Visualizzazione post con etichetta Il meglio dei fumetti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il meglio dei fumetti. Mostra tutti i post

giovedì 12 marzo 2026

C'era una volta l'Est / Boban Pesov

C'era una volta l'Est / Boban Pesov. Latina: Tunué, 2025.

Nella lista dei suggerimenti di lettura del Post avevo visto questo graphic novel che non conoscevo e che mi ha subito attirata. Ho capito solo leggendolo che in qualche modo il Post stava facendo un po’ di pubblicità anche a sé stesso, visto che nella narrazione c’è un momento in cui due dei protagonisti ascoltano in macchina il podcast di Stefano Nazzi, Indagini!

Comunque, a parte questa curiosità, devo dire che C’era una volta l’Est mi è piaciuto moltissimo, soprattutto per il modo in cui è costruita la storia, oltre che per i contenuti e per la carica emotiva che trasmette.

La storia raccontata da Boban Pesov, seconda generazione di una famiglia di immigrati macedoni in Italia, noto – anche se io non lo conoscevo da questo punto di vista – come youtuber e content creator, si sviluppa su tre piani temporali diversi, che in qualche modo si richiamano reciprocamente.

Il primo piano temporale è il 1992, anno nel quale dopo lo sgretolamento della Jugoslavia e le forti condizioni di instabilità della regione, Milan decide di intraprendere con due amici la rotta balcanica di allora per arrivare in Italia e cercare fortuna, nell’idea di pensare appena possibile a un ricongiungimento familiare.

Il secondo asse temporale è il 2001, momento nel quale la famiglia di Milan che, dopo diversi anni di silenzio e lontananza, si è effettivamente ricongiunta in Italia, torna per la prima volta in Macedonia del Nord, trovando una realtà molto diversa da quella che ha lasciato ma caratterizzata ancora da elementi di instabilità.

Il terzo piano è sostanzialmente il presente, invero il 2022, quando Robert, il figlio minore di Milan che ormai vive in Italia e ha una moglie italiana con cui però è in crisi, riceve una telefonata dal padre che gli comunica che sua madre è ricoverata in ospedale in terapia intensiva. Inizia quindi un ulteriore viaggio, in questo caso in due, Robert e sua moglie, che attraverso i Balcani, ulteriormente trasformati dal tempo trascorso, ma ancora luogo di attraversamento per nuove migrazioni, li porterà a Scopje.

Nel corso della lettura si rimbalza avanti e indietro nel tempo, e i personaggi ci si presentano in fasi diverse della storia e della vita, e in alcuni momenti situazioni simili ma lontane nel tempo si rispecchiano e si parlano.

Dentro questo albo ci sono tanti temi diversi (come lo stesso Pesov dice nel video su YouTube in cui racconta la genesi di questo suo primo graphic novel), temi che riguardano sicuramente la sua storia personale (Pesov dice che l’idea della storia gli è venuta da una lunga intervista con suo padre), ma che rimandano anche alla storia collettiva, passata e presente, e a tematiche universali che ci toccano come esseri umani.

Era parecchio che non mi emozionavo leggendo un graphic novel, e Pesov è riuscito a farlo, grazie a un disegno semplice ma carico di espressività, a un soggetto di grande interesse, a una sceneggiatura e un “montaggio” molto ben congegnati. Non si può che dire bravo!

Voto: 4/5

venerdì 24 ottobre 2025

Il fotografo / Emmanuel Guibert, Didier Lefèvre, Frédéric Lemercier

Il fotografo / Emmanuel Guibert, Didier Lefèvre, Frédéric Lemercier; trad. di Donatella Pennisi Guibert. Roma: Coconino Press-Fandango, 2022.

Grazie al suggerimento di non ricordo più chi al termine di una puntata di Globo, il podcast del Post, compro questo particolarissimo albo, che mette insieme le fotografie di Didier Lefèvre e i disegni di Emmanuel Guibert, amico d’infanzia di Didier (Frédéric Lemercier si è occupato dell’impaginazione), per farci rivivere la spedizione in Afghanistan con Medici senza frontiere a cui Lefèvre partecipò nel 1986.

Giovanissimo, Didier si unì a un gruppo di operatori esperti di MSF che partiva dal Pakistan per raggiungere via terra l’Afghanistan, in quel momento sotto l’attacco dell’URSS. Lo scopo della missione era per MSF l’individuazione di un sito dove allestire un ospedale per curare la popolazione locale. Per Didier fu l’occasione per realizzare uno straordinario reportage (oltre 4.000 foto), che dopo il suo fortunoso ritorno in patria rischiò di essere abbandonato e dimenticato. Solo sei foto di quelle da lui scattate furono pubblicate su Libération a dicembre del 1986, fino a quando l’amico fumettista Emmanuel Guibert non ebbe l’idea di utilizzare le fotografie mescolandole con parti disegnate per raccontare quel viaggio.

Ne è venuto fuori uno straordinario esempio di graphic journalism, che ci permette di partecipare empaticamente a tutte le fasi di questo viaggio, dal durissimo cammino attraverso le montagne del Nuristan, all’arrivo e al soggiorno nel villaggio afghano di Zaragandara, luogo in cui fu realizzato l’ospedale, fino ad arrivare al drammatico viaggio di ritorno in solitaria, durante il quale Lefevre rischiò di morire. Queste tre parti costituivano inizialmente tre volumi del graphic novel, che sono poi state ripubblicate tutte insieme nell’albo di grande formato pubblicato nel 2022 da Coconino Press.

Il racconto per immagini disegnate e fotografate non solo ci permette di comprendere meglio il senso della missione di MSF e le motivazioni dei suoi protagonisti, ma anche di farci un’idea del contesto e delle sue contraddizioni, degli orrori diretti e indiretti della guerra, e soprattutto dell’umanità che vive e attraversa questo territorio.

Didier fece esperienza di grande generosità e solidarietà, ma anche di grande avidità e assenza di scrupoli, perché di fronte ai conflitti si innescano le dinamiche più varie. Attraverso gli occhi di Didier vediamo un paese e un popolo in cui una grande bellezza e forza si mescolano ad altrettante brutture e meschinità.

Il valore aggiunto di questa affascinante opera di graphic journalism è stato per me il punto di vista del protagonista che, come dice il titolo dell’albo, è un fotografo e con questo ruolo partecipa alla spedizione. Pur non avendo mai fotografato in situazioni estreme come quelle in cui si è ritrovato Didier, ho riconosciuto alcuni dei suoi pensieri e sentimenti: il potere calmante della fotografia, i momenti di stanchezza fotografica, i dubbi sull’opportunità o meno di scattare in certe situazioni, il rapporto simbiotico con la macchina fotografica e il senso di tragedia quando l'attrezzatura subisce qualche danno o si è impossibilitati a fotografare.

Didier portava con sé oltre 130 rullini e non poteva vedere immediatamente come noi il risultato dei suoi scatti, cosa che rende la sua avventura ancora più epica e le sue emozioni ancora più intense e straordinarie.

Un libro che mi è piaciuto moltissimo, che accorcia le distanze da molteplici punti di vista, che ci fa toccare l’umanità nella sua essenza più universale, e che merita dunque di essere letto dal maggior numero possibile di persone, soprattutto giovani.

Tra l'altro, leggendo i ritratti dei protagonisti alla fine dell’albo (ironici, ma anche pieni di sentimenti), ho scoperto con grandissimo dispiacere che il povero Didier Lefèvre è morto prima dei cinquant’anni a causa di un infarto. Tanto più sono contenta che questo suo lavoro non sia rimasto dentro un cassetto, ma abbia trovato uno sbocco editoriale di grande bellezza come questo.

Voto: 4/5

domenica 11 maggio 2025

Maus. Racconto di un sopravvissuto / Art Spiegelman

Maus. Racconto di un sopravvissuto / Art Spiegelman. Torino: Einaudi, 2000.

Maus è l’acclamatissimo graphic novel che Art Spiegelman ha dedicato al racconto della vicenda di suo padre Vladek, ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento.

La narrazione si svolge su due piani temporali: il presente, ambientato in America, che vede Vladek ormai anziano e di non facile gestione e Art che ci deve fare i conti, sia come figlio che si prende cura del padre, sia come artista che ha bisogno di raccogliere informazioni sulla sua storia passata.

