mercoledì 15 aprile 2026
Nessuno. Le avventure di Ulisse / con Stefano Accorsi. Teatro Ambra Jovinelli, 25 marzo 2026
Sulla scena, insieme ad Accorsi, la bravissima Francesca Del Duca che innanzitutto costruisce la tessitura sonora dello spettacolo con la sua voce e le sue percussioni, evocando sonorità primitive e ancestrali, in secondo luogo fa da spalla ad Accorsi rappresentando l’altro, ma soprattutto una Penelope che sta prima fuori dalla narrazione e poi ne diventa protagonista.
Accorsi è mattatore della scena interpretando non solo Ulisse, ma anche tutti gli altri personaggi, cambiando registro e anche dizione (esilarante l’uso dell’accento bolognese quando interpreta il re dei Troiani), e dando una connotazione fortemente fisica al protagonista, anche grazie a una scenografia che sembra quasi una struttura circense, e che di volta in volta fa da cavallo di Troia o da rappresentazione di Polifemo o da barca in mezzo al mare nella quale Ulisse viaggia insieme al suo equipaggio.
Su questa struttura Accorsi si arrampica, corre, tira di boxe, e a volte ne esce per spingerla e farla ruotare su sé stessa a seconda delle esigenze sceniche, trasferendoci così la fatica del suo ritorno a casa.
Il racconto della vittoria sui Troiani e poi delle peripezie di Ulisse per tornare a Itaca attinge a un linguaggio che si fa spesso colloquiale e ironico, e in cui non mancano riferimenti alla contemporaneità o comunque a vicende e personaggi di gran lunga successivi all’Odissea, rendendo lo storytelling accattivante e adatto a qualunque tipo di pubblico, senza però togliere forza e sostanza al capolavoro “omerico”.
In un certo senso, lo spettacolo riporta l’Odissea alle sue origini, ossia quella che, secondo una delle ipotesi più accreditate dagli studiosi, la considera una storia raccontata oralmente dagli aedi per intrattenere il popolo nelle pubbliche piazze e trasformata, integrata e parzialmente rielaborata ad ogni racconto fino a costituire un corpus letterario tramandato fino a noi.
Accorsi è molto bravo, anche se questa deriva molto fisica mi fa un po’ sorridere e mi sa tanto di crisi di mezza età, però questo spettacolo mi conferma che il teatro è probabilmente la forma d’arte che lo valorizza di più; devo però anche aggiungere che la sua spalla, Del Duca, è il vero fiore all’occhiello dello spettacolo, applauditissima dal pubblico.
Uno spettacolo ironico e autoironico, divertente senza essere stupido né superficiale, che sa essere al contempo rispettoso e irriverente rispetto al classico che ci racconta.
Voto: 3,5/5
lunedì 13 aprile 2026
Festival del cinema tedesco: No mercy, Short summer, The good sister
Con la primavera inizia a Roma la stagione dei festival del cinema proveniente da altri paesi: si comincia con quello tedesco, ma a breve ci saranno anche quello irlandese, quello francese e lo spagnolo.
Il festival del cinema tedesco è quest’anno alla sesta edizione e si è svolto al cinema Quattro Fontane, con una durata di quattro giorni. Io ho fatto una piccola maratona domenicale, guardando in fila gli ultimi tre film della rassegna e ne sono uscita soddisfatta.
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Il primo film è un documentario di Isa Willinger dedicato alla storia del cinema dal punto di vista delle donne. A partire da una frase della regista ucraina Kira Muratova, di cui la Willinger è studiosa e ammiratrice, la regista tedesca si interroga se sia vero e, nel caso, quali siano le motivazioni del fatto che il cinema delle registe donne sia più aspro nei contenuti e nella forma.
Per poter indagare su questo aspetto, la Willinger va a intervistare molte registe donne, appartenenti a diverse generazioni, orientamenti e provenienti da diversi contesti culturali: Ana Lily Amirpour, Catherine Breillat, Jackie Buet, Margit Czenki, Virginie Despentes, Alice Diop, Valie Export, Nina Menkes, Marzieh Meshkini, Mouly Surya, Céline Sciamma, Joey Soloway, Monika Treut e Apolline Traoré.
Non so se alla fine il film riesca a dare una risposta univoca alla domanda che si pone – forse la risposta sta nel come interpretiamo l’asprezza -, certamente però le interviste e gli spezzoni di film ci offrono una carrellata e un bellissimo affresco di un cinema fatto dalle donne che solo in parte mi era noto e che mi ha suscitato moltissime curiosità.
Ne viene certamente fuori una questione che riguarda, del resto, molti altri settori occupati a lungo solo da uomini, ossia il fatto che le donne registe hanno cominciato a trovare spazio e considerazione nel cinema solo in tempi relativamente recenti, e che molte registe di grande valore sono state volontariamente oscurate dai loro colleghi maschi.
Per quanto mi riguarda non è tanto e soltanto questione di sguardo maschile o femminile sul mondo – va detto che ci sono e ci sono stati registi e sceneggiatori uomini che hanno raccontato in maniera credibile ed esemplare figure femminili – quanto questione di avere molteplici punti di vista, che siano il più diversificati possibile, non solo a livello di genere, bensì anche a livello di provenienza geografica e culturale. Nell’arte, ancor più - se vogliamo che in tutti gli altri ambiti -, le minoranze portano ricchezza di vedute e varietà di approcci, e riescono a mettere in discussione il canone.
Quindi, lunga vita alle donne del cinema e al Festival international de films des femmes di Créteil almeno finché il mondo del cinema sarà uno spazio prevalentemente occupato da uomini.
Voto: 3,5/5
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Short summer è il film diretto da Nastja Korkija, la cui protagonista è una bambina di 8 anni, Katya, la quale trascorre l’estate nella casa dei nonni nella campagna russa.
Apparentemente il film racconta di una classica estate di una bambina dai nonni, che trascorre tra sgambate in bicicletta con altri bambini, giochi in casa e fuori casa, partite a pallone, momenti di noia, e momenti di riposo. Però in quest’atmosfera quasi rarefatta e decisamente fuori dal tempo, a poco a poco emergono molteplici segnali di un contesto problematico: i nonni di Katya stanno divorziando e a breve venderanno la casa in campagna, per le campagne si aggira un giovane reduce della guerra in Cecenia che soffre di PTSD e compie azioni imprevedibili, in paese e in giro per la campagna ci sono solo vecchi e bambini, e molti dei vecchi hanno delle menomazioni, sulle ferrovie che attraversano l’area passano convogli che trasportano carri armati e altro materiale, la radio e la televisione danno notizie di una guerra in corso.
Capiremo verso la fine del film che siamo nei primi anni Duemila, alla vigilia della tristemente nota strage di Beslan, quando i separatisti ceceni presero in ostaggio 1.200 persone in un edificio scolastico dell’Ossezia del Nord e nel momento in cui arrivarono le forze militari russe oltre 300 persone furono uccise, tra cui moltissimi bambini.
Il film di debutto della Korkija vive del contrasto tra l’atmosfera bucolica, la calda luce estiva, la curiosità e l’innocenza dei giochi dei bambini da un lato, e lo squallore di luoghi abbandonati, l’orrore dei segni della guerra sui corpi e sulle menti delle persone, la tristezza e la sotterranea paura che attraversa questi luoghi.
Il tutto vissuto dal punto di vista di una bambina che coglie solo parzialmente quello che le accade intorno, ma che probabilmente in qualche modo ne interiorizza segni invisibili che porterà con sé da adulta.
