venerdì 28 novembre 2025

Un weekend milanese: Fondazione Prada, Black Country New Road, Hangar Bicocca

Molti mesi fa avevo comprato il biglietto per il concerto dei Black Country, New Road ai Magazzini generali di Milano, perché da tempo seguo questo interessante gruppo inglese e avevo letto che l’esperienza dal vivo nel loro caso vale davvero la pena.

Considerato che a Roma ormai arrivano sempre meno i tour dei musicisti che mi interessano, ho pensato che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione.

E così quando è arrivato il momento, nonostante un periodo decisamente pieno di impegni, ho deciso di partire per Milano e di approfittare della trasferta non solo per partecipare al concerto, ma anche per sfruttare l’offerta milanese di attività culturali, e non solo.

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La Fondazione Prada e la mostra di Iñárritu


Il sabato pomeriggio, approfittando del fatto che ho l’alloggio in zona, vado a visitare la Fondazione Prada, di cui ho sentito molto parlare, ma dove non sono ancora stata.

Alla biglietteria mi consigliano di andare prima a visitare la torre, ossia l’edificio di nuova costruzione che è andato a innestarsi sull’insieme di edifici industriali che compongono il complesso architettonico.

Alla torre c’è una mostra che si chiama Atlas: io attraverso tutti i piani, apprezzo alcune opere, ma soprattutto apprezzo le pareti a vetri e la vista dall’alto di questa interessante porzione di città.

Tornando all’edificio dove si trova la biglietteria, il Podium, che sta di fronte alla biblioteca e al bar, vado a visitare la mostra Sueño Perro: Instalación Celuloide de Alejandro G. Iñárritu, che era quella che mi attirava di più. Questa mostra nasce dalla scoperta da parte del regista messicano che, dopo la realizzazione del suo famoso film Amores perros, i trecento chilometri di pellicola scartati sono stati conservati dall’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Il regista ha dunque deciso di dare una seconda vita a queste pellicole dimenticate, proiettandole nelle sale del Podium tramite grandi proiettori che mostrano lo srotolarsi della pellicola e che assumono un’atmosfera particolare grazie al fascio di luce che squarcia il buio delle sale. Ne viene fuori per lo spettatore un’esperienza davvero particolare, non solo visiva, ma anche sonora e tattile. Personalmente l’ho trovata molto affascinante.

Al piano di sopra dello stesso spazio espositivo c’è la mostra – primariamente fotografica - Mexico 2000: The Moment that Exploded con cui lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro mette in relazione il film di Iñárritu, uscito nel 2000, con la situazione politico-sociale del Messico in quel periodo, che rappresentò per il paese non l’inizio di una nuova era di democrazia, ma l’inizio di un tracollo che è ancora in corso.

Diciamo che probabilmente c’erano altri spazi e mostre da esplorare ma la Fondazione stava per chiudere e io dovevo rientrare per il concerto della sera. Comunque ci sarà certamente occasione di tornarci.

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Black country, new road ai Magazzini generali


L’orario di inizio del concerto dei Black Country, New Road indicato sul biglietto è le 20.00, che è uno strano orario perché nella mia ottica romana non è né un concerto presto né un concerto al solito orario. Nell’idea, anche questa molto romana, che sia solo un orario indicativo, vado ai Magazzini generali alle 20 esatte, ma a quell’ora non solo c’è la fila fuori, ma un sacco di gente è già entrata. Scopro tra l’altro che ai Magazzini generali non fanno portare e usare le macchine fotografiche (che rottura di scatole!) e dunque quando entro devo pure pagare due quote del guardaroba per la macchina fotografica e la giacca. In più cerco di avanzare tra la folla, ma sono oltre metà sala con un sacco di persone alte davanti a me, e vedo che sui ballatoi non c’è nessuno quindi ipotizzo che non ci si possa andare. Peccato che, solo quando la sala si riempie, facciano salire sui ballatoi e così chi è arrivato molto dopo di me ha probabilmente una visuale molto migliore della mia.

