Paolo Sorrentino torna al cinema con un film che già ha fatto parlare di sé a Venezia, dove è stato presentato, e poi grazie alle anteprime mattutine che ne hanno anticipato l’uscita ufficiale in sala.
La grazia racconta gli ultimi mesi – il cosiddetto semestre bianco - da Presidente della Repubblica di Mariano De Santis (un eccellente e finalmente misurato Toni Servillo), il quale si trova a dover fare i conti con alcune decisioni molto delicate: la firma o meno di una legge sul fine vita e la concessione della grazia a due persone, un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e una donna che ha ucciso il marito che la maltrattava.
De Santis, cattolico e naturalmente propenso all’attendismo e al compromesso, è incalzato dalla figlia Dorotea (una bravissima Anna Ferzetti), che è anche sua assistente personale al Quirinale e che, oltre a tenere sotto controllo la sua salute, è sempre più insofferente rispetto all’approccio del padre.
In questa temperie personalmente e professionalmente delicata, Mariano è anche ossessionato dal pensiero della moglie defunta, cui era profondamente legato, ma che lo ha anche lasciato col mistero dell’uomo con cui, in una fase della loro lunga storia d’amore, lo ha tradito.
Dopo il tuffo nel passato e nelle gioie e dolori della giovinezza fatto con Parthenope (che io avevo amato ben poco), Sorrentino torna a parlare del presente, che è quello suo come uomo che si avvia verso la vecchiaia, ma è anche quello nostro come società che soffre la condizione di incertezza.
Così, attraverso Mariano De Santis, Sorrentino sembra fare in qualche modo pace con il fatto che il dubbio fa parte del nostro essere umani e che la verità non sempre è conoscibile con certezza, perché alberga nei cuori e nelle menti delle persone, che sono per loro natura imperscrutabili; così come il dolore e la malinconia non sono il contrario della leggerezza ma l’inevitabile mix della nostra esistenza. Dunque, accettare il dubbio e ciò nonostante decidere significa anche concedersi una forma di leggerezza altrimenti impossibile, che è poi forse la grazia richiamata nel titolo.
È un Sorrentino decisamente più composto e minimalista del solito quello de La grazia, che, nonostante non rinunci ad alcuni dei suoi segni autoriali e ad alcuni passaggi di sceneggiatura che mi fanno sempre l’effetto di voler sembrare più profondi e intelligenti di quello che sono, riesce ad essere molto più diretto, profondamente empatico e appunto “leggero” rispetto al solito. Ed è proprio grazie a questo che il film si fa anche a più riprese commedia sincera e perfettamente riuscita, pur non abbandonando il suo senso più profondo.
Non mancano le scelte musicali sempre originali e spesso distoniche di Sorrentino (grande amante e conoscitore della musica) che qui regala un cameo a Guè e addirittura mette in bocca al Presidente della Repubblica una strofa rap.
Per me è un 4/5 perché forse non mi aspettavo più niente da Sorrentino e invece è riuscito a sorprendermi. E anche a commuovermi.
Voto: 4/5
sabato 24 gennaio 2026
giovedì 22 gennaio 2026
In giro per mostre di fotografia a gennaio: Margaret Bourke-White a Reggio Emilia e Jeff Wall a Bologna
In una seconda metà di festività natalizie trascorsa a Bologna, approfitto per visitare un paio di mostre fotografiche in zona.
La prima, organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani, si tiene ai Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, ed è dedicata alla fotografa americana Margaret Bourke-White (L'opera 1930-1960).
Della fotografa avevo visto una bellissima mostra monografica al museo di Roma in Trastevere, e altre foto in un’altra mostra sulle fotografe donne tenutasi a Forlì nel 2021.
Questa nuova mostra mi offre però l'occasione di approfondire un personaggio che già avevo riconosciuto come oltremodo affascinante: una donna nata nel 1904 che ha fatto dell’indipendenza e della fiducia nel progresso le sue bandiere.
La Bourke-White è stata la fotografa delle grandi fabbriche e dei grattacieli che nella sua epoca storica rappresentavano delle straordinarie conquiste per l’umanità e un segno del progresso.
La mostra emiliana, pur partendo da questa premessa, esplora però il lavoro della Bourke-White in molte diverse sfaccettature, mettendo in evidenza l’instancabilità da un lato e il valore etico e politico dei suoi reportage dall’altro.
La Bourke-White visse la seconda guerra mondiale da fotografa di guerra al seguito delle truppe alleate, fu tra le prime ad entrare nei campi di concentramento dopo la liberazione, si inoltrò nell’Appennino emiliano per documentare la resistenza partigiana, ma fu anche la fotografa che fu ammessa in Unione Sovietica per fare le foto a Stalin (che in una accenna addirittura un sorriso), e poi continuò a girare il mondo per documentare guerre e ingiustizie e far crescere la consapevolezza e la necessità di un’azione. Tutto questo fino a quando il Parkinson, che la colpì in giovane età, le impedì di fotografare e spostò la sua attenzione sulla scrittura. Una vita epica e straordinaria, e foto di grande impatto.
La seconda mostra che vado a visitare si svolge al MAST, uno dei musei di Bologna che amo di più e che tra l’altro è completamente gratuito (basta registrarsi all’ingresso la prima volta). Si tratta della mostra di Jeff Wall, che occupa due spazi espositivi del complesso architettonico contemporaneo che costituisce il museo.
