Fino a qualche anno fa sulla carriera da regista di quel belloccio di Bradley Cooper forse non avremmo scommesso un centesimo, e invece Cooper dimostra non solo di essere ambizioso (sebbene l’ambizione a volte gli faccia fare passi falsi come in Maestro), ma anche di avere del mestiere e delle cose da dire.
Con il suo ultimo film, pur mantenendosi coerente con una specie di sua personale poetica, torna a un’atmosfera più intima e a un film più piccolo, e forse proprio per questo coglie maggiormente nel segno.
È l’ultima battuta? è la storia di una coppia formata da Alex (Will Arnett) e Tess (Laura Dern). I due stanno insieme da venticinque anni e hanno due bambini di una decina di anni. Il loro rapporto è in crisi, e Alex si è trasferito in un altro appartamento. Una sera, mentre è alla ricerca di un locale dove bere un drink, per poter entrare si iscrive a un “open mic”, ossia a una specie di maratona di stand-up comedy per principianti. Scopre così, praticamente per caso, che la stand up gli piace e che lo aiuta ad elaborare la separazione.
Seguiamo così la coppia negli alti e bassi di allontanamenti e riavvicinamenti, litigi e ritorni di fiamma, con tutto il portato del rapporto con i genitori, con i figli e con gli amici.
Ne viene fuori – almeno fino a un certo punto – il racconto delle difficoltà di una coppia di lungo termine: la stanchezza, le recriminazioni, le rinunce e le frustrazioni, le fatiche della comunicazione.
In questo senso, Cooper gioca anche su un elemento già presente nei suoi film precedenti, ossia sul fatto che gli esseri umani spesso sono meglio e più capaci di esprimersi nella performance che nella vita quotidiana, e non a caso in questo film la stand up comedy svolge un ruolo fondamentale.
Dopo un inizio per me un po’ faticoso, il film a poco a poco decolla e si fa sempre più coinvolgente, fino a un finale che appare un po’ troppo consolatorio rispetto agli elementi di complessità disseminati sul percorso.
Ottime le interpretazioni di Will Arnett e di Laura Dern, e molto divertente nel ruolo dell’amico strafatto Balls lo stesso Bradley Cooper.
Voto: 3/5
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giovedì 30 aprile 2026
lunedì 28 marzo 2022
Licorice Pizza
Paul Thomas Anderson è uno di quei registi di cui tendo a non perdere nemmeno un film, fin dai tempi di Magnolia. Così, anche se non avessi letto la recensione entusiastica di Francesco Boille, sarei andata lo stesso a vederlo (rigorosamente in lingua originale).
Approfitto dunque della presenza a Roma di M. per proporle un'uscita cinematografica per vedere Licorice Pizza. Abituata alla cifra stilistica di Anderson (ma forse mi manca la componente più "goliardica" del suo cinema), resto completamente spiazzata dallo stile e dal tono di questo nuovo film, con cui il regista dimostra - se ne ce fosse stato bisogno - di essere in grado di fare film molto diversi tra loro e di saper padroneggiare linguaggi anche distanti.
Siamo a Los Angeles nel 1973. Protagonisti di Licorice Pizza sono Gary (Cooper Hoffman, figlio del compianto Philip Seymour Hoffman), un sedicenne pieno di voglia di vivere e di sogni, e Alana (la esordiente Alana Haim), una venticinquenne che ha un po' abbandonato i sogni ma vuole finalmente liberarsi dei condizionamenti di una famiglia piuttosto ingombrante. I due si incontrano alla scuola di lui in occasione della realizzazione delle foto scolastiche e Gary è immediatamente attirato da Alana. Inizia così la storia di un'amicizia che attraverserà molte avventure e vicissitudini prima di trasformarsi davvero in amore.
Il rapporto tra Gary e Alana fa da cornice a una serie di vicende che si configurano quasi come episodi autonomi e di cui sono protagonisti adulti ritratti in modi spesso grotteschi e surreali (tra questi i personaggi interpretati da Christine Ebersole, Tom Waits, Sean Penn, Bradley Cooper e Benny Safdie), personaggi in buona parte ispirati a figure note della società e del cinema di quegli anni.
