Estranea / Yael Van Der Wouden; trad. di Roberta Scarabelli. Milano: Garzanti, 2025.
Mi sono buttata a capofitto nella lettura di questo romanzo dopo averlo visto nella lista dei libri candidati al Premio Strega europeo e averlo comprato al volo in una libreria.
Siamo nel 1961 nei Paesi Bassi quando le ferite della seconda guerra mondiale non si sono ancora rimarginate in questa parte dell'Europa.
La storia è quella di Isabel, una donna che vive da sola in una grande casa di famiglia nella campagna neederlandese. Isabel è legata in maniera quasi viscerale a questa casa e agli oggetti che contiene e che cura in modo maniacale.
Isabel ha due fratelli, Hendrik, che ha un compagno, e Louis, che periodicamente si presenta con una nuova fidanzata.
Questa volta è il turno di Eva, con capelli tinti di giallo e un rossetto troppo appariscente, che Isabel sembra mal tollerare fin dalla prima volta e che osteggia sempre di più quando Louis la lascia in casa con lei durante un viaggio di lavoro.
Per Isabel, che non si è mai concessa di desiderare alcunché se non la casa nella quale abita, sarà l'occasione per ribaltare tutte le sue opinioni su sé stessa, sulla propria famiglia e sulla storia della casa stessa.
Ultimamente mi capita spesso di incrociare il cammino con storie che sono incentrate su una casa, la sua storia e il rapporto con le persone che nel tempo ci hanno abitato. Non so se è un caso o si tratta di un momento storico che è particolarmente attento a questo tema, ma la cosa di certo non mi dispiace.
Il libro della Van Der Wouden è decisamente appassionante e trascina il lettore nelle sue pagine in maniera quasi impetuosa, nonché misteriosa. Proprio per questa doppia caratteristica il romanzo mi ha ricordato lo stile della migliore Sarah Waters, quella di Ladra e di Carezze di velluto (devo dire che c'è persino qualche elemento di somiglianza con la storia de Gli ospiti paganti), ma è indubbio che l'intento della scrittrice in questo caso punta ancora più in alto.
Il romanzo mi è piaciuto molto, e certamente seguirò il percorso di questa scrittrice. Se posso muovere un appunto, credo sia a una struttura narrativa che si percepisce molto scritta a tavolino, del tipo di quelle che a me fanno tanto scuola di scrittura creativa (e solo a posteriori in realtà ho scoperto che l'autrice insegna scrittura creativa, quindi forse ci ho preso). Alcune svolte nella narrazioni le ho trovate fin troppo telefonate o a volte invece troppo improvvise.
Tutto ciò detto la storia è forte e la scrittura pure. Quindi lunga vita a Yael Van Der Wouden.
Voto: 3,5/5
sabato 18 luglio 2026
giovedì 16 luglio 2026
L'italiano / Shukri al-Mabkhout
L'italiano / Shukri al-Mabkhout; trad. dall'arabo di Barbara Teresi. Roma: Edizioni e/o, 2017.
Nella mia esplorazione della letteratura proveniente da paesi al di fuori del mondo occidentale, arrivo non so bene come a questo romanzo di Shukri al-Mabkhout, L’italiano, che nel 2015 ha vinto l’International prize for arabic fiction.
L’autore, che è un noto accademico tunisino, racconta la storia di Abdel Nasser, detto l’Italiano per la sua bellezza, e attraverso di lui getta luce su un periodo della storia della Tunisia, quello della transizione dal regime di Habib Bourghiba a quello di Ben Ali, suo ministro dell’interno, autore di un colpo di stato senza conflitto nel 1987.
La Tunisia di quegli anni è incarnata dal protagonista, Abdel Nasser, giovane di buona famiglia, leader dei movimenti studenteschi di sinistra che finisce per fare il giornalista in un giornale filogovernativo, e da Zeina, giovane donna proveniente dalla provincia rurale che aspira alla carriera accademica, ma vedrà i suoi sogni infrangersi contro un ambiente profondamente maschilista.
Il romanzo inizia dalla fine: al funerale del padre, l’Italiano - che ha divorziato da Zeina e che vive ormai una vita da bohémien – aggredisce l’imam che sta officiando il rito e non si capisce perché. Da qui inizia un lungo flashback che ricostruisce la sua storia: le sue attività di leader del movimento studentesco, l’incontro con Zeina, la difficile storia con lei, il lavoro al giornale, i tradimenti, la separazione, fino ad arrivare alla rivelazione che Abdel fa al suo amico, che è anche il narratore della storia, in cui rivela il perché dell’ostilità nei confronti dell’imam.
Nel frattempo il clima in Tunisia è cambiato profondamente e le speranze della gioventù tunisina di un futuro democratico deflagrano contro il colpo di stato soft di Ben Ali, che apre la strada a una presenza islamica più importante all’interno della società e soprattutto della politica del paese.
Ben Ali è stato poi presidente della Repubblica tunisina fino al 2010, quando la rivoluzione dei gelsomini e il più ampio movimento delle primavere arabe ha determinato la caduta del suo regime, e attraverso un processo complesso e faticoso ha portato alle prime elezioni realmente democratiche del paese, sebbene molte delle speranze siano state disilluse.
In un certo senso, al-Mabkhout – di fronte alla storia più recente del suo paese – decide di guardare indietro nel tempo alla gioventù che nella Tunisia post-coloniale, che sembrava muoversi verso un futuro socialista, videro infrangersi tutti i loro sogni nella palude di un regime non brutale, ma certamente controllante.
Una lettura che per me non è stata appassionante – come mi è accaduto con altri libri letti di recente – ma che ha suscitato in me molte curiosità, come sempre determinate dalla scarsa conoscenza che personalmente ho della storia di questi paesi, che pure ci sono così vicini.
Diciamo che il tipo di scrittura non mi è risultata del tutto congeniale, e il mio interesse è stato altalenante, ma non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la lettura. E alla conclusione mi è rimasto il desiderio di saperne di più di Abdel e Zeina e di conoscere gli sviluppi della loro storia, cosa che potrebbe non essere impossibile visto che l’autore ha dichiarato di voler scrivere un seguito della storia.
Certo, ormai sono passati dieci anni, e quindi forse il progetto è stato abbandonato, ma chissà!
Voto: 3/5
Nella mia esplorazione della letteratura proveniente da paesi al di fuori del mondo occidentale, arrivo non so bene come a questo romanzo di Shukri al-Mabkhout, L’italiano, che nel 2015 ha vinto l’International prize for arabic fiction.
L’autore, che è un noto accademico tunisino, racconta la storia di Abdel Nasser, detto l’Italiano per la sua bellezza, e attraverso di lui getta luce su un periodo della storia della Tunisia, quello della transizione dal regime di Habib Bourghiba a quello di Ben Ali, suo ministro dell’interno, autore di un colpo di stato senza conflitto nel 1987.
La Tunisia di quegli anni è incarnata dal protagonista, Abdel Nasser, giovane di buona famiglia, leader dei movimenti studenteschi di sinistra che finisce per fare il giornalista in un giornale filogovernativo, e da Zeina, giovane donna proveniente dalla provincia rurale che aspira alla carriera accademica, ma vedrà i suoi sogni infrangersi contro un ambiente profondamente maschilista.
Il romanzo inizia dalla fine: al funerale del padre, l’Italiano - che ha divorziato da Zeina e che vive ormai una vita da bohémien – aggredisce l’imam che sta officiando il rito e non si capisce perché. Da qui inizia un lungo flashback che ricostruisce la sua storia: le sue attività di leader del movimento studentesco, l’incontro con Zeina, la difficile storia con lei, il lavoro al giornale, i tradimenti, la separazione, fino ad arrivare alla rivelazione che Abdel fa al suo amico, che è anche il narratore della storia, in cui rivela il perché dell’ostilità nei confronti dell’imam.
Nel frattempo il clima in Tunisia è cambiato profondamente e le speranze della gioventù tunisina di un futuro democratico deflagrano contro il colpo di stato soft di Ben Ali, che apre la strada a una presenza islamica più importante all’interno della società e soprattutto della politica del paese.
Ben Ali è stato poi presidente della Repubblica tunisina fino al 2010, quando la rivoluzione dei gelsomini e il più ampio movimento delle primavere arabe ha determinato la caduta del suo regime, e attraverso un processo complesso e faticoso ha portato alle prime elezioni realmente democratiche del paese, sebbene molte delle speranze siano state disilluse.
In un certo senso, al-Mabkhout – di fronte alla storia più recente del suo paese – decide di guardare indietro nel tempo alla gioventù che nella Tunisia post-coloniale, che sembrava muoversi verso un futuro socialista, videro infrangersi tutti i loro sogni nella palude di un regime non brutale, ma certamente controllante.
Una lettura che per me non è stata appassionante – come mi è accaduto con altri libri letti di recente – ma che ha suscitato in me molte curiosità, come sempre determinate dalla scarsa conoscenza che personalmente ho della storia di questi paesi, che pure ci sono così vicini.
Diciamo che il tipo di scrittura non mi è risultata del tutto congeniale, e il mio interesse è stato altalenante, ma non ho mai avuto il desiderio di abbandonare la lettura. E alla conclusione mi è rimasto il desiderio di saperne di più di Abdel e Zeina e di conoscere gli sviluppi della loro storia, cosa che potrebbe non essere impossibile visto che l’autore ha dichiarato di voler scrivere un seguito della storia.
Certo, ormai sono passati dieci anni, e quindi forse il progetto è stato abbandonato, ma chissà!
