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lunedì 26 maggio 2014

FUORI TEMA: Internazionali di tennis, Roma, Foro Italico, 14 maggio 2014

Ed eccomi qui. La mia prima volta agli Internazionali di tennis di Roma. In realtà, per dirla tutta, ci ero stata parecchi anni fa, ma solo a vedere delle esibizioni di vecchie glorie e dunque non avevo respirato per davvero l’atmosfera degli Internazionali.

Quest’anno, grazie all’insistenza e alla determinazione di V., finalmente mi decido a dedicare un’intera giornata a questo appuntamento. Abbiamo i biglietti per il mercoledì, un giorno centrale del torneo, in cui sicuramente riusciremo a vedere diverse partite. I nostri posti sono nella parte alta della tribuna Monte Mario del Centrale, esattamente sotto il tabellone (proprio dove in questa giornata caratterizzata dal vento andrà a tramontare il sole lasciandoci al freddo).

Il programma del centrale è ghiotto. Si comincia con l’incontro tra Andy Murray (vincitore a Wimbledon nel 2013) e lo spagnolo Marcel Granollers in uno stadio semivuoto, dove però non possono mancare Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli. La partita scorre via piuttosto tranquilla e, nonostante qualche ottima palla giocata dallo spagnolo, Murray porta a casa piuttosto rapidamente il passaggio del turno.
In attesa del secondo incontro ci affacciamo dall’alto del centrale sullo stadio Pietrangeli (quello con le statue intorno), dove prima gioca la Giorgi (purtroppo sconfitta) e poi la Errani (che invece porta a casa il risultato ed arriverà fino in finale).

Mi sento una bambina al parco giochi. Faccio decine e decine di foto e vorrei vedere tutto e comprare tutte le palline da tennis giganti che vedo in mano a un sacco di persone.

L’eccitazione di tutti cresce quando entra in campo Roger Federer che incontra il francese Jérémy Chardy (un ragazzone alto e secco). Vedere giocare Federer è uno spettacolo. La pulizia del suo rovescio a una mano, la forza del suo dritto, il modo in cui si muove sul campo, la potenza del suo servizio sono veramente un piacere per gli occhi. Nel primo set non c’è niente da fare per Chardy e sembra che la partita si concluderà rapidamente.

Nel secondo set però la situazione cambia. Federer diventa più falloso, mentre Chardy cresce e comincia a infilare una serie impressionante di buone giocate che gli offrono la vittoria nel secondo set. Il terzo e decisivo set si concluderà solo al tie break in cui ancora una volta Chardy si dimostra più lucido e forse più forte psicologicamente, costringendo Federer a una uscita forse troppo repentina dal torneo (del resto il tennista svizzero è appena diventato nuovamente papà di una coppia di gemelli e forse non ha ancora la concentrazione giusta).

La pausa la dedichiamo a mangiare i panini che ci siamo portate in attesa che entrino in campo Serena Williams e Andrea Petkovic. Il centrale si svuota nuovamente già presagendo come andrà a finire. Nonostante le buone qualità della Petkovic e i suoi sforzi, la Williams sembra appartenere a un altro pianeta e senza alcuna apparente fatica porta a casa rapidamente il risultato.

A fine partita si esibisce in un breve balletto e regala di tutto ai fans che le si avvicinano. Alla giornalista che la intervista risponde in italiano, dimostrando un grande amore per il nostro paese.

Usciamo già soddisfatte dal centrale, ma la nostra giornata di tennis non è ancora finita. Dopo un giro agli stand in cui faccio il pieno di portachiavi con la pallina da tennis, ci affacciamo ai campi secondari dove - facendoci largo tra la folla - riusciamo a seguire un po’ della partita che sta giocando la Ivanovic e buttiamo anche un occhio al doppio di Fognini e Bolelli.

Infine ci avviciniamo di nuovo al Pietrangeli dove sta per iniziare l’incontro tra Flavia Pennetta e la giovanissima svizzera Belinda Blencic. Giusto il tempo di qualche foto e poi decidiamo di andare perché le condizioni di visuale non sono le migliori per seguire l’incontro.

