A Palazzo Bonaparte è in corso e programmata fino all’8 marzo 2026 la grande mostra dedicata all’artista boemo Alphonse Mucha, esponente di spicco dell’Art Nouveau.
Io e S. scegliamo di visitare la mostra con l’ormai collaudatissimo Vincenzo di Rome Guides, che – viste le eccellenti esperienze pregresse – sappiamo essere una garanzia di qualità, oltre ad essere capace di mantenere alta l’attenzione per l’intera ora e mezza in cui si dipana la visita.
Per me che di Mucha non so praticamente nulla, pur conoscendo alcuni dei suoi lavori più famosi, è l’occasione di conoscere innanzitutto un po’ di biografia di questo artista: il periodo nella nativa Boemia allora parte dell’impero austro-ungarico, la fase viennese, quella tedesca, poi la consacrazione artistica a Parigi grazie agli incontri con artisti già famosi all’epoca e soprattutto al sodalizio con Sarah Bernhardt, diva e attrice famosissima, che scelse Mucha come autore di moltissimi manifesti delle opere teatrali di cui era protagonista, poi l’intermezzo americano, quindi il ritorno nella nativa Boemia, dove negli anni Trenta assistette all’invasione nazista, fu imprigionato e morì per il complicarsi delle sue condizioni di salute, sepolto infine nel cimitero di Praga.
Il nome di Mucha è associato in modo particolare alle opere litografiche e ai poster da lui realizzati, con il supporto e la collaborazione del tipografo Champenois, che gli diedero una notorietà straordinaria e anche un importante ritorno economico, e che sono la parte della sua produzione che anche noi oggi conosciamo maggiormente.
Ma come spesso accade agli artisti, anche per Mucha ciò che gli diede fama e stabilità diventò anche per certi versi una prigione alla quale non fu facile sfuggire e che risultava molto limitante rispetto alle potenzialità creative della sua arte. Non a caso altre sue opere, come ad esempio L’epopea slava, venti tele che occuparono una parte importante della sua vita artistica e a cui Mucha teneva particolarmente in quanto espressione del suo spirito patriottico, non furono particolarmente riconosciute e apprezzate, se non molto più avanti.
A Mucha si deve però riconoscere innanzitutto l’eclettismo artistico che lo vide protagonista non solo dell’arte pittorica, ma anche di molte altre arti, come la fotografia, le arti applicate e molte altre, così come rilevante e innovativo è il ruolo che Mucha attribuisce nella sua arte alla figura femminile, che l’artista celebra non solo sul piano della bellezza ma anche come veicolo di molteplici significati, dai più semplici a quelli più complessi e spirituali, parte integrante del mondo culturale dal quale proveniva.
La mostra riesce a dare conto non solo delle diverse fasi della carriera di Mucha e delle sue numerose anime, ma riesce anche a contestualizzare adeguatamente la sua figura in un momento storico di grandissima vitalità sul piano culturale. L’intermezzo dedicato alla figura femminile nell’arte di cui la donna di Mucha rappresenterebbe la naturale erede mi è parso un po’ forzato e poco fluido, ma tutto sommato grazie a Vincenzo anche quello è diventato un momento sensato del percorso di visita.
Voto: 4/5
lunedì 29 dicembre 2025
venerdì 26 dicembre 2025
L’anno nuovo che non arriva
Il film del regista Bogdan Muresanu che ha vinto il Premio Orizzonti al Festival di Venezia del 2024, arriva in sala un po’ in sordina, ma spero possa conquistare una fetta di pubblico significativa.
L’anno nuovo che non arriva è ambientato a Bucarest nelle settimane prima del Natale 1989, mentre nel paese circolano le notizie della repressione sanguinosa da parte del regime di Ceausescu delle proteste e manifestazioni a Timisoara. Attraverso le vicende del regista Stefan che deve sostituire l’attrice dello spettacolo di Capodanno che è fuggita dal paese, dell’attrice Florina chiamata per la sostituzione ma che detesta il dittatore, del figlio del regista che insieme a un amico tenta la fuga a nuoto attraverso il Danubio, dell’agente segreto Ionut che non riesce a convincere la madre ad abbandonare la sua casa che sta per essere demolita, dell’operaio Gelu il cui figlio ha scritto e imbucato una lettera a Babbo Natale in cui chiede per il padre la morte di zio Nicolae, il regista tratteggia, con uguale dose di ironia e dramma, lo stato d’animo di un popolo ormai sfinito e insofferente di fronte alle angherie della dittatura.
Ingabbiati nella rete della paranoia, del controllo, della propaganda, ed esasperati da una situazione economica e sociale ormai del tutto insostenibile, i personaggi di Muresanu ci raccontano un mondo a noi vicino temporalmente e geograficamente, ma che ci appare in realtà lontanissimo (un po’ l’effetto che mi aveva fatto l’Albania raccontata da Lea Ypi), e ci comunicano soprattutto il clima che si respirava in Romania nei giorni immediatamente precedenti alla caduta del regime, avvenuta il 25 dicembre 1989. E lo fa in modo leggero e denso nello stesso tempo, e che per questo, mentre ci fa sorridere, riesce anche a farci riflettere sul modo in cui i rumeni sono vissuti fino a poco meno di quarant’anni fa.
Ho apprezzato anche il modo di fare cinema di Muresanu, modo che, pur essendo per noi riconoscibile e comunicativo, non strizza l’occhio a tutti i costi alla cinematografia occidentale, e resta invece fedele a modelli e atmosfere che appartengono al mondo dal quale proviene e che ci costringe a entrare in un sistema narrativo differente e per questo anche diversamente stimolante.
Voto: 4/5
L’anno nuovo che non arriva è ambientato a Bucarest nelle settimane prima del Natale 1989, mentre nel paese circolano le notizie della repressione sanguinosa da parte del regime di Ceausescu delle proteste e manifestazioni a Timisoara. Attraverso le vicende del regista Stefan che deve sostituire l’attrice dello spettacolo di Capodanno che è fuggita dal paese, dell’attrice Florina chiamata per la sostituzione ma che detesta il dittatore, del figlio del regista che insieme a un amico tenta la fuga a nuoto attraverso il Danubio, dell’agente segreto Ionut che non riesce a convincere la madre ad abbandonare la sua casa che sta per essere demolita, dell’operaio Gelu il cui figlio ha scritto e imbucato una lettera a Babbo Natale in cui chiede per il padre la morte di zio Nicolae, il regista tratteggia, con uguale dose di ironia e dramma, lo stato d’animo di un popolo ormai sfinito e insofferente di fronte alle angherie della dittatura.
Ingabbiati nella rete della paranoia, del controllo, della propaganda, ed esasperati da una situazione economica e sociale ormai del tutto insostenibile, i personaggi di Muresanu ci raccontano un mondo a noi vicino temporalmente e geograficamente, ma che ci appare in realtà lontanissimo (un po’ l’effetto che mi aveva fatto l’Albania raccontata da Lea Ypi), e ci comunicano soprattutto il clima che si respirava in Romania nei giorni immediatamente precedenti alla caduta del regime, avvenuta il 25 dicembre 1989. E lo fa in modo leggero e denso nello stesso tempo, e che per questo, mentre ci fa sorridere, riesce anche a farci riflettere sul modo in cui i rumeni sono vissuti fino a poco meno di quarant’anni fa.
Ho apprezzato anche il modo di fare cinema di Muresanu, modo che, pur essendo per noi riconoscibile e comunicativo, non strizza l’occhio a tutti i costi alla cinematografia occidentale, e resta invece fedele a modelli e atmosfere che appartengono al mondo dal quale proviene e che ci costringe a entrare in un sistema narrativo differente e per questo anche diversamente stimolante.
Voto: 4/5
lunedì 22 dicembre 2025
Stare meglio / di Giacomo Ciarrapico; con Carlo De Ruggieri. Flautissimo, Teatro Torlonia, 4 dicembre 2025
Nell’ambito della rassegna Flautissimo che ogni anno fa proposte molto interessanti, non mi lascio sfuggire il monologo di Carlo De Ruggieri – già molto apprezzato in diverse altre circostanze – il cui testo è di Giacomo Ciarrapico, il quale insieme a Luca Vendruscolo e al compianto Mattia Torre ha scritto alcune delle cose più belle degli ultimi decenni.
Stare meglio è la storia di Carlo, ma raccontata come fosse la storia di un paese, nel quale esiste una costituzione, delle leggi, dei governi che si alternano nel tempo, dei ministri, un parlamento, una maggioranza e un’opposizione.
