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mercoledì 30 settembre 2026

Destroyer. Monk, 22 settembre 2026

Sono passati ormai dieci anni dal concerto di Destroyer al Quirinetta, organizzato da Unplugged in Monti con l’opening dei Barbarisms. Come sempre faccio in questi casi, mi sono riletta il post che avevo scritto a suo tempo, pensando che lì ci fosse scritto come avevo conosciuto questo artista, ma in realtà non ce n’è traccia. Cosicché chissà come in passato sono arrivata a Destroyer, il nome del progetto musicale del canadese Dan Bejar, di cui ricordo di aver amato molto alcuni album dell’epoca. Da allora non lo avevo seguito più tanto, ma recentemente – avendone letto recensioni positive – avevo comprato e ascoltato l’ultimo lavoro, Dan's Boogie.

Quando arrivo al Monk la sala è ancora chiusa e approfitto per mangiare una cosina. Tornando indietro posso entrare e la sala è allestita con i posti a sedere (io trovo un posto in prima fila), mentre sul palco campeggia solitaria una chitarra.

Capisco dunque che si tratterà, rispetto a quello di dieci anni fa, di un concerto intimo, e così è effettivamente quando Destroyer sale sul palco.

Inizia a macinare canzoni e – come da sua abitudine – tra una canzone e l’altra beve alternativamente da una bottiglia di birra, da un bicchiere e da una bottiglietta d’acqua. Di quando in quando dice qualche parola al pubblico, ricordando il titolo della canzone o ringraziando, ma nel complesso è molto riservato e concentrato sulla sua musica. Al termine della sua scaletta non si fa pregare a lungo per ritornare sul palco e cantarci altri due pezzi. Per la setlist completa tutti i riferimenti sono qui.

Nel pubblico c’è una grossa presenza straniera, forse perché Destroyer è più conosciuto nei paesi anglofoni, e, come sempre, intorno a me vedo molti appassionati che conoscono decisamente meglio di me il repertorio e apprezzano.

In conclusione, devo dire che pur amando i concerti intimi e raccolti, forse perché Destroyer non è un animale da palcoscenico in senso stretto, il concerto scivola via leggero, ma senza picchi ed entusiasmi, almeno per me.

Avrei dunque preferito una versione più ricca di strumenti, ma nondimeno sono contenta di aver ascoltato Destroyer dal vivo ancora una volta.

Voto: 3/5

giovedì 11 giugno 2026

Lucrecia Dalt. Monk, 27 maggio 2026

Purtroppo la capitale dal punto di vista della musica dal vivo, soprattutto quando si tratta artisti stranieri, è una piazza tendenzialmente piuttosto deludente. Sono stati variamente spiegati i motivi per cui la maggior parte delle band e dei cantanti che fanno i tour europei tendono a saltare l’Italia e se proprio ci fanno un passaggio, la scelta cade su Milano o al massimo su Bologna.

Così, accade che ogni volta che un o una musicista che ho ascoltato e che ho trovato interessante – anche se magari non in cima alle mie personali classifiche – fissa una data romana cerco di non lasciarmela sfuggire, e se il luogo è il Monk la decisione è ulteriormente rafforzata.

Dunque qualche mese fa avevo preso il biglietto per il concerto di Lucrecia Dalt, artista colombiana di cui avevo già comprato il disco precedente ¡Ay! sulla scorta delle recensioni positive che avevo letto, ma ne avevo abbandonato quasi subito l’ascolto, troppo sperimentale per me.

Ho voluto darle una seconda possibilità con l’ultimo disco, A danger to ourselves, nato dalla collaborazione – tra gli altri – con David Sylvian, e a questo giro l’ascolto è stato per me molto più interessante, soprattutto per alcuni brani.

Sul palco del Monk la Dalt si presenta con due musicisti, un batterista, Alex Lazaro, che si muove all’interno di una batteria composta in un modo originalissimo e le cui parti stanno non solo in basso rispetto alle sue mani ma anche in alto, e un bassista, Cyrus Campbell, che si sposta tra il basso e il contrabbasso.

La Dalt suona invece chitarra elettrica e classica, e soprattutto costruisce i suoi sottofondi sonori con pedaliera, secondo microfono, sintetizzatori e computer.

Quando attacca il primo brano mi dico che forse non sarà il concerto per me.

I tre musicisti – che sfoggiano un look un po’ steampunk – risultano algidi e la componente fortemente elettronica dei primi brani dal mio punto di vista non aiuta.

Però man mano che il concerto va avanti e le sonorità della Dalt si fanno – come nell’ultimo disco – più varie e miste, oscillando tra sonorità che si richiamano a quelle tradizionali della musica latinoamericana e sonorità elettroniche e dark, che a volte si fanno inquietanti, altre volte ipnotiche, altre volte quasi calde e rassicuranti, mi lascio andare e mi faccio conquistare.

Da lì in poi il concerto è come un viaggio psichedelico collettivo che rapidamente ci conduce verso un finale nel quale la Dalt si fa più loquace e più empatica nei confronti del pubblico, conquistata anche lei dall’atmosfera.

