Visualizzazione post con etichetta Guanda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guanda. Mostra tutti i post

lunedì 18 maggio 2026

La stagione che non c'era / Elvira Mujčić

La stagione che non c'era / Elvira Mujčić. Milano: Guanda, 2025.

Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. La Mujčić ha abbandonato la sua terra nel 1992 insieme a tanti suoi connazionali fuggiti dalla guerra civile che divampò in Jugoslavia a una decina di anni dalla morte di Tito e a seguito dell'emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa.

La Muičić racconta quella fase attraverso tre personaggi principali: Nene, l'artista che dopo essere andato a Sarajevo torna nella sua città natale proprio nel 1990, Merima, una sua compagna di scuola, che crede ancora nell'utopia socialista e si batte per garantirne la sopravvivenza, ma nel privato soffre per un amore finito male, Eliza, la figlia novenne di Merima che del padre ha solo una cartolina e progetta di scoprire dove si trova e di mettersi in viaggio per raggiungerlo.

Intorno a loro i genitori di Nene e quelli di Merima, rappresentanti di un mondo che sta finendo, gli amici di Nene, Zoke - che è andato in Egitto al seguito del padre console - e Sead che continua a chiedersi perché Nene abbia deciso di lasciare Sarajevo.

Le vicende di questi personaggi si intrecciano con gli ultimi mesi di vita della Repubblica federale della Jugoslavia, che passa attraverso il fallimento del tentativo di mantenere il paese unito da parte di Ante Markovic, economista e ultimo primo ministro jugoslavo, le spinte centrifughe di Slovenia e Croazia prima, poi la crescente conflittualità su base etnica e religiosa alimentata dai serbi di Milošević.

Il fatto che la storia di finzione sia inframmezzata di documenti storici reali, spezzoni di notiziari radiofonici e televisivi, parti di dichiarazioni dei politici dell'epoca, stralci di articoli di giornale rende la lettura di La stagione che non c'era ancora più coinvolgente e appassionante sia sul piano emotivo che sul piano intellettuale.

Dentro il romanzo della Mujčić non c'è solo la fine di un mondo con tutte le sue contraddizioni verso un'incertezza ancora più grande, ma c'è anche il tentativo di riportarne alla luce le tracce e alcuni elementi significativi (come nell'opera che Nene sta realizzando, immaginando di essere un archeologo del futuro), e c'è il difficile rapporto tra le generazioni, quelli che appartengono al mondo che si sta sgretolando (i genitori di Nene e Merima), quelli che stanno nel mezzo e che cercano qualcosa a cui appigliarsi, qualcosa in cui credere, e spesso non lo trovano (la generazione di Nene e Merima), e quelli che verranno, che non comprendono fino in fondo quanto sta accadendo ma ne subiranno le conseguenze sulla loro pelle (la generazione di Eliza e delle sue amiche).

La Mujčić appartiene proprio a quest'ultima generazione (era poco più grande di Eliza nel 1990), e poco più tardi dovette abbandonare il suo Paese per l'esacerbarsi del conflitto.

Il suo romanzo è dunque frutto di ricerca, ma anche il distillato della percezione che una bambina può avere di una situazione complessa.

Ne viene fuori un libro poetico, emozionante, ricco di contenuti, stimolante, e a tratti sorprendente per il modo in cui resta agganciato a un momento storico molto preciso, ma riesce anche a parlare all'oggi nel tratteggiare alcune dinamiche universali.

La stagione che non c'era mi ha in parte ricordato Libera di Lea Ypi, forse perché anche lì c'è il punto di vista di una bambina, e perché anche in quel caso si racconta un mondo che sta collassando, e tra l'altro un mondo a noi vicino e che ci è stato a lungo in buona parte estraneo e sconosciuto.

Come per quel libro, la lettura è volata, entusiasmante e leggiadra come non mi accadeva da tantissimo tempo.

Nel mio viaggio nella storia degli altri Paesi una delle tappe più belle.

Da leggere assolutamente.

Voto: 4,5/5

lunedì 17 giugno 2024

Anatomia di un istante / Javier Cercas

Anatomia di un istante / Javier Cercas; trad. di Pino Cacucci. Milano: Guanda, 2010.
Dopo aver letto quasi ininterrottamente durante una domenica di pioggia, chiusa l'ultima pagina del volume (prima della corposa bibliografia finale) e con il colpo al cuore del riferimento al padre di Cercas, resto senza parole.

