martedì 21 luglio 2026

Cannes a Roma: Sheep in the box, Gentle monster, Coward, Histoires de la nuit

Sheep in the box

Con il suo ultimo film presentato a Cannes, Hirokazu Kore'Eda fa un ulteriore passo avanti nella sua indagine sul concetto di famiglia e sui legami “di sangue”. E lo fa spostando lo sguardo su un futuro non troppo lontano, che agli occhi del regista giapponese è favola e distopia al tempo stesso.

In questo futuro, un drone consegna dei pacchi a casa di Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Daigo), una coppia di genitori che da non molto ha perso il figlio di 7 anni, Kakeru, in un incidente la cui dinamica rimane piuttosto oscura.

Tra questi pacchi c'è un invito della società Rebirth a partecipare a una presentazione dei loro prodotti. La società è specializzata nella realizzazione di umanoidi la cui apparenza può essere resa identica a quella della persona morta, ma che in quanto macchine non possono avere contatti con l’acqua, non mangiano e necessitano di essere ricaricati.

Inizialmente i due genitori sono scettici rispetto a questa possibilità, ma dopo essere andati alla presentazione decidono di ricevere a casa il loro Kakeru (Rimu Kuwaki).

La relazione con l’umanoide produrrà conseguenze in parte prevedibili, in parte inattese, costringendo Otone e Kensuke, e di conseguenza lo spettatore, a una riflessione cui forse non siamo ancora preparati e per la quale non abbiamo ancora nemmeno il linguaggio. Una macchina che assomiglia a noi, ma che è fatta di circuiti e software, ha qualcosa di paragonabile ai sentimenti? Che relazione ha con gli altri umanoidi come lui? Ha un pensiero autonomo che prescinde dall’essere umano?

Kore’Eda ci proietta in un mondo che ci attende dietro l’angolo e di fronte al quale il film oscilla tra un approccio divertito, inquieto e fiducioso, veicolando in questa alternanza tutta l’incertezza che questa situazione ancora inedita trasmette.

Di fronte a temi che gli sono molto cari – il lutto, la famiglia, i bambini, i legami tra i reietti – ma in un contesto in cui il tecnologico prevarica sull’umano, Kore’Eda appare un po’ spiazzato, e anziché procedere per sottrazione come di solito fa nei suoi film, aggiunge elementi, spesso senza nemmeno spiegarli, appesantendo la narrazione. E alla fine, dopo aver oscillato anche nei toni della narrazione, tra gli estremi della commedia e dell’horror, si rifugia in una fumosa metafora che mette in relazione l’architettura e il ritorno alla natura.

Uno spunto interessante per un film non del tutto riuscito, in cui anche gli attori – persino i bambini, umanoidi e non – appaiono un po’ fuori fuoco, e non pienamente interni alla narrazione.

Voto: 3/5



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Gentle Monster

Di Marie Kreutzer ho visto solo Il corsetto dell’imperatrice con Vicky Krieps, film in costume ma con un afflato moderno; quando dunque ho comprato il biglietto per il nuovo film, Gentle Monster, non sapevo bene cosa aspettarmi. Solo dopo aver visto il film, documentandomi su di esso, capisco che dietro la sua realizzazione c’è una vicenda che immagino sia stata dolorosa e scioccante per la stessa regista, ossia lo scandalo relativo alla pornografia minorile che ha coinvolto l’attore Florian Teichtmeister, diretto proprio da Marie Kreutzer nel suo film precedente.

Proprio un caso di pedofilia e di scambio di materiale pedopornografico è al centro di Gentle Monster: Lucy (una sempre brava Léa Seydoux) si è appena trasferita insieme al marito Philip (Laurence Rupp) e al figlio di 7 anni da Monaco a una grande casa in campagna. In questa nuova sistemazione la coppia cerca di trovare nuovi equilibri, facendo i conti con il lavoro di pianista di Lucy e i tentativi di Philip di riprendere il lavoro di cineasta dopo quello che sembra un burnout. Questo avvio di una nuova routine viene bruscamente interrotto quando la polizia, capeggiata dall’investigatrice Elsa Kühn (Jella Haase), fa irruzione in casa sequestrando tutti i computer e arrestando Philip. Si capirà presto che Philip è accusato di scambio di materiale pedopornografico, e la polizia sta cercando di capire se ne ha anche prodotto e se in qualche modo è stato coinvolto il figlio.