Si parla dunque di Carlo, del suo modo di essere, delle sue relazioni, delle sue delusioni amorose, ma parlare di lui è un modo di raccontare il funzionamento della politica e in qualche modo di metterne in evidenza le idiosincrasie e le follie più o meno sotterranee, così come i suoi meccanismi più entusiasmanti.
Si ride a più riprese, soprattutto perché in certi passaggi si riconoscono riferimenti a eventi e situazioni che appartengono alla nostra esperienza di cittadini che con la politica hanno a che fare da tempo e continuano a doverci fare i conti.
Carlo De Ruggieri, con il suo stile pacato, riesce a essere empatico in ogni passaggio e a farsi interprete sottile di una comicità che è sempre intelligente, com’è tipico dei testi di Ciarrapico.
Certo, non posso non esprimere un pensiero nostalgico per Mattia Torre che di questo tipo di scrittura era maestro, e che insieme ai fidati compari ne ha fatto davvero un genere letterario.
Se posso fare in questo caso un’annotazione, mi permetto di segnalare che dopo un racconto con un testo e uno sviluppo di alto livello, mi pare che la conclusione (il viaggio a Parigi, l’incontro con Clementine e la riflessione finale sulla felicità) risulti un po’ affrettata e fin troppo banale, togliendo forza a quanto costruito fino a quel momento.
Comunque il giudizio alla fine resta per me molto positivo, perché avere a che fare con chi scrive cose intelligenti è sempre più raro e tanto più va valorizzato. Poi il Teatro Torlonia è un piccolo gioiello che non avevo ancora mai visto all’interno, e direi che è la ciliegina sulla torta di una esperienza gratificante (semmai bisogna che nelle giornate di pioggia si trovi un modo per evitare le grandi pozzanghere sul viale che porta al teatro e che tocca guadare per arrivare all’ingresso!).
Voto: 3,5/5
Stare meglio è la storia di Carlo, ma raccontata come fosse la storia di un paese, nel quale esiste una costituzione, delle leggi, dei governi che si alternano nel tempo, dei ministri, un parlamento, una maggioranza e un’opposizione.
Si parla dunque di Carlo, del suo modo di essere, delle sue relazioni, delle sue delusioni amorose, ma parlare di lui è un modo di raccontare il funzionamento della politica e in qualche modo di metterne in evidenza le idiosincrasie e le follie più o meno sotterranee, così come i suoi meccanismi più entusiasmanti.
Si ride a più riprese, soprattutto perché in certi passaggi si riconoscono riferimenti a eventi e situazioni che appartengono alla nostra esperienza di cittadini che con la politica hanno a che fare da tempo e continuano a doverci fare i conti.
Carlo De Ruggieri, con il suo stile pacato, riesce a essere empatico in ogni passaggio e a farsi interprete sottile di una comicità che è sempre intelligente, com’è tipico dei testi di Ciarrapico.
Certo, non posso non esprimere un pensiero nostalgico per Mattia Torre che di questo tipo di scrittura era maestro, e che insieme ai fidati compari ne ha fatto davvero un genere letterario.
Se posso fare in questo caso un’annotazione, mi permetto di segnalare che dopo un racconto con un testo e uno sviluppo di alto livello, mi pare che la conclusione (il viaggio a Parigi, l’incontro con Clementine e la riflessione finale sulla felicità) risulti un po’ affrettata e fin troppo banale, togliendo forza a quanto costruito fino a quel momento.
Comunque il giudizio alla fine resta per me molto positivo, perché avere a che fare con chi scrive cose intelligenti è sempre più raro e tanto più va valorizzato. Poi il Teatro Torlonia è un piccolo gioiello che non avevo ancora mai visto all’interno, e direi che è la ciliegina sulla torta di una esperienza gratificante (semmai bisogna che nelle giornate di pioggia si trovi un modo per evitare le grandi pozzanghere sul viale che porta al teatro e che tocca guadare per arrivare all’ingresso!).
Voto: 3,5/5
mercoledì 17 dicembre 2025
Rome International Documentary Festival: One more show; When I came to your door; La dernière rive
Ed eccomi anche alla mia prima volta al Rome International Documentary Festival (RIDF), il festival del documentario che quest’anno si è svolto dall’1 al 5 dicembre al Cinema Tibur, lo storico cinema del quartiere San Lorenzo.
L’atmosfera è piena di energia e di caos creativo; io riesco a vedere solo un paio di film, però l’esperienza è decisamente positiva.
********************
One more show
A questo film tenevo in modo particolare e lo avevo puntato fin da quando avevo avuto modo di guardare il programma del festival: racconta del Free Gaza Circus, un gruppo di circensi che girano per le strada di Gaza portando i loro spettacoli a beneficio di bambini e adulti. La regista egiziana Mai Saad, presente in sala, dopo l’inizio della guerra a Gaza voleva raccontare della vita nella striscia; dopo essere entrata in contatto con il Free Gaza Circus aveva deciso di fare un film su di loro. Questo progetto si è realizzato grazie al co-regista palestinese Ahmed Al-Danaf, che è stato colui che nel luglio del 2024 ha seguito per diverse settimane i componenti del circo nelle loro giornate, nei momenti di relax, in quelli di preparazione, durante gli spettacoli, negli spostamenti e ne ha registrato la vita e le conversazioni.
Da questo preziosissimo girato, realizzato in condizioni difficili, ma decisamente migliori di quelle di là da venire nei mesi successivi, è venuto fuori un film che non è soltanto una delle tante testimonianze sulla vita a Gaza, bensì è anche e soprattutto il racconto dello spirito di una popolazione intera, che è fatto di una resilienza e di una vitalità straordinarie.
La forza del film di Saad e Al-Danaf sta proprio nel non concentrarsi sulla guerra, che inevitabilmente è onnipresente – nei discorsi dei protagonisti come nelle immagini delle distese di macerie – ma sulla vita quotidiana, sulla ricerca di una normalità difficile se non impossibile, sul bisogno ineludibile di futuro.
Sulle pagine social del Free Gaza Circus non ci sono notizie recenti delle loro attività: a distanza di un anno e mezzo dal film non so quale sia la loro situazione. Mi piace sperare e pensare che questi ragazzi siano ancora in mezzo alle strade a provare a regalare ai bambini un momento di felicità.
Voto: 4/5
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When I came to your door
Il cortometraggio del regista, nonché architetto, italiano Antonio Paoletti nasce dalla sua esperienza professionale ad Addis Ababa, e vuole essere una riflessione sul profondo stravolgimento del paesaggio e del contesto sociale prodotto dall’abbattimento dei villaggi e dall’espansione quasi incontrollata dei grandi quartieri abitativi, fatti di palazzi e condomini. Per raccontare questo processo Paoletti prende spunto da una lettera trovata in mezzo alle macerie di un villaggio nel quale una giovane donna scrive al proprio fidanzato, con cui sembra avere un appuntamento ma che non riesce a trovare, in quanto non riconosce più le strade della città, ormai completamente trasformate dagli interventi urbanistici. Mentre il testo della lettera viene letto, sullo sfondo scorrono le immagini dei resti del villaggio e degli oggetti qui abbandonati che infine si aprono su cantieri mostruosamente grandi e impersonali.
Interessante, nonostante una colonna sonora forse un po’ troppo enfatica e invasiva.
Voto: 3/5
L’atmosfera è piena di energia e di caos creativo; io riesco a vedere solo un paio di film, però l’esperienza è decisamente positiva.
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One more show
A questo film tenevo in modo particolare e lo avevo puntato fin da quando avevo avuto modo di guardare il programma del festival: racconta del Free Gaza Circus, un gruppo di circensi che girano per le strada di Gaza portando i loro spettacoli a beneficio di bambini e adulti. La regista egiziana Mai Saad, presente in sala, dopo l’inizio della guerra a Gaza voleva raccontare della vita nella striscia; dopo essere entrata in contatto con il Free Gaza Circus aveva deciso di fare un film su di loro. Questo progetto si è realizzato grazie al co-regista palestinese Ahmed Al-Danaf, che è stato colui che nel luglio del 2024 ha seguito per diverse settimane i componenti del circo nelle loro giornate, nei momenti di relax, in quelli di preparazione, durante gli spettacoli, negli spostamenti e ne ha registrato la vita e le conversazioni.
