla fine dell’Ottocento. Del resto, il nome antico dell’autore, Annibale Ruccello, e l’ambientazione della storia nel 1870 mi danno motivo per crederlo.
Invece quando sono lì e dopo che ho già assistito al primo atto, F. mi dice che Annibale Ruccello è un giovane drammaturgo napoletano morto a soli 30 anni in un incidente stradale nel 1986. A quel punto una visione che già consideravo interessante mi conquista definitivamente.
Ferdinando è una pièce teatrale in due atti che il talentuoso, ma sfortunato autore napoletano scrive nel 1985. Siamo – come dicevo – nel 1871, nella campagna napoletana, in una vecchia dimora dove vivono donna Clotilde, una nobildonna decaduta, petulante e pettegola, borbonica fin nel midollo, e Gesualda, una parente povera e di umili origini che le fa sostanzialmente da cameriera. Donna Clotilde è a letto, presuntamente malata, Gesualda la assiste, ma tra le due è uno scambio verbale al fulmicotone in napoletano stretto, l’unica lingua che donna Clotilde riconosce come tale. Tra le due donne si intromette di tanto in tanto don Catello, il parroco del luogo che Clotilde bistratta in tutti i modi e con cui Gesualda ha una tresca “amorosa”. Il primo atto – frizzante e divertente – si conclude con l’arrivo del giovane Ferdinando, il figlio di un parente alla lontana che è rimasto solo dopo la morte dei genitori.
Nel secondo atto in casa è tutto cambiato. Ferdinando ha mandato sottosopra tutti gli equilibri con la sua aria innocente e il suo fare mellifluo. Donna Clotilde non solo non sta più perennemente a letto, ma vive una rinnovata giovinezza, don Catello è affascinato dal giovane e tenta di sedurlo in ogni modo, Gesualda ha perso l’amore di don Catello, l’esclusività del rapporto con Clotilde e non può avvicinarsi a Ferdinando senza provocare le ire di Clotilde. Progressivamente gli animi si scaldano e i rapporti si incrinano, mentre a poco a poco si capisce che il comportamento di Ferdinando è tutt’altro che ingenuo e sincero.
A questo punto tutti i fili della trama giungono alla loro tragica conclusione: le gelosie incrociate dei protagonisti e il doppio gioco del giovane innescano una catena di avvenimenti e svelano infine l’inganno.
Dentro questa storia – dal sapore e dall’impianto antichi – si nasconde, secondo me, una interessante metafora del rapporto tra i tempi passati e quelli nuovi. Donna Clotilde è una fiera conservatrice, difende a spada tratta la bontà degli equilibri del regno borbonico, e nel dispotismo tirannico e malevolo che esercita sul mondo circostante svela le meschinerie proprie e altrui, e l’ingiustizia che caratterizza questo mondo. Il suo fastidio se non addirittura odio per il nuovo stato italiano e la nuova lingua appare l’ultimo tentativo di conservazione di un mondo che – forse per fortuna - non c’è più. Lo svelamento finale dimostrerà però che il “mondo nuovo” non solo non rappresenta il superamento delle ingiustizie e delle meschinità del passato, ma da quelle trae linfa per farsi ancora più avido e senza scrupoli, perdendo perfino l’ironia sagace di cui donna Clotilde si fa interprete.
Dunque, un’amara riflessione sul passare del tempo e il cambiare delle epoche la cui speranza di progresso è destinata a essere continuamente fiaccata dal riemergere dei tratti deteriori della natura umana, che dimenticano anche la ricchezza e l’eredità del passato.
Questo Annibale Ruccello si è rivelato una bellissima scoperta tutta da approfondire.
Interessante la regia di Nadia Baldi, brava Gea Martire nel ruolo di donna Clotilde, particolari alcune scelte recitative e interpretative forse intese a rappresentare la meccanicità – e con questo l’universalità - di certe dinamiche.