Il mondo di Lucy va in frantumi, tra sentimenti contrapposti e contraddittori, che vanno dalla paura per il figlio e la necessità di allontanarsi da un possibile mostro ai tentativi di trovare delle spiegazioni meno dolorose a quanto emerso. In parallelo entriamo anche nella vita dell’investigatrice Elsa che, oltre a occuparsi di un lavoro delicato, ha una situazione familiare non semplice, con un padre con demenza.

Pur trattando il film di un tema interessante e perseguendo anche il lodevole intento di approfondire lo stato d’animo in particolare delle figure femminili in situazioni emotive difficili, la narrazione di Gentle Monster appare nel complesso un po’ sfilacciata, e da spettatori si fa fatica a trovare un senso nell’incastro dei diversi fili della narrazione. Il film è salvato secondo me dall’intensa interpretazione di Léa Seydoux, che però non può da sola sobbarcarsi il compito di rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

Voto: 3/5



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Coward

Lukas Dhont è un regista che seguo dal suo potente esordio cinematografico, Girl, e che ho amato anche con il suo secondo film, Close. Non potevo dunque perdere il suo ultimo lavoro con il quale, pur nella fedeltà a una narrazione intima e molto incentrata sui personaggi, gli orizzonti si ampliano.

In questo caso infatti Dhont esce dalla contemporaneità per guardare al passato, in particolare alla prima guerra mondiale e all’inferno della trincea. Siamo tra le fila dell’esercito belga, per il quale come in molte altre nazioni, sono stati mobilitati tantissimi giovani. Tra questi c’è Pierre (Emmanuel Macchia), un giovane di poche parole, proveniente da una famiglia contadina, e Francis (Valentin Campagne), erede di una famiglia di sarti, il quale insieme ad altri soldati riformati si occupa dell’intrattenimento (spesso en travesti) per le truppe, al fine di mantenere alto il morale.

Intorno a loro molti altri giovani che, di fronte all’orrore della guerra, alla carneficina, ai corpi martoriati, reagiscono ognuno a suo modo, cercando un senso e delle motivazioni per andare avanti e difendere la patria dall’aggressione.

In questo contesto, tra Pierre e Francis nasce un sentimento d’amore che li conduce non solo alla scoperta reciproca ma anche alla scoperta di sé stessi e a interrogarsi sul proprio futuro.

Tra spettacoli di burlesque e azioni di guerra, tra corpi danzanti e corpi maciullati, tra canzoni d’amore e canzoni patriottiche, a Pierre la guerra appare brutale e insensata, mentre Francis ha trovato una specie di spazio di libertà per potersi esprimere ed essere sé stesso, condizione cui sa che dovrà rinunciare appena la guerra sarà finita per percorrere la strada prevista per lui.

Su questo le loro strade si separeranno per poi rincrociarsi quando la guerra sarà finita.

Mi sono fatta l’idea che la chiave di lettura del film sia nel titolo: chi è il codardo a cui si riferisce? Pierre che decide di disertare e di cercare una strada per vivere la propria omosessualità al di fuori della bolla temporale nella quale l’ha sperimentata, oppure Francis che crede nel suo ruolo a supporto delle truppe e non vuole abbandonarlo, anche perché una volta fuori non se la sente di andare controcorrente?

Senza rinunciare alla sua regia pulita, alla fotografia luminosa delle scene, all’eleganza dei corpi e della narrazione, Dhont salta dall’età dell’infanzia e dell’adolescenza a quella adulta, ma in fondo Pierre e Francis non sono altro che Leo e Remi ormai cresciuti, in un’epoca in cui – anche quando lo sguardo su sé stessi è riconciliato – è il mondo esterno a non essere pronto, incentrato com’è sull’immagine del maschio come soldato pronto ad affrontare qualunque cosa, rispetto alla quale la devianza è accettata solo perché funzionale e al servizio di questa mascolinità.

C’è dunque in questo film di Dhont un piano personale che si interseca con uno storico e sociale, e che conferisce al tema dell’identità nuovi significati e sfumature e apre un nuovo spazio di indagine del maschile.

