Morti di sonno / Davide Reviati. Roma: Coconino Press ; Fandango, 2020.
Un po’ di tempo fa avevo letto Sputa tre volte di Davide Reviati e ne ero rimasta prima spiazzata, poi conquistata. Sull’onda emotiva di quella lettura avevo comprato l’altro graphic novel di questo autore, pubblicato sempre per Coconino, e precedente a Sputa tre volte.
Grazie - come al solito - a un viaggio in treno, sono finalmente riuscita a leggerlo e ci ho ritrovato molte delle caratteristiche che l’autore ravennate avrebbe riproposto, ulteriormente raffinate, nei suoi lavori successivi.
Come Sputa tre volte, anche Morti di sonno è un tomone la cui storia si muove dalle parti del romanzo di formazione, oscillando tra ricordo, nostalgia e denuncia sociale. Un’altra caratteristica che accomuna i due libri è la struttura narrativa, che non procede in ordine cronologico, ma va avanti e indietro nel tempo, ed è inframmezzata da inserti puramente visuali, che sta al lettore mettere in relazione con tutto il resto.
La storia è quella di un gruppo di ragazzini che abitano nel villaggio Anic di Ravenna, quello fatto realizzare da Enrico Mattei per ospitare gli operai del polo petrolchimico nato nel 1958. Il narratore, Rino, detto Koper (Capodistria) per via delle sue orecchie a sventola, racconta gli anni della sua adolescenza e di quella dei suoi coetanei, Lario, Ettore e molti altri.
Sono giornate caratterizzate da partite di calcio infinite e combattutissime, da scorribande, da notizie misteriose che passano di bocca in bocca, da personaggi strambi, mentre l’ombra del petrolchimico con i suoi veleni aleggia su tutto e per gli abitanti del villaggio sembra non esistere alcuna prospettiva alternativa a un futuro in fabbrica.
Come avevo notato nell’altro graphic novel, nei racconti di Reviati storia individuale e storia collettiva si intrecciano inestricabilmente, nell’idea di fondo che il destino dei singoli è sempre fortemente condizionato dal contesto nel quale ciascuno nasce e cresce e che sfuggire a questo destino non è affatto facile. E però, il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza – in qualunque condizione lo si sia vissuto – nella matita di Reviati resta un tempo mitico e sospeso, un tempo di fragilità e di grazia, o almeno così finisce per essere nei ricordi di chi se l’è lasciato alle spalle.
Quella dei romanzi grafici di Reviati non è mai una lettura facile, né conciliante; inevitabilmente lascia addosso un senso di malinconia, misto a una specie di spaesamento, rispetto al quale vale la pena abbandonarsi alla bellezza dei suoi disegni, che in questo caso sono straordinariamente pieni di vita, energia e movimento, in particolare nella rappresentazione delle partite di calcio.
A una prima lettura si esce con una sensazione forte, più che con elementi conoscitivi e informazioni. Sicuramente, nel caso di libri come questo, riletture possono aggiungere dettagli ed elementi di senso ulteriori, e permettono di scavare più e meglio nello spirito del suo autore e dei personaggi.
Voto: 3/5
giovedì 8 gennaio 2026
lunedì 5 gennaio 2026
Teresa la notte / di Paola Galassi; con Lucia Mascino. Flautissimo, Teatro Torlonia, 11 dicembre 2025
Ed eccomi al secondo – e ultimo per me – appuntamento con la rassegna Flautissimo: si tratta del monologo interpretato da Lucia Mascino sul testo di Paola Galassi, per la regia di Giampiero Solari e con le musiche di Stefano Fresi.
Teresa la notte racconta la storia di una donna che vive con la madre e con la figlia di sei anni, e lavora in un’azienda come ingegnere informatico.
Nella prima parte dello spettacolo prevale la rappresentazione di una madre single che deve dividersi tra il lavoro, la casa e la famiglia, e che per poter stare dietro a tutto deve fare i salti mortali. Il tono è ironico e leggero, ma anche serio nei contenuti e fortemente empatico e credibile.
Quando però nel racconto interviene il personaggio di Luigi, il collega con cui Teresa esce una sera e con cui potrebbe iniziare una storia, il tono vira progressivamente verso il thriller, con al centro una storia di pedofilia e una svolta nel personaggio di Teresa abbastanza sorprendente.
Pur godibile e capace di tenere viva l’attenzione, il testo di questo monologo non mi ha convinta del tutto, soprattutto nella seconda parte, nella quale la svolta thriller appare secondo me un po’ forzata e non si amalgama del tutto perfettamente con i tratti della personalità di Teresa così come emersi nella prima parte del racconto.
Nonostante questo difetto – che personalmente attribuisco primariamente alla scrittura – Lucia Mascino si conferma interprete eccezionale, sempre più sicura dei suoi mezzi, e forse anche per questo capace di mettersi in scena con tutta sé stessa e di dare spessore ai suoi personaggi.
La recitazione della Mascino è dunque il vero punto di forza dello spettacolo, che però dal mio punto di vista necessita ancora di qualche aggiustamento drammaturgico per risultare pienamente efficace e credibile.
