Giù nel cieco mondo / Jesmyn Ward; trad. di Valentina Daniele. Milano: Enne Enne Editore, 2023.
Le mie letture su mondi e culture lontane da me e dal tempo che vivo prosegue con il romanzo di Jesmyn Ward Giù nel cieco mondo, che racconta la storia di Annis, una giovane donna che insieme a sua madre è a servizio nella proprietà di un uomo bianco, qui chiamato sire, che – scopriremo presto – è anche suo padre.
Un giorno, la madre di Annis viene venduta come schiava e portata via, mentre la giovane si lega a Sufi, un’altra ragazza che lavora nella proprietà e con cui inizia una tenera relazione. Quando il padrone lo scopre, anche Annis e Sufi vengono vendute agli schiavisti e condotte a piedi verso New Orleans, il principale mercato degli schiavi in America. Sufi riesce a scappare, Annis invece arriva a New Orleans e dopo qualche settimana viene venduta a una donna che ha una grande piantagione di canna zucchero.
La saga di Annis è il racconto in prima persona di una giovane donna che subisce sul suo corpo tutti gli orrori che l’uomo bianco ha perpetrato contro i neri per secoli e di cui lo schiavismo in America è solo una delle manifestazioni.
Il racconto della Ward è crudo e realistico nei dettagli, ma anche poetico e fiabesco nella misura in cui Annis non si relaziona solo con gli altri esseri umani, bensì anche con gli elementi naturali, la terra, il vento, l’acqua, portatori degli spiriti protettori e capricciosi che fanno parte della tradizione culturale e spirituale da cui proviene. E proprio attraverso questi spiriti, Annis riesce anche a vedere nel passato, in particolare la storia di sua nonna Aza che è stata portata in America dall’Africa e che durante il lungo viaggio nella stiva portava già in grembo sua madre, nonché la storia di sua madre, prima che lei nascesse e dopo che ne ha perso le tracce.
Nonostante la componente magica e animista non sia perfettamente nelle mie corde – non a caso e proprio per questo motivo amo poco la letteratura sudamericana – devo dire che il libro di Jesmyn Ward è riuscito a conquistarmi, non solo e non tanto per la forza dei sentimenti che lo pervade, ma anche e soprattutto perché ci consente di ritrovarci nel corpo e nello sguardo di una schiava nera nell’America crudelmente schiavista della seconda metà dell’Ottocento.
È grazie alla letteratura, che ci permette di acquisire qualunque punto di vista, che comprendiamo l’enormità di quello che è stato fatto alla popolazione nera, una violenza che si è tramandata attraverso le generazioni e di fronte alla quale altri orrori della nostra storia recente sembrano quasi impallidire e che fa dubitare della possibilità di una riconciliazione.
Ogni volta, quando leggo questo tipo di storie, mi chiedo come possa succedere che esseri umani trattino altri esseri umani peggio degli animali, senza alcun riconoscimento della loro umanità, e veramente mi chiedo se il nostro “essere umani”, cioè dotati di un cervello che si è evoluto dalla pura istintività, sia stato un vero progresso, e fino a che punto.
Voto: 3,5/5
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martedì 13 ottobre 2026
domenica 4 ottobre 2026
La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero
La chiamata. Storia di una donna argentina / Leila Guerriero; trad. di Maria Nicola. Roma: Edizioni SUR, 2025.
La chiamata di Leila Guerriero ha vinto il Premio Strega europeo nel 2026, ma aveva attirato la mia attenzione ben prima e già mi attendeva sullo scaffale per la lettura.
La Guerriero è una giornalista e questo libro è il ritratto di Silvia Labayrú, una donna argentina che durante il periodo della dittatura fu sequestrata e tenuta per oltre due anni nei seminterrati dell'ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada) dove molti oppositori e dissidenti furono imprigionati e moltissimi trovarono la morte nei modi terribili venuti a galla nel tempo, come i voli della morte.
Silvia Labayrú è dunque una sopravvissuta, che dopo essere stata liberata ha subìto - come e più di altri sopravvissuti - l'ostracismo e lo stigma da parte dei suoi connazionali e non solo. Ma Silvia è anche tra i tanti sopravvissuti grazie alle cui testimonianze in tribunale molti militari sono stati condannati.
Il ritratto di Silvia Labayrú che ci viene proposto dalla Guerriero è il frutto delle tante interviste e chiacchierate che le due hanno condiviso tra il 2020 e il 2022, in piena pandemia, a cavallo tra la Spagna e l'Argentina. La Guerriero ha anche incontrato e intervistato molte delle persone che hanno condiviso periodi e momenti di vita con Silvia, prima, durante e dopo la sua incarcerazione all'ESMA.
La forza di questo libro però non sta tanto nella ricostruzione storica, quanto nel racconto di questa donna e delle sue complessità, facendone emergere il maggior numero di sfumature possibili e l'impossibilità di afferrarne pienamente la personalità e di sondarne i recessi.
Non c'è giudizio in questo libro, bensì disposizione all'ascolto, desiderio di capire, ma anche rispetto per l'insondabilità altrui.
Sicuramente ne viene fuori l'immagine di una donna dotata di una straordinaria vitalità e di una energia dirompente, che sono state probabilmente causa e soluzione delle vicende che hanno caratterizzato la sua esistenza. Però sembra alla fine chiaro - e anche pacifico - alla stessa Guerriero che Silvia Labayrú è inconoscibile pienamente, forse anche a sé stessa, e certamente agli altri, in conseguenza dell'enormità del vissuto, ma forse anche più semplicemente per effetto della nostra natura umana e per i doppi fondi di cui è fatta la nostra interiorità.
Per me è stato un modo per accostarmi a una vicenda di proporzioni enormi che conoscevo molto superficialmente e che mi piacerebbe approfondire (mentre leggevo il libro ho anche visto Ritorno a Buenos Aires, il film di Marco Bechis), ma soprattutto l'occasione di un incontro in cui non tutto può essere spiegato e capito, e va bene così.
Mi affascina moltissimo - o forse dovrei dire "mi scuote moltissimo emotivamente" - la condizione dei sopravvissuti a eventi di questa portata e quello che tale stato porta con sé sul piano psicologico ed emotivo. Mi pare qualcosa di inevitabile, di enorme, forse troppo grande per poterlo anche solo non dico comprenderlo o accoglierlo, ma anche solo riceverlo.
Ma sono quelle cose con cui è importante entrare in contatto e imparare a farsene attraversare anche senza pretendere di capire.
Voto: 4/5
La chiamata di Leila Guerriero ha vinto il Premio Strega europeo nel 2026, ma aveva attirato la mia attenzione ben prima e già mi attendeva sullo scaffale per la lettura.
La Guerriero è una giornalista e questo libro è il ritratto di Silvia Labayrú, una donna argentina che durante il periodo della dittatura fu sequestrata e tenuta per oltre due anni nei seminterrati dell'ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada) dove molti oppositori e dissidenti furono imprigionati e moltissimi trovarono la morte nei modi terribili venuti a galla nel tempo, come i voli della morte.
Silvia Labayrú è dunque una sopravvissuta, che dopo essere stata liberata ha subìto - come e più di altri sopravvissuti - l'ostracismo e lo stigma da parte dei suoi connazionali e non solo. Ma Silvia è anche tra i tanti sopravvissuti grazie alle cui testimonianze in tribunale molti militari sono stati condannati.
Il ritratto di Silvia Labayrú che ci viene proposto dalla Guerriero è il frutto delle tante interviste e chiacchierate che le due hanno condiviso tra il 2020 e il 2022, in piena pandemia, a cavallo tra la Spagna e l'Argentina. La Guerriero ha anche incontrato e intervistato molte delle persone che hanno condiviso periodi e momenti di vita con Silvia, prima, durante e dopo la sua incarcerazione all'ESMA.
La forza di questo libro però non sta tanto nella ricostruzione storica, quanto nel racconto di questa donna e delle sue complessità, facendone emergere il maggior numero di sfumature possibili e l'impossibilità di afferrarne pienamente la personalità e di sondarne i recessi.
Non c'è giudizio in questo libro, bensì disposizione all'ascolto, desiderio di capire, ma anche rispetto per l'insondabilità altrui.
Sicuramente ne viene fuori l'immagine di una donna dotata di una straordinaria vitalità e di una energia dirompente, che sono state probabilmente causa e soluzione delle vicende che hanno caratterizzato la sua esistenza. Però sembra alla fine chiaro - e anche pacifico - alla stessa Guerriero che Silvia Labayrú è inconoscibile pienamente, forse anche a sé stessa, e certamente agli altri, in conseguenza dell'enormità del vissuto, ma forse anche più semplicemente per effetto della nostra natura umana e per i doppi fondi di cui è fatta la nostra interiorità.
Per me è stato un modo per accostarmi a una vicenda di proporzioni enormi che conoscevo molto superficialmente e che mi piacerebbe approfondire (mentre leggevo il libro ho anche visto Ritorno a Buenos Aires, il film di Marco Bechis), ma soprattutto l'occasione di un incontro in cui non tutto può essere spiegato e capito, e va bene così.
Mi affascina moltissimo - o forse dovrei dire "mi scuote moltissimo emotivamente" - la condizione dei sopravvissuti a eventi di questa portata e quello che tale stato porta con sé sul piano psicologico ed emotivo. Mi pare qualcosa di inevitabile, di enorme, forse troppo grande per poterlo anche solo non dico comprenderlo o accoglierlo, ma anche solo riceverlo.
Ma sono quelle cose con cui è importante entrare in contatto e imparare a farsene attraversare anche senza pretendere di capire.
Voto: 4/5
mercoledì 23 settembre 2026
Aaron / Ben Gijsemans
Aaron / Ben Gijsemans; trad. dal nederlandese di Laura Pignatti. Roma: Coconino – Fandango, 2023.
Era tanto che non leggevo un graphic novel. Negli ultimi tempi ho incrociato talmente tanti bei romanzi che avevo lasciato un po' da parte il mondo dei fumetti, per il quale pure ho avuto in passato momenti di passione e che in molti casi sono stati un antidoto al temporaneo disamore per la lettura dei romanzi.
Riprendo contatto con i graphic novel con questo albo del fumettista belga Ben Gijsemans che ha come protagonista e titolo Aaron, un ragazzo ventenne timido e introverso.
Sul piano formale Gijsemans sceglie una struttura elegante e al contempo minimale, che come altri hanno fatto notare, ricorda in parte lo stile di Chris Ware. Le pagine sono organizzate sempre su 12 riquadri, in cui la transizione tra un'immagine e l'altra è lenta e basata su pochi dettagli, veicolando sentimenti sottili e non facilmente rappresentabili come la noia, il tormento interiore, il desiderio, il disgusto.