Gary è solare e pieno di energia, corre, si butta in mille avventure e si improvvisa imprenditore, accompagnato dal suo gruppetto di amici bambini o adolescenti come lui. Alana sta in una terra di mezzo e fa fatica ad abbandonarsi alla vitalità di Gary. Intorno a loro un mondo capovolto in cui infantili, meschini, ridicoli e ipocriti sono proprio gli adulti, e ancora di più quegli adulti che sono stati, sono o aspirano a diventare famosi (che provengano dal mondo del cinema o della politica).
Inutile cercare nel film di Paul Thomas Anderson una effettiva verosimiglianza e una narrazione lineare, perché la scelta - probabilmente liberatoria - del regista è quella di procedere per frammenti narrativi, inserti quasi surreali, elementi di più o meno apparente nonsense, creando una giostra di situazioni a cui - come in tutte le giostre - bisogna lasciarsi andare senza cercare di razionalizzare, bensì facendosi cullare dalle immagini e dalla splendida colonna sonora.
Personalmente - si sa - faccio un po' fatica con le narrazioni non lineari come questa e non sono un'appassionata del registro grottesco/goliardico che certamente attraversa questo film, però durante la visione di Licorice Pizza riesco a più riprese a spegnere la mia naturale tendenza al controllo e mi godo la pazzia e la bellezza scombinata che lo caratterizzano.
Un po' penso al Red Rocket di Sean Baker (citato anche da Boille), un po' al Once upon a time... in Hollywood di Quentin Tarantino, perché in entrambi ci leggo - come in Licorice Pizza - una vena goliardica e anche uno sguardo divertito, critico ma anche amorevole verso il cinema e le sue infinite possibilità.
Voto: 3,5/5
Approfitto dunque della presenza a Roma di M. per proporle un'uscita cinematografica per vedere Licorice Pizza. Abituata alla cifra stilistica di Anderson (ma forse mi manca la componente più "goliardica" del suo cinema), resto completamente spiazzata dallo stile e dal tono di questo nuovo film, con cui il regista dimostra - se ne ce fosse stato bisogno - di essere in grado di fare film molto diversi tra loro e di saper padroneggiare linguaggi anche distanti.
Siamo a Los Angeles nel 1973. Protagonisti di Licorice Pizza sono Gary (Cooper Hoffman, figlio del compianto Philip Seymour Hoffman), un sedicenne pieno di voglia di vivere e di sogni, e Alana (la esordiente Alana Haim), una venticinquenne che ha un po' abbandonato i sogni ma vuole finalmente liberarsi dei condizionamenti di una famiglia piuttosto ingombrante. I due si incontrano alla scuola di lui in occasione della realizzazione delle foto scolastiche e Gary è immediatamente attirato da Alana. Inizia così la storia di un'amicizia che attraverserà molte avventure e vicissitudini prima di trasformarsi davvero in amore.
Il rapporto tra Gary e Alana fa da cornice a una serie di vicende che si configurano quasi come episodi autonomi e di cui sono protagonisti adulti ritratti in modi spesso grotteschi e surreali (tra questi i personaggi interpretati da Christine Ebersole, Tom Waits, Sean Penn, Bradley Cooper e Benny Safdie), personaggi in buona parte ispirati a figure note della società e del cinema di quegli anni.
Gary è solare e pieno di energia, corre, si butta in mille avventure e si improvvisa imprenditore, accompagnato dal suo gruppetto di amici bambini o adolescenti come lui. Alana sta in una terra di mezzo e fa fatica ad abbandonarsi alla vitalità di Gary. Intorno a loro un mondo capovolto in cui infantili, meschini, ridicoli e ipocriti sono proprio gli adulti, e ancora di più quegli adulti che sono stati, sono o aspirano a diventare famosi (che provengano dal mondo del cinema o della politica).