Voto: 3,5/5
Teresa la notte racconta la storia di una donna che vive con la madre e con la figlia di sei anni, e lavora in un’azienda come ingegnere informatico.
Nella prima parte dello spettacolo prevale la rappresentazione di una madre single che deve dividersi tra il lavoro, la casa e la famiglia, e che per poter stare dietro a tutto deve fare i salti mortali. Il tono è ironico e leggero, ma anche serio nei contenuti e fortemente empatico e credibile.
Quando però nel racconto interviene il personaggio di Luigi, il collega con cui Teresa esce una sera e con cui potrebbe iniziare una storia, il tono vira progressivamente verso il thriller, con al centro una storia di pedofilia e una svolta nel personaggio di Teresa abbastanza sorprendente.
Pur godibile e capace di tenere viva l’attenzione, il testo di questo monologo non mi ha convinta del tutto, soprattutto nella seconda parte, nella quale la svolta thriller appare secondo me un po’ forzata e non si amalgama del tutto perfettamente con i tratti della personalità di Teresa così come emersi nella prima parte del racconto.
Nonostante questo difetto – che personalmente attribuisco primariamente alla scrittura – Lucia Mascino si conferma interprete eccezionale, sempre più sicura dei suoi mezzi, e forse anche per questo capace di mettersi in scena con tutta sé stessa e di dare spessore ai suoi personaggi.
La recitazione della Mascino è dunque il vero punto di forza dello spettacolo, che però dal mio punto di vista necessita ancora di qualche aggiustamento drammaturgico per risultare pienamente efficace e credibile.
Voto: 3,5/5
sabato 3 gennaio 2026
LaPOCAlisse / di Makkox e Valerio Aprea; con Valerio Aprea. Teatro Ambra Jovinelli, 6 dicembre 2025
LaPOCAlisse è lo spettacolo teatrale scritto da Makkox e Valerio Aprea, e interpretato da Valerio Aprea, che è nato dalla collaborazione tra i due nel dietro le quinte della trasmissione de La7 Propaganda Live.
Di fatto, lo spettacolo è la somma di quattro monologhi tenuti insieme dal tema generale del declino sociale, politico e umano del nostro mondo e, dunque, dall’idea ch’esso sia ormai avviato verso, appunto, l’apocalisse.
Tutto comincia con un monologo sul Fantacitorio, un immaginario gioco ispirato al Fantasanremo che riguarderebbe invece la politica e ne spiegherebbe alcune delle assurdità. E già questo monologo da solo vale lo spettacolo. Da qui in poi i monologhi si alternano a momenti di metateatro in cui Aprea racconta i retroscena del monologo recitato o anticipa elementi su quello successivo, e soprattutto interagisce con il pubblico ponendo domande che danno l’avvio a forme di improvvisazione comica.
Il risultato è uno spettacolo in cui non ci si annoia nemmeno per un secondo, si ride parecchio sia per quello che dice e fa Aprea sul palco, sia per gli interventi del pubblico, e che ci racconta il nostro mondo in modo divertito e al contempo intelligente, costringendoci in qualche modo a riflettere su noi stessi e sul modo in cui ciascuno di noi partecipa di alcune delle follie e delle idiosincrasie del mondo contemporaneo.
Ciascun frammento dello spettacolo è separato dall’altro dall’immagine di un quadro – prevalentemente di epoca seicentesca – sul tema dell’apocalisse e della morte, mentre durante i monologhi lo sfondo cambia colore, trasformando la figura di Aprea in una silhouette in controluce.
Uno spettacolo semplice, ma scritto bene, in pieno stile Propaganda Live, che mescola comicità e satira sociale, che in alcuni passaggi – come quello della cagnolina Frechete – è destinato a rimanere nella memoria degli spettatori.
Voto: 3,5/5
Di fatto, lo spettacolo è la somma di quattro monologhi tenuti insieme dal tema generale del declino sociale, politico e umano del nostro mondo e, dunque, dall’idea ch’esso sia ormai avviato verso, appunto, l’apocalisse.
Tutto comincia con un monologo sul Fantacitorio, un immaginario gioco ispirato al Fantasanremo che riguarderebbe invece la politica e ne spiegherebbe alcune delle assurdità. E già questo monologo da solo vale lo spettacolo. Da qui in poi i monologhi si alternano a momenti di metateatro in cui Aprea racconta i retroscena del monologo recitato o anticipa elementi su quello successivo, e soprattutto interagisce con il pubblico ponendo domande che danno l’avvio a forme di improvvisazione comica.
Il risultato è uno spettacolo in cui non ci si annoia nemmeno per un secondo, si ride parecchio sia per quello che dice e fa Aprea sul palco, sia per gli interventi del pubblico, e che ci racconta il nostro mondo in modo divertito e al contempo intelligente, costringendoci in qualche modo a riflettere su noi stessi e sul modo in cui ciascuno di noi partecipa di alcune delle follie e delle idiosincrasie del mondo contemporaneo.
Ciascun frammento dello spettacolo è separato dall’altro dall’immagine di un quadro – prevalentemente di epoca seicentesca – sul tema dell’apocalisse e della morte, mentre durante i monologhi lo sfondo cambia colore, trasformando la figura di Aprea in una silhouette in controluce.