Ce ne andiamo grandemente soddisfatte e con l'idea di farne un appuntamento fisso annuale. E chissà magari nel frattempo potrei anche provare a riprendere in mano una racchetta, sebbene temo che i risultati possano non essere particolarmente soddisfacenti ;-)

giovedì 7 luglio 2011

FUORI TEMA: Un matrimonio alla pugliese

Lo sapete. Sono orgogliosamente pugliese.

Però, essendomi allontanata dalla Puglia dall'ormai lontano 1991, il mio sguardo nei confronti della mia terra oscilla tra il critico e il commosso, in un'altalena infinita tra il recupero delle tradizioni e il rifiuto di alcuni tratti propri della mentalità locale.

Ebbene, è proprio con questo sguardo che vi introdurrò a una vera e propria istituzione della cultura pugliese, il matrimonio. Una specie di "Guida all'uso di" che potrebbe tornarvi utile qualora doveste mai essere invitati a parteciparvi.

Andiamo per ordine. A differenza che nel resto dell'Italia, i matrimoni dalle mie parti non si celebrano quasi mai di domenica (perché la domenica è il giorno del Signore e va dedicato ai riti domenicali!), mentre è prassi fissare la data durante la settimana. Vige il concetto "né di Venere, né di Marte", ma ormai anche quello è superato perché i giorni della settimana quelli sono e bisogna pur sempre sfruttarli tutti...

Seconda differenza rilevante. Il matrimonio serale - pur cominciando a diffondersi come conseguenza delle turpi abitudini delle barbariche nuove generazioni - è un po' sacrilego rispetto alla tradizione e, comunque, non è guardato di buon occhio dal "parentame" che non ha alcun problema a impegnare un'intera giornata per il matrimonio, ma non ha intenzione di cenare tardi la sera e stare in piedi fino alle 3 di mattina.

E così, la celebrazione in chiesa (perché sposarsi in Comune è ancora più sacrilego che sposarsi di sera!) si tiene di solito verso le 11 di mattina, fatto salvo che la sposa può arrivare in un orario variabile tra le 11 e mezzogiorno.
In chiesa tutti composti, tirati a lucido, spalle coperte, commozione, sacerdote spesso amico, applauso quando i novelli sposi sono dichiarati marito e moglie.

All'uscita le porte della chiesa vengono letteralmente sbattute alle spalle degli sposi, per evitare che l'enorme quantità di riso lanciata sugli sposi invada la chiesa e si infili ovunque...


Sono le ore 13,30 circa. A questo punto tutti liberi. Gli sposi saranno impegnati per un tempo che può andare dall'una alle due ore (secondo quanto è puntiglioso il fotografo!) per il reportage fotografico. Un tempo si usavano romanticissime foto sugli scogli, con lo sfondo del mare. Ora siamo diventati tutti più radical-chic e quindi vai di centri storici, di intonaci bianchi e di chiese romaniche!

Intanto, gli invitati si spostano verso la sala ricevimenti con le macchine addobbate con le coccarde bianche per far sapere a tutti che stiamo andando a un matrimonio. Un tempo avremmo anche strombazzato per strada, ma oggi sarebbe troppo kitsch, o - come diremmo noi - da "cozzali".

Le sale ricevimenti sono un altro interessante capitolo del matrimonio alla pugliese, anche quelli oggetto di un'evoluzione nel tempo. Negli anni Settanta e Ottanta andavano le sale ricevimenti sul mare, con la terrazza per guardare l'orizzonte, perché la campagna faceva "povero". Oggi è il boom di masserie ristrutturate e agriturismi nel verde, più scenografiche e più adatte allo spirito del nostro tempo.

Sono le 15,30. Degli sposi di solito non si vede neppure l'ombra.
Per fortuna le sale si sono attrezzate con drink e tartine di intrattenimento... capaci di calmare i morsi della fame. Il suonatore di chitarra, pianoforte, flauto o quant'altro ci tiene compagnia con le sue melodie d'annata.