Non conoscevo Jeff Wall: scopro che è un importante fotografo contemporaneo canadese vivente che ha un approccio che definirei sperimentale e concettuale alla fotografia. Apparentemente le sue fotografie – di solito di grande formato – non hanno “nulla di particolare”. La specificità sta però innanzitutto nelle soluzioni espositive che Wall utilizza: le foto a colori sono quasi sempre montate in lightbox, ossia sono stampe fotografiche fine art retroilluminate, e talvolta più foto sono combinate in sequenza in un unico lightbox, producendo un effetto fortemente cinematografico sia per luce e colori brillanti, sia per potenzialità narrative; a volte invece le foto a colori sono stampe inkjet, che è invece una modalità di solito considerata lontana dal fine art e di più bassa qualità; le foto in bianco e nero sono infine spesso stampe ai sali d’argento, una modalità antica molto tradizionale, che toglie contrasto e crea un effetto parzialmente vintage.
In secondo luogo, Wall, come reso chiaro dalle citazioni presenti nel percorso espositivo e nei pannelli esplicativi, rifiuta la funzione cronachistica e/o documentaristica della fotografia, e per questo motivo le sue foto sono quasi sempre delle messe in scena, che però non vengono pensate dal fotografo in dettaglio, ma che sono il frutto dell’interazione tra un ambiente che il fotografo individua e le azioni più o meno spontanee e libere che attori o persone qualunque svolgono in quel contesto su richiesta del fotografo. La foto che poi il fotografo sceglie è una delle centinaia di foto che scatta di quella situazione e che solo apparentemente è un momento casuale della realtà, ed è proprio attraverso questo metodo che Wall in qualche modo ci spinge a riflettere su cosa è reale.
Non esattamente il mio tipo di fotografia preferito – troppo concettuale per i miei gusti – ma devo dire molto interessante.
La prima, organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani, si tiene ai Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, ed è dedicata alla fotografa americana Margaret Bourke-White (L'opera 1930-1960). Della fotografa avevo visto una bellissima mostra monografica al museo di Roma in Trastevere, e altre foto in un’altra mostra sulle fotografe donne tenutasi a Forlì nel 2021.
Questa nuova mostra mi offre però l'occasione di approfondire un personaggio che già avevo riconosciuto come oltremodo affascinante: una donna nata nel 1904 che ha fatto dell’indipendenza e della fiducia nel progresso le sue bandiere.
La Bourke-White è stata la fotografa delle grandi fabbriche e dei grattacieli che nella sua epoca storica rappresentavano delle straordinarie conquiste per l’umanità e un segno del progresso.
La mostra emiliana, pur partendo da questa premessa, esplora però il lavoro della Bourke-White in molte diverse sfaccettature, mettendo in evidenza l’instancabilità da un lato e il valore etico e politico dei suoi reportage dall’altro.
La Bourke-White visse la seconda guerra mondiale da fotografa di guerra al seguito delle truppe alleate, fu tra le prime ad entrare nei campi di concentramento dopo la liberazione, si inoltrò nell’Appennino emiliano per documentare la resistenza partigiana, ma fu anche la fotografa che fu ammessa in Unione Sovietica per fare le foto a Stalin (che in una accenna addirittura un sorriso), e poi continuò a girare il mondo per documentare guerre e ingiustizie e far crescere la consapevolezza e la necessità di un’azione. Tutto questo fino a quando il Parkinson, che la colpì in giovane età, le impedì di fotografare e spostò la sua attenzione sulla scrittura. Una vita epica e straordinaria, e foto di grande impatto.
La seconda mostra che vado a visitare si svolge al MAST, uno dei musei di Bologna che amo di più e che tra l’altro è completamente gratuito (basta registrarsi all’ingresso la prima volta). Si tratta della mostra di Jeff Wall, che occupa due spazi espositivi del complesso architettonico contemporaneo che costituisce il museo. Non conoscevo Jeff Wall: scopro che è un importante fotografo contemporaneo canadese vivente che ha un approccio che definirei sperimentale e concettuale alla fotografia. Apparentemente le sue fotografie – di solito di grande formato – non hanno “nulla di particolare”. La specificità sta però innanzitutto nelle soluzioni espositive che Wall utilizza: le foto a colori sono quasi sempre montate in lightbox, ossia sono stampe fotografiche fine art retroilluminate, e talvolta più foto sono combinate in sequenza in un unico lightbox, producendo un effetto fortemente cinematografico sia per luce e colori brillanti, sia per potenzialità narrative; a volte invece le foto a colori sono stampe inkjet, che è invece una modalità di solito considerata lontana dal fine art e di più bassa qualità; le foto in bianco e nero sono infine spesso stampe ai sali d’argento, una modalità antica molto tradizionale, che toglie contrasto e crea un effetto parzialmente vintage.
In secondo luogo, Wall, come reso chiaro dalle citazioni presenti nel percorso espositivo e nei pannelli esplicativi, rifiuta la funzione cronachistica e/o documentaristica della fotografia, e per questo motivo le sue foto sono quasi sempre delle messe in scena, che però non vengono pensate dal fotografo in dettaglio, ma che sono il frutto dell’interazione tra un ambiente che il fotografo individua e le azioni più o meno spontanee e libere che attori o persone qualunque svolgono in quel contesto su richiesta del fotografo. La foto che poi il fotografo sceglie è una delle centinaia di foto che scatta di quella situazione e che solo apparentemente è un momento casuale della realtà, ed è proprio attraverso questo metodo che Wall in qualche modo ci spinge a riflettere su cosa è reale.