La scelta di fondo del fumettista, che spiega anche il titolo del graphic novel, è di rappresentare gli ebrei con volti di topi, e a cascata anche gli altri con fattezze animalesche: i nazisti come gatti, i polacchi come maiali, i francesi come rane, gli americani come cani.

Maus uscì inizialmente in due volumi, intitolati rispettivamente Mio padre sanguina storia e E qui sono cominciati i miei guai, che sono poi stati raccolti in un volume unico, come quello dell’edizione Einaudi che ho letto io.

La prima parte si concentra sul periodo antecedente alla guerra: inizia raccontando della visita di Vladek alla famiglia a Sosnowiec in Polonia, dell’incontro con la giovane Anja, del matrimonio con lei. Quando scoppia la guerra, inizia per Vladek e Anja una vita di espedienti e di nascondimenti, ed è solo grazie alla ricchezza familiare che i due riescono ancora a sopravvivere.

Nella seconda parte, dopo che Vladek e Anja hanno tentato di fuggire in Ungheria per scampare alla persecuzione nazista, traditi dagli stessi che hanno pagato per attraversare la frontiera, finiscono ad Auschwitz, dove vengono separati e affrontano l’orrore della vita nel campo di concentramento, tentando in ogni modo di sfuggire ai forni crematori.

Sopravviveranno entrambi, ma gli orrori vissuti, le persone morte, tra cui il loro primo figlio, lasceranno un segno indelebile sulle loro vite, tanto che molto più avanti Anja morirà suicida (vicenda questa raccontata sempre da Spiegelman in un altro graphic novel a limitatissima diffusione, alcune pagine del quale vengono riproposte in Maus, quando il padre ne scopre l’esistenza).

La forza del fumetto di Spiegelman sta nella profonda sincerità che attraversa le sue pagine: Art non nasconde niente delle fatiche del rapporto col padre, taccagno in modo quasi patologico e sempre più burbero a causa dell’età che avanza, né si sottrae all’esposizione dei propri stessi sentimenti, non facili, a fronte della storia dei suoi genitori e della morte di un fratello che non ha mai conosciuto. La stessa sincerità attraversa il racconto dell’esperienza di Vladek prima e durante la guerra, e proprio grazie a questa sincerità emerge con grande forza la disperata lotta per la sopravvivenza di cui è stato protagonista suo padre, che alla fine si è salvato anche perché ha saputo ben giocarsi le sue carte ma anche e soprattutto perché è stato più fortunato di altri.

È vero che ormai della persecuzione degli ebrei sappiamo moltissimo e l’Olocausto è stato raccontato in tanti modi diversi, e in molti casi con grandissima efficacia, ma non c’è dubbio che l’opera di Spiegelman si colloca tra gli esempi più luminosi e meglio riusciti all’interno dell’ampio catalogo di questo tipo di narrazioni.

Da non perdere.

Voto: 4/5

lunedì 3 febbraio 2025

La strada / Cormac McCarthy; La strada / Manu Larcenet

La strada / Cormac McCarthy; trad. di Martina Testa. Torino: Einaudi, 2014.

La strada / Manu Larcenet; dal romanzo di Cormac McCarthy; trad. di Emanuelle Caillat. Roma: Coconino Press – Fandango, 2024.

Ed eccomi a un classicone letterario contemporaneo che non avevo ancora letto e che, dopo la morte di McCarthy, ha avuto nuova linfa anche grazie all’adattamento in forma di graphic novel a opera di un grande del fumetto francese, Manu Larcenet.

Il romanzo di McCarthy ha due caratteristiche principali che ne fanno un soggetto adattissimo a una trasposizione per immagini, e direi non tanto a un film (che pure è stato realizzato), ma proprio a un graphic novel: l’essenzialità della narrazione e uno stile narrativo molto visivo, cosicché anche durante la lettura si hanno davanti agli occhi immagini piuttosto dettagliate, che poi ciascuno con la sua fantasia può completare e dotare di un contesto.

Il mondo raccontato ne La strada è un mondo post-apocalittico: la scrittura non ci rivelerà mai che cosa è successo, possiamo ipotizzare una catastrofe atomica mondiale che ha distrutto gran parte di quello che l’uomo ha costruito e ha devastato il mondo vivente, dalla natura agli animali, agli esseri umani.

Al centro del racconto un padre e un figlio che viaggiano con il loro carrello senza una meta precisa: vanno verso sud, per sfuggire al freddo dell’inverno. I due sono dei sopravvissuti, e l’unica possibilità per loro di continuare a vivere è continuare a muoversi seguendo “la strada” e facendo piccole deviazioni da essa per nascondersi e riposare, alla ricerca di cibo e cose utili per sopravvivere.

Capiamo ben presto che in questo mondo plumbeo e ricoperto di cenere, non sono molti i sopravvissuti: molti sono morti per la catastrofe che non ha un nome, molti hanno preferito morire di fronte all’assenza di qualunque prospettiva, altri ancora sono morti per gli stenti oppure negli scontri tra le bande di sopravvissuti. In questo momento gli esseri umani rimasti sembrano aver perso qualunque forma di umanità, fino a diventare gli uni predatori degli altri per sopravvivere.

Per questo, padre e figlio viaggiano con una pistola sempre in tasca e devono tenere gli occhi sempre aperti per non finire essi stessi preda di altri sopravvissuti senza alcuno scrupolo.

Ma in quale futuro possono credere i due protagonisti continuamente messi di fronte alla fame, alla miseria umana, all’orrore, alla violenza e senza una vera speranza che non sia la sopravvivenza, un padre che sa di avere i giorni contati e un bambino che non sa com’era il mondo perduto e vede solo morte intorno a sé?

Il libro di McCormack non è articolato in capitoli, bensì si struttura in paragrafi di dimensioni variabili, ma piuttosto brevi, una sequenza di immagini e di situazioni che alternano il cammino dei due protagonisti alle soste per dormire, ripararsi, mangiare. I dialoghi – che avvengono quasi esclusivamente tra loro due – sono essenziali e piuttosto ripetitivi. Eppure, nonostante questo stile iterativo e scarno, il romanzo riesce a essere ricco di sentimenti e, nell’orrore di questo mondo azzerato dagli stessi esseri umani, riesce a far emergere – attraverso i due protagonisti - il meglio dell’umanità: la pietas, l’amore, la tenerezza, la bellezza, la resilienza, la generosità, il coraggio. E devo dire che l’adattamento di Manu Larcenet – nei disegni e nelle scelte narrative – riesce a essere perfettamente fedele al tono e al senso del libro, arricchendolo degli sguardi dei protagonisti e dando forma agli orrori che si parano davanti ai loro occhi.

In un presente come quello che viviamo il romanzo è un monito di cui l’umanità sembra far fatica a ricordarsi e a tener conto, in un senso di onnipotenza e di invincibilità dei singoli, dei gruppi e dei popoli che tutti i giorni ci mette davanti piccole e grandi azioni di autodistruzione.

Voto: 4/5

mercoledì 28 agosto 2024

La casa delle magnolie / Flavia Biondi

La casa delle magnolie / Flavia Biondi. Milano: Bao Publishing, 2023.

Flavia Biondi è un'autrice che seguo sempre con una certa attenzione, e - pur non avendo letto tutti i suoi lavori - mi sento di poter dire che i suoi racconti a fumetti hanno il dono della profondità e della delicatezza nello stesso tempo, caratteristica secondo me rara in qualunque mezzo di espressione creativa.

Avevo già osservato questa caratteristica in due precedenti graphic novel, L'importante è finire e La generazione, che avevo sentito entrambi molto miei per diversi motivi; ora torno a sperimentare la medesima sensazione con la lettura de La casa delle magnolie.

Al centro di questo lavoro c'è appunto una grande casa di campagna circondata dalle magnolie, nella zona di Montalcino in Toscana. Questa casa è il teatro di una storia familiare e soprattutto della storia personale di Amelia, una giovane donna che, dopo aver girato il mondo come assistente di volo, ritorna alle sue origini, dopo la morte della nonna e la vendita della casa di lei. Sarà per Amelia l'occasione di fare i conti con il suo passato, di rivitalizzare la memoria della nonna con cui è cresciuta e capirla più profondamente e di riconciliarsi con la sorella, da cui si è allontanata da tempo.

In questo percorso di consapevolezza e di riappacificazione con sé stessa e con le proprie radici, Amelia incontra per caso Ada, una giovane arrivata a Montalcino per una supplenza a scuola, che a sua volta porta su di sé - sotto forma di un pesante disturbo ossessivo-compulsivo - i segni di un passato sofferto.