Pur essendo stilisticamente molto diverso, Short summer mi ha ricordato il film Memory di Vladena Sandu, presentato alle Giornate degli autori a Venezia, che parlava anch’esso della guerra cecena e del punto di vista di una bambina. Quanto quel film era fortemente giocato sul voice over, tanto questo è invece costruito sui silenzi: in entrambi i casi il ritmo lento richiede attenzione, ma si insinua lentamente sotto pelle e resta dentro anche dopo la fine della visione.
Voto: 3,5/5
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The good sister è l’opera prima di Sarah Miro Fischer, giovane regista che in questo film ha sviluppato l’idea con cui si è diplomata all’accademia di cinema, arrivando addirittura alla Berlinale e anche alla distribuzione fuori dai confini della Germania.
Protagonista è Rose (Marie Bloching), una giovane donna che, dopo la fine della storia con la sua compagna con cui convive, chiede ospitalità al fratello Samuel (Anton Weil) che vive in un piccolo appartamento. I due fratelli sono molto legati, e rapidamente Rose, oltre a occupare il divano di casa di Sam, entra un pochino nella vita di suo fratello, conoscendone gli amici e gli affetti, di cui non sapeva molto.
Una notte Sam porta a casa una ragazza; Rose sente voci e rumori, però pensa che la questione sia chiusa lì; fino a quando le arriva una lettera della polizia che la convoca come testimone nella denuncia di stupro che la donna ha mosso nei confronti di Sam.
Da questo momento comincia per Rose un complesso processo di introspezione, sia rispetto a sé stessa che rispetto al rapporto con suo fratello, che la porterà a fare i conti con il proprio essere donna, con i condizionamenti dei rapporti familiari, con le sfumature e i confini non sempre netti tra le situazioni e le percezioni individuali.
Il film della Fischer, pur adottando una struttura narrativa distesa, riesce a non essere didascalico e a dare spazio alle sfumature e alla complessità delle situazioni e dei sentimenti, e dunque mette lo spettatore di fronte alla necessità di interpretare, di dare la propria lettura e di fare le proprie scelte, come del resto accade nella vita.
La regista presente in sala ribadisce con forza questa natura aperta del film e il desiderio che siano gli spettatori ad attribuire senso e significato e non il film o la regista a spiegare tutte le scelte.
Ottima opera prima.
Voto: 3,5/5
giovedì 9 aprile 2026
Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro / Hisham Matar
Ne Il ritorno Hisham Matar racconta, a volte in maniera distesa, altre volte come un flusso di coscienza, andando avanti e indietro nel tempo, la storia della sua famiglia e in particolare di suo padre, Jaballa, oppositore del regime libico di Gheddafi e per questo incarcerato, insieme ad altri componenti della sua famiglia, nella prigione di Abu Salim, tristemente nota per il massacro del 1996.
Hisham nasce nel 1970 a New York, in quanto in quegli anni suo padre faceva parte della delegazione libica presso le Nazioni Unite. Dopo pochi anni, la famiglia Matar si trasferì a vivere a Tripoli dove Hisham trascorse la sua infanzia fino ai nove anni. L'ascesa di Gheddafi e la condizione di oppositore di Jaballa costrinsero però la famiglia a trasferirsi in Egitto, al Cairo, dove Hisham visse fino al trasferimento in Inghilterra per studio. Lì Hisham rimase dopo l'incontro con Diana, che sarebbe diventata sua moglie, e l'inizio della sua attività di scrittore.
Ma ne Il ritorno, romanzo autobiografico che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2017 nella sua categoria, Hisham si concentra in particolare sul momento di speranza che si riaccese nella popolazione libica dopo il rovesciamento di Gheddafi. In quella fase diversi membri della sua famiglia, lo zio e i cugini, furono liberati dalle prigioni libiche e tornarono a casa, e diversi libici che avevano abbandonato il loro paese ritornarono nella speranza di poter ricostruire una vita in patria. Nel caso di Hisham c'era soprattutto la speranza di avere notizie del padre, forse ucciso nel massacro di Abu Salim, o in altre circostanze, ma il cui corpo non è stato mai ritrovato e la cui morte non è stata mai confermata.
Il libro è dunque il racconto del disperato tentativo di conoscere la verità, ma anche una riflessione e un racconto su un paese e un popolo martoriati dalla dittatura e illusi dalla sua caduta, che - come oggi sappiamo - ha aperto la strada a una guerra civile e a una spaccatura mantenuta in equilibrio con armi e violenza.
Però, pur non potendo prescindere dalla storia del suo paese, il libro di Hisham è soprattutto la rappresentazione lucida e al contempo empatica dei sentimenti forti e contraddittori che legano un esule al suo paese di origine e a un padre che nella storia di quel paese ha avuto un ruolo centrale, ma che Hisham non vede da oltre 20 anni senza conoscerne il destino.
C'è tanto, tantissimo, in questo libro, di personale, ma anche tanto per comprendere realtà che sono fuori dalla nostra esperienza, e che solo attraverso la grande letteratura abbiamo la possibilità di provare a capire nelle loro specificità ma anche nelle forme di universalità che sono legate al nostro far parte di un'umanità che, nonostante le differenze storiche, sociali e religiose, condivide sentimenti, relazioni, desideri e piccolezze.
Una lettura davvero entusiasmante.
Voto: 4/5
martedì 7 aprile 2026
Ashes / Muta Imago. Spazio Diamante, 21 marzo 2026
Prima di arrivare al teatro avevo letto poco, se non che il lavoro Ashes è fortemente incentrato sulle sonorizzazioni. Sul palco, quattro microfoni su aste e, alla destra dei microfoni, una postazione per il musicista Lorenzo Tomio che, con i suoi interventi musicali e sonori, non accompagna semplicemente lo spettacolo, ma ne diventa protagonista.
Dietro le aste, al buio e poi appena rischiarati da luci soffuse, compaiono quattro personaggi, interpretati da Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano e Arianna Pozzoli. Inizialmente di loro sentiamo solo i respiri e i gorgoglii in parte amplificati dai microfoni, poi comincia una specie di chiacchiericcio di fondo, fatto di piccoli monologhi, pensieri, brevi dialoghi, onomatopee, versi di animali e molto altro.
Non c’è una vera narrazione in senso tradizionale in questo spettacolo, e solo qua e là ci sembra di riconoscere un fil rouge nel racconto, forse la storia degli abitanti di una casa che seguiamo dalla fine del XIX secolo fino a un futuro nel quale la casa stessa diventa un luogo per illustrare com’era la vita un tempo e quali strani oggetti utilizzava questa umanità del passato.
Nel mezzo, situazioni, eventi, rumori, che raccontano di compleanni, capodanni, natali, nascite, morti, cadute, rapporti familiari, e altro che sta a ognuno decodificare, ovvero a cui ci si può anche solo lasciare andare.
Aleggia in quest’ora di spettacolo la ricerca di un significato della vita in relazione al tempo che passa, alle persone che cambiano e che si sostituiscono le une alle altre, in un andamento circolare e ineluttabile di cui rimane appunto un chiacchiericcio di fondo, su cui ogni tanto si accendono delle luci a illuminare momenti specifici, quelli che di solito immortaliamo e che spesso sono gli unici che vanno a costituire la nostra memoria, ma che comunque sono destinati a essere spazzati via, o a cambiare di significato nel tempo, o a essere perduti.