Non esattamente il mio tipo di fotografia preferito – troppo concettuale per i miei gusti – ma devo dire molto interessante.
martedì 20 gennaio 2026
Gioia mia
La mia prima volta al Cinema Teatro Galliera di Bologna, un posto in cui si respira davvero amore per il cinema, è per vedere l'opera prima di una regista italiana, Margherita Spampinato.
Con Gioia mia la Spampinato racconta l'estate di un ragazzino di nove anni, Nico (Marco Fiore), la cui famiglia, vista l'indisponibilità di Violetta, la storica babysitter che sta per sposarsi, decide di mandare a stare un mese in Sicilia con l'anziana prozia Gela (Aurora Quattrocchi).
Non è solo uno scontro generazionale quello tra i due protagonisti di questa storia, ma anche uno scontro tra nord e sud, tra città e provincia, tra religiosità e assenza della stessa, uno scontro che si fa incontro e attraverso il quale si realizza un delicato coming of age.
Soprattutto mi pare che questi due personaggi così distanti, Nico e Gela, si rispecchino profondamente in una caratteristica, una sostanziale rigidità, che si fa quasi rifiuto del cambiamento, tentativo di mantenere la vita in un equilibrio ripetitivo, ma rassicurante.
Il confronto tra i loro mondi lontani sarà sia per Nico sia per Gela l'occasione per rispolverare sentimenti complessi, come la fiducia e la cura, e per andare alla ricerca di e riconquistare un sé ancora in formazione o un sé in qualche modo dimenticato.
Il film della Spampinato è delicato e gentile, e su alcune cose (le case di una certa generazione di anziani, le congreghe delle nonne del sud) è molto realistico. Su altre cose appare invece un po' più stereotipato e didascalico, e nel complesso soffre di una certa meccanicità nella sceneggiatura, nel montaggio e in parte anche nella recitazione, forse in parte voluta per raccontare due personaggi che hanno proprio la rigidità come elemento caratterizzante, ma che un po' alla fine penalizza la spontaneità e l'empatia che il film pure persegue.
Comunque un'ottima opera prima che speriamo sia seguita da altri lavori ancora più belli, visto che il cinema italiano merita - più che un profluvio di pellicole - prodotti ben fatti e che tocchino il cuore con intelligenza.
Voto: 3,5/5
Con Gioia mia la Spampinato racconta l'estate di un ragazzino di nove anni, Nico (Marco Fiore), la cui famiglia, vista l'indisponibilità di Violetta, la storica babysitter che sta per sposarsi, decide di mandare a stare un mese in Sicilia con l'anziana prozia Gela (Aurora Quattrocchi).
Non è solo uno scontro generazionale quello tra i due protagonisti di questa storia, ma anche uno scontro tra nord e sud, tra città e provincia, tra religiosità e assenza della stessa, uno scontro che si fa incontro e attraverso il quale si realizza un delicato coming of age.
Soprattutto mi pare che questi due personaggi così distanti, Nico e Gela, si rispecchino profondamente in una caratteristica, una sostanziale rigidità, che si fa quasi rifiuto del cambiamento, tentativo di mantenere la vita in un equilibrio ripetitivo, ma rassicurante.
Il confronto tra i loro mondi lontani sarà sia per Nico sia per Gela l'occasione per rispolverare sentimenti complessi, come la fiducia e la cura, e per andare alla ricerca di e riconquistare un sé ancora in formazione o un sé in qualche modo dimenticato.
Il film della Spampinato è delicato e gentile, e su alcune cose (le case di una certa generazione di anziani, le congreghe delle nonne del sud) è molto realistico. Su altre cose appare invece un po' più stereotipato e didascalico, e nel complesso soffre di una certa meccanicità nella sceneggiatura, nel montaggio e in parte anche nella recitazione, forse in parte voluta per raccontare due personaggi che hanno proprio la rigidità come elemento caratterizzante, ma che un po' alla fine penalizza la spontaneità e l'empatia che il film pure persegue.
Comunque un'ottima opera prima che speriamo sia seguita da altri lavori ancora più belli, visto che il cinema italiano merita - più che un profluvio di pellicole - prodotti ben fatti e che tocchino il cuore con intelligenza.
Voto: 3,5/5
domenica 18 gennaio 2026
Tutti i nostri segreti / Fatma Aydemir
Tutti i nostri segreti / Fatma Aydemir; trad. di Teresa Ciuffoletti. Roma: Fazi, 2025.
Sento parlare di questo romanzo nel podcast Mondo Cultura dell’Internazionale che sta diventando per me un'importante occasione di scoperta di proposte letterarie e non solo.
La trama mi colpisce e conquista immediatamente.
Tutti i nostri segreti è il romanzo della scrittrice tedesca, di origine turco-curda, Fatma Aydemir, che in patria ha avuto un grande successo e che è ora disponibile in italiano grazie all’editore Fazi.
Si tratta di una storia familiare, quella di una famiglia appunto turco-curda formata da Hüseyin, sua moglie Emine, e i quattro figli, Sevda, Hakan, Peri e il più piccolo Ümit.
Il romanzo è organizzato in sei capitoli quanti sono i componenti della famiglia, ai quali ciascun capitolo è dedicato e in cui scopriamo il punto di vista di ognuno di loro.
