Ed eccomi all’ormai tradizionale appuntamento con le anteprime romane dei film presentati alla Mostra internazionale del cinema di Venezia. Quest’anno la scelta è molto dolorosa, perché il tempo a disposizione è poco, l’energia pure, mentre invece l’offerta è molto interessante. Alla fine riesco a vedere quattro film, tra cui il vincitore della rassegna.
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Look back
Negli ultimi tempi, un po’ perché i cinema italiani hanno proposto la sua retrospettiva, un po’ perché è diventato particolarmente prolifico, sono completamente immersa nel mondo del regista giapponese Hirokazu Kore’eda. Al Festival di Venezia il regista ha presentato il suo ultimo film, tratto dall’omonimo graphic novel di Tatsuki Fujimoto, che io avevo letto qualche anno fa dopo averne sentito parlare.
Mi pare che il film di Kore’eda sia molto fedele al fumetto, sia dal punto di vista narrativo che da quello visivo. La storia è quella di due ragazze, Fujino e Kyomoto, entrambe appassionate di disegno e di manga. La prima è volitiva e determinata, la seconda ha una forma di timidezza patologica che le impedisce di andare a scuola. Dopo un primo momento in cui Fujino si sente minacciata dalla bravura di Kyomoto, le due ragazze diventano inseparabili e iniziano a coltivare il loro sogno di realizzare un manga tutto loro. Le loro storie e i loro personaggi le porteranno al successo, ma le loro strade si divideranno quando Kyomoto deciderà di andare all’Accademia di Belle Arti, mentre Fujino andrà avanti nella carriera di mangaka fino ad avere la possibilità di realizzare un anime. Un evento tragico dà avvio a una seconda parte del racconto, che probabilmente si svolge tutta nella testa di Fujino la quale visualizza modi alternativi in cui sarebbero potute andare le cose.
Il fumetto a suo tempo mi aveva lasciata un po’ perplessa, soprattutto in questa seconda parte un po’ onirica, a cui faticosamente e un po’ inutilmente avevo cercato una interpretazione strettamente razionale.
Nella fedeltà assoluta alla fonte, un effetto simile mi ha fatto il film di Kore’eda, anche se la trasformazione del fumetto in live action e poi di quest’ultimo in cartone animato mi hanno reso paradossalmente meno straniante la svolta fantastica della storia e hanno certamente accresciuto l’empatia verso le due protagoniste, anche grazie a due interpreti molto in parte e adeguate e alla sempre delicata e profonda capacità di Kore’eda di dirigere attori bambini o giovanissimi.
Dunque, pur essendomi piuttosto estranei il mondo dei mangaka e in generale quello del disegno, Kore’eda è riuscito a farmi sentire questi due personaggi, sia nella fase adolescenziale degli entusiasmi assoluti e delle passioni divoranti, sia nella fase che porta all’età adulta e che è fatta di dubbi e scelte talvolta dolorose.
Voto: 3,5/5
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Woman unknown
Woman unknown della regista di origine egiziana ma di formazione danese, May el-Toukhy, è il film che un po’ inaspettatamente ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia e la cui protagonista, Mathilde Arcel, ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.
Sono dunque molto curiosa di vederlo in anteprima.
Siamo nell’immediato secondo dopoguerra in Danimarca. Nelle strade regnano entusiasmo ma anche caos, perché la resistenza danese sta regolando i conti con i collaborazionisti o presunti tali. Marie (Mathilde Arcel) fa la cameriera e la bambinaia nella casa di un ricco vedovo, Christian (Carsten Bjørnlund), e sta per diventare sua moglie. Dentro casa il rigore e l’ordine sono quasi maniacali, ma il caos esterno presto si farà strada nella vita di Marie, riportando a poco a poco alla luce segreti del suo passato che potrebbero far naufragare tutti i suoi progetti futuri.
Il film di May el-Toukhy (di cui mi sono accorta di aver visto un altro film nel 2017!!) è di una compostezza formale e di una perfezione estetica notevoli: forme, colori, inquadrature, sono tutti studiati e proposti con grandissima accuratezza. E già questo fa metà della qualità del film.
L’altra metà la fa l’interpretazione trattenuta e sofferta della Arcel, perfetta nell’incarnare la paura e al contempo la spregiudicatezza della vittima per sopravvivere, ma anche l’inevitabile tormento interiore che determina.