Voto: 3/5
martedì 14 luglio 2026
Marco Castello. Auditorium Parco della Musica, 23 giugno 2026
Ho conosciuto Marco Castello grazie ai Kings of Convenience, il duo norvegese formato da Eirik Glambek Bøe ed Erlend Øye. Quest’ultimo si è trasferito da ormai quindici anni a Siracusa, dove si è inserito e ha conosciuto la scena musicale locale. Ebbene nel 2022 quando i Kings of Convenience hanno fatto un concerto estivo a Villa Ada si sono portati dietro Marco Castello e la sua band, che allora erano per me – e forse per molti – piuttosto sconosciuti. L’approccio orchestrale di Castello e la sua tromba jazz mi avevano conquistata, tanto che dopo quell’occasione avevo comprato i suoi primi dischi.
Non che poi lo abbia seguito stabilmente ma mi è rimasta l’idea di un musicista di grande qualità soprattutto nella esecuzione del vivo, cosa confermata in occasione del concerto al Monk del solo Erlend Øye con la Comitiva, formata da Marco Castello, Stefano Ortisi e Luigi Orofino.
Tutte queste premesse per dire che quando ho visto che Marco Castello era nel programma della Cavea dell’Auditorium, pur non amando molto la location, ho deciso di comprare il biglietto, e questa volta ho preferito prendere il parterre non per motivi economici, ma per capire se ascoltati e visti da lì i concerti della Cavea sono meglio che dalla gradinata.
Arrivo al concerto un po’ all’ultimo, dopo il lavoro, e mi ritrovo in mezzo a una quantità crescente di pubblico formato per il 90% di giovani, ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni. Era un sacco che non mi capitava di essere a un evento in cui la maggioranza delle persone è così giovane, il che per certi versi mi rincuora perché vuol dire che semplicemente ai giovani – com’è forse normale che sia – non piacciono di solito le stesse cose che piacciono a me e non vanno agli stessi eventi. Qui però convergiamo e, quando Marco Castello sale sul palco con la sua numerosa band (direi 7 persone oltre a lui, tra tastiere, batteria, basso, percussioni e strumenti a fiato), mi rendo conto di quanto questo cantautore e musicista sia amato dai giovani.
Castello imposta la sua scaletta dando soprattutto centralità al suo ultimo album, Quaglia sovversiva, che lui stesso ci presenta come la colonna sonora di un film (che non esiste), ma che racconta la storia di un luogo in un mondo post-apocalittico in cui un gruppo di ribelli tenta di contrastare l’appropriazione degli spazi.
Nel corso del concerto ci canterà tutte le canzoni del nuovo album, ma di tanto in tanto ci proporrà anche suoi vecchi pezzi, come Beddu, e alcune cover di canzoni brasiliane; in questo percorso, Castello canta e alterna – anche all’interno degli stessi pezzi – chitarra e tromba.
Intorno a me tutti cantano a squarciagola, e sono impressionata dalla quantità di ragazzi che conosce tutte le sue canzoni, anche quelle più recenti, parola per parola. Io riconosco qualche canzone che ho ascoltato di tanto in tanto, ma per il resto mi lascio trascinare dall’atmosfera, in cui – a dire la verità – mi sento un po’ vecchia e fuori posto, però alla fine ballo anche io insieme a loro al ritmo, a volte scatenato, a volte morbido, della musica di Castello.
I commenti di alcuni ragazzi all’uscita sono quasi commoventi (“è stata un’esperienza mistica”): io li ascolto con quel distacco che la vecchiaia inevitabilmente produce, ma sono contenta perché in questo parterre sotto il palco di Castello ho visto giovani non dissimili da come ero io alla loro età, ragazzi appassionati, giocosi, ma anche rispettosi, e ho pensato che tutto sommato c’è speranza in questo mondo, se ancora così tanti ragazzi possono amare una musica come quella di Castello che è musica di qualità e veicola anche messaggi positivi.
Voto: 3,5/5
Non che poi lo abbia seguito stabilmente ma mi è rimasta l’idea di un musicista di grande qualità soprattutto nella esecuzione del vivo, cosa confermata in occasione del concerto al Monk del solo Erlend Øye con la Comitiva, formata da Marco Castello, Stefano Ortisi e Luigi Orofino.
Tutte queste premesse per dire che quando ho visto che Marco Castello era nel programma della Cavea dell’Auditorium, pur non amando molto la location, ho deciso di comprare il biglietto, e questa volta ho preferito prendere il parterre non per motivi economici, ma per capire se ascoltati e visti da lì i concerti della Cavea sono meglio che dalla gradinata.
Arrivo al concerto un po’ all’ultimo, dopo il lavoro, e mi ritrovo in mezzo a una quantità crescente di pubblico formato per il 90% di giovani, ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni. Era un sacco che non mi capitava di essere a un evento in cui la maggioranza delle persone è così giovane, il che per certi versi mi rincuora perché vuol dire che semplicemente ai giovani – com’è forse normale che sia – non piacciono di solito le stesse cose che piacciono a me e non vanno agli stessi eventi. Qui però convergiamo e, quando Marco Castello sale sul palco con la sua numerosa band (direi 7 persone oltre a lui, tra tastiere, batteria, basso, percussioni e strumenti a fiato), mi rendo conto di quanto questo cantautore e musicista sia amato dai giovani.
Castello imposta la sua scaletta dando soprattutto centralità al suo ultimo album, Quaglia sovversiva, che lui stesso ci presenta come la colonna sonora di un film (che non esiste), ma che racconta la storia di un luogo in un mondo post-apocalittico in cui un gruppo di ribelli tenta di contrastare l’appropriazione degli spazi.
Nel corso del concerto ci canterà tutte le canzoni del nuovo album, ma di tanto in tanto ci proporrà anche suoi vecchi pezzi, come Beddu, e alcune cover di canzoni brasiliane; in questo percorso, Castello canta e alterna – anche all’interno degli stessi pezzi – chitarra e tromba.
Intorno a me tutti cantano a squarciagola, e sono impressionata dalla quantità di ragazzi che conosce tutte le sue canzoni, anche quelle più recenti, parola per parola. Io riconosco qualche canzone che ho ascoltato di tanto in tanto, ma per il resto mi lascio trascinare dall’atmosfera, in cui – a dire la verità – mi sento un po’ vecchia e fuori posto, però alla fine ballo anche io insieme a loro al ritmo, a volte scatenato, a volte morbido, della musica di Castello.
I commenti di alcuni ragazzi all’uscita sono quasi commoventi (“è stata un’esperienza mistica”): io li ascolto con quel distacco che la vecchiaia inevitabilmente produce, ma sono contenta perché in questo parterre sotto il palco di Castello ho visto giovani non dissimili da come ero io alla loro età, ragazzi appassionati, giocosi, ma anche rispettosi, e ho pensato che tutto sommato c’è speranza in questo mondo, se ancora così tanti ragazzi possono amare una musica come quella di Castello che è musica di qualità e veicola anche messaggi positivi.
Voto: 3,5/5
domenica 12 luglio 2026
La casa della moschea / Kader Abdolah
La casa della moschea / Kader Abdolah; trad. e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo. Milano: Iperborea, 2008.
Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.
Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.
La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.
Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.
Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.
Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.
E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.
E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.
È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.
Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.
Voto: 4/5
Ed eccomi ancora a un libro che getta luce su un mondo che personalmente conosco poco e che lo fa in un modo poetico e realistico al contempo.
Si tratta de La casa della moschea, scritto in neederlandese dallo scrittore iraniano Kader Abdollah che nel 1988, dopo essere stato oppositore politico sia dello scià sia degli ayatollah, scappò via dall'Iran e ottenne lo status di rifugiato politico nei Paesi Bassi.
La casa della moschea è una grande saga familiare incentrato in particolare sulla bellissima figura di Aga Jan, responsabile della casa e rappresentante di un mondo islamico pre-rivoluzione khomeinista, che - come giustamente fa notare in postfazione la traduttrice - si basa su valori con cui anche l'Occidente potrebbe dialogare.
Intorno ad Aga Jan si muovono molti altri personaggi, mogli, fratelli, figli, domestici e domestiche, imam e muezzin, e altri protagonisti della vita pubblica che ruotano intorno alla casa della moschea e al bazar dove la famiglia vende tappeti intrecciati a mano i cui disegni sono ispirati ai colori e alle fogge degli uccelli che due volte l'anno, durante la loro migrazione, passano per Senjan, il luogo in cui si trova la casa.
Nel corso di circa vent'anni, assistiamo al cambiamento del mondo circostante, prima l'occidentalizzazione promossa dallo scià voluto dall'America, poi - nel crescente scontento verso la politica dello scià sia da parte degli ambienti di sinistra sia da parte del mondo islamico più integralista - la rivoluzione khomeinista, la cacciata dello scià, la guerra con l'Iraq di Saddam Hussein e il rafforzamento della Repubblica islamica sciita, passato attraverso l'eliminazione brutale di tutti gli oppositori.
Ma il romanzo di Abdolah non usa la casa della moschea come semplice scusa per raccontare parte della storia dell'Iran, bensì il contrario; è la storia dell'Iran a dipanarsi attraverso le storie piccole dei personaggi che si muovo intorno a questo luogo.
E Abdolah, pur usando la lingua nederlandese, si ispira sul piano linguistico e narrativo alla grande tradizione persiana e islamica, che va dalle fiabe alla maniera de Le mille e una notte ai testi sacri come il Corano.
E qua e là tra i personaggi di fantasia che popolano il romanzo si intravedono persone reali che provengono dalla storia personale dello scrittore, il quale probabilmente trova il suo doppio letterario nella figura di Shabhal.