Il primo capitolo racconta del patriarca, Hüseyin, che è stato il primo della famiglia a trasferirsi in Germania per lavorare prima in una fabbrica e poi in un’altra, e che poi si è fatto raggiungere dalla moglie. Sevda li ha raggiunti più tardi e in Germania sono poi nati gli altri tre figli. Ma la storia inizia dalla fine: Hüseyin è tornato in Turchia, a Istanbul, dove ha comprato e sistemato un appartamento in cui vuole trasferirsi con la moglie, ma quando tutto è pronto per il trasferimento l’uomo muore per un infarto.
In questa terra si ricongiungerà dunque tutta la famiglia, portando con sé la propria parte della storia. Conosceremo dunque prima Ümit, poi Peri, quindi Hakan, e infine Sevda ed Emine. Ciascuno porta con sé il proprio piccolo o grande segreto, ciascuno rappresenta uno specifico punto di vista sia rispetto alla storia familiare, sia rispetto alle proprie origini e al rapporto con la terra dove sono emigrati o dove sono nati, pur continuando ad essere percepiti come stranieri.
Nel libro di Fatma Aydemir ci sono tanti temi, tutti trattati con profondità e delicatezza: quello dell’emigrazione, del rapporto tra prime e seconde generazioni di immigrati, dell’incontro-scontro tra culture, della cultura patriarcale, del rapporto tra genitori e figli, della condizione della donna, dell’identità individuale e collettiva. Forse – se un difetto vogliamo trovare a questo libro – sta forse proprio nell’aver messo tantissima carne al fuoco, e aver concentrato nella storia di una singola famiglia tanti temi, conferendole un valore simbolico quasi più che realistico.
Tuttavia, la qualità narrativa e la varietà dei punti di vista che si susseguono nel procedere dei capitoli del romanzo trasmettono un profondo senso di verità, soprattutto a livello di sensazioni e sentimenti.
Personalmente sono stata conquistata soprattutto dalla profondità e complessità con cui viene raccontato il rapporto tra immigrati di prima e seconda generazione, con tutto quello che c’è nel mezzo, e attraverso la lettura delle vicende di questa famiglia ho avuto modo di ‘sentire’ e comprendere il punto di vista di ciascuno dei protagonisti, distribuiti su una linea continua che collega la terra di origine e quella di arrivo, più o meno attratti dall’una o dall’altra estremità di questo filo immaginario, sempre divisi, quasi dilaniati tra la fedeltà alle radici e il desiderio di liberarsi da alcune pesanti eredità culturali, ma anche dalla superficialità di una società sempre più ripiegata su sé stessa e sempre meno accogliente.
La cosa bella di questo libro è che in esso – come nella vita – tutti hanno ragione e tutti hanno torto, nel senso che ciascuno ha fatto come ha potuto e il meglio che ha potuto, ma questo meglio non gli o le ha evitato di fare del male anche alle persone cui voleva più bene.
In Peri e Ümit vediamo la speranza di un futuro più risolto, o forse semplicemente una lotta più consapevole per i diritti e una società più giusta, sebbene non viviamo certo in un momento storico che fa molto ben sperare da questo punto di vista.
Voto: 3,5/5
Sento parlare di questo romanzo nel podcast Mondo Cultura dell’Internazionale che sta diventando per me un'importante occasione di scoperta di proposte letterarie e non solo.
La trama mi colpisce e conquista immediatamente.
Tutti i nostri segreti è il romanzo della scrittrice tedesca, di origine turco-curda, Fatma Aydemir, che in patria ha avuto un grande successo e che è ora disponibile in italiano grazie all’editore Fazi.
Si tratta di una storia familiare, quella di una famiglia appunto turco-curda formata da Hüseyin, sua moglie Emine, e i quattro figli, Sevda, Hakan, Peri e il più piccolo Ümit.
Il romanzo è organizzato in sei capitoli quanti sono i componenti della famiglia, ai quali ciascun capitolo è dedicato e in cui scopriamo il punto di vista di ognuno di loro.
Il primo capitolo racconta del patriarca, Hüseyin, che è stato il primo della famiglia a trasferirsi in Germania per lavorare prima in una fabbrica e poi in un’altra, e che poi si è fatto raggiungere dalla moglie. Sevda li ha raggiunti più tardi e in Germania sono poi nati gli altri tre figli. Ma la storia inizia dalla fine: Hüseyin è tornato in Turchia, a Istanbul, dove ha comprato e sistemato un appartamento in cui vuole trasferirsi con la moglie, ma quando tutto è pronto per il trasferimento l’uomo muore per un infarto.
In questa terra si ricongiungerà dunque tutta la famiglia, portando con sé la propria parte della storia. Conosceremo dunque prima Ümit, poi Peri, quindi Hakan, e infine Sevda ed Emine. Ciascuno porta con sé il proprio piccolo o grande segreto, ciascuno rappresenta uno specifico punto di vista sia rispetto alla storia familiare, sia rispetto alle proprie origini e al rapporto con la terra dove sono emigrati o dove sono nati, pur continuando ad essere percepiti come stranieri.
Nel libro di Fatma Aydemir ci sono tanti temi, tutti trattati con profondità e delicatezza: quello dell’emigrazione, del rapporto tra prime e seconde generazioni di immigrati, dell’incontro-scontro tra culture, della cultura patriarcale, del rapporto tra genitori e figli, della condizione della donna, dell’identità individuale e collettiva. Forse – se un difetto vogliamo trovare a questo libro – sta forse proprio nell’aver messo tantissima carne al fuoco, e aver concentrato nella storia di una singola famiglia tanti temi, conferendole un valore simbolico quasi più che realistico.