Da questo preziosissimo girato, realizzato in condizioni difficili, ma decisamente migliori di quelle di là da venire nei mesi successivi, è venuto fuori un film che non è soltanto una delle tante testimonianze sulla vita a Gaza, bensì è anche e soprattutto il racconto dello spirito di una popolazione intera, che è fatto di una resilienza e di una vitalità straordinarie.
La forza del film di Saad e Al-Danaf sta proprio nel non concentrarsi sulla guerra, che inevitabilmente è onnipresente – nei discorsi dei protagonisti come nelle immagini delle distese di macerie – ma sulla vita quotidiana, sulla ricerca di una normalità difficile se non impossibile, sul bisogno ineludibile di futuro.
Sulle pagine social del Free Gaza Circus non ci sono notizie recenti delle loro attività: a distanza di un anno e mezzo dal film non so quale sia la loro situazione. Mi piace sperare e pensare che questi ragazzi siano ancora in mezzo alle strade a provare a regalare ai bambini un momento di felicità.
Voto: 4/5
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When I came to your door
Il cortometraggio del regista, nonché architetto, italiano Antonio Paoletti nasce dalla sua esperienza professionale ad Addis Ababa, e vuole essere una riflessione sul profondo stravolgimento del paesaggio e del contesto sociale prodotto dall’abbattimento dei villaggi e dall’espansione quasi incontrollata dei grandi quartieri abitativi, fatti di palazzi e condomini. Per raccontare questo processo Paoletti prende spunto da una lettera trovata in mezzo alle macerie di un villaggio nel quale una giovane donna scrive al proprio fidanzato, con cui sembra avere un appuntamento ma che non riesce a trovare, in quanto non riconosce più le strade della città, ormai completamente trasformate dagli interventi urbanistici. Mentre il testo della lettera viene letto, sullo sfondo scorrono le immagini dei resti del villaggio e degli oggetti qui abbandonati che infine si aprono su cantieri mostruosamente grandi e impersonali.
Interessante, nonostante una colonna sonora forse un po’ troppo enfatica e invasiva.
Voto: 3/5
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La dernière rive
Nella stessa serata, subito dopo il cortometraggio When I came to your door, viene proiettato il documentario del regista belga Jean-François Ravagnan, La dernière rive, che prende spunto da un piccolo video del 2017, ambientato a Venezia, in cui si vede un ragazzo nero in un canale, mentre accanto gli passa un vaporetto e dalla riva alcune persone commentano la scena. Qualcuno ride, qualcuno gli lancia dei salvagenti, mentre rapidamente il ragazzo viene inghiottito dall’acqua e muore.
Ravagnan decide di fare un viaggio nel tempo e nello spazio, andando alla ricerca della famiglia di Pateh Sabally, in Gambia, il paese dal quale era emigrato alcuni anni prima. Attraverso le immagini dei luoghi di origine e le parole di suo padre, di sua madre e di suo fratello, conosciamo il mondo di Pateh e il suo percorso fino a quella tragica giornata.
Non tutte le domande trovano risposta: molte probabilmente sono state inghiottite come lui dalle acque di Venezia. Quel che è sicuro è che qualcosa si è spezzato nella vita di questo ragazzo, che come molti altri ha provato a inseguire una vita migliore in Europa, ma ha dovuto prima affrontare l’incubo del viaggio e poi l’incubo ancora peggiore di una realtà umana e lavorativa molto diversa da quella che si aspettava.
Il film di Ravagnan si concentra però – a differenza di molti altri che affrontano questo tipo di storie – non tanto sulle vicende di Pateh dopo la sua partenza dal Gambia, bensì sul mondo dal quale proveniva, che è il vero oggetto di osservazione del regista, un mondo sicuramente povero e arcaico, ma ricco di una dignità e di una spiritualità profonde. A noi dunque tutte le riflessioni che ne possono conseguire, senza alcuna risposta preconfezionata.
Voto: 3/5
La dernière rive
Nella stessa serata, subito dopo il cortometraggio When I came to your door, viene proiettato il documentario del regista belga Jean-François Ravagnan, La dernière rive, che prende spunto da un piccolo video del 2017, ambientato a Venezia, in cui si vede un ragazzo nero in un canale, mentre accanto gli passa un vaporetto e dalla riva alcune persone commentano la scena. Qualcuno ride, qualcuno gli lancia dei salvagenti, mentre rapidamente il ragazzo viene inghiottito dall’acqua e muore.
Ravagnan decide di fare un viaggio nel tempo e nello spazio, andando alla ricerca della famiglia di Pateh Sabally, in Gambia, il paese dal quale era emigrato alcuni anni prima. Attraverso le immagini dei luoghi di origine e le parole di suo padre, di sua madre e di suo fratello, conosciamo il mondo di Pateh e il suo percorso fino a quella tragica giornata.
Non tutte le domande trovano risposta: molte probabilmente sono state inghiottite come lui dalle acque di Venezia. Quel che è sicuro è che qualcosa si è spezzato nella vita di questo ragazzo, che come molti altri ha provato a inseguire una vita migliore in Europa, ma ha dovuto prima affrontare l’incubo del viaggio e poi l’incubo ancora peggiore di una realtà umana e lavorativa molto diversa da quella che si aspettava.
Il film di Ravagnan si concentra però – a differenza di molti altri che affrontano questo tipo di storie – non tanto sulle vicende di Pateh dopo la sua partenza dal Gambia, bensì sul mondo dal quale proveniva, che è il vero oggetto di osservazione del regista, un mondo sicuramente povero e arcaico, ma ricco di una dignità e di una spiritualità profonde. A noi dunque tutte le riflessioni che ne possono conseguire, senza alcuna risposta preconfezionata.
Voto: 3/5
lunedì 15 dicembre 2025
100 litri di birra
Dopo aver visto quasi per caso alla festa del cinema del 2023 il film di Teemu Nikki Death is a problem only for the living, avevo puntato in sala questo suo film del 2024, 100 litri di birra, che ha avuto certamente una maggiore distribuzione. Ma a suo tempo l’avevo perso.
E così approfittando del Festival del cinema nordico che si tiene quest’anno all’Azzurro Scipioni colgo l’occasione sia per prendere contatto con un cinema di cui ho sempre sentito parlare ma dove ancora non sono mai stata, sia per recuperare questo film, e per di più gratis e in lingua originale.
Peccato che quando la pellicola parte si capisce che il film non è in lingua originale, ma doppiato; la delusione è grande, e c’è addirittura qualcuno in sala che si alza e se ne va. Io, nonostante l’immane delusione e il fastidio di sentire parlare gli attori con queste voci italiane fin troppo standard, decido di rimanere e di provare comunque a godermi il film.
La storia è quella di due sorelle, Taina (Pirjo Lonka) e Pirkko (Elina Knihtilä), che vivono in un paesino della Finlandia, in una casa piuttosto isolata, dove producono il sathi (una specie di birra finlandese, non frizzante e aromatizzata al ginepro), la cui ricetta e attrezzatura gli sono state tramandate dal padre, per anni premiato per il miglior sathi.
Il fatto è che Taina e Pirkko sono anche due alcoliste, e il sathi che producono oltre a venderlo lo bevono anche in copiose quantità. Quando la terza sorella, che ha perso una gamba in un incidente, torna da Helsinki con il suo nuovo fidanzato con cui sta per sposarsi e chiede a Taina e Pirkko di mettere a disposizione 100 litri di sathi per la festa di matrimonio, quella che poteva essere una tranquilla occasione di festa familiare e cittadina si trasforma in un dramma grottesco e sopra le righe.
Lo stile di Teemu Nikki è riconoscibilissimo, così come i suoi temi e la sua poetica: come nel film precedente, anche in questo caso le protagoniste sono due perdenti cui il regista guarda con compassione, perché dietro le loro vite “fallimentari” c’è la solitudine, il senso di colpa, la mancanza di affetto, e perché dietro un’apparenza così ruvida ci sono sempre nodi irrisolti.
Si ride e ancora una volta si pensa a questi buffi finlandesi, che a me ogni volta davvero sembrano catapultati sulla terra da un altro pianeta. E forse è davvero così.
Voto: 3/5
E così approfittando del Festival del cinema nordico che si tiene quest’anno all’Azzurro Scipioni colgo l’occasione sia per prendere contatto con un cinema di cui ho sempre sentito parlare ma dove ancora non sono mai stata, sia per recuperare questo film, e per di più gratis e in lingua originale.
