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sabato 22 agosto 2026

Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza. Museo dell’Ara Pacis, 1 agosto 2026

Dopo le prime due tappe della mostra dedicata a Robert Mapplethorpe, Le forme del desiderio a Milano e Le forme del classico a Venezia, la mostra con il titolo Le forme della bellezza arriva a Roma, al Museo dell’Ara Pacis, con la curatela di Denis Curti.

Si tratta di oltre 200 fotografie, e non solo – nella prima sala ci sono alcuni dei primi lavori materici di Mapplethorpe, collage e simili -, che raccontano il mondo di un fotografo che ha fatto del rapporto tra arte e vita un elemento centrale, e che nella vita come nell’arte ha cercato la bellezza delle forme, primariamente attraverso i corpi ma non esclusivamente.

Nel percorso della mostra, dopo un video introduttivo e la prima sala dedicata ai primi lavori non fotografici, si incontra una sala interamente dedicata a Patti Smith con cui Robert Mapplethorpe ebbe un rapporto di amicizia e amore per molti anni, poi una dedicata a Lisa Lyon, una culturista il cui corpo incarnava quella perfezione che il fotografo cercava al di là del sesso di appartenenza e che dal suo punto di vista era esaltata dalle situazioni di confine e di ambiguità.

Seguono gli autoritratti con cui Mapplethorpe si mette a nudo, non sottraendosi al giudizio di chi guarda, bensì mettendo in primo piano le sue molteplici nature e le tante componenti della sua personalità.

Molti poi i ritratti di personaggi famosi e meno famosi dell’epoca, attori, scultori, scrittori, artisti, registi, modelle ecc., che Mapplethorpe ha sempre raccontato in maniera originale e profonda, cercando sempre un contatto emotivo e intimo con ciascuno di loro.

Bellissima la sala in cui sono esposti dei veri e propri dittici che mettono in relazione la foto di una statua con la foto di un corpo: questo affiancamento conferisce alle statue qualcosa di vivo e, allo stesso tempo, rende eterno il corpo vivo. È in questa stanza che sono anche esposte due statue provenienti dal Museo della Centrale Montemartini, a completamente di questo dialogo tra scultura e fotografia.

Nell’ultima parte della mostra inizia invece la serie che mette in relazione foto di fiori, soprattutto orchidee, e foto di corpi: è fortissima in queste foto la componente erotica delle forme e dei rimandi, e Mapplethorpe spesso sfida la morale comune scegliendo di scattare immagini che sa che possono colpire la sensibilità o scandalizzare, ma lo fa con una naturalezza e quasi purezza davvero sorprendenti.

In questa mostra romana c’è anche una piccola sezione di foto provenienti da un viaggio in Italia, nella zona tra Napoli e Capri, dove il suo gallerista Lucio Amelio lo invitò dopo il terremoto del 1980.

Una galoppata nella vita e nell’opera di un artista che purtroppo è stato portato via troppo presto dall’AIDS, ma che a distanza di quasi quarant’anni dalla sua morte mantiene intatta la sua potenza comunicativa e la sua forza artistica dirompente.

Voto: 3,5/5

venerdì 10 luglio 2026

In giro per mostre fotografiche a Roma: Morire di classe, Matilde Damele, Hervé Gloaguen, Francesco Conversano, Irving Penn, Silvia Camporesi

In questo inizio infuocato di estate 2026 decido di affrontare il caldo per vedere un po’ di mostre fotografiche in programma in diverse location della città.

La prima, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, è curata dall’Archivio Basaglia e ospitata dal Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC), che occupa alcune sale del Palazzo del Rettorato di Sapienza Università di Roma.

Si tratta di una mostra piccola ma molto interessante, che coglie l’occasione della riedizione del volume omonimo per proporre al pubblico alcune delle fotografie scattate da Cerati e Gardin nei manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma, come parte di un lavoro a carattere sociologico che rientrava nel più ampio impegno di Franco Basaglia e di Franca Ongaro Basaglia volto a riformare gli istituti psichiatrici. In mostra anche alcuni libri di questi ultimi provenienti dalle biblioteche della Sapienza.

Peccato per una segnaletica decisamente molto artigianale e poco visibile che persino a me che conosco l’università ha reso non semplice trovare la sede della mostra.

Altro luogo tradizionalmente dedicato a Roma alle mostre fotografiche è il Museo di Roma in Trastevere, dove sono andata a vedere le tre mostre attualmente in corso: Lungo le strade blu (Along the Blue Highways) di Francesco Conversano, New York di Matilde Damele e À Rome la nuit di Hervé Gloaguen.

La prima mostra è la raccolta di novanta scatti realizzati nell’ambito della realizzazione di alcuni documentari dedicati appunto alle cosiddette “strade blu” americane, che Conversano – regista prima che fotografo – ha realizzato nel tempo insieme a Nene Grignaffini. Si tratta di un viaggio attraverso dei luoghi in cui molta importanza hanno anche le persone e gli elementi iconici. Interessante.

Al secondo piano del Museo ci sono le due mostre più piccole. Innanzitutto quella di Matilde Damele, dedicata a una delle città più iconiche e più fotografate del mondo, New York, che l’artista ha raccontato in pellicola con un focus particolare sulle persone. Pur essendo foto degli anni Novanta e Duemila, l’uso della pellicola e del bianco e nero conferisce a queste foto, soprattutto ad alcune, un’atmosfera quasi senza tempo. Una sezione della mostra è dedicata alle fotografie scattate a Coney Island, luogo per definizione fuori dal tempo.

Sono fotografie affascinanti e alcune di grande impatto visivo ed emotivo.

>Allo stesso piano c’è la mostra delle foto di Roma di notte del fotografo francese Hervé Gloaguen, foto scattate nell’arco di diversi anni e che puntano non a mostrare la città e i monumenti, bensì l’atmosfera umana che si respira a Roma durante la notte, in particolare vicino alle fontane più o meno monumentali della città.

Sempre nella stessa giornata sono finalmente riuscita ad andare a vedere il nuovo Centro della Fotografia aperto in uno dei padiglioni dell’ex Mattatoio dopo la ristrutturazione ad hoc realizzata. Qui sono attualmente in corso alcune mostre, tra cui la principale è la grande antologica dedicata a Irving Penn, che comprende foto provenienti dalla Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi che ha la più grande collezione di fotografie dell’artista. Penn è famoso soprattutto per le fotografie di moda, i ritratti (di persone famose, ma anche di gente comune), gli still life, tutto realizzato sempre con grande attenzione al dettaglio, ma soprattutto con l’obiettivo, di solito perfettamente centrato, di tirare fuori l’anima da cose e persone.

Al secondo piano del Centro c’è invece la mostra C’è un tempo e un luogo di Silvia Camporesi, foto che provengono da viaggi e progetti fotografici diversi, accomunati dal tentativo della fotografa di andare oltre uno sguardo descrittivo e far emergere dalle singole fotografie o da un insieme di foto letture e significati diversi, spesso concettuali, ma comunque accessibili.

In conclusione, in questo periodo Roma offre tantissimo per gli amanti delle mostre fotografiche (ce ne sono altre in corso che ancora non ho visto), quindi c’è proprio da sbizzarrirsi.

venerdì 19 giugno 2026

In giro per mostre di fotografia: Fotografia europea a Reggio Emilia e Ruth Orkin a Bologna

Approfittando di un weekend bolognese di ponte, decido di recuperare un po’ di mostre fotografiche in zona.

Dedico la giornata di sabato insieme al mio amico M. a visitare le mostre in programma di Fotografia europea, uno degli appuntamenti annuali del settore ospitato dalla città di Reggio Emilia. Poiché si tratta di un evento diffuso con numerose mostre nel centro della città, è anche l’occasione per fare una passeggiata nel bel centro storico del capoluogo emiliano.