Tuttavia, la qualità narrativa e la varietà dei punti di vista che si susseguono nel procedere dei capitoli del romanzo trasmettono un profondo senso di verità, soprattutto a livello di sensazioni e sentimenti.
Personalmente sono stata conquistata soprattutto dalla profondità e complessità con cui viene raccontato il rapporto tra immigrati di prima e seconda generazione, con tutto quello che c’è nel mezzo, e attraverso la lettura delle vicende di questa famiglia ho avuto modo di ‘sentire’ e comprendere il punto di vista di ciascuno dei protagonisti, distribuiti su una linea continua che collega la terra di origine e quella di arrivo, più o meno attratti dall’una o dall’altra estremità di questo filo immaginario, sempre divisi, quasi dilaniati tra la fedeltà alle radici e il desiderio di liberarsi da alcune pesanti eredità culturali, ma anche dalla superficialità di una società sempre più ripiegata su sé stessa e sempre meno accogliente.
La cosa bella di questo libro è che in esso – come nella vita – tutti hanno ragione e tutti hanno torto, nel senso che ciascuno ha fatto come ha potuto e il meglio che ha potuto, ma questo meglio non gli o le ha evitato di fare del male anche alle persone cui voleva più bene.
In Peri e Ümit vediamo la speranza di un futuro più risolto, o forse semplicemente una lotta più consapevole per i diritti e una società più giusta, sebbene non viviamo certo in un momento storico che fa molto ben sperare da questo punto di vista.
Voto: 3,5/5
venerdì 16 gennaio 2026
Primavera
Il film di Damiano Michieletto non era esattamente nella mia lista di quelli da vedere, però la programmazione natalizia - tra film che non mi interessavano e film belli che avevo già visto in anteprima (quello di Jarmush e quello ambientato a Taiwan, in italiano La mia famiglia a Taipei) - era per me piuttosto avara di proposte.
Dunque accolgo la proposta della mia amica d'infanzia I. di andare a vedere Primavera, perché lei è da sempre un'appassionata di musica e ama molto Vivaldi.
In realtà il film di Michieletto si rivela molto meno incentrato su Vivaldi e molto più sulle ragazze orfane e/o abbandonate che venivano cresciute presso l'Ospedale della pietà a Venezia, dove venivano educate, istruite e avviate alla musica, per poi possibilmente essere date in sposa a qualche ricco. L'Ospedale viveva delle donazioni dei nobili locali che partecipavano alle messe e ai concerti, e delle doti che gli stessi pagavano per prendere in moglie le ragazze.
In particolare, l'attenzione si concentra su Cecilia (Tecla Insolia), una giovane che scrive alla madre sconosciuta sperando che prima o poi vada a riprenderla e che viene notata da don Antonio Vivaldi per le sue doti di violinista, quando il maestro e compositore viene richiamato dal direttore dell'Ospedale per risollevarne le sorti.
Vivaldi porta grandi innovazioni musicali nel repertorio e continua a comporre sonate e opere sempre più dirompenti rispetto al mainstream dell'epoca, assecondato dalle ragazze e soprattutto da Cecilia.
Ma per una donna, per di più abbandonata e senza né soldi né titoli, in quel momento storico non c'era praticamente alcuna possibilità di seguire la propria strada e la propria vocazione.
Il film di Michieletto si muove su binari solidi, sostenuto anche da una bella ricostruzione d'ambiente e dalla recitazione di Riondino (nei panni di Vivaldi) e di Insolia (oltre che del bravissimo Andrea Pennacchi), ma resta piuttosto convenzionale e alla fine anche consolatorio nel prospettare una forma di autodeterminazione che appare oggettivamente poco probabile.
Bella la parte musicale del film - che poi è forse quella che a Michieletto interessa di più - ma la parabola femminista sottesa appare piuttosto stucchevole, e alla fine lo spettatore non sa bene a chi affezionarsi, se a Vivaldi, musicista malato e geniale, destinato a morire in povertà, o a Cecilia, personaggio di finzione, rappresentativo di tutte le donne che per secoli non hanno potuto scegliere per la propria vita.
Voto: 3/5
Dunque accolgo la proposta della mia amica d'infanzia I. di andare a vedere Primavera, perché lei è da sempre un'appassionata di musica e ama molto Vivaldi.
In realtà il film di Michieletto si rivela molto meno incentrato su Vivaldi e molto più sulle ragazze orfane e/o abbandonate che venivano cresciute presso l'Ospedale della pietà a Venezia, dove venivano educate, istruite e avviate alla musica, per poi possibilmente essere date in sposa a qualche ricco. L'Ospedale viveva delle donazioni dei nobili locali che partecipavano alle messe e ai concerti, e delle doti che gli stessi pagavano per prendere in moglie le ragazze.
In particolare, l'attenzione si concentra su Cecilia (Tecla Insolia), una giovane che scrive alla madre sconosciuta sperando che prima o poi vada a riprenderla e che viene notata da don Antonio Vivaldi per le sue doti di violinista, quando il maestro e compositore viene richiamato dal direttore dell'Ospedale per risollevarne le sorti.
Vivaldi porta grandi innovazioni musicali nel repertorio e continua a comporre sonate e opere sempre più dirompenti rispetto al mainstream dell'epoca, assecondato dalle ragazze e soprattutto da Cecilia.