Uno spettacolo semplice, ma scritto bene, in pieno stile Propaganda Live, che mescola comicità e satira sociale, che in alcuni passaggi – come quello della cagnolina Frechete – è destinato a rimanere nella memoria degli spettatori.
Voto: 3,5/5
lunedì 29 dicembre 2025
Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione. Palazzo Bonaparte, 6 dicembre 2025
A Palazzo Bonaparte è in corso e programmata fino all’8 marzo 2026 la grande mostra dedicata all’artista boemo Alphonse Mucha, esponente di spicco dell’Art Nouveau.
Io e S. scegliamo di visitare la mostra con l’ormai collaudatissimo Vincenzo di Rome Guides, che – viste le eccellenti esperienze pregresse – sappiamo essere una garanzia di qualità, oltre ad essere capace di mantenere alta l’attenzione per l’intera ora e mezza in cui si dipana la visita.
Per me che di Mucha non so praticamente nulla, pur conoscendo alcuni dei suoi lavori più famosi, è l’occasione di conoscere innanzitutto un po’ di biografia di questo artista: il periodo nella nativa Boemia allora parte dell’impero austro-ungarico, la fase viennese, quella tedesca, poi la consacrazione artistica a Parigi grazie agli incontri con artisti già famosi all’epoca e soprattutto al sodalizio con Sarah Bernhardt, diva e attrice famosissima, che scelse Mucha come autore di moltissimi manifesti delle opere teatrali di cui era protagonista, poi l’intermezzo americano, quindi il ritorno nella nativa Boemia, dove negli anni Trenta assistette all’invasione nazista, fu imprigionato e morì per il complicarsi delle sue condizioni di salute, sepolto infine nel cimitero di Praga.
Il nome di Mucha è associato in modo particolare alle opere litografiche e ai poster da lui realizzati, con il supporto e la collaborazione del tipografo Champenois, che gli diedero una notorietà straordinaria e anche un importante ritorno economico, e che sono la parte della sua produzione che anche noi oggi conosciamo maggiormente.
Ma come spesso accade agli artisti, anche per Mucha ciò che gli diede fama e stabilità diventò anche per certi versi una prigione alla quale non fu facile sfuggire e che risultava molto limitante rispetto alle potenzialità creative della sua arte. Non a caso altre sue opere, come ad esempio L’epopea slava, venti tele che occuparono una parte importante della sua vita artistica e a cui Mucha teneva particolarmente in quanto espressione del suo spirito patriottico, non furono particolarmente riconosciute e apprezzate, se non molto più avanti.
A Mucha si deve però riconoscere innanzitutto l’eclettismo artistico che lo vide protagonista non solo dell’arte pittorica, ma anche di molte altre arti, come la fotografia, le arti applicate e molte altre, così come rilevante e innovativo è il ruolo che Mucha attribuisce nella sua arte alla figura femminile, che l’artista celebra non solo sul piano della bellezza ma anche come veicolo di molteplici significati, dai più semplici a quelli più complessi e spirituali, parte integrante del mondo culturale dal quale proveniva.
La mostra riesce a dare conto non solo delle diverse fasi della carriera di Mucha e delle sue numerose anime, ma riesce anche a contestualizzare adeguatamente la sua figura in un momento storico di grandissima vitalità sul piano culturale. L’intermezzo dedicato alla figura femminile nell’arte di cui la donna di Mucha rappresenterebbe la naturale erede mi è parso un po’ forzato e poco fluido, ma tutto sommato grazie a Vincenzo anche quello è diventato un momento sensato del percorso di visita.
Voto: 4/5
Io e S. scegliamo di visitare la mostra con l’ormai collaudatissimo Vincenzo di Rome Guides, che – viste le eccellenti esperienze pregresse – sappiamo essere una garanzia di qualità, oltre ad essere capace di mantenere alta l’attenzione per l’intera ora e mezza in cui si dipana la visita.
Per me che di Mucha non so praticamente nulla, pur conoscendo alcuni dei suoi lavori più famosi, è l’occasione di conoscere innanzitutto un po’ di biografia di questo artista: il periodo nella nativa Boemia allora parte dell’impero austro-ungarico, la fase viennese, quella tedesca, poi la consacrazione artistica a Parigi grazie agli incontri con artisti già famosi all’epoca e soprattutto al sodalizio con Sarah Bernhardt, diva e attrice famosissima, che scelse Mucha come autore di moltissimi manifesti delle opere teatrali di cui era protagonista, poi l’intermezzo americano, quindi il ritorno nella nativa Boemia, dove negli anni Trenta assistette all’invasione nazista, fu imprigionato e morì per il complicarsi delle sue condizioni di salute, sepolto infine nel cimitero di Praga.
Il nome di Mucha è associato in modo particolare alle opere litografiche e ai poster da lui realizzati, con il supporto e la collaborazione del tipografo Champenois, che gli diedero una notorietà straordinaria e anche un importante ritorno economico, e che sono la parte della sua produzione che anche noi oggi conosciamo maggiormente.