Cosicché al termine della scaletta, non mancano due canzoni di reprise prima di chiudere in bellezza.

E così, anche se non è esattamente il mio genere, i tappeti musicali complessi e stratificati di Lucrecia Dalt mi trascinano magneticamente nel mondo della musicista, facendomi apprezzare una volta di più la magia della musica dal vivo.

Voto: 3,5/5

lunedì 1 dicembre 2025

Micah P. Hinson. Monk, 19 novembre 2025

Il 31 ottobre scorso è uscito l’ultimo disco di Micah P. Hinson, The tomorrow man, che ho prontamente acquistato su Bandcamp in formato digitale (come faccio sempre) e ascoltato parecchie volte nel corso di queste prime settimane di novembre, al punto da diventare la mia colonna sonora preferita di queste giornate.

Il disco non prende direzioni originali o innovative rispetto a quanto Micah ha prodotto fin qui, ma devo dire che l’insieme delle canzoni del nuovo album è di una qualità media davvero elevata, e ce ne sono almeno 2 o 3 che potrei ascoltare a ripetizione. Tra l’altro, il prosieguo della collaborazione con Alessandro “Asso” Stefana negli arrangiamenti, supportato dalla splendida batteria di Paolo Mongardi, conferisce alle canzoni di Micah uno spessore e una rotondità particolarmente azzeccate.

Arrivo dunque al concerto preparata, e con grandi aspettative, anche perché la location del Monk è la mia preferita per questo tipo di concerti.

Non è previsto alcun opening e intorno alle 21,40 Micah P. Hinson sale sul palco con i suoi due musicisti e di cui si è già parlato: Mongardi che si posiziona alla sua batteria, e Asso Stefana che alterna tastiere, armonica da bocca, basso e steel guitar.

Il concerto parte subito con tre canzoni del nuovo album, Oh sleepyhead, One day I will get my revenge, e Think of me (una delle mie preferite, che Micah canta insieme alla sua nuova compagna, Stasera Micah è elegantissimo, vestito tutto di scuro, con un bel bolo tie al collo, un cappellone con la piuma, sotto il quale si cela la sua ormai stabile acconciatura da nativo americano.

D’altro canto, ormai sempre più convintamente Micah, nato a Memphis e cresciuto in Texas, rivendica le sue origini Chickasaw, un popolo nativo americano, in aperta polemica con la propaganda dell’uomo bianco, negli Stati Uniti e non solo. E del resto, sia la moglie dalla quale ha divorziato qualche anno fa, sia la nuova compagna, hanno entrambe la stessa origine.

Ma nei primi quaranta minuti, forse nella prima ora, del concerto, Micah è incredibilmente silenzioso, totalmente concentrato nel suonare la sua chitarra – imbracciata sempre alla sua maniera, con la cinta corta e quindi molto alta sul petto – e nel cantare le sue canzoni.

Il concerto prosegue con diverse altre canzoni del nuovo album, e di quando in quando nella scaletta fanno capolino canzoni provenienti da altri album, tra cui Beneath the rose. È proprio prima dell’esecuzione di questa canzone – che è una tra le più famose di Micah e risale a circa 25 anni fa – che finalmente il musicista si scioglie e comincia i monologhi a cui ci ha abituati durante i suoi concerti, che mescolano memorie personali, riflessioni politiche e religiose e molto altro.

Mentre si va verso la fine del concerto, Micah regala bellissime esecuzioni, splendidamente accompagnate dai suoi musicisti, di What does it matter now? e Carelessly, due pezzi che arrivano direttamente dal disco precedente.

Con la bellissima Walls si chiude un concerto di un’intensità straordinaria, che io mi sono goduta enormemente, e devo dire che rispetto all’ultimo concerto romano del 2024 ho trovato Micah in splendida forma, sia a livello fisico che a livello musicale ed emotivo. Evidentemente attraversa un buon periodo di vita, e del resto ormai sono stata a talmente tanti concerti di Micah che mi sembra di rincontrare un amico quando ci vado, e come con gli amici sono sempre molto contenta quando lo trovo così bene.

Micah, Asso e Mongardi escono dal palco, per poi rientrare per la reprise (su cui Micah ironizza) e dopo la versione acustica di Oh, sleepyhead, il concerto si chiude con la per me straordinaria I was just standing there e infine People e 500 miles. In questa reprise Micah è ancora più chiacchierino del solito e si lascia andare a mille riflessioni mentre – come sempre – fuma la sua sigaretta con il bocchino.

Personalmente, ho trovato il concerto musicalmente eccellente, Micah ad alti livelli, e la scelta delle canzoni mi ha resa felice: ho potuto ascoltare dal vivo tutto il suo nuovo album, e alcune delle più belle canzoni del suo repertorio recente e meno recente.