È una lettura entusiasmante quella de La casa della moschea, che ci fa sentire profumi, vedere colori, conoscere umanità e storie, che le vicende dell'Iran degli ultimi 40 anni sembrano aver coperto sotto un velo di cupezza inscalfibile.
Non c'è nostalgia della propria terra e del mondo passato in senso stretto nel romanzo di Abdolah, bensì piacere di riportarlo in vita nella sua complessità e anche nella sua bellezza. C'è in fondo tanta speranza e amore verso l'Iran e la sua gente, e alla fine la comprensione e il perdono necessari per recuperare il rapporto con ciò che si è dovuto abbandonare ma non si è mai smesso di amare.
Voto: 4/5
venerdì 10 luglio 2026
In giro per mostre fotografiche a Roma: Morire di classe, Matilde Damele, Hervé Gloaguen, Francesco Conversano, Irving Penn, Silvia Camporesi
In questo inizio infuocato di estate 2026 decido di affrontare il caldo per vedere un po’ di mostre fotografiche in programma in diverse location della città.
La prima, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, è curata dall’Archivio Basaglia e ospitata dal Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC), che occupa alcune sale del Palazzo del Rettorato di Sapienza Università di Roma.
Si tratta di una mostra piccola ma molto interessante, che coglie l’occasione della riedizione del volume omonimo per proporre al pubblico alcune delle fotografie scattate da Cerati e Gardin nei manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma, come parte di un lavoro a carattere sociologico che rientrava nel più ampio impegno di Franco Basaglia e di Franca Ongaro Basaglia volto a riformare gli istituti psichiatrici. In mostra anche alcuni libri di questi ultimi provenienti dalle biblioteche della Sapienza.
Peccato per una segnaletica decisamente molto artigianale e poco visibile che persino a me che conosco l’università ha reso non semplice trovare la sede della mostra.
Altro luogo tradizionalmente dedicato a Roma alle mostre fotografiche è il Museo di Roma in Trastevere, dove sono andata a vedere le tre mostre attualmente in corso: Lungo le strade blu (Along the Blue Highways) di Francesco Conversano, New York di Matilde Damele e À Rome la nuit di Hervé Gloaguen.
La prima mostra è la raccolta di novanta scatti realizzati nell’ambito della realizzazione di alcuni documentari dedicati appunto alle cosiddette “strade blu” americane, che Conversano – regista prima che fotografo – ha realizzato nel tempo insieme a Nene Grignaffini. Si tratta di un viaggio attraverso dei luoghi in cui molta importanza hanno anche le persone e gli elementi iconici. Interessante.
Al secondo piano del Museo ci sono le due mostre più piccole. Innanzitutto quella di Matilde Damele, dedicata a una delle città più iconiche e più fotografate del mondo, New York, che l’artista ha raccontato in pellicola con un focus particolare sulle persone. Pur essendo foto degli anni Novanta e Duemila, l’uso della pellicola e del bianco e nero conferisce a queste foto, soprattutto ad alcune, un’atmosfera quasi senza tempo. Una sezione della mostra è dedicata alle fotografie scattate a Coney Island, luogo per definizione fuori dal tempo.
Sono fotografie affascinanti e alcune di grande impatto visivo ed emotivo.
>Allo stesso piano c’è la mostra delle foto di Roma di notte del fotografo francese Hervé Gloaguen, foto scattate nell’arco di diversi anni e che puntano non a mostrare la città e i monumenti, bensì l’atmosfera umana che si respira a Roma durante la notte, in particolare vicino alle fontane più o meno monumentali della città.
Sempre nella stessa giornata sono finalmente riuscita ad andare a vedere il nuovo Centro della Fotografia aperto in uno dei padiglioni dell’ex Mattatoio dopo la ristrutturazione ad hoc realizzata. Qui sono attualmente in corso alcune mostre, tra cui la principale è la grande antologica dedicata a Irving Penn, che comprende foto provenienti dalla Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi che ha la più grande collezione di fotografie dell’artista. Penn è famoso soprattutto per le fotografie di moda, i ritratti (di persone famose, ma anche di gente comune), gli still life, tutto realizzato sempre con grande attenzione al dettaglio, ma soprattutto con l’obiettivo, di solito perfettamente centrato, di tirare fuori l’anima da cose e persone.
Al secondo piano del Centro c’è invece la mostra C’è un tempo e un luogo di Silvia Camporesi, foto che provengono da viaggi e progetti fotografici diversi, accomunati dal tentativo della fotografa di andare oltre uno sguardo descrittivo e far emergere dalle singole fotografie o da un insieme di foto letture e significati diversi, spesso concettuali, ma comunque accessibili.
In conclusione, in questo periodo Roma offre tantissimo per gli amanti delle mostre fotografiche (ce ne sono altre in corso che ancora non ho visto), quindi c’è proprio da sbizzarrirsi.
La prima, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, è curata dall’Archivio Basaglia e ospitata dal Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC), che occupa alcune sale del Palazzo del Rettorato di Sapienza Università di Roma. Si tratta di una mostra piccola ma molto interessante, che coglie l’occasione della riedizione del volume omonimo per proporre al pubblico alcune delle fotografie scattate da Cerati e Gardin nei manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma, come parte di un lavoro a carattere sociologico che rientrava nel più ampio impegno di Franco Basaglia e di Franca Ongaro Basaglia volto a riformare gli istituti psichiatrici. In mostra anche alcuni libri di questi ultimi provenienti dalle biblioteche della Sapienza.
Peccato per una segnaletica decisamente molto artigianale e poco visibile che persino a me che conosco l’università ha reso non semplice trovare la sede della mostra.
Altro luogo tradizionalmente dedicato a Roma alle mostre fotografiche è il Museo di Roma in Trastevere, dove sono andata a vedere le tre mostre attualmente in corso: Lungo le strade blu (Along the Blue Highways) di Francesco Conversano, New York di Matilde Damele e À Rome la nuit di Hervé Gloaguen. La prima mostra è la raccolta di novanta scatti realizzati nell’ambito della realizzazione di alcuni documentari dedicati appunto alle cosiddette “strade blu” americane, che Conversano – regista prima che fotografo – ha realizzato nel tempo insieme a Nene Grignaffini. Si tratta di un viaggio attraverso dei luoghi in cui molta importanza hanno anche le persone e gli elementi iconici. Interessante.
Al secondo piano del Museo ci sono le due mostre più piccole. Innanzitutto quella di Matilde Damele, dedicata a una delle città più iconiche e più fotografate del mondo, New York, che l’artista ha raccontato in pellicola con un focus particolare sulle persone. Pur essendo foto degli anni Novanta e Duemila, l’uso della pellicola e del bianco e nero conferisce a queste foto, soprattutto ad alcune, un’atmosfera quasi senza tempo. Una sezione della mostra è dedicata alle fotografie scattate a Coney Island, luogo per definizione fuori dal tempo. Sono fotografie affascinanti e alcune di grande impatto visivo ed emotivo.
>Allo stesso piano c’è la mostra delle foto di Roma di notte del fotografo francese Hervé Gloaguen, foto scattate nell’arco di diversi anni e che puntano non a mostrare la città e i monumenti, bensì l’atmosfera umana che si respira a Roma durante la notte, in particolare vicino alle fontane più o meno monumentali della città. Sempre nella stessa giornata sono finalmente riuscita ad andare a vedere il nuovo Centro della Fotografia aperto in uno dei padiglioni dell’ex Mattatoio dopo la ristrutturazione ad hoc realizzata. Qui sono attualmente in corso alcune mostre, tra cui la principale è la grande antologica dedicata a Irving Penn, che comprende foto provenienti dalla Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi che ha la più grande collezione di fotografie dell’artista. Penn è famoso soprattutto per le fotografie di moda, i ritratti (di persone famose, ma anche di gente comune), gli still life, tutto realizzato sempre con grande attenzione al dettaglio, ma soprattutto con l’obiettivo, di solito perfettamente centrato, di tirare fuori l’anima da cose e persone.
Al secondo piano del Centro c’è invece la mostra C’è un tempo e un luogo di Silvia Camporesi, foto che provengono da viaggi e progetti fotografici diversi, accomunati dal tentativo della fotografa di andare oltre uno sguardo descrittivo e far emergere dalle singole fotografie o da un insieme di foto letture e significati diversi, spesso concettuali, ma comunque accessibili. In conclusione, in questo periodo Roma offre tantissimo per gli amanti delle mostre fotografiche (ce ne sono altre in corso che ancora non ho visto), quindi c’è proprio da sbizzarrirsi.
mercoledì 8 luglio 2026
Munedaiko. Accademia Filarmonica Romana, 21 giugno 2026
Su proposta e stimolo della mia amica G. torno dopo molti anni al Giardini della Filarmonica a vedere lo spettacolo musicale dei Munedaiko, inserito nel programma del Festival che quest’anno è dedicato al tema Radici.
I Munedaiko sono un gruppo che si esibisce con i taiko, i cosiddetti “tamburi giapponesi”, una percussione tradizionale utilizzata soprattutto in contesti marziali, oppure religiosi e spirituali, in particolare in cerimonie buddiste e shintoiste.
Spesso gli spettacoli che hanno protagonisti i tamburi giapponesi prevedono la presenza di molti tamburi in scena e di molti musicisti creando un impatto sonoro importante (io non ho mai visto uno di questi spettacoli, ma così mi vengono raccontati); in questo caso invece i Munedaiko, che sono un trio, propongono una versione se vogliamo più intima, ma comunque affascinante, dell’arte del taiko.