Tanto Amelia è un uragano travolgente e imprevedibile, quanto Ada è schiva e riservata, ma le due ragazze si incontreranno nel comune bisogno di ritrovare la fiducia in sé stesse e negli altri.

Come dicevo in apertura, La casa delle magnolie è una storia delicata, piena di affetto per i suoi personaggi, nessuno dei quali è oggetto di giudizio, ma solo di comprensione, quella di cui tutti abbiamo bisogno, soprattutto in alcuni momenti della nostra vita.

I disegni - come sempre nei graphic novel di Flavia Biondi - sono belli, dettagliati e realistici, ma che a volte sanno attingere anche ad alcuni stili tipici dei manga; la sceneggiatura è costruita con sapienza e profondità, e per questo l'insieme è capace di parlare a tutti, pur partendo da una storia apparentemente piccola. Alcuni passaggi colpiscono profondamente - penso ad esempio a quando si parla del rancore come di una scala a pioli - e in generale si apprezza l'umanità fragile dei personaggi, in cui non si può non identificarsi almeno in parte.

Alla fine Flavia Biondi mi commuove sempre un po', e non so se perché molti suoi temi sono anche i miei (in particolare il rapporto con le origini e le dinamiche familiari) o semplicemente perché è brava a far arrivare i sentimenti che scorrono attraverso le sue storie.

Voto: 4/5

venerdì 2 agosto 2024

Palestina / Joe Sacco

Palestina / Joe Sacco. Special edition. Milano: Mondadori, 2018.

Sollecitata dalla guerra in corso e consapevole della mia ignoranza e anche della incandescenza della materia, mi sono finalmente decisa a tirare giù dallo scaffale e a leggere Palestina, che è ormai un classico di graphic journalism (anche se forse Joe Sacco non sarebbe d'accordo con questa definizione).

Lo leggo nella versione Special edition, edizione cartonata che contiene - oltre all'introduzione di Edward Said - alcuni approfondimenti scritti dallo stesso Sacco su come è nato questo lavoro e anche sulle scelte fatte in termini di costruzione del racconto a partire dal diario che l'autore ha tenuto durante la sua permanenza in Palestina, durata due mesi tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992, ai tempi della prima Intifada.

Joe Sacco è americano, e ci spiega che il motivo per cui ha deciso di andare in Palestina è stato la sua crescente insoddisfazione nei confronti dell'informazione molto parziale fornita dei media americani sulla vicenda israelo-palestinese.

Durante la visita in Palestina, Joe Sacco incontra moltissime persone, palestinesi e non, e in alcune fasi del viaggio è accompagnato per un tratto da alcune di queste persone, che lo ospitano ovvero lo accompagnano nelle sue esplorazioni.

Ne viene fuori un racconto della situazione palestinese che è parecchio agghiacciante, e sebbene - come lo stesso Sacco chiarisce nell'introduzione - il punto di vista è quasi esclusivamente quello palestinese, perché era proprio di quel punto di vista, carente negli Stati Uniti, che Sacco andava alla ricerca, l'autore riesce a garantire un approccio non buonista né privo di senso critico rispetto alla situazione, ma assolutamente sincero nel mostrare un popolo che vive da decenni in condizioni precarie e indecenti.

Utilizzando un tratto di tipo cartoonistico, Sacco crea nel lettore una forma di straniamento, che nasce dal contrasto che si produce tra un disegno che ha elementi talvolta caricaturali ovvero con venature satiriche (più che altro nel disegno delle persone, mentre i luoghi sono disegnati con una precisione documentaristica) e un racconto fatto di una sequenza infinita di orrori e tragedie (individuali e collettive). Nel mezzo un protagonista, lo stesso Sacco, con cui l'autore è davvero impietoso nel metterne in evidenza forme di codardia e di insofferenza, quasi facesse di tutto per rendercelo in qualche modo antipatico e così consentirgli di dire cose e fare commenti che non sempre sono politicamente corretti e che non nascondono alcun aspetto della realtà che racconta (quelli tragici, quelli quasi ridicoli - si veda la storia del tè offerto in ogni casa -, fino a quelli insopportabili). Questa scelta - o comunque questo approccio - costruisce un racconto davvero stratificato e non scontato, che rende appieno la complessità della situazione e suggerisce - più o meno consciamente - l'impossibilità di una soluzione, e soprattutto l'impossibilità di una soluzione pacifica o diplomatica.

Quello che abbiamo sotto gli occhi da diversi mesi è la conseguenza e la dimostrazione di quanto vediamo e leggiamo nel libro di Sacco e ha radici che ovviamente risalgono molto più indietro nel tempo.

Leggendo questo fumetto nomi di luoghi che sentiamo quotidianamente nei telegiornali acquistano concretezza e i disegni di Sacco ci consentono un vero e proprio bagno di realtà, quello in un territorio in cui le condizioni di vita delle persone - ben prima della attuale guerra - erano ben sotto il livello dell'accettabile.

Voto: 4/5

venerdì 10 maggio 2024

Ducks. Due anni nelle sabbie bituminose / Kate Beaton

Ducks. Due anni nelle sabbie bituminose / Kate Beaton. Milano: Bao Publishing, 2023.

Il graphic novel di Kate Beaton è un memoir in forma di fumetto. Siamo in Canada nei primi anni Duemila: Kate vive con la sua famiglia nell'isola del Capo Bretone, alle estreme propaggini orientali del paese. Dopo essersi laureata, la ragazza - come molti studenti nordamericani - si ritrova con un enorme debito studentesco da restituire, e decide - come molte persone delle regioni orientali del Canada - di trasferirsi nello stato dell'Alberta, e precisamente nella zona delle sabbie bituminose, tra Fort McMurray e Fort McKay, dove in quel periodo all'epoca del racconto c'era bisogno di enorme quantità di forza lavoro per l'estrazione del petrolio.

Qui Katie si ritrova a essere una delle pochissime donne in un ambiente di lavoro al 95% maschile, nel quale le donne - indipendentemente dalla loro età, bellezza o comportamento - sono costantemente oggetto di attenzioni più o meno sgradevoli che arrivano fino a frequenti episodi di stupro.

Katie, che nel corso dei due anni lavorerà in diverse sedi tra quelle dove si estrae il petrolio, sperimenta ovunque lo stesso clima "da caserma" e finisce lei stessa vittima di stupro per ben due volte, oltre a raccogliere le confidenze delle altre colleghe che subiscono lo stesso trattamento, senza che sia di fatto possibile denunciare la situazione senza subire conseguenze persino peggiori.

E fin qui sembrerebbe un lavoro di denuncia dalle sfumature drammatiche.

In realtà il graphic novel della Beaton è qualcosa di molto più articolato e complesso, e proprio in questo sta la sua forza.

Se infatti il tema della condizione delle donne in questo contesto lavorativo è centrale, l'autrice non ama le semplificazioni e le risposte ovvie, e dimostra in tutto il racconto una grande empatia per gli esseri umani tutti e una spiccata propensione per l'analisi delle situazioni e la comprensione profonda.

Il suo, dunque, non è semplicisticamente un atto di accusa nei confronti del maschilismo onnipresente e pervasivo di fronte al quale ciò che diventa notizia è solo la punta dell'iceberg e spesso lo è in maniera distorta, bensì è anche una riflessione sulla tossicità di un contesto lavorativo che sembra fatto apposta per tirare fuori il peggio delle persone e che gioca sul fatto che le persone sono disposte a tanto per migliorare la loro condizione economica.

In questi campi dove i lavoratori vivono quasi segregati dal resto del mondo - lontani dalle loro famiglie, dagli affetti e da una vita normale - le condizioni di disagio psicologico sono molto diffuse, ma alle aziende interessa solo poter vantare l'assenza di incidenti sul lavoro. Non importa se il personale fa uso di sostanze stupefacenti per combattere solitudine e depressione, se gli uomini diventano predatori a caccia di donne, se le persone vengono sradicate dalle loro origini con il miraggio del guadagnare più di quello che potrebbero nei paesi da cui provengono, se la flora e la fauna che abitano questi territori vengono distrutte, perché su tutto prevale l'obiettivo delle aziende di sfruttare al massimo il petrolio.