Il punto di partenza sono i Chiostri di San Pietro dove acquistiamo il biglietto che ci consentirà di visitare nel tempo che abbiamo a disposizione la gran parte delle mostre in programma.

Le sedi della mostra che tocchiamo nel nostro giro sono, oltre ai Chiostri dove c’è il maggior numero di esposizioni, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi e la Chiesa SS. Carlo e Agata.

Una menzione a parte va fatta per l’esposizione dedicata a Luigi Ghirri, in occasione del centenario della sua nascita, che in questo caso si concentra sul suo rapporto con la musica, sia rispetto ai contenuti delle sue fotografie, sia rispetto alle sue collaborazioni con molti musicisti di rilievo, come Lucio Dalla, Gianni Morandi e i CCCP. Due sale del Palazzo dei musei che – come sempre accade con l’opera fotografica di Ghirri – attraggono l’attenzione dello spettatore e lo catturano nel suo mondo in cui la distanza tra realtà e finzione, e tra realismo e interpolazione, è sempre molto sottile.

Tolta questa esposizione, il resto delle mostre è in qualche modo uno sguardo d’insieme sullo stato dell’arte della fotografia europea, il cui tema conduttore per quest’anno è Fantasmi del quotidiano.

Non so se per il tema, oppure più semplicemente come riflesso delle tendenze dominanti, la maggior parte delle mostre si può far rientrare sotto l’etichetta, forse un po’ generica, di fotografia sperimentale: in alcuni casi per il mix di strumenti espressivi (non solo fotografia, ma anche video, oggetti, installazioni), in altri casi per l’uso di tecniche e materiali non tradizionali, in altri ancora per le scelte fatte in tema di dimensioni, colori, tipo di sviluppo o di stampa.

In quasi tutti i progetti presentati c’è una dimensione narrativa e concettuale che va molto al di là della singola foto e che sottende una lettura articolata e complessa.

In alcuni casi la fruizione delle foto non è affatto immediata e richiede – almeno per quanto mi riguarda – uno sforzo di razionalizzazione che mi toglie un po’ il piacere emotivo che per me è legato alla fotografia.

In alcuni casi le soluzioni sono invece altamente suggestive; in particolare, alcune delle esposizioni a Palazzo da Mosto, accomunate sotto l'etichetta Ghostland, mi hanno molto colpito, ad esempio il lavoro di Alisa Martynova e quello di Carolyn Drake.

Invece delle mostre ai Chiostri di San Pietro sono particolarmente colpita dal lavoro The season di Giulia Vanelli, che è quello che per caratteristiche tecniche e per impatto emotivo mi risuona maggiormente.

Nel complesso un’esperienza molto interessante che dà molto da pensare come in un’epoca in cui siamo sommersi da immagini fotografiche e l’intelligenza artificiale sta contribuendo ulteriormente all’inflazione delle immagini, molti fotografi non ritengono più sufficiente la fotografia tradizionale come mezzo distintivo ed espressivo, e scelgono di spostarsi sul fronte dell’arte visuale a tutto tondo per trovare uno spazio effettivamente riconoscibile.

Proprio questa connessione tra linguaggi visivi differenti è anche uno degli elementi caratterizzanti di una fotografa che invece si colloca in un’epoca molto diversa, Ruth Orkin (1921-1985), cui è dedicata la mostra antologica, The illusion of time, ospitata a Bologna, a Palazzo Pallavicini.

Nel presentare un’ampia selezione delle fotografie della Orkin, dai ritratti alle foto di strada, dalle foto dei bambini ai reportage, dal racconto per immagini dei suoi viaggi per il mondo all’uso della fotografia per affrontare tematiche sensibili per l’epoca (e non solo).

L’elemento che la mostra sottolinea fin dal principio e riporta all’attenzione dello spettatore a più riprese è l’interesse della Orkin per il linguaggio cinematografico e dunque per un racconto per immagini che incorpori il tempo e il movimento.

Cresciuta in una famiglia che aveva avuto molte relazioni con la Hollywood del tempo, la Orkin tentò di fare la regista – che era quello che davvero avrebbe voluto fare – ma si vide negare ogni possibilità in un’epoca in cui una donna regista era quasi impensabile. Per questo si spostò sulla fotografia, usando la macchina fotografica in un modo che fosse il più possibile cinematografico, ossia che fosse finalizzato a un racconto nel tempo, più che alla costruzione della singola fotografia.

Del resto, fin dai 17 anni mostrò una straordinaria autonomia e intraprendenza, com’è testimoniato dalle foto che fece durante il viaggio in bicicletta che la portò da Los Angeles a Boston attraverso tutto l’America, fotografie che già mostrano un livello di modernità e di originalità davvero sorprendenti.

Una fotografa che merita di essere riscoperta e approfondita, come altre pioniere della fotografia sue contemporanee.

Voto: 3,5/5

lunedì 30 marzo 2026

Bernini e i Barberini. Palazzo Barberini, 14 marzo 2026

La nuova grande mostra a Palazzo Barberini dopo quella dedicata a Caravaggio ha come protagonista Gian Lorenzo Bernini, che con i Barberini ebbe un rapporto particolarmente stretto, nello specifico con Maffeo Barberini, poi papa Urbano VIII.

Anche per questa mostra mi affido a Vincenzo di Rome Guides, che è ormai diventata la mia soluzione preferita tutte le volte che voglio vedere una mostra godendomela completamente. E anche questa volta Vincenzo non delude, costruendo un percorso all’interno delle sale che riesce a creare connessioni anche lì dove un visitatore non esperto farebbe fatica a trovarne.

Prima di entrare ci introduce un po’ il ruolo di Gian Lorenzo Bernini nella Roma seicentesca, e ci anticipa che le parti migliori della mostra sono la prima e l’ultima sala, quelle che più facilmente conquistano il visitatore anche su un piano puramente emotivo, mentre le quattro sale intermedie richiedono maggiori elementi informativi e di contesto per poter essere apprezzate pienamente.

La prima sala della mostra è dedicata al rapporto tra Pietro e Gian Lorenzo, padre e figlio: Pietro Bernini era uno scultore toscano molto apprezzato e stimato e il giovanissimo Gian Lorenzo iniziò a lavorare proprio nella bottega del padre, collaborando alla realizzazione di alcune opere. In questa sala, dunque, sono in mostra alcuni lavori interamente di Pietro, poi le statue delle Quattro Stagioni, realizzate con la collaborazione di Gian Lorenzo, e infine si arriva a tre statue realizzate in autonomia dal figlio, due di San Sebastiano e una di San Lorenzo. Questo percorso permette fin da subito di apprezzare il salto tra Pietro e Gian Lorenzo e di riconoscere nell’arte di quest’ultimo delle qualità di movimento e leggerezza che nel corso della sua carriera egli portò ai massimi livelli.

La seconda sala è dedicata invece in gran parte al progetto e alla realizzazione del baldacchino di San Pietro, opera fortemente voluta da Maffeo Barberini e affidata ad un ancora giovanissimo Gian Lorenzo Bernini, per il quale Maffeo aveva non solo una straordinaria ammirazione ma una fortissima affezione, quasi come fosse un figlio.

La sala successiva mostra una parte del lavoro di ritrattista di Gian Lorenzo, e non a caso proprio a Maffeo Barberini sono dedicati diversi busti in una forma più istituzionale ma anche più privata. La nostra guida ci fa notare che le capacità di Gian Lorenzo come ritrattista sono particolarmente riconoscibili quando lo scultore può rappresentare una persona che conosce di persona e non qualcuno che non ha mai incontrato e che ha potuto vedere solo in altre rappresentazioni. Impressionante in questa stanza il ritratto di Papa Paolo V, commissionatogli da Scipione Borghese.