I Munedaiko sono tutti e tre marchigiani, della zona di Pesaro, ma con lunga esperienza nella pratica del taiko e anche in altre arti provenienti dal mondo giapponese. Il fondatore del gruppo è Mugen Yahiro, che ha anche suonato per un periodo con il gruppo Ondekoza dell’isola di Sado, coloro che hanno fanno conoscere la pratica del taiko in tutto il mondo. Accanto a lui Naomitsu Yahiro, esperto anche in arti marziali, e Tokinari Yahiro che, oltre al taiko, si esibisce anche con gli strumenti a fiato tradizionali giapponesi, shakuhachi e shinobue.
I Munedaiko durante il loro spettacolo combinano tutte queste qualità e competenze, mescolando le sonorità dei tamburi, il cui dialogo è a tratti sorprendente, con alcune coreografie marziali, con le sonorità degli strumenti a fiato e alfine persino con il canto.
Loro sono molto bravi – oltre che di un’eleganza che dai corpi e dai vestiti arriva alla performance – e lo spettacolo nel complesso risulta affascinante.
Voto: 3,5/5
I Munedaiko sono un gruppo che si esibisce con i taiko, i cosiddetti “tamburi giapponesi”, una percussione tradizionale utilizzata soprattutto in contesti marziali, oppure religiosi e spirituali, in particolare in cerimonie buddiste e shintoiste.
Spesso gli spettacoli che hanno protagonisti i tamburi giapponesi prevedono la presenza di molti tamburi in scena e di molti musicisti creando un impatto sonoro importante (io non ho mai visto uno di questi spettacoli, ma così mi vengono raccontati); in questo caso invece i Munedaiko, che sono un trio, propongono una versione se vogliamo più intima, ma comunque affascinante, dell’arte del taiko.
I Munedaiko sono tutti e tre marchigiani, della zona di Pesaro, ma con lunga esperienza nella pratica del taiko e anche in altre arti provenienti dal mondo giapponese. Il fondatore del gruppo è Mugen Yahiro, che ha anche suonato per un periodo con il gruppo Ondekoza dell’isola di Sado, coloro che hanno fanno conoscere la pratica del taiko in tutto il mondo. Accanto a lui Naomitsu Yahiro, esperto anche in arti marziali, e Tokinari Yahiro che, oltre al taiko, si esibisce anche con gli strumenti a fiato tradizionali giapponesi, shakuhachi e shinobue.
I Munedaiko durante il loro spettacolo combinano tutte queste qualità e competenze, mescolando le sonorità dei tamburi, il cui dialogo è a tratti sorprendente, con alcune coreografie marziali, con le sonorità degli strumenti a fiato e alfine persino con il canto.
Loro sono molto bravi – oltre che di un’eleganza che dai corpi e dai vestiti arriva alla performance – e lo spettacolo nel complesso risulta affascinante.
Voto: 3,5/5
lunedì 6 luglio 2026
Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi
Senza verso. Un'estate a Roma / Emanuele Trevi. Bari-Roma: Laterza, 2004.
Amo molto la scrittura di Emanuele Trevi e i suoi libri che raccontano storie vere con il mistero e la complessità di un romanzo. Mi era piaciuto moltissimo Due vite, storia di un’amicizia e di due personalità interessanti, Pia Pera e Rocco Carbone, e ho apprezzato anche La casa del mago, dedicato a suo padre e alla casa in cui ha vissuto e in cui si è successivamente trasferito lo stesso Emanuele.
Così decido di mettere in lettura anche questo altro libro, Senza verso. Un’estate a Roma, che avevo comprato un po’ a scatola chiusa qualche tempo fa, senza sapere esattamente di cosa parlasse.
Anche in questo caso si tratta di un racconto che arriva direttamente dalla vita vissuta e racconta di una caldissima estate romana, quella del 2003, in cui Emanuele aveva vissuto per un periodo a casa di un amico, nel quartiere Esquilino. Le passeggiate nel caldo della città, attraversando sempre le stesse strade e gli stessi luoghi, che vengono rappresentati in una piccola mappa iniziale disegnata a mano, sono l’occasione di riflessioni su sé stesso, sulla città, nonché di memorie passate, soprattutto legate all’amico Pietro Tripodo, un poeta, morto pochi anni prima, nel 1999, e che abitava in quella stessa zona. Si spiega così anche il titolo del libro, che ha un duplice significato, in quanto richiama le poesie di Tripodo, ma anche il vagabondare dello scrittore.
Personalmente non conosco Tripodo e le sue poesie – devo anche dire che non sono particolarmente interessata alla poesia – ma nel libro di Trevi ho trovato la già nota capacità dell’autore di trascinare il lettore con sé nelle strade e nei pensieri, finendo per incuriosirlo anche rispetto a cose che non conosce.
In questo caso la conquista non è stata piena, come nel caso degli altri due libri che ho citato in apertura, però sicuramente mi sono persa insieme a Trevi tra le strade dell’Esquilino, nei luoghi da lui visitati, nelle sue storie, e nella vita di questi personaggi reali e però anche mitici che lui racconta.
Una lettura da calda estate romana.
Voto: 3/5
Amo molto la scrittura di Emanuele Trevi e i suoi libri che raccontano storie vere con il mistero e la complessità di un romanzo. Mi era piaciuto moltissimo Due vite, storia di un’amicizia e di due personalità interessanti, Pia Pera e Rocco Carbone, e ho apprezzato anche La casa del mago, dedicato a suo padre e alla casa in cui ha vissuto e in cui si è successivamente trasferito lo stesso Emanuele.
Così decido di mettere in lettura anche questo altro libro, Senza verso. Un’estate a Roma, che avevo comprato un po’ a scatola chiusa qualche tempo fa, senza sapere esattamente di cosa parlasse.
Anche in questo caso si tratta di un racconto che arriva direttamente dalla vita vissuta e racconta di una caldissima estate romana, quella del 2003, in cui Emanuele aveva vissuto per un periodo a casa di un amico, nel quartiere Esquilino. Le passeggiate nel caldo della città, attraversando sempre le stesse strade e gli stessi luoghi, che vengono rappresentati in una piccola mappa iniziale disegnata a mano, sono l’occasione di riflessioni su sé stesso, sulla città, nonché di memorie passate, soprattutto legate all’amico Pietro Tripodo, un poeta, morto pochi anni prima, nel 1999, e che abitava in quella stessa zona. Si spiega così anche il titolo del libro, che ha un duplice significato, in quanto richiama le poesie di Tripodo, ma anche il vagabondare dello scrittore.
Personalmente non conosco Tripodo e le sue poesie – devo anche dire che non sono particolarmente interessata alla poesia – ma nel libro di Trevi ho trovato la già nota capacità dell’autore di trascinare il lettore con sé nelle strade e nei pensieri, finendo per incuriosirlo anche rispetto a cose che non conosce.
In questo caso la conquista non è stata piena, come nel caso degli altri due libri che ho citato in apertura, però sicuramente mi sono persa insieme a Trevi tra le strade dell’Esquilino, nei luoghi da lui visitati, nelle sue storie, e nella vita di questi personaggi reali e però anche mitici che lui racconta.
Una lettura da calda estate romana.
Voto: 3/5
giovedì 25 giugno 2026
Il prigioniero = El cautivo
Rispondo all’invito dell’Istituto Cervantes di Roma all’anteprima del film El cautivo (Il prigioniero) di Amenábar, in uscita nelle sale italiane, e ottengo un biglietto omaggio per la partecipazione.
Quando arrivo al cinema Quattro Fontane, dove sono presenti sia il regista sia uno degli interpreti, Alessandro Borghi, c’è un sacco di gente che ne approfitta per foto e selfie.
Prima dell’inizio del film, Andrea Occhipinti di Lucky Red dialoga con il regista e l’attore per comprenderne i retroscena e le fasi preparatorie, e devo dire che mi trovo molto d’accordo con Occhipinti nell’osservare che Amenábar ha una filmografia sempre più imprevedibile e certamente originale, visto che passa da Apri gli occhi a Mare dentro, e da The Others a Il prigioniero, mescolando film drammatici, storici, gotici e chi più ne ha più ne metta. Amenábar risponde che per lui il cinema è il modo di intraprendere un viaggio e che va nelle direzioni che gli suscitano curiosità.
Ne Il prigioniero il regista racconta i cinque anni della vita di Miguel de Cervantes (Julio Peña) che il giovane studente di lettere, poi arruolato e infine fatto prigioniero, trascorre nelle prigioni di Algeri, insieme ad altri cristiani catturati dai mori. A capo di Algeri e delle sue prigioni c’è Hasan Bajà (Alessandro Borghi), detto il Veneziano in quanto nato a Venezia e poi convertito all’Islam in Turchia, un uomo affascinante e crudele al contempo.
Durante il periodo della prigionia, Miguel attinge alla biblioteca di Padre Antonio de Sosa, ed è proprio grazie al suo amore per le lettere, alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare storie che Miguel riesce sia a intrattenere e compattare il gruppo dei prigionieri (ad eccezione di Blanco de Paz, esponente del Sant’Uffizio), che ad attirare l’interesse e conquistare Hasan Bajà.
Il rapporto tra i due sfocerà in una storia d’amore, che Miguel vivrà con molte contraddizioni anche perché proprio i sospetti sulla sua omosessualità lo avevano portato ad arruolarsi, e soprattutto perché dovrà decidere tra il desiderio di scrivere e raccontare storie al mondo e l’amore del Bajà.