Voto: 3,5/5



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Histoires de la nuit = Birthday party

Quando ho preso il biglietto di questo film, mi aveva incuriosita la trama ma il nome della regista Léa Mysius non mi diceva assolutamente nulla. Scopro invece a posteriori che la Mysius, prima ancora che regista, è una sceneggiatrice di fama che ha lavorato con grandi registi come Desplechin, Audiard, Téchiné.

Con questa sua regia la Mysius decide di adattare il romanzo omonimo (in italiano La festa di compleanno) di Laurent Mauvignier e si affida a un importante cast in cui ci sono Monica Bellucci, Hafsia Herzi, Benoît Magimel e Bastien Bouillon.

In un piccolo borgo isolato in campagna vivono Nora, Thomas e la loro figlioletta Ida: Nora lavora in città, Ida va tutti i giorni a scuola con l’autobus, Thomas invece si occupa dell’azienda agricola e alleva mucche. Vicino a loro abita Cristina, una donna benestante che dipinge quadri, e che ha con la famiglia dei vicini, soprattutto con Ida e Thomas un ottimo rapporto.

Nel giorno del compleanno di Nora, quando la donna non è ancora arrivata a casa dove il marito le ha organizzato una festa a sorpresa, tre uomini si presentano nel borghetto e sequestrano prima Cristina e poi anche Thomas e la piccola Ida. Nel frattempo arriva anche Nora, e poco dopo due sue colleghe di lavoro.

Tutti vengono tenuti in ostaggio da questi uomini, e Pierre, il loro capo, a poco a poco rivela a tutti che Nora in realtà si chiama Leila e il suo passato non è come tutti pensano che sia. La tensione andrà crescendo così come anche la violenza che porterà con sé durante questa notte infinita.

Histoires de la nuit è un thriller psicologico che non disdegna elementi splatter e che si lascia guardare, ma che personalmente non mi ha detto granché.

Sarà che non è proprio il genere di film che amo vedere, ma devo dire che non sono riuscita mai ad appassionarmi alla storia e me ne è anche dispiaciuto visto il cast di ottimi attori e una regia di tutto rispetto.

Voto: 2,5/5


sabato 18 luglio 2026

Estranea / Yael Van Der Wouden

Estranea / Yael Van Der Wouden; trad. di Roberta Scarabelli. Milano: Garzanti, 2025.

Mi sono buttata a capofitto nella lettura di questo romanzo dopo averlo visto nella lista dei libri candidati al Premio Strega europeo e averlo comprato al volo in una libreria.

Siamo nel 1961 nei Paesi Bassi quando le ferite della seconda guerra mondiale non si sono ancora rimarginate in questa parte dell'Europa.

La storia è quella di Isabel, una donna che vive da sola in una grande casa di famiglia nella campagna neederlandese. Isabel è legata in maniera quasi viscerale a questa casa e agli oggetti che contiene e che cura in modo maniacale.

Isabel ha due fratelli, Hendrik, che ha un compagno, e Louis, che periodicamente si presenta con una nuova fidanzata.

Questa volta è il turno di Eva, con capelli tinti di giallo e un rossetto troppo appariscente, che Isabel sembra mal tollerare fin dalla prima volta e che osteggia sempre di più quando Louis la lascia in casa con lei durante un viaggio di lavoro.

Per Isabel, che non si è mai concessa di desiderare alcunché se non la casa nella quale abita, sarà l'occasione per ribaltare tutte le sue opinioni su sé stessa, sulla propria famiglia e sulla storia della casa stessa.

Ultimamente mi capita spesso di incrociare il cammino con storie che sono incentrate su una casa, la sua storia e il rapporto con le persone che nel tempo ci hanno abitato. Non so se è un caso o si tratta di un momento storico che è particolarmente attento a questo tema, ma la cosa di certo non mi dispiace.

Il libro della Van Der Wouden è decisamente appassionante e trascina il lettore nelle sue pagine in maniera quasi impetuosa, nonché misteriosa. Proprio per questa doppia caratteristica il romanzo mi ha ricordato lo stile della migliore Sarah Waters, quella di Ladra e di Carezze di velluto (devo dire che c'è persino qualche elemento di somiglianza con la storia de Gli ospiti paganti), ma è indubbio che l'intento della scrittrice in questo caso punta ancora più in alto.