Il libro di Javier Cercas non è un romanzo: lui stesso ci spiega all'inizio del volume che l'idea iniziale era quella di scrivere un romanzo, ma - man mano che studiava gli eventi e il contesto del golpe spagnolo del 23 febbraio 1981 - si è reso conto che talvolta la realtà è molto più appassionante della finzione letteraria.

Cercas fa ruotare tutta la sua ricostruzione intorno alle immagini dell'emiciclo riprese dalle telecamere interne durante il colpo di stato: in particolare la sua attenzione si concentra sul fermo immagine che mostra il tenente Tejero con la pistola in pugno, il generale Mellado in piedi che tenta di affrontare i militari, e Adolfo Suárez seduto immobile al suo posto, mentre il resto dell'aula sembra vuoto in quanto gli altri deputati si sono nascosti dietro gli scranni. Intanto le pallottole fischiano tutto intorno.

Nelle oltre 400 pagine del volume, Cercas ci aiuta a conoscere tutti i protagonisti di questa vicenda, raccontandoci la storia politica e personale di ciascuno, a partire dal presidente del consiglio dimissionario Adolfo Suárez, per proseguire con il generale Manuel Gutièrrez Mellado, vicepresidente del Consiglio, con Santiago Carrillo, deputato e capo del partito comunista spagnolo da poco legalizzato, per arrivare infine ai protagonisti del golpe, il generale Alfonso Armada, il capitano generale Milans, uno dei capi dei servizi segreti José Luis Cortina, lo stesso tenente Tejero, nonché il re Juan Carlos, a capo di una monarchia non ancora totalmente consolidata.

Attraverso lo straordinario racconto di Cercas, conosciamo nel dettaglio i fatti che sono stati ricostruiti nel corso del tempo, ma anche tutti i punti oscuri di questa vicenda, sui quali l'autore prova a proporre una sua interpretazione o a indicare l'ipotesi secondo lui più probabile tra quelle via via emerse.

Ne esce certamente un grande affresco di un paese che fa i conti con il suo pesante passato dittatoriale e che faticosamente si converte alle gioie e ai dolori della democrazia, ma il racconto di Cercas è anche l'occasione per riflettere su temi di portata molto più ampia: il ruolo della politica e i meccanismi che la caratterizzano, nonché gli uomini che la agiscono.

Tra le pagine più belle quella in cui parla di lealtà e tradimento:

«Suárez, Gutiérrez Mellado e Carrillo [...] tradirono la lealtà nei confronti di un errore per costruire la lealtà a una scelta giusta; tradirono i loro seguaci per non tradire se stessi; tradirono il passato per non tradire il presente. A volte per essere fedeli al presente occorre tradire il passato. A volte il tradimento è più difficile della lealtà. A volte la lealtà è una forma di coraggio, ma in certi casi è una forma di codardia. A volte la lealtà è una forma di tradimento e il tradimento una forma di lealtà. Forse non sappiamo di preciso cosa sia la lealtà e cosa il tradimento. Possediamo un'etica della lealtà, ma non un'etica del tradimento. L'eroe della ritirata è un eroe del tradimento.»

Oggi che tanto si parla di storytelling e che ormai quest'ultimo si è degradato ad una versione becera e opportunistica della Narrazione con la N maiuscola, Cercas ci offre un eccezionale saggio di cosa significhi davvero fare storytelling, senza tradire la storia e i fatti, senza adulare il lettore o l'ascoltatore, bensì usando le proprie ricerche e le fonti per costruire un racconto che si legge tutto d'un fiato, sebbene si tratti di un racconto che non ci risparmia alcun tipo di complessità e a volte risulta persino ridondante. Non nascondo di aver avuto anche io dei momenti di stanchezza (intorno alla metà delle 400 pagine), ma poi Cercas mi ha sempre riacchiappato e trascinato nel suo entusiasmante viaggio nel tentativo di comprendere la storia recente del suo paese e alcuni meccanismi universali.

Un grande libro, che aiuta a capire meglio un paese che non è il nostro, ma che tanto ci dice anche della nostra realtà, e soprattutto a ragionare e a riflettere sul rapporto tra gli uomini e la storia.

Da leggere.

Voto: 4/5

mercoledì 17 marzo 2021

Stupore e tremori / Amélie Nothomb

Stupore e tremori
/ Amélie Nothomb; trad. di Biancamaria Bruno. Parma: Guanda, 2006 (edizione ormai introvabile: ora si trova quella di Voland)

Non avevo mai letto quello che è considerato uno dei romanzi più famosi di Amélie Nothomb e cominciavo a considerarlo come una mancanza nella mia conoscenza di questa scrittrice. Così, approfittando di un viaggio in treno, l'ho letto tutto d'un fiato, come spesso mi accade con i libri della Nothomb.