Pur apprezzando nel suo complesso il coraggio dell’operazione condotta da Amenábar, devo dire che ho trovato il film meccanico e poco convincente. Una sensazione di finto e poco credibile, oltre che una narrazione un po’ stiracchiata e nel complesso poco coerente, hanno fatto sì che non mi appassionassi granché, sebbene io sia particolarmente sensibile al tema dell’importanza delle storie e della loro capacità di salvarci.
Dal mio punto di vista un’occasione parzialmente mancata, ma pazienza. Ci sta per un regista così multiforme e che batte sempre strade nuove senza mai restare nella sua zona di comfort, come fanno molti altri.
Voto: 2,5/5
Quando arrivo al cinema Quattro Fontane, dove sono presenti sia il regista sia uno degli interpreti, Alessandro Borghi, c’è un sacco di gente che ne approfitta per foto e selfie.
Prima dell’inizio del film, Andrea Occhipinti di Lucky Red dialoga con il regista e l’attore per comprenderne i retroscena e le fasi preparatorie, e devo dire che mi trovo molto d’accordo con Occhipinti nell’osservare che Amenábar ha una filmografia sempre più imprevedibile e certamente originale, visto che passa da Apri gli occhi a Mare dentro, e da The Others a Il prigioniero, mescolando film drammatici, storici, gotici e chi più ne ha più ne metta. Amenábar risponde che per lui il cinema è il modo di intraprendere un viaggio e che va nelle direzioni che gli suscitano curiosità.
Ne Il prigioniero il regista racconta i cinque anni della vita di Miguel de Cervantes (Julio Peña) che il giovane studente di lettere, poi arruolato e infine fatto prigioniero, trascorre nelle prigioni di Algeri, insieme ad altri cristiani catturati dai mori. A capo di Algeri e delle sue prigioni c’è Hasan Bajà (Alessandro Borghi), detto il Veneziano in quanto nato a Venezia e poi convertito all’Islam in Turchia, un uomo affascinante e crudele al contempo.
Durante il periodo della prigionia, Miguel attinge alla biblioteca di Padre Antonio de Sosa, ed è proprio grazie al suo amore per le lettere, alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare storie che Miguel riesce sia a intrattenere e compattare il gruppo dei prigionieri (ad eccezione di Blanco de Paz, esponente del Sant’Uffizio), che ad attirare l’interesse e conquistare Hasan Bajà.
Il rapporto tra i due sfocerà in una storia d’amore, che Miguel vivrà con molte contraddizioni anche perché proprio i sospetti sulla sua omosessualità lo avevano portato ad arruolarsi, e soprattutto perché dovrà decidere tra il desiderio di scrivere e raccontare storie al mondo e l’amore del Bajà.
Pur apprezzando nel suo complesso il coraggio dell’operazione condotta da Amenábar, devo dire che ho trovato il film meccanico e poco convincente. Una sensazione di finto e poco credibile, oltre che una narrazione un po’ stiracchiata e nel complesso poco coerente, hanno fatto sì che non mi appassionassi granché, sebbene io sia particolarmente sensibile al tema dell’importanza delle storie e della loro capacità di salvarci.
Dal mio punto di vista un’occasione parzialmente mancata, ma pazienza. Ci sta per un regista così multiforme e che batte sempre strade nuove senza mai restare nella sua zona di comfort, come fanno molti altri.
Voto: 2,5/5
martedì 23 giugno 2026
Dalle montagne al mare: Molise e Isole Tremiti fuori stagione
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| Isola di San Domino: i pagliai |
Il nostro giro ha previsto i primi 3 giorni in Molise, poi una giornata a Termoli, quindi 5 giorni alle Isole Tremiti con rientro e notte prima della partenza sempre a Termoli.
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| La zona archeologica di Sepino |
Partiamo dal noleggio dell’auto. Abbiamo dovuto anticipare di un giorno la partenza perché i giorni e gli orari di apertura degli autonoleggi di Termoli sono esemplati su quelli degli uffici pubblici, e dunque dimenticatevi di prendere una macchina a noleggio in un giorno festivo o troppo presto la mattina o troppo tardi la sera!
Ritirata la nostra Pandina, andiamo dirette verso la nostra casetta con terrazza che abbiamo prenotato a Sessano del Molise, un paesino un pochettino desolato non lontano da Isernia, uno dei due capoluoghi di quella piccolissima regione, che nella nostra Italia un po’ soffre di invisibilità.
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| La Fonderia Marinelli ad Agnone |
Nei successivi giorni, durante i nostri giri molisani, alterniamo natura, archeologia e visite a paesi, e su tutti questi fronti non mancano le cose da fare e da vedere.
Dopo un fallito tentativo di visitare il sito archeologico sannitico di Pietrabbondante, inspiegabilmente chiuso, visitiamo Agnone – il centro storico e la famosa Fonderia Marinelli, che realizza le campane tra gli altri per lo Stato pontificio e dove partecipiamo a una visita guidata con un gruppo di americani. Non manca una sosta al punto vendita del Caseificio Di Nucci per acquistare il celebre caciocavallo della zona.
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| Cascata del Volturno |
Il tardo pomeriggio è dedicato a una rapida visita alla cittadina di Isernia e poi a una cena sul presto da O' Pizzaiuolo, un posto enorme e con un menu lunghissimo che inevitabilmente si rivela mediocre.
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| Centro storico di Campobasso |
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| L'area abbandonata di Rocchetta Alta |
Torniamo dunque in zona San Vincenzo per la visita guidata alla bellissima cripta di Epifanio e al sito archeologico della vecchia abbazia, davvero sorprendente per storia e stratificazioni.
Poi andiamo a fare una passeggiata alla zona abbandonata del paesino di Rocchetta Alta, superando – ahi ahi – la transenna che ne impedisce l’accesso.
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| Il trabucco di Termoli |
La cena la facciamo alla friggitoria di pesce Maramimmo, dove mangiamo molto bene.
La sistemazione a Termoli sarà sia all’andata che al ritorno presso il b&b Futura rooms, gestite con passione da una giovane mamma che si dà molto da fare nei limiti delle sue possibilità.
Al rientro dopo i giorni alle Tremiti, a Termoli andremo a mangiare all’Osteria dentro le mura, famosa per il brodetto termolese che però non prendiamo, ma in compenso ci godiamo calamari su crema di piselli, cavatelli con vongole e asparagi, e chitarrina con sugo di scampi, e infine mousse di ricotta alla vaniglia con riduzione di fragole. Tutto buonissimo.
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| Isola di San Nicola vista da San Domino |
Con il traghetto delle ore 9 da Termoli raggiungiamo in un’oretta il porto dell’isola di San Domino, la più grande delle Tremiti e quella dove abbiamo l’alloggio. Il proprietario dell’appartamento che abbiamo prenotato, Relais al Faro, ci viene a prendere in macchina, dal momento che la salita verso il centro del paese dal porto è piuttosto impegnativa, anche senza bagagli.
Una volta sistemateci, iniziamo da subito la nostra esplorazione dell’isola che in questi 4-5 giorni ci permetterà di conoscerla in ogni suo angolo, e anche di fare un bel giro della nostra dirimpettaia San Nicola.
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| Per i sentieri di San Domino |
Verso l’ora del tramonto riprenderemo il sentiero e dopo aver raggiunto il colle dell’Eremita proseguiremo verso il faro abbandonato (sempre molto affascinante) e verso la grotta del bue marino, passeggiata che ci regala scorsi di paesaggio e natura molto molto belli.
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| Passeggiando per l'isola di San Nicola |
In tutta questa zona ci sono moltissimi lavori manutentivi e conservativi in corso, e molti spazi dell’abbazia non sono visitabili, però la passeggiata tra i chiostri e i percorsi interni ed esterni è molto bella e, una volta usciti dalla fortezza dall’altra parte, e attraverso la cosiddetta “tagliata” (la strada che passa nel punto in cui l’isola si restringe), ci incamminiamo sul bel sentiero nella macchia mediterranea che ci porterà fino al monumento libico e al cimitero.
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| Nelle strade del paesino di San Nicola |
La nostra visita a San Nicola, a differenza che la nostra permanenza a San Domino, non è affatto solitaria: incrociamo infatti diverse scolaresche in gita e ovviamente, in un’isola così piccola, non c’è modo di non incontrarli. Ce li ritroveremo anche sulla barca che fa navetta tra San Nicola e San Domino e su cui all’andata eravamo completamente da sole.
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| La grotta delle viole a San Domino |
Dopo un ottimo aperitivo al bar della piazza EraOra, che è del proprietario del nostro appartamento, andiamo a cena al ristorante La Fenice (aperto tutto l’anno), che fa un’eccellente cucina di pesce e dove infatti torneremo anche una seconda sera. A questo giro prendiamo insalata di polpo e tartare di gambero, spiedini di calamari e polpo alla griglia su letto di patate e finiamo con un cannolo scomposto. Tutto buonissimo.
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| La costa nord di San Domino |
Riprendiamo poi il sentiero perimetrale arrivando fino a Punta Secca (dove c’è una discarica!), quindi andiamo alla grotta delle rondinelle, bellissima ma il cui accesso è piuttosto impervio. Finiamo alla cala dei Benedettini con un bel bagno.
L’ultimo giorno intero che trascorriamo sulle isole ce la prendiamo comoda. Andiamo verso la grotta di Cala Tonda e vorremmo arrivare lungo la scogliera a Cala Tamariello, ma i gabbiani schierati a protezione delle uova ci impediscono il passaggio. Così torniamo indietro e ci arriviamo passando per il villaggio internazionale di Punta Diamante. Ci mettiamo sugli scogli a prendere il sole, ma niente bagno perché c’è scritto – per fortuna! – che la presenza diffusa di attinie (anemoni di mare) lungo gli scogli potrebbe provocare importanti irritazioni.