Inutile cercare nel film di Paul Thomas Anderson una effettiva verosimiglianza e una narrazione lineare, perché la scelta - probabilmente liberatoria - del regista è quella di procedere per frammenti narrativi, inserti quasi surreali, elementi di più o meno apparente nonsense, creando una giostra di situazioni a cui - come in tutte le giostre - bisogna lasciarsi andare senza cercare di razionalizzare, bensì facendosi cullare dalle immagini e dalla splendida colonna sonora.
Personalmente - si sa - faccio un po' fatica con le narrazioni non lineari come questa e non sono un'appassionata del registro grottesco/goliardico che certamente attraversa questo film, però durante la visione di Licorice Pizza riesco a più riprese a spegnere la mia naturale tendenza al controllo e mi godo la pazzia e la bellezza scombinata che lo caratterizzano.
Un po' penso al Red Rocket di Sean Baker (citato anche da Boille), un po' al Once upon a time... in Hollywood di Quentin Tarantino, perché in entrambi ci leggo - come in Licorice Pizza - una vena goliardica e anche uno sguardo divertito, critico ma anche amorevole verso il cinema e le sue infinite possibilità.
Voto: 3,5/5
giovedì 18 ottobre 2018
A star is born
Con il film diretto e sceneggiato da Bradley Cooper siamo al quarto remake di A star is born (è possibile ripercorrerne la storia qui).
Tutti questi film, compreso quest’ultimo, si mantengono fedeli alla sostanza della narrazione, per quanto ne svecchino e aggiornino il contesto, dando alla trama coloriture via via un po’ diverse: una star della musica ormai sulla strada del tramonto, per di più tormentata da problemi di droga e alcol, incontra una sera in un bar una giovane ragazza, di cui riconosce il talento musicale. Il cantante affermato se ne innamora e la fa cantare con sé sul palco, aprendole la strada per il successo, mentre la loro storia d’amore deve fare i conti con il cambiamento di questi equilibri.
Il film appartiene a un genere che l’altra sera, alla fine della visione, ho battezzato “poppettone”, un mix di pop e polpettone, perché fondamentalmente la sua forza è il melodrammone romantico condito da una colonna sonora pop molto accattivante.
Che dirvi? La voce di Lady Gaga, che qui interpreta la ragazza instradata verso il successo, è strepitosa ed entra in tutti i pori della pelle, e la parabola di Jackson Maine, il bello e bravo Bradley Cooper, è emozionante e lacrimevole al punto giusto, così come la storia d’amore tra i due.
Anche a me negli ultimi dieci minuti è scappata la lacrima e le canzoni mi sono rimaste nelle orecchie.
Però, è chiaro che nel momento in cui si mette il piede fuori dal cinema si capisce che la storia della cinematografia non sarebbe cambiata di una virgola se non ci fosse stato questo quarto remake di A star is born.
È certamente apprezzabile che Cooper voglia introdurre in questa vicenda una riflessione critica sull’evoluzione di uno star system e di un panorama musicale sempre più discutile, in cui i musicisti sono oggetti senza pensiero proprio manovrati dai loro manager e in cui la musica (testi ed esecuzioni dal vivo) perdono centralità a favore dello spettacolo visivo, dei balletti, del look e di altre cose che dovrebbero essere assolutamente secondarie.
Jackson Maine – che pure è una star e vive tutte le conseguenze di esserlo – rappresenta un mondo musicale anch’esso sorpassato da uno scenario pop che spazza via tutto il resto e in cui Ally (e nel mondo reale Lady Gaga) è regina, sebbene dotata di un’anima a sua volta tormentata.
Bradley Cooper è anche bravo a interpretare il suo personaggio, e la stessa Lady Gaga alla sua prova d’attrice se la cava bene, ma non posso nascondere di non amarla particolarmente e di aver pensato alla fine del film che dovrebbe fare quello che le riesce meglio, ossia cantare.