Voto: 4/5

giovedì 31 luglio 2025

King Hannah (+ Panta). Monk, 15 luglio 2025

La mia scoperta dei King Hannah, il nome d’arte della band formata primariamente da Craig Whittle e Hannah Merrick, con l’aggiunta di un tastierista/bassista e un batterista, è piuttosto recente e risale all’autunno dello scorso anno, quando in vista del concerto, tenutosi sempre al Monk, avevo iniziato ad ascoltare la loro musica, e soprattutto l’album Big Swimmer.

Dopo essere stata conquistata dall’esibizione di dicembre scorso, non mi lascio sfuggire la possibilità di riascoltarli dal vivo nel loro tour estivo, che di nuovo tocca il Monk di Roma.

Arrivo al concerto un po’ all’ultimo minuto direttamente dal lavoro, e per non perdere il mio posto in prima fila, non mi fermo al banchetto del merchandising dove c’è una bellissima maglietta che avrei comprato volentieri, e che invece a fine concerto è esaurita!

Comunque, almeno la prima fila (un po’ laterale) la conquisto e sono pronta con la mia macchina fotografica anche per questo concerto.

Alle 21 in punto salgono sul palco i Panta, una band indie rock di ragazzi romani che – ho ricostruito solo dopo – avevo già ascoltato dal vivo, sebbene in una formazione leggermente diversa, nel 2019 a Villa Ada nell’opening del concerto di Calexico + Iron&Wine. Rileggendo quanto avevo scritto allora, confermo la sensazione che già avevo avuto, ossia di una musica che inevitabilmente alle mie orecchie risulta troppo giovanilistica e che non mi conquista, per quanto sia gradevole da ascoltare e loro bravi ad eseguirla.

Dopo circa una mezz’ora di cambio palco, poco dopo le 22 salgono sul palco i King Hannah, e mi trovo in pieno effetto deja-vu visto che la formazione e la disposizione sul palco è la stessa di dicembre, Hannah è vestita esattamente nello stesso modo (vestito rosso a balze e scarpe adidas verdi) e anche la scaletta del concerto non è molto dissimile.

Ovviamente, rispetto all’effetto sorpresa di dicembre che mi aveva conquistata, a questo giro so già cosa mi aspetta, il che non vuol dire che il concerto mi sia piaciuto di meno.

In questo caso, poiché conoscevo già il tipo di presenza scenica di Hannah, il suo modo di cantare e di stare sul palco, mi sono concentrata di più sul pubblico, la cui età media era decisamente più alta di quella dei musicisti, e all’interno del quale c’erano molte persone in adorazione di Hannah, in particolare una donna in prima fila che ha ballato entusiasta e ascoltato rapita tutto il concerto, ricevendo vari messaggi muti dalla cantante e la consegna finale della scaletta.

Del resto, un po’ come a dicembre, dopo l’esecuzione dei primi brani, la cantante si è sciolta un po’ con il pubblico e ha raccontato che lei e Craig la sera prima erano stati ad Ostia a sentire Bill Callahan (che bella questa cosa di musicisti che vanno a sentire altri musicisti!) e durante il giorno hanno fatto i turisti per Roma per visitare i suoi monumenti e mangiare pizza e gelato.

I King Hannah si confermano musicisti di razza e lo spettacolo dal vivo è di alta qualità musicale e performativa, sebbene io confermi di essere particolarmente conquistata più che dalla loro componente rock da quella notturna e malinconica, che poi è in generale il tipo di musica che ascolto maggiormente.

Però bravi, e decisamente da tenere d’occhio anche per il futuro.

Voto: 3,5/5

mercoledì 16 luglio 2025

Daniel Norgren. Monk, 19 giugno 2025

Senza il successo del film Le otto montagne (che tra l’altro io continuo a non aver visto), probabilmente Daniel Norgren sarebbe rimasto praticamente sconosciuto per il pubblico italiano, salvo probabilmente una piccola nicchia di appassionati.

E invece la scelta dei registi Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch di utilizzare alcune sue canzoni, tra cui la ormai famosissima As Long As We Last presente nell’album Alabursky, per raccontare l’amicizia dei protagonisti del film (e ovviamente del libro di Cognetti) ha fatto conoscere più diffusamente il cantautore svedese, in particolare al pubblico italiano, che infatti sta riempiendo i club del suo tour estivo.

Io lo vado ad ascoltare insieme a F. al mio amato Monk, anche se la sala teatro che d’inverno è un nido caldo e accogliente d’estate diventa una specie di girone infernale a causa del caldo.

Dopo aver mangiato qualcosa in giardino e aver incrociato Norgren che faceva delle foto con dei fans, entriamo in sala subito all’apertura della stessa in modo da posizionarci come al solito sotto il palco. In questo caso non c’è nemmeno il corridoio dei fotografi, quindi siamo praticamente addosso al palco, ingombro di strumenti musicali: un vecchio pianoforte verticale sulla sinistra, delle chitarre appoggiate dallo stesso lato, la batteria al centro in fondo, un contrabbasso e un basso, e a destra un angolo tastiere e sintetizzatori, oltre ovviamente a casse e pedaliere.

Intorno alle dieci salgono sul palco Norgren e i componenti della sua band, Erik Berntsson alla batteria, Anders Grahn al contrabbasso e al basso, Anders Rane alle tastiere, sintetizzatori e flauti.