Ma come spesso accade agli artisti, anche per Mucha ciò che gli diede fama e stabilità diventò anche per certi versi una prigione alla quale non fu facile sfuggire e che risultava molto limitante rispetto alle potenzialità creative della sua arte. Non a caso altre sue opere, come ad esempio L’epopea slava, venti tele che occuparono una parte importante della sua vita artistica e a cui Mucha teneva particolarmente in quanto espressione del suo spirito patriottico, non furono particolarmente riconosciute e apprezzate, se non molto più avanti.
A Mucha si deve però riconoscere innanzitutto l’eclettismo artistico che lo vide protagonista non solo dell’arte pittorica, ma anche di molte altre arti, come la fotografia, le arti applicate e molte altre, così come rilevante e innovativo è il ruolo che Mucha attribuisce nella sua arte alla figura femminile, che l’artista celebra non solo sul piano della bellezza ma anche come veicolo di molteplici significati, dai più semplici a quelli più complessi e spirituali, parte integrante del mondo culturale dal quale proveniva.
La mostra riesce a dare conto non solo delle diverse fasi della carriera di Mucha e delle sue numerose anime, ma riesce anche a contestualizzare adeguatamente la sua figura in un momento storico di grandissima vitalità sul piano culturale. L’intermezzo dedicato alla figura femminile nell’arte di cui la donna di Mucha rappresenterebbe la naturale erede mi è parso un po’ forzato e poco fluido, ma tutto sommato grazie a Vincenzo anche quello è diventato un momento sensato del percorso di visita.
Voto: 4/5
venerdì 26 dicembre 2025
L’anno nuovo che non arriva
Il film del regista Bogdan Muresanu che ha vinto il Premio Orizzonti al Festival di Venezia del 2024, arriva in sala un po’ in sordina, ma spero possa conquistare una fetta di pubblico significativa.
L’anno nuovo che non arriva è ambientato a Bucarest nelle settimane prima del Natale 1989, mentre nel paese circolano le notizie della repressione sanguinosa da parte del regime di Ceausescu delle proteste e manifestazioni a Timisoara. Attraverso le vicende del regista Stefan che deve sostituire l’attrice dello spettacolo di Capodanno che è fuggita dal paese, dell’attrice Florina chiamata per la sostituzione ma che detesta il dittatore, del figlio del regista che insieme a un amico tenta la fuga a nuoto attraverso il Danubio, dell’agente segreto Ionut che non riesce a convincere la madre ad abbandonare la sua casa che sta per essere demolita, dell’operaio Gelu il cui figlio ha scritto e imbucato una lettera a Babbo Natale in cui chiede per il padre la morte di zio Nicolae, il regista tratteggia, con uguale dose di ironia e dramma, lo stato d’animo di un popolo ormai sfinito e insofferente di fronte alle angherie della dittatura.
Ingabbiati nella rete della paranoia, del controllo, della propaganda, ed esasperati da una situazione economica e sociale ormai del tutto insostenibile, i personaggi di Muresanu ci raccontano un mondo a noi vicino temporalmente e geograficamente, ma che ci appare in realtà lontanissimo (un po’ l’effetto che mi aveva fatto l’Albania raccontata da Lea Ypi), e ci comunicano soprattutto il clima che si respirava in Romania nei giorni immediatamente precedenti alla caduta del regime, avvenuta il 25 dicembre 1989. E lo fa in modo leggero e denso nello stesso tempo, e che per questo, mentre ci fa sorridere, riesce anche a farci riflettere sul modo in cui i rumeni sono vissuti fino a poco meno di quarant’anni fa.
Ho apprezzato anche il modo di fare cinema di Muresanu, modo che, pur essendo per noi riconoscibile e comunicativo, non strizza l’occhio a tutti i costi alla cinematografia occidentale, e resta invece fedele a modelli e atmosfere che appartengono al mondo dal quale proviene e che ci costringe a entrare in un sistema narrativo differente e per questo anche diversamente stimolante.
Voto: 4/5
L’anno nuovo che non arriva è ambientato a Bucarest nelle settimane prima del Natale 1989, mentre nel paese circolano le notizie della repressione sanguinosa da parte del regime di Ceausescu delle proteste e manifestazioni a Timisoara. Attraverso le vicende del regista Stefan che deve sostituire l’attrice dello spettacolo di Capodanno che è fuggita dal paese, dell’attrice Florina chiamata per la sostituzione ma che detesta il dittatore, del figlio del regista che insieme a un amico tenta la fuga a nuoto attraverso il Danubio, dell’agente segreto Ionut che non riesce a convincere la madre ad abbandonare la sua casa che sta per essere demolita, dell’operaio Gelu il cui figlio ha scritto e imbucato una lettera a Babbo Natale in cui chiede per il padre la morte di zio Nicolae, il regista tratteggia, con uguale dose di ironia e dramma, lo stato d’animo di un popolo ormai sfinito e insofferente di fronte alle angherie della dittatura.