Nella due stanze successive, Bernini viene messo in relazione da un lato con altri importanti scultori e ritrattisti della sua epoca, in particolare Giuliano Finelli, a cui si ispirò soprattutto per il modo eccelso in cui quest’ultimo scolpiva barbe e capelli, dall’altro con un altro grande artista del suo tempo da lui sommamente ammirato, il pittore bolognese Guido Reni. Nella stanza dove ci sono due dipinti di Guido Reni è presente anche il modello originale in terracotta dell’elefantino che fu commissionato a Bernini per potervi posizionare sopra l’obelisco del tempio di Serapide e destinato a piazza della Minerva, modello che come si sa fu poi fatto modificare con grande disappunto di Bernini che per questo motivo non mancò di fare dispetto ai domenicani.

Nell’ultima sala, oltre a due busti più tardi della sua produzione, quello di Thomas Baker e quello di Costanza Bonarelli, sua amante fino al drammatico epilogo che coinvolse anche suo fratello, sono esposti alcuni dei quadri di Bernini. L’artista non amava particolarmente la pittura, ma proprio Urbano VIII lo spingeva anche in questa direzione per farne un artista completo, il nuovo Michelangelo, con gran lustro non solo dello stesso Gian Lorenzo, ma anche del suo pontificato e della sua epoca.

In definitiva una mostra che ha preso lustro soprattutto grazie alla grande competenza e alla capacità di Vincenzo di creare collegamenti e rendere interessante il percorso, ma che forse in assenza della sua guida sapiente avrei trovato molto meno interessante e significativa.

Voto: 3,5/5

giovedì 12 febbraio 2026

Tesori dei Faraoni. Scuderie del Quirinale, 17 gennaio 2026

Oltre un mese prima del 17 gennaio, ero passata appositamente alla biglietteria delle Scuderie del Quirinale per comprare il biglietto di ingresso e la visita guidata alla mostra Tesori dei Faraoni, già gettonatissima e acclamatissima, e con file praticamente tutti i giorni e soprattutto nel fine settimana.

Arriva finalmente il sospirato 17 gennaio e la nostra guida, un simpatico egittologo, ci conduce nelle sale delle Scuderie alla scoperta della mostra e dei suoi pezzi più significativi.

Le sale sono affollate di gente, ma anche grazie al fatto di essere un gruppo con una visita riusciamo a soffermarci davanti ai vari pezzi e punti di interesse.

La guida ci fa notare che la maggior parte dei contenuti della mostra arrivano dal Cairo e probabilmente sarà una delle ultime volte che escono, e questo conferisce alla mostra un grande valore.

Vediamo così coperchi di sarcofagi, sarcofagi interi, stele funerarie, corredi funerari, oggetti d’arredo, oggetti preziosi ma anche oggetti d’uso quotidiano. Comprendiamo – cosa che richiama le reminiscenze degli studi scolastici – che il rapporto degli egiziani con la morte era molto diverso dal nostro, un momento di puro passaggio verso un’altra dimensione, così come il rapporto con i cicli naturali e soprattutto quelli astronomici.

La nostra guida ci aiuta a interpretare segni, ci spiega come funzionano i geroglifici, ci spinge a fare collegamenti, e così l’ora della visita guidata vola.

All’uscita dalle Scuderie la sensazione è quella di aver fatto un tuffo nel cuore di una civiltà affascinante, ma che continuiamo probabilmente a non capire fino in fondo e di cui sappiamo tutto sommato poco, e forse non in maniera accurata.

Nonostante la bravura della guida e la bellezza dei pezzi, mi è un po’ mancato un filo conduttore, un percorso coerente tra sale e pezzi esposti, cosicché alla fine nella memoria rimangono singoli oggetti straordinari ma non forse un quadro d’insieme.

Voto: 3,5/5

martedì 3 febbraio 2026

Dalì. Rivoluzione e tradizione. Museo del Corso, Palazzo Cipolla, 11 gennaio 2026

So poco di Dalì e non sono particolarmente appassionata del tipo di arte che rappresenta, ma la mia innata curiosità e la voglia di conoscere mi spingono ad andare a visitare la mostra a lui dedicata da poco conclusa presso il rinnovato Museo del Corso a Palazzo Cipolla.

Si tratta di una mostra articolata sostanzialmente in quattro sezioni. Nella prima ci si sofferma sul rapporto tra Dalì e Picasso che è stato a lungo il punto di riferimento contemporaneo dell’artista di Figueres e a un certo punto è diventato il rivale da superare in grandezza e notorietà.

Le successive tre sezioni sono invece dedicate al rapporto di Dalì con tre grandi artisti del passato, che in svariate occasioni lui stesso ha citato come, secondo la sua valutazione, i più grandi di tutti i tempi, ossia Velasquez, Vermeer e Raffaello.

Con questi artisti e con le loro opere, in particolare con alcune da cui era specificamente attratto (Las meninas di Velasquez, La merlettaia di Vermeer e La scuola di Atene di Raffaello, ma anche l’Autoritratto e molto altro), l’arte di Dalì ha continuato a dialogare nel tempo in modi sempre originali e spesso inattesi.

Com’è inevitabile quando si parla di Dalì, da questo percorso nella sua arte e nelle sue connessioni con la tradizione artistica precedente e contemporanea viene fuori anche il lato umano dell’artista, decisamente eccentrico e compreso nel suo ruolo. In tutta la sua vita, Dalì non ha fatto altro che alimentare il mito di sé stesso, ostentando una enorme considerazione della propria arte e adottando in fondo una strategia di comunicazione e promozione anticipatrice di tanta contemporaneità da social.

Voto: 3/5

giovedì 22 gennaio 2026

In giro per mostre di fotografia a gennaio: Margaret Bourke-White a Reggio Emilia e Jeff Wall a Bologna

In una seconda metà di festività natalizie trascorsa a Bologna, approfitto per visitare un paio di mostre fotografiche in zona.

La prima, organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani, si tiene ai Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, ed è dedicata alla fotografa americana Margaret Bourke-White (L'opera 1930-1960).

Della fotografa avevo visto una bellissima mostra monografica al museo di Roma in Trastevere, e altre foto in un’altra mostra sulle fotografe donne tenutasi a Forlì nel 2021.

Questa nuova mostra mi offre però l'occasione di approfondire un personaggio che già avevo riconosciuto come oltremodo affascinante: una donna nata nel 1904 che ha fatto dell’indipendenza e della fiducia nel progresso le sue bandiere.

La Bourke-White è stata la fotografa delle grandi fabbriche e dei grattacieli che nella sua epoca storica rappresentavano delle straordinarie conquiste per l’umanità e un segno del progresso.

La mostra emiliana, pur partendo da questa premessa, esplora però il lavoro della Bourke-White in molte diverse sfaccettature, mettendo in evidenza l’instancabilità da un lato e il valore etico e politico dei suoi reportage dall’altro.

La Bourke-White visse la seconda guerra mondiale da fotografa di guerra al seguito delle truppe alleate, fu tra le prime ad entrare nei campi di concentramento dopo la liberazione, si inoltrò nell’Appennino emiliano per documentare la resistenza partigiana, ma fu anche la fotografa che fu ammessa in Unione Sovietica per fare le foto a Stalin (che in una accenna addirittura un sorriso), e poi continuò a girare il mondo per documentare guerre e ingiustizie e far crescere la consapevolezza e la necessità di un’azione. Tutto questo fino a quando il Parkinson, che la colpì in giovane età, le impedì di fotografare e spostò la sua attenzione sulla scrittura. Una vita epica e straordinaria, e foto di grande impatto.