Peccato che quando la pellicola parte si capisce che il film non è in lingua originale, ma doppiato; la delusione è grande, e c’è addirittura qualcuno in sala che si alza e se ne va. Io, nonostante l’immane delusione e il fastidio di sentire parlare gli attori con queste voci italiane fin troppo standard, decido di rimanere e di provare comunque a godermi il film.
La storia è quella di due sorelle, Taina (Pirjo Lonka) e Pirkko (Elina Knihtilä), che vivono in un paesino della Finlandia, in una casa piuttosto isolata, dove producono il sathi (una specie di birra finlandese, non frizzante e aromatizzata al ginepro), la cui ricetta e attrezzatura gli sono state tramandate dal padre, per anni premiato per il miglior sathi.
Il fatto è che Taina e Pirkko sono anche due alcoliste, e il sathi che producono oltre a venderlo lo bevono anche in copiose quantità. Quando la terza sorella, che ha perso una gamba in un incidente, torna da Helsinki con il suo nuovo fidanzato con cui sta per sposarsi e chiede a Taina e Pirkko di mettere a disposizione 100 litri di sathi per la festa di matrimonio, quella che poteva essere una tranquilla occasione di festa familiare e cittadina si trasforma in un dramma grottesco e sopra le righe.
Lo stile di Teemu Nikki è riconoscibilissimo, così come i suoi temi e la sua poetica: come nel film precedente, anche in questo caso le protagoniste sono due perdenti cui il regista guarda con compassione, perché dietro le loro vite “fallimentari” c’è la solitudine, il senso di colpa, la mancanza di affetto, e perché dietro un’apparenza così ruvida ci sono sempre nodi irrisolti.
Si ride e ancora una volta si pensa a questi buffi finlandesi, che a me ogni volta davvero sembrano catapultati sulla terra da un altro pianeta. E forse è davvero così.
Voto: 3/5
venerdì 12 dicembre 2025
Baby reindeer = Piccola renna / di Richard Gadd; con Filippo Mandelli. Argot Studio, 28 novembre 2025
Qualche tempo fa i social erano invasi di recensioni e notizie che riguardavano la serie Baby reindeer, tratta dal testo di Richard Gadd, a sua volta ispirato alla sua vicenda personale.
Si tratta di una vicenda risalente a diversi anni prima, quando Gadd, aspirante stand-up comedian, era ancora in una fase iniziale e poco remunerativa della sua carriera artistica, e lavorava in un bar per sbarcare il lunario.
Durante un turno di lavoro al bar, Richard conosce Martha, una donna parecchio più grande di lui, e i due iniziano a flirtare. Richard non può immaginare che da quell'incontro inizierà una delle fasi più assurde della sua vita: anni e anni in cui è oggetto di uno stalking che si fa nel tempo sempre più pesante e invasivo. Migliaia di email, messaggi vocali, non solo a lui ma anche ai suoi familiari e ad altre persone care, presenza inattesa e molesta di Martha ai suoi spettacoli e persino sotto casa sua, anche dopo aver cambiato abitazione.
La vita di Richard diventa progressivamente un inferno, e tutti i nodi irrisolti della sua esistenza vengono al pettine, riportando a galla tutte le sue insicurezze e mandando in frantumi quel poco che ha costruito.
Nello stalking, come in tutte le altre relazioni tossiche, è sempre l’incontro tra due personalità complementari a consentire la patologizzazione della relazione, e anche Martha e Richard non sfuggono a questa regola.
Eppure, mentre ascoltiamo il monologo, interpretato con grande partecipazione e la giusta dose di scanzonatezza e vittimismo da Francesco Mandelli, non possiamo non provare empatia per il protagonista e angoscia per il buco nero nel quale si va ad infilare e dal quale riuscirà a tirarsi fuori solo molti anni più avanti e dopo una vera e propria discesa agli inferi.
Lo stalking è una delle forme di violenza più subdole nell’ambito di una relazione, ed è anche la meno riconosciuta e soprattutto più sottovalutata. In questo caso poi, in una situazione di ribaltamento di genere, in cui è l’uomo l’oggetto dello stalking, la sottovalutazione e il pregiudizio sono ancora maggiori. E dunque diventa ancora più difficile ottenere una tutela pubblica.
Lo spettacolo all’Argot è un monologo messo in scena in modo molto essenziale, in cui il protagonista si muove sostanzialmente tra due ambienti, il bar e la stazione di polizia, identificati semplicemente da due scritte luminose, monologo interrotto solo dalla voce di Martha (Barbara Ronchi) nei suoi deliranti messaggi vocali, e dai testi delle email proiettati sullo schermo di fondo, schermo sul quale sono proiettate anche brevi testimonianze di amici e parenti del protagonista.
Però, nella sua semplicità - anche grazie a un testo denso e in cui ognuno può ritrovare piccole parti di esperienze proprie o altrui – riesce ad essere estremamente efficace, ed emotivamente molto coinvolgente.
Non ho visto, e non credo che vedrò la serie – mi è bastato lo spettacolo -, ma posso capire le polemiche che può aver suscitato, dal momento che inevitabilmente mette in scena solo un punto di vista. Ma, per quanto si tratti di una storia che arriva direttamente dalla biografia del drammaturgo, bisogna sempre ricordarsi che arte e vita viaggiano su due binari non coincidenti, e che nel momento in cui una storia viene raccontata diventa un punto di vista e una narrazione.
Quindi, quello che ci interessa nel caso dell’arte è quanto quella storia è raccontata bene. E questa lo è sicuramente.
Voto: 3,5/5
Si tratta di una vicenda risalente a diversi anni prima, quando Gadd, aspirante stand-up comedian, era ancora in una fase iniziale e poco remunerativa della sua carriera artistica, e lavorava in un bar per sbarcare il lunario.
Durante un turno di lavoro al bar, Richard conosce Martha, una donna parecchio più grande di lui, e i due iniziano a flirtare. Richard non può immaginare che da quell'incontro inizierà una delle fasi più assurde della sua vita: anni e anni in cui è oggetto di uno stalking che si fa nel tempo sempre più pesante e invasivo. Migliaia di email, messaggi vocali, non solo a lui ma anche ai suoi familiari e ad altre persone care, presenza inattesa e molesta di Martha ai suoi spettacoli e persino sotto casa sua, anche dopo aver cambiato abitazione.
La vita di Richard diventa progressivamente un inferno, e tutti i nodi irrisolti della sua esistenza vengono al pettine, riportando a galla tutte le sue insicurezze e mandando in frantumi quel poco che ha costruito.
Nello stalking, come in tutte le altre relazioni tossiche, è sempre l’incontro tra due personalità complementari a consentire la patologizzazione della relazione, e anche Martha e Richard non sfuggono a questa regola.
Eppure, mentre ascoltiamo il monologo, interpretato con grande partecipazione e la giusta dose di scanzonatezza e vittimismo da Francesco Mandelli, non possiamo non provare empatia per il protagonista e angoscia per il buco nero nel quale si va ad infilare e dal quale riuscirà a tirarsi fuori solo molti anni più avanti e dopo una vera e propria discesa agli inferi.
Lo stalking è una delle forme di violenza più subdole nell’ambito di una relazione, ed è anche la meno riconosciuta e soprattutto più sottovalutata. In questo caso poi, in una situazione di ribaltamento di genere, in cui è l’uomo l’oggetto dello stalking, la sottovalutazione e il pregiudizio sono ancora maggiori. E dunque diventa ancora più difficile ottenere una tutela pubblica.
Lo spettacolo all’Argot è un monologo messo in scena in modo molto essenziale, in cui il protagonista si muove sostanzialmente tra due ambienti, il bar e la stazione di polizia, identificati semplicemente da due scritte luminose, monologo interrotto solo dalla voce di Martha (Barbara Ronchi) nei suoi deliranti messaggi vocali, e dai testi delle email proiettati sullo schermo di fondo, schermo sul quale sono proiettate anche brevi testimonianze di amici e parenti del protagonista.
Però, nella sua semplicità - anche grazie a un testo denso e in cui ognuno può ritrovare piccole parti di esperienze proprie o altrui – riesce ad essere estremamente efficace, ed emotivamente molto coinvolgente.
Non ho visto, e non credo che vedrò la serie – mi è bastato lo spettacolo -, ma posso capire le polemiche che può aver suscitato, dal momento che inevitabilmente mette in scena solo un punto di vista. Ma, per quanto si tratti di una storia che arriva direttamente dalla biografia del drammaturgo, bisogna sempre ricordarsi che arte e vita viaggiano su due binari non coincidenti, e che nel momento in cui una storia viene raccontata diventa un punto di vista e una narrazione.