Ed eccoli: gli sposi! In tutto il loro splendore!
Trionfale ingresso nella sala degli antipasti. Qui gli invitati sono attesi da 4-5 tavolate a buffet, dove è possibile trovare qualunque ben di dio, nella migliore tradizione pugliese: dal pesce crudo, ai prodotti caseari (mozzarelle fatte al momento, burrate, scamorze, primo sale e pecorini), torte rustiche, affettati e specialità di norcineria, sushi, insalate di mare e di polipo, per finire con la zona della brace: dal polipo, alla salsiccia pugliese ai "torc'nidd" (una specie di involtini fatti con le interiora di agnello). C'è sicuramente di che mangiare per un esercito (e di solito gli invitati ai matrimonio sono un vero e proprio esercito, per quanto scomposto).

Vi risparmio la questione della composizione dei tavoli (di solito previsti per 8-9 persone), operazione che richiede una pianificazione attentissima da parte degli sposi e certamente li impegna un tempo esagerato. Salvo che alla fine ci sarà sempre qualcuno scontento...

Il buffet sazierebbe anche un bufalo inferocito dalla fame, ma noi - in Puglia - siamo solo all'inizio! Così, dopo uno spostamento nella sala da pranzo e ballo, e non prima della processione degli auguri agli sposi e alle famiglie, eccoci attaccare i primi, di solito due (quasi sempre rielaborazioni su piatti della tradizione), inframmezzati dal primo ballo degli sposi sulle note della canzone che si sono scelti per suggellare il loro amore.

Dopo la seconda pasta, il dj di mezza età e la cantante di pianobar partono col tormentone dei balli di gruppo. Tre quarti della sala partecipa, perché negli ultimi anni in Puglia giovani e meno giovani hanno avuto come principale attività del loro tempo libero la scuola di ballo. Comunque il tempo e lo spazio per un liscio e una Gloria Gaynor d'annata lo si troverà... Così come non potrà mancare il trenino sulle note di Disco Samba, il girotondo intorno agli sposi, gli sposi sollevati in alto perché si diano un bacio davanti a tutti (!).

Sono le 18,30. Siamo al secondo piatto (pesce o carne a seconda dei casi), seguito o accompagnato dal sorbetto... La maggior parte di noi non ha più posto nello stomaco neppure per un'oliva, però tocca preservare uno spazietto per... i dolci!!

E infatti eccoci tutti catapultati sul prato dove è allestito un altro fantasmagorico buffet, dove ci sono frutta (soprattutto esotica) e dolci di ogni forma, colore, gusto e dimensione. Non dovrebbe mancare neppure il banchetto del gelato e delle crepes espresse... :-)

Intanto si allestisce la torta nuziale. Seguono le foto di rito. Mentre le espressioni dei commensali e degli sposi si fanno sempre più provate!

Ancora musica, frizzi, lazzi. Sono arrivate le 22,30.

Il "parentame" - soddisfatto - comincia a sloggiare e così comincia la processione al tavolo della bomboniera e dei dolci. Saluti agli sposi, ritiro del pacco e dritti a letto. Ma gli amici no!!

Quelli si presuppone che stiano fino all'ultimo, a sorseggiare un rum e pera, a fumare un sigaro e a posare per le ultime foto. A questo punto anche gli sposi hanno perso l'aplomb iniziale e quasi sempre la sposa ha mollato le scarpe col tacco altissimo.

I più resistenti e temerari tra gli sposi possono addirittura concludere la serata in qualche locale insieme agli amici più stretti. Ma abbiamo ormai tutti una certa età e la tenuta si è ormai considerevolmente ridotta ;-)

Tutti a casa. A domani i commenti, le foto, le telefonate che terranno banco per qualche giorno fino a quando l'eco del matrimonio celebrato non sarà esaurito.