A tratti, lo spettacolo dei Muta Imago mi ha fatto pensare al film di Zemeckis Here che a sua volta si ispirava a un graphic novel, nonché a Sentimental value, perché in entrambi i casi – ove più ove meno – i luoghi e il tempo che passa si fanno protagonisti più ancora delle persone che li abitano. Le persone passano, i luoghi restano certamente oltre la vita delle persone ed è come se in qualche modo ne tramandassero una memoria silenziosa e invisibile.
Quando mi sono trasferita nella casa dove vivo adesso, nella casa di fronte alla mia vedevo spesso una signora anziana, ma tutto sommato in buona salute, uscire sulla terrazza a curare le sue bellissime e rigogliose piante. Talvolta, ne sentivo da lontano la voce mentre parlava con quelle che immagino fossero la figlia e la nipote. Poi all’improvviso la casa si è fatta silenziosa, le piante sono morte tutte, fino a quando ho visto ricomparire sul terrazzo altre persone, prima sporadicamente, poi abbastanza sistematicamente. Qualcuno di coloro che ci abitano adesso da qualche tempo sembra stare facendo anche qualche tentativo di piantare qualcosa.
C’è un misto di malinconia e tristezza, ma anche di sotterranea gioia nell’idea di quanto tutto conti e nulla conti, che siamo un momento nella storia, di grandissimo significato per noi stessi mentre viviamo, ma di scarsissimo significato nel grande orizzonte del tempo che passa inesorabile.
E Ashes ce lo ricorda, in modo delicato e forte, sottile e potente. Bello.
Voto: 4/5
domenica 5 aprile 2026
Project Hail Mary – L’ultima missione
In realtà tutto comincia da Grace che si sveglia da un coma indotto senza ricordarsi chi sia e dove si trovi, fino a quando capisce di essere in una navicella spaziale lontanissima anni luce dalla terra e di essere solo perché i suoi due compagni di missione sono morti.
Inizia così una incredibile avventura in cui Grace non solo tenterà di salvare sé stesso - seppure con scarse speranze di sopravvivenza - ma cercherà di portare a termine l'obiettivo della missione. Alternando il presente nella navicella che cerca di raggiungere Tau Ceti (unica stella che pur attaccata dagli astrofagi non sembra esserne danneggiata) ai flashback sul passato che ci permettono di capire come si è arrivati fin lì e che sono in buona parte momenti in cui i ricordi del protagonista si riaccendono, attraversiamo questa storia che è un po' dramma, un po' giallo, un po' commedia, un po' spy story e ovviamente tanto sci-fi.
Project Hail Mary è ovviamente una favolona fantascientifica, e con questa consapevolezza va guardato, ma ha qualcosa che tanti film di fantascienza, concentrati solo sulla componente tecnologica e performativa, non hanno: il cuore.
Project Hail Mary è un film in perfetto equilibrio tra scienza e umanesimo, e l'anello di congiunzione tra questi due poli - affatto opposti - è il coming of age di un uomo adulto, che però buttato in un'impresa forse più grande di lui imparerà il senso di responsabilità e la cura.
Il racconto è anche uno straordinario inno al potere unificante della scienza, o meglio ancora del desiderio di conoscenza, che non solo è lo strumento per superare gli ostacoli, bensì è anche la molla per andare oltre i propri limiti e per incontrarsi con l'altro su un terreno se non condiviso, almeno cooperativo.
In questo senso il film è un incredibile messaggio di speranza, e una specie di auspicio che l'umanità riscopra il ruolo della scienza e della conoscenza come strumento di salvezza e non di distruzione.
E tutto questo lo fa non con un tono non lacrimevole e melodrammatico (anche se un po' di retorica e di melodramma è inevitabile e forse anche giusto in un film come questo), ma giocando moltissimo con l'ironia cosicché a più riprese la sceneggiatura strappa risate aperte e a loro modo intelligenti.
E poi c'è una Sandra Hüller che ci offre un nuovo personaggio ambivalente ed enigmatico, come solo lei sa fare, e quando canta Sign of the times di Harry Styles nella serata karaoke prima della partenza della navicella spaziale dalle terra riesce ad essere anche oltremodo affascinante.
Voto: 4/5
venerdì 3 aprile 2026
L'inventario dei sogni / Chimamanda Ngozi Adichie
Torno volentieri a leggere Chimamanda Ngozi Adichie, dopo l’intermezzo del volumetto Appunti sul dolore, nato dalle riflessioni suscitate dalla morte del padre della scrittrice di origine nigeriana.
In realtà, c’è in qualche modo un’ideale linea di continuità tra quel memoir e questo nuovo romanzo, L’inventario dei sogni, che nasce almeno in parte dal tentativo di elaborazione di un altro lutto, quello di sua madre, morta purtroppo a distanza di poco dal padre.
Con L’inventario dei sogni la Ngozi Adichie torna alle atmosfere di Americanah, il romanzo che me l’aveva fatta scoprire e a cui forse sono più affezionata proprio per questo motivo.
Protagoniste di questo libro sono quattro donne, Chiamaka, una ricca nigeriana che vive da tempo negli Stati Uniti e fa la scrittrice di viaggi, mentre cerca nel frattempo l’amore vero, quello con cui condividere la vera conoscenza reciproca, Zikora, un’avvocata di successo con un rapporto difficile con la famiglia e con gli uomini, Omelogor, uno squalo della finanza nigeriana che ha una vita di agi ma fa fatica a dare un senso alla propria esistenza, e infine Kadiatou, un’immigrata dalla Guinea, che lavora in un albergo come donna delle pulizie e fa da governante a Chiamaka.
Tutte queste donne fanno i conti con il loro essere donne e con il loro essere africane, due condizioni che, indipendentemente dalla ricchezza e dal successo che possono aver raggiunto nella vita, le espongono a situazioni non sempre facili da gestire a livello emotivo, che sono in parte universali e in parte di origine sociale e culturale.
Come ci spiega la scrittrice nella nota in fondo al volume, la figura di Kadiatou, in particolare, è ispirata alla storia vera di Nafissatou Diallo, la donna delle pulizie del Sofitel Hotel di New York che accusò di stupro l’allora direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn, una vicenda che risale al 2011 e che rappresentò l’inizio della fine della carriera del politico francese. In realtà, come ci racconta la Ngozi Adichie, il suo intento era quello di partire da quella storia per ridare dignità e rotondità – al di là della verità dei fatti - alla sua protagonista femminile, che opinione pubblica e media hanno trattato in maniera davvero vergognosa.
Nel romanzo della Adichie, Kadiatou è il personaggio se vogliamo più fragile e sfumato, quello che la scrittrice nigeriana ritiene che sua madre avrebbe riconosciuto come vicina nella sensibilità e nelle emozioni, richiudendo il cerchio del dolore del lutto su una nota di speranza.
Non v’è dubbio che il romanzo della Ngozi Adichie sia un testo femminista, ma sono contraria a ridurre la sua forza e la sua bellezza a questa etichetta, anche perché la scrittrice ha uno sguardo sulle donne, in particolare quelle africane, nonché sugli uomini, molto articolato, stratificato, complesso che evita qualunque banalizzazione e semplificazione.
E poi, cosa non secondaria nei suoi libri, oltre a farci conoscere le sue protagoniste, la Adichie ci porta per mano a conoscere tutto il mondo che ruota loro attorno, quello dal quale provengono e quello nel quale vivono, offrendoci uno sguardo su società e culture che non conosciamo, ma anche su mondi che pensiamo di conoscere ma che, guardati dal punto di vista di queste donne, assumono significati e caratteristiche molto differenti. Alla fine della lettura non potremo dire di aver capito tutto, ma sicuramente avremo fatto esperienza indiretta di un punto di vista diverso e che mai potremo vivere in prima persona, se non attraverso la lettura. E questa è appunto la grandezza e la magia della letteratura.