Non posso dire che sia balzato in cima alla classifica dei miei libri preferiti della scrittrice belga (dove continuano a posizionarsi saldamente Metafisica dei tubi e Sabotaggio d'amore), però certamente si tratta di uno dei suoi romanzi più compatti e più convincenti. Uno di quelli in cui la sua ironia tagliente, il suo sguardo cinico sul mondo, il suo essere sopra le righe risultano più efficaci.

Il quadro del mondo del lavoro giapponese che viene fuori da questo romanzo è agghiacciante ma al contempo esilarante. Del resto, è vero che la Nothomb attribuisce all'attitudine giapponese verso il lavoro e alle sue regole sociali la responsabilità di produrre ambienti di questo tipo, ma è anche vero che chiunque lavori in contesti più o meno gerarchizzati non potrà non riconoscere alcune similitudini.

L'esperienza di Amélie presso l'azienda Yumimoto, dopo essere stata assunta come traduttrice ed essere finita a sostituire la carta igienica nei bagni, è tratteggiata con una forza narrativa e al contempo una qualche forma di misura che è sorprendente rispetto ad altri suoi scritti.

Per quanto mi riguarda continua a mancarvi quella vena di autoanalisi che invece raggiunge i suoi vertici nei miei due libri preferiti. Consiglierei però questo volume come punto di partenza per chi non ha ancora osato accostarsi alla genialità un po' folle e discontinua di questa scrittrice che altrove può entusiasmare o deludere profondamente, ma con questo libro riesce a mettere un po' tutti d'accordo.

Voto: 3,5/5

giovedì 10 settembre 2020

Esercizi d'amore / Alain De Botton

Esercizi d'amore
/ Alain De Botton; trad. di Paola Martinelli. Milano: Guanda, 1995.

Dopo aver letto Il corso dell'amore, l'ultimo libro pubblicato da Alain De Botton, ho deciso di andare ai suoi esordi e di leggere il suo primo romanzo, Esercizi d'amore.

Al termine della lettura riconosco una coerenza di fondo nell'approccio e al contempo un'evoluzione probabilmente dovuta al passare degli anni, in un processo che - se dovessi disegnarlo - rappresenterei con una spirale.

Anche qui al centro del romanzo c'è una coppia raccontata in prima persona dal protagonista che rievoca tutte le fasi della sua storia con Chloe iniziata e finita su un volo da Parigi a Londra. In questo racconto vengono passate in rassegna - senza lesinare in riflessioni a margine degli eventi - tutte le tappe dell'amore e l'istintiva coazione a ripetere che lo caratterizzano.

Alain De Botton dimostra fin da questo esordio la sua naturale tendenza a sottoporre anche l'amore - di solito considerato appartenente al reame delle emozioni in opposizione a quello della ragione - a un'analisi lucida e spietata, che probabilmente apparirà fin troppo razionale agli occhi di molti lettori.

A me il suo approccio - molto concreto e realistico - piace molto, anche perché De Botton non dimentica mai né sottovaluta la complessità umana, quella che fa sì che - anche quando sappiamo esattamente cosa sta succedendo e cosa dovremmo fare- non possiamo fare a meno di seguire la nostra natura.

La sua benevolenza verso gli esseri umani che disperatamente cercano di dare un senso e una direzione ai rapporti di coppia, ma non possono sottrarsi alle contraddizioni dei propri desideri e del proprio sentire, si esprime attraverso un linguaggio affettuoso e in buona misura ironico.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la visione di questo De Botton giovane è per certi versi ancora più disincantata di quella del De Botton attuale. I protagonisti di questa storia vivono il loro amore – con alti e bassi, momenti difficili e momenti entusiasmanti – senza poter fare veramente nulla rispetto alla parabola che inevitabilmente lo caratterizza. Si incontrano, si innamorano, costruiscono un mondo di intimità di coppia, si rafforzano vicendevolmente, poi qualcosa si spezza e l’amore finisce, non necessariamente con gli stessi tempi per le due persone coinvolte. Poi la vita va avanti e altri amori prendono il posto di quelli finiti.

Il De Botton più maturo vuole credere nella possibilità di dare una prospettiva alla coppia, un futuro, anche di fronte a un andamento che inevitabilmente è ben lontano da quello prospettatoci dall’amore romantico o da quello cristiano o da qualsivoglia filosofia che inneggi alla connessione delle anime.