Tenetevi pronti, però: vi attende la visione del filmino e delle foto.
Non potete mancare!

giovedì 5 agosto 2010

FUORI TEMA: Il puzzle y yo

Sto facendo un puzzle.

Raffigura la Notte stellata di Van Gogh, il dipinto che in assoluto di più mi ha colpito nella mia visita newyorkese al MoMA.
Prima di partire per Bruxelles mi ero messa in testa che avrei comprato questo puzzle e che una volta finito l'avrei appeso alle pareti della mia nuova casa.
Ebbene. Ho dovuto rinunciare a questo progetto che non sapevo essere così ambizioso. Qui accanto vedete a che punto sono dopo tre mesi. Il nuovo obiettivo è diventato finirlo prima della partenza e riuscire a trasportarlo a casa senza smontarlo (con un accrocco che ho pagato più del puzzle!). Certamente, si sta rivelando il puzzle più difficile che io abbia mai affrontato (e ne ho fatti diversi!), ma anche il più intrigante.

Mi sorprende il mio rapporto con i puzzle. Apparentemente sono quanto di più antitetico a me possa esistere sulla faccia della terra. Certo, la sua riuscita dipende dall'impegno e dalla bravura, ma soprattutto dalla pazienza e dalla capacità di accettare le sue ineluttabili regole.
Pazienza? Parola assente dal mio personale vocabolario, dove invece la fanno da padrone impulsività, attivismo, movimento, accelerazione, costante proiezione sul futuro.

La dinamica relazionale che il puzzle mi costringe a intrattenere col tempo mi affascina.

Entrare nella logica del puzzle richiede una fase di attesa attiva, significa entrarci in sintonia, fare attenzione ai particolari, non stancarsi di provare e riprovare, dedicare del tempo ai "preliminari".
Anche uscire dal puzzle non si può realmente decidere in autonomia. Infatti, arriverà sempre, immancabilmente, un momento in cui per quanto ci si sforzi non si riuscirà a incastrare neppure una tessera. Inutile, dunque, fare nottata e insistere. Meglio aspettare un momento migliore.

La gioia che dà vedere l'immagine formarsi lentissimamente sotto i propri occhi è assolutamente unica, così come sfiorare con le mani aperte la superficie sempre più ampia che si va componendo è un piacere fisico di rara intensità; è invece quasi del tutto effimera (ma fantasticamente infantile!) la felicità che nasce dal collocare una tessera, subito superata dalla voglia di metterne un'altra. In fondo, anche la soddisfazione di completare un puzzle, per quanto grande, è destinata ad essere rapidamente rimpiazzata dal desiderio di una nuova sfida.

Il puzzle per me non è uno spazio bianco. Gli infiniti momenti passati a osservare sfumature, colori e forme non sono persi La sproporzione tra il lungo tempo passato sul puzzle e il numero irrisorio di tessere inserite non mi dà ansia. Anzi calma la necessità di riempire ogni vuoto e fa dimenticare le angosce. Costringe a vivere nel qui e ora, imparare ad accettare nuovi ritmi.

Insomma, da un certo punto di vista, ho la sensazione che non ci sia niente di più contraddittorio di un puzzle. E che proprio questa contraddittorietà me lo renda affine e soprattutto lo renda affine a quella che in parte è - e in parte vorrei fosse - la mia visione della vita.
Un mix di volontarismo e fatalismo. Lasciarsi andare al flusso dell'esistenza, senza resistenze o paure, ma anche attenti a cogliere quelle correnti che più sono in sintonia con il nostro spirito, a non farsi sfuggire - nell'aggrovigliarsi dei pensieri - quei momenti magici di perfetta armonia.

Capire che il piacere è nel mentre. Che una costante proiezione in avanti dà la spinta propulsiva, ma può svuotare il farsi delle cose.
Aspettare lasciandosi pervadere dall'intorno.
Consentire alle cose, alle persone, alle situazioni di comunicare con le nostre profondità senza forzare l'incastro delle tessere.