Voto: 3,5/5
mercoledì 1 aprile 2026
E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare
La storia raccontata dalla regista Beatrice Minger con la collaborazione di Christoph Schaub ruota intorno a una casa che l’architetta irlandese Eileen Gray realizza insieme a Jean Badovici, architetto anche lui e curatore di un’importante rivista di architettura, L’Architecture Vivante, sulla Costa Azzurra, nella zona di Roquebrune-Cap-Martin.
Siamo negli anni Venti: Eileen Gray partecipa della vita mondana parigina ed è nota soprattutto come designer di interni. L’incontro con Badovici la convince a progettare una casa, che viene realizzata vicinissima al mare, in mezzo a scogli e macchia mediterranea.
La casa sul mare, oltre a essere per alcuni anni il rifugio di Eileen e Jean, è un vero gioiello di design, che ben presto viene scoperta e ammirata da Le Corbusier, amico stretto di Badovici. L’architetto francese è quasi ossessionato dalla casa, forse insofferente al fatto che non ne sia stato lui l’ideatore, cosicché nel tempo, anche approfittando dell’amicizia con Badovici, mette in atto una serie di azioni decisamente anomale. In assenza di Eileen, Le Corbusier ricopre molte delle pareti interne della casa di suoi dipinti colorati (Le Corbusier non era un grande pittore e comunque Eileen aveva scelto con cognizione di causa di avere pareti bianche) e successivamente costruisce non lontano da E.1027 il suo Cabanon, che è il luogo dove alfine morirà.
Il nome della casa nasce dall’intreccio delle iniziali di Eileen e Jean; purtroppo però dopo la morte di Badovici senza testamento, la casa prende una strada che non incrocia quella di Eileen, fino a una fase di completo abbandono, dalla quale è stata recuperata negli ultimi decenni per diventare meta turistica sulla Costa Azzurra.
I registi del film scelgono di intrecciare documentazione d’archivio, che ricostruisce il contesto storico nel quale Eileen e gli altri protagonisti si muovevano, e momenti di ricostruzione con attori che recitano in parte su un palcoscenico quasi vuoto in una messa in scena teatrale e in parte nella casa o nei suoi dintorni raccontando momenti di questa vicenda, attraverso gli scritti e i documenti studiati.
Non manca un breve contributo filmato con una intervista alla stessa Eileen quasi centenaria (è morta nel 1976 a 98 anni) che, pur nella pacificazione della vecchiaia, non manca di ricordare che Le Corbusier intervenne in maniera invasiva su una casa che lei aveva voluto in un modo specifico.
La storia è molto interessante davvero, e personalmente non ne sapevo assolutamente nulla. Le modalità di raccontarla sono pure originali, ma devo dire che non mi hanno convinta del tutto. Ho trovato il risultato un po’ meccanico e faticoso, e forse a tratti anche un pochino pretenzioso e noioso. Però la vicenda mi resterà decisamente impressa, e questo è già un merito del film.
Voto: 3/5
lunedì 30 marzo 2026
Bernini e i Barberini. Palazzo Barberini, 14 marzo 2026
Anche per questa mostra mi affido a Vincenzo di Rome Guides, che è ormai diventata la mia soluzione preferita tutte le volte che voglio vedere una mostra godendomela completamente. E anche questa volta Vincenzo non delude, costruendo un percorso all’interno delle sale che riesce a creare connessioni anche lì dove un visitatore non esperto farebbe fatica a trovarne.
Prima di entrare ci introduce un po’ il ruolo di Gian Lorenzo Bernini nella Roma seicentesca, e ci anticipa che le parti migliori della mostra sono la prima e l’ultima sala, quelle che più facilmente conquistano il visitatore anche su un piano puramente emotivo, mentre le quattro sale intermedie richiedono maggiori elementi informativi e di contesto per poter essere apprezzate pienamente.
La prima sala della mostra è dedicata al rapporto tra Pietro e Gian Lorenzo, padre e figlio: Pietro Bernini era uno scultore toscano molto apprezzato e stimato e il giovanissimo Gian Lorenzo iniziò a lavorare proprio nella bottega del padre, collaborando alla realizzazione di alcune opere. In questa sala, dunque, sono in mostra alcuni lavori interamente di Pietro, poi le statue delle Quattro Stagioni, realizzate con la collaborazione di Gian Lorenzo, e infine si arriva a tre statue realizzate in autonomia dal figlio, due di San Sebastiano e una di San Lorenzo. Questo percorso permette fin da subito di apprezzare il salto tra Pietro e Gian Lorenzo e di riconoscere nell’arte di quest’ultimo delle qualità di movimento e leggerezza che nel corso della sua carriera egli portò ai massimi livelli.
La seconda sala è dedicata invece in gran parte al progetto e alla realizzazione del baldacchino di San Pietro, opera fortemente voluta da Maffeo Barberini e affidata ad un ancora giovanissimo Gian Lorenzo Bernini, per il quale Maffeo aveva non solo una straordinaria ammirazione ma una fortissima affezione, quasi come fosse un figlio.
La sala successiva mostra una parte del lavoro di ritrattista di Gian Lorenzo, e non a caso proprio a Maffeo Barberini sono dedicati diversi busti in una forma più istituzionale ma anche più privata. La nostra guida ci fa notare che le capacità di Gian Lorenzo come ritrattista sono particolarmente riconoscibili quando lo scultore può rappresentare una persona che conosce di persona e non qualcuno che non ha mai incontrato e che ha potuto vedere solo in altre rappresentazioni. Impressionante in questa stanza il ritratto di Papa Paolo V, commissionatogli da Scipione Borghese.
Nella due stanze successive, Bernini viene messo in relazione da un lato con altri importanti scultori e ritrattisti della sua epoca, in particolare Giuliano Finelli, a cui si ispirò soprattutto per il modo eccelso in cui quest’ultimo scolpiva barbe e capelli, dall’altro con un altro grande artista del suo tempo da lui sommamente ammirato, il pittore bolognese Guido Reni. Nella stanza dove ci sono due dipinti di Guido Reni è presente anche il modello originale in terracotta dell’elefantino che fu commissionato a Bernini per potervi posizionare sopra l’obelisco del tempio di Serapide e destinato a piazza della Minerva, modello che come si sa fu poi fatto modificare con grande disappunto di Bernini che per questo motivo non mancò di fare dispetto ai domenicani.
Nell’ultima sala, oltre a due busti più tardi della sua produzione, quello di Thomas Baker e quello di Costanza Bonarelli, sua amante fino al drammatico epilogo che coinvolse anche suo fratello, sono esposti alcuni dei quadri di Bernini. L’artista non amava particolarmente la pittura, ma proprio Urbano VIII lo spingeva anche in questa direzione per farne un artista completo, il nuovo Michelangelo, con gran lustro non solo dello stesso Gian Lorenzo, ma anche del suo pontificato e della sua epoca.
In definitiva una mostra che ha preso lustro soprattutto grazie alla grande competenza e alla capacità di Vincenzo di creare collegamenti e rendere interessante il percorso, ma che forse in assenza della sua guida sapiente avrei trovato molto meno interessante e significativa.
Voto: 3,5/5
giovedì 26 marzo 2026
People, places and things / di Duncan McMillan; regia di Pierfrancesco Favino. Teatro Ambra Jovinelli, 12 marzo 2026
Così, quando ho visto nel cartellone dell’Ambra Jovinelli un altro lavoro di McMillan non ci ho pensato due volte e ho preso i biglietti. Il fatto che la regia fosse di Pierfrancesco Favino e che lo spettacolo fosse interpretato dalla moglie Anna Ferzetti (recentemente apprezzata ne La grazia di Sorrentino) non è stato dunque per me l’elemento determinante della scelta, ma solo un rafforzativo.