Nel film della el-Toukhi ci sono tanti temi: le conseguenze della guerra e dei suoi orrori, la vendetta feroce dei vincitori, il difficile discrimine tra buoni e cattivi, il peso dell’appartenenza di classe e della ricchezza, ma soprattutto c’è il corpo delle donne come terreno sul quale si giocano tutte le partite sopra citate.
Corpi sfregiati, umiliati, oggettificati, usati, annullando volontà, arbitrio e desideri delle donne che li abitano, corpi di cui gli uomini possono disporre a piacimento e fare quello che vogliono, mentre se sono le donne a usare i loro corpi come strumenti di difesa o di azione finiscono inevitabilmente stigmatizzate e soffocate.
Un film intenso che non si sottrae alla complessità e che lascia molto da metabolizzare agli occhi e alle menti degli spettatori. Non so se fosse il film migliore di Venezia, ma certamente un ottimo film.
Voto: 3,5/5
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Possible love
“Non desiderare la roba d’altri” è la prima cosa che compare sullo schermo quando in sala si spengono le luci, e al termine del film diventa esplicito il riferimento di Possible love a Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski, rafforzato dalla presenza tra i produttori esecutivi del film di Krzysztof Piesiewicz, sceneggiatore di tutti i film che compongono il decalogo.
Questa rilettura sudcoreana, pur omaggiando l’originale, affonda profondamente le sue radici nella cinematografia di Lee Chang-dong, di cui io ho visto soltanto Burning – L’amore brucia, che mi era piaciuto parecchio.
Vero è che ormai, tra film e serie TV, siamo tutti piuttosto adusi alla cinematografia coreana, che – come mi pare di aver già avuto modo di dire in passato – è tra le più interessanti nel panorama attuale del cinema e non a caso ha ampiamente - e ormai da tempo - superato i confini nazionali.
Il film di Lee Chang-dong racconta l’intrecciarsi delle vicende di due coppie, quella formata da Ho-seok e sua moglie Mi-ok, e quella formata da Ye-ji e e suo marito Sang-woo. Il quinto personaggio è il figlio decenne della prima coppia, Cheol, osservatore silenzioso – e invero un po’ inquietante - di quanto accade.
La prima è una coppia proletaria: Ho-seok è stato licenziato, insieme a molti altri operai, dalla fabbrica dove lavorava e ha partecipato a un grande sciopero che è stato represso brutalmente dal governo. Da allora soffre pesantemente di depressione, mentre sua moglie cerca di convincerlo a farsi aiutare.
La seconda è una coppia benestante: Ye-ji è una regista di documentari e sta realizzando un lavoro proprio sul caso degli operai licenziati e sullo sciopero che ne seguì, mentre suo marito è un imprenditore che lavora nel settore delle Big Tech.
Le strade di queste due coppie si incrociano al funerale di un operaio che si è suicidato dopo che è stato licenziato: al funerale partecipano Ho-seok e Mi-ok, ma nel luogo dove si svolge c’è anche Ye-ji che sta facendo delle riprese. Dopo questo primo incontro Mi-ok accetta di partecipare alle riprese e di parlare della propria storia e di quella della sua famiglia e a poco a poco il rapporto tra queste due coppie si fa sempre più stretto fino a una vacanza insieme nella bellissima casa di famiglia di Sang-woo, con spiaggia privata, dove le dinamiche emotive intrecciate tra questi personaggi giungono al culmine.
Nel film di Lee Chang-dong ci sono moltissimi temi: un contesto socio-economico sempre più difficile in cui l’evoluzione tecnologica e le derive del capitalismo stanno mettendo a rischio il lavoro, un mondo – quello sudcoreano - quasi patologicamente incentrato sul lavoro e sul successo individuale, e dunque sulla competizione (come abbiamo visto anche nel recente No other choice), un governo nazionale che sembra avere nel suo DNA una tendenza autoritaria e alla repressione (non può non tornarmi in mente Atti umani di Han Kang), una società che l’ultraliberismo ha reso profondamente disuguale, in cui le classi proletarie sono sempre più distanti da quelle ricche e l’invidia sociale è fortissima, la necessità di raccontare questa realtà per mezzo delle immagini, ma anche l’inevitabilità del voyerismo e dell’irriducibilità tra chi guarda (quasi sempre proveniente dalle classi sociali più agiate) e il soggetto del racconto.
