mercoledì 18 marzo 2026

Atti umani / Han Kang

Atti umani / Han Kang; trad. di Milena Zemira Ciccimarra. Milano: Adelphi, 2017.

Eccomi al primo libro da me letto della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Premio nobel per la letteratura nel 2024. Sono partita da questo e non dal più famoso La vegetariana perché di Atti umani mi aveva parlato una delle lettrici più affezionate a questo blog e mi sono fidata del suo consiglio.

Il romanzo della Kang racconta, a partire dalla storia di un ragazzino di quindici anni, Dong-ho, protagonista del primo capitolo del libro, una vicenda centrale nella storia recente della Corea del Sud, ossia il massacro avvenuto a Gwangju il 18 maggio 1980. A seguito di una rivolta popolare alla quale partecipavano operai, lavoratori e studenti, anche molto giovani, il dittatore Chun Doo-hwan, salito al potere nel dicembre del 1979 con un colpo di stato, diede ordine all’esercito di procedere a una violenta repressione che produsse un’escalation della rivolta, portando all’uccisione di migliaia di persone e all’incarcerazione di molte altre, spesso sottoposte a violenze fisiche e verbali.

Si tratta di una pagina nera della storia della Corea, e il primo merito di Han Kang è quello di aver fatto conoscere questa vicenda ben al di fuori dei confini del paese, portandola all’attenzione mondiale.

Il racconto della scrittrice si articola in sette parti, corrispondenti ad altrettanti capitoli, di cui – come anticipato – il primo è dedicato al giovane Dong-ho, un ragazzino che andando in cerca dell’amico Jeong-dae, si ritrova di fronte all’Ufficio provinciale dove si stanno accumulando i cadaveri delle persone uccise dall’esercito, controllate a vista da persone solidali con la rivolta affinché i parenti possano ritrovare i propri cari e l’esercito non possa avvicinarsi e trasferirli nelle fosse comuni.

Di fronte a questa vista, Dong-ho resta talmente colpito che decide di rimanere all’Ufficio provinciale a fare i turni di sorveglianza, anche quando arriva la notizia che l’esercito si sta avvicinando e che è male intenzionato.

Il cerchio si chiude nell’ultimo capitolo in cui la scrittrice stessa richiama i propri ricordi d’infanzia – aveva 8 anni all’epoca della strage – e spiega come e perché ha deciso di riportare alla luce questa vicenda e, nello specifico, perché si è concentrata sulla figura di Dong-ho, che è il fil rouge della narrazione anche negli altri cinque capitoli dedicati ad altri personaggi (l’amico di Dong-ho, la redattrice, il prigioniero, l’operaia, la madre del ragazzo).

Il racconto si dipana dal primo all’ultimo capitolo in ordine cronologico, però all’interno di ciascun racconto si va avanti e indietro nel tempo, attraverso i ricordi di quello che si è visto o che si è vissuto, e delle conseguenze successive di quell’esperienza.

La scrittura di Han Kang è un perfetto mix tra dimensione emotiva e ricostruzione razionale, uno strumento usato chirurgicamente come una lama affilata per descrivere un pezzo di storia, ma anche per far sentire sulla pelle del lettore sentimenti ed emozioni in maniera quasi fisica, grazie alla vividezza e al contempo alla evocatività di alcune immagini.

Non è stata per me una lettura facile, ma sono molto contenta di aver aggiunto questa lettura al mio bagaglio.

Voto: 3,5/5

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