La seconda mostra che vado a visitare si svolge al MAST, uno dei musei di Bologna che amo di più e che tra l’altro è completamente gratuito (basta registrarsi all’ingresso la prima volta). Si tratta della mostra di Jeff Wall, che occupa due spazi espositivi del complesso architettonico contemporaneo che costituisce il museo.

Non conoscevo Jeff Wall: scopro che è un importante fotografo contemporaneo canadese vivente che ha un approccio che definirei sperimentale e concettuale alla fotografia. Apparentemente le sue fotografie – di solito di grande formato – non hanno “nulla di particolare”. La specificità sta però innanzitutto nelle soluzioni espositive che Wall utilizza: le foto a colori sono quasi sempre montate in lightbox, ossia sono stampe fotografiche fine art retroilluminate, e talvolta più foto sono combinate in sequenza in un unico lightbox, producendo un effetto fortemente cinematografico sia per luce e colori brillanti, sia per potenzialità narrative; a volte invece le foto a colori sono stampe inkjet, che è invece una modalità di solito considerata lontana dal fine art e di più bassa qualità; le foto in bianco e nero sono infine spesso stampe ai sali d’argento, una modalità antica molto tradizionale, che toglie contrasto e crea un effetto parzialmente vintage.

In secondo luogo, Wall, come reso chiaro dalle citazioni presenti nel percorso espositivo e nei pannelli esplicativi, rifiuta la funzione cronachistica e/o documentaristica della fotografia, e per questo motivo le sue foto sono quasi sempre delle messe in scena, che però non vengono pensate dal fotografo in dettaglio, ma che sono il frutto dell’interazione tra un ambiente che il fotografo individua e le azioni più o meno spontanee e libere che attori o persone qualunque svolgono in quel contesto su richiesta del fotografo. La foto che poi il fotografo sceglie è una delle centinaia di foto che scatta di quella situazione e che solo apparentemente è un momento casuale della realtà, ed è proprio attraverso questo metodo che Wall in qualche modo ci spinge a riflettere su cosa è reale.

Non esattamente il mio tipo di fotografia preferito – troppo concettuale per i miei gusti – ma devo dire molto interessante.

lunedì 29 dicembre 2025

Alphonse Mucha. Un trionfo di bellezza e seduzione. Palazzo Bonaparte, 6 dicembre 2025

A Palazzo Bonaparte è in corso e programmata fino all’8 marzo 2026 la grande mostra dedicata all’artista boemo Alphonse Mucha, esponente di spicco dell’Art Nouveau.

Io e S. scegliamo di visitare la mostra con l’ormai collaudatissimo Vincenzo di Rome Guides, che – viste le eccellenti esperienze pregresse – sappiamo essere una garanzia di qualità, oltre ad essere capace di mantenere alta l’attenzione per l’intera ora e mezza in cui si dipana la visita.

Per me che di Mucha non so praticamente nulla, pur conoscendo alcuni dei suoi lavori più famosi, è l’occasione di conoscere innanzitutto un po’ di biografia di questo artista: il periodo nella nativa Boemia allora parte dell’impero austro-ungarico, la fase viennese, quella tedesca, poi la consacrazione artistica a Parigi grazie agli incontri con artisti già famosi all’epoca e soprattutto al sodalizio con Sarah Bernhardt, diva e attrice famosissima, che scelse Mucha come autore di moltissimi manifesti delle opere teatrali di cui era protagonista, poi l’intermezzo americano, quindi il ritorno nella nativa Boemia, dove negli anni Trenta assistette all’invasione nazista, fu imprigionato e morì per il complicarsi delle sue condizioni di salute, sepolto infine nel cimitero di Praga.

Il nome di Mucha è associato in modo particolare alle opere litografiche e ai poster da lui realizzati, con il supporto e la collaborazione del tipografo Champenois, che gli diedero una notorietà straordinaria e anche un importante ritorno economico, e che sono la parte della sua produzione che anche noi oggi conosciamo maggiormente.

Ma come spesso accade agli artisti, anche per Mucha ciò che gli diede fama e stabilità diventò anche per certi versi una prigione alla quale non fu facile sfuggire e che risultava molto limitante rispetto alle potenzialità creative della sua arte. Non a caso altre sue opere, come ad esempio L’epopea slava, venti tele che occuparono una parte importante della sua vita artistica e a cui Mucha teneva particolarmente in quanto espressione del suo spirito patriottico, non furono particolarmente riconosciute e apprezzate, se non molto più avanti.

A Mucha si deve però riconoscere innanzitutto l’eclettismo artistico che lo vide protagonista non solo dell’arte pittorica, ma anche di molte altre arti, come la fotografia, le arti applicate e molte altre, così come rilevante e innovativo è il ruolo che Mucha attribuisce nella sua arte alla figura femminile, che l’artista celebra non solo sul piano della bellezza ma anche come veicolo di molteplici significati, dai più semplici a quelli più complessi e spirituali, parte integrante del mondo culturale dal quale proveniva.

La mostra riesce a dare conto non solo delle diverse fasi della carriera di Mucha e delle sue numerose anime, ma riesce anche a contestualizzare adeguatamente la sua figura in un momento storico di grandissima vitalità sul piano culturale. L’intermezzo dedicato alla figura femminile nell’arte di cui la donna di Mucha rappresenterebbe la naturale erede mi è parso un po’ forzato e poco fluido, ma tutto sommato grazie a Vincenzo anche quello è diventato un momento sensato del percorso di visita.

Voto: 4/5

venerdì 28 novembre 2025

Un weekend milanese: Fondazione Prada, Black Country New Road, Hangar Bicocca

Molti mesi fa avevo comprato il biglietto per il concerto dei Black Country, New Road ai Magazzini generali di Milano, perché da tempo seguo questo interessante gruppo inglese e avevo letto che l’esperienza dal vivo nel loro caso vale davvero la pena.

Considerato che a Roma ormai arrivano sempre meno i tour dei musicisti che mi interessano, ho pensato che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione.

E così quando è arrivato il momento, nonostante un periodo decisamente pieno di impegni, ho deciso di partire per Milano e di approfittare della trasferta non solo per partecipare al concerto, ma anche per sfruttare l’offerta milanese di attività culturali, e non solo.

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La Fondazione Prada e la mostra di Iñárritu


Il sabato pomeriggio, approfittando del fatto che ho l’alloggio in zona, vado a visitare la Fondazione Prada, di cui ho sentito molto parlare, ma dove non sono ancora stata.

Alla biglietteria mi consigliano di andare prima a visitare la torre, ossia l’edificio di nuova costruzione che è andato a innestarsi sull’insieme di edifici industriali che compongono il complesso architettonico.

Alla torre c’è una mostra che si chiama Atlas: io attraverso tutti i piani, apprezzo alcune opere, ma soprattutto apprezzo le pareti a vetri e la vista dall’alto di questa interessante porzione di città.

Tornando all’edificio dove si trova la biglietteria, il Podium, che sta di fronte alla biblioteca e al bar, vado a visitare la mostra Sueño Perro: Instalación Celuloide de Alejandro G. Iñárritu, che era quella che mi attirava di più. Questa mostra nasce dalla scoperta da parte del regista messicano che, dopo la realizzazione del suo famoso film Amores perros, i trecento chilometri di pellicola scartati sono stati conservati dall’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Il regista ha dunque deciso di dare una seconda vita a queste pellicole dimenticate, proiettandole nelle sale del Podium tramite grandi proiettori che mostrano lo srotolarsi della pellicola e che assumono un’atmosfera particolare grazie al fascio di luce che squarcia il buio delle sale. Ne viene fuori per lo spettatore un’esperienza davvero particolare, non solo visiva, ma anche sonora e tattile. Personalmente l’ho trovata molto affascinante.