Se dunque dalla lettura de Il corso dell’amore ero uscita scossa ma fiduciosa, dalla lettura di questo primo romanzo sono riemersa un po’ triste e rassegnata, perché mi sono detta che allora i rapporti d’amore sono proprio come ho la percezione che siano. Difficili a durare, sempre, e che la storia dell’anima gemella è un’enorme fesseria.

Al contempo, ho pensato che un po’ di sano realismo - un realismo buono, non pessimista e distruttivo, bensì costruttivo e di prospettiva - ci possa aiutare a non idealizzare e a non illuderci da un lato, però anche a vivere la bellezza della definizione di quell’io condiviso che è la coppia come una fortuna e un’opportunità, e insieme a comprendere che la necessità di ritrovare sé stessi fuori dalla coppia alla fine di un amore non è una tragedia senza via d’uscita, ma una tappa naturale e inevitabile di esseri umani che sanno vivere in quel flusso inesauribile che è la nostra vita.

Voto: 3,5/5

mercoledì 29 luglio 2020

Un ragazzo / Nick Hornby

Un ragazzo / Nick Hornby; trad. di Federica Pedrotti. Parma: Guanda, 2014.

Siamo a Londra nei primi anni Novanta. Will è un single di 36 anni che vive di rendita grazie ai diritti d'autore provenienti da una canzoncina natalizia scritta a suo tempo da suo padre e riproposta ogni Natale in ogni forma e in ogni luogo. A differenza della maggioranza della gente, Will ha il problema di come riempire le sue giornate e la possibilità di scegliere ciò che ha voglia di fare, senza vincoli di carattere economico.

Marcus è un ragazzino adolescente un po' sfigato che vive con la madre depressa Fiona, mentre suo padre sta a Cambridge con la nuova compagna.

Questi due mondi privi di qualunque contatto sono destinati a incontrarsi più o meno per caso. Will - alla ricerca di una frequentazione femminile - comincia a partecipare alle riunioni di un gruppo di genitori single, fingendo di avere un figlio.

L'inganno sarà presto scoperto, ma mentre Will ritorna alla sua vita edonistica e blasé, Marcus comincia a presentarglisi alla porta e a voler passare del tempo con lui. A poco a poco tra i due nascerà una stramba amicizia: Will da eterno adolescente qual è insegnerà a suo modo e suo malgrado a Marcus come essere più integrato nel mondo degli adolescenti, e Marcus insegnerà a Will l'importanza e la bellezza della responsabilità che l'affetto verso un'altra persona porta con sé.

Il libro di Nick Hornby, come altri suoi romanzi, è una lettura che scorre leggera e gradevole, e che si propone come una specie di doppio romanzo di formazione: il coming of age non è infatti solo di Marcus che vive il momento del passaggio dall'infanzia verso l'età adulta, bensì anche di Will che a 36 anni persegue scientemente una vita senza impegni né responsabilità.

Crescere però vuol dire anche comprendere che abbiamo bisogno di non essere da soli, che avere una piccola rete affettiva è condizione essenziale per affrontare la vita nei momenti difficili e per goderla appieno nei momenti belli e felici.

Senza inutili intellettualismi, Nick Hornby ci ricorda che ognuno di noi è responsabile solo di sé stesso e delle proprie scelte e che non può risolvere o cambiare le vite degli altri, ma che la nostra presenza nella vita degli altri e viceversa è un valore cui non possiamo e non dobbiamo rinunciare, perché è uno dei regali più grandi che la vita ci fa.

Voto: 3/5

mercoledì 7 novembre 2018

Patria / Fernando Aramburu

Patria / Fernando Aramburu; trad. di Bruno Arpaia. Milano: Guanda, 2017.

In questo romanzo Fernando Aramburu ci parla di due ferite: quella che divide due famiglie basche e quella che ha diviso per molti decenni un'intera nazione. La causa di queste ferite è una sola: l'azione terroristica dell'ETA e l'ideologia dell'indipendentismo.

In Patria abbiamo da un lato la famiglia composta da Bittori e Txato, madre e padre, con i due figli Javier e Nerea, dall'altro la famiglia di Miren e Joxian, genitori di Jose Mari, Arantxa e Gorka. Il Txato e Joxian vanno tutte le domeniche a pedalare insieme e si incontrano in osteria per giocare a carte. Bittori e Miren sono amiche e confidenti, le vere matriarche delle rispettive famiglie, donne forti che fanno il bello e il cattivo tempo e in qualche modo condizionano i comportamenti di tutti gli altri componenti delle rispettive famiglie. I figli sono amici, in particolare Arantxa e Nerea, che come le mamme si confidano tutto.