A inframmezzare questo racconto alcune pagine sono un metafumetto e rappresentano, con uno stile di disegno e colore vintage, estratti da vecchi fumetti di supereroi di cui Aaron ha un'ampia collezione e che legge per distrarsi dalle difficili sensazioni che si trova a vivere.
La vita di Aaron è apparentemente piuttosto normale: studia per gli esami universitari, esce con un amico, cena e guarda la tv con i genitori, incontra una ragazza.
Capiamo però fin da subito, grazie alla grande capacità di Gijsemans di esprimersi in maniera sottile, che Aaron ha un profondo tormento interiore, qualcosa che emerge a poco a poco mentre guarda dalla finestra un bambino giocare a calcio da solo o interagisce con il figlio della compagna di suo fratello.
Gijsemans accetta la sfida di raccontare l'indicibile e l'inaccettabile, e lo fa "costringendoci" all'empatia, senza puntare il dito, senza proporre soluzioni, senza nascondere l'irricevibilità.
Ma se la grandezza dell'essere umano sta nella capacità di mettersi nei panni dei suoi simili per capire e costruire insieme le regole sociali e morali che non sono necessariamente iscritte nel nostro DNA, l'albo di Gijsemans ci riesce perfettamente.
Resta una domanda aperta: come sarà il futuro di Aaron, come gestirà una condizione che non ha scelto, che fine farà? Domande che come società forse dovremmo porci, senza mettere la testa sotto la sabbia.
Voto: 3,5/5
Era tanto che non leggevo un graphic novel. Negli ultimi tempi ho incrociato talmente tanti bei romanzi che avevo lasciato un po' da parte il mondo dei fumetti, per il quale pure ho avuto in passato momenti di passione e che in molti casi sono stati un antidoto al temporaneo disamore per la lettura dei romanzi.
Riprendo contatto con i graphic novel con questo albo del fumettista belga Ben Gijsemans che ha come protagonista e titolo Aaron, un ragazzo ventenne timido e introverso.
Sul piano formale Gijsemans sceglie una struttura elegante e al contempo minimale, che come altri hanno fatto notare, ricorda in parte lo stile di Chris Ware. Le pagine sono organizzate sempre su 12 riquadri, in cui la transizione tra un'immagine e l'altra è lenta e basata su pochi dettagli, veicolando sentimenti sottili e non facilmente rappresentabili come la noia, il tormento interiore, il desiderio, il disgusto.
A inframmezzare questo racconto alcune pagine sono un metafumetto e rappresentano, con uno stile di disegno e colore vintage, estratti da vecchi fumetti di supereroi di cui Aaron ha un'ampia collezione e che legge per distrarsi dalle difficili sensazioni che si trova a vivere.
La vita di Aaron è apparentemente piuttosto normale: studia per gli esami universitari, esce con un amico, cena e guarda la tv con i genitori, incontra una ragazza.
Capiamo però fin da subito, grazie alla grande capacità di Gijsemans di esprimersi in maniera sottile, che Aaron ha un profondo tormento interiore, qualcosa che emerge a poco a poco mentre guarda dalla finestra un bambino giocare a calcio da solo o interagisce con il figlio della compagna di suo fratello.
Gijsemans accetta la sfida di raccontare l'indicibile e l'inaccettabile, e lo fa "costringendoci" all'empatia, senza puntare il dito, senza proporre soluzioni, senza nascondere l'irricevibilità.
Ma se la grandezza dell'essere umano sta nella capacità di mettersi nei panni dei suoi simili per capire e costruire insieme le regole sociali e morali che non sono necessariamente iscritte nel nostro DNA, l'albo di Gijsemans ci riesce perfettamente.
Resta una domanda aperta: come sarà il futuro di Aaron, come gestirà una condizione che non ha scelto, che fine farà? Domande che come società forse dovremmo porci, senza mettere la testa sotto la sabbia.
Voto: 3,5/5
lunedì 21 settembre 2026
Acqua sporca / Nadeesha Uyangoda
Acqua sporca / Nadeesha Uyangoda. Torino: Einaudi, 2025.
Della sestina dei libri candidati quest’anno al Premio Strega decido per il momento di leggere solo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, perché è un libro che in qualche modo prosegue il mio trend di letture che riguardano storie provenienti da paesi più o meno lontani e che gettano luce su altre culture.
Nadeesha Uyangoda è nata in Sri Lanka, ma vive in Italia da moltissimi anni, e dunque parla e scrive (tra l’altro benissimo) in italiano.
Leggo che ha già pubblicato altri libri e che cura la bellissima rubrica “Il libro” di Internazionale, ma io ci vengo a contatto solo adesso.
In Acqua sporca la Uyangoda racconta la storia di diverse donne, principalmente tre sorelle, Neela (che si è trasferita in Italia per lavorare), Himali e Pavitra che sono rimaste in Sri Lanka, ma anche le loro figlie, in particolare Ayesha, la figlia di Neela, che vive anche lei in Italia e che ha un rapporto molto contraddittorio e stratificato sia con l’Italia sia con il suo paese di origine.
Il libro della Uyangoda ha tanto al suo interno: la condizione di chi ha lasciato il suo paese per necessità e che in qualche modo continua a guardare a quello come suo approdo, nonostante il tempo passato congeli nella sua mente il mondo di origine che invece nel frattempo è cambiato, la condizione di chi è rimasto lì e guarda con invidia e a volte non comprende la condizione di chi è partito, la condizione delle seconde generazioni che vivono un senso di straniamento e di mancanza di radicamento.
In questo mix già parecchio aggrovigliato si inseriscono tradizioni, culture, contesti sociali molto differenti, non sempre facili da comprendere o da far convivere.
Il romanzo della Uyangoda è interessante e ben scritto; devo però dire che non è riuscito mai davvero a conquistarmi, non mi è mai entrato sotto pelle. Non so bene se perché troppa è la carne al fuoco, oppure perché ho fatto fatica a capire le parti riferite alla cultura cingalese, che forse avrebbero richiesto almeno un glossario finale per contestualizzare alcuni elementi citati.
Ma magari è stato anche il momento in cui l’ho letto. Mi piacerebbe sentire qualcun altro che invece lo ha apprezzato più di me.
Voto: 3/5
Della sestina dei libri candidati quest’anno al Premio Strega decido per il momento di leggere solo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, perché è un libro che in qualche modo prosegue il mio trend di letture che riguardano storie provenienti da paesi più o meno lontani e che gettano luce su altre culture.
Nadeesha Uyangoda è nata in Sri Lanka, ma vive in Italia da moltissimi anni, e dunque parla e scrive (tra l’altro benissimo) in italiano.
Leggo che ha già pubblicato altri libri e che cura la bellissima rubrica “Il libro” di Internazionale, ma io ci vengo a contatto solo adesso.
In Acqua sporca la Uyangoda racconta la storia di diverse donne, principalmente tre sorelle, Neela (che si è trasferita in Italia per lavorare), Himali e Pavitra che sono rimaste in Sri Lanka, ma anche le loro figlie, in particolare Ayesha, la figlia di Neela, che vive anche lei in Italia e che ha un rapporto molto contraddittorio e stratificato sia con l’Italia sia con il suo paese di origine.
Il libro della Uyangoda ha tanto al suo interno: la condizione di chi ha lasciato il suo paese per necessità e che in qualche modo continua a guardare a quello come suo approdo, nonostante il tempo passato congeli nella sua mente il mondo di origine che invece nel frattempo è cambiato, la condizione di chi è rimasto lì e guarda con invidia e a volte non comprende la condizione di chi è partito, la condizione delle seconde generazioni che vivono un senso di straniamento e di mancanza di radicamento.
In questo mix già parecchio aggrovigliato si inseriscono tradizioni, culture, contesti sociali molto differenti, non sempre facili da comprendere o da far convivere.
Il romanzo della Uyangoda è interessante e ben scritto; devo però dire che non è riuscito mai davvero a conquistarmi, non mi è mai entrato sotto pelle. Non so bene se perché troppa è la carne al fuoco, oppure perché ho fatto fatica a capire le parti riferite alla cultura cingalese, che forse avrebbero richiesto almeno un glossario finale per contestualizzare alcuni elementi citati.
Ma magari è stato anche il momento in cui l’ho letto. Mi piacerebbe sentire qualcun altro che invece lo ha apprezzato più di me.
Voto: 3/5
domenica 13 settembre 2026
Kolchoz / Emmanuel Carrère
Kolchoz / Emmanuel Carrère; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2026.
La scrittura di Carrère mi piace molto e i libri che ho letto fin qui mi hanno sempre conquistata in tanti modi diversi, che si possono ricondurre alla capacità dello scrittore francese di farmi “sentire” dall’interno i personaggi e le situazioni.
Quando ho sentito parlare bene da diverse persone, amiche e meno amiche, del suo ultimo libro, Kolchoz, non ho esitato a comprarlo, anche se avevo qualche timore legato al fatto che si tratta di un romanzo che racconta la storia della sua famiglia, in particolare di sua madre, e quando Carrère si muove su territori più vicini a sé stesso può diventare autoreferenziale e insopportabile.
Invece, devo ammettere che fin dalle prime pagine, quelle che raccontano il funerale di sua madre e il discorso a lei dedicato da Emmanuel Macron, pagine che circolarmente si ricollegano alle ultime del libro, quelle relative ai suoi ultimi giorni di vita, modi e contenuti del racconto mi hanno catturato.
Di Hélène Carrère d’Encausse vengono raccontate le origini, ossia la sua appartenenza da parte di padre alla famiglia georgiana degli Zourabichvili e da parte di madre a una famiglia russo-tedesca travolta dalla Rivoluzione, e l’infanzia in un contesto familiare cosmopolita e multilingue, ma segnato dalla perdita di una patria. Del padre Georges e della macchia che pesa sulla sua esistenza Carrère ha parlato in un libro precedente, Un romanzo russo - che a questo punto voglio leggere -, che è stato la causa del suo allontanamento dalla madre per ben due anni; del resto, la vicenda del padre di Hélène, probabilmente collaborazionista e forse fucilato dalla Resistenza, il cui corpo non è mai stato ritrovato, è stata un fardello pesante per Hélène che ha passato tutta la vita a riscattare queste origini, conquistandosi a pieno diritto la cittadinanza francese fino a diventare segretaria permanente dell’Académie française.
Al contempo Hélène ha coltivato per tutta la vita il suo legame con la Russia, nei confronti della quale non ha mai voluto mettere in discussione la sua profonda ammirazione, anche quando gli eventi recenti, in particolare la guerra in Ucraina, hanno reso la Russia indifendibile.