Al piano di sopra dello stesso spazio espositivo c’è la mostra – primariamente fotografica - Mexico 2000: The Moment that Exploded con cui lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro mette in relazione il film di Iñárritu, uscito nel 2000, con la situazione politico-sociale del Messico in quel periodo, che rappresentò per il paese non l’inizio di una nuova era di democrazia, ma l’inizio di un tracollo che è ancora in corso.

Diciamo che probabilmente c’erano altri spazi e mostre da esplorare ma la Fondazione stava per chiudere e io dovevo rientrare per il concerto della sera. Comunque ci sarà certamente occasione di tornarci.

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Black country, new road ai Magazzini generali


L’orario di inizio del concerto dei Black Country, New Road indicato sul biglietto è le 20.00, che è uno strano orario perché nella mia ottica romana non è né un concerto presto né un concerto al solito orario. Nell’idea, anche questa molto romana, che sia solo un orario indicativo, vado ai Magazzini generali alle 20 esatte, ma a quell’ora non solo c’è la fila fuori, ma un sacco di gente è già entrata. Scopro tra l’altro che ai Magazzini generali non fanno portare e usare le macchine fotografiche (che rottura di scatole!) e dunque quando entro devo pure pagare due quote del guardaroba per la macchina fotografica e la giacca. In più cerco di avanzare tra la folla, ma sono oltre metà sala con un sacco di persone alte davanti a me, e vedo che sui ballatoi non c’è nessuno quindi ipotizzo che non ci si possa andare. Peccato che, solo quando la sala si riempie, facciano salire sui ballatoi e così chi è arrivato molto dopo di me ha probabilmente una visuale molto migliore della mia.

Tra l’altro quando arrivo sta già suonando un gruppo, formato da tre ragazzi e una ragazza, un classico gruppo indie rock, che però non so chi siano, posso solo immaginare che si tratti del gruppo spalla dei Black Country, New Road. Scoprirò solo dopo che si tratta dei Westside cowboys, la cui musica – devo ammettere – mi lascia parecchio indifferente, fors’anche perché sono infastidita dall’organizzazione del concerto in questo locale (molto, ma molto meglio il Monk!).

Comunque, quando sul palco arrivano i Black Country, New Road la musica cambia completamente e in tutti i sensi. Il gruppo è al gran completo con i suoi sei componenti, Tyler Hyde (basso), Lewis Evans (sassofono), Georgia Ellery (violino), May Kershaw (tastiere), Charlie Wayne (batteria) e Luke Mark (chitarra), disposti su due file, in prima fila le donne – protagoniste assolute dell’ultimo album, Forever Howlong – in seconda fila gli uomini.

Il concerto è in buona parte dedicato all’ultimo album che il gruppo suona quasi per intero, con un’unica pausa che è dedicata alla cover della canzone The ballad of El Goodo dei Big Star.

Mentre li ascolto e mi guardo intorno – ci sono ragazzi giovanissimi, ma anche persone di una certa età, e tutti sembrano pazzi della loro musica, che pure non si può dire veramente mainstream – capisco cosa hanno di speciale e di magnetico questi musicisti, ossia degli arrangiamenti davvero molto belli e particolari, direi quasi orchestrali, che fanno vivere il concerto come fosse non un insieme di pezzi, ma quasi un tutt’uno, una specie di musical.

Inoltre, nella loro musica c’è un mix di contemporaneo e di retrò che la rende particolare e forse anche per questo apprezzabile da persone provenienti da mondi musicali diversi.

Alla fine di questa ora e mezza abbondante di musica, i BC,NR annunciano che non fanno bis e che stanno per suonare l’ultima canzone, così – anche se il pubblico avrebbe voluto che il concerto proseguisse ancora (ma questo direi che è quasi la norma) – i musicisti ci salutano con un "arrivederci, a presto".

Bel concerto, nonostante i Magazzini generali.

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Hangar Bicocca e la mostra di Nan Goldin


L’ultima mattina del mio weekend milanese è dedicata alla visita ad Hangar Bicocca, un luogo che da tempo volevo visitare, e che in questo caso mi attira particolarmente visto che è in programma una retrospettiva su Nan Goldin, fotografa che ho conosciuto e apprezzato solo dopo aver visto il film vincitore qualche anno fa a Venezia All the beauty and the bloodshed.

La mostra in programmazione ad Hangar Bicocca, spazio espositivo molto interessante anche di per sé stesso, è intitolata This will not end well ed è una retrospettiva importante dedicata all’attività di Nan Goldin come filmmaker e artista multimediale. La mostra arriva a Milano dopo Stoccolma, Amsterdam e Berlino, e proseguirà verso Parigi, e si compone di 8 tra slideshow e video.

Lo slideshow, come avevo imparato nel summenzionato film, è una delle forme più tipiche di espressione di Nan Goldin, una strada intermedia tra il mezzo fotografico (inevitabilmente statico e più destinato all’osservazione attenta) e l’opera filmica vera e propria fatta di immagini in movimento. In questo caso, abbiamo immagini statiche che scorrono secondo una sequenza definita dall’artista e accompagnate da una colonna sonora, valorizzando dunque la forza narrativa delle immagini.

Il più famoso di questi slideshow della Goldin è The ballad of sexual dependency, che per la mostra in questione l’artista ha aggiornato e in parte rimontato.

Oltre a questo, in mostra ci sono altri 4 slideshow, Memory lost, Fire Leap, The other side e Stendhal Syndrome, e 3 video, due monocanale (Sirens e You Never Did Anything Wrong) e uno a tre canali con una installazione scultorea, dal titolo Sisters, Saint, Sibyls.

Ciascuna di queste proiezioni occupa un padiglione progettato appositamente dall’architetta Hala Wardé in collaborazione con la stessa Goldin, al fine di creare uno spazio che dialoghi con i contenuti proiettati.

Si consideri che per vedere l’intera mostra sono necessarie più di tre ore, perché le proiezioni possono durare ciascuna fino a 40 minuti. Io che avevo circa un’ora e mezzo di tempo, ho potuto vedere con calma solo The ballad of sexual dependency e Sisters, Saints, Sybils, quindi l’inizio e la fine, accomunate dalla dedica alla sorella di Nan, Barbara, morta suicida in un istituto psichiatrico.

L’universo di Nan Goldin – come sa chi ha visto il film – non è certo un universo spensierato e risolto, e non si può dire che si esca dalla mostra con l’animo sollevato, eppure la sua opera comunica una vitalità, una forza ed una energia davvero notevoli che meritano un’adesione emotiva e spirituale.

Da non perdere, ed eventualmente da andarci in più volte, visto che l’ingresso è gratuito.

mercoledì 3 settembre 2025

Mostre a Roma a Ferragosto: Tina Modotti e George Hoyningen-Huene

Approfitto di un raro - per me - ferragosto romano per andare a visitare due mostre di fotografia in corso a Roma, ossia Tina Modotti. Donna, fotografa, militante. Una vita fra due mondi, al Museo di Roma in Trastevere, e George Hoyningen-Huene. Art. Fashion. Cinema, a Palazzo Braschi.

La prima mostra, gratuita con la Mic card, occupa un’ala del secondo piano del Museo di Roma in Trastevere, dove sono in corso altre due mostre non fotografiche. Si tratta di una mostra piuttosto piccola – una sessantina di foto – provenienti dalla collezione della Fototeca dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) della Città di Pachuca Hidalgo, la più grande Fototeca Iberoamericana.