Le sabbie bituminose dell'Alberta sono dunque un microcosmo che - pur nelle sue specificità e nella sua irripetibilità - permette di riflettere su molti/tanti dei temi che caratterizzano le nostre società capitalistiche. Con alcuni abbiamo familiarità (penso alle migrazioni con finalità lavorative, alla cultura maschilista e alla tossicità degli ambienti a prevalenza maschile, alle ricadute ambientali del nostro benessere), con altri meno (i debiti studenteschi sono qualcosa di più estraneo al contesto europeo, ma sappiamo di cosa si tratta). In generale però questa esperienza, in fondo lontana geograficamente e anche temporalmente da noi, si rivela ben più ricca di stimoli e di riflessioni di quanto non si possa immaginare al principio.

Tra l'altro la Beacon ha disegni molto gradevoli, espressivi sia nella componente ironica che drammatica (tavole con i dialoghi e le situazioni tra i vari protagonisti si alternano ad altre con vedute di insieme) e un modo di impostare il racconto lineare senza essere banale. E questo è certamente un valore aggiunto.

Insomma, una lettura consigliatissima per affrontare temi importanti con un approccio complesso, ma non noioso.

Voto: 4/5

mercoledì 31 maggio 2023

La crepa / Carlos Spottorno; Guillermo Abril

La crepa / Carlos Spottorno; Guillermo Abril; trad. di Francesca Bianchi; introduzione di Fabio Geda. Torino: add editore, 2017.

La crepa è un libro di grande formato di cui è difficile classificare il genere: il suo contenuto è infatti un reportage "a fumetti", la cui base è rappresentata dalle fotografie realizzate da Carlos Spottorno e dai testi realizzati dal giornalista Guillermo Abril. Lo definiamo reportage a fumetti, perché le foto non sono riprodotte come tali, bensì sono modificate per ottenere un effetto disegnato.

Si tratta di qualcosa di particolarmente originale e che possiamo affermare non essere solo un vezzo estetico, in quanto questa operazione grafica è in grado di conferire alla narrazione visiva (e di conseguenza testuale) una carica emotiva e una profondità particolari, in linea con i temi trattati.

Il libro nasce dai viaggi realizzati da Spottorno e Abril alle frontiere dell'Unione Europea (in Marocco, Turchia, Lampedusa, Ungheria, Ucraina, Finlandia), lì dove persone provenienti da altri continenti e luoghi fanno il tentativo (o meglio gli infiniti tentativi) di entrare in Europa, trovandosi di fronte a muri fisici e di altro genere ed essendo costretti ad affrontare esperienze estreme, in alcuni casi andando incontro alla morte.

La crepa è quella che si sta creando ai confini dell'Unione Europea e che si allarga sempre di più, mettendo in discussione i valori stessi su cui essa è stata fondata. Il racconto di Spottorno e Abril è di grande impatto e fascino perché i due ci trasmettono un racconto dal vivo e per immagini di cosa accade in questi luoghi e riportano anche i pensieri e i punti di vista dei protagonisti, non solo i migranti, ma anche gli operatori delle ONG, nonché le forze militari e i rappresentanti delle istituzioni su questi territori. È dall'incrocio tra questi punti di vista che emergono riflessioni, interpretazioni ed elementi conoscitivi in certi casi anche originali. In particolare, mi ha colpito il reportage proveniente dal confine terrestre orientale dell'Unione Europea che permette di capire - molto meglio di tantissimi telegiornali - il ruolo e il significato strategico dell'Ucraina, dentro il quale c'è buona parte della spiegazione della guerra in corso da oltre un anno.

Altri confini sono per noi più noti e per certi versi familiari: penso al Mediterraneo e a Lampedusa, ma non è mai la stessa cosa ascoltare la versione massificata di notizie spot da parte dei media e un racconto dal vivo che cerca di collocare gli eventi all'interno di un quadro più complessivo.

Per quanto mi riguarda è stata una lettura appassionante e illuminante, che consiglio a tutti e che potrebbe stare bene anche in occasioni di approfondimento da fare in ambiente scolastico o in altri contesti formativi e informativi.

Voto: 4/5

sabato 15 aprile 2023

Mimikaki. Un piacere per le orecchie / Yaro Abe

Mimikaki. Un piacere per le orecchie / Yaro Abe. Milano: Bao Publishing, 2021.

Yaro Abe è diventato noto al pubblico italiano grazie a La taverna di mezzanotte (di cui a suo tempo ho recensito i primi 5 volumi e ho da poco letto il sesto, sempre con grande piacere), che è diventato anche una serie televisiva per Netflix.

Proprio il successo de La taverna di mezzanotte ha fatto sì che si cominciassero a riscoprire anche i lavori precedenti del fumettista, tra cui questo Mimikaki, nel quale già si riconosce non solo il tratto ma anche l'impianto narrativo e la poetica dell'autore.

Anche Mimikaki è infatti organizzato in brevi storie con protagonisti diversi, che sono però collegate da un fil rouge: se ne La taverna di mezzanotte l'elemento comune è appunto una izakaya aperta la notte, dove si incontrano e passano le persone più diverse, nel caso di Mimikaki l'elemento che accomuna tutti i soggetti della narrazione è un negozio di Tokyo dove una donna offre un servizio di pulizia delle orecchie molto piacevole e apprezzato, realizzato con bastoncini di bambù da lei realizzati (che in giapponese si chiamano appunto mimikaki).

Scopriamo così - o almeno questo è quanto ci fa pensare Yaro Abe - che i giapponesi hanno una vera ossessione per la pulizia delle orecchie, al punto tale che i mimikaki o oggetti similari vengono utilizzati anche in pubblico (cosa che da noi risulterebbe decisamente strana e poco educata).

Come nel caso de La taverna di mezzanotte, intorno a questo negozio, alla donna che lo gestisce e ai suoi mimikaki ruota la più varia umanità e si condensano storie e situazioni: legami interrotti o ritrovati, ricordi del passato, fasi della vita. In tutti i casi però l'operazione di pulizia delle orecchie realizzato con tanta cura e attenzione rappresenta per i protagonisti l'occasione di una presa di coscienza, un disvelamento, o anche un cambiamento di prospettiva, quasi un modo nuovo di stare al mondo.

Il tocco di Yaro Abe è sempre delicato, capace di strappare un sorriso in alcuni casi e di far commuovere in altri. È impossibile leggere i suoi fumetti senza incuriosirsi di questa umanità che è al contempo così simile a noi e così diversa.

La mia curiosità verso il Giappone e i giapponesi continua ad aumentare.

Voto: 4/5

mercoledì 1 febbraio 2023

I miei anni '80 a Taiwan / Sean Chuang

I miei anni '80 a Taiwan / Sean Chuang; trad. dal cinese di Martina Renata Prosperi. Milano: add editore, 2013.

Ma quanto sono belli questi graphic novel pubblicati da add editore che ci portano quasi sempre dentro mondi geograficamente o personalmente lontani e ce li rendono incredibilmente vicini?

Dopo aver letto racconti e storie provenienti dalla Siria, dal Cile, dalla Cina, con il fumetto di Sean Cheung vengo trasportata nella Taiwan degli anni '80, quella della tarda infanzia e adolescenza dell'autore, poco più vecchio di me.

Il racconto non segue strettamente un andamento cronologico, ma procede per temi che l'autore - anche regista - presenta come elementi caratterizzanti di quell'epoca. Si va dalla figura mitica di Bruce Lee ai grandi robot trasformabili, dal baseball alla breakdance, il tutto immerso nella temperie politica della Taiwan di quegli anni, caratterizzati da restrizioni della libertà individuale e tensioni sociali, nonché dallo specifico contesto familiare del protagonista.

La cosa per me incredibile è che, nonostante il contesto sia completamente diverso da quello in cui sono cresciuta io (ed è tra l'altro un contesto del quale, per mia ignoranza, conosco pochissimo), ho sentito familiari tantissimi dei ricordi di Sean Chuang, nonché dei suoi sentimenti di bambino e adolescente. A testimonianza del fatto che c'è qualcosa che unisce gli esseri umani al di là e al di sopra delle culture e che dovrebbe essere un fattore determinante contro le divisioni e le contrapposizioni.

Ovviamente il fumetto di Chuang non si propone intenti alti o particolari: è "semplicemente" un flusso di ricordi, in tono agrodolce, che si legge con tantissimo interesse e con un sorriso - a volte anche sghembo - sul viso.

Bello.