Poiché questo legame e questa fascinazione per la Russia sono stati centrali anche nell’esistenza e nella scrittura di Emmanuel, raccontare la storia di sua madre è stato per lo scrittore un modo per esplorare le pieghe della storia, anche grazie al lavoro di raccolta di fonti e documenti fatto, per tutta la vita, dal padre Louis.
Carrère in un certo senso recupera e riscatta la figura paterna, che è stata in qualche modo offuscata o comunque è vissuta in parte all’ombra della figura esuberante e volitiva della moglie.
Il ritratto di Hélène che ne viene fuori è – come tutti i ritratti ben realizzati – complesso, sfaccettato e contraddittorio, ricco di mille sfumature in cui si intrecciano la dimensione pubblica della donna, stimata e amata, e quella privata, in cui il figlio riconosce un prima e un dopo: l’evento che fa da discrimine tra queste due fasi è l’innamoramento della donna per un altro uomo e la scelta non certo pacifica di non divorziare da suo marito, ma di fatto di escluderlo dal territorio dei suoi sentimenti. In questo prima e dopo, i figli – tre, Emmanuel, Nathalie e Marina – pur amati sempre tantissimo, hanno inevitabilmente percepito la rottura dell’armonia familiare.
Altro personaggio chiave di questo affresco è la figura di Nicholas, fratello di Hélène: i due, che pure erano stati molto legati durante l’infanzia, nel tempo si sono progressivamente allontanati, a partire in particolare dal momento in cui la sorella maggiore ha fatto le veci della madre per il fratello. Nicholas è stato invece per Emmanuel non solo uno zio, ma anche un amico e una fonte di ispirazione, e anche alla sua memoria lo scrittore ha attinto per costruire questo racconto in maniera ancora più articolata.
Il libro è una miniera di storie, informazioni, divagazioni, aneddoti (alcuni davvero incredibili, come incredibile è stata la vita di Hélène e di altri protagonisti di questa storia), che solo uno scrittore come Carrère può tenere insieme e far dialogare con una ricchezza e una complessità di sentimenti che conferiscono non solo a Hélène, ma anche a tutte le persone raccontate, una profondissima umanità.
E nonostante si tratti di una storia familiare, Carrère riesce in questo libro a non invadere eccessivamente il campo, come a volte tende a fare – succede solo a tratti, e sono le parti meno memorabili -, bensì rimane sulla soglia, figlio e spettatore, non certo indifferente, ma profondamente partecipe, con tutte le contraddizioni di un rapporto madre-figlio fatto di un amore enorme, ma anche di differenze e sofferenze.
È bello che il titolo del libro, Kolchoz, venga proprio da una abitudine familiare: quando il padre era via per lavoro, i tre figli andavano a dormire nella stanza della madre e “facevano kolchoz” intorno a lei, esattamente come hanno fatto quando le sono stati vicini negli ultimi momenti della sua vita.
Un libro dal respiro intimo che riesce però anche a parlare di vicende storiche importanti del passato e ne trae elementi di riflessione sulle vicende del presente.
Per me una lettura davvero straordinaria.
Voto: 4/5
La scrittura di Carrère mi piace molto e i libri che ho letto fin qui mi hanno sempre conquistata in tanti modi diversi, che si possono ricondurre alla capacità dello scrittore francese di farmi “sentire” dall’interno i personaggi e le situazioni.
Quando ho sentito parlare bene da diverse persone, amiche e meno amiche, del suo ultimo libro, Kolchoz, non ho esitato a comprarlo, anche se avevo qualche timore legato al fatto che si tratta di un romanzo che racconta la storia della sua famiglia, in particolare di sua madre, e quando Carrère si muove su territori più vicini a sé stesso può diventare autoreferenziale e insopportabile.
Invece, devo ammettere che fin dalle prime pagine, quelle che raccontano il funerale di sua madre e il discorso a lei dedicato da Emmanuel Macron, pagine che circolarmente si ricollegano alle ultime del libro, quelle relative ai suoi ultimi giorni di vita, modi e contenuti del racconto mi hanno catturato.
Di Hélène Carrère d’Encausse vengono raccontate le origini, ossia la sua appartenenza da parte di padre alla famiglia georgiana degli Zourabichvili e da parte di madre a una famiglia russo-tedesca travolta dalla Rivoluzione, e l’infanzia in un contesto familiare cosmopolita e multilingue, ma segnato dalla perdita di una patria. Del padre Georges e della macchia che pesa sulla sua esistenza Carrère ha parlato in un libro precedente, Un romanzo russo - che a questo punto voglio leggere -, che è stato la causa del suo allontanamento dalla madre per ben due anni; del resto, la vicenda del padre di Hélène, probabilmente collaborazionista e forse fucilato dalla Resistenza, il cui corpo non è mai stato ritrovato, è stata un fardello pesante per Hélène che ha passato tutta la vita a riscattare queste origini, conquistandosi a pieno diritto la cittadinanza francese fino a diventare segretaria permanente dell’Académie française.
Al contempo Hélène ha coltivato per tutta la vita il suo legame con la Russia, nei confronti della quale non ha mai voluto mettere in discussione la sua profonda ammirazione, anche quando gli eventi recenti, in particolare la guerra in Ucraina, hanno reso la Russia indifendibile.
Poiché questo legame e questa fascinazione per la Russia sono stati centrali anche nell’esistenza e nella scrittura di Emmanuel, raccontare la storia di sua madre è stato per lo scrittore un modo per esplorare le pieghe della storia, anche grazie al lavoro di raccolta di fonti e documenti fatto, per tutta la vita, dal padre Louis.
Carrère in un certo senso recupera e riscatta la figura paterna, che è stata in qualche modo offuscata o comunque è vissuta in parte all’ombra della figura esuberante e volitiva della moglie.
Il ritratto di Hélène che ne viene fuori è – come tutti i ritratti ben realizzati – complesso, sfaccettato e contraddittorio, ricco di mille sfumature in cui si intrecciano la dimensione pubblica della donna, stimata e amata, e quella privata, in cui il figlio riconosce un prima e un dopo: l’evento che fa da discrimine tra queste due fasi è l’innamoramento della donna per un altro uomo e la scelta non certo pacifica di non divorziare da suo marito, ma di fatto di escluderlo dal territorio dei suoi sentimenti. In questo prima e dopo, i figli – tre, Emmanuel, Nathalie e Marina – pur amati sempre tantissimo, hanno inevitabilmente percepito la rottura dell’armonia familiare.
Altro personaggio chiave di questo affresco è la figura di Nicholas, fratello di Hélène: i due, che pure erano stati molto legati durante l’infanzia, nel tempo si sono progressivamente allontanati, a partire in particolare dal momento in cui la sorella maggiore ha fatto le veci della madre per il fratello. Nicholas è stato invece per Emmanuel non solo uno zio, ma anche un amico e una fonte di ispirazione, e anche alla sua memoria lo scrittore ha attinto per costruire questo racconto in maniera ancora più articolata.
Il libro è una miniera di storie, informazioni, divagazioni, aneddoti (alcuni davvero incredibili, come incredibile è stata la vita di Hélène e di altri protagonisti di questa storia), che solo uno scrittore come Carrère può tenere insieme e far dialogare con una ricchezza e una complessità di sentimenti che conferiscono non solo a Hélène, ma anche a tutte le persone raccontate, una profondissima umanità.
E nonostante si tratti di una storia familiare, Carrère riesce in questo libro a non invadere eccessivamente il campo, come a volte tende a fare – succede solo a tratti, e sono le parti meno memorabili -, bensì rimane sulla soglia, figlio e spettatore, non certo indifferente, ma profondamente partecipe, con tutte le contraddizioni di un rapporto madre-figlio fatto di un amore enorme, ma anche di differenze e sofferenze.
È bello che il titolo del libro, Kolchoz, venga proprio da una abitudine familiare: quando il padre era via per lavoro, i tre figli andavano a dormire nella stanza della madre e “facevano kolchoz” intorno a lei, esattamente come hanno fatto quando le sono stati vicini negli ultimi momenti della sua vita.
Un libro dal respiro intimo che riesce però anche a parlare di vicende storiche importanti del passato e ne trae elementi di riflessione sulle vicende del presente.
Per me una lettura davvero straordinaria.
Voto: 4/5
venerdì 11 settembre 2026
La fertilità del male / Amara Lakhous
La fertilità del male / Amara Lakhous; trad. dall'arabo di Francesco Leggio. Roma: Edizioni e/o, 2026.
Amara Lakhous è uno scrittore algerino molto noto in Italia perché ha vissuto molto a lungo nel nostro paese e ha scritto diversi romanzi in italiano, tra cui il più noto è Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
Da un po' di anni Lakhous vive negli Stati Uniti dove insegna in università. È ora tornato al romanzo con La fertilità del male che però è stato scritto in arabo, perché - come lui stesso ha spiegato - non sarebbe stato possibile scrivere in italiano una storia cosi legata alla sua patria di origine.
La fertilità del male è concepito come un giallo, o meglio come un poliziesco, visto che tutto comincia con la scoperta dell'assassinio di Miloud Sabri, ex combattente del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria, e con l'avvio delle indagini da parte di Karim Soltani, comandante dell'unità antiterrorismo, chiamato perché l'omicidio ha tutte le caratteristiche della vendetta verso un traditore, secondo le modalità sperimentate in Algeria durante il decennio nero.
La narrazione procede alternando l'asse temporale del presente, quello nel quale si svolge l'indagine di Soltani e dei suoi collaboratori, e diversi momenti chiave del passato che un tassello alla volta aiutano a ricostruire le radici e le motivazioni dell'omicidio di Sabri, attraversando la storia dell'Algeria dagli anni della guerra di indipendenza algerina (1954-1962), fino ad arrivare alla fine degli anni Novanta, passando attraverso colpi di stato, proteste popolari, emergere degli islamisti e terrorismo.
La prosa di Lakhous è piana e in qualche modo leggera, e sembra di stare leggendo un classico giallo da spiaggia. In realtà, dietro questa indagine si dipana la storia di un paese che, dopo essersi liberato del giogo dei colonizzatori francesi, si è avviluppato in una dinamica interna ben poco democratica, istituzionalizzando il metodo della violenza e del terrorismo come strumento di cambiamento e trasformando parte degli eroi nazionali della guerra di indipendenza nei nuovi colonizzatori del paese.
Ancora una volta per me è l'occasione di conoscere meglio un paese di cui so oggettivamente molto poco e di cui leggiamo solo in relazione agli eventi che più sono collegati al nostro mondo, mentre finisce per sfuggirci completamente nelle dinamiche interne che sono venute dopo che gli europei, in questo caso i francesi, si sono ritirati.