Tra l’altro quando arrivo sta già suonando un gruppo, formato da tre ragazzi e una ragazza, un classico gruppo indie rock, che però non so chi siano, posso solo immaginare che si tratti del gruppo spalla dei Black Country, New Road. Scoprirò solo dopo che si tratta dei Westside cowboys, la cui musica – devo ammettere – mi lascia parecchio indifferente, fors’anche perché sono infastidita dall’organizzazione del concerto in questo locale (molto, ma molto meglio il Monk!).

Comunque, quando sul palco arrivano i Black Country, New Road la musica cambia completamente e in tutti i sensi. Il gruppo è al gran completo con i suoi sei componenti, Tyler Hyde (basso), Lewis Evans (sassofono), Georgia Ellery (violino), May Kershaw (tastiere), Charlie Wayne (batteria) e Luke Mark (chitarra), disposti su due file, in prima fila le donne – protagoniste assolute dell’ultimo album, Forever Howlong – in seconda fila gli uomini.

Il concerto è in buona parte dedicato all’ultimo album che il gruppo suona quasi per intero, con un’unica pausa che è dedicata alla cover della canzone The ballad of El Goodo dei Big Star.

Mentre li ascolto e mi guardo intorno – ci sono ragazzi giovanissimi, ma anche persone di una certa età, e tutti sembrano pazzi della loro musica, che pure non si può dire veramente mainstream – capisco cosa hanno di speciale e di magnetico questi musicisti, ossia degli arrangiamenti davvero molto belli e particolari, direi quasi orchestrali, che fanno vivere il concerto come fosse non un insieme di pezzi, ma quasi un tutt’uno, una specie di musical.

Inoltre, nella loro musica c’è un mix di contemporaneo e di retrò che la rende particolare e forse anche per questo apprezzabile da persone provenienti da mondi musicali diversi.

Alla fine di questa ora e mezza abbondante di musica, i BC,NR annunciano che non fanno bis e che stanno per suonare l’ultima canzone, così – anche se il pubblico avrebbe voluto che il concerto proseguisse ancora (ma questo direi che è quasi la norma) – i musicisti ci salutano con un "arrivederci, a presto".

Bel concerto, nonostante i Magazzini generali.

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Hangar Bicocca e la mostra di Nan Goldin


L’ultima mattina del mio weekend milanese è dedicata alla visita ad Hangar Bicocca, un luogo che da tempo volevo visitare, e che in questo caso mi attira particolarmente visto che è in programma una retrospettiva su Nan Goldin, fotografa che ho conosciuto e apprezzato solo dopo aver visto il film vincitore qualche anno fa a Venezia All the beauty and the bloodshed.

La mostra in programmazione ad Hangar Bicocca, spazio espositivo molto interessante anche di per sé stesso, è intitolata This will not end well ed è una retrospettiva importante dedicata all’attività di Nan Goldin come filmmaker e artista multimediale. La mostra arriva a Milano dopo Stoccolma, Amsterdam e Berlino, e proseguirà verso Parigi, e si compone di 8 tra slideshow e video.

Lo slideshow, come avevo imparato nel summenzionato film, è una delle forme più tipiche di espressione di Nan Goldin, una strada intermedia tra il mezzo fotografico (inevitabilmente statico e più destinato all’osservazione attenta) e l’opera filmica vera e propria fatta di immagini in movimento. In questo caso, abbiamo immagini statiche che scorrono secondo una sequenza definita dall’artista e accompagnate da una colonna sonora, valorizzando dunque la forza narrativa delle immagini.

Il più famoso di questi slideshow della Goldin è The ballad of sexual dependency, che per la mostra in questione l’artista ha aggiornato e in parte rimontato.

Oltre a questo, in mostra ci sono altri 4 slideshow, Memory lost, Fire Leap, The other side e Stendhal Syndrome, e 3 video, due monocanale (Sirens e You Never Did Anything Wrong) e uno a tre canali con una installazione scultorea, dal titolo Sisters, Saint, Sibyls.

Ciascuna di queste proiezioni occupa un padiglione progettato appositamente dall’architetta Hala Wardé in collaborazione con la stessa Goldin, al fine di creare uno spazio che dialoghi con i contenuti proiettati.