Ingabbiati nella rete della paranoia, del controllo, della propaganda, ed esasperati da una situazione economica e sociale ormai del tutto insostenibile, i personaggi di Muresanu ci raccontano un mondo a noi vicino temporalmente e geograficamente, ma che ci appare in realtà lontanissimo (un po’ l’effetto che mi aveva fatto l’Albania raccontata da Lea Ypi), e ci comunicano soprattutto il clima che si respirava in Romania nei giorni immediatamente precedenti alla caduta del regime, avvenuta il 25 dicembre 1989. E lo fa in modo leggero e denso nello stesso tempo, e che per questo, mentre ci fa sorridere, riesce anche a farci riflettere sul modo in cui i rumeni sono vissuti fino a poco meno di quarant’anni fa.
Ho apprezzato anche il modo di fare cinema di Muresanu, modo che, pur essendo per noi riconoscibile e comunicativo, non strizza l’occhio a tutti i costi alla cinematografia occidentale, e resta invece fedele a modelli e atmosfere che appartengono al mondo dal quale proviene e che ci costringe a entrare in un sistema narrativo differente e per questo anche diversamente stimolante.
Voto: 4/5
lunedì 22 dicembre 2025
Stare meglio / di Giacomo Ciarrapico; con Carlo De Ruggieri. Flautissimo, Teatro Torlonia, 4 dicembre 2025
Nell’ambito della rassegna Flautissimo che ogni anno fa proposte molto interessanti, non mi lascio sfuggire il monologo di Carlo De Ruggieri – già molto apprezzato in diverse altre circostanze – il cui testo è di Giacomo Ciarrapico, il quale insieme a Luca Vendruscolo e al compianto Mattia Torre ha scritto alcune delle cose più belle degli ultimi decenni.
Stare meglio è la storia di Carlo, ma raccontata come fosse la storia di un paese, nel quale esiste una costituzione, delle leggi, dei governi che si alternano nel tempo, dei ministri, un parlamento, una maggioranza e un’opposizione.
Si parla dunque di Carlo, del suo modo di essere, delle sue relazioni, delle sue delusioni amorose, ma parlare di lui è un modo di raccontare il funzionamento della politica e in qualche modo di metterne in evidenza le idiosincrasie e le follie più o meno sotterranee, così come i suoi meccanismi più entusiasmanti.
Si ride a più riprese, soprattutto perché in certi passaggi si riconoscono riferimenti a eventi e situazioni che appartengono alla nostra esperienza di cittadini che con la politica hanno a che fare da tempo e continuano a doverci fare i conti.
Carlo De Ruggieri, con il suo stile pacato, riesce a essere empatico in ogni passaggio e a farsi interprete sottile di una comicità che è sempre intelligente, com’è tipico dei testi di Ciarrapico.
Certo, non posso non esprimere un pensiero nostalgico per Mattia Torre che di questo tipo di scrittura era maestro, e che insieme ai fidati compari ne ha fatto davvero un genere letterario.
Se posso fare in questo caso un’annotazione, mi permetto di segnalare che dopo un racconto con un testo e uno sviluppo di alto livello, mi pare che la conclusione (il viaggio a Parigi, l’incontro con Clementine e la riflessione finale sulla felicità) risulti un po’ affrettata e fin troppo banale, togliendo forza a quanto costruito fino a quel momento.
Comunque il giudizio alla fine resta per me molto positivo, perché avere a che fare con chi scrive cose intelligenti è sempre più raro e tanto più va valorizzato. Poi il Teatro Torlonia è un piccolo gioiello che non avevo ancora mai visto all’interno, e direi che è la ciliegina sulla torta di una esperienza gratificante (semmai bisogna che nelle giornate di pioggia si trovi un modo per evitare le grandi pozzanghere sul viale che porta al teatro e che tocca guadare per arrivare all’ingresso!).
Voto: 3,5/5
Stare meglio è la storia di Carlo, ma raccontata come fosse la storia di un paese, nel quale esiste una costituzione, delle leggi, dei governi che si alternano nel tempo, dei ministri, un parlamento, una maggioranza e un’opposizione.
Si parla dunque di Carlo, del suo modo di essere, delle sue relazioni, delle sue delusioni amorose, ma parlare di lui è un modo di raccontare il funzionamento della politica e in qualche modo di metterne in evidenza le idiosincrasie e le follie più o meno sotterranee, così come i suoi meccanismi più entusiasmanti.
Si ride a più riprese, soprattutto perché in certi passaggi si riconoscono riferimenti a eventi e situazioni che appartengono alla nostra esperienza di cittadini che con la politica hanno a che fare da tempo e continuano a doverci fare i conti.
Carlo De Ruggieri, con il suo stile pacato, riesce a essere empatico in ogni passaggio e a farsi interprete sottile di una comicità che è sempre intelligente, com’è tipico dei testi di Ciarrapico.
Certo, non posso non esprimere un pensiero nostalgico per Mattia Torre che di questo tipo di scrittura era maestro, e che insieme ai fidati compari ne ha fatto davvero un genere letterario.
Se posso fare in questo caso un’annotazione, mi permetto di segnalare che dopo un racconto con un testo e uno sviluppo di alto livello, mi pare che la conclusione (il viaggio a Parigi, l’incontro con Clementine e la riflessione finale sulla felicità) risulti un po’ affrettata e fin troppo banale, togliendo forza a quanto costruito fino a quel momento.