Fino a quando Jose Mari sposa la causa di Euskal Herria e inizia il suo percorso nell'organizzazione terroristica, quello che lo porterà a partecipare al commando che ucciderà il Txato in un attentato voluto dall'ETA contro un piccolo imprenditore che non paga il suo contributo all'organizzazione e a cui l'ETA ha già messo contro l'intera comunità cui appartiene.

Miren prende le parti del figlio, facendo proprie le sue idee e quelle dell'indipendentismo basco. Gli altri componenti della sua famiglia reagiscono come possono: Joxian si chiude sempre più nel suo silenzio, Gorka va a vivere lontano alla prima occasione, Arantxa resiste stoicamente anche dopo che un ictus la immobilizza su una sedia a rotella costringendola a comunicare con un IPad.

Dall'altro lato, Bittori non trova pace, mentre Javier si chiude nell'alcol e nella depressione rinunciando a vivere e Nerea sembra non voler né sentire né vedere preferendo rimanere lontano da casa.

La straordinaria bellezza di questo romanzo è in buona parte da attribuire al modo in cui è scritto e orchestrato.

Aramburu non segue un ordine cronologico, bensì va avanti e indietro nel tempo, dedicando alternativamente 2-3 capitoli di seguito (i capitoli sono tutti piuttosto brevi) a uno dei personaggi di questa storia in una determinata fase della sua vita, generalmente momenti cruciali che aiutano il lettore a poco a poco a ricostruire gli eventi, ma soprattutto a dare un senso ai comportamenti dei personaggi e a comprenderne le dinamiche emotive andando al di là delle apparenze. Il romanzo è tutto scritto in terza persona, qualunque sia il personaggio protagonista, ma in mezzo a un racconto apparentemente impersonale si infila di tanto in tanto una prima persona che trasferisce in maniera diretta pensieri e sentimenti del protagonista.

Man mano che le pagine di questo poderoso (in senso fisico e simbolico) romanzo vanno avanti, il lettore non solo a poco a poco comprende l'immane e insensata tragedia che l'azione dell'ETA ha rappresentato per il tessuto sociale basco e in generale per la Spagna tutta, ma contemporaneamente si accorge che in questa storia non ci sono solo le vittime ufficiali del terrore, in questo caso il povero Txato e la sua famiglia, perché tutti - in modi diversi - vedranno la propria vita segnata da questi eventi e ne pagheranno in mille modi le conseguenze.

Sarà solo la testardaggine di Bittori e il disallineamento di Arantxa a produrre un lento ma progressivo riavvicinamento tra queste due famiglie, mentre l'intera nazione pure si accosta - quasi incredula - a un processo di pace interna che nel frattempo ha lasciato sul terreno migliaia di morti e altrettante persone e famiglie distrutte.

Quella di Aramburu è una storia culturalmente e geograficamente ambientata, eppure - come è proprio dei grandi romanzi (e questo secondo me appartiene a buon diritto alla categoria) - è in grado di parlare a chiunque, in qualunque epoca e in qualunque luogo. Perché ci parla della banalità del male, dell'indottrinamento ideologico, del condizionamento sociale, delle aspirazioni e dei desideri mal riposti dei giovani, e al contempo della forza liberatrice della riconciliazione, che certo non restituisce né il tempo né le persone, ma riapre la strada alla speranza.

Riflettere su quanto di orribile si è fatto e si continua a fare nel nome di un concetto di patria semplificato e mal posto (che esclude anziché includere) è l'eredità più forte che questo bellissimo romanzo ci lascia.

Voto: 4/5

lunedì 5 marzo 2018

Chiamami col tuo nome / André Aciman

Chiamami col tuo nome / André Aciman; trad. di Valeria Bastia. Milano: Guanda, 2008.

La visione del film di Luca Guadagnino è stata per me l'occasione e lo stimolo per recuperare anche il romanzo da cui James Ivory ha tratto la sceneggiatura (ieri vincitrice del Premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale) e che, al tempo della pubblicazione, nel 2008, era passato inosservato ai miei occhi e a quelli - credo - di molti altri.

Come sempre quando un film è tratto da un libro, sono incuriosita dall'operazione di trasposizione che è stata compiuta e mi trovo a interrogarmi se ci sia consonanza non tanto nei dettagli della storia quanto nell'impianto emotivo che essa trasmette.

Ebbene, nel caso di Chiamami col tuo nome, trovo che film e libro siano perfettamente allineati.