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| Passeggiando per San Domino |
Nel tentativo di fare un ultimo bagno proviamo a tornare a Cala Spido ma il mare mosso rende difficoltosi ingresso e uscita dall’acqua, cosicché alla fine ripieghiamo sulla Cala delle Arene dove è possibile fare il bagno (tra l’altro con un’acqua limpidissima) nonostante le onde. Purtroppo anche qui ci sono classi di ragazzini in gita, ma per fortuna non sono eccessivamente molesti.
Sulla via del ritorno ci fermiamo al negozio Lo scrigno per comprare un po’ di souvenir, ma pur essendo tutto aperto non c’è nessuno. Ci torneremo il giorno dopo.
Per cena torniamo al ristorante La Fenice con rinnovata soddisfazione per gli antipasti di mare e la grigliata mista di pesce.
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| Centro storico di Isernia |
Molise e Isole Tremiti pur essendo così vicine sono mondi davvero molto diversi, cosicché davvero la nostra vacanza è sembrata come la somma di due vacanze.
Il Molise, pur se a volte un po’ depresso, è una terra tutta da scoprire, sia dal punto di vista storico che naturalistico. Non ha forse cose imperdibili (tranne probabilmente Sepino e la cripta di Epifanio, tra le cose viste da noi), ma siti (archeologici, naturalistici, urbani) di grandissimo interesse, oltre che prodotti da comprare e mangiare buonissimi, come il caciocavallo e le lenticchie.
Delle isole Tremiti non possiamo che dire un gran bene: mare cristallino, tranquillità assoluta, silenzio, paesaggi molto belli. Certo, va detto che noi le abbiamo girate completamente fuori stagione, quindi ci siamo state praticamente in compagnia dei soli abitanti.
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| Per le strade di San Domino |
Immaginiamo che in piena estate le calette in cui noi abbiamo fatto il bagno da sole siano molto più affollate, e anche quelle non facilissime da raggiungere saranno invase di barche e natanti, ma noi ci siamo godute la solitudine, l’ombra delle pinete che ricoprono tutta San Domino e un’acqua meravigliosa. Certo, bisogna amare un po’ di solitudine spartana e non avere timore a fare il bagno nell’acqua molto fredda, ma per il resto per me le Tremiti sono state una bellissima scoperta fuori stagione.
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domenica 21 giugno 2026
Nobody knows
Dopo l’esperienza un po’ spiazzante della visione di Maborosi, il primo lungometraggio di Hirokazu Kore’eda del 1995, torno al cinema per il secondo appuntamento con la retrospettiva dedicata al grande regista giapponese. Il film, uscito quasi dieci anni più tardi (dopo altri due, Wonderful life e Distance) è Nobody knows, che si ispira a fatti realmente accaduti a Tokyo, ma che sono per Kore’eda una straordinaria occasione per tornare su quelli che diventeranno due capisaldi della sua produzione: i rapporti familiari e i bambini.
In Nobody knows la narrazione comincia con una madre e un figlio preadolescente, Akira (Yūya Yagira, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes in quell’anno), che si trasferiscono in una nuova casa e si presentano ai vicini (e forse anche proprietari della casa), portando loro dei doni e dicendo di essere solo in due. Quando però in casa portano tutti gli scatoloni, da due grosse e pesanti valigie vengono fuori un bambino, Shigeru, e una bambina, Yuki, più piccoli, e dopo poco il fratello più grande va alla stazione a prendere la quarta sorella, Kyoko, poco più piccola di lui.
Si capisce presto che questi quattro ragazzini sono figli di padri diversi, e che la loro madre ha un approccio adolescenziale alla vita e all’amore, e continua a innamorarsi delle persone sbagliate. La sua ricerca della felicità spesso confligge con il benessere dei figli, i quali a più riprese vengono lasciati da soli e affidati alle cure del fratello maggiore, sobbarcato di responsabilità enormi.
Quando la madre sparisce per un periodo molto lungo, i quattro ragazzini si troveranno a fare i conti da un lato con la necessità di sopravvivere, dall’altro con i loro desideri e bisogni di bambini.
Sarà un coming of age profondamente doloroso e straziante da un lato, ma anche intriso di una straordinaria tenerezza, in quel mix agrodolce fatto di rabbia, commozione e stupore che diventerà la cifra dominante del regista.
È un film questo in cui gli adulti sono quasi completamente assenti, perché indifferenti o colpevoli, mentre davanti alla macchina da presa ci sono quasi esclusivamente bambini e ragazzini, non solo i quattro fratelli, ma anche altri con cui interagiscono e che in parte ne condividono le peripezie. E la verità del modo di muoversi, di agire e di comportarsi di questi bambini colpisce al cuore, e va attribuita alla incredibile capacità di Kore’eda di creare una empatia speciale con i più piccoli.
Da vedere.
Voto: 4/5
In Nobody knows la narrazione comincia con una madre e un figlio preadolescente, Akira (Yūya Yagira, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes in quell’anno), che si trasferiscono in una nuova casa e si presentano ai vicini (e forse anche proprietari della casa), portando loro dei doni e dicendo di essere solo in due. Quando però in casa portano tutti gli scatoloni, da due grosse e pesanti valigie vengono fuori un bambino, Shigeru, e una bambina, Yuki, più piccoli, e dopo poco il fratello più grande va alla stazione a prendere la quarta sorella, Kyoko, poco più piccola di lui.
Si capisce presto che questi quattro ragazzini sono figli di padri diversi, e che la loro madre ha un approccio adolescenziale alla vita e all’amore, e continua a innamorarsi delle persone sbagliate. La sua ricerca della felicità spesso confligge con il benessere dei figli, i quali a più riprese vengono lasciati da soli e affidati alle cure del fratello maggiore, sobbarcato di responsabilità enormi.
Quando la madre sparisce per un periodo molto lungo, i quattro ragazzini si troveranno a fare i conti da un lato con la necessità di sopravvivere, dall’altro con i loro desideri e bisogni di bambini.
Sarà un coming of age profondamente doloroso e straziante da un lato, ma anche intriso di una straordinaria tenerezza, in quel mix agrodolce fatto di rabbia, commozione e stupore che diventerà la cifra dominante del regista.
È un film questo in cui gli adulti sono quasi completamente assenti, perché indifferenti o colpevoli, mentre davanti alla macchina da presa ci sono quasi esclusivamente bambini e ragazzini, non solo i quattro fratelli, ma anche altri con cui interagiscono e che in parte ne condividono le peripezie. E la verità del modo di muoversi, di agire e di comportarsi di questi bambini colpisce al cuore, e va attribuita alla incredibile capacità di Kore’eda di creare una empatia speciale con i più piccoli.
Da vedere.
Voto: 4/5
venerdì 19 giugno 2026
In giro per mostre di fotografia: Fotografia europea a Reggio Emilia e Ruth Orkin a Bologna
Approfittando di un weekend bolognese di ponte, decido di recuperare un po’ di mostre fotografiche in zona.
Dedico la giornata di sabato insieme al mio amico M. a visitare le mostre in programma di Fotografia europea, uno degli appuntamenti annuali del settore ospitato dalla città di Reggio Emilia. Poiché si tratta di un evento diffuso con numerose mostre nel centro della città, è anche l’occasione per fare una passeggiata nel bel centro storico del capoluogo emiliano.
Il punto di partenza sono i Chiostri di San Pietro dove acquistiamo il biglietto che ci consentirà di visitare nel tempo che abbiamo a disposizione la gran parte delle mostre in programma.
Le sedi della mostra che tocchiamo nel nostro giro sono, oltre ai Chiostri dove c’è il maggior numero di esposizioni, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi e la Chiesa SS. Carlo e Agata.
Una menzione a parte va fatta per l’esposizione dedicata a Luigi Ghirri, in occasione del centenario della sua nascita, che in questo caso si concentra sul suo rapporto con la musica, sia rispetto ai contenuti delle sue fotografie, sia rispetto alle sue collaborazioni con molti musicisti di rilievo, come Lucio Dalla, Gianni Morandi e i CCCP. Due sale del Palazzo dei musei che – come sempre accade con l’opera fotografica di Ghirri – attraggono l’attenzione dello spettatore e lo catturano nel suo mondo in cui la distanza tra realtà e finzione, e tra realismo e interpolazione, è sempre molto sottile.
Tolta questa esposizione, il resto delle mostre è in qualche modo uno sguardo d’insieme sullo stato dell’arte della fotografia europea, il cui tema conduttore per quest’anno è Fantasmi del quotidiano.
Non so se per il tema, oppure più semplicemente come riflesso delle tendenze dominanti, la maggior parte delle mostre si può far rientrare sotto l’etichetta, forse un po’ generica, di fotografia sperimentale: in alcuni casi per il mix di strumenti espressivi (non solo fotografia, ma anche video, oggetti, installazioni), in altri casi per l’uso di tecniche e materiali non tradizionali, in altri ancora per le scelte fatte in tema di dimensioni, colori, tipo di sviluppo o di stampa.
In quasi tutti i progetti presentati c’è una dimensione narrativa e concettuale che va molto al di là della singola foto e che sottende una lettura articolata e complessa.
In alcuni casi la fruizione delle foto non è affatto immediata e richiede – almeno per quanto mi riguarda – uno sforzo di razionalizzazione che mi toglie un po’ il piacere emotivo che per me è legato alla fotografia.