Quindi, quello che ci interessa nel caso dell’arte è quanto quella storia è raccontata bene. E questa lo è sicuramente.
Voto: 3,5/5
mercoledì 10 dicembre 2025
Put your soul on your hand and walk
Avevo perso questo film all’ultima festa del cinema di Roma (non ero riuscita a incastrarlo in un programma già fittissimo), e dunque non appena è uscito in sala sono andata a vederlo.
Si tratta del documentario realizzato dalla regista iraniana Sepideh Farsi per raccontare Gaza attraverso gli occhi e le parole di Fatma Hassouna. La regista, fuggita da Teheran molti anni fa e con base a Parigi, nella primavera del 2024 vola al Cairo per raggiungere il valico di Rafah ed entrare a Gaza, dove ha numerosi amici.
La striscia di Gaza è però già blindata e per Sepideh è impossibile entrare; grazie ad alcuni amici palestinesi, la regista si mette in contatto con Fatma che vive a Gaza con la sua numerosa famiglia (dieci persone), ha 24 anni, e racconta la città grazie alle sue fotografie. Dopo la prima videochiamata, i contatti diventano periodici e la relazione tra Sepideh e Fatma si approfondisce e si consolida sempre di più, in una condivisione di sentimenti e uno scambio di punti di vista.
Fatma diventa l’occhio di Sepideh, e quello di tutti noi spettatori, su Gaza, grazie a fotografie piene di umanità e bellezza, ma anche di distruzione e di morte, di speranza e sorrisi, ma anche di tristezza e disperazione. Tutti sentimenti che nella loro contraddittorietà vediamo nel volto di questa giovanissima donna, e riconosciamo nelle sue parole, che restano poetiche e alte anche quando il suo inglese non l’aiuta a esprimersi con il massimo della complessità che vorrebbe.
Di Fatma non solo vediamo le foto che scatta, le immagini in diretta della città intorno a lei, delle esplosioni e delle distruzioni, ma ascoltiamo anche le sue poesie e le sue canzoni, guardiamo il suo sorriso instancabile, quello che a volte Sepideh ammette di non capire, di trovare stridente rispetto alla realtà, e che anche noi spettatori quasi non riusciamo ad accogliere.
Eppure Fatma sembra voler trovare la forza di sorridere, anche quando tutto intorno suggerirebbe il contrario: la morte dei parenti e degli amici più cari, la distruzione della città, l’impossibilità di una vita normale, l’assenza di cibo e la fame. Ma Fatma non si vuole far sottrarre anche i sogni e i desideri, pur nelle inevitabili contraddizioni che una situazione come quella che vive porta con sé. Gaza è il posto a cui appartiene, quello che i palestinesi sono intenzionati a ricostruire per quante volte verrà distrutto, quello da difendere e in cui resistere a costo della vita; ma è anche una prigione in cui ci si sente a volte senza scampo e senza speranza.
Mentre tra una videochiamata e l’altra passano spezzoni di telegiornali che raccontano la guerra e le azioni sempre più brutali di Israele nella striscia di Gaza, le conversazioni tra Sepideh e Fatma vanno avanti, nonostante la connessione sempre meno affidabile e più instabile. Sullo schermo a poco a poco compaiono diversi membri della famiglia di Fatma – i fratelli, il padre – e momenti di leggerezza e di quasi normalità si alternano a momenti in cui la paura e la stanchezza sono troppo forti. La cosa più incredibile è che a più riprese è Fatma la persona che dà speranza e che crede nella possibilità di un cambiamento, di fronte a una Sepideh decisamente più pessimista.
E proprio quando il documentario di Sepideh viene selezionato per Cannes e la regista coltiva il sogno di portare Fatma in Francia per la presentazione del film, arriva la bomba che durante la notte uccide la giovane donna e altri sei membri della sua famiglia.
Del resto, la frase che dà il titolo al film Put your soul in your hand and walk è – come dice Fatma – la condizione in cui i palestinesi vivono tutti i giorni, sperando che non sia il loro ultimo.
Un lavoro cinematografico semplice e forse imperfetto, ma di una potenza comunicativa notevole.
Nessuno potrà più dire di non sapere e di non aver visto.
Voto: 3,5/5
Si tratta del documentario realizzato dalla regista iraniana Sepideh Farsi per raccontare Gaza attraverso gli occhi e le parole di Fatma Hassouna. La regista, fuggita da Teheran molti anni fa e con base a Parigi, nella primavera del 2024 vola al Cairo per raggiungere il valico di Rafah ed entrare a Gaza, dove ha numerosi amici.
La striscia di Gaza è però già blindata e per Sepideh è impossibile entrare; grazie ad alcuni amici palestinesi, la regista si mette in contatto con Fatma che vive a Gaza con la sua numerosa famiglia (dieci persone), ha 24 anni, e racconta la città grazie alle sue fotografie. Dopo la prima videochiamata, i contatti diventano periodici e la relazione tra Sepideh e Fatma si approfondisce e si consolida sempre di più, in una condivisione di sentimenti e uno scambio di punti di vista.
Fatma diventa l’occhio di Sepideh, e quello di tutti noi spettatori, su Gaza, grazie a fotografie piene di umanità e bellezza, ma anche di distruzione e di morte, di speranza e sorrisi, ma anche di tristezza e disperazione. Tutti sentimenti che nella loro contraddittorietà vediamo nel volto di questa giovanissima donna, e riconosciamo nelle sue parole, che restano poetiche e alte anche quando il suo inglese non l’aiuta a esprimersi con il massimo della complessità che vorrebbe.
Di Fatma non solo vediamo le foto che scatta, le immagini in diretta della città intorno a lei, delle esplosioni e delle distruzioni, ma ascoltiamo anche le sue poesie e le sue canzoni, guardiamo il suo sorriso instancabile, quello che a volte Sepideh ammette di non capire, di trovare stridente rispetto alla realtà, e che anche noi spettatori quasi non riusciamo ad accogliere.
Eppure Fatma sembra voler trovare la forza di sorridere, anche quando tutto intorno suggerirebbe il contrario: la morte dei parenti e degli amici più cari, la distruzione della città, l’impossibilità di una vita normale, l’assenza di cibo e la fame. Ma Fatma non si vuole far sottrarre anche i sogni e i desideri, pur nelle inevitabili contraddizioni che una situazione come quella che vive porta con sé. Gaza è il posto a cui appartiene, quello che i palestinesi sono intenzionati a ricostruire per quante volte verrà distrutto, quello da difendere e in cui resistere a costo della vita; ma è anche una prigione in cui ci si sente a volte senza scampo e senza speranza.
Mentre tra una videochiamata e l’altra passano spezzoni di telegiornali che raccontano la guerra e le azioni sempre più brutali di Israele nella striscia di Gaza, le conversazioni tra Sepideh e Fatma vanno avanti, nonostante la connessione sempre meno affidabile e più instabile. Sullo schermo a poco a poco compaiono diversi membri della famiglia di Fatma – i fratelli, il padre – e momenti di leggerezza e di quasi normalità si alternano a momenti in cui la paura e la stanchezza sono troppo forti. La cosa più incredibile è che a più riprese è Fatma la persona che dà speranza e che crede nella possibilità di un cambiamento, di fronte a una Sepideh decisamente più pessimista.
E proprio quando il documentario di Sepideh viene selezionato per Cannes e la regista coltiva il sogno di portare Fatma in Francia per la presentazione del film, arriva la bomba che durante la notte uccide la giovane donna e altri sei membri della sua famiglia.
Del resto, la frase che dà il titolo al film Put your soul in your hand and walk è – come dice Fatma – la condizione in cui i palestinesi vivono tutti i giorni, sperando che non sia il loro ultimo.
Un lavoro cinematografico semplice e forse imperfetto, ma di una potenza comunicativa notevole.
Nessuno potrà più dire di non sapere e di non aver visto.
Voto: 3,5/5
domenica 7 dicembre 2025
Robe dell'altro mondo (cronache di un'invasione aliena) / Carrozzeria Orfeo. Spazio Diamante, 27 novembre 2025.
Seguo Carrozzeria Orfeo da non moltissimo tempo e ho visto solo un loro spettacolo, Salveremo il mondo prima dell'alba, ma già da questi pochi contatti posso dire che si tratta di uno dei collettivi teatrali più interessanti tra quelli in circolazione.