Ma per una donna, per di più abbandonata e senza né soldi né titoli, in quel momento storico non c'era praticamente alcuna possibilità di seguire la propria strada e la propria vocazione.
Il film di Michieletto si muove su binari solidi, sostenuto anche da una bella ricostruzione d'ambiente e dalla recitazione di Riondino (nei panni di Vivaldi) e di Insolia (oltre che del bravissimo Andrea Pennacchi), ma resta piuttosto convenzionale e alla fine anche consolatorio nel prospettare una forma di autodeterminazione che appare oggettivamente poco probabile.
Bella la parte musicale del film - che poi è forse quella che a Michieletto interessa di più - ma la parabola femminista sottesa appare piuttosto stucchevole, e alla fine lo spettatore non sa bene a chi affezionarsi, se a Vivaldi, musicista malato e geniale, destinato a morire in povertà, o a Cecilia, personaggio di finzione, rappresentativo di tutte le donne che per secoli non hanno potuto scegliere per la propria vita.
Voto: 3/5
mercoledì 14 gennaio 2026
Metadietro / Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Teatro Vascello, 20 dicembre 2025
Ed eccomi, come da tradizione, allo spettacolo di Rezza-Mastrella al Teatro Vascello.
Anche a questo giro, l'universo politicamente scorretto, a tratti blasfemo, a tratti nonsense, decisamente anarchico dell'attore novarese non smentisce sé stesso.
Metadietro è un racconto ambientato in parte in mare, in parte nello spazio, e in questo viaggio Rezza è affiancato da Daniele Cavaioli, giovane attore che fa da controcanto, da eco di Rezza, esaltando con le poche parole che pronuncia, i gesti 'scoordinati', i silenzi, il flusso verbale e l'incontenibile fisicità dell'attore principale, e aumentando la forza comica dello spettacolo.
Come spesso accade negli spettacoli di Rezza-Mastrella, oggetto di riflessione e analisi è il presente con tutte le sue derive.
Ma, come sempre, la narrazione non è in alcun modo lineare e il segreto è lasciarsi andare al flusso, inseguire il testo e Rezza nei suoi collegamenti mentali e appropriarsi soggettivamente del senso.
Non mancano i soliti siparietti col pubblico: la donna svedese che ha avuto l'ardire di accendere il cellulare, la ragazza che si è forse addormentata sulla spalla del fidanzato, e poi la scena di partecipazione collettiva sul palco in cui vengono coinvolti tutti gli spettatori in prima fila.
E soprattutto c'è una ragazzina vicino a noi, che avrà circa 10-11 anni, che ride come una matta per tutta la durata dello spettacolo, il che mi fa pensare che il modo di fare teatro di Rezza attinge proprio al modo di giocare e pensare dei bambini, che infatti spesso a esseri adulti e razionali potrebbe apparire demenziale e nonsense.
Quindi, grazie a Rezza di costringerci ad abbandonare la parte più razionale e compassata di noi per lasciarci andare alle libere associazioni e ad un'insensatezza piena di significato.
Voto: 3,5/5
Anche a questo giro, l'universo politicamente scorretto, a tratti blasfemo, a tratti nonsense, decisamente anarchico dell'attore novarese non smentisce sé stesso.
Metadietro è un racconto ambientato in parte in mare, in parte nello spazio, e in questo viaggio Rezza è affiancato da Daniele Cavaioli, giovane attore che fa da controcanto, da eco di Rezza, esaltando con le poche parole che pronuncia, i gesti 'scoordinati', i silenzi, il flusso verbale e l'incontenibile fisicità dell'attore principale, e aumentando la forza comica dello spettacolo.
Come spesso accade negli spettacoli di Rezza-Mastrella, oggetto di riflessione e analisi è il presente con tutte le sue derive.
Ma, come sempre, la narrazione non è in alcun modo lineare e il segreto è lasciarsi andare al flusso, inseguire il testo e Rezza nei suoi collegamenti mentali e appropriarsi soggettivamente del senso.
Non mancano i soliti siparietti col pubblico: la donna svedese che ha avuto l'ardire di accendere il cellulare, la ragazza che si è forse addormentata sulla spalla del fidanzato, e poi la scena di partecipazione collettiva sul palco in cui vengono coinvolti tutti gli spettatori in prima fila.
E soprattutto c'è una ragazzina vicino a noi, che avrà circa 10-11 anni, che ride come una matta per tutta la durata dello spettacolo, il che mi fa pensare che il modo di fare teatro di Rezza attinge proprio al modo di giocare e pensare dei bambini, che infatti spesso a esseri adulti e razionali potrebbe apparire demenziale e nonsense.
Quindi, grazie a Rezza di costringerci ad abbandonare la parte più razionale e compassata di noi per lasciarci andare alle libere associazioni e ad un'insensatezza piena di significato.
Voto: 3,5/5
domenica 11 gennaio 2026
Sabato, domenica e lunedì / di Eduardo De Filippo. Teatro Argentina, 12 dicembre 2025
Sabato, domenica e lunedì è una delle commedie più famose di Eduardo De Filippo, ma io che il teatro di Eduardo lo conosco davvero poco e non lo amo particolarmente non la conoscevo.
Ciò nondimeno, la presenza di Teresa Saponangelo nel ruolo della padrona di casa, Rosa, mi convince ad andare a teatro. La motivazione cala vertiginosamente quando scopro che lo spettacolo dura quasi tre ore, ma ormai i biglietti sono stati acquistati e mi tocca andare.