Peccato solo perché al teatro c’è sempre meno gente.
Voto: 4/5
Invece quando sono lì e dopo che ho già assistito al primo atto, F. mi dice che Annibale Ruccello è un giovane drammaturgo napoletano morto a soli 30 anni in un incidente stradale nel 1986. A quel punto una visione che già consideravo interessante mi conquista definitivamente.
Ferdinando è una pièce teatrale in due atti che il talentuoso, ma sfortunato autore napoletano scrive nel 1985. Siamo – come dicevo – nel 1871, nella campagna napoletana, in una vecchia dimora dove vivono donna Clotilde, una nobildonna decaduta, petulante e pettegola, borbonica fin nel midollo, e Gesualda, una parente povera e di umili origini che le fa sostanzialmente da cameriera. Donna Clotilde è a letto, presuntamente malata, Gesualda la assiste, ma tra le due è uno scambio verbale al fulmicotone in napoletano stretto, l’unica lingua che donna Clotilde riconosce come tale. Tra le due donne si intromette di tanto in tanto don Catello, il parroco del luogo che Clotilde bistratta in tutti i modi e con cui Gesualda ha una tresca “amorosa”. Il primo atto – frizzante e divertente – si conclude con l’arrivo del giovane Ferdinando, il figlio di un parente alla lontana che è rimasto solo dopo la morte dei genitori.
Nel secondo atto in casa è tutto cambiato. Ferdinando ha mandato sottosopra tutti gli equilibri con la sua aria innocente e il suo fare mellifluo. Donna Clotilde non solo non sta più perennemente a letto, ma vive una rinnovata giovinezza, don Catello è affascinato dal giovane e tenta di sedurlo in ogni modo, Gesualda ha perso l’amore di don Catello, l’esclusività del rapporto con Clotilde e non può avvicinarsi a Ferdinando senza provocare le ire di Clotilde. Progressivamente gli animi si scaldano e i rapporti si incrinano, mentre a poco a poco si capisce che il comportamento di Ferdinando è tutt’altro che ingenuo e sincero.
A questo punto tutti i fili della trama giungono alla loro tragica conclusione: le gelosie incrociate dei protagonisti e il doppio gioco del giovane innescano una catena di avvenimenti e svelano infine l’inganno.
Dentro questa storia – dal sapore e dall’impianto antichi – si nasconde, secondo me, una interessante metafora del rapporto tra i tempi passati e quelli nuovi. Donna Clotilde è una fiera conservatrice, difende a spada tratta la bontà degli equilibri del regno borbonico, e nel dispotismo tirannico e malevolo che esercita sul mondo circostante svela le meschinerie proprie e altrui, e l’ingiustizia che caratterizza questo mondo. Il suo fastidio se non addirittura odio per il nuovo stato italiano e la nuova lingua appare l’ultimo tentativo di conservazione di un mondo che – forse per fortuna - non c’è più. Lo svelamento finale dimostrerà però che il “mondo nuovo” non solo non rappresenta il superamento delle ingiustizie e delle meschinità del passato, ma da quelle trae linfa per farsi ancora più avido e senza scrupoli, perdendo perfino l’ironia sagace di cui donna Clotilde si fa interprete.
Dunque, un’amara riflessione sul passare del tempo e il cambiare delle epoche la cui speranza di progresso è destinata a essere continuamente fiaccata dal riemergere dei tratti deteriori della natura umana, che dimenticano anche la ricchezza e l’eredità del passato.
Questo Annibale Ruccello si è rivelato una bellissima scoperta tutta da approfondire.
Interessante la regia di Nadia Baldi, brava Gea Martire nel ruolo di donna Clotilde, particolari alcune scelte recitative e interpretative forse intese a rappresentare la meccanicità – e con questo l’universalità - di certe dinamiche.
Peccato solo perché al teatro c’è sempre meno gente.
Voto: 4/5
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