E fa male leggere ancora una volta la storia di una lotta di popolo - fatta con tutti i mezzi, alcuni anche discutibili, ma chissà se evitabili - che è stata vittoriosa e ha ridato libertà a un paese, ma che poi si è involuta in forme antidemocratiche e repressive.
Cos'è che rende gli esseri umani incapaci di perseguire davvero degli ideali fino in fondo?
Voto: 3,5/5
Amara Lakhous è uno scrittore algerino molto noto in Italia perché ha vissuto molto a lungo nel nostro paese e ha scritto diversi romanzi in italiano, tra cui il più noto è Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
Da un po' di anni Lakhous vive negli Stati Uniti dove insegna in università. È ora tornato al romanzo con La fertilità del male che però è stato scritto in arabo, perché - come lui stesso ha spiegato - non sarebbe stato possibile scrivere in italiano una storia cosi legata alla sua patria di origine.
La fertilità del male è concepito come un giallo, o meglio come un poliziesco, visto che tutto comincia con la scoperta dell'assassinio di Miloud Sabri, ex combattente del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria, e con l'avvio delle indagini da parte di Karim Soltani, comandante dell'unità antiterrorismo, chiamato perché l'omicidio ha tutte le caratteristiche della vendetta verso un traditore, secondo le modalità sperimentate in Algeria durante il decennio nero.
La narrazione procede alternando l'asse temporale del presente, quello nel quale si svolge l'indagine di Soltani e dei suoi collaboratori, e diversi momenti chiave del passato che un tassello alla volta aiutano a ricostruire le radici e le motivazioni dell'omicidio di Sabri, attraversando la storia dell'Algeria dagli anni della guerra di indipendenza algerina (1954-1962), fino ad arrivare alla fine degli anni Novanta, passando attraverso colpi di stato, proteste popolari, emergere degli islamisti e terrorismo.
La prosa di Lakhous è piana e in qualche modo leggera, e sembra di stare leggendo un classico giallo da spiaggia. In realtà, dietro questa indagine si dipana la storia di un paese che, dopo essersi liberato del giogo dei colonizzatori francesi, si è avviluppato in una dinamica interna ben poco democratica, istituzionalizzando il metodo della violenza e del terrorismo come strumento di cambiamento e trasformando parte degli eroi nazionali della guerra di indipendenza nei nuovi colonizzatori del paese.
Ancora una volta per me è l'occasione di conoscere meglio un paese di cui so oggettivamente molto poco e di cui leggiamo solo in relazione agli eventi che più sono collegati al nostro mondo, mentre finisce per sfuggirci completamente nelle dinamiche interne che sono venute dopo che gli europei, in questo caso i francesi, si sono ritirati.
E fa male leggere ancora una volta la storia di una lotta di popolo - fatta con tutti i mezzi, alcuni anche discutibili, ma chissà se evitabili - che è stata vittoriosa e ha ridato libertà a un paese, ma che poi si è involuta in forme antidemocratiche e repressive.
Cos'è che rende gli esseri umani incapaci di perseguire davvero degli ideali fino in fondo?
Voto: 3,5/5
lunedì 7 settembre 2026
L’autobus incantato / Majid Bita
L’autobus incantato / Majid Bita. Bologna: Canicola, 2025.
Dopo averne letto in una lista di libri consigliati sul Post, ho comprato questo graphic novel incuriosita dalla vicenda raccontata. Nel frattempo – e aggiungo anche purtroppo – l’ambientazione iraniana è diventata particolarmente d’attualità, vista la guerra in corso ormai già da diversi mesi e con prospettive non certo rassicuranti.
L’albo di Majid Bita ci riporta alla fine degli anni Novanta, a un episodio di cronaca realmente avvenuto in Iran. Un gruppo di intellettuali iraniani, molti dei quali si erano fatti promotori e avevano firmato un manifesto per la libertà di espressione, viene invitato a un convegno in Armenia e decide di partire in autobus; partiranno in ventuno e il viaggio attraverso le montagne si trasformerà ben presto in un incubo, quando scopriranno che il loro autista è stato in realtà assoldato dai guardiani della rivoluzione per ucciderli tutti, facendo cadere l’autobus in un dirupo e facendo passare l’evento come un incidente.
Le cose andranno diversamente, ma l’evento sarà comunque uno spartiacque nella vita di queste 21 persone: diversi di loro moriranno in circostanze oscure negli anni a venire, qualcuno si suiciderà, molti scapperanno all’estero per sfuggire alle persecuzioni e alla paura di morire.
Il disegno sporco di Majid Bita e il prevalere dei neri e degli scuri che riempiono le pagine trasmettono un’atmosfera di sospetto e una sensazione di angoscia strisciante, anche quando la narrazione si muove su binari apparentemente tranquilli.
Bita, con grandissima maestria, riesce a raccontare il clima in cui si vive quotidianamente in Iran, un clima fatto di paura e di paranoia, dal momento che non si sa mai dietro chi o cosa si possano nascondere gli emissari del potere, cosicché spontaneità e immediatezza sono inevitabilmente compromesse se non perdute completamente, con effetti devastanti sulle persone, soprattutto lì dove si vanno ad innestare su fragilità individuali.
Personalmente ho trovato un po’ faticoso avere chiari i personaggi, un po’ per una caratterizzazione dei singoli che la mia scarsa capacità di osservazione mi rendeva poco evidente, un po’ per nomi per me non facilissimi da memorizzare. Nonostante questo, non sono riuscita a staccarmi dall’albo fino a quando nelle ultime pagine tutti i protagonisti di questa vicenda vengono presentati singolarmente, con un ritratto disegnato e una breve nota biografica, che mette in fila alcuni degli elementi narrativi emersi nelle pagine precedenti grazie ai flashforward con cui Bita interrompe la narrazione lineare.
Una lettura molto interessante per scoprire un episodio poco noto, e forse piccolo, della storia iraniana che aiuta però a comprendere meglio l’atmosfera di questo paese e le vicende di tanti intellettuali iraniani che conosciamo meglio.
Voto: 3,5/5
Dopo averne letto in una lista di libri consigliati sul Post, ho comprato questo graphic novel incuriosita dalla vicenda raccontata. Nel frattempo – e aggiungo anche purtroppo – l’ambientazione iraniana è diventata particolarmente d’attualità, vista la guerra in corso ormai già da diversi mesi e con prospettive non certo rassicuranti.
L’albo di Majid Bita ci riporta alla fine degli anni Novanta, a un episodio di cronaca realmente avvenuto in Iran. Un gruppo di intellettuali iraniani, molti dei quali si erano fatti promotori e avevano firmato un manifesto per la libertà di espressione, viene invitato a un convegno in Armenia e decide di partire in autobus; partiranno in ventuno e il viaggio attraverso le montagne si trasformerà ben presto in un incubo, quando scopriranno che il loro autista è stato in realtà assoldato dai guardiani della rivoluzione per ucciderli tutti, facendo cadere l’autobus in un dirupo e facendo passare l’evento come un incidente.
Le cose andranno diversamente, ma l’evento sarà comunque uno spartiacque nella vita di queste 21 persone: diversi di loro moriranno in circostanze oscure negli anni a venire, qualcuno si suiciderà, molti scapperanno all’estero per sfuggire alle persecuzioni e alla paura di morire.
Il disegno sporco di Majid Bita e il prevalere dei neri e degli scuri che riempiono le pagine trasmettono un’atmosfera di sospetto e una sensazione di angoscia strisciante, anche quando la narrazione si muove su binari apparentemente tranquilli.
Bita, con grandissima maestria, riesce a raccontare il clima in cui si vive quotidianamente in Iran, un clima fatto di paura e di paranoia, dal momento che non si sa mai dietro chi o cosa si possano nascondere gli emissari del potere, cosicché spontaneità e immediatezza sono inevitabilmente compromesse se non perdute completamente, con effetti devastanti sulle persone, soprattutto lì dove si vanno ad innestare su fragilità individuali.
Personalmente ho trovato un po’ faticoso avere chiari i personaggi, un po’ per una caratterizzazione dei singoli che la mia scarsa capacità di osservazione mi rendeva poco evidente, un po’ per nomi per me non facilissimi da memorizzare. Nonostante questo, non sono riuscita a staccarmi dall’albo fino a quando nelle ultime pagine tutti i protagonisti di questa vicenda vengono presentati singolarmente, con un ritratto disegnato e una breve nota biografica, che mette in fila alcuni degli elementi narrativi emersi nelle pagine precedenti grazie ai flashforward con cui Bita interrompe la narrazione lineare.
Una lettura molto interessante per scoprire un episodio poco noto, e forse piccolo, della storia iraniana che aiuta però a comprendere meglio l’atmosfera di questo paese e le vicende di tanti intellettuali iraniani che conosciamo meglio.
Voto: 3,5/5
giovedì 3 settembre 2026
I Nascosti / Valentina Tamborra
I Nascosti / Valentina Tamborra; con un testo di William T. Vollmann. Roma: minimum fax, 2023.
Sono da sempre affascinata e attirata dai paesi e dalle popolazioni del nord del mondo, e spesso mi sono accorta o mi è stato fatto notare che il mio approccio alla vita su molte cose è molto nordico e ben poco coerente con le mie origini meridionali.
Oltre dunque a considerare tali paesi tra le mete per me più desiderabili per le vacanze, mi piace leggere, ascoltare, vedere storie che provengono da questi paesi, sia che si tratti di storie vere sia che si tratti di fiction.
Nel caso de I Nascosti di Valentina Tamborra, il libro - che mi è stato regalato ma la cui autrice non mi era del tutto ignota in quanto era stata ospite di Eugenio Cau in una puntata del podcast Globo del Post - all'interesse per il luogo (il Finnmark, nel nord della Norvegia) e la popolazione indigena che la abita (i Sami) si somma la mia passione per la fotografia.
Quello della Tamborra è infatti prima di tutto un libro fotografico, che nasce in un arco di tempo di qualche anno durante i quali la fotografa è tornata più volte nella regione.
Ma le fotografie, tutte molto belle anche sul piano squisitamente fotografico, sono anche e soprattutto spunti per raccontare la storia di questo popolo nomade e delle angherie che ha dovuto subire nel tempo, la dignità e la determinazione con cui i Sami hanno perseguito l'obiettivo di mantenere la propria cultura e la propria identità, le minacce recenti al loro stile di vita che arrivano dal cambiamento climatico.
Dentro la storia di questo popolo ci sono poi tante storie singole, quelle di persone di cui Valentina Tamborra è riuscita a vincere la diffidenza e a conquistare la fiducia.