La mostra racconta da un lato il percorso fotografico della Modotti, dalle prime foto di still life – nate dalla frequentazione del grande fotografo Edward Weston - passando per il reportage sulle donne di Tehuantepec fino ad arrivare alle foto realizzate a Berlino e a Madrid negli ultimi anni della sua breve vita, dall’altro il percorso umano e politico di questa donna che è stata al centro del complesso momento storico che l’Europa e il mondo hanno vissuto nella prima metà del Novecento, abbracciando l’ideologia comunista ma dimostrando soprattutto una mente eclettica, poliedrica e aperta sul fronte sia artistico che umano.

Della mostra mi sono piaciute soprattutto le integrazioni di tipo documentario, ossia le lettere, le poesie, le testimonianze lasciate dalla Modotti, che per quanto mi riguarda mi hanno consentito di interpretare, spero più correttamente, il suo rapporto con la fotografia e con la vita.

La seconda mostra che sono andata a visitare è quella dedicata a un’altra figura di grande rilievo nella storia della fotografia, sebbene meno conosciuta per il grande pubblico, George Hoyningen-Huene.

La mostra, curata da Susanna Brown, espone oltre 100 fotografie organizzate in 10 sezioni, che raccontano il percorso umano e artistico di questo grande fotografo, nato a San Pietroburgo nel 1900 da una famiglia altolocata, e morto a Los Angeles nel 1968. Hoyningen-Huene fu soprattutto fotografo di moda, lavorando per molti anni per la rivista Vogue e successivamente per Harper’s Bazaar, e nell’ambito della moda fu un maestro indiscusso nella gestione della luce e nella composizione fotografica, traendo ispirazione dai balletti russi, dall’antichità classica, dal surrealismo, dalle atmosfere dei ruggenti anni Venti. Mi ha colpito sapere che la sua foto forse più iconica, Divers, che ritrae Lee Miller e Horst P. Horst, compagno del fotografo, di spalle con costumi da bagno, e fa pensare a un’ambientazione marina, è stata in realtà realizzata sul terrazzo della sua casa.

Hoyningen-Huene fu infatti uno sperimentatore e un precursore su molti fronti, ad esempio nel ritrarre i nudi maschili come statue antiche, o ancora nella scelta e nell’uso del colore dopo l’avvento della Kodachrome, o ancora nel lavoro di direttore dei costumi e dei colori negli anni di massimo splendore del cinema hollywoodiano.

Il fotografo in tutta la sua carriera fu al centro della vita culturale e intrattenne direttamente rapporti con moltissime figure rappresentative di diversi contesti, da Salvador Dalì a Jean Cocteau, da Coco Chanel alla già citata Lee Miller, da Joséphine Baker a Sophia Loren, e visse una vita personale e professionale libera e sfaccettata, che appare moderna persino a noi.

Voto: 3/5 (Modotti); 4/5 (Hoyningen-Huene)

venerdì 4 luglio 2025

Da Caravaggio a Mario Giacomelli: le mostre a Palazzo Barberini e al Palazzo delle Esposizioni

Approfitto di un weekend in compagnia per recuperare alcune mostre in programmazione in questa primavera-estate romana, già caldissima all’inizio di giugno.

La prima – prenotata già diversi mesi fa – è quella dedicata a Caravaggio, in corso a Palazzo Barberini che attinge in prima battuta alle collezioni permanenti del museo e le arricchisce con prestiti provenienti da molte altre istituzioni museali italiane e straniere.

La mostra, curata da Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon, fa parte delle iniziative inserite nel programma giubilare. In un periodo – che ormai dura da diversi anni – in cui le mostre sono in tono sempre minore, con poche opere davvero rilevanti, a causa dei proibitivi costi di assicurazione per lo spostamento dei lavori di artisti così rilevanti, Caravaggio 2025 è un’eccezione, confermata anche dalla risposta del pubblico, che ha esaurito i biglietti disponibili fino alla sua conclusione molte settimane prima.

Effettivamente, una mostra davvero monografica come questa era un pezzo che non la si vedeva: a Palazzo Barberini nel percorso espositivo di quattro sale, corrispondenti ad altrettante sezioni della mostra, si ha la possibilità di seguire tutta la carriera artistica di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, in parallelo con le sue vicende di vita, a partire dalle opere degli inizi, tra cui il Narciso e i Bari, fino ad arrivare all’ultima realizzata poco prima della morte, il Martirio di sant’Orsola, prestato da Intesa Sanpaolo.

Nel mentre opere importanti come i ritratti di Maffeo Barberini, l’Ecce Homo, Santa Caterina, Marta e Maddalena, Giuditta e Oloferne, San Francesco in estasi, e molti altri lavori che permettono di osservare da vicino l’eccezionalità delle doti pittoriche di Caravaggio.

Io sono rimasta particolarmente colpita dalla Cattura di Cristo, l’unico quadro in mostra non fotografabile, che offre a chi guarda una composizione che ho trovato di una modernità davvero sconcertante.

Nonostante i tanti visitatori all’orario in cui ci sono andata io (ossia alle 19,40 di un venerdì sera – ma mi dicono che la situazione non cambia in altri orari e giornate), è possibile godersi il percorso e le opere, magari anche tornando indietro nelle sale lì dove se ne senta il bisogno.

Il pomeriggio successivo (sabato) è stato invece dedicato alle mostre in corso al Palazzo delle Esposizioni, luogo espositivo a mio parere molto sottoutilizzato, e dove infatti mancavo da tempo.

Noi abbiamo visitato le tre mostre fotografiche, dedicate rispettivamente ad Albert Watson, in particolare al suo lavoro dedicato alla città di Roma, dal titolo Roma Codex, a Mario Giacomelli (Il fotografo e l’artista) e ai premiati del World Press Photo.

La mostra delle grandi foto di Albert Watson è ospitata al piano terra del museo, nelle sale a sinistra: si tratta di grandi stampe di foto che raccontano lo sguardo del fotografo scozzese sulla città di Roma e le persone che la rappresentano, tra cui molti attori, registi, artisti, uomini politici ecc. Uno sguardo che può apparire a tratti convenzionale e folckloristico, ma che riesce anche a offrire punti di vista originali su una città che è tra le più fotografate al mondo.

Ma il vero obiettivo della nostra gita al Palazzo delle Esposizioni è la mostra dedicata a Mario Giacomelli, il fotografo di Senigallia che molti conoscono per la serie di fotografie dei pretini sulla neve dal titolo Io non ho mani che mi accarezzino il volto, che furono scattate nel cortile del seminario arcivescovile di Senigallia. Anche queste foto sono presenti in questa mostra e lo sono a fianco dei provini su cui Giacomelli aveva scritto i suoi appunti relativi agli interventi da fare in camera oscura, il che dice tantissimo del modo di lavorare del fotografo marchigiano, un modo che confina più con una ricerca artistica che con una vera rappresentazione del reale. Giacomelli cerca forme e grafismi, trasfigurando la realtà, a volte rendendola quasi irriconoscibile, e per questo una parte importante del suo lavoro – oltre allo scatto – è l’attività in camera oscura. Per questo la mostra, che consente di vedere oltre 300 stampe originali del fotografo, prova a raccontarne la poetica non solo attraverso le sue foto, ma anche attraverso la relazione con le opere di artisti contemporanei come Afro (Afro Basaldella), Roger Ballen, Alberto Burri, Enzo Cucchi, Jannis Kounellis. Viene così magnificamente fuori che le foto di Giacomelli vanno molto al di là di quanto rappresentano, e sono dei paesaggi interiori ed emotivi, costruiti a partire da luoghi, persone, ambienti come fossero tele appena abbozzate da cui il fotografo fa emergere l’essenza.

Non esattamente un tipo di fotografia di facile fruizione (non a caso la serie dei pretini è la parte più conosciuta della sua produzione, in quanto forse la più largamente fruibile), ma un viaggio spaesante, a tratti disturbante, nella mente di una persona dalla creatività decisamente strabordante e in parte naif.