People, places and things racconta di una giovane donna, un’attrice di teatro, che ha grossi problemi con alcol e droga, e che dopo l’ennesima amnesia durante le prove di uno spettacolo (per l’esattezza Il gabbiano di Čechov) decide di andare in un centro di riabilitazione per farsi aiutare ad uscirne.
Per Emma, che all’inizio si fa chiamare Nina e che forse in realtà non si chiama nemmeno Emma, è l’inizio di un percorso difficile e doloroso, che la mette di fronte a sé stessa e alle sue fragilità e che la costringe a fare i conti con la sua identità. Ammettere di avere un problema, accettare di intraprendere un percorso e di farsi aiutare, smettere di interpretare una parte e confrontarsi con la realtà delle cose, saranno le tappe dell’accettazione di sé e della realtà. Intorno a lei, nel centro riabilitativo, molte altre persone che combattono fantasmi simili e che la aiuteranno a portare avanti questo percorso e anche ad accettare le ricadute e gli errori.
Detto così sembrerebbe trattarsi di un mattone esistenziale indigeribile, ma questo registro non è mai nelle corde di McMillan i cui testi, sebbene affrontino temi soggettivamente e/o socialmente molto pesanti, lo fanno sempre con un tono che a più riprese si fa leggero e ironico.
Anna Ferzetti è molto brava a concentrare nel suo personaggio, attraverso la sua interpretazione, una molteplicità di sentimenti e toni anche contraddittori, e riesce a conferire a Emma uno spessore e una rotondità non scontati. Intorno a lei molti attori navigati, non ultima Betti Pedrazzi che interpreta la dottoressa del centro e anche la terapeuta. Tutti immersi in una scenografia al contempo semplice ma anche molto articolata, in cui attraverso il movimento di alcuni pilastri e l’apertura o la chiusura di alcune porte gli ambienti si trasformano. La regia è essa stessa al contempo essenziale ma ambiziosa.
Ci sarebbero tutte le premesse per parlarne più che bene, eppure a me lo spettacolo non ha convinto. Pur apprezzando e decisamente salvando l’interpretazione della Ferzetti, tutto il resto intorno mi è sembrato un po’ troppo e, dal mio punto di vista, ha perso verosimiglianza e credibilità. Non posso dire che lo spettacolo non mi abbia in qualche modo catturato, ma l’ho sentito quasi sempre non empatico, fors’anche per quella componente tra lo spirituale e l’approccio un po’ new age da “costellazioni familiari” che risulta per me estremamente respingente.
Non so se attribuire la maggiore responsabilità al testo originale oppure alle scelte drammaturgiche e di messa in scena dello specifico spettacolo.
Tutto ciò premesso, Ferzetti si conferma attrice versatile e di alto livello, capace di mille sfumature e con molte frecce al suo arco. E questo non è poco.
Voto: 3/5
martedì 24 marzo 2026
Tutta sola al centro della terra / Zoe Thorogood
Come ormai ho deciso da un po', farò solo una breve segnalazione di questo graphic novel pubblicato da Bao Publishing, perché non voglio dedicare troppo tempo a un lavoro che personalmente non mi è piaciuto.
Zoe Thorogood realizza un fumetto autobiografico e metanarrativo in cui racconta della realizzazione del fumetto stesso, mentre lascia spazio ai suoi pensieri su sé stessa, sulla vita e soprattutto sulla sua depressione. E lo fa con uno stile molto particolare sia dal punto di vista narrativo – se di narrazione si può parlare, o piuttosto di un flusso di coscienza frammentata e interrotta – sia dal punto di vista grafico – attraverso la mescolanza di stili di fumetto diverso, di colore e bianco e nero, di disegno e fotografia, allo scopo di rappresentare la complessità del suo stato interiore.
Pur apprezzando la scelta dell’autrice di parlare apertamente di temi scomodi e tabù, come la depressione e l’autolesionismo, continuo a non amare molto le narrazioni ombelicali e autocentrate (spesso molto presenti nei fumetti), e in questo caso in particolare ho trovato la lettura dell’albo particolarmente faticosa e non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista praticamente mai.
Probabilmente è un problema generazionale o semplicemente di fase della vita o ancora di modo di essere, ma difficilmente potrei dire altro, di sensato, su quest’opera, su cui lascio a chi ci è entrato in sintonia il compito di farne una più distesa presentazione.
Voto: 2,5/5
domenica 22 marzo 2026
Nouvelle Vague
Però Linklater mi piace moltissimo, soprattutto sono ossessionata come lui dal rapporto con il “tempo”, e ho amato molto alcuni dei suoi lavori, in particolare quelli che cercano di mettere in comunicazione i film con il tempo che passa.
Lui però è un vero cinefilo, e dunque ha tutti gli strumenti per un’operazione ardita come quella del suo ultimo film Nouvelle Vague, che racconta il “making of” di uno dei film più rappresentativi del movimento, À bout de souffle (Fino all'ultimo respiro), primo e immortale film di Jean-Luc Godard (qui interpretato da Guillaume Marbeck).
Di Godard so poco e niente, come già avevo dichiarato nella recensione a un altro film a lui dedicato Le redoutable (in italiano Il mio Godard) di Michel Hazanavicius, film che nel suo approccio ludico e irriverente avevo apprezzato molto.
Il film di Linklater, pur adottando esso stesso un approccio da commedia brillante e pur scegliendo di evitare qualunque agiografia del suo protagonista, è però molto più “rispettoso” del genio di Godard e, mentre ne mette in evidenza l’irrinunciabile narcisismo e le geniali stranezze, ne riconosce anche la grandezza e la visionarietà che hanno trasformato per sempre il mondo del cinema.
Nouvelle Vague è un film su Godard e sulla fase in cui, tra sfuriate del suo produttore Georges de Beauregard e insofferenze di Jean Seberg (Zoey Deutch, unico volto davvero noto del film), in 21 giorni gira un film che avrebbe fatto la storia, e lo fa con mezzi “di fortuna” e con un cast che, a parte la Seberg, era fatto da attori sconosciuti (tra cui un Jean-Paul Belmondo praticamente alla prima vera uscita cinematografica) e da comparse ignare o reclutate nella cerchia di amici di Godard e di lavoranti del film. Però, è anche un film su un gruppo di giovani che ruotavano intorno ai Cahiers du cinéma, non solo Godard, Truffaut, Chabrol, ma anche Schiffman, Rivette, Rohmer, Varda e moltissimi altri. Come ci viene ricordato sui titoli di coda, negli anni successivi all’uscita di À bout de souffle oltre 160 giovani registi francesi realizzarono la loro opera prima, a dimostrazione dell’impatto enorme che questo movimento ebbe sul cinema francese e mondiale, e di cui secondo me il cinema francese ancora beneficia.
Il fatto che un regista statunitense decida di realizzare una pellicola in francese dedicata a quel momento storico così ricco di conseguenze è la conferma non solo della portata di quella rivoluzione, ma anche del fatto che la Nouvelle Vague è un patrimonio collettivo che non teme letture anche fuori dalla madrepatria.