Si consideri che per vedere l’intera mostra sono necessarie più di tre ore, perché le proiezioni possono durare ciascuna fino a 40 minuti. Io che avevo circa un’ora e mezzo di tempo, ho potuto vedere con calma solo The ballad of sexual dependency e Sisters, Saints, Sybils, quindi l’inizio e la fine, accomunate dalla dedica alla sorella di Nan, Barbara, morta suicida in un istituto psichiatrico.

L’universo di Nan Goldin – come sa chi ha visto il film – non è certo un universo spensierato e risolto, e non si può dire che si esca dalla mostra con l’animo sollevato, eppure la sua opera comunica una vitalità, una forza ed una energia davvero notevoli che meritano un’adesione emotiva e spirituale.

Da non perdere, ed eventualmente da andarci in più volte, visto che l’ingresso è gratuito.

mercoledì 26 novembre 2025

Middle England / Jonathan Coe

Middle England / Jonathan Coe; trad. di Mariagiulia Castagnone. Milano: Feltrinelli, 2018.

In occasione di una vacanza nel Sud-Ovest dell’Inghilterra, decido di immergermi nella lettura di Middle England, il romanzo scritto da Jonathan Coe dopo il referendum sulla Brexit del 2016 e le cui vicende coprono un periodo che va dal 2010 al 2017.

Coe riparte da alcuni dei personaggi del suo famoso romanzo La banda dei brocchi, in particolare i due fratelli Benjamin e Lois, per raccontare una nuova fase della storia inglese, caratterizzata da una temperie politica e sociale molto particolare.

In questo nuovo romanzo seguiamo le vicende non solo di Benjamin, che si è ritirato a vivere in una casa di campagna e sta tentando di scrivere il suo primo romanzo, e di Lois, che è sposata senza amore e avendo in parte rinunciato ai suoi sogni, ma anche quelle di numerosi altri personaggi: Doug, giornalista politico in crisi, con un rapporto complicato con sua figlia Coriander, radicalizzata a sinistra; Sophie, la figlia di Lois e nipote di Ben, che sta tentando la carriera accademica e intanto cerca la sua strada sentimentale; Charles, un amico di Benjamin, che la vita sta mettendo a dura prova; Sohan, amico gay londinese di Sophie; e molti altri.

Ognuno di loro rappresenta un punto di vista e una sfaccettatura, sul piano umano, sociale e politico, del complesso puzzle rappresentato dall’Inghilterra in quel momento storico, un paese non solo e non tanto spaccato tra conservatori e liberali, ma ostaggio di crisi economica, recriminazioni, cinismo, radicalizzazione, processi identitari, conflitti generazionali, esasperazioni da social, inconsistenza della politica.

Oltre ad essere una lettura gradevole, animata da personaggi vividi e sufficientemente complessi, resi tali anche grazie alle capacità di scrittura di Coe, la cosa sorprendente è che questo libro, scritto e pubblicato nel 2018, non solo non appare invecchiato, ma anzi oggi appare ancora più significativo in riferimento al quadro politico e sociale che si è andato delineando nel mondo occidentale nel corso degli ultimi 7-8 anni.

In fondo la vicenda inglese e il suo infausto esito con la Brexit è stato uno dei – forse tanti? – segnali che hanno prefigurato quello che si andava muovendo nelle viscere della popolazione europea (e non solo) e che avrebbe portato, nel corso degli anni successivi, alla diffusione di fenomeni quali il populismo, l’antieuropeismo, la crisi della sinistra, le presunte battaglie morali e identitarie, la rabbia sociale da un lato e l’anestetizzazione da social dall’altro.

Fa dunque una fortissima impressione leggere questo libro oggi, perché ci si accorge non solo che quella fase non è finita, ma che si è estesa temporalmente e geograficamente. E personalmente io non so bene quando e come se ne uscirà. In più, leggere questo romanzo mentre si è fisicamente in Inghilterra e intorno a sé tutto rimanda al mondo che Coe racconta non ha prezzo.