Per l’esecuzione delle prime canzoni Norgren – che è un omone di oltre due metri – si posiziona al pianoforte, cosicché noi lo vediamo solo di spalle; poi nel corso della serata si alterneranno canzoni che accompagna con il pianoforte e altre con le due chitarre elettriche, così come gli altri musicisti si muoveranno tra i vari strumenti che hanno in gestione. Mi colpisce in particolare il musicista alle tastiere e sintetizzatori, che è vestito con una salopette arancione e ha degli zoccoli svedesi tradizionali ai piedi e dimostra una straordinaria versatilità nonché bravura agli strumenti che suona.

In generale il concerto, che attraversa la produzione di Norgren tra canzoni a noi più note e altre meno note, è fatto soprattutto di arrangiamenti e di atmosfere che rivelano le qualità musicali di questo gruppo e ovviamente di Norgren, nonché la multiformità della sua musica che sarebbe riduttivo definire “alternative folk”.

Durante tutta la durata del concerto Norgren e i suoi ci trascinano attraverso ritmi e sonorità diversi che oscillano tra folk, blues, rock e sonorità ispirate a tradizioni musicali molto differenti (un tempo si diceva world music). Ne viene fuori un concerto non solo coerente, ma affascinante e quasi ipnotico, mentre Norgren ci parla di natura, di amori, di relazioni, di alberi e di boschi.

All’uscita dal palco il pubblico, entusiasta, vorrebbe ancora qualcosa. E così dopo un forsennato battimani Norgren e i suoi rientrano per quella che è una vera e propria ninna nanna con cui tutti andiamo a casa felici.

Un concerto di alto livello, di quelli che ti fanno amare la musica dal vivo e rendono l’esperienza di ascolto qualcosa di completamente diverso dall’ascolto della musica registrata. Una specie di partecipazione con tutti i sensi che ci si porta dietro a lungo.

Voto: 4/5

venerdì 6 giugno 2025

Karate. Monk, 8 maggio 2025

Dopo il lungo silenzio durato 17 anni, i Karate dal 2022 sono tornati a suonare insieme e anche a comporre musica come dimostra l’uscita alla fine del 2024 di un nuovo album dal titolo Make it fit, da me prontamente acquistato e anche discretamente ascoltato.

Da un po' di settimane il loro tour sta toccando diverse città italiane, e a Roma il Monk ha dovuto aggiungere nuove date perché ci sono stati diversi soldout.

Arrivo al concerto quando le porte sono già aperte e dunque mi posiziono al lato del palco, cosa che lì per lì mi infastidisce un po’ (sono abituata a stare in prima fila), ma poi si rivela un’ottima soluzione per seguire il concerto, fare le foto e osservare anche il pubblico.

Non starò qui a ripetere quanto già scritto per il concerto da me visto a Villa Ada nel 2022: i Karate sono una band di culto, e possono contare su un seguito di fan non solo appassionati della loro musica, ma profondi conoscitori della stessa. È vero che praticamente a tutti i concerti a cui vado ci sono persone capaci di cantare le canzoni insieme ai cantanti, cioè fan che conoscono tutto il repertorio dei loro musicisti preferiti, però devo dire che il trasporto e l’entusiasmo trasognato che vedo nel pubblico dei concerti dei Karate ha caratteristiche sue proprie.

I tre musicisti, il leader, nonché chitarrista e voce del gruppo, Geoff Farina, il bassista Jeff Goddard e il batterista Gavin McCarthy, salgono sul palco poco dopo le 22, e suonano di filato per oltre un’ora, senza troppe chiacchiere, bensì mettendo la musica al centro di tutto.

Trovate a questo link la setlist completa del concerto, su cui io vi so dire poco, considerata la mia conoscenza tutto sommato limitata della band.

Quello che invece posso sicuramente dire è che, trovandomi così vicina al palco in una posizione in cui potevo osservare molto bene tutti e tre i musicisti, ho potuto apprezzare al massimo grado le loro qualità di musicisti e la loro intesa, semplicemente perfetta, anche quando Geoff Farina chiama gli altri due con la sua chitarra alla ripetizione quasi ossessiva degli stessi accordi, introducendo piccole varianti e creando quasi un effetto di trance collettiva.

È chiaro che i Karate puntano tutto o quasi sugli arrangiamenti e sull’esecuzione dei pezzi cercando di far esprimere i loro strumenti al massimo livello possibile di perfezione musicale: sul piano vocale, Farina ha sempre preferito uno stile molto essenziale, quasi parlato, che tra l’altro dalla posizione in cui sono io non si sente nemmeno perfettamente.

Io sono catturata sia dai gesti assorti e concentrati di questi grandi musicisti – che attraverso il loro leader non smettono di ringraziare il pubblico del fatto di essere tornati a suonare dal vivo dopo tanti anni di assenza dalle scene – sia dal pubblico con le sue diverse anime, da chi si esalta soprattutto sui pezzi più ballabili a chi si fa invece conquistare dai pezzi più quieti e notturni.