La nostra visita al palazzo delle esposizioni si concluda con la visita alla sezione dedicata alle foto vincitrici del World Press Photo, il famosissimo contest di fotogiornalismo che ogni anno premia foto singole, storie e reportage di fotografi professionisti provenienti da ogni parte del mondo, e che di questo mondo raccontano attraverso le immagini realtà, persone e situazioni più o meno note.

Alcune delle foto in mostra hanno avuto già una larga esposizione mediatica, tra cui ad esempio la foto vincitrice della fotografa palestinese, Samar Abu Elouf, scattata per il New York Times, che ritrae un ragazzo rimasto mutilato negli attacchi su Gaza. Si tratta di foto che sono l’esatto contrario di quelle di Giacomelli: tanto quelle provavano a trasfigurare o ad allontanarsi dalla realtà, quanto queste affondano le radici nel mondo reale e nella vita delle persone.

Il Palazzo delle Esposizioni offre dunque al visitatore l’occasione di fare un viaggio attraverso tempi e modi diversi di fare fotografia, consentendogli dunque di apprezzare la complessità e le molteplici sfaccettature di quella che non a caso è ormai considerata a tutti gli effetti l’ottava arte.

lunedì 16 giugno 2025

Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia. Monza, Villa Reale, 20 maggio 2025

Approfittando di una tre giorni milanese - sempre con finalità fotografiche – decido di fare un salto a Monza (un quarto d’ora di treno da Milano) per vedere la mostra dedicata al fotografo americano Saul Leiter, Una finestra punteggiata di gocce di pioggia.

Si tratta di una importante retrospettiva che permette di scoprire o riscoprire un fotografo non così conosciuto nel contesto italiano e di cui– nei miei ormai vent’anni di interesse verso la fotografia – non ricordo mostre monografiche a lui dedicate.

Alla Villa Reale – dove la mostra è stata allestita - si arriva con un comodo autobus la cui fermata è praticamente davanti alla stazione, e devo dire che il viaggio vale la pena anche solo per scoprire questo posto di cui personalmente nemmeno sospettavo l’esistenza.

La mostra occupa in particolare il piano alto, il cosiddetto Belvedere e si articola in numerose sale e salette.

All’ingresso una prima saletta permette di vedere un video in cui la curatrice Anne Morin introduce il fotografo, la sua poetica e le scelte di allestimento che sono state fatte, sottolineando in particolare come nella vita di Saul Leiter (come in quella di altri fotografi) pittura e fotografia sono andate praticamente di pari passo, con rimandi e connessioni che la mostra si propone di portare all’evidenza, esponendo sia opere pittoriche che fotografiche.

Dopo il video introduttivo, il percorso inizia con una piccola installazione di quelle che ormai vanno molto di moda nelle mostre, in quanto producono tag e storie sui social. In questo caso si tratta di una specie di finestra sul cui vetro scorre continuamente dell’acqua, dove il visitatore viene invitato a fare delle foto alla maniera di Saul Leiter. Nel percorso della mostra ci sono altre 2-3 installazioni con la stessa finalità, ma devo dire meno riuscite di questa prima che ho trovato piuttosto affascinante.

Questi elementi accessori non servono però – come accade per altre mostre – a riempire un vuoto o ad arricchire una mostra povera, perché in questo caso il numero di lavori esposti è davvero molto elevato: si va dalle fotografie urbane e di strade in bianco e nero a quelle a colori, dai ritratti e nudi ai piccoli reportage, fino ad arrivare alle fotografie di moda e a quelle di interni. In molte sale le fotografie dialogano con gli acquerelli e i dipinti di Saul Leiter, che sono stati – come si diceva – una parte importante della sua produzione.

Aiuta a entrare nel punto di vista dell’artista la visione e l’ascolto della videointervista proposta in una delle salette, che consente di farsi un’idea della personalità di Saul Leiter, un uomo schivo, ironico, disallineato. Non si dimentichi che Saul era il figlio di un importante rabbino e, nonostante la volontà del padre di indirizzarlo verso un percorso teologico, decise di seguire la sua ispirazione artistica e andò a New York per seguirla, arrangiandosi e sopravvivendo come poteva. Proprio a New York Saul Leiter iniziò a fotografare le strade, la gente e la città in un modo che era totalmente originale e anomalo rispetto ad altri fotografi dell’epoca.

Le sue sono fotografie in sordina, frammenti di un quadro più ampio ma invisibile agli occhi, pezzetti di un discorso poetico più che di un racconto descrittivo, e sono il risultato di una ricerca molto personale che – come sempre accade ai fotografi – a lungo non è stata compresa. Ma del resto Leiter non cercava la ribalta o la fama (semmai si preoccupava di sopravvivere con il suo lavoro, cosa per niente scontata), e poi nel suo privato inseguiva un filo nascosto nel mondo attraverso piccoli oggetti, dettagli, gesti e, a un certo punto, anche attraverso il colore, fronte sul quale fu un vero pioniere.

Un fotografo da studiare e riscoprire.

Voto: 3,5/5

lunedì 14 aprile 2025

Munch. Il grido interiore. Palazzo Bonaparte, 9 marzo 2025

Ed eccomi alla terza esperienza con Rome Guides, e dunque con il mitico Vincenzo Spina, dopo la mostra su Botero e quella sul Futurismo. Ormai so cosa mi aspetta con lui e dunque l’effetto sorpresa della prima volta è inevitabilmente attenuato, però Vincenzo – oltre ad essere preparatissimo e brillante – ha sempre in serbo qualche colpo da maestro, su cui ovviamente non mi permetto di fare spoiler!

Comunque, tornando alla mostra, Munch. Il grido interiore arriva a Roma dopo il successo a Milano, a Palazzo Reale, e dopo averla visitata personalmente confermo che si tratta di un appuntamento da non perdere.

Devo però sottolineare – cosa che anche Vincenzo ci aveva detto – che l’allestimento negli spazi piuttosto labirintici e con sale piccole di Palazzo Bonaparte, combinato con un’audioguida che costringe le persone a stare tempi lunghissimi davanti ai quadri fanno sì che la mostra sia molto affollata. Io ci sono andata alle 9,30 di domenica mattina e, dopo pochi minuti dall’ingresso, la situazione si presentava già piuttosto faticosa, soprattutto al primo piano, che è forse quello con la maggiore densità di opere.

Comunque grazie al percorso narrativo proposto da Vincenzo, riusciamo a cogliere il meglio della mostra dribblando alcuni punti in cui l’ingorgo è quasi inevitabile.

Vincenzo ci propone un percorso tra le opere di Munch strettamente legato alla sua biografia e al racconto che lo stesso artista ne ha fatto nel suo diario, una biografia che è stata caratterizzata da molti eventi emotivamente difficili e ha profondamente condizionato il suo modo di esprimersi artisticamente: la morte della madre e poi della sorella Sophie per la tubercolosi, poi la malattia psichica della sorella Laura, l’ossessione religiosa del padre, più avanti anche la morte del fratello Andreas, nonché le difficili esperienze di Edvard con le donne e la vicenda dello sparo con cui si concluse il suo rapporto con Tulla, la sua stessa malattia mentale e il periodo di internamento nell’ospedale psichiatrico.

Da un lato Edvard deve fare i conti con tutto questo dolore che è troppo grande per la sua psiche già fragile, dall’altro la sua sensibilità e la sua tendenza all’introspezione gli consentono di non concentrarsi solo su sé stesso e la propria condizione, ma di indagare sul significato – o sull’assenza di esso - della vita umana e di utilizzare la propria arte non solo come strumento di cura per sé stesso, ma anche come strumento a disposizione di tutti.