La commedia racconta tre giornate in casa di Rosa e Peppino (Claudio Di Palma), dal venerdì mattina quando la padrona di casa insieme alla domestica sta preparando il ragù per la domenica fino appunto alla domenica sera, quando i conflitti familiari divampati nel corso del fine settimana troveranno una loro composizione e la vita ricomincerà con la sua solita routine.
Sabato, domenica e lunedì è un’opera corale in cui la coppia al centro della narrazione è circondata da molti altri personaggi, innanzitutto i figli e i loro amici, mariti e fidanzati o aspiranti tali, in secondo luogo il nonno, poi ancora zia Memè e suo figlio, e infine i vicini di casa, i signori Ianniello, più una serie di altri personaggi minori.
I tre atti in cui si articola la commedia si svolgono tutti nella casa dei coniugi Piscopo, che la messa in scena vede come un piccolo anfiteatro su cui si affacciano porte e finestre da cui i personaggi escono o entrano a popolare la scena.
Il regista Luca De Fusco sceglie di rimanere molto fedele al testo e di lasciare che sia il testo stesso, attraverso i suoi interpreti, a profondere tutte le sue potenzialità e anche a comunicare la sua modernità allo spettatore.
Ed effettivamente, così accade: l’incomprensione e la conflittualità tra Rosa e Peppino che sfoceranno nella scenata di Peppino e nel successivo processo di riconciliazione coadiuvato dai loro figli e dalla zia Memè appaiono sinceri e del tutto intellegibili anche agli occhi di un pubblico moderno, e seppur attraversati da una vena di tristezza e malinconia sono anche stemperati da una forma di leggerezza e dall’assenza di quel carico tragico che spesso oggi viene associata alle disfunzionalità familiari. Quasi a dire che le famiglie sono così: non sono normali, spesso non sono felici, a volte sono afflitte da traumi e conflitti, ma sono anche capaci di raddrizzarsi.
Si ride, si sorride, si partecipa, ci si riconosce in molte cose, e le tre ore dello spettacolo passano in un lampo, a conferma che la semplicità e l’adesione allo spirito originale di un testo sono forse oggi l’arma vincente di spettacoli come questo.
Voto: 3,5/5
Ciò nondimeno, la presenza di Teresa Saponangelo nel ruolo della padrona di casa, Rosa, mi convince ad andare a teatro. La motivazione cala vertiginosamente quando scopro che lo spettacolo dura quasi tre ore, ma ormai i biglietti sono stati acquistati e mi tocca andare.
La commedia racconta tre giornate in casa di Rosa e Peppino (Claudio Di Palma), dal venerdì mattina quando la padrona di casa insieme alla domestica sta preparando il ragù per la domenica fino appunto alla domenica sera, quando i conflitti familiari divampati nel corso del fine settimana troveranno una loro composizione e la vita ricomincerà con la sua solita routine.
Sabato, domenica e lunedì è un’opera corale in cui la coppia al centro della narrazione è circondata da molti altri personaggi, innanzitutto i figli e i loro amici, mariti e fidanzati o aspiranti tali, in secondo luogo il nonno, poi ancora zia Memè e suo figlio, e infine i vicini di casa, i signori Ianniello, più una serie di altri personaggi minori.
I tre atti in cui si articola la commedia si svolgono tutti nella casa dei coniugi Piscopo, che la messa in scena vede come un piccolo anfiteatro su cui si affacciano porte e finestre da cui i personaggi escono o entrano a popolare la scena.
Il regista Luca De Fusco sceglie di rimanere molto fedele al testo e di lasciare che sia il testo stesso, attraverso i suoi interpreti, a profondere tutte le sue potenzialità e anche a comunicare la sua modernità allo spettatore.
Ed effettivamente, così accade: l’incomprensione e la conflittualità tra Rosa e Peppino che sfoceranno nella scenata di Peppino e nel successivo processo di riconciliazione coadiuvato dai loro figli e dalla zia Memè appaiono sinceri e del tutto intellegibili anche agli occhi di un pubblico moderno, e seppur attraversati da una vena di tristezza e malinconia sono anche stemperati da una forma di leggerezza e dall’assenza di quel carico tragico che spesso oggi viene associata alle disfunzionalità familiari. Quasi a dire che le famiglie sono così: non sono normali, spesso non sono felici, a volte sono afflitte da traumi e conflitti, ma sono anche capaci di raddrizzarsi.
Si ride, si sorride, si partecipa, ci si riconosce in molte cose, e le tre ore dello spettacolo passano in un lampo, a conferma che la semplicità e l’adesione allo spirito originale di un testo sono forse oggi l’arma vincente di spettacoli come questo.
Voto: 3,5/5
giovedì 8 gennaio 2026
Morti di sonno / Davide Reviati
Morti di sonno / Davide Reviati. Roma: Coconino Press ; Fandango, 2020.
Un po’ di tempo fa avevo letto Sputa tre volte di Davide Reviati e ne ero rimasta prima spiazzata, poi conquistata. Sull’onda emotiva di quella lettura avevo comprato l’altro graphic novel di questo autore, pubblicato sempre per Coconino, e precedente a Sputa tre volte.
Grazie - come al solito - a un viaggio in treno, sono finalmente riuscita a leggerlo e ci ho ritrovato molte delle caratteristiche che l’autore ravennate avrebbe riproposto, ulteriormente raffinate, nei suoi lavori successivi.