Alla fine usciremo dalla sala concerti del Monk tutti soddisfatti, convinti di aver assistito a una eccellente performance musicale e di aver potuto vedere da vicino tre grandissimi musicisti.

Voto: 3,5/5

mercoledì 19 marzo 2025

Setak (+ Marco Scipione). Monk, 22 febbraio 2025

Setak, nome d’arte di Nicola Pomponi, era per me un emerito sconosciuto fino a qualche mese fa, quando nell’opening del concerto di Fink l’ho sentito cantare le sue canzoni e suonarle insieme al suo chitarrista Alessandro Chimenti.

Dopo quel giorno ho comprato un paio di album di Setak e l’ultimo, Assamanù, l’ho decisamente consumato nell’ascolto. Cosicché vedendolo nel cartellone del Monk e questa volta non ad aprire un altro artista ma con un concerto tutto suo, e per di più nel mio ormai orario preferito dei concerti, ossia alle 19, non mi sono fatta sfuggire l’occasione di tornare ad ascoltarlo dal vivo.

Trascino al concerto – non con qualche titubanza perché con la musica è difficilissimo indovinare i gusti degli altri – un’amica e altri suoi amici, che sono già al bar a bere una birra quando io arrivo intorno alle 18,30. Mentre loro mangiano un boccone, io mi fiondo in sala per prendere posizione, come al solito in prima fila, in modo da poter fare le mie amate foto.

Dopo pochissimi secondi e quando in sala c’è ancora pochissima gente, inizia a suonare Marco Scipione, un sassofonista per me ignoto, che all’inizio suona uno strumento che è una via di mezzo tra un sassofono e un basso tuba (ammetto la mia ignoranza!) e con cui ci suona una musica che sembra arrivare direttamente dalla savana e richiamare i versi dei grandi animali selvatici. Passa poi al sassofono vero e proprio con cui esegue – arricchendoli con l’uso di una pedaliera - una serie di brani strumentali che sarebbero perfetti come colonna sonora di un film e che trovo molto suggestivi.

Dopo un brevissimo cambio di palco, ecco arrivare Setak in formazione full band: con lui ci sono alle tastiere il fratello Nazareno Pomponi, al basso Fabrizio Cesare, alla batteria (e non solo) Emanuele Colandrea e alle chitarre il già noto per me Alessandro Chimenti.

Sono davvero curiosa di ascoltare questa volta Setak non in versione semiacustica, ma con questi arrangiamenti importanti e ricchi.

Il concerto si apre con la canzone che dà il titolo all’ultimo album, Assamanù, e poi si sviluppa spaziando attraverso i suoi lavori che – per chi non lo sapesse – a parte pochissime eccezioni sono tutti scritti e cantati in dialetto abruzzese.

Ascoltiamo così canzoni come Di chi ‘ssi lu fije?, Quanda sj 'fforte, Cumbà, Curre curre, Aspitte aspitte. A un certo punto del live, Setak invita sul palco un ospite, l’amico Bob Angelini, che si unisce alla band suonando la steel guitar e aggiungendo ulteriore fascino all’esecuzione delle canzoni. E così andiamo avanti ad ascoltare Figli della storia, Alé Alessa', ma anche Picché, suonata con l’accompagnamento del sassofono di Marco Scipione, e ancora Marije, suonata e cantata da solo sul palco, per finire in full ensemble con una versione molto coinvolgente di Pane e 'ccicorje.

Tra una canzone e l’altra Setak presenta la sua band, scherza con i musicisti ospiti, chiacchiera con il pubblico, che tra l’altro vede una folta presenza di abruzzesi e di persone che conoscono tutte le canzoni di Nicola Pomponi e non si sottraggono ai singalong che il cantante propone.

Né Setak né alcuno dei suoi musicisti si risparmia, in un concerto che diventa un grande abbraccio, un vero happening e in cui si sente forte l’affetto del pubblico verso i musicisti, e viceversa, e questo affetto passa attraverso un collettivo amore per la musica.

Anche gli amici che mi sono trascinata dietro e che sono venuti a sentire Setak a scatola chiusa sono parecchio entusiasti, il che mi conferma l’impressione di un concerto davvero riuscito.

Voto: 4/5

venerdì 7 marzo 2025

The Veils (+ Dario Sansone). Monk, 9 febbraio 2025

Da quando il Monk ha inaugurato questa linea degli early concerts devo dire che prendo i biglietti col cuore molto più leggero, perché so che posso andare ad ascoltare un concerto anche in mezzo alla settimana e questo mi stimola anche ad andare a sentire musicisti e cantanti che non conosco benissimo.

Ed eccomi qua per il concerto dei Veils, che conosco poco per il passato, ma il cui ultimo lavoro – Asphodels – ho consumato a furia di ascolti, trovandolo triste e dolce al contempo, ballate piene di malinconia, il cui pessimismo è attutito da una forma di rassegnazione e/o di saggezza.