In Middle England ci sono note di speranza e c’è lo spazio per sogni individuali e collettivi. Voglio pensare – sebbene non sia facile – che sia ancora così, o quanto meno è necessario sforzarsi di pensarlo.

Voto: 3,5/5

lunedì 24 novembre 2025

Bugonia

Remake del film sci-fi sudcoreano del 2003 Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, l’ultimo lavoro di Yorgos Lanthimos sembra proseguire senza soluzione di continuità quanto iniziato con Kinds of kindness: ancora Emma Stone e Jesse Plemons al centro della narrazione, stesse location e stesse scelte estetiche, e per certi versi tematiche non dissimili, e comunque in linea con il suo gusto per il paradosso.

Il titolo del film, Bugonia, è una parola greca che viene da un episodio delle Georgiche di Virgilio che racconta come dalla carcassa di un bue morto nasca nuova vita sotto forma di uno sciame di api.

E non a caso, al centro del film di Lanthimos, c’è Teddy Gatz (Jesse Plemons) che vive, insieme a suo cugino autistico Don (Aidan Delbis), in una casa isolata in Georgia e con lui gestisce appunto un allevamento di api. Teddy, che ha una storia familiare e personale alle spalle non certo semplice, vive in uno stato di folle paranoia, alimentato da teorie complottiste su cui fa instancabili ricerche, secondo le quali una specie aliena, gli andromediani, si sarebbero mescolati agli umani per farli estinguere, esattamente come sta accadendo con le api.

In questa sua paranoia Teddy è convinto che Michelle Fuller (Emma Stone), dirigente di una grossa multinazionale, sia un’aliena e decide di rapirla per costringerla a rivelare la verità. È così che nel basement della casa inizia questo confronto a due tra Teddy e Michelle, l’uno sempre più folle ed estremo, l’altra intenzionata a usare tutte le armi manipolatorie di cui è dotata.

Ne viene fuori una narrazione dall’impianto quasi teatrale in cui i generi e i registri si mescolano e si confondono, dal grottesco al thriller psicologico, dallo splatter al dramma sociale, dallo sci-fi alla violenza improvvisa e quasi gratuita.

Non c’è dubbio che – come altri registi in questo periodo storico – anche Lanthimos abbia voluto e voglia esplorare alcune dimensioni patologiche della contemporaneità, in particolare lo scontro in atto tra visioni sempre più polarizzate e singolarmente indifendibili, ma mi pare che l’approccio del regista greco, almeno in Bugonia, sia più quello del divertissement che quello del film “impegnato” o comunque alla ricerca di un significato specifico, che è poi ciò che vado pensando e dicendo già da un po’ sulla sua cinematografia.

Lanthimos ha fatto scuola con il suo cinema paradossale e grottescamente allegorico (e anche in questo caso trovo azzeccata la straordinaria mossa ironica di nobilitare in qualche modo il complottismo), ma ormai non è più l’unico e forse nemmeno il più originale su questo piano (si veda Good boy, l’ultimo film di Komasa), e soprattutto ha perso un po’ di sostanza, spostandosi sempre di più verso un manierismo di sé stesso che finisce per non convincere più.

Secondo me Lanthimos ha bisogno di dare una sterzata alla sua cinematografia, di trovare nuovi stimoli e nuove strade, anche se potrebbero essere per lui e per il pubblico meno rassicuranti. Io lo aspetto al varco.

Voto: 3/5


giovedì 20 novembre 2025

Re Chicchinella / da Giambattista Basile; regia di Emma Dante. Teatro Argentina, 7 novembre 2025

Dopo La scortecata e Pupo di zucchero, Emma Dante torna ai racconti grotteschi e alle fiabe nere de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile con Re Chicchinella, la storia di Re Carlo III d’Angiò, re di Sicilia e di Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valenzia e re titolare di Costantinopoli, che per un caso abbastanza curioso si trova ad avere una gallina incastrata nel sedere.

Per il re si tratta di una condizione fortemente invalidante, che però ha l’effetto collaterale, ben gradito dalla sua corte, compresa la moglie e la figlia, di produrre delle uova di oro.