Attraverso questo libro e le sue bellissime immagini conosciamo molto dei Sami, non in maniera sistematica come potremmo fare attraverso un libro accademico, bensì in maniera evenemenziale, ma non meno ricca di senso e in fondo precisa nei contenuti.
Io ho imparato tanto, in aggiunta a quello che già conoscevo da altre fonti, ma I Nascosti mi ha regalato un approccio inedito e per me molto potente.
Voto: 4/5
Sono da sempre affascinata e attirata dai paesi e dalle popolazioni del nord del mondo, e spesso mi sono accorta o mi è stato fatto notare che il mio approccio alla vita su molte cose è molto nordico e ben poco coerente con le mie origini meridionali.
Oltre dunque a considerare tali paesi tra le mete per me più desiderabili per le vacanze, mi piace leggere, ascoltare, vedere storie che provengono da questi paesi, sia che si tratti di storie vere sia che si tratti di fiction.
Nel caso de I Nascosti di Valentina Tamborra, il libro - che mi è stato regalato ma la cui autrice non mi era del tutto ignota in quanto era stata ospite di Eugenio Cau in una puntata del podcast Globo del Post - all'interesse per il luogo (il Finnmark, nel nord della Norvegia) e la popolazione indigena che la abita (i Sami) si somma la mia passione per la fotografia.
Quello della Tamborra è infatti prima di tutto un libro fotografico, che nasce in un arco di tempo di qualche anno durante i quali la fotografa è tornata più volte nella regione.
Ma le fotografie, tutte molto belle anche sul piano squisitamente fotografico, sono anche e soprattutto spunti per raccontare la storia di questo popolo nomade e delle angherie che ha dovuto subire nel tempo, la dignità e la determinazione con cui i Sami hanno perseguito l'obiettivo di mantenere la propria cultura e la propria identità, le minacce recenti al loro stile di vita che arrivano dal cambiamento climatico.
Dentro la storia di questo popolo ci sono poi tante storie singole, quelle di persone di cui Valentina Tamborra è riuscita a vincere la diffidenza e a conquistare la fiducia.
Attraverso questo libro e le sue bellissime immagini conosciamo molto dei Sami, non in maniera sistematica come potremmo fare attraverso un libro accademico, bensì in maniera evenemenziale, ma non meno ricca di senso e in fondo precisa nei contenuti.
Io ho imparato tanto, in aggiunta a quello che già conoscevo da altre fonti, ma I Nascosti mi ha regalato un approccio inedito e per me molto potente.
Voto: 4/5
martedì 1 settembre 2026
Dignità / Lea Ypi
Dignità / Lea Ypi; trad. di Elena Cantoni. Milano: Feltrinelli, 2026.
Avevo amato visceralmente il precedente romanzo di Lea Ypi, Libera, che mi aveva permesso di conoscere, dal punto di vista di una bambina cresciuta nell'Albania di Enver Hoxha, la storia recente ma in parte sconosciuta di un paese a noi così vicino.
Attendevo dunque con ansia la seconda prova letteraria della scrittrice e ricercatrice albanese trapiantata a Londra. Questo secondo lavoro è arrivato nel 2026 e in un certo senso riprende alcuni fili narrativi già presenti in Libera per risalire indietro nel tempo e raccontare la storia di sua nonna, Leman, e della sua famiglia d'origine.
Questo nuovo romanzo, Dignità, ha una struttura narrativa diversa dal precedente, in quanto si muove su due assi temporali: quello del presente nel quale la stessa Ypi, dopo aver visto online una foto dei suoi nonni in luna di miele a Cortina, si chiede quante cose non sappia di Leman, pur essendo stata una delle persone più importanti della sua vita, e decide di fare ricerca negli archivi per riempire questi vuoti. L'altro asse narrativo è quello del romanzo vero e proprio che racconta la storia di Leman sia attraverso le fonti primarie sia attraverso i ricordi individuali dell'autrice e di altre persone che l'avevano conosciuta.
Nel primo livello narrativo facciamo i conti con le difficoltà e i dubbi della ricerca storica, e anche in un certo senso con le riflessioni filosofiche sul senso e i limiti della ricostruzione della storia, soprattutto quella individuale.
Il racconto invece disegna il quadro di una storia familiare partendo dai nonni di Leman, che appartenevano all'alta borghesia dell'impero ottomano, procedendo attraverso le conseguenze della disgregazione dell'impero, l'indipendenza degli stati nazionali, gli spostamenti o le assegnazioni di popolazioni tra questi stati, per arrivare al periodo in cui la famiglia aveva vissuto a Salonicco, ricreando anche in questa città una condizione di vita sostanzialmente agiata. Poi la morte di Selma (la sorella di Leman), quindi la scelta di una giovane Leman di andare a vivere in Albania, sfruttando le origini familiari. E da qui l'inevitabile coinvolgimento nelle vicende dell'Albania negli anni prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. In questi anni l'incontro con il futuro marito Asslan Ypi, figlio di un ex primo ministro e ministro dell'Albania durante il regno di Zog e poi dopo l'invasione italiana.
Ne viene fuori un affresco complesso e articolato, in cui alcune domande restano aperte, e nemmeno nel colpo di scena finale troveranno davvero risposta.
Perché la ricerca storica è un po' così, e quando si va indietro nel tempo le vite individuali si fanno sfocate, i confini non sempre sono distinguibili, e la documentazione ufficiale è sua volta il frutto di selezioni ed errori, e non sempre aiuta a riempire i vuoti della memoria.
Molto bello, anche se resto affezionata di più al primo romanzo.
Voto: 3,5/5
Avevo amato visceralmente il precedente romanzo di Lea Ypi, Libera, che mi aveva permesso di conoscere, dal punto di vista di una bambina cresciuta nell'Albania di Enver Hoxha, la storia recente ma in parte sconosciuta di un paese a noi così vicino.
Attendevo dunque con ansia la seconda prova letteraria della scrittrice e ricercatrice albanese trapiantata a Londra. Questo secondo lavoro è arrivato nel 2026 e in un certo senso riprende alcuni fili narrativi già presenti in Libera per risalire indietro nel tempo e raccontare la storia di sua nonna, Leman, e della sua famiglia d'origine.
Questo nuovo romanzo, Dignità, ha una struttura narrativa diversa dal precedente, in quanto si muove su due assi temporali: quello del presente nel quale la stessa Ypi, dopo aver visto online una foto dei suoi nonni in luna di miele a Cortina, si chiede quante cose non sappia di Leman, pur essendo stata una delle persone più importanti della sua vita, e decide di fare ricerca negli archivi per riempire questi vuoti. L'altro asse narrativo è quello del romanzo vero e proprio che racconta la storia di Leman sia attraverso le fonti primarie sia attraverso i ricordi individuali dell'autrice e di altre persone che l'avevano conosciuta.
Nel primo livello narrativo facciamo i conti con le difficoltà e i dubbi della ricerca storica, e anche in un certo senso con le riflessioni filosofiche sul senso e i limiti della ricostruzione della storia, soprattutto quella individuale.
Il racconto invece disegna il quadro di una storia familiare partendo dai nonni di Leman, che appartenevano all'alta borghesia dell'impero ottomano, procedendo attraverso le conseguenze della disgregazione dell'impero, l'indipendenza degli stati nazionali, gli spostamenti o le assegnazioni di popolazioni tra questi stati, per arrivare al periodo in cui la famiglia aveva vissuto a Salonicco, ricreando anche in questa città una condizione di vita sostanzialmente agiata. Poi la morte di Selma (la sorella di Leman), quindi la scelta di una giovane Leman di andare a vivere in Albania, sfruttando le origini familiari. E da qui l'inevitabile coinvolgimento nelle vicende dell'Albania negli anni prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. In questi anni l'incontro con il futuro marito Asslan Ypi, figlio di un ex primo ministro e ministro dell'Albania durante il regno di Zog e poi dopo l'invasione italiana.
Ne viene fuori un affresco complesso e articolato, in cui alcune domande restano aperte, e nemmeno nel colpo di scena finale troveranno davvero risposta.
Perché la ricerca storica è un po' così, e quando si va indietro nel tempo le vite individuali si fanno sfocate, i confini non sempre sono distinguibili, e la documentazione ufficiale è sua volta il frutto di selezioni ed errori, e non sempre aiuta a riempire i vuoti della memoria.
Molto bello, anche se resto affezionata di più al primo romanzo.
Voto: 3,5/5
giovedì 23 luglio 2026
Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea / Daniel Mendelsohn
Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea / Daniel Mendelsohn; trad. di Norman Gobetti. Torino: Einaudi, 2018.
Il libro di Mendelsohn è uno di quelli che non so bene come sono entrati nella mia lista di letture e che affronto – come sempre faccio con i libri – a testa bassa, ma che poi si rivelano molto più faticosi di quanto pensassi, magari perché è un periodo in cui leggo poco o perché i libri che leggo non riescono a conquistarmi totalmente.
Così è successo che la mia lettura di Un’Odissea è diventata un’odissea a sua volta; il libro è venuto con me in diversi viaggi, mi ha guardato mille volte dal comodino, e diverse volte ho pensato di abbandonare l’impresa. Ma alla fine Itaca è arrivata e sono stata molto contenta di aver completato la lettura di questo “non romanzo”, ma nemmeno saggio, una specie di racconto autobiografico, mescolato alla rilettura e interpretazione dell’Odissea. E in un momento in cui tutti parlano di Odissea in conseguenza dell’uscita del film di Nolan, non mi dispiace parlare per il momento di quest’altra odissea.
In questo libro Mendelsohn racconta il rapporto tra lui e suo padre, Jay, soffermandosi su due momenti che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni di vita di quest’ultimo: ossia la partecipazione di Jay al seminario sull’Odissea tenuto da Daniel nell’università dove insegna, e la crociera sulle tracce dell’Odissea che hanno fatto insieme l’estate successiva.
La storia di questo rapporto e il tentativo di Daniel di gettare luce su aspetti della vita del padre che non conosce si intrecciano con la lettura dell’Odissea e l’interpretazione del personaggio di Odisseo, in particolare attraverso la relazione con suo figlio Telemaco.
Devo dire che dell’Odissea ricordavo l’essenza della storia, e grazie alla visione qualche tempo fa del film Il ritorno di Uberto Pasolini avevo una idea più chiara e dettagliata della parte del libro in cui si parla dell’arrivo di Odisseo a Itaca e delle vicende che porteranno al massacro dei Proci e al ricongiungimento con moglie, figlio e padre.