La storia di Elio e Oliver è ambientata in un luogo diverso (qui siamo in una località sul mare, nel film nella campagna cremasca), la gita che faranno insieme prima della partenza di Oliver nel libro si svolge a Roma (mentre nel film era a Bergamo), il libro non finisce nell'inverno successivo all'estate in cui i due si incontrano, bensì racconta di due brevi incontri a distanza di anni. Il mondo femminile - già piuttosto ai margini nel film - rimane totalmente sullo sfondo nel caso del libro e alcuni episodi significativi del film (la madre di Elio che va a prenderlo in stazione dopo la partenza di Oliver e assiste silenziosa al suo pianto; Marzia che dopo essere stata sostanzialmente scaricata da Elio gli offre la sua amicizia) sono totalmente assenti nel libro, che si configura come una sinfonia di sentimenti tutta declinata al maschile.

Nonostante queste differenze, lo spirito dei personaggi e gli episodi cruciali che ne determinano la cifra emotiva transitano in modo praticamente trasparente dal libro al film: il tormento di Elio che si sente profondamente e inquietantemente attratto da Oliver ma non sa pienamente interpretarne i comportamenti e ha paura di non essere ricambiato o di essere addirittura respinto; l'ambiguità di Oliver che coglie il desiderio di Elio ma si fa sfuggente e persino freddo per evitare la necessità di affrontare le conseguenze di un avvicinamento; il padre di Elio che osserva con sguardo benevolo il figlio in quell'età della vita da cui - come ha detto giustamente qualcuno - nessuno vuole davvero staccarsi, pur senza volerci tornare mai.

Il discorso che il padre rivolge a Elio verso la fine del libro e del film resta toccante sia letto che visto: «La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva. Invece di vita ce n'è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore. [...] Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent'anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa....che spreco!»

La scrittura di Aciman (autore che - confesso - non conoscevo) rispecchia perfettamente il mondo interiore di questo ragazzo di 17 anni (che è la voce narrante del romanzo), un mondo fatto di poesia e di musica ma anche di biciclettate e partite a tennis, un mondo romantico ma anche triviale, tenero e fragile ma anche brutale sul piano linguistico e fisico. Il linguaggio di Elio trasmette perfettamente la sensazione e la memoria di un'età della vita in cui si hanno ormai a disposizione tutti gli strumenti verbali e fisici propri dell'età adulta ma non si ha ancora perfettamente l'idea di come governarli e si procede un po' goffamente e un po' a tentoni con se stessi e con gli altri, fermandosi più volte a interrogarsi se quello che abbiamo fatto sia normale e come verrà interpretato dall'esterno.

Una bellissima storia di formazione sentimentale tutta virata al maschile, ma capace di entrare sotto la pelle di chiunque.

Voto: 4/5

mercoledì 26 aprile 2017

Il corso dell’amore / Alain de Botton

Il corso dell’amore / Alain de Botton; trad. di Elisa Banfi. Milano: Guanda, 2016.

Probabilmente molti conoscono de Botton per la serie di video School of life che vengono pubblicati periodicamente sul sito dell'Internazionale. Se siete dei fedelissimi di questi video, probabilmente anche molti dei contenuti e delle riflessioni presenti in questo libro non vi sorprenderanno.

Diciamo che la differenza in questo caso sta nel fatto che ci troviamo di fronte a un romanzo.

Il corso dell'amore è infatti la storia di Rabih e Kirsten, raccontata prevalentemente dal punto di vista di Rabih; in particolare de Botton ci dice come la loro storia d'amore è nata, è cresciuta, li ha portati al matrimonio e a fare dei figli. L'obiettivo esplicito fin dal principio è mostrare - cosa che di solito la letteratura e le arti non fanno - il "corso" dell'amore e non solo il suo inizio, che spesso viene confuso o volutamente presentato come l'amore tout court. È infatti solo mostrando questo "corso" che - secondo l'autore - si capirà quanto una relazione duratura e monogamica tra due persone sia complicata e molto meno "naturale" e "istintiva" di quanto siamo portati a pensare.

A dire la verità, quello di de Botton è un romanzo sui generis, visto che è evidente fin dal principio che la fiction è puramente funzionale a una riflessione psicologica e sociologica. Probabilmente questo è l'aspetto più fastidioso del libro, dal momento che le vicende della vita di Rabih e Kirsten sono evidentemente una scusa per riflettere su temi più generali e universali e i due protagonisti sono al contempo straordinariamente veri ma anche profondamente falsi, in quanto piegati - sul piano evenemenziale più che su quello dei sentimenti - alle necessità dell'arringa di de Botton.