Nel raccontare questa storia, di cui la Dante rielabora il finale con un processo trasformativo che non affida alla morte la chiusa narrativa, la regista siciliana mantiene coerente lo stile di messa in scena e di regia a cui ci ha ormai abituato nei suoi ultimi lavori.

Un palco completamente immerso nel buio, pochissimi oggetti di scena, costumi molto fantasiosi, e un grandissimo lavoro sul linguaggio, sui corpi, sulle coreografie e sulle luci.

Recitato nel napoletano seicentesco di Basile, Re Chicchinella ci offre lo spaccato ironico e a tratti comico di una corte la cui vacuità è direttamente proporzionale all’avidità.

Il cianciare confuso e ripetitivo delle cortigiane con i loro costumi che ne esagerano le forme abbondanti è il simbolo di un mondo di egoismi e di servilismi, mentre il re (magnificamente interpretato dal sempre bravissimo Carmine Maringola, capace di far recitare ogni parte del suo corpo) è a sua volta un personaggio dolente, ma anche insulso.

Sebbene ogni spettatore possa leggere in questo racconto il senso o la morale che vuole, mi pare che a questo giro Emma Dante viri maggiormente sul divertissement, trasformando quella che avrebbe potuto essere una storia tetra in una narrazione giocosa, seppure non priva di significato.

Voto: 3,5/5

domenica 16 novembre 2025

Dj Ahmet

Siamo in un piccolo villaggio della Macedonia del Nord. Ahmet (Arif Jakup) vive con il padre e con il fratello Naim (Agush Agushev) in una fattoria piuttosto isolata, ai margini del bosco.

Da quando la madre è morta, la vita di questa famiglia è molto cambiata: Ahmet deve rinunciare alla scuola per occuparsi del gregge di pecore del padre e della vendita del tabacco, Naim non parla più, quasi fosse sotto un maleficio, e il padre si è ulteriormente indurito nella gestione della casa e dei figli.

L’andamento della narrazione prende però una direzione inaspettata quando nel villaggio arriva Aya (Dora Akan Zlatanova), una ragazza della stessa età di Ahmet, che ha vissuto in Germania ma che ora la famiglia vuole che sposi un ragazzo del luogo.

Accomunati dalla passione per la musica, tra Ahmet e Aya nasce un sentimento che spingerà il primo a giocarsi il tutto per tutto pur di salvare la ragazza amata da un futuro che non vuole.

Nel film di Georgi M. Unkovski non c’è niente di veramente sorprendente: lo scontro generazionale, così come quello tra tradizione e modernità viaggiano su binari abbastanza prevedibili - la tecnologia, la musica, gli abiti, lo stile di vita - ma in questo specifico coming of age acquistano un sapore e una freschezza particolari grazie al contesto e ad alcune trovate registiche (il coro delle donne del villaggio che si incontrano sotto l’albero, la foresta come luogo del proibito e della trasgressione, la pecora fucsia, gli altoparlanti della moschea da cui esce il suono di accensione di Windows), nonché grazie a dei protagonisti con facce poco standardizzate e ricche di sfumature.

E poi l’elemento musicale che si insinua a più riprese e che in un certo senso è il deus ex machina del racconto fa il resto.

Si esce con il cuore malinconico e contento, pensando a quanta parte di mondo – anche vicino a noi – ha ancora bisogno di affrancarsi dai lacci e laccioli della religione e delle tradizioni.

Voto: 3,5/5


venerdì 14 novembre 2025

Chimere / J. Bernlef

Chimere / J. Bernlef; trad. di Stefano Musilli. Roma: Fazi editore, 2024.

Chi, come me, ha vissuto piuttosto da vicino l’Alzheimer a causa della malattia di un familiare sa che, di fronte a un malato di questa terribile malattia, non si può fare a meno di chiedersi cosa succede nella sua mente, che tipo di percorsi mentali determinino certi comportamenti e azioni.

Purtroppo, questa domanda dal punto di vista scientifico, per il momento, è senza risposta e l’unica risposta possibile nasce dall’interpretazione dei comportamenti basata sull’osservazione e sulla frequentazione del malato.