Voto: 4/5

lunedì 5 settembre 2022

La taverna di mezzanotte. Tokyo stories / Yaro Abe

La taverna di mezzanotte. Tokyo stories / Yaro Abe. 5 voll. Milano: Bao Publishing, 2020-2022.

Ricevo i 5 volumi de La taverna di mezzanotte come graditissimo regalo di compleanno. Avevo in realtà già sentito parlare della serie Netflix Midnight diner, ma S. dopo averne viste alcune puntate me l'aveva sconsigliato. Lei stessa ha poi scoperto che la serie è tratta appunto da questo manga di Yaro Abe e così ha convinto gli altri amichetti a optare per questo regalo.

Diciamo che era difficile sbagliare: La taverna di mezzanotte mette insieme due mie grandi passioni, ossia il Giappone (con tutte le sue particolarità) e il cibo (ovviamente giapponese). Protagonista di queste brevi storie a fumetti è una taverna che sta aperta da mezzanotte alle sette di mattina e che nel menu esposto ha un solo piatto, anche se in realtà il gestore è in grado e disponibile a preparare qualunque piatto a patto di avere gli ingredienti giusti.

Ogni racconto è una storia a sé e quasi sempre parla della storia di una persona che emerge attraverso uno specifico piatto: ricordi di infanzia, amori perduti, rapporti d'amicizia, a testimonianza di quanto con il cibo abbiamo un rapporto affettivo prima ancora che legato alle necessità corporee.

Gli avventori della taverna sono le persone più varie: da poliziotti a gangster, da donne che lavorano nei locali notturni della zona ai loro clienti, da gente che abita in zona e soffre di insonnia, a persone di passaggio. Ci sono poi anche i clienti abituali, quelli con cui facciamo a poco a poco la conoscenza e che ritornano più volte nel corso dei cinque volumi, e altri clienti che da occasionali diventano a loro volta frequentatori piuttosto assidui della taverna.

Nel mentre conosciamo tante varianti dei piatti della cucina giapponese, le tradizioni di numerose parti del Giappone (visto che molti clienti provengono da fuori Tokyo), i riferimenti a canzoni, film, fumetti, serie tv della cultura giapponese (per noi quasi totalmente sconosciuti), e soprattutto le vite di tanti individui, con i loro pregi, i loro difetti, le fortune e le sfortune, gli amori e i disamori, gli incontri inaspettati, le svolte improvvise.

In cinque volumi i piatti raccontati e mangiati sono tantissimi, e anche i personaggi (in alcuni casi i volti si confondono persino); le storie a volte risultano in parte un pochino ripetitive, eppure non si vorrebbe mai smettere di leggerle, perché c'è un'ironia, una grazia, una leggerezza in ognuna di esse che non può non conquistare l'animo del lettore.

Buffo anche che di tanto in tanto il gestore della taverna si rivolga direttamente al lettore e chiami persino in causa l'autore, protagonista di alcuni divertenti camei.

Forse a posteriori penso che avrei dovuto centellinare di più la lettura e tenere La taverna di mezzanotte come lettura di sottofondo, gustandomi ogni storia fino in fondo, ma la mia abituale voracità (con il cibo e anche con la lettura) ha avuto la meglio anche in questa occasione.

Voto: 4/5

mercoledì 27 luglio 2022

Quaderni ucraini e Quaderni russi / Igort

Quaderni ucraini. Le radici del conflitto. Un reportage disegnato / Igort. Nuova edizione. Bologna: Oblomov, 2022.

Quaderni russi. Sulle tracce di Anna Politkovskaja. Un reportage disegnato / Igort. Quartu Sant'Elena: Oblomov, 2021.

Gli eventi contemporanei mi hanno spinto ad accelerare l’acquisto e la lettura di due albi di Igort che erano nel mio carrello già da parecchio tempo, ossia i Quaderni ucraini e i Quaderni russi. Si tratta dei due reportage disegnati che Igort ha realizzato durante e dopo i quasi due anni da lui trascorsi tra Ucraina, Russia e Siberia nei primi anni Duemila.

Lo stile di racconto di Igort lo avevo conosciuto attraverso i reportage disegnati dedicati al Giappone, terra d’elezione del fumettista, che erano usciti nelle tre successive puntate dei Quaderni giapponesi. Igort ama molto procedere in maniera non lineare, inseguendo ispirazioni varie, spostandosi avanti e indietro nel tempo, aprendo di tanto in tanto digressioni di vario genere per affrontare temi collaterali o soddisfare curiosità.

Ebbene, nel caso dei Quaderni ucraini e russi mi pare che l’autore scelga una narrazione molto più asciutta e lineare, intervenendo poco in prima persona e lasciando invece molto spazio alle testimonianze individuali delle persone da lui direttamente incontrate e intervistate e ai documenti ufficiali, questo probabilmente per limitare l’interferenza del suo punto di vista personale rispetto alla complessa storia di questi paesi. Ne viene fuori un lavoro che è difficile confinare in un genere, e d’altra parte è lo stesso Igort a rifuggire qualunque tipo di classificazione.

Nel primo dei due albi, Quaderni ucraini, Igort ci aiuta, attraverso i resoconti dei testimoni e le memorie dei singoli, a ricostruire la difficile storia ucraina, senza pretendere di raccontare delle verità assolute, bensì soffermandosi sulle storie individuali e sulle prospettive che ne emergono.

In particolare da queste testimonianze è chiara la centralità di alcuni eventi che hanno segnato questo paese e il suo popolo: la terribile carestia degli anni Venti-Trenta e il genocidio dei kulaki, i piccoli e piccolissimi proprietari ucraini, in funzione della realizzazione dei kolchoz e dei piani quinquennali voluti dal regime sovietico. Se è vero che il socialismo reale in qualche modo avrebbe garantito alle persone di che mangiare e vivere, l’intervento sovietico ebbe un impatto pesantissimo sugli equilibri economici e sociali di un paese che in precedenza aveva potuto godere di un relativo benessere e di un contesto sociale piuttosto articolato e tutto sommato equilibrato. Il lungo periodo di supremazia sovietica, le ben note vicende di Chernobyl e le conseguenze del crollo dell’impero sovietico sono tutte situazioni con cui l’Ucraina ancora oggi fa i conti e che sono alla base di molte delle situazioni a cui oggi assistiamo.

L’indagine condotta da Igort sull’Ucraina prosegue nei Quaderni russi, seguendo le tracce di Anna Politkovskaja e le testimonianze sull’orribile guerra cecena, di cui la giornalista russa si era occupata da vicino.

Ne viene fuori da un lato il ritratto di una donna dal grandissimo senso etico del proprio lavoro di giornalista, ma forse più in generale dal grande senso di responsabilità individuale anche a costo del rischio e del sacrificio personale, dall’altro l’orrore del conflitto in Cecenia, in particolare i crimini e le atrocità, del tutto ingiustificabili, dei soldati russi.

Non si esce indenni dalla lettura dei Quaderni ucraini e dei Quaderni russi di Igort: se ne esce turbati, certamente con qualche piccolo elemento conoscitivo in più che sicuramente apre a dei necessari percorsi di approfondimento e comprensione, ma anche con la consapevolezza della propria fatale ignoranza di fronte alle storie di popoli che pure ci sono geograficamente piuttosto vicini.

Voto: 4/5

venerdì 27 maggio 2022

Stone fruit / Lee Lai

Stone fruit / Lee Lai; trad. di Alice Amico. Roma: Coconino Press - Fandango, 2021.

L'esordio della fumettista australiana Lee Lai, Stone fruit, è qualcosa di sorprendente nel suo essere sincero e diretto in maniera disarmante. E dunque non mi meraviglia che sia stato tradotto e celebrato in molti paesi del mondo, e in ogni dove abbia ottenuto riconoscimenti più che meritati.

Dal punto di vista grafico la scelta è quella di virare l'intero fumetto sui toni del grigio e del blu, mentre i disegni risultano morbidi e realistici, ma anche capaci di trasfigurarsi nei momenti in cui la presenza della piccola Nessie trascina le protagoniste in una dimensione quasi favolistica.

Al centro del racconto ci sono Bron e Ray, una coppia queer in cui ciascuna deve fare i conti con i nodi irrisolti personali e quelli con le proprie famiglie di origine. La presenza nelle loro vite di Nessie, la nipotina cui Ray fa da babysitter mentre Amanda, sorella di Ray e madre single, è al lavoro, è fonte di gioia e spensieratezza per entrambe e crea una specie di dimensione spazio-temporale sganciata da quella reale in cui sentirsi leggere, a proprio agio con sé stesse ed essere libere di esprimere la propria interiorità.