Quest’ultimo aspetto è forse quello che mi ha in qualche modo colpito di più, fors’anche perché il mio interesse per la fotografia, e soprattutto per la fotografia di strada e di reportage, mi hanno fatto risuonare queste riflessioni. Le storie non esistono se non vengono raccontate, ma fino a che punto chi sta dietro l’obiettivo ha la capacità e il diritto di raccontarle, quanto lo fa per un bisogno egotico prima che per dare uno spazio ai soggetti del racconto?
Cheol, il bambino che fa in qualche modo da testimone muto di questa vicenda, è forse proprio il tentativo da parte del regista di dichiarare un senso di difficoltà e di estraneità di fronte a queste dinamiche, che però inevitabilmente è senza soluzione.
Il film uscirà purtroppo solo su Netflix e non al cinema. Personalmente sono ben contenta di averlo visto sul grande schermo, perché due ore e quaranta di film coreano sullo schermo di casa per me non sarebbero sostenibili.
Voto: 4/5
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La ragazza con la Leica
Non ho letto il romanzo omonimo della scrittrice italo-tedesca Helena Janeczek che nel 2018 vinse il Premio Strega. Non so bene perché ne sono attirata ma anche respinta. Ma, ora che la regista Alina Marazzi ha deciso di trarne un film, non posso più sottrarmi a questa storia che vede al centro la figura di Gerda Taro, fotoreporter morta a soli 27 anni durante la guerra civile spagnola, il cui nome è spesso messo in relazione a quello di un altro grande reporter di guerra, Robert Capa.
Dall’intervista alla regista che segue la visione del film capisco che il libro, pur essendo un romanzo, si basa su solide ricerche documentarie ed archivistiche e mescola storia e finzione, cosa che probabilmente è stata la molla principale che ha titillato l’interesse della Marazzi e l’ha portata a farne un film.
Da sempre infatti la Marazzi è interessata a questo mix e spesso nei suoi film confluisce materiale audiovisivo di archivio. In questa produzione italo-tedesca la sfida si fa particolarmente interessante, perché si tratta di raccontare un periodo storico particolare: quegli anni Trenta durante i quali l’ascesa del nazismo spinse molti giovani a lasciare la Germania, l’Ungheria, la Polonia per andare in paesi in quel momento più sicuri, come la Francia. Molti di questi – e non fanno eccezione Gerda Taro, Robert Capa e i loro amici – si unirono anche alle forze repubblicane spagnole che combattevano contro il generale Franco e i militari.
È dunque il racconto di una generazione di giovani animati da ideali politici, ma sradicati dai loro paesi di origine, che fanno gruppo per affrontare questa realtà, e che spesso utilizzano l’arte – la fotografia in primis – come strumento di espressione personale e di battaglia politica.
Però La ragazza con la Leica è anche il racconto della vita di una giovane donna a suo modo eccezionale per la sua epoca: Gerda era libera dalle convenzioni, insofferente a tutti i dettami sociali, desiderosa di divertirsi, dotata di una energia vitale straordinaria, ma anche animata da ideali forti e dalla ferma volontà di lottare per questi ideali. Alla sua figura di donna e di fotografa la Janeczek prima e la Marazzi poi restituiscono quello che probabilmente la storia e la sua breve vita hanno tolto: il suo ruolo centrale nel gruppo degli esuli, l’intuizione determinante che segnò l’inizio del successo della carriera di Capa, la varietà e la potenza della sua opera fotografica, perduta e dimenticata a lungo, poi in parte riscoperta dopo il 1997, ma che probabilmente è in parte anche stata attribuita a Capa, in un processo – che ben conosciamo – di ridimensionamento, se non cancellazione delle figure femminili in molti ambiti creativi, non ultima la fotografia.
Il film lavora molto bene – come è nello stile della Marazzi – nel far dialogare i documenti audiovisivi di archivio, le fotografie, gli spezzoni dei film dell’epoca con il girato, giocando tra la dimensione del passato e del presente, con sequenze volutamente anacronistiche che in qualche modo richiamano la forza contemporanea di alcuni elementi di questa vicenda. Gli attori, in particolare la bravissima Emilia Schüle nei panni di Gerda, reggono bene il tono composito e per certi veri ondivago del film.
Probabilmente c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel tentativo della Marazzi, ma nel complesso per quanto mi riguarda ho trovato l’operazione ambiziosa e almeno in parte riuscita.
Voto: 3/5
domenica 11 ottobre 2026
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