Voto: 2,5/5
Tutti questi film, compreso quest’ultimo, si mantengono fedeli alla sostanza della narrazione, per quanto ne svecchino e aggiornino il contesto, dando alla trama coloriture via via un po’ diverse: una star della musica ormai sulla strada del tramonto, per di più tormentata da problemi di droga e alcol, incontra una sera in un bar una giovane ragazza, di cui riconosce il talento musicale. Il cantante affermato se ne innamora e la fa cantare con sé sul palco, aprendole la strada per il successo, mentre la loro storia d’amore deve fare i conti con il cambiamento di questi equilibri.
Il film appartiene a un genere che l’altra sera, alla fine della visione, ho battezzato “poppettone”, un mix di pop e polpettone, perché fondamentalmente la sua forza è il melodrammone romantico condito da una colonna sonora pop molto accattivante.
Che dirvi? La voce di Lady Gaga, che qui interpreta la ragazza instradata verso il successo, è strepitosa ed entra in tutti i pori della pelle, e la parabola di Jackson Maine, il bello e bravo Bradley Cooper, è emozionante e lacrimevole al punto giusto, così come la storia d’amore tra i due.
Anche a me negli ultimi dieci minuti è scappata la lacrima e le canzoni mi sono rimaste nelle orecchie.
Però, è chiaro che nel momento in cui si mette il piede fuori dal cinema si capisce che la storia della cinematografia non sarebbe cambiata di una virgola se non ci fosse stato questo quarto remake di A star is born.
È certamente apprezzabile che Cooper voglia introdurre in questa vicenda una riflessione critica sull’evoluzione di uno star system e di un panorama musicale sempre più discutile, in cui i musicisti sono oggetti senza pensiero proprio manovrati dai loro manager e in cui la musica (testi ed esecuzioni dal vivo) perdono centralità a favore dello spettacolo visivo, dei balletti, del look e di altre cose che dovrebbero essere assolutamente secondarie.
Jackson Maine – che pure è una star e vive tutte le conseguenze di esserlo – rappresenta un mondo musicale anch’esso sorpassato da uno scenario pop che spazza via tutto il resto e in cui Ally (e nel mondo reale Lady Gaga) è regina, sebbene dotata di un’anima a sua volta tormentata.
Bradley Cooper è anche bravo a interpretare il suo personaggio, e la stessa Lady Gaga alla sua prova d’attrice se la cava bene, ma non posso nascondere di non amarla particolarmente e di aver pensato alla fine del film che dovrebbe fare quello che le riesce meglio, ossia cantare.
Voto: 2,5/5
giovedì 8 gennaio 2015
American Sniper
Devo ammettere che sono andata a vedere American Sniper con molti pregiudizi.
Non amo molto il cinema di Clint Eastwood; non mi piace granché il suo approccio conservatore, né la sua compiaciuta americanità, trovo piuttosto deboli oppure telecomandati gli intrecci narrativi di alcuni dei suoi film più acclamati.
E quindi mi ero detta che American Sniper non l’avrei visto; però, dopo aver sentito e letto un po’ di opinioni e recensioni e soprattutto perché non sopporto l'idea di non potermi costruire un punto di vista personale sulle cose, ho deciso di andare a vederlo.
Ebbene, devo dire che il film mi è piaciuto. A Clint Eastwood certo non manca il mestiere e credo che si trovi particolarmente a suo agio con l’azione; alcune sequenze di questo film – per esempio lo scontro durante la tempesta di sabbia ovvero gli appostamenti di Kyle da cecchino – sono assolutamente magistrali. È altrettanto forte talvolta la sensazione – sebbene io non sia in grado di dirlo per esperienza diretta – di essere all’interno di un videogiochi tipo Call of Duty, sensazione che raggiunge l’apice nel ralenti del proiettile che colpisce il cecchino islamico Mustafa.
Da un punto di visto narrativo, aiutato dal fatto che si tratta di una sceneggiatura non originale (parliamo della storia vera di Chris Kyle raccontata in un libro autobiografico), non ho avvertito quelle forzature che avevo colto in altri suoi lavori. Questo film procede scorrevole e senza strappi dall’inizio alla fine, seguendo una logica di una semplicità quasi imbarazzante.