La decisione di Amanda di non affidare più Nessie a Ray anche per una sorta di rifiuto nei confronti di Bron, la cui identità di genere non è scontata e che porta su di sé anche i segni di una sofferenza psichica, incrina il rapporto probabilmente già in crisi tra le due donne e le allontana.

Bron torna presso la sua famiglia d'origine, ipercattolica e anaffettiva, nella quale troverà inaspettatamente un'interlocutrice nella sorella minore Grace, ancora sedicenne, con cui il rapporto è tutto da costruire. Ray dal canto suo dovrà fare i conti con la sorella Amanda, portando alla luce i tanti non detti e provando ad affrontarli e a smontare i pregiudizi reciproci.

Quella di Lee Lai è dunque l'esplorazione di un rapporto di coppia e della difficoltà dell'amore di alimentare sé stesso, anche quando è sincero, perché il rischio di ferire e ferirsi è sempre dietro l'angolo così come quello di non capirsi e di alzare dei muri senza riuscire a liberarsi delle proprie pesantezze.

Ma questa esplorazione dell'amore non è solo riferita alla coppia, bensì anche e soprattutto alle relazioni familiari, in particolare a quelle orizzontali. Non a caso tra le parti più belle e riuscite del graphic novel ci sono i dialoghi tra sorelle, Ray e Amanda, e Bron e Grace, e non a caso Lee Lai dedica il suo primo fumetto alla sorella Cesca. Molti dei lettori finiranno per riconoscersi in queste pagine, e soprattutto nei sentimenti che passano attraverso di esse.

Bella anche l'introduzione di Jonathan Bazzi che sottolinea l'importanza di raccontare queste storie, che restituiscano anche al mondo queer - spesso trattato come una bolla separata e autoreferenziale - una tridimensionalità ricca e complessa, ricollocandolo in quelle dinamiche affettive in cui - indipendentemente dalle nostre identità, scelte ed esperienze - tutti possiamo ritrovarci.

Consigliatissimo.

Voto: 4/5

lunedì 23 maggio 2022

Bauhaus / Valentina Grande e Sergio Varbella

Bauhaus. Graphic biography / Valentina Grande e Sergio Varbella. Milano: Centauria editore, 2021.

È un periodo in cui il Bauhaus è entrato prepotentemente nella mia vita. Tutto è iniziato con l'uscita fotografica a Mezzocammino organizzata da Itinerari di luce, che ci ha stimolati a cercare l'ispirazione del Bauhaus in questa periferia romana, dopo averci raccontato la storia di questo istituto che ha cambiato la concezione stessa dell'arte e ha aperto la strada al design.

Poi mi è capitato di vedere segnalato su FB questo graphic novel, o meglio - come esso stesso si autodefinisce - questa graphic biography, dedicato al Bauhaus, i cui testi sono stati realizzati da Valentina Grande con i disegni di Sergio Varbella.

Poco dopo aver acquistato questo albo, ho avuto anche l'occasione di vedere il documentario di Susanne Radelhof, Le donne del Bauhaus, che ha aggiunto qualche altro tassello alla mia conoscenza di questa interessantissima storia.

L'aspetto più originale di questo lavoro a fumetti è la scelta di rendere protagonista e narratrice della storia la stessa scuola, che parla di sé, delle fasi del suo percorso, delle persone che ne hanno fatto parte.

La narrazione è organizzata cronologicamente e segue il Bauhaus dalle origini a Weimar, dove essa fu fondata da Walter Gropius, passando per la fase di Dessau con l'abbandono di Gropius, la breve direzione di Hannes Meyer e l'arrivo dell'architetto Mies Van der Rohe, con cui il Bauhaus si sposta per l'ultima volta a Berlino dove termina il suo percorso.

In questo percorso, che dura dal 1919 al 1933, la scuola fa i conti con grandi cambiamenti nel contesto, che ne condizionano significativamente l’esistenza, nonché con alcune conflittualità e contraddizioni interne, che hanno a che fare con il punto di vista degli insegnanti su alcuni temi e con il ruolo delle donne nella scuola.

Nonostante questo, la forza creatrice e innovatrice del Bauhaus riesce comunque a farsi strada e, se l’esperienza apparentemente sembra esaurirsi con l’avvento del nazismo, il tempo dimostrerà che il suo contributo nell’ambito dell’arte, dell’artigianato, del design, dell’architettura e di molto altro rimarrà vivo e continuerà a rappresentare un modello fino a oggi.

L’albo è una occasione in qualche modo originale per entrare in contatto con questo mondo e il lavoro di Valentina Grande nel tentare di riassumere una storia così complessa e di Sergio Varbella nell’illustrare con immagini questi eventi mi è sembrato riuscito e assolutamente apprezzabile.

Voto: 4/5

venerdì 25 marzo 2022

La sostituta / Sophie Adriansen; Mathou

La sostituta / Sophie Adriansen; Mathou; a cura di Chiara Gregori. Padova: BeccoGiallo, 2022.

Vengo a conoscenza di questo graphic novel grazie alla bacheca FB di Caterina Ramonda, una mia collega bibliotecaria che scopro poi essere stata la traduttrice dal francese di questo lavoro di Sophie Adriansen e Mathou.

Il tema è per me di grandissimo interesse. Come per molti altri aspetti della vita umana – tra tutti la narrazione dell’amore romantico che tanti danni ha fatto alle nostre vite sentimentali -, ritengo che un altro tema su cui la retorica ha raggiunto vette inarrivabili è quello della maternità.

Per qualunque mamma è un tabù esprimersi meno che positivamente sulla maternità e non parlare delle gioie connesse.

Non si vuole certamente sostenere che la maternità non sia un momento importante nella vita di una donna e che il rapporto madre/figlio o figlia non abbia qualcosa di potente e che sfugge a qualunque interpretazione razionale. Però da qui a ritenere che una donna non sia pienamente tale se non è madre e che l’istinto e la gioia materni siano qualcosa di automatico e necessario ce ne passa.

Ebbene Sophie Adriansen e Mathou – come giustamente sottolinea nell’introduzione la psicologa e sessuologa Chiara Gregori – hanno il coraggio di dare voce e volto ai sentimenti contraddittori che molte mamme provano alla nascita dei loro figli e alla fatica che imparare ad amarli porta con sé.

La retorica dei piaceri della maternità soffoca la libertà delle madri di esprimere le proprie frustrazioni e difficoltà, e ridimensiona artificialmente il grosso problema della depressione post partum, causata dai cambiamenti ormonali che il parto porta con sé ma anche dallo stigma sociale di fronte a quelle madri che non sono immediatamente comprese nel loro ruolo.

La protagonista di questo graphic novel ci metterà parecchi mesi a entrare in sintonia con la sua piccola Zoe, e dovrà fare i conti con i sensi di colpa del non sentirsi immediatamente a proprio agio nel ruolo di madre, che sembra invece venire molto più naturale al suo compagno.

Saranno il supporto e la comprensione di quest’ultimo, il riconoscimento esterno del suo ruolo e soprattutto il tempo e il progressivo adattamento della protagonista a un nuovo modo di vivere determinato dall’esistenza della piccola Zoe a sciogliere i nodi di un cambiamento di enorme portata e per niente scontato.

Penso che molte più madri di quelle che sarebbero disposte ad ammetterlo pubblicamente, dopo la nascita dei loro figli, abbiano rimpianto la vita senza di loro e abbiano pensato in varie circostanze che vorrebbero una sostituta a occuparsi dei loro figli per poter riavere indietro la propria vita.

Adriansen e Mathou lo raccontano con delicatezza e senza pudori, e soprattutto in un modo che alla fine dei conti dimostra ancora più fortemente quanto la maternità sia un atto continuo e non scontato di amore verso i propri figli.

Voto: 4/5

giovedì 4 novembre 2021

L'amore non basta! / Sophie Lambda

L'amore non basta! Come sono sopravvissuta a un manipolatore
/ Sophie Lambda. Roma-Bari: Laterza, 2021.

Il graphic novel di Sophie Lambda è un fumetto di quelli che io definisco necessari, di quelli che bisognerebbe far leggere a tutt* a scuola, perché nessuno è al riparo da una relazione manipolatoria e tossica.