È stato dunque per me interessante ripercorrere l’intero poema omerico attraverso i capitoli del libro di Mendelsohn, e insieme allo scrittore andare alla scoperta non solo del senso profondo dell’Odissea, ma anche della identità più vera del padre Jay.
Sicuramente sono stata maggiormente catturata dall’ultima parte del libro, quella nella quale il rapporto tra Daniel e Jay viene più allo scoperto, e dunque entrambi i protagonisti si espongono maggiormente nei loro sentimenti e nella loro umanità. Alcune pagine e passaggi li ho trovati davvero illuminanti e memorabili – per esempio lì dove si parla del mestiere di insegnante e dell’incertezza che porta con sé rispetto all’impatto che può avere –, altre pagine invece le ho trovate più faticose e meno significative, in alcuni casi un po’ ridondanti.
Nel complesso una lettura di cui sicuramente mi porterò dietro qualcosa, ma - proprio come accade con gli insegnanti – non so ancora bene cosa. Solo il tempo potrà dirlo.
Voto: 3,5/5
Il libro di Mendelsohn è uno di quelli che non so bene come sono entrati nella mia lista di letture e che affronto – come sempre faccio con i libri – a testa bassa, ma che poi si rivelano molto più faticosi di quanto pensassi, magari perché è un periodo in cui leggo poco o perché i libri che leggo non riescono a conquistarmi totalmente.
Così è successo che la mia lettura di Un’Odissea è diventata un’odissea a sua volta; il libro è venuto con me in diversi viaggi, mi ha guardato mille volte dal comodino, e diverse volte ho pensato di abbandonare l’impresa. Ma alla fine Itaca è arrivata e sono stata molto contenta di aver completato la lettura di questo “non romanzo”, ma nemmeno saggio, una specie di racconto autobiografico, mescolato alla rilettura e interpretazione dell’Odissea. E in un momento in cui tutti parlano di Odissea in conseguenza dell’uscita del film di Nolan, non mi dispiace parlare per il momento di quest’altra odissea.
In questo libro Mendelsohn racconta il rapporto tra lui e suo padre, Jay, soffermandosi su due momenti che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni di vita di quest’ultimo: ossia la partecipazione di Jay al seminario sull’Odissea tenuto da Daniel nell’università dove insegna, e la crociera sulle tracce dell’Odissea che hanno fatto insieme l’estate successiva.
La storia di questo rapporto e il tentativo di Daniel di gettare luce su aspetti della vita del padre che non conosce si intrecciano con la lettura dell’Odissea e l’interpretazione del personaggio di Odisseo, in particolare attraverso la relazione con suo figlio Telemaco.
Devo dire che dell’Odissea ricordavo l’essenza della storia, e grazie alla visione qualche tempo fa del film Il ritorno di Uberto Pasolini avevo una idea più chiara e dettagliata della parte del libro in cui si parla dell’arrivo di Odisseo a Itaca e delle vicende che porteranno al massacro dei Proci e al ricongiungimento con moglie, figlio e padre.
È stato dunque per me interessante ripercorrere l’intero poema omerico attraverso i capitoli del libro di Mendelsohn, e insieme allo scrittore andare alla scoperta non solo del senso profondo dell’Odissea, ma anche della identità più vera del padre Jay.
Sicuramente sono stata maggiormente catturata dall’ultima parte del libro, quella nella quale il rapporto tra Daniel e Jay viene più allo scoperto, e dunque entrambi i protagonisti si espongono maggiormente nei loro sentimenti e nella loro umanità. Alcune pagine e passaggi li ho trovati davvero illuminanti e memorabili – per esempio lì dove si parla del mestiere di insegnante e dell’incertezza che porta con sé rispetto all’impatto che può avere –, altre pagine invece le ho trovate più faticose e meno significative, in alcuni casi un po’ ridondanti.
Nel complesso una lettura di cui sicuramente mi porterò dietro qualcosa, ma - proprio come accade con gli insegnanti – non so ancora bene cosa. Solo il tempo potrà dirlo.
Voto: 3,5/5
sabato 18 luglio 2026
Estranea / Yael Van Der Wouden
Estranea / Yael Van Der Wouden; trad. di Roberta Scarabelli. Milano: Garzanti, 2025.
Mi sono buttata a capofitto nella lettura di questo romanzo dopo averlo visto nella lista dei libri candidati al Premio Strega europeo e averlo comprato al volo in una libreria.
Siamo nel 1961 nei Paesi Bassi quando le ferite della seconda guerra mondiale non si sono ancora rimarginate in questa parte dell'Europa.
La storia è quella di Isabel, una donna che vive da sola in una grande casa di famiglia nella campagna neederlandese. Isabel è legata in maniera quasi viscerale a questa casa e agli oggetti che contiene e che cura in modo maniacale.
Isabel ha due fratelli, Hendrik, che ha un compagno, e Louis, che periodicamente si presenta con una nuova fidanzata.
Questa volta è il turno di Eva, con capelli tinti di giallo e un rossetto troppo appariscente, che Isabel sembra mal tollerare fin dalla prima volta e che osteggia sempre di più quando Louis la lascia in casa con lei durante un viaggio di lavoro.
Per Isabel, che non si è mai concessa di desiderare alcunché se non la casa nella quale abita, sarà l'occasione per ribaltare tutte le sue opinioni su sé stessa, sulla propria famiglia e sulla storia della casa stessa.
Ultimamente mi capita spesso di incrociare il cammino con storie che sono incentrate su una casa, la sua storia e il rapporto con le persone che nel tempo ci hanno abitato. Non so se è un caso o si tratta di un momento storico che è particolarmente attento a questo tema, ma la cosa di certo non mi dispiace.
Il libro della Van Der Wouden è decisamente appassionante e trascina il lettore nelle sue pagine in maniera quasi impetuosa, nonché misteriosa. Proprio per questa doppia caratteristica il romanzo mi ha ricordato lo stile della migliore Sarah Waters, quella di Ladra e di Carezze di velluto (devo dire che c'è persino qualche elemento di somiglianza con la storia de Gli ospiti paganti), ma è indubbio che l'intento della scrittrice in questo caso punta ancora più in alto.
Il romanzo mi è piaciuto molto, e certamente seguirò il percorso di questa scrittrice. Se posso muovere un appunto, credo sia a una struttura narrativa che si percepisce molto scritta a tavolino, del tipo di quelle che a me fanno tanto scuola di scrittura creativa (e solo a posteriori in realtà ho scoperto che l'autrice insegna scrittura creativa, quindi forse ci ho preso). Alcune svolte nella narrazioni le ho trovate fin troppo telefonate o a volte invece troppo improvvise.
Tutto ciò detto la storia è forte e la scrittura pure. Quindi lunga vita a Yael Van Der Wouden.
Voto: 3,5/5
Mi sono buttata a capofitto nella lettura di questo romanzo dopo averlo visto nella lista dei libri candidati al Premio Strega europeo e averlo comprato al volo in una libreria.
Siamo nel 1961 nei Paesi Bassi quando le ferite della seconda guerra mondiale non si sono ancora rimarginate in questa parte dell'Europa.
La storia è quella di Isabel, una donna che vive da sola in una grande casa di famiglia nella campagna neederlandese. Isabel è legata in maniera quasi viscerale a questa casa e agli oggetti che contiene e che cura in modo maniacale.
Isabel ha due fratelli, Hendrik, che ha un compagno, e Louis, che periodicamente si presenta con una nuova fidanzata.
Questa volta è il turno di Eva, con capelli tinti di giallo e un rossetto troppo appariscente, che Isabel sembra mal tollerare fin dalla prima volta e che osteggia sempre di più quando Louis la lascia in casa con lei durante un viaggio di lavoro.
Per Isabel, che non si è mai concessa di desiderare alcunché se non la casa nella quale abita, sarà l'occasione per ribaltare tutte le sue opinioni su sé stessa, sulla propria famiglia e sulla storia della casa stessa.
Ultimamente mi capita spesso di incrociare il cammino con storie che sono incentrate su una casa, la sua storia e il rapporto con le persone che nel tempo ci hanno abitato. Non so se è un caso o si tratta di un momento storico che è particolarmente attento a questo tema, ma la cosa di certo non mi dispiace.
Il libro della Van Der Wouden è decisamente appassionante e trascina il lettore nelle sue pagine in maniera quasi impetuosa, nonché misteriosa. Proprio per questa doppia caratteristica il romanzo mi ha ricordato lo stile della migliore Sarah Waters, quella di Ladra e di Carezze di velluto (devo dire che c'è persino qualche elemento di somiglianza con la storia de Gli ospiti paganti), ma è indubbio che l'intento della scrittrice in questo caso punta ancora più in alto.
Il romanzo mi è piaciuto molto, e certamente seguirò il percorso di questa scrittrice. Se posso muovere un appunto, credo sia a una struttura narrativa che si percepisce molto scritta a tavolino, del tipo di quelle che a me fanno tanto scuola di scrittura creativa (e solo a posteriori in realtà ho scoperto che l'autrice insegna scrittura creativa, quindi forse ci ho preso). Alcune svolte nella narrazioni le ho trovate fin troppo telefonate o a volte invece troppo improvvise.
Tutto ciò detto la storia è forte e la scrittura pure. Quindi lunga vita a Yael Van Der Wouden.
Voto: 3,5/5
giovedì 16 luglio 2026
L'italiano / Shukri al-Mabkhout
L'italiano / Shukri al-Mabkhout; trad. dall'arabo di Barbara Teresi. Roma: Edizioni e/o, 2017.
Nella mia esplorazione della letteratura proveniente da paesi al di fuori del mondo occidentale, arrivo non so bene come a questo romanzo di Shukri al-Mabkhout, L’italiano, che nel 2015 ha vinto l’International prize for arabic fiction.
L’autore, che è un noto accademico tunisino, racconta la storia di Abdel Nasser, detto l’Italiano per la sua bellezza, e attraverso di lui getta luce su un periodo della storia della Tunisia, quello della transizione dal regime di Habib Bourghiba a quello di Ben Ali, suo ministro dell’interno, autore di un colpo di stato senza conflitto nel 1987.
La Tunisia di quegli anni è incarnata dal protagonista, Abdel Nasser, giovane di buona famiglia, leader dei movimenti studenteschi di sinistra che finisce per fare il giornalista in un giornale filogovernativo, e da Zeina, giovane donna proveniente dalla provincia rurale che aspira alla carriera accademica, ma vedrà i suoi sogni infrangersi contro un ambiente profondamente maschilista.