L’arte – la letteratura e il cinema in particolare – hanno provato da questo punto di vista a colmare il gap attraverso l’immaginazione, e secondo me le parole sono quelle che meglio di tutte riescono nell’impresa.

È quanto fa J. Bernlef in questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1984 e solo adesso – quarant’anni dopo – proposto in traduzione italiana dall’editore Fazi.

Protagonista di questo romanzo è Maarten, che ha una settantina d’anni e vive con la moglie Vera in un paese vicino Boston, dove i due coniugi si sono trasferiti da molti anni provenendo dai Paesi Bassi. I due vivono da soli, perché i loro due figli ormai adulti vivono altrove.

La narrazione è fatta in prima persona da Maarten e inizia quando una mattina l’uomo, guardando dalla finestra di casa sua, non vede i ragazzi che vanno a scuola e non capisce perché: si tratta del primo episodio di disorientamento temporale e dunque un primo segnale dei disturbi cognitivi che da qui in poi renderanno la percezione di Maarten sempre più sganciata dalla realtà e i suoi pensieri sempre più confusi.

Poiché si è in balia delle parole e dei pensieri del protagonista senza avere elementi di riscontro dalla realtà, se non a singhiozzo attraverso la sua interazione con la moglie, anche il lettore tende a perdere completamente le coordinate e a sperimentare una sorta di stato confusionale.

Per questo motivo, soprattutto nella prima parte, il libro si fa quasi racconto dell’orrore: il senso di angoscia e di spaesamento si impadronisce del lettore in virtù di un’inevitabile partecipazione all’alternarsi di momenti di consapevolezza e altri di obnubilamento che Maarten vive.

Man mano poi che Maarten precipita nel buco nero della malattia e la sua vita e i suoi pensieri si trasferiscono in una realtà parallela i cui contatti con quella effettiva sono sempre più labili, il senso di terrore e angoscia della prima parte del romanzo si trasforma sempre di più in uno stato di compassione nei confronti del protagonista.

La memoria a breve termine svanisce quasi completamente, mentre dal passato tornano dettagli e fantasmi che plasmano la quotidianità e danno ad essa nuove interpretazioni e nuovi significati. L’ansia non è completamente superata – e del resto è una condizione che spesso accompagna il malato di Alzheimer in tutto il percorso della malattia – però viene in un certo senso mitigata da questa forma di cosmogonia privata che ricolloca gli eventi incomprensibili dentro un orizzonte di senso totalmente avulso dalla realtà, ma accettabile a livello soggettivo.

Il romanzo di Bernlef credo sia la cosa che va più vicina di qualunque altra io abbia letto o visto a far provare quello che – probabilmente – prova un malato di Alzheimer dagli esordi della malattia alle fasi più avanzate.

Durante la mia personale esperienza a contatto con la malattia mi sono più volte chiesta come si sente un malato di Alzheimer: quello che osservavo dall’esterno erano momenti di ansia ossessiva e angosciante – che inevitabilmente si trasmette a chi sta intorno – ma anche momenti di straordinaria pace e serenità. E mi sono sempre detta che spero che il malato viva in un mondo tutto suo e con pochissimi contatti con la realtà, perché il rendersi conto sarebbe davvero la cosa peggiore in assoluto. Che è poi uno dei motivi per cui la malattia produce enormi carichi di angoscia ai caregiver e alle persone che sono legate al malato, e forse anche il motivo della vergogna e dello stigma sociale che spesso tiene i malati d’Alzheimer fuori dalla vista del mondo.

Bernlef riporta al centro della narrazione una di queste persone e ci costringe a entrare nella sua mente e a empatizzare con la sua condizione. E questa è la straordinaria forza della grande letteratura.