Per quanto mi riguarda, il film di Linklater ribadisce per me un’istintiva antipatia verso Godard: mentre seguo le fasi e i modi di realizzazione del suo film non posso non riconoscerne la genialità, ma evidentemente il suo modo di essere è talmente lontano dal mio che non riesco a empatizzare con lui in alcun modo. E, del resto, le situazioni poi raccontate da Hazanavicius a partire dal libro scritto dalla ex moglie confermano la deriva un po’ folle che personalità come queste portano con sé.
Se questo gruppo di ragazzi e ragazze, scanzonati e sopra le righe, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, portano una boccata di novità ed energia nel paludato mondo del cinema e dunque fanno quello che i giovani dovrebbero sempre fare, soprattutto se dotati di idee e cultura, col passare del tempo inevitabilmente sono destinati essi stessi a deragliare ovvero a rientrare nei ranghi. Ma è la storia dell’esistenza umana. E alla fine la cosa più importante è l’eredità che si lascia, e loro ne hanno lasciata una importante.
Voto: 3,5/5
venerdì 20 marzo 2026
Orlando / regia di Andrea De Rosa. Teatro Vascello, 7 marzo 2026
Lo spettacolo è tratto dal capolavoro di Virginia Woolf, anche se la scelta drammaturgica di Fabrizio Sinisi è quella di interpolare il testo del romanzo con il testo di alcune delle lettere della Woolf a Vita Sackville-West (a partire dalla traduzione di Nadia Fusini che di queste è stata pubblicata nella raccolta Scrivi sempre a mezzanotte). Ne viene fuori un monologo che mette chiaramente in evidenza il rapporto tra vita e letteratura e che svela la natura di Orlando come straordinaria e modernissima lettera d’amore a Vita, e certamente anche alla vita.
Quando entro in sala, Anna Della Rosa è già sul palcoscenico, seduta sotto un grande tronco di quercia, su un prato verde. Di lì a qualche minuto saremo trascinati dalla sua voce e dalla sua fisicità nel mondo di Orlando, il protagonista del romanzo omonimo, vissuto quattrocento anni, prima come uomo e poi come donna, ma entreremo anche nella pelle di Virginia, nei suoi desideri e nei suoi stati d’animo, di esaltazione e di disperazione, mentre dall’alto cadono non foglie, ma pagine bianche tutte da scrivere.
Perché la scrittura è l’antidoto al tempo che passa, è il veicolo dei sentimenti, è la sublimazione della condizione umana, quello che ci fa vivere e ci sopravvive.
Sono catturata dalle parole di Virginia Woolf e dalla bella interpretazione di Anna Della Rosa, e ogni volta sono colpita dalla modernità della sua scrittura e delle emozioni che trasuda e che comunica a distanza di ormai cento anni.
E ogni volta penso alla sua morte e mi chiedo se la letteratura compensi l’infelicità della vita, ovvero nei sia la sua naturale conseguenza.
Voto: 3,5/5
mercoledì 18 marzo 2026
Atti umani / Han Kang
Eccomi al primo libro da me letto della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Premio nobel per la letteratura nel 2024. Sono partita da questo e non dal più famoso La vegetariana perché di Atti umani mi aveva parlato una delle lettrici più affezionate a questo blog e mi sono fidata del suo consiglio.
Il romanzo della Kang racconta, a partire dalla storia di un ragazzino di quindici anni, Dong-ho, protagonista del primo capitolo del libro, una vicenda centrale nella storia recente della Corea del Sud, ossia il massacro avvenuto a Gwangju il 18 maggio 1980. A seguito di una rivolta popolare alla quale partecipavano operai, lavoratori e studenti, anche molto giovani, il dittatore Chun Doo-hwan, salito al potere nel dicembre del 1979 con un colpo di stato, diede ordine all’esercito di procedere a una violenta repressione che produsse un’escalation della rivolta, portando all’uccisione di migliaia di persone e all’incarcerazione di molte altre, spesso sottoposte a violenze fisiche e verbali.
Si tratta di una pagina nera della storia della Corea, e il primo merito di Han Kang è quello di aver fatto conoscere questa vicenda ben al di fuori dei confini del paese, portandola all’attenzione mondiale.
Il racconto della scrittrice si articola in sette parti, corrispondenti ad altrettanti capitoli, di cui – come anticipato – il primo è dedicato al giovane Dong-ho, un ragazzino che andando in cerca dell’amico Jeong-dae, si ritrova di fronte all’Ufficio provinciale dove si stanno accumulando i cadaveri delle persone uccise dall’esercito, controllate a vista da persone solidali con la rivolta affinché i parenti possano ritrovare i propri cari e l’esercito non possa avvicinarsi e trasferirli nelle fosse comuni.
Di fronte a questa vista, Dong-ho resta talmente colpito che decide di rimanere all’Ufficio provinciale a fare i turni di sorveglianza, anche quando arriva la notizia che l’esercito si sta avvicinando e che è male intenzionato.
Il cerchio si chiude nell’ultimo capitolo in cui la scrittrice stessa richiama i propri ricordi d’infanzia – aveva 8 anni all’epoca della strage – e spiega come e perché ha deciso di riportare alla luce questa vicenda e, nello specifico, perché si è concentrata sulla figura di Dong-ho, che è il fil rouge della narrazione anche negli altri cinque capitoli dedicati ad altri personaggi (l’amico di Dong-ho, la redattrice, il prigioniero, l’operaia, la madre del ragazzo).
Il racconto si dipana dal primo all’ultimo capitolo in ordine cronologico, però all’interno di ciascun racconto si va avanti e indietro nel tempo, attraverso i ricordi di quello che si è visto o che si è vissuto, e delle conseguenze successive di quell’esperienza.
La scrittura di Han Kang è un perfetto mix tra dimensione emotiva e ricostruzione razionale, uno strumento usato chirurgicamente come una lama affilata per descrivere un pezzo di storia, ma anche per far sentire sulla pelle del lettore sentimenti ed emozioni in maniera quasi fisica, grazie alla vividezza e al contempo alla evocatività di alcune immagini.
Non è stata per me una lettura facile, ma sono molto contenta di aver aggiunto questa lettura al mio bagaglio.
Voto: 3,5/5
lunedì 16 marzo 2026
Miroirs no. 3 – Il segreto di Laura
La trama di Miroirs no. 3 (titolo che arriva da una composizione di Ravel che ha un ruolo nella trama del film) mi attira soprattutto per il suo impianto quasi da thriller psicologico.
Non so però bene che cosa aspettarmi veramente dal film e dunque mi predispongo con la massima disponibilità mentale. Al centro ci sono due donne: Laura (interpretata da Paula Beer, che è l’attrice feticcio di Petzold) e Betty (Barbara Auer). Entrambe sono personaggi enigmatici. Laura la vediamo nelle prime scene del film in preda a un malessere difficile da definire, mentre si aggira tra le strade di Berlino; poi quando parte insieme al fidanzato per raggiungere la costa baltica da dove dovrebbero partire per una gita in barca con degli amici, Laura dice di non sentirsi bene e si fa riaccompagnare in stazione. Sulla via del ritorno i due subiscono un incidente in cui Laura resta praticamente illesa mentre il fidanzato muore. Betty vive – da sola? – in una casa di campagna lungo la strada percorsa da Laura e dal fidanzato sia all’andata che al ritorno, ed entrambe le volte i loro sguardi si incrociano.
Dopo l’incidente, Laura viene soccorsa da Betty e, una volta accertato che non si è fatta niente ed è solo scossa, chiede alla sua ospite di poter rimanere per qualche giorno in casa con lei, cosa che trova Betty estremamente favorevole. In questo strano rapporto tra due persone estranee vengono ben presto coinvolti anche gli uomini della famiglia, il marito di Betty, Richard (Matthias Brandt), e suo figlio Max (Enno Trebs). Intorno alla presenza di Laura in questa casa dove tutto sembra essersi rotto si ricompone un nucleo familiare, a sua volta mandato in pezzi da un evento che ben presto verrà a galla.