Questo aspetto potrebbe essere - per i lettori di romanzi "veri" - talmente irritante da far abbandonare la lettura; ma se si riesce ad entrare nelle intenzioni dello scrittore e nello spirito del libro, allora se ne potrà cogliere il vero potenziale per il lettore, ossia quello di riconoscersi - a volte parzialmente a volte totalmente - nei pensieri, nelle contraddizioni, nelle difficoltà affettive dei protagonisti.

Il corso dell'amore ci mette a nudo, sottraendo l'amore (non solo quello di coppia, bensì anche quello tra genitori e figli) a quel velo di superficiale romanticismo che soprattutto nell'ultimo secolo lo ha ricoperto, nonché a quell'aspettativa di connessione di anime, di complementarità automatica, di promessa di felicità "per sempre" che soprattutto negli ultimi decenni ha profondamente inquinato il nostro modo di vivere i sentimenti.

Siamo esseri complicati, in cui l'evoluzione biologica non è perfettamente allineata con quella sociale e in alcuni casi i bisogni del nostro sentire (e dunque del nostro cervello) sono in contraddizione gli uni con gli altri. L'amore, secondo de Botton, ha un corso che tende a ripetersi entro certi limiti sempre e per tutti, indipendentemente dalle persone coinvolte. Cosa che potrebbe destabilizzarci al punto da farci rifiutare questa idea o, in fondo, rasserenarci nell'idea che non siamo sbagliati, o se siamo sbagliati, allora siamo tutti sbagliati e tutti un po' folli.

Dunque l'amore è una scelta, sempre, e come tutte le scelte talvolta è dolorosa, talvolta è liberatoria, talvolta è piacevole, ma comporta sempre di lasciare da parte - almeno temporaneamente - ciò che non abbiamo scelto. 

Voto: 3,5/5

lunedì 14 novembre 2016

Eccomi / Jonathan Safran Foer

Eccomi / Jonathan Safran Foer; trad. di Irene Abigail Piccinini. Milano: Guanda, 2016.

Aspettavo con grandissima ansia l’uscita del nuovo libro di Jonathan Safran Foer. Non che avessi letto i suoi precedenti: avevo visto al cinema il film tratto dal suo libro Ogni cosa è illuminata e ho a casa Molto forte, incredibilmente vicino, che però non ho ancora letto.

Però, leggendo la trama di questo nuovo romanzo e alcune recensioni pre-uscita, avevo grandi aspettative. Ora, sarà che l’ho iniziato a leggere quando le vacanze erano finite e dunque con sempre meno tempo a disposizione e in serate in cui dopo poche pagine gli occhi mi si chiudevano irrimediabilmente, sarà che comunque parliamo di un libro di oltre 650 pagine, ma devo confessare che ho fatto una fatica micidiale ad arrivare alla fine, sopportandolo sempre meno man mano che le pagine scorrevano sotto i miei occhi.

Eccomi è la storia di Jacob, un ebreo newyorkese che ha una moglie, Julia, e tre figli, Sam, Max e Benji. Del suo universo familiare e affettivo fanno parte anche i suoi genitori, Deborah e Irv, e suo nonno Isaac.

Jacob è in crisi con sua moglie, e molti segnali dicono che il loro matrimonio sta per finire.

Contemporaneamente, però, accadono molte altre cose di portata ben maggiore; un terribile terremoto in Israele e una successiva guerra che Israele combatte contro il MedioOriente.

Alla fine di tutto questo, niente sarà più lo stesso, o forse tutto sarà esattamente come prima.

Che dire di questo libro? Per il primo centinaio di pagine ho continuato a pensare che Safran Foer, ormai scrittore riconosciuto e consumato, stesse misurandosi con i grandi della letteratura americana. A me è venuto in mente Franzen, ma solo perché non è moltissimo tempo che ho finito di leggere Le correzioni. Ma certamente credo che un altro nome possibile da fare potrebbe essere quello di Philip Roth.

La scrittura sofisticata – non tanto dal punto di vista lessicale, quanto dal punto di vista della costruzione narrativa – scelta dall’autore, nonché il tema della famiglia americana in crisi, non possono non richiamare alla mente alcuni illustri esponenti del romanzo americano contemporaneo.

D’altra parte, però, mentre continuavo a leggere il romanzo, non potevo fare a meno di pensare di stare leggendo la versione letteraria di alcuni film di Woody Allen, e non solo per l’ambientazione (quella delle famiglie ebree newyorkesi), ma anche per l’approccio tra l’arguto e l’ironico che caratterizza fortemente queste pagine.