Voto: 4/5

mercoledì 12 novembre 2025

L’importanza di chiamarsi Ernesto / di Oscar Wilde; regia di Geppy Gleijeses. Teatro Sala Umberto, 29 ottobre 2025

L’importanza di chiamarsi Ernesto
è una commedia di Oscar Wilde il cui titolo originale, The importance of being Ernest, si basa sul gioco di parole per cui il nome Ernest in inglese ha la stessa pronuncia della parola earnest (serio, sincero). Si tratta evidentemente di un gioco di parole che non può essere reso nello stesso modo in italiano e così, nelle versioni italiane di questa commedia, si sono fatte scelte diverse a seconda che si volesse in qualche modo richiamare tale gioco di parole oppure semplicemente lasciare che fosse la narrazione a esplicitare tutta la sua carica.

Quella di Wilde è una commedia degli equivoci e di scambi di persona, secondo un impianto molto classico, che in questo caso sembra finalizzato in particolare a colpire l’oziosità della nobiltà inglese decaduta e in particolare i rampolli scapoli e sfaccendanti di queste famiglie.

La commedia viene portata a teatro con la regia di Geppy Gleijeses, e interpretata da Giorgio Lupano, Luigi Tabita, Maria Alberta Navello e la sempre magnifica Lucia Poli nei panni di Lady Augusta Bracknell; una menzione anche per gli attori che interpretano i personaggi secondari e di supporto, che tengono benissimo il meccanismo della commedia ed aiutano ad amplificarlo.

Nel complesso uno spettacolo gradevole, con una regia solida, delle belle scenografie e attori in parte.

Alla chiusura del sipario il pubblico sembra aver apprezzato molto, e molte persone appaiono addirittura entusiaste, cosa che faccio fatica a capire, ma forse è solo perché questo tipo di spettacoli teatrali non è esattamente il mio genere preferito, anche quando sono ben fatti come in questo caso.

Voto: 3/5

lunedì 10 novembre 2025

Festa del cinema di Roma, 15-26 ottobre 2025 (Quarta parte)

Leggi anche la prima, la seconda e la terza parte delle recensioni della Festa del cinema.

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It was just an accident = Un semplice incidente

Ed eccoci alla proiezione del film vincitore della Palma d’oro a Cannes, It was just and accident (Un semplice incidente), l’ultimo film di Jafar Panahi che è presente alla festa del cinema di Roma (insieme alla moglie e alla figlia) per ricevere il premio alla carriera dalle mani di Giuseppe Tornatore. Nel discorso di ringraziamento Panahi non si fa sfuggire l’occasione di omaggiare il cinema italiano, in particolare il neorealismo, che tanta parte – dice – ha avuto nella sua formazione e nella definizione del suo cinema.

Tornato a fare film dopo l’incarcerazione da parte del regime iraniano, Panahi non dimentica l’esperienza che ha vissuto e la rilegge attraverso una storia che è un po’ un buddy movie e un po’ un road movie, e che riesce miracolosamente a mantenersi in bilico tra la commedia, il dramma e la denuncia politica e sociale, ma che non rinuncia nemmeno al registro ironico, che a tratti diventa anche grottesco, per poi sorprenderci con un finale aperto da thriller, che ogni spettatore è chiamato a interpretare secondo la propria sensibilità.

Tutto comincia con una tranquilla famigliola, padre, madre e figlia, che rientrano di notte in macchina verso casa: durante questo viaggio prima accade che la macchina investe e uccide un cane sulla strada, poi ha un guasto che li costringe a fermarsi per chiedere aiuto. In questa circostanza, un uomo riconosce nel guidatore Eghbal (Ebrahim Azizi), l’uomo che durante la sua prigionia dovuta alla partecipazione a uno sciopero lo aveva bendato e poi torturato psicologicamente. Da allora Vahid (Vahid Mobasseri) è perseguitato dal rumore sinistro della protesi che il suo aguzzino ha al posto della gamba che ha perso in Siria.

Vahid sequestra quello che ritiene essere Eghbal, ma quando sta per seppellirlo vivo in un luogo deserto si fa venire il dubbio di aver sbagliato persona e dunque va a cercare altre persone che sa aver subito da lui lo stesso trattamento in carcere per farsi aiutare nel riconoscimento. Si forma così una strana combriccola formata da Vahid, Shiva, una sua ex fidanzata che fa la fotografa, una coppia di sposi in abiti da matrimonio, e Salar.