Il romanzo mi è piaciuto molto, e certamente seguirò il percorso di questa scrittrice. Se posso muovere un appunto, credo sia a una struttura narrativa che si percepisce molto scritta a tavolino, del tipo di quelle che a me fanno tanto scuola di scrittura creativa (e solo a posteriori in realtà ho scoperto che l'autrice insegna scrittura creativa, quindi forse ci ho preso). Alcune svolte nella narrazioni le ho trovate fin troppo telefonate o a volte invece troppo improvvise.

Tutto ciò detto la storia è forte e la scrittura pure. Quindi lunga vita a Yael Van Der Wouden.

Voto: 3,5/5

giovedì 16 luglio 2026

L'italiano / Shukri al-Mabkhout

L'italiano / Shukri al-Mabkhout; trad. dall'arabo di Barbara Teresi. Roma: Edizioni e/o, 2017.

Nella mia esplorazione della letteratura proveniente da paesi al di fuori del mondo occidentale, arrivo non so bene come a questo romanzo di Shukri al-Mabkhout, L’italiano, che nel 2015 ha vinto l’International prize for arabic fiction.

L’autore, che è un noto accademico tunisino, racconta la storia di Abdel Nasser, detto l’Italiano per la sua bellezza, e attraverso di lui getta luce su un periodo della storia della Tunisia, quello della transizione dal regime di Habib Bourghiba a quello di Ben Ali, suo ministro dell’interno, autore di un colpo di stato senza conflitto nel 1987.

La Tunisia di quegli anni è incarnata dal protagonista, Abdel Nasser, giovane di buona famiglia, leader dei movimenti studenteschi di sinistra che finisce per fare il giornalista in un giornale filogovernativo, e da Zeina, giovane donna proveniente dalla provincia rurale che aspira alla carriera accademica, ma vedrà i suoi sogni infrangersi contro un ambiente profondamente maschilista.

Il romanzo inizia dalla fine: al funerale del padre, l’Italiano - che ha divorziato da Zeina e che vive ormai una vita da bohémien – aggredisce l’imam che sta officiando il rito e non si capisce perché. Da qui inizia un lungo flashback che ricostruisce la sua storia: le sue attività di leader del movimento studentesco, l’incontro con Zeina, la difficile storia con lei, il lavoro al giornale, i tradimenti, la separazione, fino ad arrivare alla rivelazione che Abdel fa al suo amico, che è anche il narratore della storia, in cui rivela il perché dell’ostilità nei confronti dell’imam.

Nel frattempo il clima in Tunisia è cambiato profondamente e le speranze della gioventù tunisina di un futuro democratico deflagrano contro il colpo di stato soft di Ben Ali, che apre la strada a una presenza islamica più importante all’interno della società e soprattutto della politica del paese.

Ben Ali è stato poi presidente della Repubblica tunisina fino al 2010, quando la rivoluzione dei gelsomini e il più ampio movimento delle primavere arabe ha determinato la caduta del suo regime, e attraverso un processo complesso e faticoso ha portato alle prime elezioni realmente democratiche del paese, sebbene molte delle speranze siano state disilluse.

In un certo senso, al-Mabkhout – di fronte alla storia più recente del suo paese – decide di guardare indietro nel tempo alla gioventù che nella Tunisia post-coloniale, che sembrava muoversi verso un futuro socialista, videro infrangersi tutti i loro sogni nella palude di un regime non brutale, ma certamente controllante.

Una lettura che per me non è stata appassionante – come mi è accaduto con altri libri letti di recente – ma che ha suscitato in me molte curiosità, come sempre determinate dalla scarsa conoscenza che personalmente ho della storia di questi paesi, che pure ci sono così vicini.

Diciamo che il tipo di scrittura non mi è risultata del tutto congeniale, e il mio interesse è stato altalenante, ma non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la lettura. E alla conclusione mi è rimasto il desiderio di saperne di più di Abdel e Zeina e di conoscere gli sviluppi della loro storia, cosa che potrebbe non essere impossibile visto che l’autore ha dichiarato di voler scrivere un seguito della storia.

Certo, ormai sono passati dieci anni, e quindi forse il progetto è stato abbandonato, ma chissà!