Nonostante la furia nazista che voleva distruggere le sue opere e nonostante l’approccio dello stesso artista che le sottoponeva alla cosiddetta “cura da cavallo”, cioè le lasciava alle intemperie e non voleva che fossero restaurate, per fortuna gran parte della sua produzione – fatta non solo di tele ma anche di opere grafiche (xilografie, litografie, acqueforti) – si è conservata fino a noi consentendoci di apprezzare la sua visionarietà e modernità, e anche di poter entrare in sintonia con la sua vita (sfortunata, ma anche con alcuni periodi di serenità) e con la vita di tutti coloro con cui il destino non è stato generoso.

L’uso dei colori, la ripetizione di alcuni soggetti e contesti, le scelte artistiche estreme ed originali rendono l’opera di Munch assolutamente riconoscibile e certamente indimenticabile.

Voto: 3,5/5

venerdì 21 marzo 2025

Il tempo del futurismo. Galleria Nazionale di arte moderna e contemporanea, 23 febbraio 2025

E così sono riuscita ad andare a vedere anche la mostra su cui ci sono state più polemiche – di natura squisitamente politica – negli ultimi tempi, e ho potuto fare la visita con Vincenzo Spina di Rome Guides, che è ormai diventato il mio assoluto punto di riferimento per le visite guidate.

Vincenzo ci dice che questa mostra, che nei primi tempi è stata piuttosto disertata forse proprio per effetto delle polemiche succitate, proprio nelle ultime settimane di apertura si è enormemente popolata, probabilmente grazie allo sgonfiarsi delle polemiche e al passaparola. Del resto è notizia di qualche settimana fa che la mostra è stata prorogata fino al 27 aprile.

Al netto di tutto il dibattito, che personalmente mi interessa poco, si tratta di un imponente allestimento che occupa ben 24 sale (in pratica la quasi totalità della Galleria Nazionale), e che si propone di guardare al futurismo da molteplici punti di vista (principalmente attraverso le opere pittoriche, ma anche – secondariamente – attraverso la produzione di libri, opuscoli e manifesti, nonché in misura ancora inferiore attraverso la scultura, l’architettura, il cinema). Non mancano, a riempire le sale, automobili, motociclette, la copia di un aeroplano di quegli anni, ma anche oggetti, mobili, arazzi e molto altro.

Che dire? Credo che se ci fossi andata da sola o comunque con una guida meno in gamba di Vincenzo la mostra sarebbe risultata dispersiva, una carrellata giocata sui grandi numeri e sulla quantità di cose in esposizione, ma in cui sarebbe stato difficile costruire un percorso, e dunque destinata a essere dimenticata in men che non si dica.

Grazie al fatto di avere una guida come lui non ho nemmeno prestato troppa attenzione all’apparato illustrativo ed esplicativo della mostra, e dunque non sono in grado di dire se fosse adeguato a spiegare le cose e a consentire ai visitatori di farsi un’idea del contesto e dei contenuti del futurismo.

Lo stesso Vincenzo salta alcune sale che considera meno significative e forse anche meno appropriate, ed esprime qualche critica ad alcune scelte di allestimento.

Ciò detto, io ho potuto ripercorrere, grazie alle sue spiegazioni, la storia del futurismo attraverso i suoi principali protagonisti, Filippo Tommaso Marinetti, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, e più avanti Fortunato Depero e Gerardo Dottori, e ho potuto apprezzare ancora una volta – qualora ce ne fosse stato bisogno – che non c’è niente di più libero dell’arte, che a volte può incontrare le ideologie ma che difficilmente riesce a rimanere nei confini che i compromessi e gli opportunismi della politica richiedono. Anche perché l’arte e gli artisti evolvono, scompaginando le carte e mettendo in discussione anche le alleanze politiche apparentemente più solide.

E dunque basta parlare di appropriazione culturale, perché la verità è che l’arte e la cultura appartengono alla storia dell’umanità, in quanto - pur nascendo dentro una temperie storica e politica - sono poi in grado di trascenderla e di diventare patrimonio condiviso, spazio comune e non divisivo.

Almeno sulla storia culturale cerchiamo di sottrarci alla polarizzazione (e anche per questo non darò un voto a questa mostra).

lunedì 17 febbraio 2025

Euphoria. Art is in the air. Balloon Museum, La Nuvola, 2 febbraio 2025

L’opzione di andare a vedere la mostra Euphoria – Art is in the air organizzata dal Balloon Museum presso La Nuvola non rientrava nei miei programmi. La immaginavo una via di mezzo tra un luogo per bambini e una roba instagrammabile, ma poco significativa.

Poi, dopo aver ascoltato un podcast della rivista Internazionale in cui se ne parlava, mi sono resa conto che poteva valere la pena farci un pensiero, in quanto le installazioni presentate nel percorso sono vere e proprie opere d’arte che utilizzano l’aria come loro elemento caratterizzante.

Ed eccomi qua una domenica mattina, praticamente all’ora di pranzo, insieme a S., all’ingresso della mostra. Nonostante l’orario prandiale, i bambini non mancano, però devo ammettere che l’organizzazione della mostra è ottima e consente sia agli adulti che ai bambini di poterla godere al meglio. Ad ogni installazione – o quasi – c’è una persona della mostra (di solito giovane) che spiega a tutti – soprattutto ai bambini – quali sono le regole di comportamento perché l’interazione avvenga nel migliore dei modi e che vigila perché questo effettivamente accada.

La gente è tanta, ma devo dire che, adottata qualche semplice misura – tipo aspettare che il grosso del gruppo (si entra a fasce orarie) sia passato alla stanza successiva oppure muoversi prima che gli altri lo facciano –, è possibile visitare la mostra piacevolmente.

Nel percorso si alternano opere da ammirare e basta (bellissimi i grandi palloni rossi che oscillando sembrano quasi degli alieni - mi hanno fatto pensare al film Arrival) ad altre con cui è possibile interagire, anzi che utilizzano l’azione dei visitatori per dispiegare le loro potenzialità (penso al grande pallone trasparente sospeso in una stanza che porta sulla superficie dei carboncini, e che muovendosi grazie alle spinte dei visitatori disegna sul soffitto e sulle pareti).

Alcune opere sono piuttosto semplici e per me poco significative (per esempio quelle fatte come veri e propri gonfiabili, sinceramente non troppo diversi da quelli dove i bambini festeggiano i compleanni), altre sono più sorprendenti o divertenti a seconda dei casi (la stanza con i pesci colorati fluttuanti l’ho amata, ma anche la casetta piena zeppa di palloni celesti, e pure la stanza delle bolle di sapone e quella dei palloni bianchi circondata di specchi), alcune sono proprio da effetto wow, per esempio l’enorme installazione di sfere luminose che si muovono e cambiano colore a ritmo di musica al di sopra di un grande divano tondo centrale, mentre tutto intorno è possibile dondolarsi sulle altalene, o ancora l’enorme piscina piena di oltre 1.500.000 di palline colorate, ma anche la macchina che sputa-anelli-di-fumo di fronte a sé.

Ma quelle citate sono solo alcune delle tante installazioni che è possibile vedere o sperimentare, e man mano che il percorso procede ci si lascia andare e contagiare dall’atmosfera giocosa e fanciullesca di questa mostra, che è poi il fine ultimo di tutte queste opere, accomunate appunto dal binomio tra aria e sensazione di gioia e libertà.

Il mio tendenziale snobismo per una volta viene messo a tacere, e mettendo da parte qualche sovrastruttura di troppo mi lascio alla fine andare a un divertimento semplice e immediato, senza per questo essere stupido.

Nonostante il biglietto decisamente caro, direi che ne può valere la pena. E io ho approfittato della mostra anche per fare tante foto originali e strane portandomi dietro la macchina fotografica.

Voto: 3,5/5