Il romanzo inizia dalla fine: al funerale del padre, l’Italiano - che ha divorziato da Zeina e che vive ormai una vita da bohémien – aggredisce l’imam che sta officiando il rito e non si capisce perché. Da qui inizia un lungo flashback che ricostruisce la sua storia: le sue attività di leader del movimento studentesco, l’incontro con Zeina, la difficile storia con lei, il lavoro al giornale, i tradimenti, la separazione, fino ad arrivare alla rivelazione che Abdel fa al suo amico, che è anche il narratore della storia, in cui rivela il perché dell’ostilità nei confronti dell’imam.
Nel frattempo il clima in Tunisia è cambiato profondamente e le speranze della gioventù tunisina di un futuro democratico deflagrano contro il colpo di stato soft di Ben Ali, che apre la strada a una presenza islamica più importante all’interno della società e soprattutto della politica del paese.
Ben Ali è stato poi presidente della Repubblica tunisina fino al 2010, quando la rivoluzione dei gelsomini e il più ampio movimento delle primavere arabe ha determinato la caduta del suo regime, e attraverso un processo complesso e faticoso ha portato alle prime elezioni realmente democratiche del paese, sebbene molte delle speranze siano state disilluse.
In un certo senso, al-Mabkhout – di fronte alla storia più recente del suo paese – decide di guardare indietro nel tempo alla gioventù che nella Tunisia post-coloniale, che sembrava muoversi verso un futuro socialista, videro infrangersi tutti i loro sogni nella palude di un regime non brutale, ma certamente controllante.
Una lettura che per me non è stata appassionante – come mi è accaduto con altri libri letti di recente – ma che ha suscitato in me molte curiosità, come sempre determinate dalla scarsa conoscenza che personalmente ho della storia di questi paesi, che pure ci sono così vicini.
Diciamo che il tipo di scrittura non mi è risultata del tutto congeniale, e il mio interesse è stato altalenante, ma non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la lettura. E alla conclusione mi è rimasto il desiderio di saperne di più di Abdel e Zeina e di conoscere gli sviluppi della loro storia, cosa che potrebbe non essere impossibile visto che l’autore ha dichiarato di voler scrivere un seguito della storia.
Certo, ormai sono passati dieci anni, e quindi forse il progetto è stato abbandonato, ma chissà!
Voto: 3/5
Nella mia esplorazione della letteratura proveniente da paesi al di fuori del mondo occidentale, arrivo non so bene come a questo romanzo di Shukri al-Mabkhout, L’italiano, che nel 2015 ha vinto l’International prize for arabic fiction.
L’autore, che è un noto accademico tunisino, racconta la storia di Abdel Nasser, detto l’Italiano per la sua bellezza, e attraverso di lui getta luce su un periodo della storia della Tunisia, quello della transizione dal regime di Habib Bourghiba a quello di Ben Ali, suo ministro dell’interno, autore di un colpo di stato senza conflitto nel 1987.
La Tunisia di quegli anni è incarnata dal protagonista, Abdel Nasser, giovane di buona famiglia, leader dei movimenti studenteschi di sinistra che finisce per fare il giornalista in un giornale filogovernativo, e da Zeina, giovane donna proveniente dalla provincia rurale che aspira alla carriera accademica, ma vedrà i suoi sogni infrangersi contro un ambiente profondamente maschilista.
Il romanzo inizia dalla fine: al funerale del padre, l’Italiano - che ha divorziato da Zeina e che vive ormai una vita da bohémien – aggredisce l’imam che sta officiando il rito e non si capisce perché. Da qui inizia un lungo flashback che ricostruisce la sua storia: le sue attività di leader del movimento studentesco, l’incontro con Zeina, la difficile storia con lei, il lavoro al giornale, i tradimenti, la separazione, fino ad arrivare alla rivelazione che Abdel fa al suo amico, che è anche il narratore della storia, in cui rivela il perché dell’ostilità nei confronti dell’imam.
Nel frattempo il clima in Tunisia è cambiato profondamente e le speranze della gioventù tunisina di un futuro democratico deflagrano contro il colpo di stato soft di Ben Ali, che apre la strada a una presenza islamica più importante all’interno della società e soprattutto della politica del paese.
Ben Ali è stato poi presidente della Repubblica tunisina fino al 2010, quando la rivoluzione dei gelsomini e il più ampio movimento delle primavere arabe ha determinato la caduta del suo regime, e attraverso un processo complesso e faticoso ha portato alle prime elezioni realmente democratiche del paese, sebbene molte delle speranze siano state disilluse.
In un certo senso, al-Mabkhout – di fronte alla storia più recente del suo paese – decide di guardare indietro nel tempo alla gioventù che nella Tunisia post-coloniale, che sembrava muoversi verso un futuro socialista, videro infrangersi tutti i loro sogni nella palude di un regime non brutale, ma certamente controllante.
Una lettura che per me non è stata appassionante – come mi è accaduto con altri libri letti di recente – ma che ha suscitato in me molte curiosità, come sempre determinate dalla scarsa conoscenza che personalmente ho della storia di questi paesi, che pure ci sono così vicini.
Diciamo che il tipo di scrittura non mi è risultata del tutto congeniale, e il mio interesse è stato altalenante, ma non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la lettura. E alla conclusione mi è rimasto il desiderio di saperne di più di Abdel e Zeina e di conoscere gli sviluppi della loro storia, cosa che potrebbe non essere impossibile visto che l’autore ha dichiarato di voler scrivere un seguito della storia.
Certo, ormai sono passati dieci anni, e quindi forse il progetto è stato abbandonato, ma chissà!
Voto: 3/5
domenica 12 luglio 2026
La casa della moschea / Kader Abdolah
La casa della moschea / Kader Abdolah; trad. e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo. Milano: Iperborea, 2008.
Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.
Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.
La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.
Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.
Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.
Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.
E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.
E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.
È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.
Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.
Voto: 4/5
Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.
Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.
La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.
Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.
Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.
Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.
E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.
E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.
È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.
Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.
Voto: 4/5
lunedì 6 luglio 2026
Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi
Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi. Bari-Roma: Laterza, 2004.
Amo molto la scrittura di Emanuele Trevi e i suoi libri che raccontano storie vere con il mistero e la complessità di un romanzo. Mi era piaciuto moltissimo Due vite, storia di un’amicizia e di due personalità interessanti, Pia Pera e Rocco Carbone, e ho apprezzato anche La casa del mago, dedicato a suo padre e alla casa in cui ha vissuto e in cui si è successivamente trasferito lo stesso Emanuele.
Così decido di mettere in lettura anche questo altro libro, Senza verso. Un’estate a Roma, che avevo comprato un po’ a scatola chiusa qualche tempo fa, senza sapere esattamente di cosa parlasse.
Anche in questo caso si tratta di un racconto che arriva direttamente dalla vita vissuta e racconta di una caldissima estate romana, quella del 2003, in cui Emanuele aveva vissuto per un periodo a casa di un amico, nel quartiere Esquilino. Le passeggiate nel caldo della città, attraversando sempre le stesse strade e gli stessi luoghi, che vengono rappresentati in una piccola mappa iniziale disegnata a mano, sono l’occasione di riflessioni su sé stesso, sulla città, nonché di memorie passate, soprattutto legate all’amico Pietro Tripodo, un poeta, morto pochi anni prima, nel 1999, e che abitava in quella stessa zona. Si spiega così anche il titolo del libro, che ha un duplice significato, in quanto richiama le poesie di Tripodo, ma anche il vagabondare dello scrittore.
Personalmente non conosco Tripodo e le sue poesie – devo anche dire che non sono particolarmente interessata alla poesia – ma nel libro di Trevi ho trovato la già nota capacità dell’autore di trascinare il lettore con sé nelle strade e nei pensieri, finendo per incuriosirlo anche rispetto a cose che non conosce.
In questo caso la conquista non è stata piena, come nel caso degli altri due libri che ho citato in apertura, però sicuramente mi sono persa insieme a Trevi tra le strade dell’Esquilino, nei luoghi da lui visitati, nelle sue storie, e nella vita di questi personaggi reali e però anche mitici che lui racconta.
Una lettura da calda estate romana.
Voto: 3/5
Amo molto la scrittura di Emanuele Trevi e i suoi libri che raccontano storie vere con il mistero e la complessità di un romanzo. Mi era piaciuto moltissimo Due vite, storia di un’amicizia e di due personalità interessanti, Pia Pera e Rocco Carbone, e ho apprezzato anche La casa del mago, dedicato a suo padre e alla casa in cui ha vissuto e in cui si è successivamente trasferito lo stesso Emanuele.
Così decido di mettere in lettura anche questo altro libro, Senza verso. Un’estate a Roma, che avevo comprato un po’ a scatola chiusa qualche tempo fa, senza sapere esattamente di cosa parlasse.
Anche in questo caso si tratta di un racconto che arriva direttamente dalla vita vissuta e racconta di una caldissima estate romana, quella del 2003, in cui Emanuele aveva vissuto per un periodo a casa di un amico, nel quartiere Esquilino. Le passeggiate nel caldo della città, attraversando sempre le stesse strade e gli stessi luoghi, che vengono rappresentati in una piccola mappa iniziale disegnata a mano, sono l’occasione di riflessioni su sé stesso, sulla città, nonché di memorie passate, soprattutto legate all’amico Pietro Tripodo, un poeta, morto pochi anni prima, nel 1999, e che abitava in quella stessa zona. Si spiega così anche il titolo del libro, che ha un duplice significato, in quanto richiama le poesie di Tripodo, ma anche il vagabondare dello scrittore.
Personalmente non conosco Tripodo e le sue poesie – devo anche dire che non sono particolarmente interessata alla poesia – ma nel libro di Trevi ho trovato la già nota capacità dell’autore di trascinare il lettore con sé nelle strade e nei pensieri, finendo per incuriosirlo anche rispetto a cose che non conosce.
In questo caso la conquista non è stata piena, come nel caso degli altri due libri che ho citato in apertura, però sicuramente mi sono persa insieme a Trevi tra le strade dell’Esquilino, nei luoghi da lui visitati, nelle sue storie, e nella vita di questi personaggi reali e però anche mitici che lui racconta.
Una lettura da calda estate romana.
Voto: 3/5
mercoledì 17 giugno 2026
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki; con una nota dell'autore; introduzione e trad. di Giorgio Amitrano. Torino: Einaudi, 2013.
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
sabato 6 giugno 2026
Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar
Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar; trad. di Lavinia Azzone. Roma: Fandango Libri, 2023.
Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.
E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.
Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.
Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.
Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.
Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.
L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.
Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.
Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.
La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.
Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.
Voto: 4/5
Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.
E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.
Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.
Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.
Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.
Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.
L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.
Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.
Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.
La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.
Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.
Voto: 4/5
domenica 31 maggio 2026
Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy
Il sogno del giaguaro / Miguel Bonnefoy. Roma: 66thand2nd, 2025.