Sentire il proprio corpo. Attivare i propri sensi. Lasciare andare la propria mente ai suoi imprevedibili percorsi.
Ritrovare il contatto. Con se stessi, prima di tutto.

Ah... dimenticavo! Buone vacanze a tutti!

martedì 27 luglio 2010

FUORI TEMA: Il rit(m)o della salsa

Stasera non è proprio serata di puzzle (ma di questo vi parlerò più avanti!). Sarà perché sono un po' e tutto sommato inspiegabilmente su di giri. Sarà perchè sono un po' alticcia per il vino bevuto a cena e rido per ogni nonnulla...
Però mi sento incredibilmente creativa ed ho deciso di celebrare uno di questi (rari!) momenti con un post. In realtà, l'ispirazione me l'ha data stamattina una collega, V., che ringrazio, quando parlando della serata di salsa di domenica (cui non sono andata per eccesso di stanchezza, ma pare che io non mi sia persa granché) ha richiamato alla mia mente un universo di ricordi, di pensieri, di emozioni, che col ballo caraibico non c'entrano assolutamente nulla.

Le comuni origini pugliesi e il periodo estivo hanno fatto sì che la parola "salsa" evocasse alla nostra mente tutt'altro: ossia il rito della salsa, con i suoi ritmi e il suo folcklore assolutamente unici.

Per noi pugliesi la salsa è esclusivamente la salsa di pomodoro, quasi che non possa esistere altra salsa possibile (e non lo dite, per favore, qui in Belgio!). E "fare la salsa" si riferisce non a quel momento possibile ovunque in cui una mamma volenterosa decide di non comprare la passata pronta, ma di ottenerla dalla materia prima, il pomodoro; bensì a un rito indimenticabile di tutte le estati della mia infanzia, quando tra luglio e agosto tutte le famiglie del paese cominciavano ad organizzare la giornata (o le giornate!) della salsa.
Se ne cominciava a parlare giorni e giorni prima. Sì, perché di pomodori ce ne sono di varie qualità ed ognuno ha le sue teorie su quale sia il pomodoro migliore per "fare la salsa". E anche di piccoli produttori ce ne sono tanti in zona, e ovviamente bisogna scegliere allo stesso tempo il migliore e il più economico. Si andava nei paesi vicini a comprare da 1 a 2 quintali di pomodori.

Poi si era pronti per il grande evento. Per alcune famiglie il momento della salsa era un momento collettivo; l'allestimento veniva fatto nei cortili interni ed esterni e poteva prevedere anche la partecipazione di persone non appartenenti alla famiglia (nel qual caso le quantità di salsa prodotte a vantaggio di tutti i partecipanti erano a dir poco impressionanti!). In generale, però, fare la salsa era un'attività intorno alla quale la famiglia si riuniva e ognuno aveva il suo ruolo. Di solito era la mamma a dirigere i lavori (padrona della cucina e della casa nella nostra tradizione), il papà invece era costretto ai lavori di fatica: trasportare i fornelloni e i bidoni per la cottura, montare la macchinetta per macinare i pomodori e poi - in caso di macchinetta manuale e non elettrica (quella è venuta dopo!) - macinare appunto i pomodori, a volte aiutato dal figlio maschio in età almeno adolescenziale.

La figlia femmina più grande si occupava di lavare i contenitori della salsa (quelli che per noi sono i "boccacci"), di chiudere le bottiglie, di trasportarle nella dispensa man mano che erano pronte.

A me, la piccola di casa, toccava al massimo svuotare il secchio dove i residui del pomodoro macinato si accumulavano nel corso della giornata. A volte aiutavo la mamma a lavare i pomodori... Attività semplici e in cui non potevo fare danni. Avrei voluto sostituire il papà nell'uso della macchinetta e ogni tanto mi veniva consentito, salvo che dopo pochi minuti il mio braccino non ce la faceva più e cominciavo a far traboccare le bottiglie con conseguente arrabbiatura di tutti.