L’impianto da thriller psicologico, che certamente contribuisce ad un più o meno sotterraneo stato di tensione nello spettatore, è in realtà un espediente narrativo per raccontare due donne in un momento di fragilità affettiva profonda, che per motivi diversi e tutti personali, forse anche strumentali, trovano ciascuna nell’altra la risposta al proprio buco interiore. Di Betty sapremo qual è il vuoto che si porta dentro e che vorrebbe riempire con la presenza di Laura; di Laura non sapremo mai l’origine del malessere.
Gli specchi di Ravel sono la perfetta metafora della dinamica che si crea tra Laura e Betty e che alla fine coinvolge anche gli altri componenti del nucleo familiare. Però, quella che comincia come una relazione per interposta persona finisce per diventare almeno in parte curativa e per aiutare ciascuno, in modi diversi e propri, a fare i conti con le proprie emozioni e a ritrovarle.
Lo stile di Petzold è minimalista, e tutto il film è costruito per sottrazione piuttosto che per accumulo: silenzi, non detti, misteri, che rendono cupa una campagna che per contrasto è spesso piena di quella luce speciale tipica della fine dell’estate.
Film non per tutti i palati, ma che ho trovato a suo modo interessante.
Voto: 3/5
sabato 14 marzo 2026
Art / Yasmina Reza; regia di Michele Riondino. Teatro Ambra Jovinelli, 26 febbraio 2026
Mi viene dunque la curiosità di andare a rivederlo a teatro con la regia di Michele Riondino che ne è anche interprete insieme a Daniele Parisi (da me amatissimo in Orecchie e anche ne L’ospite) e a Michele Sinisi (attore pugliese che non conoscevo).
La storia la ricordavo piuttosto bene: l’acquisto di un quadro di arte contemporanea completamente bianco da parte di Serge (qui interpretato da Michele Sinisi) per una cifra molto importante scatena la reazione di Marc (Michele Riondino), aprendo una conflittualità tra i due amici di vecchia data, rispetto alla quale Yvan (Daniele Parisi), l’amico mite e conciliante, viene chiamato a fare da paciere o da ago della bilancia.
L’arte contemporanea diventa dunque un pretesto per parlare dell’amicizia e delle sue dinamiche di potere, dei ruoli che si rivestono nelle relazioni, di come cambiano i rapporti di forza se la relazione è tra due o tre persone.
L’allestimento scenico – come nella messa in scena che avevo visto in precedenza – è molto giocata sul colore bianco: tutto si svolge in una stanza asettica e quasi completamente bianca, mentre i tre protagonisti vestono abiti che richiamano i colori primari, rosso, giallo e blu.
Nel complesso non mi è dispiaciuto: bravi gli attori – direi la parte migliore del lavoro -, però, non so se per lo svanire dell’effetto sorpresa oppure per un adattamento del testo meno riuscito, ho avuto la sensazione che la commedia della Reza prendesse in questo caso un carattere più farsesco invece che cinico/crudele.
E a me piace la Reza quando fa emergere i tratti cinici e crudeli dell’umanità più che quelli comici, anche nel caso in cui il cinismo si trasformi infine in commedia.
Voto: 3/5
giovedì 12 marzo 2026
C'era una volta l'Est / Boban Pesov
Nella lista dei suggerimenti di lettura del Post avevo visto questo graphic novel che non conoscevo e che mi ha subito attirata. Ho capito solo leggendolo che in qualche modo il Post stava facendo un po’ di pubblicità anche a sé stesso, visto che nella narrazione c’è un momento in cui due dei protagonisti ascoltano in macchina il podcast di Stefano Nazzi, Indagini!
Comunque, a parte questa curiosità, devo dire che C’era una volta l’Est mi è piaciuto moltissimo, soprattutto per il modo in cui è costruita la storia, oltre che per i contenuti e per la carica emotiva che trasmette.
La storia raccontata da Boban Pesov, seconda generazione di una famiglia di immigrati macedoni in Italia, noto – anche se io non lo conoscevo da questo punto di vista – come youtuber e content creator, si sviluppa su tre piani temporali diversi, che in qualche modo si richiamano reciprocamente.
Il primo piano temporale è il 1992, anno nel quale dopo lo sgretolamento della Jugoslavia e le forti condizioni di instabilità della regione, Milan decide di intraprendere con due amici la rotta balcanica di allora per arrivare in Italia e cercare fortuna, nell’idea di pensare appena possibile a un ricongiungimento familiare.
Il secondo asse temporale è il 2001, momento nel quale la famiglia di Milan che, dopo diversi anni di silenzio e lontananza, si è effettivamente ricongiunta in Italia, torna per la prima volta in Macedonia del Nord, trovando una realtà molto diversa da quella che ha lasciato ma caratterizzata ancora da elementi di instabilità.
Il terzo piano è sostanzialmente il presente, invero il 2022, quando Robert, il figlio minore di Milan che ormai vive in Italia e ha una moglie italiana con cui però è in crisi, riceve una telefonata dal padre che gli comunica che sua madre è ricoverata in ospedale in terapia intensiva. Inizia quindi un ulteriore viaggio, in questo caso in due, Robert e sua moglie, che attraverso i Balcani, ulteriormente trasformati dal tempo trascorso, ma ancora luogo di attraversamento per nuove migrazioni, li porterà a Scopje.
Nel corso della lettura si rimbalza avanti e indietro nel tempo, e i personaggi ci si presentano in fasi diverse della storia e della vita, e in alcuni momenti situazioni simili ma lontane nel tempo si rispecchiano e si parlano.
Dentro questo albo ci sono tanti temi diversi (come lo stesso Pesov dice nel video su YouTube in cui racconta la genesi di questo suo primo graphic novel), temi che riguardano sicuramente la sua storia personale (Pesov dice che l’idea della storia gli è venuta da una lunga intervista con suo padre), ma che rimandano anche alla storia collettiva, passata e presente, e a tematiche universali che ci toccano come esseri umani.
Era parecchio che non mi emozionavo leggendo un graphic novel, e Pesov è riuscito a farlo, grazie a un disegno semplice ma carico di espressività, a un soggetto di grande interesse, a una sceneggiatura e un “montaggio” molto ben congegnati. Non si può che dire bravo!
Voto: 4/5
martedì 10 marzo 2026
Dead man’s wire = Il filo del ricatto
Sinceramente, ad oggi non so bene cosa sia successo: al botteghino hanno capito male? Ho fatto io casino con la sala (ma sul mio biglietto ho visto poi che c’era scritto proprio Dead man’s wire)? Resta la stranezza del fatto che nella programmazione non c’era la proiezione di questo film in VOS alle 19,25, ma solo alle 21,30, e dunque davvero boh!
Comunque, visto che il film di Gus Van Sant era l’altro in lizza per la mia serata cinematografica in solitudine, dopo un primo momento di sconcerto mi metto comoda a seguire la storia – vera – di Tony Kiritsis (interpretato da un magnifico Bill Skarsgård).
Siamo nel 1977. Tony vive da solo, pur provenendo da una famiglia numerosa, e si diletta di investimenti immobiliari, per i quali si appoggia ad una società che si occupa di mutui, la Meridian Mortgage Company.