Quindi, ormai quando vedo uno dei loro spettacoli in qualche cartellone mi ci fiondo a pesce.
A questo giro, non perdo l'occasione di recuperare un loro lavoro del 2012, Robe dell'altro mondo, che Gabriele Di Luca riadatta completamente dal punto di vista drammaturgico, pur mantenendo intanto il senso della narrazione.
Nella messa in scena attuale Robe dell'altro mondo è uno spettacolo teatrale e insieme una performance, la cui realizzazione è il frutto della collaborazione tra Carrozzeria Orfeo e Le canaglie, un gruppo di illustratori.
Lo spettacolo vede protagonisti sul palco l'attore Massimiliano Setti, che interpreta i personaggi della storia insieme a Sebastiano Bronzato, accompagnati da Federico Bassi e Giacomo Trivellini che sul palco disegnano ambientazioni, fondali, illustrazioni di commento delle storie.
La narrazione si costruisce letteralmente davanti ai nostri occhi attraverso l'assemblamento musicale dal vivo, i disegni realizzati al momento e proiettati sullo schermo, che a più riprese coinvolgono attori in carne e ossa e interagiscono con gli attori sulla scena, nonché vere e proprie sottotrame completamente realizzate in forma grafica e proiettate e sfogliate per il pubblico. I due attori in scena riescono a rappresentare molti personaggi diversi attraverso l'uso di maschere di gomma che gli coprono completamente la testa e che mi hanno un po' ricordato i Familie Flöz visti qualche anno fa alla Sala Umberto. Si tratta di una scelta che certamente rafforza l'approccio cartoonistico dello spettacolo, e contestualmente valorizza la gestualità degli attori, che non possono fare affidamento sulla mimica facciale.
In questo mix di arti performative molto ben orchestrate e di grande impatto secondo me dal punto di vista della fruizione, il tema di fondo è quello dello spettacolo di oltre dieci anni fa, ossia le paure metropolitane rappresentate attraverso varie situazioni: l'alterco tra due anziani all'uscita del supermercato in cui compare anche un extracomunitario, il dialogo tra un ministro in attesa di entrare in un "centro massaggi" e il suo portaborse, l'interazione tra un ragazzino e una ragazzina nipoti dei due vecchi del primo quadro, e infine la surreale conversazione tra lo stesso ragazzino e il papa che è stato rapito dagli alieni e che ha potuto sfuggire finalmente al suo ruolo. Sì, perché gli alieni sono i supereroi di questo racconto, esseri che non vedremo mai, ma che forse rappresentano l'ultima speranza dell'umanità di salvarsi, almeno fino a quando non si decide di trasformare anche loro in nemici.
Bravi tutti. A questo punto aspettiamo il nuovo spettacolo Misurare il salto delle rane al Vascello tra gennaio e febbraio.
Voto: 3,5/5
Quindi, ormai quando vedo uno dei loro spettacoli in qualche cartellone mi ci fiondo a pesce.
A questo giro, non perdo l'occasione di recuperare un loro lavoro del 2012, Robe dell'altro mondo, che Gabriele Di Luca riadatta completamente dal punto di vista drammaturgico, pur mantenendo intanto il senso della narrazione.
Nella messa in scena attuale Robe dell'altro mondo è uno spettacolo teatrale e insieme una performance, la cui realizzazione è il frutto della collaborazione tra Carrozzeria Orfeo e Le canaglie, un gruppo di illustratori.
Lo spettacolo vede protagonisti sul palco l'attore Massimiliano Setti, che interpreta i personaggi della storia insieme a Sebastiano Bronzato, accompagnati da Federico Bassi e Giacomo Trivellini che sul palco disegnano ambientazioni, fondali, illustrazioni di commento delle storie.
La narrazione si costruisce letteralmente davanti ai nostri occhi attraverso l'assemblamento musicale dal vivo, i disegni realizzati al momento e proiettati sullo schermo, che a più riprese coinvolgono attori in carne e ossa e interagiscono con gli attori sulla scena, nonché vere e proprie sottotrame completamente realizzate in forma grafica e proiettate e sfogliate per il pubblico. I due attori in scena riescono a rappresentare molti personaggi diversi attraverso l'uso di maschere di gomma che gli coprono completamente la testa e che mi hanno un po' ricordato i Familie Flöz visti qualche anno fa alla Sala Umberto. Si tratta di una scelta che certamente rafforza l'approccio cartoonistico dello spettacolo, e contestualmente valorizza la gestualità degli attori, che non possono fare affidamento sulla mimica facciale.
In questo mix di arti performative molto ben orchestrate e di grande impatto secondo me dal punto di vista della fruizione, il tema di fondo è quello dello spettacolo di oltre dieci anni fa, ossia le paure metropolitane rappresentate attraverso varie situazioni: l'alterco tra due anziani all'uscita del supermercato in cui compare anche un extracomunitario, il dialogo tra un ministro in attesa di entrare in un "centro massaggi" e il suo portaborse, l'interazione tra un ragazzino e una ragazzina nipoti dei due vecchi del primo quadro, e infine la surreale conversazione tra lo stesso ragazzino e il papa che è stato rapito dagli alieni e che ha potuto sfuggire finalmente al suo ruolo. Sì, perché gli alieni sono i supereroi di questo racconto, esseri che non vedremo mai, ma che forse rappresentano l'ultima speranza dell'umanità di salvarsi, almeno fino a quando non si decide di trasformare anche loro in nemici.
Bravi tutti. A questo punto aspettiamo il nuovo spettacolo Misurare il salto delle rane al Vascello tra gennaio e febbraio.
Voto: 3,5/5
mercoledì 3 dicembre 2025
Crossing Istanbul
Siamo a Batumi, in Georgia. Lia (Mzia Arabuli), una ex insegnante di storia, dopo la morte di sua sorella, decide di partire per Istanbul alla ricerca di sua nipote Tekla, una ragazza trans, che a suo tempo è stata rifiutata dalla famiglia. A lei si unisce Achi (Lucas Kankava), un giovane che vive con il suo fratellastro e la moglie di lui e cerca un’occasione per andare via.
Una volta a Istanbul, nelle loro peregrinazioni nei quartieri abitati dalle donne trans, la loro strada incrocerà quella di Evrim (Deniz Dumanli), che sta finalmente per ottenere i suoi nuovi documenti come donna, e nel frattempo lavora per un’associazione che aiuta le donne trans e cerca l’amore.
Il film di Levan Akin, che nella versione originale si intitola semplicemente e significativamente Crossing, è un racconto on the road, fatto di tanti incontri, ma anche di assenze.
Tutti i protagonisti e i comprimari di questo racconto sono alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, dopo che la vita li ha spinti ai suoi margini e li ha privati della possibilità di amare e di essere amati.
Nell’incrocio dei loro destini in una città che è di per sé stessa un crocevia di popoli e culture, nessuno di loro troverà quello che sta cercando o che pensa di volere, ma sarà quello di cui hanno bisogno a trovare ciascuno di loro. Achi troverà quella figura materna che non ha mai avuto, Lia dei figli da amare nonostante tutto, Evrim forse finalmente riconoscerà di meritare di più.
Di fronte a famiglie lacerate o inesistenti, è solo attraversando i confini di sé e superando le difese che ognuno si è costruito per difendersi dal mondo che diventa possibile costruire relazioni e darsi nuove possibilità.
Bellissima questa Istanbul filmata in modo così poco stereotipato, ma al contempo così riconoscibile; apprezzabilissima la scelta di non cedere al lieto fine, ma di aprire comunque la porta alla speranza dei sentimenti.
Bel film. Da vedere.
Voto: 3,5/5
Una volta a Istanbul, nelle loro peregrinazioni nei quartieri abitati dalle donne trans, la loro strada incrocerà quella di Evrim (Deniz Dumanli), che sta finalmente per ottenere i suoi nuovi documenti come donna, e nel frattempo lavora per un’associazione che aiuta le donne trans e cerca l’amore.
Il film di Levan Akin, che nella versione originale si intitola semplicemente e significativamente Crossing, è un racconto on the road, fatto di tanti incontri, ma anche di assenze.
Tutti i protagonisti e i comprimari di questo racconto sono alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, dopo che la vita li ha spinti ai suoi margini e li ha privati della possibilità di amare e di essere amati.