In alcuni casi le soluzioni sono invece altamente suggestive; in particolare, alcune delle esposizioni a Palazzo da Mosto, accomunate sotto l'etichetta Ghostland, mi hanno molto colpito, ad esempio il lavoro di Alisa Martynova e quello di Carolyn Drake.
Invece delle mostre ai Chiostri di San Pietro sono particolarmente colpita dal lavoro The season di Giulia Vanelli, che è quello che per caratteristiche tecniche e per impatto emotivo mi risuona maggiormente.
Nel complesso un’esperienza molto interessante che dà molto da pensare come in un’epoca in cui siamo sommersi da immagini fotografiche e l’intelligenza artificiale sta contribuendo ulteriormente all’inflazione delle immagini, molti fotografi non ritengono più sufficiente la fotografia tradizionale come mezzo distintivo ed espressivo, e scelgono di spostarsi sul fronte dell’arte visuale a tutto tondo per trovare uno spazio effettivamente riconoscibile.
Proprio questa connessione tra linguaggi visivi differenti è anche uno degli elementi caratterizzanti di una fotografa che invece si colloca in un’epoca molto diversa, Ruth Orkin (1921-1985), cui è dedicata la mostra antologica, The illusion of time, ospitata a Bologna, a Palazzo Pallavicini.
Nel presentare un’ampia selezione delle fotografie della Orkin, dai ritratti alle foto di strada, dalle foto dei bambini ai reportage, dal racconto per immagini dei suoi viaggi per il mondo all’uso della fotografia per affrontare tematiche sensibili per l’epoca (e non solo).
L’elemento che la mostra sottolinea fin dal principio e riporta all’attenzione dello spettatore a più riprese è l’interesse della Orkin per il linguaggio cinematografico e dunque per un racconto per immagini che incorpori il tempo e il movimento.
Cresciuta in una famiglia che aveva avuto molte relazioni con la Hollywood del tempo, la Orkin tentò di fare la regista – che era quello che davvero avrebbe voluto fare – ma si vide negare ogni possibilità in un’epoca in cui una donna regista era quasi impensabile. Per questo si spostò sulla fotografia, usando la macchina fotografica in un modo che fosse il più possibile cinematografico, ossia che fosse finalizzato a un racconto nel tempo, più che alla costruzione della singola fotografia.
Del resto, fin dai 17 anni mostrò una straordinaria autonomia e intraprendenza, com’è testimoniato dalle foto che fece durante il viaggio in bicicletta che la portò da Los Angeles a Boston attraverso tutto l’America, fotografie che già mostrano un livello di modernità e di originalità davvero sorprendenti.
Una fotografa che merita di essere riscoperta e approfondita, come altre pioniere della fotografia sue contemporanee.
Voto: 3,5/5
Dedico la giornata di sabato insieme al mio amico M. a visitare le mostre in programma di Fotografia europea, uno degli appuntamenti annuali del settore ospitato dalla città di Reggio Emilia. Poiché si tratta di un evento diffuso con numerose mostre nel centro della città, è anche l’occasione per fare una passeggiata nel bel centro storico del capoluogo emiliano.
Il punto di partenza sono i Chiostri di San Pietro dove acquistiamo il biglietto che ci consentirà di visitare nel tempo che abbiamo a disposizione la gran parte delle mostre in programma.
Le sedi della mostra che tocchiamo nel nostro giro sono, oltre ai Chiostri dove c’è il maggior numero di esposizioni, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi e la Chiesa SS. Carlo e Agata.
Una menzione a parte va fatta per l’esposizione dedicata a Luigi Ghirri, in occasione del centenario della sua nascita, che in questo caso si concentra sul suo rapporto con la musica, sia rispetto ai contenuti delle sue fotografie, sia rispetto alle sue collaborazioni con molti musicisti di rilievo, come Lucio Dalla, Gianni Morandi e i CCCP. Due sale del Palazzo dei musei che – come sempre accade con l’opera fotografica di Ghirri – attraggono l’attenzione dello spettatore e lo catturano nel suo mondo in cui la distanza tra realtà e finzione, e tra realismo e interpolazione, è sempre molto sottile.
Tolta questa esposizione, il resto delle mostre è in qualche modo uno sguardo d’insieme sullo stato dell’arte della fotografia europea, il cui tema conduttore per quest’anno è Fantasmi del quotidiano.
Non so se per il tema, oppure più semplicemente come riflesso delle tendenze dominanti, la maggior parte delle mostre si può far rientrare sotto l’etichetta, forse un po’ generica, di fotografia sperimentale: in alcuni casi per il mix di strumenti espressivi (non solo fotografia, ma anche video, oggetti, installazioni), in altri casi per l’uso di tecniche e materiali non tradizionali, in altri ancora per le scelte fatte in tema di dimensioni, colori, tipo di sviluppo o di stampa.
In quasi tutti i progetti presentati c’è una dimensione narrativa e concettuale che va molto al di là della singola foto e che sottende una lettura articolata e complessa.
In alcuni casi la fruizione delle foto non è affatto immediata e richiede – almeno per quanto mi riguarda – uno sforzo di razionalizzazione che mi toglie un po’ il piacere emotivo che per me è legato alla fotografia.
In alcuni casi le soluzioni sono invece altamente suggestive; in particolare, alcune delle esposizioni a Palazzo da Mosto, accomunate sotto l'etichetta Ghostland, mi hanno molto colpito, ad esempio il lavoro di Alisa Martynova e quello di Carolyn Drake.
Invece delle mostre ai Chiostri di San Pietro sono particolarmente colpita dal lavoro The season di Giulia Vanelli, che è quello che per caratteristiche tecniche e per impatto emotivo mi risuona maggiormente.
Nel complesso un’esperienza molto interessante che dà molto da pensare come in un’epoca in cui siamo sommersi da immagini fotografiche e l’intelligenza artificiale sta contribuendo ulteriormente all’inflazione delle immagini, molti fotografi non ritengono più sufficiente la fotografia tradizionale come mezzo distintivo ed espressivo, e scelgono di spostarsi sul fronte dell’arte visuale a tutto tondo per trovare uno spazio effettivamente riconoscibile.
Proprio questa connessione tra linguaggi visivi differenti è anche uno degli elementi caratterizzanti di una fotografa che invece si colloca in un’epoca molto diversa, Ruth Orkin (1921-1985), cui è dedicata la mostra antologica, The illusion of time, ospitata a Bologna, a Palazzo Pallavicini.
Nel presentare un’ampia selezione delle fotografie della Orkin, dai ritratti alle foto di strada, dalle foto dei bambini ai reportage, dal racconto per immagini dei suoi viaggi per il mondo all’uso della fotografia per affrontare tematiche sensibili per l’epoca (e non solo).
L’elemento che la mostra sottolinea fin dal principio e riporta all’attenzione dello spettatore a più riprese è l’interesse della Orkin per il linguaggio cinematografico e dunque per un racconto per immagini che incorpori il tempo e il movimento.
Cresciuta in una famiglia che aveva avuto molte relazioni con la Hollywood del tempo, la Orkin tentò di fare la regista – che era quello che davvero avrebbe voluto fare – ma si vide negare ogni possibilità in un’epoca in cui una donna regista era quasi impensabile. Per questo si spostò sulla fotografia, usando la macchina fotografica in un modo che fosse il più possibile cinematografico, ossia che fosse finalizzato a un racconto nel tempo, più che alla costruzione della singola fotografia.
Del resto, fin dai 17 anni mostrò una straordinaria autonomia e intraprendenza, com’è testimoniato dalle foto che fece durante il viaggio in bicicletta che la portò da Los Angeles a Boston attraverso tutto l’America, fotografie che già mostrano un livello di modernità e di originalità davvero sorprendenti.
Una fotografa che merita di essere riscoperta e approfondita, come altre pioniere della fotografia sue contemporanee.
Voto: 3,5/5
mercoledì 17 giugno 2026
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki
Norwegian wood. Tokyo blues / Murakami Haruki; con una nota dell'autore; introduzione e trad. di Giorgio Amitrano. Torino: Einaudi, 2013.
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
Non sono una fan di Murakami e i libri che ho letto fino a questo momento - invero non tantissimi - mi sono piaciuti senza però mai entusiasmarmi veramente.
Continuo però a cercare nei suoi romanzi quella "magia" che altre persone ci vedono e che ha conquistato tanti lettori nel mondo.
Ed eccomi qua a leggere uno dei suoi classici, noto inizialmente come Tokyo blues e in questa edizione riportato al titolo originale che lo stesso Murakami aveva immaginato, Norwegian wood, dal titolo della canzone dei Beatles tanto presente nel racconto.
Come leggo nell'introduzione e poi riconosco anche nella lettura, Norwegian wood è un romanzo anomalo rispetto alla produzione di Murakami, una storia che non sconfina mai nel magico.
Norwegian wood è una specie di lungo flashback, la rievocazione da parte di Watanabe ormai adulto del periodo in cui aveva cominciato l'università.
In particolare, il narratore si sofferma su due rapporti che hanno segnato quella fase e che ne hanno decretato il passaggio alla vita adulta, quello con Naoko e quello con Midori.
In entrambi i casi Watanabe si trova a fare i conti con giovani donne affascinanti ma che hanno un rapporto problematico con l'esistenza.
Nel caso di Naoko una psiche già instabile viene sconvolta dal suicidio di Kitsuki, il suo ragazzo, nonché amico di Watanabe. Per Midori è invece la dimensione familiare ad essere dolorosa e faticosa da gestire.