Peccato che il terreno che ha comprato e che si presentava come un ottimo investimento, in quanto potenzialmente perfetto per la costruzione di un centro commerciale, non solo non gli garantisce il guadagno sperato, ma gli causa un enorme debito nei confronti della società che gli ha concesso il mutuo.
Tony è convinto che il capo di questa società, M.L. Hall (un insopportabile Al Pacino), sia responsabile dell’infausto esito, e che abbia fatto affari a sue spese. Per questo motivo, Tony ha studiato nei minimi particolari la sua vendetta, e quando arriva alla sede della società, non trovando M.L. Hall, decide di prendere in ostaggio suo figlio Richard (Dacre Montgomery). Lo fa collegando il grilletto di un fucile a un filo che è attaccato al collo di Richard, cosicché qualunque movimento inconsulto ne provocherebbe la morte.
Con questo stratagemma, Tony non solo tiene in ostaggio Richard, ma impedisce alla polizia di intervenire e riesce a barricarsi in casa per molte ore e a dettare una serie di condizioni, che vanno dal risarcimento del danno ricevuto alle scuse pubbliche di M.L. Hall che dovrà ammettere di aver agito nel proprio interesse e non in quello del cliente.
Sarà una delle prime vicende di cronaca negli Stati Uniti ad essere totalmente mediatizzata, come lo stesso Tony desidera, affinché tutti sappiano il torto che gli è stato fatto, e le televisioni colgono al balzo l’occasione per fare audience spettacolarizzando l’evento. Intorno alla storia principale si muovono così una serie di storie parallele e secondarie, tra cui quella del conduttore radiofonico Frank Temple che è l’unico con cui Tony accetta di parlare, in quanto lo considera dalla parte del popolo.
Mentre assistiamo a questa vicenda incredibile, non può non venire alla mente la vicenda ben più recente di Luigi Mangione, che ha sparato a Brian Thompson, CEO di una società di assicurazione sanitaria, come parte di un’azione di accusa nei confronti delle società di assicurazione e delle loro pratiche scorrette.
Così come nei confronti di Mangione l’opinione pubblica si è divisa, nel raccontare la storia di Kiritsis, Van Sant favorisce l’empatia verso il protagonista, che oscilla tra una lucidità estrema e l’emergere di tratti da paziente psichiatrico, ma che per tutto il film risulta più umano e a suo modo più simpatico di gran parte degli altri personaggi. Lo stesso Richard Hall verso cui non possiamo non provare compassione – in fondo vittima al posto di suo padre – si rivelerà più avanti parte integrante di quello stesso sistema di sfruttamento capitalistico che Kiritsis intendeva denunciare.
Un film che certamente non annoia, e che punta a parlarci del nostro presente sia rispetto a un capitalismo che si è fatto ben più spietato e aggressivo nei confronti dei più deboli, sia rispetto a una mediatizzazione che a causa dei social media ha raggiunto livelli inimmaginabili nel 1977.
Film ben fatto e ben recitato che però ho trovato poco incisivo, di quelli che tendo a dimenticare piuttosto rapidamente.
Voto: 3/5
domenica 8 marzo 2026
Un dettaglio minore / Adania Shibli
Letto in un fine settimana, Un dettaglio minore di Adania Shibli è un doppio racconto palestinese, il primo ambientato nel Negev, al confine del neonato stato d’Israele con l’Egitto nel 1949, il secondo che si svolge venticinque anni dopo e vede protagonista una giovane donna che si improvvisa investigatrice.
Nel primo episodio un plotone di stanza nella zona del deserto ha il compito di individuare eventuali infiltrati arabi; durante una delle tante ricognizioni sotto la guida di un capitano che non è perfettamente lucido anche a causa della puntura di un ragno, un gruppo di beduini viene scoperto e trucidato. Si salva solo una giovanissima, che viene portata al campo dei militari e che verrà prima stuprata, poi ammazzata e sepolta in mezzo alle dune.
Il secondo episodio trae le mosse direttamente dal primo perché la sua protagonista per caso viene a conoscenza di questa storia e scopre che la ragazza è stata uccisa lo stesso giorno in cui è nata lei, nell’agosto del 1949, e spinta da questa coincidenza decide di andare nella zona dove è avvenuta la sua morte per scoprire qualcosa di più, e per farlo prende in prestito la carta di identità di una collega e a noleggio un’auto con la targa gialla per poter viaggiare dove normalmente non sarebbe consentito ai palestinesi.
Tra le due vicende la scrittura puntuale e tagliente di Adania Shibli introduce dei rimandi sottili, creando una ragnatela di elementi che collegano il passato e il presente fino al dirompente finale.
C’è molto di descrittivo e di visivo nel romanzo della Shibli, un viaggio tra i colori e le sensazioni di luoghi in cui la presenza militare ha avvelenato la vita, senza prospettive di soluzione.
Sono dettagli minori quelli che la scrittrice palestinese porta alla luce e su cui si concentra, e però in quei dettagli c’è tutta la banale brutalità di un sistema di sopraffazione e di una condizione di minorità che prosegue immutato, anzi peggiorato, da troppo tempo, e di cui non si vede alcuna via d'uscita.
Voto: 3,5/5
venerdì 6 marzo 2026
Pillion - Amore senza freni
La sua famiglia non solo è tranquilla rispetto alla sua omosessualità ma lo supporta, però al contempo lo protegge in maniera eccessiva e lo tratta ancora come un bambino.
In un pub Colin viene notato da Ray (Alexander Skarsgård), un biker dal corpo scultoreo, che ne ha colto la propensione alla devozione.
Ray, che appartiene a un gruppo di biker che praticano relazioni dominante/sottomesso, è un dominante e Colin accetta di buon grado di fare il suo schiavo.
Per Colin sarà l'occasione di comprendere la propria sessualità, di arrivare al primo orgasmo della sua vita, di affrancarsi dell'affetto un po' asfissiante dei suoi genitori.
Ma proprio questo processo di crescita, in cui Colin non rinnega la propria propensione per la devozione e la sottomissione, porta il giovane verso una nuova consapevolezza di sé e di quello che è disposto a concedere o a cui può rinunciare.
Assistiamo così al percorso di crescita di Colin, ma ci interroghiamo anche su Ray e sulla sua personalità, protetta dalla tuta della moto come da una corazza che gli permette di tenere a distanza e sotto controllo tutte le emozioni.
Cosicché dietro un'apparenza da maschio alfa, totalmente sicuro di sé stesso, Ray alfine mostrerà una fragilità emotiva e una insicurezza da cui si difende solo rimanendo nel ruolo che si è scelto, senza alcuna concessione.
Il film scritto e diretto da Harry Lighton e tratto dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones utilizza l'ambiente d/s come strumento di analisi e riflessione sulle nostre personalità e la nostra sessualità. L'interazione tra Ray e Colin oscilla tra l'esilarante e l'inquietante, e i due attori sono eccezionali nel trasmettere tutte le sfumature dei loro personaggi. Il sesso c'è, ma senza pruderie, il BDSM c'è ma senza scandalo. Ma soprattutto c'è uno sguardo su due esseri umani e sul difficile percorso verso la consapevolezza di sé. Un po' mi ha ricordato Secretary, il film come Maggie Gyllenhall e James Spader, per la delicatezza, la leggerezza e la profondità con cui affronta un tema delicato e per molte persone respingente, facendo emergere l'umanità prima e al di sopra della sessualità.
E Pillion - sappiatelo perché io l'ho scoperto alla fine del film - è il posto del passeggero sulla moto. Cosicché anche nel titolo il film centra perfettamente l'obiettivo.
Voto: 3,5/5





