Ed eccoci dunque ai contenuti e all’inevitabile dibattito che portano con sé. Chris Kyle (Bradley Cooper) è un texano nato in una famiglia cristiana, con un padre che ha da subito insegnato ai suoi figli a usare un fucile e gli ha spiegato che il mondo si divide in tre categorie di persone: le pecore, i lupi e i cani pastore, e che lui si aspetta che i suoi figli si comportino come cani da pastore, capaci di usare la violenza, ma solo per difendere le pecore dai lupi. Diciamo una visione del mondo un tantino semplicistica, ma decisamente efficace agli occhi di un bambino in una società che in qualche modo sembra credere alla possibilità di distinguere sempre il bene dal male e di stabilire di volta in volta da che parte stanno.
Chris cresce senza uno scopo da perseguire, fino a quando a seguito degli attacchi alle ambasciate americane in alcuni paesi musulmani decide di arruolarsi nei Navy Seals, il noto corpo speciale americano. Intanto si innamora di Taya (Sienna Miller) e la sposa, diventando padre di due figli, mentre compie in circa dieci anni (dopo l’11 settembre) 4 missioni in Iraq. Diventerà una specie di leggenda in quanto cecchino più letale della storia militare americana. Tornato in patria avrà problemi a riprendere la vita quotidiana e finirà ucciso - durante un’esercitazione a un poligono di tiro - da un altro reduce che stava cercando di aiutare.
Al suo funerale migliaia di persone lo saluteranno come un eroe, sventolando le bandiere americane.
Insomma, quello di Eastwood non è certo un film antimilitarista in senso stretto, sebbene non vengano passate sotto silenzio le atrocità della guerra, i tanti morti innocenti, le conseguenze fisiche e psicologiche spesso irreversibili sui reduci, il dolore delle famiglie.
Inoltre, il protagonista è decisamente presentato come un personaggio positivo, quasi senza un’ombra, con una morale molto semplicistica ma in qualche modo ferrea.
Probabilmente anche l’assenza di qualunque riflessione critica rispetto all’opportunità stessa della guerra in Iraq nasce dal fatto che il film rappresenta (e forse sposa?) il punto di vista di Chris, per il quale la guerra è un’inevitabile e diretta conseguenza dell’attacco alle torri gemelle ed è necessaria per difendere la patria, così come la sua condotta di guerra sarà sempre – almeno apparentemente – ispirata a quel ruolo di cane da pastore teorizzato dal padre, ossia usare la violenza solo per difendere se stessi o qualcun altro, dunque uccidere solo se necessario (Chris dirà di poter rispondere davanti a Dio di ogni colpo che ha sparato).
E qui entrano in gioco gli occhi, la sensibilità e la capacità critica di chi guarda. E ciò spiega perché questo film è stato letto in modi opposti da chi ci vede la celebrazione di un eroe e chi una profonda critica alla guerra.
Se sei all’interno di un punto di vista tangente a quello del protagonista il film appare decisamente un’esaltazione dell’eroismo di un americano buono e che ha combattuto per la patria e per la giustizia, pagando in prima persona le conseguenze della guerra.
Se ne sei all’esterno – come nel mio caso – io vedo in Chris Kyle il prodotto di una sottocultura americana fatta di ignoranza e semplificazioni, quella di cui l’aggressività militare americana – dettata da ragioni che non hanno nulla a che vedere con la difesa della patria in senso stretto – si è nutrita da sempre e in modo particolare negli ultimi decenni. Chris Kyle è una povera vittima inconsapevole – in quanto non ha gli strumenti critici per rendersene conto – di un sistema che lo ha usato, ma che alla fine in qualche modo inconsapevolmente anche lui usa. Alcuni dei suoi compagni, nonché suo fratello, percepiscono l’insensatezza della guerra, mentre Chris non si pone nemmeno una domanda, anche quando la sua guerra personale, la sua vera e propria competizione con il cecchino Mustafa, prende il sopravvento sul buon senso che gli avrebbe suggerito di aspettare l’arrivo dei rinforzi prima di sparare, per evitare la carneficina.