Mentre frequenta l'università e vive nel collegio universitario, mantenendosi con piccoli lavori, Watanabe si muove tra queste due dimensioni femminili facendo i conti con i propri desideri e progetti.
Nel romanzo di Murakami si respira una tristezza, a volte sotterranea, a volte esplicita, che non lascia quasi tregua, cui fanno da contrappeso momenti di vitalità che però non riescono a compensare l'angoscia pervasiva. E non si tratta solo della tristezza e dell'angoscia collegate a un'età della vita che è per tutti di passaggio verso un mondo adulto che in parte rifiutiamo, bensì di una condizione esistenziale di cui Murakami non ci spiega pienamente origini e motivazioni.
Ci si può dunque solo arrendere ai diversi sentimenti che la lettura ci suscita e ci fa attraversare, partecipando degli abissi dei protagonisti, ma anche dei momenti di tenerezza che caratterizzano le loro vite.
Sarà che da sempre combatto l'angoscia esistenziale fine a sé stessa, ma ho fatto fatica a empatizzare davvero con i personaggi di questo romanzo che in buona parte ho trovato troppo lontani dal mio modo di essere e di affrontare l'esistenza.
E dunque anche in questo caso ho apprezzato la lettura senza però esserne pienamente conquistata.
Voto: 3,5/5
lunedì 15 giugno 2026
Hen – Storia di una gallina
Questo film del regista ungherese György Pálfi era stato presentato all’ultima Festa del cinema di Roma (2025), ma nella mia programmazione non era riuscito a rientrare.
Cosicché ora che, alle porte dell’estate, il film arriva nelle sale italiane decido di non perderlo.
Si comincia con le immagini di un’azienda nella qualche si allevano galline per produrre e vendere uova e pulcini. Tra questi ce n’è uno nero che, diventato una gallina, cominciamo a seguire in mezzo a tutti gli altri e che, proprio per il suo colore, il camionista che trasporta le merci dall’azienda agli acquirenti decide di togliere dal carico e di portare a casa come regalo per sua moglie. Durante una sosta dal benzinaio, la gallina nera più o meno fortunosamente riesce a fuggire, e da qui comincia una incredibile avventura che la porterà nella casa di un vecchio che vive con la figlia e la nipote, cui un tempo era annessa una taverna di pesce.
Il compagno della figlia utilizza invece questo avamposto molto defilato per il contrabbando di merci e a un certo punto anche di esseri umani. Mentre nel mondo degli umani si consumano questi eventi, con risvolti a volte tragici, altre volte ridicoli, la gallina - cui il vecchio capofamiglia dà il nome di Hen - cresce e scopre gioie e dolori della vita da gallina e, mentre attraversa quasi indifferente le traversie degli umani e si salva più volte dalla morte, da un lato aiuta – non intenzionalmente - il vecchio capofamiglia a prendere coscienza di sé e di quello che sta accadendo, dall’altro persegue, in questo caso intenzionalmente, l’obiettivo di fare dei pulcini e di dare futuro alla sua specie.
Pare che Hen sia stata interpretata da ben nove diverse galline, perché sembrerebbe che le galline – oltre a non rendere particolarmente facile il compito del regista - tendano a stancarsi molto facilmente e dunque per poter procedere a girare il film è stato necessario cambiare frequentemente la protagonista.
Il film gioca in maniera molto accurata sulla tendenza di noi esseri umani ad attribuire sentimenti, intenzioni e pensieri agli animali sulla base della nostra esperienza, umanizzandoli; però in questo caso è altrettanto evidente l’intenzione del regista di mostrare come, al netto delle nostre sovrainterpretazioni, gli animali agiscono secondo istinto di sopravvivenza e di prosecuzione della specie, e che in fondo questa istintività indifferente a tutto il resto in molti casi è molto meglio della nostra intenzionalità e razionalità, dunque in sintesi di quello che ci rende umani.
A parte il fastidio per il doppiaggio italiano degli attori umani, che ho mal sopportato, il film pur non essendo un capolavoro è decisamente interessante nella sua originalità.
Voto: 3/5
Cosicché ora che, alle porte dell’estate, il film arriva nelle sale italiane decido di non perderlo.
Si comincia con le immagini di un’azienda nella qualche si allevano galline per produrre e vendere uova e pulcini. Tra questi ce n’è uno nero che, diventato una gallina, cominciamo a seguire in mezzo a tutti gli altri e che, proprio per il suo colore, il camionista che trasporta le merci dall’azienda agli acquirenti decide di togliere dal carico e di portare a casa come regalo per sua moglie. Durante una sosta dal benzinaio, la gallina nera più o meno fortunosamente riesce a fuggire, e da qui comincia una incredibile avventura che la porterà nella casa di un vecchio che vive con la figlia e la nipote, cui un tempo era annessa una taverna di pesce.
Il compagno della figlia utilizza invece questo avamposto molto defilato per il contrabbando di merci e a un certo punto anche di esseri umani. Mentre nel mondo degli umani si consumano questi eventi, con risvolti a volte tragici, altre volte ridicoli, la gallina - cui il vecchio capofamiglia dà il nome di Hen - cresce e scopre gioie e dolori della vita da gallina e, mentre attraversa quasi indifferente le traversie degli umani e si salva più volte dalla morte, da un lato aiuta – non intenzionalmente - il vecchio capofamiglia a prendere coscienza di sé e di quello che sta accadendo, dall’altro persegue, in questo caso intenzionalmente, l’obiettivo di fare dei pulcini e di dare futuro alla sua specie.
Pare che Hen sia stata interpretata da ben nove diverse galline, perché sembrerebbe che le galline – oltre a non rendere particolarmente facile il compito del regista - tendano a stancarsi molto facilmente e dunque per poter procedere a girare il film è stato necessario cambiare frequentemente la protagonista.
Il film gioca in maniera molto accurata sulla tendenza di noi esseri umani ad attribuire sentimenti, intenzioni e pensieri agli animali sulla base della nostra esperienza, umanizzandoli; però in questo caso è altrettanto evidente l’intenzione del regista di mostrare come, al netto delle nostre sovrainterpretazioni, gli animali agiscono secondo istinto di sopravvivenza e di prosecuzione della specie, e che in fondo questa istintività indifferente a tutto il resto in molti casi è molto meglio della nostra intenzionalità e razionalità, dunque in sintesi di quello che ci rende umani.
A parte il fastidio per il doppiaggio italiano degli attori umani, che ho mal sopportato, il film pur non essendo un capolavoro è decisamente interessante nella sua originalità.
Voto: 3/5
Etichette:
cinema,
György Pálfi,
Hen,
Storia di una gallina
giovedì 11 giugno 2026
Lucrecia Dalt. Monk, 27 maggio 2026
Purtroppo la capitale dal punto di vista della musica dal vivo, soprattutto quando si tratta artisti stranieri, è una piazza tendenzialmente piuttosto deludente. Sono stati variamente spiegati i motivi per cui la maggior parte delle band e dei cantanti che fanno i tour europei tendono a saltare l’Italia e se proprio ci fanno un passaggio, la scelta cade su Milano o al massimo su Bologna. Così, accade che ogni volta che un o una musicista che ho ascoltato e che ho trovato interessante – anche se magari non in cima alle mie personali classifiche – fissa una data romana cerco di non lasciarmela sfuggire, e se il luogo è il Monk la decisione è ulteriormente rafforzata.
Dunque qualche mese fa avevo preso il biglietto per il concerto di Lucrecia Dalt, artista colombiana di cui avevo già comprato il disco precedente ¡Ay! sulla scorta delle recensioni positive che avevo letto, ma ne avevo abbandonato quasi subito l’ascolto, troppo sperimentale per me. Ho voluto darle una seconda possibilità con l’ultimo disco, A danger to ourselves, nato dalla collaborazione – tra gli altri – con David Sylvian, e a questo giro l’ascolto è stato per me molto più interessante, soprattutto per alcuni brani.
Sul palco del Monk la Dalt si presenta con due musicisti, un batterista, Alex Lazaro, che si muove all’interno di una batteria composta in un modo originalissimo e le cui parti stanno non solo in basso rispetto alle sue mani ma anche in alto, e un bassista, Cyrus Campbell, che si sposta tra il basso e il contrabbasso. La Dalt suona invece chitarra elettrica e classica, e soprattutto costruisce i suoi sottofondi sonori con pedaliera, secondo microfono, sintetizzatori e computer.
Quando attacca il primo brano mi dico che forse non sarà il concerto per me.
I tre musicisti – che sfoggiano un look un po’ steampunk – risultano algidi e la componente fortemente elettronica dei primi brani dal mio punto di vista non aiuta. Però man mano che il concerto va avanti e le sonorità della Dalt si fanno – come nell’ultimo disco – più varie e miste, oscillando tra sonorità che si richiamano a quelle tradizionali della musica latinoamericana e sonorità elettroniche e dark, che a volte si fanno inquietanti, altre volte ipnotiche, altre volte quasi calde e rassicuranti, mi lascio andare e mi faccio conquistare.
Da lì in poi il concerto è come un viaggio psichedelico collettivo che rapidamente ci conduce verso un finale nel quale la Dalt si fa più loquace e più empatica nei confronti del pubblico, conquistata anche lei dall’atmosfera. Cosicché al termine della scaletta, non mancano due canzoni di reprise prima di chiudere in bellezza.
E così, anche se non è esattamente il mio genere, i tappeti musicali complessi e stratificati di Lucrecia Dalt mi trascinano magneticamente nel mondo della musicista, facendomi apprezzare una volta di più la magia della musica dal vivo.
Voto: 3,5/5
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