Dieci minuti dopo le 19 il live comincia con l’opening di Dario Sansone, napoletano, che non conosco e scopro essere non solo musicista, ma anche attore, regista, illustratore, scrittore, quello che si dice un artista a 360°.

Inizia con un brano dal titolo Sole che viene dal suo nuovo album in uscita e che canta con gli occhi bendati. Poi prosegue con 3-4 altri brani del suo repertorio, uno dei quali è legato alla colonna sonora del film di animazione napoletano La Gatta cenerentola a cui Sansone ha collaborato.

Sansone ci dice di essere riuscito a esserci per questo opening nonostante l’influenza, e devo dire che nonostante le sue condizioni certamente non ottimali, ci permette di apprezzare la sua gran voce e il suo interessante repertorio.

Dopo una breve riorganizzazione del palco, ecco arrivare i neozelandesi The Veils, capeggiati dal loro leader (altissimo!) Finn Andrews. La formazione è fatta di 5 musicisti: oltre a Andrews che alterna tastiere e chitarre (elettrica e acustica) ci sono un bassista, un batterista, un polistrumentista (al synth, al violino e piccole percussioni) e un ultimo musicista alla steel guitar.

L’esibizione inizia con alcuni brani del nuovo album, in sequenza Mortal wound, The dream of life, The ladder, Fortune teller (tutti molto notturni, e suonati da Finn alla tastiera), per poi passare a brani per me meno riconoscibili provenienti dagli album precedenti e dalle sonorità decisamente più rock, per la cui esecuzione Andrews si sposta alla chitarra elettrica. Tra questi brani Not yet, Here come the dead, Birthday present.

Si ritorna dunque a un paio di brani dell’ultimo album (Asphodels, The sum) per poi concludere di nuovo con il repertorio più consolidato, che è quello su cui il pubblico sembra più preparato ed entusiasta, anche se a me è quello che forse colpisce meno.

Il concerto è comunque in ottimo equilibrio tra momenti più dirompenti e altri più notturni, pur partendo dal presupposto che il repertorio dei Veils non è comunque mai spensierato. I musicisti sono completamente concentrati sulla musica, e Andrews, sebbene sempre empatico e attento al pubblico, si limita a ringraziare tanto e a ricordare che manca da Roma da moltissimo tempo ormai.

Dopo l’ultimo brano il pubblico chiede il ritorno sul palco della band, che premia l’affetto del pubblico con ben quattro brani, tra cui Lavinia, Nux vomica e The Tide That Left & Never Came Back. In realtà al primo brano, Lavinia, Andrews torna da solo sul palco e sembra che il bis si limiterà ad esso, ma poi dopo ogni brano il frontman chiede al pubblico se va bene che ne suonino un altro (One more?) e si va avanti così per un altro miniconcerto.

Bell’atmosfera, un gruppo solido e ormai maturo, una bella esecuzione dal vivo. Non una band che ascoltata dal vivo rappresenta un’illuminazione rispetto all’ascolto della loro musica registrata, però certamente un concerto di livello alto e di grande soddisfazione.

Voto: 3,5/5

venerdì 14 febbraio 2025

Marta Del Grandi (+ Adult matters). Monk, 1 febbraio 2025

Di Marta Del Grandi ho sentito parlare la prima volta in occasione di un concerto al Monk tenutosi di mattina a cui il mio amico E. mi aveva caldamente suggerito di partecipare.

In quella circostanza non ce l’avevo fatta, e tra l’altra al primo ascolto il disco Selva, l’ultimo della cantante, non mi aveva colpito particolarmente.

A questo giro però – anche approfittando dell’iniziativa dei concerti che si tengono presto (alle 19) – decido di non lasciarmi sfuggire l’occasione di vedere se questa compositrice, musicista e cantante è così brava come dice il mio amico e come leggo dappertutto.

Quando arriviamo al Monk è tutto chiuso, ma il tempo di bere un bicchiere di birra e le porte della sala concerti si aprono. Io mi sistemo, come sempre, in prima fila con la mia macchina fotografica.

L’opening è affidato al progetto musicale del viterbese Luigi Bussotti che si chiama Adult matters: il giovane musicista è emozionatissimo, ma il pubblico lo accoglie con grande attenzione e calore, e le canzoni che ci suona e canta con la sua chitarra – seppure ancora un po’ acerbe – dimostrano qualità e determinazione, quelle che certamente gli hanno consentito di essere prossimo alla pubblicazione del suo primo album.

Dopo una breve pausa, ecco arrivare sul palco la star della serata, Marta Del Grandi, nata ad Abbiategrasso (in provincia di Milano), vissuta a lungo all’estero e ora tornata a Milano.

Ha all’attimo due album, Until we fossilize e Selva: in entrambi i casi la maggior parte delle canzoni sono in inglese, sebbene la canzone che dà il titolo all’ultimo album (che comunque risale a due anni fa) sia in italiano, e lei stessa proponendocela sul palco ci dice che è quella della svolta in italiano e che doveva andare a Sanremo.