Senza andare oltre nel racconto della trama, per non togliere niente alla sorpresa, basti dire che Panahi – il cui film è girato quasi tutto in esterni, dentro e intorno a un furgoncino – nonostante quello che ha passato ci va giù comunque durissimo con il suo paese, e, attraverso i suoi personaggi, forse tutti suoi alter ego e in qualche modo tutti sfaccettature dei suoi sentimenti complessi, dà voce al desiderio di vendetta, ma anche all’inevitabile fedeltà ai propri principi morali, che impediscono a lui e a suoi personaggi di essere malvagi fino in fondo. Un semplice incidente è un inno alla parte migliore dell’umanità, quella che non riesce a derogare ai propri principi nemmeno di fronte all’orrore altrui, sebbene - per come l’ho interpretato io - il finale scelto da Panahi rappresenti un segnale di profondo pessimismo della possibilità che questa umanità possa sopravvivere in pace.

Voto: 4/5



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If I had legs I’d kick you

Allora, benissimo la narrazione che vira verso il surreale e il grottesco, benissimo il tema della maternità trattato non in quella maniera zuccherosa cui siamo abituati ma come una specie di film dell’orrore, benissimo il portare a galla temi quali lo schiacciante senso di colpa delle madri, l’assenza dei padri e le fragilità psicologiche, però il film di Mary Bronstein mi ha fatto l’effetto di un pastiche un po’ indigeribile.

La storia è quella di Linda (Rose Byrne), una psicologa sull’orlo di una crisi di nervi che, con il marito distante per lavoro, deve occuparsi della figlia affetta da una misteriosa malattia che la costringe ad essere alimentata attraverso un tubo collegato a una macchina. Le cose si complicano e prendono una strada sempre più surreale quando nell'appartamento in cui Linda abita con la figlia si apre un buco nel soffitto, e le due devono trasferirsi a vivere in uno scadente albergo in attesa della sistemazione del danno.

Operazione ardita quella della Bronstein e senza dubbio originale, ma il fatto che dopo 5 minuti non sopportavo più la bambina (di cui non si vede il volto fino alla fine del film), dopo 20 non sopportavo la protagonista, e dopo mezz'ora non sopportavo più nessun personaggio non so se interpretarlo come segno della riuscita del film oppure come il suo fallimento.

Per me comunque resta un no.

Voto: 2,5/5




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Historias del Buen Valle

L’ultimo film della mia maratona alla Festa del cinema di quest’anno è il documentario realizzato da José Luis Guerin e dedicato a un quartiere periferico di Barcellona, Vallbona (Buen Valle), dove ai primi insediamenti abusivi non è mai seguito un piano regolatore e, con l’arrivo di famiglie di immigrati, prima dall’interno del paese, poi dall’esterno, si è sviluppato in maniera disordinata ma vitale.

Nonostante le grandi opere (strade ad alto scorrimento e ferrovie) che nel corso del tempo hanno in parte distrutto il tessuto urbanistico e umano di questo quartiere, la comunità di Vallbona ha continuato a resistere e a mantenere una sua identità intergenerazionale e interrazziale, e a integrare persone e famiglie di diversa estrazione e provenienza.

Raccolta intorno al canale Rec, dove adulti e bambini si riuniscono per fare il bagno (nonostante il divieto di balneazione) e passare il tempo libero nelle giornate calde, questa comunità viene raccontata con garbo ed empatia da Guerin attraverso le storie di varie persone e famiglie, realizzando un affresco di grande umanità, ma anche denunciando più o meno indirettamente le conseguenze delle politiche di sviluppo delle grandi città.

Per alcuni versi, il film mi ha ricordato El 47 (quest’ultimo di fiction ma ispirato a una storia vera) , che parla di un altro quartiere di Barcellona, Torre Barò, che ha avuto in parte una storia simile e che si trova nella stessa area della città, separata da una strada ad alto scorrimento.

Mi piace questa attenzione del cinema spagnolo e catalano allo sviluppo delle città e in particolare delle periferie e al significato che esse hanno avuto nella storia del paese, e delle quali bisogna preservare valori e conquiste.

Voto: 3/5