Nelle ultime duecento pagine, dopo aver avuto ampi saggi di arguzia stilistica e concettuale, ho cominciato a pensare che Eccomi è il libro di uno scrittore che si avvicina ai quarant’anni e che comincia ad avvertire i primi segnali di un’età di transizione, in cui tanto è stato fatto ma altrettanto ancora ci potrebbe essere davanti.

Il risultato alla fine è stato – per quanto mi riguarda – un sostanziale fastidio. Non ho amato nessuno dei personaggi: non Jacob nella sua umana pusillanimità, non Julia nel suo insopportabile perfezionismo, non i tre ragazzini, che pure sono il contrappunto ironico-saggio di tutto il libro e sono i veri portatori di quelle perle di saggezza di cui sono disseminate queste pagine… Il fatto è che, per essere ragazzini che vanno dai 7 ai 14 anni, Sam, Max e Benji sono un concentrato di intelligenza e di visione profonda, matura, arguta delle cose, che oltre a risultare del tutto irrealistico finisce per essere sinceramente fastidioso.

Il libro di Safran Foer mi ha fatto l’effetto prodotto dalla somma di un libro di Franzen e di un film di Woody Allen: cioè una combinazione di depressione e angoscia da un lato e di illuminazioni folgoranti all’interno di uno sproloquio quasi insopportabile dall’altro.

Quindi, se non vi sentite pronti ad affrontare queste impegnative 660 pagine che probabilmente non vi porteranno da nessuna parte, ma non volete perdervi i paragrafi e le pagine illuminanti, forse potete chiedermi in prestito la mia copia, dove – a penna o, quando ero gentile, a matita – ho segnato le cose memorabili. Che per me restano però annegate dentro un romanzo che forse è troppo yiddish perché io lo potessi comprendere appieno, o forse semplicemente troppo intelligente e troppo astruso perché io lo potessi apprezzare in questo momento.

Voto: 2,5/5

venerdì 10 agosto 2012

Carne / Marcello Fois; con Daniele Serra

Carne / Marcello Fois; con Daniele Serra. Parma: Guanda, 2012.

Sono andata a comprare questo graphic novel (tratto da un racconto di Marcello Fois e illustrato da Daniele Serra) alla Feltrinelli, anche se su Internet avrei risparmiato qualche euro, perché ho sentito dire che pure la Feltrinelli è in crisi e rischia di tagliare un po' di sedi. E mi è venuta un po' di tristezza per la sorte delle librerie, e tanto più per quella delle biblioteche :-(

E diciamo che solo per questo non mi pento dell'acquisto!

Per il resto la lettura di Carne mi ha lasciato un po' di amaro in bocca. Si tratta di un frammento di vita del commissario Carnevali, affettuosamente chiamato Carne dal collega Vitali (a sua volta chiamato Vita). Carnevali è un uomo ruvido che porta addosso i segni della propria personale discesa all'inferno. Il disegno molto sporco di Daniele Serra rende bene i tratti umani del protagonista e l'atmosfera melmosa nella quale si svolge la sua vita.

Questa volta per Carnevali le cose vanno peggio del solito. Allontanatosi dalla sorveglianza di un testimone per andare con una prostituta trova il suo testimone morto. Dovrà così a fronteggiare le ambiguità di Vitali (cui lo lega un rapporto di amore/odio) e la riprovazione del suo capo, nonché la telefonata della ex moglie che attende i soldi che gli spettano e l'incontro con la collega che spaccia droga per rifarsi le tette.

Quello di Carnevali è un mondo in cui non c'è un filo di grazia né alcuna leggerezza dei sentimenti. Tutto risulta appesantito e sembra impossibile sfuggire a una sensazione di contaminazione durante la lettura. Anche lo scioglimento nell'abbraccio e nelle lacrime finali non riesce a togliere quel senso di grevità che resta appiccicato addosso come il caldo umido di questa estate.

Diciamo che è capitato in un momento in cui avevo voglia di leggerezza e invece mi sono sentita schiacciata, quasi oppressa. Mi direte che i graphic novel quasi mai sono allegri, che la vena deprimente è particolarmente presente nelle corde dei fumettisti. E però, se talvolta il tratto disegnato o una qualche sotterranea ironia o autoironia consentono la catarsi finale, qui invece non c'è via di scampo.

Non certo un libro da portare in vacanza.

Voto: 2,5/5