Nell’incrocio dei loro destini in una città che è di per sé stessa un crocevia di popoli e culture, nessuno di loro troverà quello che sta cercando o che pensa di volere, ma sarà quello di cui hanno bisogno a trovare ciascuno di loro. Achi troverà quella figura materna che non ha mai avuto, Lia dei figli da amare nonostante tutto, Evrim forse finalmente riconoscerà di meritare di più.
Di fronte a famiglie lacerate o inesistenti, è solo attraversando i confini di sé e superando le difese che ognuno si è costruito per difendersi dal mondo che diventa possibile costruire relazioni e darsi nuove possibilità.
Bellissima questa Istanbul filmata in modo così poco stereotipato, ma al contempo così riconoscibile; apprezzabilissima la scelta di non cedere al lieto fine, ma di aprire comunque la porta alla speranza dei sentimenti.
Bel film. Da vedere.
Voto: 3,5/5
lunedì 1 dicembre 2025
Micah P. Hinson. Monk, 19 novembre 2025
Il disco non prende direzioni originali o innovative rispetto a quanto Micah ha prodotto fin qui, ma devo dire che l’insieme delle canzoni del nuovo album è di una qualità media davvero elevata, e ce ne sono almeno 2 o 3 che potrei ascoltare a ripetizione. Tra l’altro, il prosieguo della collaborazione con Alessandro “Asso” Stefana negli arrangiamenti, supportato dalla splendida batteria di Paolo Mongardi, conferisce alle canzoni di Micah uno spessore e una rotondità particolarmente azzeccate.
Non è previsto alcun opening e intorno alle 21,40 Micah P. Hinson sale sul palco con i suoi due musicisti e di cui si è già parlato: Mongardi che si posiziona alla sua batteria, e Asso Stefana che alterna tastiere, armonica da bocca, basso e steel guitar.
Il concerto parte subito con tre canzoni del nuovo album, Oh sleepyhead, One day I will get my revenge, e Think of me (una delle mie preferite, che Micah canta insieme alla sua nuova compagna, Stasera Micah è elegantissimo, vestito tutto di scuro, con un bel bolo tie al collo, un cappellone con la piuma, sotto il quale si cela la sua ormai stabile acconciatura da nativo americano.
Ma nei primi quaranta minuti, forse nella prima ora, del concerto, Micah è incredibilmente silenzioso, totalmente concentrato nel suonare la sua chitarra – imbracciata sempre alla sua maniera, con la cinta corta e quindi molto alta sul petto – e nel cantare le sue canzoni.
Mentre si va verso la fine del concerto, Micah regala bellissime esecuzioni, splendidamente accompagnate dai suoi musicisti, di What does it matter now? e Carelessly, due pezzi che arrivano direttamente dal disco precedente.
Micah, Asso e Mongardi escono dal palco, per poi rientrare per la reprise (su cui Micah ironizza) e dopo la versione acustica di Oh, sleepyhead, il concerto si chiude con la per me straordinaria I was just standing there e infine People e 500 miles. In questa reprise Micah è ancora più chiacchierino del solito e si lascia andare a mille riflessioni mentre – come sempre – fuma la sua sigaretta con il bocchino.
Voto: 4/5
venerdì 28 novembre 2025
Un weekend milanese: Fondazione Prada, Black Country New Road, Hangar Bicocca
Molti mesi fa avevo comprato il biglietto per il concerto dei Black Country, New Road ai Magazzini generali di Milano, perché da tempo seguo questo interessante gruppo inglese e avevo letto che l’esperienza dal vivo nel loro caso vale davvero la pena.
Considerato che a Roma ormai arrivano sempre meno i tour dei musicisti che mi interessano, ho pensato che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione.
E così quando è arrivato il momento, nonostante un periodo decisamente pieno di impegni, ho deciso di partire per Milano e di approfittare della trasferta non solo per partecipare al concerto, ma anche per sfruttare l’offerta milanese di attività culturali, e non solo.
********************
La Fondazione Prada e la mostra di Iñárritu
Il sabato pomeriggio, approfittando del fatto che ho l’alloggio in zona, vado a visitare la Fondazione Prada, di cui ho sentito molto parlare, ma dove non sono ancora stata.
Alla biglietteria mi consigliano di andare prima a visitare la torre, ossia l’edificio di nuova costruzione che è andato a innestarsi sull’insieme di edifici industriali che compongono il complesso architettonico.
Alla torre c’è una mostra che si chiama Atlas: io attraverso tutti i piani, apprezzo alcune opere, ma soprattutto apprezzo le pareti a vetri e la vista dall’alto di questa interessante porzione di città.
Tornando all’edificio dove si trova la biglietteria, il Podium, che sta di fronte alla biblioteca e al bar, vado a visitare la mostra Sueño Perro: Instalación Celuloide de Alejandro G. Iñárritu, che era quella che mi attirava di più. Questa mostra nasce dalla scoperta da parte del regista messicano che, dopo la realizzazione del suo famoso film Amores perros, i trecento chilometri di pellicola scartati sono stati conservati dall’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Il regista ha dunque deciso di dare una seconda vita a queste pellicole dimenticate, proiettandole nelle sale del Podium tramite grandi proiettori che mostrano lo srotolarsi della pellicola e che assumono un’atmosfera particolare grazie al fascio di luce che squarcia il buio delle sale. Ne viene fuori per lo spettatore un’esperienza davvero particolare, non solo visiva, ma anche sonora e tattile. Personalmente l’ho trovata molto affascinante.
Al piano di sopra dello stesso spazio espositivo c’è la mostra – primariamente fotografica - Mexico 2000: The Moment that Exploded con cui lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro mette in relazione il film di Iñárritu, uscito nel 2000, con la situazione politico-sociale del Messico in quel periodo, che rappresentò per il paese non l’inizio di una nuova era di democrazia, ma l’inizio di un tracollo che è ancora in corso.
Diciamo che probabilmente c’erano altri spazi e mostre da esplorare ma la Fondazione stava per chiudere e io dovevo rientrare per il concerto della sera. Comunque ci sarà certamente occasione di tornarci.
********************
Black country, new road ai Magazzini generali
L’orario di inizio del concerto dei Black Country, New Road indicato sul biglietto è le 20.00, che è uno strano orario perché nella mia ottica romana non è né un concerto presto né un concerto al solito orario. Nell’idea, anche questa molto romana, che sia solo un orario indicativo, vado ai Magazzini generali alle 20 esatte, ma a quell’ora non solo c’è la fila fuori, ma un sacco di gente è già entrata. Scopro tra l’altro che ai Magazzini generali non fanno portare e usare le macchine fotografiche (che rottura di scatole!) e dunque quando entro devo pure pagare due quote del guardaroba per la macchina fotografica e la giacca. In più cerco di avanzare tra la folla, ma sono oltre metà sala con un sacco di persone alte davanti a me, e vedo che sui ballatoi non c’è nessuno quindi ipotizzo che non ci si possa andare. Peccato che, solo quando la sala si riempie, facciano salire sui ballatoi e così chi è arrivato molto dopo di me ha probabilmente una visuale molto migliore della mia.
Tra l’altro quando arrivo sta già suonando un gruppo, formato da tre ragazzi e una ragazza, un classico gruppo indie rock, che però non so chi siano, posso solo immaginare che si tratti del gruppo spalla dei Black Country, New Road. Scoprirò solo dopo che si tratta dei Westside cowboys, la cui musica – devo ammettere – mi lascia parecchio indifferente, fors’anche perché sono infastidita dall’organizzazione del concerto in questo locale (molto, ma molto meglio il Monk!).
Comunque, quando sul palco arrivano i Black Country, New Road la musica cambia completamente e in tutti i sensi. Il gruppo è al gran completo con i suoi sei componenti, Tyler Hyde (basso), Lewis Evans (sassofono), Georgia Ellery (violino), May Kershaw (tastiere), Charlie Wayne (batteria) e Luke Mark (chitarra), disposti su due file, in prima fila le donne – protagoniste assolute dell’ultimo album, Forever Howlong – in seconda fila gli uomini.
Il concerto è in buona parte dedicato all’ultimo album che il gruppo suona quasi per intero, con un’unica pausa che è dedicata alla cover della canzone The ballad of El Goodo dei Big Star.
Mentre li ascolto e mi guardo intorno – ci sono ragazzi giovanissimi, ma anche persone di una certa età, e tutti sembrano pazzi della loro musica, che pure non si può dire veramente mainstream – capisco cosa hanno di speciale e di magnetico questi musicisti, ossia degli arrangiamenti davvero molto belli e particolari, direi quasi orchestrali, che fanno vivere il concerto come fosse non un insieme di pezzi, ma quasi un tutt’uno, una specie di musical.