Comunque il giudizio alla fine resta per me molto positivo, perché avere a che fare con chi scrive cose intelligenti è sempre più raro e tanto più va valorizzato. Poi il Teatro Torlonia è un piccolo gioiello che non avevo ancora mai visto all’interno, e direi che è la ciliegina sulla torta di una esperienza gratificante (semmai bisogna che nelle giornate di pioggia si trovi un modo per evitare le grandi pozzanghere sul viale che porta al teatro e che tocca guadare per arrivare all’ingresso!).
Voto: 3,5/5
mercoledì 17 dicembre 2025
Rome International Documentary Festival: One more show; When I came to your door; La dernière rive
Ed eccomi anche alla mia prima volta al Rome International Documentary Festival (RIDF), il festival del documentario che quest’anno si è svolto dall’1 al 5 dicembre al Cinema Tibur, lo storico cinema del quartiere San Lorenzo.
L’atmosfera è piena di energia e di caos creativo; io riesco a vedere solo un paio di film, però l’esperienza è decisamente positiva.
********************
One more show
A questo film tenevo in modo particolare e lo avevo puntato fin da quando avevo avuto modo di guardare il programma del festival: racconta del Free Gaza Circus, un gruppo di circensi che girano per le strada di Gaza portando i loro spettacoli a beneficio di bambini e adulti. La regista egiziana Mai Saad, presente in sala, dopo l’inizio della guerra a Gaza voleva raccontare della vita nella striscia; dopo essere entrata in contatto con il Free Gaza Circus aveva deciso di fare un film su di loro. Questo progetto si è realizzato grazie al co-regista palestinese Ahmed Al-Danaf, che è stato colui che nel luglio del 2024 ha seguito per diverse settimane i componenti del circo nelle loro giornate, nei momenti di relax, in quelli di preparazione, durante gli spettacoli, negli spostamenti e ne ha registrato la vita e le conversazioni.
Da questo preziosissimo girato, realizzato in condizioni difficili, ma decisamente migliori di quelle di là da venire nei mesi successivi, è venuto fuori un film che non è soltanto una delle tante testimonianze sulla vita a Gaza, bensì è anche e soprattutto il racconto dello spirito di una popolazione intera, che è fatto di una resilienza e di una vitalità straordinarie.
La forza del film di Saad e Al-Danaf sta proprio nel non concentrarsi sulla guerra, che inevitabilmente è onnipresente – nei discorsi dei protagonisti come nelle immagini delle distese di macerie – ma sulla vita quotidiana, sulla ricerca di una normalità difficile se non impossibile, sul bisogno ineludibile di futuro.
Sulle pagine social del Free Gaza Circus non ci sono notizie recenti delle loro attività: a distanza di un anno e mezzo dal film non so quale sia la loro situazione. Mi piace sperare e pensare che questi ragazzi siano ancora in mezzo alle strade a provare a regalare ai bambini un momento di felicità.
Voto: 4/5
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When I came to your door
Il cortometraggio del regista, nonché architetto, italiano Antonio Paoletti nasce dalla sua esperienza professionale ad Addis Ababa, e vuole essere una riflessione sul profondo stravolgimento del paesaggio e del contesto sociale prodotto dall’abbattimento dei villaggi e dall’espansione quasi incontrollata dei grandi quartieri abitativi, fatti di palazzi e condomini. Per raccontare questo processo Paoletti prende spunto da una lettera trovata in mezzo alle macerie di un villaggio nel quale una giovane donna scrive al proprio fidanzato, con cui sembra avere un appuntamento ma che non riesce a trovare, in quanto non riconosce più le strade della città, ormai completamente trasformate dagli interventi urbanistici. Mentre il testo della lettera viene letto, sullo sfondo scorrono le immagini dei resti del villaggio e degli oggetti qui abbandonati che infine si aprono su cantieri mostruosamente grandi e impersonali.
Interessante, nonostante una colonna sonora forse un po’ troppo enfatica e invasiva.
Voto: 3/5
L’atmosfera è piena di energia e di caos creativo; io riesco a vedere solo un paio di film, però l’esperienza è decisamente positiva.
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One more show
A questo film tenevo in modo particolare e lo avevo puntato fin da quando avevo avuto modo di guardare il programma del festival: racconta del Free Gaza Circus, un gruppo di circensi che girano per le strada di Gaza portando i loro spettacoli a beneficio di bambini e adulti. La regista egiziana Mai Saad, presente in sala, dopo l’inizio della guerra a Gaza voleva raccontare della vita nella striscia; dopo essere entrata in contatto con il Free Gaza Circus aveva deciso di fare un film su di loro. Questo progetto si è realizzato grazie al co-regista palestinese Ahmed Al-Danaf, che è stato colui che nel luglio del 2024 ha seguito per diverse settimane i componenti del circo nelle loro giornate, nei momenti di relax, in quelli di preparazione, durante gli spettacoli, negli spostamenti e ne ha registrato la vita e le conversazioni.