Chris Kyle non comprende la contraddizione enorme che c’è tra la sua convinzione di poter giustificare ogni singolo colpo esploso dal suo fucile e quell’attimo in cui ha nel mirino il bambino che ha imbracciato il kalashnikov. È solo una fortunata circostanza quella che gli impedisce di fare un’altra inutile vittima, cosicché a fronte di una fortunata circostanza chissà quante infelici situazioni hanno prodotto l’effetto contrario.
Insomma, a mio modesto modo di vedere, nel film di Eastwood apparentemente è tutto chiaro, esattamente come nella testa di Kyle: chi sono i buoni e chi i cattivi, dove sta il bene e dove il male. E molti guarderanno a questo film esattamente in questo modo. Basta però grattare solo un pochino la superficie per capire che tale semplicità è uno – se non il più potente – degli strumenti di cui si nutre la guerra per autoassolversi e giustificarsi.
Non so se nella testa di Eastwood c’era tutto questo, però io questo film lo voglio leggere così. Altrimenti lo devo inevitabilmente classificare come un film inutile, se non addirittura dannoso.
Voto: 3,5/5
Non amo molto il cinema di Clint Eastwood; non mi piace granché il suo approccio conservatore, né la sua compiaciuta americanità, trovo piuttosto deboli oppure telecomandati gli intrecci narrativi di alcuni dei suoi film più acclamati.
E quindi mi ero detta che American Sniper non l’avrei visto; però, dopo aver sentito e letto un po’ di opinioni e recensioni e soprattutto perché non sopporto l'idea di non potermi costruire un punto di vista personale sulle cose, ho deciso di andare a vederlo.
Ebbene, devo dire che il film mi è piaciuto. A Clint Eastwood certo non manca il mestiere e credo che si trovi particolarmente a suo agio con l’azione; alcune sequenze di questo film – per esempio lo scontro durante la tempesta di sabbia ovvero gli appostamenti di Kyle da cecchino – sono assolutamente magistrali. È altrettanto forte talvolta la sensazione – sebbene io non sia in grado di dirlo per esperienza diretta – di essere all’interno di un videogiochi tipo Call of Duty, sensazione che raggiunge l’apice nel ralenti del proiettile che colpisce il cecchino islamico Mustafa.
Da un punto di visto narrativo, aiutato dal fatto che si tratta di una sceneggiatura non originale (parliamo della storia vera di Chris Kyle raccontata in un libro autobiografico), non ho avvertito quelle forzature che avevo colto in altri suoi lavori. Questo film procede scorrevole e senza strappi dall’inizio alla fine, seguendo una logica di una semplicità quasi imbarazzante.
Ed eccoci dunque ai contenuti e all’inevitabile dibattito che portano con sé. Chris Kyle (Bradley Cooper) è un texano nato in una famiglia cristiana, con un padre che ha da subito insegnato ai suoi figli a usare un fucile e gli ha spiegato che il mondo si divide in tre categorie di persone: le pecore, i lupi e i cani pastore, e che lui si aspetta che i suoi figli si comportino come cani da pastore, capaci di usare la violenza, ma solo per difendere le pecore dai lupi. Diciamo una visione del mondo un tantino semplicistica, ma decisamente efficace agli occhi di un bambino in una società che in qualche modo sembra credere alla possibilità di distinguere sempre il bene dal male e di stabilire di volta in volta da che parte stanno.
Chris cresce senza uno scopo da perseguire, fino a quando a seguito degli attacchi alle ambasciate americane in alcuni paesi musulmani decide di arruolarsi nei Navy Seals, il noto corpo speciale americano. Intanto si innamora di Taya (Sienna Miller) e la sposa, diventando padre di due figli, mentre compie in circa dieci anni (dopo l’11 settembre) 4 missioni in Iraq. Diventerà una specie di leggenda in quanto cecchino più letale della storia militare americana. Tornato in patria avrà problemi a riprendere la vita quotidiana e finirà ucciso - durante un’esercitazione a un poligono di tiro - da un altro reduce che stava cercando di aiutare.