Voto: 3/5

martedì 14 luglio 2026

Marco Castello. Auditorium Parco della Musica, 23 giugno 2026

Ho conosciuto Marco Castello grazie ai Kings of Convenience, il duo norvegese formato da Eirik Glambek Bøe ed Erlend Øye. Quest’ultimo si è trasferito da ormai quindici anni a Siracusa, dove si è inserito e ha conosciuto la scena musicale locale. Ebbene nel 2022 quando i Kings of Convenience hanno fatto un concerto estivo a Villa Ada si sono portati dietro Marco Castello e la sua band, che allora erano per me – e forse per molti – piuttosto sconosciuti. L’approccio orchestrale di Castello e la sua tromba jazz mi avevano conquistata, tanto che dopo quell’occasione avevo comprato i suoi primi dischi.

Non che poi lo abbia seguito stabilmente ma mi è rimasta l’idea di un musicista di grande qualità soprattutto nella esecuzione del vivo, cosa confermata in occasione del concerto al Monk del solo Erlend Øye con la Comitiva, formata da Marco Castello, Stefano Ortisi e Luigi Orofino.

Tutte queste premesse per dire che quando ho visto che Marco Castello era nel programma della Cavea dell’Auditorium, pur non amando molto la location, ho deciso di comprare il biglietto, e questa volta ho preferito prendere il parterre non per motivi economici, ma per capire se ascoltati e visti da lì i concerti della Cavea sono meglio che dalla gradinata.

Arrivo al concerto un po’ all’ultimo, dopo il lavoro, e mi ritrovo in mezzo a una quantità crescente di pubblico formato per il 90% di giovani, ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni. Era un sacco che non mi capitava di essere a un evento in cui la maggioranza delle persone è così giovane, il che per certi versi mi rincuora perché vuol dire che semplicemente ai giovani – com’è forse normale che sia – non piacciono di solito le stesse cose che piacciono a me e non vanno agli stessi eventi. Qui però convergiamo e, quando Marco Castello sale sul palco con la sua numerosa band (direi 7 persone oltre a lui, tra tastiere, batteria, basso, percussioni e strumenti a fiato), mi rendo conto di quanto questo cantautore e musicista sia amato dai giovani.

Castello imposta la sua scaletta dando soprattutto centralità al suo ultimo album, Quaglia sovversiva, che lui stesso ci presenta come la colonna sonora di un film (che non esiste), ma che racconta la storia di un luogo in un mondo post-apocalittico in cui un gruppo di ribelli tenta di contrastare l’appropriazione degli spazi.

Nel corso del concerto ci canterà tutte le canzoni del nuovo album, ma di tanto in tanto ci proporrà anche suoi vecchi pezzi, come Beddu, e alcune cover di canzoni brasiliane; in questo percorso, Castello canta e alterna – anche all’interno degli stessi pezzi – chitarra e tromba.

Intorno a me tutti cantano a squarciagola, e sono impressionata dalla quantità di ragazzi che conosce tutte le sue canzoni, anche quelle più recenti, parola per parola. Io riconosco qualche canzone che ho ascoltato di tanto in tanto, ma per il resto mi lascio trascinare dall’atmosfera, in cui – a dire la verità – mi sento un po’ vecchia e fuori posto, però alla fine ballo anche io insieme a loro al ritmo, a volte scatenato, a volte morbido, della musica di Castello.

I commenti di alcuni ragazzi all’uscita sono quasi commoventi (“è stata un’esperienza mistica”): io li ascolto con quel distacco che la vecchiaia inevitabilmente produce, ma sono contenta perché in questo parterre sotto il palco di Castello ho visto giovani non dissimili da come ero io alla loro età, ragazzi appassionati, giocosi, ma anche rispettosi, e ho pensato che tutto sommato c’è speranza in questo mondo, se ancora così tanti ragazzi possono amare una musica come quella di Castello che è musica di qualità e veicola anche messaggi positivi.

Voto: 3,5/5

domenica 12 luglio 2026

La casa della moschea / Kader Abdolah

La casa della moschea / Kader Abdolah; trad. e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo. Milano: Iperborea, 2008.

Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.

Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.

La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.

Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.

Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.

Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.

E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.

E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.

È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.

Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.