Accanto a lei sul palco Vito Gatto (violino, tastiere e synth) e Alessandro Cau (batteria), mentre dietro le quinte opera Matthew Fortunati (il fonico che è anche addetto al basso virtuale).

Appena comincia a cantare la sala del Monk si impregna di musica e si ha nettamente la sensazione di trovarsi di fronte a una musicista che è nata per stare su un palco a cantare e suonare.

La sua presenza scenica è composta ma molto caratterizzata, e il suo modo di cantare (e suonare) è pieno e maturo, con sonorità che – al di là della lingua in cui canta – riportano a mondi musicali internazionali, pur non dimenticando le sonorità italiane. Il fatto che Marta Del Grandi citi Fiona Apple e Big Thief tra i suoi riferimenti sinceramente non mi stupisce, ma anche chi ci ritrova delle sonorità alla Daniela Pes direi che non sbaglia.

E però alla fine la musica di Marta Del Grandi è tutta e solo sua, negli arrangiamenti, nei testi, nelle sonorità, ed è – non c’è dubbio – grande musica, che merita di essere scoperta da un pubblico ben più ampio.

Durante il concerto, la musicista milanese ci offre anche i duetti con due amiche cantanti romane, Vera Di Lecce e Valentina Polinori, che chiama sul palco, e con cui esegue non solo canzoni proprie, ma anche loro canzoni, conferendo a esse la forza della sua maturità musicale.

La setlist vede canzoni dell’album Selva mescolate ad altre del primo album Until we fossilize, e si conclude con l’esecuzione di Lullaby Firefly (canzone che come ci dice raramente esegue ai concerti) e poi della cover di Hotel Supramonte di Fabrizio De Andrè.

Dopo il ritorno sul palco e un’ultima canzone, Marta Del Grandi e i suoi musicisti ci salutano ancora e usciamo nella serata invernale romana che è ancora tutta davanti a noi.

Voto: 4/5

mercoledì 18 dicembre 2024

King Hannah. Monk, 5 dicembre 2024

Quando passa troppo tempo dall’ultima volta che sono andata ad ascoltare musica dal vivo ne sento così tanto la mancanza che comincio a farmi qualche giro sui siti in cui ci sono le programmazioni dei concerti a Roma e spero che ci sia qualcosa di interessante. E quasi sempre le migliori proposte arrivano dal Monk.

E dunque eccomi qua nel mio live club preferito di Roma per una serata in cui, oltre a un opening di Joe Gideon, cantautore che non conosco ma che ascolto gradevolmente, sono previsti ben due concerti, il primo dei King Hannah e il secondo dei The KVB. Io conosco poco o niente entrambi, ma da un qualche assaggio musicale, decido che andrò a sentire i King Hannah.

Alle 21.15 in punto salgono sul palco Craig Whittle e Hannah Merrick, i due componenti del gruppo, chitarra e voce entrambi (anche se è la Merrick la voce principale), accompagnati da un batterista e da un tastierista/bassista.

La Merrick è vestita con un bellissimo abito lungo rosso a balze, sopra delle Adidas, e quando comincia a cantare mi fa un effetto un po’ strano, per la sua aria tra il superiore e il distaccato. Sento qualcuno dietro di me che dice che Hannah è imperscrutabile e difficile da interpretare, e devo dire che lì per lì concordo.

Poi nel corso del live, man mano che Hannah si scioglie e comincia anche a interagire con il pubblico, capisco che probabilmente il suo è un modo di stare sul palco (che ci dice poco su di lei come persona), e che alla fine questo suo modo risulta estremamente efficace, fascinoso e quasi conturbante. A me – fatte le dovute e inevitabili differenze – ricorda un pochino, anche nel modo di cantare, la Patty Pravo dei tempi d’oro, soprattutto per certo modo di cantare parlato (cosiddetto spoken word). Un po’ mi ricorda anche Anna Calvi, che pure ama molto vestirsi di rosso sul palco, ma la Merrick mi sembra molto più minimalista sia nella performance che nel modo di cantare e suonare.

Durante il concerto i due ci suonano l’ultimo album, Big swimmer, praticamente per intero, ma non manca anche la cover di una canzone di Bruce Springsteen, State Trooper, e nel bis che segue alla loro uscita dal palco, una canzone “natalizia” da poco pubblicata, Blue Christmas.

La scaletta completa ce la mette a disposizione Claudio Lancia nel suo live report per Ondarock.  

Devo dire che – non conoscendoli quasi per niente – sono stata molto colpita dalla musica di questi due ragazzi di Liverpool che passa molto rapidamente da atmosfere più intimistiche e soft (come nella bellissima per me Suddenly, your hand) ad altre molto più post-punk e rock. Personalmente preferisco – per mia naturale propensione – le prime, e dunque apprezzo particolarmente le canzoni più notturne, ma è comunque un piacere ascoltare musica dal vivo interessante e ben fatta come in questo caso.

I King Hannah si sono conquistati un posto nel mio orizzonte musicale. E grazie, come sempre, al Monk.