Al suo funerale migliaia di persone lo saluteranno come un eroe, sventolando le bandiere americane.
Insomma, quello di Eastwood non è certo un film antimilitarista in senso stretto, sebbene non vengano passate sotto silenzio le atrocità della guerra, i tanti morti innocenti, le conseguenze fisiche e psicologiche spesso irreversibili sui reduci, il dolore delle famiglie.
Inoltre, il protagonista è decisamente presentato come un personaggio positivo, quasi senza un’ombra, con una morale molto semplicistica ma in qualche modo ferrea.
Probabilmente anche l’assenza di qualunque riflessione critica rispetto all’opportunità stessa della guerra in Iraq nasce dal fatto che il film rappresenta (e forse sposa?) il punto di vista di Chris, per il quale la guerra è un’inevitabile e diretta conseguenza dell’attacco alle torri gemelle ed è necessaria per difendere la patria, così come la sua condotta di guerra sarà sempre – almeno apparentemente – ispirata a quel ruolo di cane da pastore teorizzato dal padre, ossia usare la violenza solo per difendere se stessi o qualcun altro, dunque uccidere solo se necessario (Chris dirà di poter rispondere davanti a Dio di ogni colpo che ha sparato).
E qui entrano in gioco gli occhi, la sensibilità e la capacità critica di chi guarda. E ciò spiega perché questo film è stato letto in modi opposti da chi ci vede la celebrazione di un eroe e chi una profonda critica alla guerra.
Se sei all’interno di un punto di vista tangente a quello del protagonista il film appare decisamente un’esaltazione dell’eroismo di un americano buono e che ha combattuto per la patria e per la giustizia, pagando in prima persona le conseguenze della guerra.
Se ne sei all’esterno – come nel mio caso – io vedo in Chris Kyle il prodotto di una sottocultura americana fatta di ignoranza e semplificazioni, quella di cui l’aggressività militare americana – dettata da ragioni che non hanno nulla a che vedere con la difesa della patria in senso stretto – si è nutrita da sempre e in modo particolare negli ultimi decenni. Chris Kyle è una povera vittima inconsapevole – in quanto non ha gli strumenti critici per rendersene conto – di un sistema che lo ha usato, ma che alla fine in qualche modo inconsapevolmente anche lui usa. Alcuni dei suoi compagni, nonché suo fratello, percepiscono l’insensatezza della guerra, mentre Chris non si pone nemmeno una domanda, anche quando la sua guerra personale, la sua vera e propria competizione con il cecchino Mustafa, prende il sopravvento sul buon senso che gli avrebbe suggerito di aspettare l’arrivo dei rinforzi prima di sparare, per evitare la carneficina.
Chris Kyle non comprende la contraddizione enorme che c’è tra la sua convinzione di poter giustificare ogni singolo colpo esploso dal suo fucile e quell’attimo in cui ha nel mirino il bambino che ha imbracciato il kalashnikov. È solo una fortunata circostanza quella che gli impedisce di fare un’altra inutile vittima, cosicché a fronte di una fortunata circostanza chissà quante infelici situazioni hanno prodotto l’effetto contrario.
Insomma, a mio modesto modo di vedere, nel film di Eastwood apparentemente è tutto chiaro, esattamente come nella testa di Kyle: chi sono i buoni e chi i cattivi, dove sta il bene e dove il male. E molti guarderanno a questo film esattamente in questo modo. Basta però grattare solo un pochino la superficie per capire che tale semplicità è uno – se non il più potente – degli strumenti di cui si nutre la guerra per autoassolversi e giustificarsi.
Non so se nella testa di Eastwood c’era tutto questo, però io questo film lo voglio leggere così. Altrimenti lo devo inevitabilmente classificare come un film inutile, se non addirittura dannoso.
Voto: 3,5/5
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