Sophie è una giovane illustratrice che sta cercando la sua strada nella vita. Un giorno conosce Marcus, un attore brillante, con cui si crea immediatamente un feeling. Al successivo incontro tra i due scocca la scintilla e inizia una storia d'amore che inizialmente sembra basata su un'intesa perfetta.

A poco a poco però Marcus comincia a mostrare altri lati del suo carattere: dice bugie, accusa Sophie di cose inesistenti, dà in escandescenza e diventa sempre più aggressivo. Tutto questo però non avviene attraverso un processo lineare, bensì si alterna a momenti di riappacificazione e di tenerezza, di pentimento e di sintonia.

L'andamento di questo rapporto comincia però a poco a poco a scalfire la serenità di Sophie e a farla sprofondare in un malessere che si fa sempre più pervasivo e nocivo. Sophie non riesce più a comprendere come interpretare i comportamenti di Marcus, e si sente sempre più inadeguata e in difetto. In una situazione di progressivo isolamento, perderà il contatto con il resto del mondo e di conseguenza con la realtà, finendo in balia di un narcisista patologico dal quale non sembrano esserci vie di scampo.

Grazie all'affetto degli amici e soprattutto all'incontro con la ex ragazza di Marcus, Sophie comincerà a comprendere in quale incubo è finita: inizierà a voler capire, si farà aiutare da una psicologa, riprenderà a poco a poco il contatto con la realtà, comprendendo che solo una rottura definitiva e senza appello con Marcus è la strada per ritrovare serenità e sanità mentale.

Nell'ultima parte dell'albo, Sophie offre anche un po' di suggerimenti e indicazioni per chi dovesse trovarsi nella sua stessa situazione, mettendo a disposizione di chi legge il bagaglio di conoscenze e di esperienza che ha accumulato e che ha messo in ordine durante il periodo della sua "convalescenza". Perché il rapporto con Marcus, così come quello con qualunque narcisista manipolatore, è una vera e propria malattia dalla quale si può rimanere schiacciati.

Chiunque abbia incontrato nella sua vita una persona con queste caratteristiche non potrà che riconoscersi in Sophie ed empatizzare con la sua sofferenza, nonché condividere il senso di liberazione per esserne uscita. Non sono sicura che si possa comprendere fino in fondo se non ci si trova in una situazione del genere, ma certamente questo libro potrebbe "salvare" molte persone che da questo buco nero non riescono a tirarsi fuori o che sono ancora in una fase di colpevolizzazione di sé stesse e di giustificazione dei comportamenti dell'altro all'interno di una relazione di questo tipo.

Come dice Sophie Lambda, un narcisista manipolatore (che può essere anche una donna) non ha speranza di cambiare, questa è la prima certezza cui bisogna giungere e che non dovrà mai più essere messa in dubbio. Partendo da questo assunto, l'unica cosa che è possibile fare è fuggire il più lontano possibile e rompere qualunque tipo di rapporto con loro.

La lettura di questo albo mi ha riportato alla mente un altro graphic novel, Io sono Una, anch'esso un albo potente e necessario per scoperchiare tematiche a volte scomode, e che spesso riguardano in modo particolare le donne. Rispetto a Una, Sophie Lambda, pur raccontando una storia drammatica, seppure a lieto fine, riesce a mantenere un tono leggero, ironico e autoironico, senza sminuire nulla e senza tacere nulla, ma proprio grazie a questa scelta di linguaggio riesce ad arrivare in maniera ancora più diretta e immediata alla mente e al cuore dei lettori.

Voto: 4/5

giovedì 30 settembre 2021

Lo scontro quotidiano. L'integrale / Manu Larcenet

Lo scontro quotidiano. L'integrale / Manu Larcenet. Roma: Coconino Press - Fandango, 2019.

Ci ho messo tanto, forse troppo a scoprire Manu Larcenet. 

Poi un giorno me ne ha parlato S., e subito dopo ho letto  un'intervista a Zerocalcare che dice che Larcenet è una delle sue fonti di ispirazione. E così mi sono decisa a comprare Lo scontro quotidiano nella versione integrale pubblicata da Coconino Press.

Aprendo l'albo ho capito subito perché l'avevo snobbato: la scelta di Larcenet è molto coerente con la tradizione del fumetto francese (e belga direi anche), ossia uno stile con colori tendenzialmente pieni e personaggi in forma cartoonistica. E per questo, in maniera del tutto superficiale e pregiudiziale, avevo collocato Larcenet in un ambito per me poco interessante.

Poi quando ho iniziato a leggere Lo scontro quotidiano mi è bastato poco per comprendere la grandezza di Larcenet e capire perché è considerato uno dei migliori fumettisti in circolazione.

Lo scontro quotidiano racconta attraverso una serie di episodi (inizialmente usciti come albi separati) una fase della vita di Marco, un fotografo freelance che, oltre a soffrire da sempre di ansia e attacchi di panico e a essere allergico all’idea di cambiare qualunque cosa nella sua vita, è in crisi con il suo lavoro.

Il racconto della storia di Marco ha una fortissima componente autobiografica, e questo farebbe pensare al classico punto di vista di un numero considerevole di graphic novel. Ma – come è tipico dei grandi autori – la forza della narrazione di Larcenet consiste nel fatto che il suo non è un approccio autobiografico ombelicale (ossia ripiegato su sé stesso e sulle proprie nevrosi), bensì riesce a farsi racconto sociale del momento storico che una nazione, la Francia, sta vivendo, ma anche riflessione universale su temi di più ampio respiro, e più estesamente sulla condizione umana.

Marco vive da solo (con i suoi animali) lontano dalla famiglia di origine: i suoi anziani genitori vivono in campagna, mentre suo fratello George vive con la sua compagna. Dopo aver girato il mondo in lungo e in largo per fare fotografie, Marco ha deciso di fermarsi un po’, mentre intorno a lui una serie di eventi determinano importanti conseguenze: l’incontro con la veterinaria Emilie che diventerà la sua compagna e poi la madre di sua figlia, la malattia di suo padre e la sua scelta di suicidarsi, la conoscenza di un anziano vicino che ha partecipato alla guerra in Algeria, l’incontro con un editore interessato al suo lavoro fotografico sugli uomini del cantiere dove lavorava suo padre e che è destinato a essere chiuso e rimosso. Sullo sfondo l’ascesa politica del Fronte Nazionale, la vittoria alle elezioni di Sarkozy, l’avanzata inarrestabile di un neoliberismo senza freni che spazza via i modelli economici e i sistemi produttivi del passato, il cambiamento del tessuto sociale e la definitiva marginalizzazione della classe operaia, l’enorme rimosso francese sul colonialismo e l’indegno comportamento tenuto durante la guerra d’Algeria.

Insomma ce n’è per tutti i gusti a riguardo di tematiche di interesse. La capacità di Larcenet sta nell’affrontare tutto questo in un modo che alterna molteplici registri: il malinconico, il drammatico, l’ironico. A fare da collante la figura di Marco che rivela la grande autoironia del suo creatore, una specie di antieroe un po’ buffo e un po’ tragico, ma profondamente intriso di umanità, che mi ha ricordato un po’ l’alter ego scelto da altri fumettisti come Paco Roca, Guy Delisle e lo stesso Zerocalcare.

Al sorriso divertito dunque segue la lacrima, al momento malinconico quello poetico, e qui e là ci si trova di fronte a quelle riflessioni illuminanti che sono la forza delle narrazioni riuscite e che ci fanno dire “Non ci avevo pensato!”.

Poiché questa versione integrale è la somma di albi usciti separatamente nel corso del tempo non ci si stupirà del fatto che a un certo punto il racconto finisce senza finire. Vorremmo sapere altro di Marco, di Emilie, della loro figlia, di George e di sua moglie, ma Larcenet ha ritenuto di averci detto tutto quello che aveva da dire. La vita continua fuori e al di là delle tavole disegnate.

Voto: 4/5

lunedì 12 aprile 2021

Nonostante tutto / testi e disegni di Jordi Lafebre

Nonostante tutto / testi e disegni di Jordi Lafebre; colori Clémence Sapin e Jordi Lafebre. Milano: Bao Publishing, 2021.

Che dire? Non sono particolarmente romantica o almeno non lo sono in senso tradizionale, ma ogni tanto leggere un graphic novel ben scritto, ben disegnato e pieno di romanticismo fa molto bene al cuore.

Jordi Lafebre ci racconta una storia d’amore, quella tra Ana e Zeno. E fin qui niente di strano.

