Approfittando di un weekend bolognese di ponte, decido di recuperare un po’ di mostre fotografiche in zona.
Dedico la giornata di sabato insieme al mio amico M. a visitare le mostre in programma di Fotografia europea, uno degli appuntamenti annuali del settore ospitato dalla città di Reggio Emilia. Poiché si tratta di un evento diffuso con numerose mostre nel centro della città, è anche l’occasione per fare una passeggiata nel bel centro storico del capoluogo emiliano.
Il punto di partenza sono i Chiostri di San Pietro dove acquistiamo il biglietto che ci consentirà di visitare nel tempo che abbiamo a disposizione la gran parte delle mostre in programma.
Le sedi della mostra che tocchiamo nel nostro giro sono, oltre ai Chiostri dove c’è il maggior numero di esposizioni, Palazzo da Mosto, Palazzo dei Musei, Palazzo Scaruffi e la Chiesa SS. Carlo e Agata.
Una menzione a parte va fatta per l’esposizione dedicata a Luigi Ghirri, in occasione del centenario della sua nascita, che in questo caso si concentra sul suo rapporto con la musica, sia rispetto ai contenuti delle sue fotografie, sia rispetto alle sue collaborazioni con molti musicisti di rilievo, come Lucio Dalla, Gianni Morandi e i CCCP. Due sale del Palazzo dei musei che – come sempre accade con l’opera fotografica di Ghirri – attraggono l’attenzione dello spettatore e lo catturano nel suo mondo in cui la distanza tra realtà e finzione, e tra realismo e interpolazione, è sempre molto sottile.
Tolta questa esposizione, il resto delle mostre è in qualche modo uno sguardo d’insieme sullo stato dell’arte della fotografia europea, il cui tema conduttore per quest’anno è Fantasmi del quotidiano.
Non so se per il tema, oppure più semplicemente come riflesso delle tendenze dominanti, la maggior parte delle mostre si può far rientrare sotto l’etichetta, forse un po’ generica, di fotografia sperimentale: in alcuni casi per il mix di strumenti espressivi (non solo fotografia, ma anche video, oggetti, installazioni), in altri casi per l’uso di tecniche e materiali non tradizionali, in altri ancora per le scelte fatte in tema di dimensioni, colori, tipo di sviluppo o di stampa.
In quasi tutti i progetti presentati c’è una dimensione narrativa e concettuale che va molto al di là della singola foto e che sottende una lettura articolata e complessa.
In alcuni casi la fruizione delle foto non è affatto immediata e richiede – almeno per quanto mi riguarda – uno sforzo di razionalizzazione che mi toglie un po’ il piacere emotivo che per me è legato alla fotografia.
In alcuni casi le soluzioni sono invece altamente suggestive; in particolare, alcune delle esposizioni a Palazzo da Mosto, accomunate sotto l'etichetta Ghostland, mi hanno molto colpito, ad esempio il lavoro di Alisa Martynova e quello di Carolyn Drake.
Invece delle mostre ai Chiostri di San Pietro sono particolarmente colpita dal lavoro The season di Giulia Vanelli, che è quello che per caratteristiche tecniche e per impatto emotivo mi risuona maggiormente.
Nel complesso un’esperienza molto interessante che dà molto da pensare come in un’epoca in cui siamo sommersi da immagini fotografiche e l’intelligenza artificiale sta contribuendo ulteriormente all’inflazione delle immagini, molti fotografi non ritengono più sufficiente la fotografia tradizionale come mezzo distintivo ed espressivo, e scelgono di spostarsi sul fronte dell’arte visuale a tutto tondo per trovare uno spazio effettivamente riconoscibile.
Proprio questa connessione tra linguaggi visivi differenti è anche uno degli elementi caratterizzanti di una fotografa che invece si colloca in un’epoca molto diversa, Ruth Orkin (1921-1985), cui è dedicata la mostra antologica, The illusion of time, ospitata a Bologna, a Palazzo Pallavicini.
Nel presentare un’ampia selezione delle fotografie della Orkin, dai ritratti alle foto di strada, dalle foto dei bambini ai reportage, dal racconto per immagini dei suoi viaggi per il mondo all’uso della fotografia per affrontare tematiche sensibili per l’epoca (e non solo).
L’elemento che la mostra sottolinea fin dal principio e riporta all’attenzione dello spettatore a più riprese è l’interesse della Orkin per il linguaggio cinematografico e dunque per un racconto per immagini che incorpori il tempo e il movimento.
Cresciuta in una famiglia che aveva avuto molte relazioni con la Hollywood del tempo, la Orkin tentò di fare la regista – che era quello che davvero avrebbe voluto fare – ma si vide negare ogni possibilità in un’epoca in cui una donna regista era quasi impensabile. Per questo si spostò sulla fotografia, usando la macchina fotografica in un modo che fosse il più possibile cinematografico, ossia che fosse finalizzato a un racconto nel tempo, più che alla costruzione della singola fotografia.
Del resto, fin dai 17 anni mostrò una straordinaria autonomia e intraprendenza, com’è testimoniato dalle foto che fece durante il viaggio in bicicletta che la portò da Los Angeles a Boston attraverso tutto l’America, fotografie che già mostrano un livello di modernità e di originalità davvero sorprendenti.
Una fotografa che merita di essere riscoperta e approfondita, come altre pioniere della fotografia sue contemporanee.
Voto: 3,5/5
venerdì 19 giugno 2026
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