Voto: 4/5

lunedì 9 settembre 2024

Fink (+ Setak). Monk, 29 agosto 2024

Non è passato tantissimo tempo da quando Fink ci aveva deliziato con un suo concerto al Monk, sulla scia della pubblicazione del suo album IIUII (It Isn’t Until It Is), contenente la riproposizione di una selezione dei suoi successi degli anni tra il 2006 e il 2016. Non mi aspettavo dunque di ritrovarlo in programmazione, sempre al Monk, a fine agosto.

Inizialmente avevo rimosso l’informazione, perché a quella data sarei dovuta essere fuori Roma, ma l'estate piena di imprevisti che ho avuto ha fatto sì che quando mi è arrivata una nuova mail che mi ricordava il concerto ho pensato che la mia inaspettata presenza a Roma poteva quanto meno acquistare un senso nell'andare ad ascoltare di nuovo Fink dal vivo.

Dopo aver fatto il biglietto, ho scoperto che Fink ha pubblicato a luglio un nuovo album, Beauty in your wake, e ho capito dunque il perché di questo nuovo tour, non mancando di acquistare e ascoltare un po’ di volte questo nuovo lavoro per arrivare al concerto preparata.

Dopo un hamburger e una birra al volo con F. nel giardino del Monk, entriamo all'apertura delle porte e riusciamo ad accaparrarci due ottimi posti in seconda fila (il concerto prevederà un po’ di posti seduti e metà sala per gli spettatori in piedi, e alla fine la sala sarà completamente piena!).

L'opening del concerto è affidato a Setak, nome d’arte di Nicola Pomponi, un cantautore che canta in dialetto. Io e F. pensiamo sia una qualche forma di dialetto campano e invece scopro a posteriori che lui è abruzzese trapiantato a Roma e l’ultimo suo lavoro Assamanù ha ricevuto la Targa Tenco per il miglior album in dialetto. Sul palco è accompagnato da un chitarrista bravissimo, Alessandro Chimenti, che alterna vari strumenti a corde negli arrangiamenti delle canzoni di Setak, le cui sonorità attingono sicuramente alla tradizione musicale popolare dell’Abruzzo ma che contengono molti riferimenti anche a tanta altra musica dal sapore internazionale. Devo dire che sono affascinata da queste canzoni, che mi conquistano sia grazie alla voce graffiata di Setak sia grazie all'accompagnamento di Chimenti, tanto che il giorno dopo mi affretterò a comprare il suo disco.

Dopo i circa 45 minuti dell'opening e il necessario cambio di palco, arriva Fink accompagnato da un musicista di cui non ho colto il nome e che – come sempre nei concerti di Fink – ha un ruolo multiforme: in questo caso suona primariamente la chitarra elettrica e la batteria, mentre Fink alternerà due delle sue chitarre, una delle quali è quella con i colori che compaiono sulla copertina dell’album Hard believer.

I concerti di Fink sono sempre un’esperienza molto bella, perché ogni volta il cantante britannico sceglie un mood diverso (testimoniato dal tipo di formazione con cui sceglie di esibirsi). Al precedente giro la scelta di escludere la batteria aveva voluto valorizzare soprattutto la voce attraverso arrangiamenti sofisticati ma minimali, strutturati in un flusso musicale quasi senza soluzione di continuità.

In questo caso, la scelta della batteria dà al concerto un tono piuttosto diverso; non a caso mentre nel concerto precedente Fink ha cantato tutto il tempo seduto, qui per più di metà del concerto sta in piedi davanti al microfono e soltanto verso la fine sceglie quella che probabilmente è la sua posizione preferita per suonare, ossia da seduto.

Per quanto annunciato come unplugged, questo concerto risulta molto più potente dal punto di vista sonoro e per certi versi più tradizionale, anche se Fink è sempre in grado di ricavare da ogni sua canzone l’essenza e di ripartire da quella per costruire un ordito sonoro nuovo ad ogni ascolto.

Il pubblico – per quanto un po’ meno silenzioso dell’ultima volta – dimostra di essere certamente appassionato e, quando Fink dopo quella che ha annunciato come l’ultima canzone lascia il palco, ne richiede a gran voce il rientro, esprimendo anche dei desiderata per il bis (che ovviamente non possono tutti essere soddisfatti).

Dopo una scaletta (per la quale ringrazio Daniele Bianchini su RockNation) che ha visto eseguire le seguenti canzoni: We Watch the Stars, Pilgrim, What Would You Call Yourself, The Only Thing That Matters, Yesterday Was Hard On All Of Us, Berlin Sunrise, So We Find Ourselves, Follow You Down, One Last Gift, Sort of Revolution, Looking Too Closely, in cui si alternano brani del nuovo album, alcuni suoi classici e altre cose meno conosciute, nel bis Fink ci regala Warm shadow perché dice che sta partendo per la Sardegna e vuole lasciarci con una nota positiva. 

P.S. A questo giro, causa rottura dell'obiettivo della macchina fotografica, non ho potuto fare le foto che avrei voluto e, dunque, tocca accontentarsi di queste foto non proprio fantastiche!

Voto: 3,5/5