Ringrazio quel giorno in cui in una newsletter a cui sono iscritta (quella di SALT editions) ho letto di questo libro e mi sono incuriosita.
Nel mio giro del mondo attraverso i libri l'idea di fare un viaggio letterario in Venezuela mi attirava moltissimo. E il romanzo di Miguel Bonnefoy non mi ha deluso.
Bonnefoy racconta in forma romanzata ma basata su fatti storici e reali la storia della sua famiglia, a partire dai suoi nonni, Antonio e Ana Marìa.
Ogni capitolo è dedicato a uno dei protagonisti di questa narrazione, e al netto di necessari flashback il racconto procede cronologicamente. I primi due capitoli sono dedicati alle storie rispettivamente di Antonio, abbandonato sui gradini di una chiesa il terzo giorno della sua vita e allevato dalla mendicante Teresa, poi cresciuto facendo mille lavori, fino ad avere la possibilità di studiare e di diventare medico, e Ana Marìa, anche lei di umili origini, ma determinatissima nello studio e nella vita e destinata a diventare il primo medico donna dello stato di Zulia, che si sviluppa intorno al lago di Maracaibo.
I due sono fatalmente destinati a incontrarsi e a costruire una famiglia con la nascita della figlia Venezuela cui è dedicato il terzo capitolo. A Cristòbal, il figlio di Venezuela cresciuto a Parigi dove sua madre si è trasferita, è infine dedicato il quarto e ultimo capitolo, e sarà proprio Cristòbal a scegliere di diventare scrittore e a raccontare la storia della famiglia.
Mentre leggiamo di questi personaggi - che in realtà sono persone reali di grande rilevanza per la storia di Maracaibo, Antonio Borjas Romero (medico di fama e rettore dell'Università LUZ da lui stesso fatta costruire negli spazi dell'aeroporto abbandonato di Grano de Oro) e Ana Marìa Rodriguez (prima donna medico, protagonista di tante battaglie per i diritti delle donne, compreso quello all'aborto) - le storie singole si intrecciano con la storia dello stato dello Zulia e tutte le vicende, piccole e grandi che lo hanno visto protagonista, dal ritrovamento di un pinguino alla scoperta dei giacimenti di petrolio, e allargando ancora lo sguardo, con la storia del Venezuela, tra povertà e ricchezza, rivoluzione e restaurazione, colpi di stato e utopie non realizzate.
Si viaggia per queste pagine con l'entusiasmo e la meraviglia che solo la grande letteratura regalano, facendo la conoscenza di mondi, storie e personaggi che conosciamo solo in minima parte o non conosciamo affatto perché lontani da noi, ma che non smettono un attimo di accendere la curiosità e il desiderio di conoscere.
Con uno stile che spazia tra Jules Verne, Charles Dickens e tanto Gabriel García Márquez, Miguel Bonnefoy ci tiene incollati alle sue pagine, intrattenendoci certo, ma anche facendoci riflettere sul significato delle vite individuali ma anche sulle parabole dei grandi processi storici e sociali, in una comunanza di destini singoli e collettivi riscattati solo dalla forza delle storie e della narrazione.
Un libro bellissimo. Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
Ringrazio quel giorno in cui in una newsletter a cui sono iscritta (quella di SALT editions) ho letto di questo libro e mi sono incuriosita.
Nel mio giro del mondo attraverso i libri l'idea di fare un viaggio letterario in Venezuela mi attirava moltissimo. E il romanzo di Miguel Bonnefoy non mi ha deluso.
Bonnefoy racconta in forma romanzata ma basata su fatti storici e reali la storia della sua famiglia, a partire dai suoi nonni, Antonio e Ana Marìa.
Ogni capitolo è dedicato a uno dei protagonisti di questa narrazione, e al netto di necessari flashback il racconto procede cronologicamente. I primi due capitoli sono dedicati alle storie rispettivamente di Antonio, abbandonato sui gradini di una chiesa il terzo giorno della sua vita e allevato dalla mendicante Teresa, poi cresciuto facendo mille lavori, fino ad avere la possibilità di studiare e di diventare medico, e Ana Marìa, anche lei di umili origini, ma determinatissima nello studio e nella vita e destinata a diventare il primo medico donna dello stato di Zulia, che si sviluppa intorno al lago di Maracaibo.
I due sono fatalmente destinati a incontrarsi e a costruire una famiglia con la nascita della figlia Venezuela cui è dedicato il terzo capitolo. A Cristòbal, il figlio di Venezuela cresciuto a Parigi dove sua madre si è trasferita, è infine dedicato il quarto e ultimo capitolo, e sarà proprio Cristòbal a scegliere di diventare scrittore e a raccontare la storia della famiglia.
Mentre leggiamo di questi personaggi - che in realtà sono persone reali di grande rilevanza per la storia di Maracaibo, Antonio Borjas Romero (medico di fama e rettore dell'Università LUZ da lui stesso fatta costruire negli spazi dell'aeroporto abbandonato di Grano de Oro) e Ana Marìa Rodriguez (prima donna medico, protagonista di tante battaglie per i diritti delle donne, compreso quello all'aborto) - le storie singole si intrecciano con la storia dello stato dello Zulia e tutte le vicende, piccole e grandi che lo hanno visto protagonista, dal ritrovamento di un pinguino alla scoperta dei giacimenti di petrolio, e allargando ancora lo sguardo, con la storia del Venezuela, tra povertà e ricchezza, rivoluzione e restaurazione, colpi di stato e utopie non realizzate.
Si viaggia per queste pagine con l'entusiasmo e la meraviglia che solo la grande letteratura regalano, facendo la conoscenza di mondi, storie e personaggi che conosciamo solo in minima parte o non conosciamo affatto perché lontani da noi, ma che non smettono un attimo di accendere la curiosità e il desiderio di conoscere.
Con uno stile che spazia tra Jules Verne, Charles Dickens e tanto Gabriel García Márquez, Miguel Bonnefoy ci tiene incollati alle sue pagine, intrattenendoci certo, ma anche facendoci riflettere sul significato delle vite individuali ma anche sulle parabole dei grandi processi storici e sociali, in una comunanza di destini singoli e collettivi riscattati solo dalla forza delle storie e della narrazione.
Un libro bellissimo. Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
domenica 24 maggio 2026
Céleste / Chloé Cruchaudet
Céleste / Chloé Cruchaudet; trad. di Simona Munari e Sara D'Ippolito. Roma: Coconino Press - Fandango, 2025.
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
venerdì 22 maggio 2026
Nella carne / David Szalay
Nella carne / David Szalay; trad. di Anna Rusconi. Milano: Adelphi, 2025.
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
Arrivo a questo libro sull’onda delle molte recensioni entusiastiche di cui sento parlare e che in parte leggo, e ovviamente inizio la lettura un pochino prevenuta, perché quando le aspettative sono troppo alte la delusione è sempre dietro l’angolo.
E invece fin da subito, o quasi, il romanzo di Szalay mi conquista, tenendomi agganciata alle sue pagine come ormai non mi capita molto spesso. Nel primo capitolo, ambientato in Ungheria, quello in cui il protagonista István, poco più che quindicenne, mentre vive con la madre nella modesta casa di famiglia, viene iniziato al sesso dalla matura vicina di casa, mi ha fatto pensare che Szalay volesse acchiappare il lettore con temi narrativamente forti. È indubbio che la vita di István da questo momento in poi si trasforma in un’altalena di eventi abbastanza fuori dall'ordinario che lo portano prima in prigione, poi soldato in Iraq, poi buttafuori a Londra, quindi guardia del corpo di una ricchissima famiglia inglese, i Nyman, fino alla scalata sociale attraverso il matrimonio, la paternità, il lutto, e il ritorno alle origini, in un cerchio che sembra così chiudersi perfettamente su sé stesso.
Nell’avvicendarsi di queste situazioni e fasi della vita, István rimane un uomo di poche parole, piuttosto involuto nell’espressione di sé e dei suoi sentimenti, la cui vita appare più il risultato di forze esterne e iniziative altrui che non l’effetto di una sua volontà specifica.
Seguiamo la sua vita in una serie di fasi successive, cronologicamente ordinate, ma con salti temporali tra un capitolo e l’altro; cosicché quando il narratore onnisciente che ci parla del suo protagonista riprende la narrazione sta a noi intuire, grazie al quadro che viene rappresentato, cosa sia successo nel frattempo.
Per tutto il romanzo il punto di vista, seppure attraverso le parole del narratore, è quello di István, con pochissime eccezioni, ma la nostra conoscenza del protagonista si costruisce più attraverso le parole degli altri e gli avvenimenti che direttamente da quanto dice o pensa lui.
Detto così, potrebbe risultare un personaggio respingente, e in parte probabilmente lo è, eppure mentre vediamo la sua vita srotolarsi davanti ai nostri occhi non è infrequente empatizzare o quantomeno comprenderne - o forse pensare di comprenderne - i sentimenti.
Molte recensioni e molti critici hanno parlato di un libro sul “maschile” che riesce a dire, attraverso un personaggio di finzione, molto di più di quello che trattati e studi sono riusciti a spiegare. Certamente, Nella carne ha un protagonista maschile che di questa appartenenza incarna numerose caratteristiche, soprattutto in una lettura della maschilità piuttosto tradizionale, che non vuol dire necessariamente negativa.
Però, a mio modesto parere, la forza di questo romanzo sta nella capacità di raccontare István con una rotondità che va ben al di là del suo essere maschile, ma che in qualche modo disegna, con il giusto grado di ambiguità e precisione, i contorni di una personalità che, per quanto semplice, non può sottrarsi all’inevitabile complessità della vita e in qualche modo la accetta in un modo che parla al lettore.
Per alcuni versi, la lettura di Nella carne e della vita al contempo epica e ordinaria di István mi ha fatto pensare a un altro romanzo che avevo letto qualche anno fa, Stoner di John Williams, e rileggendone la recensione ci ho trovato alcune sensazioni comuni alle due letture, in particolare la forza di una scrittura e di un racconto che, inserendo eventi epici e ordinari tutti insieme nel fluire della vita, in un certo senso relativizzano tutto.
La scrittura di David Szalay però, rispetto a quella di Williams, mi è sembrata più ficcante, capace di avvinghiare a sé il lettore, senza nemmeno chiedergli il permesso. E sicuramente il fatto che il romanzo sia scritto così bene è parte determinante del suo successo.
Voto: 4/5
lunedì 18 maggio 2026
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić
La stagione che non c'era / Elvira Mujčić. Milano: Guanda, 2025.
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.
La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.
Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.
Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.
Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.
Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).
La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.
Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.
Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.
La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.
Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.
Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.
Da leggere assolutamente.
Voto: 4,5/5
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