Voto: 4/5

venerdì 10 luglio 2026

In giro per mostre fotografiche a Roma: Morire di classe, Matilde Damele, Hervé Gloaguen, Francesco Conversano, Irving Penn, Silvia Camporesi

In questo inizio infuocato di estate 2026 decido di affrontare il caldo per vedere un po’ di mostre fotografiche in programma in diverse location della città.

La prima, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, è curata dall’Archivio Basaglia e ospitata dal Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC), che occupa alcune sale del Palazzo del Rettorato di Sapienza Università di Roma.

Si tratta di una mostra piccola ma molto interessante, che coglie l’occasione della riedizione del volume omonimo per proporre al pubblico alcune delle fotografie scattate da Cerati e Gardin nei manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma, come parte di un lavoro a carattere sociologico che rientrava nel più ampio impegno di Franco Basaglia e di Franca Ongaro Basaglia volto a riformare gli istituti psichiatrici. In mostra anche alcuni libri di questi ultimi provenienti dalle biblioteche della Sapienza.

Peccato per una segnaletica decisamente molto artigianale e poco visibile che persino a me che conosco l’università ha reso non semplice trovare la sede della mostra.

Altro luogo tradizionalmente dedicato a Roma alle mostre fotografiche è il Museo di Roma in Trastevere, dove sono andata a vedere le tre mostre attualmente in corso: Lungo le strade blu (Along the Blue Highways) di Francesco Conversano, New York di Matilde Damele e À Rome la nuit di Hervé Gloaguen.

La prima mostra è la raccolta di novanta scatti realizzati nell’ambito della realizzazione di alcuni documentari dedicati appunto alle cosiddette “strade blu” americane, che Conversano – regista prima che fotografo – ha realizzato nel tempo insieme a Nene Grignaffini. Si tratta di un viaggio attraverso dei luoghi in cui molta importanza hanno anche le persone e gli elementi iconici. Interessante.

Al secondo piano del Museo ci sono le due mostre più piccole. Innanzitutto quella di Matilde Damele, dedicata a una delle città più iconiche e più fotografate del mondo, New York, che l’artista ha raccontato in pellicola con un focus particolare sulle persone. Pur essendo foto degli anni Novanta e Duemila, l’uso della pellicola e del bianco e nero conferisce a queste foto, soprattutto ad alcune, un’atmosfera quasi senza tempo. Una sezione della mostra è dedicata alle fotografie scattate a Coney Island, luogo per definizione fuori dal tempo.

Sono fotografie affascinanti e alcune di grande impatto visivo ed emotivo.

>Allo stesso piano c’è la mostra delle foto di Roma di notte del fotografo francese Hervé Gloaguen, foto scattate nell’arco di diversi anni e che puntano non a mostrare la città e i monumenti, bensì l’atmosfera umana che si respira a Roma durante la notte, in particolare vicino alle fontane più o meno monumentali della città.

Sempre nella stessa giornata sono finalmente riuscita ad andare a vedere il nuovo Centro della Fotografia aperto in uno dei padiglioni dell’ex Mattatoio dopo la ristrutturazione ad hoc realizzata. Qui sono attualmente in corso alcune mostre, tra cui la principale è la grande antologica dedicata a Irving Penn, che comprende foto provenienti dalla Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi che ha la più grande collezione di fotografie dell’artista. Penn è famoso soprattutto per le fotografie di moda, i ritratti (di persone famose, ma anche di gente comune), gli still life, tutto realizzato sempre con grande attenzione al dettaglio, ma soprattutto con l’obiettivo, di solito perfettamente centrato, di tirare fuori l’anima da cose e persone.

Al secondo piano del Centro c’è invece la mostra C’è un tempo e un luogo di Silvia Camporesi, foto che provengono da viaggi e progetti fotografici diversi, accomunati dal tentativo della fotografa di andare oltre uno sguardo descrittivo e far emergere dalle singole fotografie o da un insieme di foto letture e significati diversi, spesso concettuali, ma comunque accessibili.

In conclusione, in questo periodo Roma offre tantissimo per gli amanti delle mostre fotografiche (ce ne sono altre in corso che ancora non ho visto), quindi c’è proprio da sbizzarrirsi.

mercoledì 8 luglio 2026

Munedaiko. Accademia Filarmonica Romana, 21 giugno 2026

Su proposta e stimolo della mia amica G. torno dopo molti anni al Giardini della Filarmonica a vedere lo spettacolo musicale dei Munedaiko, inserito nel programma del Festival che quest’anno è dedicato al tema Radici.