Qualche volta (quando ancora usavamo le bottiglie con i tappi a corona, e non le bottiglie con il collo largo del succo di frutta - grande rivoluzione nel rito della salsa) mi facevano chiudere le bottiglie con l'apposito attrezzo, ma anche lì ero abbastanza un disastro.

Prevalentemente scorazzavo in qua e in là, come se si trattasse di una festa, osservando le diatribe familiari causate non tanto dalla complessità dell'organizzazione del lavoro, ma dal fatto che la famiglia non era abituata a stare tutta insieme intorno a un tavolo per ottenere un risultato collettivo. Ogni tanto mi incantavo a guardare il meccanismo di quella misteriosa macchinetta, che non ho mai capito come faceva a separare la polpa del pomodoro da buccia e semi. Poi, senza farmi vedere (perché era assolutamente proibito), passavo vicino ai grandi bidoni pieni d'acqua e poggiati su enormi fornelli in cui la salsa nei barattoli era messa a cuocere e ad andare sottovuoto.

E tutto questo grandioso spettacolo durava almeno una giornata intera. Il giorno della salsa ci si alzava presto (io a dire la verità non mi alzavo mai prima delle nove, e trovavo già tutti indaffarati che mi dicevano di togliermi di mezzo) e si andava avanti tutto il giorno con queste operazioni ripetitive ma di grande soddisfazione. La sera poi restavano i grandi bidoni con tutti i "boccacci" dentro e ancora la fiamma accesa.

I giorni successivi si assaggiava la salsa nuova. E lì subito la mamma a dire che la scelta dei pomodori era stata ottima e che il metodo che avevano utilizzato (far bollire i "boccacci" con la passata e non i pomodori prima) era certamente il migliore - mica come altri che producevano quella salsa stracotta! - e che menomale che avevamo fatto la salsa nuova, visto che ultimamente era costretta a comprare i pomodori tutti i giorni, perché a lei la salsa vecchia di un anno non piace (nel tempo le idee cambiano, anche quelle delle mamme, che continuano a fare la salsa, ma solo una cinquantina di chili, ché, dopo, quando arriva la stagione dei pomodori è meglio farla fresca tutti i giorni la salsa!).

Certo, molte cose sono cambiate da allora. Sempre meno persone fanno la salsa (i miei ancora sì, ma la fanno in solitudine e più che macinare preferiscono "dare il bollo" ai pomodori interi nei "boccacci"); soprattutto sempre meno si tratta di un rito, e non scandisce più l'estate con il suo frenetico ritmo e con i suoi irresistibili profumi.

Del resto, non abitiamo più nella casa col grande terrazzo (dove ha vissuto per un po' anche il nostro cane trovatello e anche lui partecipe di tante sessioni di salsa), e anche se ci vivessimo la strada di casa non è più un vicolo cieco, e il nostro edificio non guarda più a una vigna (teatro di tante avventure dell'infanzia!). Tutto è cambiato. In meglio, in peggio, non so... Come dice Sabina Guzzanti in uno dei suoi recenti post in riferimento agli indiani, chissà "Se sanno che il tempo darà ragione a loro".

Insomma, un flusso infinito di ricordi. La mia Puglia. Quella terra che ho imparato ad amare profondamente e sinceramente solo dopo averla lasciata e averla a lungo, in parte, odiata. Forse è così che accade con le proprie origini.

Forse è per questo che mi affascina sentire parlare Vendola. Profeta postmoderno di una terra antica. Lo so, non esageriamo. Ma mi riferisco all'eloquio. Il resto non so.

Alla prossima puntata. Puglia arrivo.

Firmato
Una pugliese postmoderna.

giovedì 17 giugno 2010

FUORI TEMA: Il perché di tutto sommato

No, non è la recensione al libro di Quim Monzó che vedete qui accanto. A dire la verità è un libro che possiedo dai tempi dell'università; forse addirittura qualcuno me l'aveva prestato e non regalato (e mi sembra anche di ricordare chi), ma non l'ho mai restituito (!!!). E soprattutto, quel che è peggio, è che non l'ho mai letto!