Da questo preziosissimo girato, realizzato in condizioni difficili, ma decisamente migliori di quelle di là da venire nei mesi successivi, è venuto fuori un film che non è soltanto una delle tante testimonianze sulla vita a Gaza, bensì è anche e soprattutto il racconto dello spirito di una popolazione intera, che è fatto di una resilienza e di una vitalità straordinarie.
La forza del film di Saad e Al-Danaf sta proprio nel non concentrarsi sulla guerra, che inevitabilmente è onnipresente – nei discorsi dei protagonisti come nelle immagini delle distese di macerie – ma sulla vita quotidiana, sulla ricerca di una normalità difficile se non impossibile, sul bisogno ineludibile di futuro.
Sulle pagine social del Free Gaza Circus non ci sono notizie recenti delle loro attività: a distanza di un anno e mezzo dal film non so quale sia la loro situazione. Mi piace sperare e pensare che questi ragazzi siano ancora in mezzo alle strade a provare a regalare ai bambini un momento di felicità.
Voto: 4/5
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When I came to your door
Il cortometraggio del regista, nonché architetto, italiano Antonio Paoletti nasce dalla sua esperienza professionale ad Addis Ababa, e vuole essere una riflessione sul profondo stravolgimento del paesaggio e del contesto sociale prodotto dall’abbattimento dei villaggi e dall’espansione quasi incontrollata dei grandi quartieri abitativi, fatti di palazzi e condomini. Per raccontare questo processo Paoletti prende spunto da una lettera trovata in mezzo alle macerie di un villaggio nel quale una giovane donna scrive al proprio fidanzato, con cui sembra avere un appuntamento ma che non riesce a trovare, in quanto non riconosce più le strade della città, ormai completamente trasformate dagli interventi urbanistici. Mentre il testo della lettera viene letto, sullo sfondo scorrono le immagini dei resti del villaggio e degli oggetti qui abbandonati che infine si aprono su cantieri mostruosamente grandi e impersonali.
Interessante, nonostante una colonna sonora forse un po’ troppo enfatica e invasiva.
Voto: 3/5
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La dernière rive
Nella stessa serata, subito dopo il cortometraggio When I came to your door, viene proiettato il documentario del regista belga Jean-François Ravagnan, La dernière rive, che prende spunto da un piccolo video del 2017, ambientato a Venezia, in cui si vede un ragazzo nero in un canale, mentre accanto gli passa un vaporetto e dalla riva alcune persone commentano la scena. Qualcuno ride, qualcuno gli lancia dei salvagenti, mentre rapidamente il ragazzo viene inghiottito dall’acqua e muore.
Ravagnan decide di fare un viaggio nel tempo e nello spazio, andando alla ricerca della famiglia di Pateh Sabally, in Gambia, il paese dal quale era emigrato alcuni anni prima. Attraverso le immagini dei luoghi di origine e le parole di suo padre, di sua madre e di suo fratello, conosciamo il mondo di Pateh e il suo percorso fino a quella tragica giornata.
Non tutte le domande trovano risposta: molte probabilmente sono state inghiottite come lui dalle acque di Venezia. Quel che è sicuro è che qualcosa si è spezzato nella vita di questo ragazzo, che come molti altri ha provato a inseguire una vita migliore in Europa, ma ha dovuto prima affrontare l’incubo del viaggio e poi l’incubo ancora peggiore di una realtà umana e lavorativa molto diversa da quella che si aspettava.
Il film di Ravagnan si concentra però – a differenza di molti altri che affrontano questo tipo di storie – non tanto sulle vicende di Pateh dopo la sua partenza dal Gambia, bensì sul mondo dal quale proveniva, che è il vero oggetto di osservazione del regista, un mondo sicuramente povero e arcaico, ma ricco di una dignità e di una spiritualità profonde. A noi dunque tutte le riflessioni che ne possono conseguire, senza alcuna risposta preconfezionata.
Voto: 3/5
La dernière rive
Nella stessa serata, subito dopo il cortometraggio When I came to your door, viene proiettato il documentario del regista belga Jean-François Ravagnan, La dernière rive, che prende spunto da un piccolo video del 2017, ambientato a Venezia, in cui si vede un ragazzo nero in un canale, mentre accanto gli passa un vaporetto e dalla riva alcune persone commentano la scena. Qualcuno ride, qualcuno gli lancia dei salvagenti, mentre rapidamente il ragazzo viene inghiottito dall’acqua e muore.
Ravagnan decide di fare un viaggio nel tempo e nello spazio, andando alla ricerca della famiglia di Pateh Sabally, in Gambia, il paese dal quale era emigrato alcuni anni prima. Attraverso le immagini dei luoghi di origine e le parole di suo padre, di sua madre e di suo fratello, conosciamo il mondo di Pateh e il suo percorso fino a quella tragica giornata.
Non tutte le domande trovano risposta: molte probabilmente sono state inghiottite come lui dalle acque di Venezia. Quel che è sicuro è che qualcosa si è spezzato nella vita di questo ragazzo, che come molti altri ha provato a inseguire una vita migliore in Europa, ma ha dovuto prima affrontare l’incubo del viaggio e poi l’incubo ancora peggiore di una realtà umana e lavorativa molto diversa da quella che si aspettava.