Come Sputa tre volte, anche Morti di sonno è un tomone la cui storia si muove dalle parti del romanzo di formazione, oscillando tra ricordo, nostalgia e denuncia sociale. Un’altra caratteristica che accomuna i due libri è la struttura narrativa, che non procede in ordine cronologico, ma va avanti e indietro nel tempo, ed è inframmezzata da inserti puramente visuali, che sta al lettore mettere in relazione con tutto il resto.
La storia è quella di un gruppo di ragazzini che abitano nel villaggio Anic di Ravenna, quello fatto realizzare da Enrico Mattei per ospitare gli operai del polo petrolchimico nato nel 1958. Il narratore, Rino, detto Koper (Capodistria) per via delle sue orecchie a sventola, racconta gli anni della sua adolescenza e di quella dei suoi coetanei, Lario, Ettore e molti altri.
Sono giornate caratterizzate da partite di calcio infinite e combattutissime, da scorribande, da notizie misteriose che passano di bocca in bocca, da personaggi strambi, mentre l’ombra del petrolchimico con i suoi veleni aleggia su tutto e per gli abitanti del villaggio sembra non esistere alcuna prospettiva alternativa a un futuro in fabbrica.
Come avevo notato nell’altro graphic novel, nei racconti di Reviati storia individuale e storia collettiva si intrecciano inestricabilmente, nell’idea di fondo che il destino dei singoli è sempre fortemente condizionato dal contesto nel quale ciascuno nasce e cresce e che sfuggire a questo destino non è affatto facile. E però, il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza – in qualunque condizione lo si sia vissuto – nella matita di Reviati resta un tempo mitico e sospeso, un tempo di fragilità e di grazia, o almeno così finisce per essere nei ricordi di chi se l’è lasciato alle spalle.
Quella dei romanzi grafici di Reviati non è mai una lettura facile, né conciliante; inevitabilmente lascia addosso un senso di malinconia, misto a una specie di spaesamento, rispetto al quale vale la pena abbandonarsi alla bellezza dei suoi disegni, che in questo caso sono straordinariamente pieni di vita, energia e movimento, in particolare nella rappresentazione delle partite di calcio.
A una prima lettura si esce con una sensazione forte, più che con elementi conoscitivi e informazioni. Sicuramente, nel caso di libri come questo, riletture possono aggiungere dettagli ed elementi di senso ulteriori, e permettono di scavare più e meglio nello spirito del suo autore e dei personaggi.
Voto: 3/5
Un po’ di tempo fa avevo letto Sputa tre volte di Davide Reviati e ne ero rimasta prima spiazzata, poi conquistata. Sull’onda emotiva di quella lettura avevo comprato l’altro graphic novel di questo autore, pubblicato sempre per Coconino, e precedente a Sputa tre volte.
Grazie - come al solito - a un viaggio in treno, sono finalmente riuscita a leggerlo e ci ho ritrovato molte delle caratteristiche che l’autore ravennate avrebbe riproposto, ulteriormente raffinate, nei suoi lavori successivi.
Come Sputa tre volte, anche Morti di sonno è un tomone la cui storia si muove dalle parti del romanzo di formazione, oscillando tra ricordo, nostalgia e denuncia sociale. Un’altra caratteristica che accomuna i due libri è la struttura narrativa, che non procede in ordine cronologico, ma va avanti e indietro nel tempo, ed è inframmezzata da inserti puramente visuali, che sta al lettore mettere in relazione con tutto il resto.
La storia è quella di un gruppo di ragazzini che abitano nel villaggio Anic di Ravenna, quello fatto realizzare da Enrico Mattei per ospitare gli operai del polo petrolchimico nato nel 1958. Il narratore, Rino, detto Koper (Capodistria) per via delle sue orecchie a sventola, racconta gli anni della sua adolescenza e di quella dei suoi coetanei, Lario, Ettore e molti altri.
Sono giornate caratterizzate da partite di calcio infinite e combattutissime, da scorribande, da notizie misteriose che passano di bocca in bocca, da personaggi strambi, mentre l’ombra del petrolchimico con i suoi veleni aleggia su tutto e per gli abitanti del villaggio sembra non esistere alcuna prospettiva alternativa a un futuro in fabbrica.
Come avevo notato nell’altro graphic novel, nei racconti di Reviati storia individuale e storia collettiva si intrecciano inestricabilmente, nell’idea di fondo che il destino dei singoli è sempre fortemente condizionato dal contesto nel quale ciascuno nasce e cresce e che sfuggire a questo destino non è affatto facile. E però, il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza – in qualunque condizione lo si sia vissuto – nella matita di Reviati resta un tempo mitico e sospeso, un tempo di fragilità e di grazia, o almeno così finisce per essere nei ricordi di chi se l’è lasciato alle spalle.
Quella dei romanzi grafici di Reviati non è mai una lettura facile, né conciliante; inevitabilmente lascia addosso un senso di malinconia, misto a una specie di spaesamento, rispetto al quale vale la pena abbandonarsi alla bellezza dei suoi disegni, che in questo caso sono straordinariamente pieni di vita, energia e movimento, in particolare nella rappresentazione delle partite di calcio.
A una prima lettura si esce con una sensazione forte, più che con elementi conoscitivi e informazioni. Sicuramente, nel caso di libri come questo, riletture possono aggiungere dettagli ed elementi di senso ulteriori, e permettono di scavare più e meglio nello spirito del suo autore e dei personaggi.
Voto: 3/5
Iscriviti a:
Commenti (Atom)