Il fatto è che il racconto procede al contrario; inizia dalla fine, quando i due si incontrano dopo molto tempo e ormai avanti con gli anni, e procede a ritroso a rivelarci le tappe salienti di questo rapporto. Del resto, Zeno studia fisica e apprendiamo fin da subito che ha da poco terminato un dottorato, che lo ha impegnato tutta la vita, volto a dimostrare che il tempo che noi siamo abituati a vivere in avanti, può teoricamente tornare anche indietro, perché la materia e l’energia liberate tendono al caos e alla dispersione, ma a fronte di determinati eventi possono ricomporsi all’ordine iniziale.

E questa è probabilmente la metafora più potente dell’amore tra Ana e Zeno, uniti dal caso, poi separati dalle scelte e dai caratteri di ciascuno, tenuti legati nel tempo e attraverso vite molto diverse da una indissolubile connessione, e poi ritrovatisi al punto di partenza.

La storia d’amore di Nonostante tutto è per certi versi una storia d’amore classica, una tipica storia impossibile che vince il tempo e le distanze, e però a guardarla da vicino è una storia moderna e originale: c’è una donna che fa le sue scelte, che ha una famiglia ma non rinuncia alla carriera, che è forte e fragile al contempo, ma si fa rispettare e sa amare di un amore diverso due uomini; c’è un uomo che non sa stare fermo in un posto, né in una relazione, che ha bisogno di andare lontano, di esplorare, di rischiare, di girare il mondo, eppure è “fedele” per tutta la vita all’amore per una donna. Questa coppia è fatta di due persone che rispettano quello che sono, che si lasciano andare, che sono in grado di superare la gelosia, che non si ostacolano vicendevolmente, il cui amore forse proprio per questo dura tutta la vita. Però intorno a loro ci sono altre persone, altri rapporti, altri amori, non meno importanti, che fanno l’interezza di vita di ciascuno di loro.

Nonostante tutto è una riflessione su un’umanità in cui convivono caos e ordine, libertà e stabilità, avventura e quotidianità, sogni e realtà, coppie di opposti destinati per sempre alla ricerca di un equilibrio mai definitivo, bensì sempre precario, nella cui precarietà risiede però la straordinaria bellezza di questa vita. Tutti gli stati che attraversiamo sono tappe del nostro percorso, momenti di fugace perfezione all’interno dei continui rimescolamenti della nostra esistenza, nella continua ricerca più o meno conscia di punti fermi.

I disegni di Jordi Lafebre sono molto belli, così come i colori realizzati insieme a Clémence Sapin; i personaggi mi sono sembrati tutti in qualche modo ispirati a personaggi famosi, quasi iconici, e per quello ci risultano familiari, ma ricchi di mille espressioni. Il tono è a suo modo favolistico, non a caso tutti i protagonisti, quelli principali, così come i comprimari, sono adorabili e animati da sentimenti positivi.

In questo senso è una lettura corroborante; non stupida, ma riconciliante. E ogni tanto c’è bisogno di riconciliarsi con la complessità delle nostre esistenze, sognando che una qualche forma di ricomposizione sia possibile.

Voto: 4/5

giovedì 17 dicembre 2020

Guardati dal beluga magico/ Daniel Cuello

Guardati dal beluga magico / Daniel Cuello. Milano: Bao Publishing, 2018.

Grazie alle mie amiche L. e I. non solo ho conosciuto Daniel Cuello ma - dopo aver comprato Mercedes – ho potuto leggere anche Residenza Arcadia e ora Guardati dal beluga magico.

A differenza dei due graphic novel già letti quest’ultimo albo è di fatto una raccolta di strisce già pubblicate altrove, incorniciate però da un prologo e da una storia in tre capitoli. Inoltre, in questo caso protagonista assoluto della narrazione è lo stesso Cuello, e dunque il registro si fa ancora più ironico e autoironico.

La storia che fa da contorno si basa sull'idea che il beluga rappresenti tutte le paure del fumettista e lo spettro di tutto ciò che incombe su di lui e che può andare male; questa condizione di stress del protagonista viene raccontata all’interno di una narrazione che si ispira al Canto di Natale di Dickens, con un alter ego di Cuello che è il lui stesso del futuro e che lo mette di fronte alle sue idiosincrasie e alla necessità di liberarsene.

All’interno di questa storia gustosa ma non imprescindibile, la vera chicca dell’albo restano però le strisce in cui Cuello riesce a enucleare alcune situazioni della sua vita quotidiana (e della vita quotidiana di tutti) facendoci al contempo ridere e vergognare non solo e non tanto di lui, quanto di noi stessi, nel momento in cui ci riconosciamo nelle sue piccinerie e in quelle degli altri.

Le strisce di Cuello mi hanno ricordato quelle raccolte da Paco Roca in Memorie di un uomo in pigiama, in quanto dimostrano la medesima autoironia, nonché la medesima capacità di osservare ed estrapolare dalla quotidianità situazioni esemplari e riconoscibili per tutti.

Ne viene fuori che, accanto ai fumettisti che ci raccontano il male di vivere e con una propensione malinconica, i quali attingono soprattutto a storie ed episodi della propria adolescenza, esiste un altro gruppo che utilizza massicce dosi di ironia e autoironia come strumento per gestire il proprio senso di inadeguatezza e una tendenziale sociopatia (del resto, è un po’ quello che penso dei miei contatti su FB che nei post appaiono più brillanti e divertenti!). E del resto, passare ore e ore del proprio tempo a fare i “disegnetti” come dice Zerocalcare (o pure a raccontare storie su FB) qualcosa dovrà pur significare! ;-)

Per quanto riguarda noi lettori non possiamo che essere grati al fato che anziché spingere queste persone verso altri territori li ha non solo dotati di un talento, ma ha fatto sì che questo talento venisse messo a disposizione di tutti attraverso le loro storie.

Voto: 4/5

domenica 6 settembre 2020

Residenza Arcadia / Daniel Cuello

Residenza Arcadia / Daniel Cuello. Milano: Bao Publishing, 2017.

Dopo aver letto Mercedes avevo adocchiato l'opera prima di Daniel Cuello e già pianificavo di comprarla. Poi per il mio compleanno me l'hanno regalata i miei amici A. e I. e non ho resistito nemmeno una settimana prima di affrontarne la lettura.

Residenza Arcadia è un condominio abitato in prevalenza da anziani. Di per sé si tratta di un condominio come molti altri, i cui abitanti hanno ciascuno le proprie ossessioni e frustrazioni che sfogano, a seconda dei casi, nei confronti dell'amministratore o degli altri condomini. I dispetti tra condomini e le piccole meschinità sono all'ordine del giorno, ma tutti gli abitanti del condominio sono uniti nel loro rifiuto verso estranei o diversi che arrivino a turbare la folle quiete della loro casa.

Cuello ambienta la storia in uno spazio e un tempo indefiniti. Potrebbe trattarsi dell'Italia e potrebbe essere il presente (tutti dispongono di smartphone e altre tecnologie) ma del mondo esterno non sappiamo né vediamo quasi niente. Sappiamo solo che nel mondo di residenza Arcadia vige una sorta di totalitarismo che non tollera opposizioni e ha ridotto alcune libertà dei suoi cittadini, come quella di acquistare quanti libri si vogliono.

La storia degli abitanti del condominio procede quasi per sketch ciascuno dei quali getta luce sulle caratteristiche di ognuno portando all'evidenza la meschinità diffusa che sa fare fronte comune solo contro i diversi.

In realtà il prologo - definendo fin da subito il tono tra il grottesco e il drammatico che caratterizza l'intero albo - rivela immediatamente che anche all'interno dei singoli nuclei familiari e delle singole abitazioni le situazioni non sono meno tese e conflittuali, e a poco a poco si scopre che ognuno si porta dietro dal passato dolori e sofferenze con cui in molti casi non è riuscito a scendere a patti o che hanno condizionato l'intera sua esistenza.

Ne viene fuori un affresco sicuramente un po' parodistico e grottesco, come rivela anche lo stile dei disegni con cui Cuello rappresenta i personaggi, ma anche ricco di pietas e in fondo di comprensione umana verso queste persone che forse in un mondo diverso avrebbero potuto sviluppare la versione migliore di loro stessi e invece vivono nella solitudine e nella incomunicabilità e si alimentano solo della propria cattiveria, perpetuandola nel tempo.

Un albo di grande impatto.

Voto: 4/5