I Munedaiko sono un gruppo che si esibisce con i taiko, i cosiddetti “tamburi giapponesi”, una percussione tradizionale utilizzata soprattutto in contesti marziali, oppure religiosi e spirituali, in particolare in cerimonie buddiste e shintoiste.

Spesso gli spettacoli che hanno protagonisti i tamburi giapponesi prevedono la presenza di molti tamburi in scena e di molti musicisti creando un impatto sonoro importante (io non ho mai visto uno di questi spettacoli, ma così mi vengono raccontati); in questo caso invece i Munedaiko, che sono un trio, propongono una versione se vogliamo più intima, ma comunque affascinante, dell’arte del taiko.

I  Munedaiko sono tutti e tre marchigiani, della zona di Pesaro, ma con lunga esperienza nella pratica del taiko e anche in altre arti provenienti dal mondo giapponese. Il fondatore del gruppo è Mugen Yahiro, che ha anche suonato per un periodo con il gruppo Ondekoza dell’isola di Sado, coloro che hanno fanno conoscere la pratica del taiko in tutto il mondo. Accanto a lui Naomitsu Yahiro, esperto anche in arti marziali, e Tokinari Yahiro che, oltre al taiko, si esibisce anche con gli strumenti a fiato tradizionali giapponesi, shakuhachi e shinobue.

I Munedaiko durante il loro spettacolo combinano tutte queste qualità e competenze, mescolando le sonorità dei tamburi, il cui dialogo è a tratti sorprendente, con alcune coreografie marziali, con le sonorità degli strumenti a fiato e alfine persino con il canto.

Loro sono molto bravi – oltre che di un’eleganza che dai corpi e dai vestiti arriva alla performance – e lo spettacolo nel complesso risulta affascinante.

Voto: 3,5/5

lunedì 6 luglio 2026

Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi

Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi. Bari-Roma: Laterza, 2004.

Amo molto la scrittura di Emanuele Trevi e i suoi libri che raccontano storie vere con il mistero e la complessità di un romanzo. Mi era piaciuto moltissimo Due vite, storia di un’amicizia e di due personalità interessanti, Pia Pera e Rocco Carbone, e ho apprezzato anche La casa del mago, dedicato a suo padre e alla casa in cui ha vissuto e in cui si è successivamente trasferito lo stesso Emanuele.

Così decido di mettere in lettura anche questo altro libro, Senza verso. Un’estate a Roma, che avevo comprato un po’ a scatola chiusa qualche tempo fa, senza sapere esattamente di cosa parlasse.

Anche in questo caso si tratta di un racconto che arriva direttamente dalla vita vissuta e racconta di una caldissima estate romana, quella del 2003, in cui Emanuele aveva vissuto per un periodo a casa di un amico, nel quartiere Esquilino. Le passeggiate nel caldo della città, attraversando sempre le stesse strade e gli stessi luoghi, che vengono rappresentati in una piccola mappa iniziale disegnata a mano, sono l’occasione di riflessioni su sé stesso, sulla città, nonché di memorie passate, soprattutto legate all’amico Pietro Tripodo, un poeta, morto pochi anni prima, nel 1999, e che abitava in quella stessa zona. Si spiega così anche il titolo del libro, che ha un duplice significato, in quanto richiama le poesie di Tripodo, ma anche il vagabondare dello scrittore.

Personalmente non conosco Tripodo e le sue poesie – devo anche dire che non sono particolarmente interessata alla poesia – ma nel libro di Trevi ho trovato la già nota capacità dell’autore di trascinare il lettore con sé nelle strade e nei pensieri, finendo per incuriosirlo anche rispetto a cose che non conosce.

In questo caso la conquista non è stata piena, come nel caso degli altri due libri che ho citato in apertura, però sicuramente mi sono persa insieme a Trevi tra le strade dell’Esquilino, nei luoghi da lui visitati, nelle sue storie, e nella vita di questi personaggi reali e però anche mitici che lui racconta.

Una lettura da calda estate romana.

Voto: 3/5