Il film di Ravagnan si concentra però – a differenza di molti altri che affrontano questo tipo di storie – non tanto sulle vicende di Pateh dopo la sua partenza dal Gambia, bensì sul mondo dal quale proveniva, che è il vero oggetto di osservazione del regista, un mondo sicuramente povero e arcaico, ma ricco di una dignità e di una spiritualità profonde. A noi dunque tutte le riflessioni che ne possono conseguire, senza alcuna risposta preconfezionata.
Voto: 3/5
lunedì 15 dicembre 2025
100 litri di birra
Dopo aver visto quasi per caso alla festa del cinema del 2023 il film di Teemu Nikki Death is a problem only for the living, avevo puntato in sala questo suo film del 2024, 100 litri di birra, che ha avuto certamente una maggiore distribuzione. Ma a suo tempo l’avevo perso.
E così approfittando del Festival del cinema nordico che si tiene quest’anno all’Azzurro Scipioni colgo l’occasione sia per prendere contatto con un cinema di cui ho sempre sentito parlare ma dove ancora non sono mai stata, sia per recuperare questo film, e per di più gratis e in lingua originale.
Peccato che quando la pellicola parte si capisce che il film non è in lingua originale, ma doppiato; la delusione è grande, e c’è addirittura qualcuno in sala che si alza e se ne va. Io, nonostante l’immane delusione e il fastidio di sentire parlare gli attori con queste voci italiane fin troppo standard, decido di rimanere e di provare comunque a godermi il film.
La storia è quella di due sorelle, Taina (Pirjo Lonka) e Pirkko (Elina Knihtilä), che vivono in un paesino della Finlandia, in una casa piuttosto isolata, dove producono il sathi (una specie di birra finlandese, non frizzante e aromatizzata al ginepro), la cui ricetta e attrezzatura gli sono state tramandate dal padre, per anni premiato per il miglior sathi.
Il fatto è che Taina e Pirkko sono anche due alcoliste, e il sathi che producono oltre a venderlo lo bevono anche in copiose quantità. Quando la terza sorella, che ha perso una gamba in un incidente, torna da Helsinki con il suo nuovo fidanzato con cui sta per sposarsi e chiede a Taina e Pirkko di mettere a disposizione 100 litri di sathi per la festa di matrimonio, quella che poteva essere una tranquilla occasione di festa familiare e cittadina si trasforma in un dramma grottesco e sopra le righe.
Lo stile di Teemu Nikki è riconoscibilissimo, così come i suoi temi e la sua poetica: come nel film precedente, anche in questo caso le protagoniste sono due perdenti cui il regista guarda con compassione, perché dietro le loro vite “fallimentari” c’è la solitudine, il senso di colpa, la mancanza di affetto, e perché dietro un’apparenza così ruvida ci sono sempre nodi irrisolti.
Si ride e ancora una volta si pensa a questi buffi finlandesi, che a me ogni volta davvero sembrano catapultati sulla terra da un altro pianeta. E forse è davvero così.
Voto: 3/5
E così approfittando del Festival del cinema nordico che si tiene quest’anno all’Azzurro Scipioni colgo l’occasione sia per prendere contatto con un cinema di cui ho sempre sentito parlare ma dove ancora non sono mai stata, sia per recuperare questo film, e per di più gratis e in lingua originale.
Peccato che quando la pellicola parte si capisce che il film non è in lingua originale, ma doppiato; la delusione è grande, e c’è addirittura qualcuno in sala che si alza e se ne va. Io, nonostante l’immane delusione e il fastidio di sentire parlare gli attori con queste voci italiane fin troppo standard, decido di rimanere e di provare comunque a godermi il film.
La storia è quella di due sorelle, Taina (Pirjo Lonka) e Pirkko (Elina Knihtilä), che vivono in un paesino della Finlandia, in una casa piuttosto isolata, dove producono il sathi (una specie di birra finlandese, non frizzante e aromatizzata al ginepro), la cui ricetta e attrezzatura gli sono state tramandate dal padre, per anni premiato per il miglior sathi.
Il fatto è che Taina e Pirkko sono anche due alcoliste, e il sathi che producono oltre a venderlo lo bevono anche in copiose quantità. Quando la terza sorella, che ha perso una gamba in un incidente, torna da Helsinki con il suo nuovo fidanzato con cui sta per sposarsi e chiede a Taina e Pirkko di mettere a disposizione 100 litri di sathi per la festa di matrimonio, quella che poteva essere una tranquilla occasione di festa familiare e cittadina si trasforma in un dramma grottesco e sopra le righe.
Lo stile di Teemu Nikki è riconoscibilissimo, così come i suoi temi e la sua poetica: come nel film precedente, anche in questo caso le protagoniste sono due perdenti cui il regista guarda con compassione, perché dietro le loro vite “fallimentari” c’è la solitudine, il senso di colpa, la mancanza di affetto, e perché dietro un’apparenza così ruvida ci sono sempre nodi irrisolti.
Si ride e ancora una volta si pensa a questi buffi finlandesi, che a me ogni volta davvero sembrano catapultati sulla terra da un altro pianeta. E forse è davvero così.
Voto: 3/5
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