Però il titolo mi è rimasto impresso e mi è tornato in mente quando, qualche giorno fa, qualcuno mi diceva che nelle mie recensioni c'è sempre una nota positiva, un occhio condiscendente su qualunque cosa io decida di trattare: libri, film, spettacoli teatrali.

Sì, in parte è vero. Ma forse devo ai miei lettori anche una spiegazione sulla "filosofia" che c'è dietro questo blog, che è poi il risultato della mia un po' bizzarra forma mentis. Diciamo che in qualche modo opero una selezione a monte, qualcuno potrebbe dire una censura (che certo non è proprio bello per una bibliotecaria). E forse proprio per questo devo spiegare perché e come.

In pratica, oltre alle cose che vedete qui recensite, ce ne sono altre che leggo, vedo e cui partecipo, ma che non incontrano il mio interesse, la mia attenzione. Film che non mi sono piaciuti, libri che non mi hanno detto nulla, viaggi che non mi hanno regalato vere e profonde emozioni, e così via. E su questi non ho nessuna voglia di scrivere un post: a dire la verità, non saprei proprio cosa dire, se non vuote parole già lette mille volte.

Lo so che i veri recensori si valutano dalle loro stroncature piuttosto che da tutto il resto, ma io posso parlare di una cosa che non mi è piaciuta solo se mi ha colpito per qualche motivo. E se mi ha colpito vuol dire che in qualche modo ci ho trovato qualcosa di significativo per me. E, dunque, in fondo mi è piaciuta!

Insomma, lo so, sono un po' contorta. Però era solo - in conclusione - per dire che in questo blog non troverete cose che mi sono scivolate addosso, che mi hanno lasciato totalmente indifferente e che, dunque, non ho voglia di portare né alla vostra né alla mia attenzione. Esattamente quello che mi capita con la fotografia. Ciò che ho intorno mi deve ispirare in qualche modo, per la sua bellezza, o la sua bruttezza, o l'emozione che mi comunica.
E quindi, se decido di parlare di qualcosa, dovrà pur esserci qualcosa di significativo per me, qualcosa per cui valga la pena spendere qualche minuto del mio tempo e utilizzare queste consunte parole.

Perché, "tutto sommato", niente è ideale, ma è fondamentale cercare un valore in ogni cosa che si fa. E poi, se proprio non lo si trova, in fondo basta far finta di niente. Proprio come faccio io (almeno nel blog!).

giovedì 26 marzo 2009

FUORI TEMA 2: Gatti e porte aperte, ovvero l’inquietudine della libertà

Non ho mai avuto un gatto, anzi ad essere proprio sincera non li ho mai molto amati… Mi sono sempre sembrati sfuggenti e opportunisti. E durante la mia infanzia mi è successo che un gatto cui avevo ceduto parte della mia agognata merenda mi ha graffiata sul volto quando la merenda è finita.
Ho avuto invece per un certo periodo un bel bastardino di cane, somigliante a un Labrador retriever, che mi ha sempre trasmesso un grande senso di fedeltà e affetto.
Negli ultimi anni però mi sono ritrovata a riflettere su una caratteristica dei gatti che a poco a poco ho riconosciuto sempre più come mia, e la mia prospettiva di interpretazione è cambiata.
I gatti sono animali che semplicemente concepiscono il rapporto con le persone cui sono legate e che amano in maniera meno dipendente e "servile" dei cani.
Non a caso un gatto ha bisogno di una porta o una finestra semiaperta che potenzialmente gli dia sempre la possibilità di uscire o allontanarsi, senza dipendere dal padrone.
Questa idea della porta socchiusa mi affascina, perché la sento molto mia: mi accorgo di quanto nella mia vita faccia la differenza la possibilità - anche solo teorica - di avere una via di fuga, un’alternativa, una possibilità ulteriore che non sia solo quella di stare a casa a fare le fusa.
La possibilità di andare dà valore alla scelta di stare.
Lo stare non è più un obbligo, un’imposizione, ma diventa una scelta che di volta in volta facciamo consapevolmente.
E anche uscire attraverso quella porta che rimane socchiusa non è doloroso perché contiene la possibilità di tornare, trovare una porta aperta e sentirsi ancora a casa.
Forse i gatti sono essere inquieti come me, desiderosi di fare esperienze del mondo, di incontrare, di conoscere ciò che li circonda, ma amano sapere che c’è sempre un angolo del sofà che gli appartiene e qualcuno per cui fare le fusa.
Comincio a capire quale possa essere il sogno di ogni gatto, e forse anche il mio: trovare nel proprio mondo abituale e nella propria quotidianità le risposte all'inquietudine, conoscere e fare esperienza dell’alterità in un viaggio tutto interiore il cui esito sia una conoscenza non superficiale di sé e del mondo.
Sentirsi liberi senza avere bisogno di muoversi, avere una porta aperta nel proprio cuore oltre che fuori di sé.
E così uscire non è più una fuga per necessità, ma un’opportunità che la vita ci offre a prescindere dalle situazioni materiali.
La libertà non dipende da chi ci sta intorno e dalle condizioni fisiche nelle quali viviamo, bensì è una condizione interiore che siamo in grado di imporre con la sua stessa forza al mondo circostante.
Essere liberi significa poter sempre scegliere e volerlo fare in sintonia con il proprio sentire.

giovedì 5 marzo 2009

FUORI TEMA: Il barista Gigi

È lui che mille volte di più dei libri di management e di biblioteconomia mi ha spiegato e dimostrato in pratica cosa vuol dire "prendersi cura del cliente" e fare della più semplice e ripetitiva delle operazioni quotidiane un momento speciale, un' "esperienza".
Gigi, infatti, conosce gli avventori più o meno abituali del bar ad uno ad uno, sa cosa prendono e come, ti sorride anche quando è l'ora di punta. Ogni caffè o cappuccino è speciale, perché, avendoti visto entrare, te lo prepara quando ancora sei alla cassa a pagare, ti ci mette il cacao se sa che ti piace, ti appoggia una bustina di zucchero vicino alla tazzina, non ti fa mai mancare un bicchiere d'acqua, anche se il collega se ne dimentica.
E quando non ti vede per un po', ti chiede se è tutto a posto, ti sorride e ti dice bentornato.
A Gigi perdoneresti qualunque cosa e se una volta per sbaglio il cappuccino te lo fa tiepido anziché bollente - come in realtà lo vorresti - non hai il coraggio di dirglielo e quel cappuccino tiepido finirà per piacerti più di qualunque cappuccino bollente della tua vita.

E questo perché, grazie a lui, ti senti a casa, coccolato e sempre importante, indipendentemente dal fatto che nel bar ci sia folla oppure nessuno.
Mi guardo intorno spesso quando vado da Gigi e penso che i clienti del bar lo considerino un amico, anche se ne conoscono a malapena il nome... Credo che le persone come lui siano speciali, in grado di rendere unico e straordinariamente importante anche il lavoro più umile, semplice e ripetitivo.
Nessuna tecnologia potrà sostituire Gigi. Tanto che quando è in ferie, il caffé resta ottimo e i cornetti sono sempre buonissimi, ma il bar si svuota perché non c'è più alcun motivo per andare lì piuttosto che da un'altra parte.
Sarà anche che il bar dove lavora Gigi ha il cornetto gianduja che mi piace tanto, ma visto che mi comporta una sosta sulla via del lavoro, che proprietari e commessi in generale non sono particolarmente simpatici e che il bar non è esteticamente gradevolissimo, devo ammettere che la presenza di questo barista, che esprime una speciale filosofia di vita e di lavoro, è il motivo per cui non rinuncerei a questa sosta mattutina per nessun motivo al mondo.