Inoltre, nella loro musica c’è un mix di contemporaneo e di retrò che la rende particolare e forse anche per questo apprezzabile da persone provenienti da mondi musicali diversi.
Alla fine di questa ora e mezza abbondante di musica, i BC,NR annunciano che non fanno bis e che stanno per suonare l’ultima canzone, così – anche se il pubblico avrebbe voluto che il concerto proseguisse ancora (ma questo direi che è quasi la norma) – i musicisti ci salutano con un "arrivederci, a presto".
Bel concerto, nonostante i Magazzini generali.
********************
Hangar Bicocca e la mostra di Nan Goldin
L’ultima mattina del mio weekend milanese è dedicata alla visita ad Hangar Bicocca, un luogo che da tempo volevo visitare, e che in questo caso mi attira particolarmente visto che è in programma una retrospettiva su Nan Goldin, fotografa che ho conosciuto e apprezzato solo dopo aver visto il film vincitore qualche anno fa a Venezia All the beauty and the bloodshed.
La mostra in programmazione ad Hangar Bicocca, spazio espositivo molto interessante anche di per sé stesso, è intitolata This will not end well ed è una retrospettiva importante dedicata all’attività di Nan Goldin come filmmaker e artista multimediale. La mostra arriva a Milano dopo Stoccolma, Amsterdam e Berlino, e proseguirà verso Parigi, e si compone di 8 tra slideshow e video.
Lo slideshow, come avevo imparato nel summenzionato film, è una delle forme più tipiche di espressione di Nan Goldin, una strada intermedia tra il mezzo fotografico (inevitabilmente statico e più destinato all’osservazione attenta) e l’opera filmica vera e propria fatta di immagini in movimento. In questo caso, abbiamo immagini statiche che scorrono secondo una sequenza definita dall’artista e accompagnate da una colonna sonora, valorizzando dunque la forza narrativa delle immagini.
Il più famoso di questi slideshow della Goldin è The ballad of sexual dependency, che per la mostra in questione l’artista ha aggiornato e in parte rimontato.
Oltre a questo, in mostra ci sono altri 4 slideshow, Memory lost, Fire Leap, The other side e Stendhal Syndrome, e 3 video, due monocanale (Sirens e You Never Did Anything Wrong) e uno a tre canali con una installazione scultorea, dal titolo Sisters, Saint, Sibyls.
Ciascuna di queste proiezioni occupa un padiglione progettato appositamente dall’architetta Hala Wardé in collaborazione con la stessa Goldin, al fine di creare uno spazio che dialoghi con i contenuti proiettati.
Si consideri che per vedere l’intera mostra sono necessarie più di tre ore, perché le proiezioni possono durare ciascuna fino a 40 minuti. Io che avevo circa un’ora e mezzo di tempo, ho potuto vedere con calma solo The ballad of sexual dependency e Sisters, Saints, Sybils, quindi l’inizio e la fine, accomunate dalla dedica alla sorella di Nan, Barbara, morta suicida in un istituto psichiatrico.
L’universo di Nan Goldin – come sa chi ha visto il film – non è certo un universo spensierato e risolto, e non si può dire che si esca dalla mostra con l’animo sollevato, eppure la sua opera comunica una vitalità, una forza ed una energia davvero notevoli che meritano un’adesione emotiva e spirituale.
Da non perdere, ed eventualmente da andarci in più volte, visto che l’ingresso è gratuito.
Considerato che a Roma ormai arrivano sempre meno i tour dei musicisti che mi interessano, ho pensato che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione.
E così quando è arrivato il momento, nonostante un periodo decisamente pieno di impegni, ho deciso di partire per Milano e di approfittare della trasferta non solo per partecipare al concerto, ma anche per sfruttare l’offerta milanese di attività culturali, e non solo.
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La Fondazione Prada e la mostra di Iñárritu
Il sabato pomeriggio, approfittando del fatto che ho l’alloggio in zona, vado a visitare la Fondazione Prada, di cui ho sentito molto parlare, ma dove non sono ancora stata.
Alla biglietteria mi consigliano di andare prima a visitare la torre, ossia l’edificio di nuova costruzione che è andato a innestarsi sull’insieme di edifici industriali che compongono il complesso architettonico.
Alla torre c’è una mostra che si chiama Atlas: io attraverso tutti i piani, apprezzo alcune opere, ma soprattutto apprezzo le pareti a vetri e la vista dall’alto di questa interessante porzione di città.
Tornando all’edificio dove si trova la biglietteria, il Podium, che sta di fronte alla biblioteca e al bar, vado a visitare la mostra Sueño Perro: Instalación Celuloide de Alejandro G. Iñárritu, che era quella che mi attirava di più. Questa mostra nasce dalla scoperta da parte del regista messicano che, dopo la realizzazione del suo famoso film Amores perros, i trecento chilometri di pellicola scartati sono stati conservati dall’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Il regista ha dunque deciso di dare una seconda vita a queste pellicole dimenticate, proiettandole nelle sale del Podium tramite grandi proiettori che mostrano lo srotolarsi della pellicola e che assumono un’atmosfera particolare grazie al fascio di luce che squarcia il buio delle sale. Ne viene fuori per lo spettatore un’esperienza davvero particolare, non solo visiva, ma anche sonora e tattile. Personalmente l’ho trovata molto affascinante.
Al piano di sopra dello stesso spazio espositivo c’è la mostra – primariamente fotografica - Mexico 2000: The Moment that Exploded con cui lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro mette in relazione il film di Iñárritu, uscito nel 2000, con la situazione politico-sociale del Messico in quel periodo, che rappresentò per il paese non l’inizio di una nuova era di democrazia, ma l’inizio di un tracollo che è ancora in corso.
Diciamo che probabilmente c’erano altri spazi e mostre da esplorare ma la Fondazione stava per chiudere e io dovevo rientrare per il concerto della sera. Comunque ci sarà certamente occasione di tornarci.
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Black country, new road ai Magazzini generali
L’orario di inizio del concerto dei Black Country, New Road indicato sul biglietto è le 20.00, che è uno strano orario perché nella mia ottica romana non è né un concerto presto né un concerto al solito orario. Nell’idea, anche questa molto romana, che sia solo un orario indicativo, vado ai Magazzini generali alle 20 esatte, ma a quell’ora non solo c’è la fila fuori, ma un sacco di gente è già entrata. Scopro tra l’altro che ai Magazzini generali non fanno portare e usare le macchine fotografiche (che rottura di scatole!) e dunque quando entro devo pure pagare due quote del guardaroba per la macchina fotografica e la giacca. In più cerco di avanzare tra la folla, ma sono oltre metà sala con un sacco di persone alte davanti a me, e vedo che sui ballatoi non c’è nessuno quindi ipotizzo che non ci si possa andare. Peccato che, solo quando la sala si riempie, facciano salire sui ballatoi e così chi è arrivato molto dopo di me ha probabilmente una visuale molto migliore della mia.
Tra l’altro quando arrivo sta già suonando un gruppo, formato da tre ragazzi e una ragazza, un classico gruppo indie rock, che però non so chi siano, posso solo immaginare che si tratti del gruppo spalla dei Black Country, New Road. Scoprirò solo dopo che si tratta dei Westside cowboys, la cui musica – devo ammettere – mi lascia parecchio indifferente, fors’anche perché sono infastidita dall’organizzazione del concerto in questo locale (molto, ma molto meglio il Monk!).
Comunque, quando sul palco arrivano i Black Country, New Road la musica cambia completamente e in tutti i sensi. Il gruppo è al gran completo con i suoi sei componenti, Tyler Hyde (basso), Lewis Evans (sassofono), Georgia Ellery (violino), May Kershaw (tastiere), Charlie Wayne (batteria) e Luke Mark (chitarra), disposti su due file, in prima fila le donne – protagoniste assolute dell’ultimo album, Forever Howlong – in seconda fila gli uomini.
Il concerto è in buona parte dedicato all’ultimo album che il gruppo suona quasi per intero, con un’unica pausa che è dedicata alla cover della canzone The ballad of El Goodo dei Big Star.
Mentre li ascolto e mi guardo intorno – ci sono ragazzi giovanissimi, ma anche persone di una certa età, e tutti sembrano pazzi della loro musica, che pure non si può dire veramente mainstream – capisco cosa hanno di speciale e di magnetico questi musicisti, ossia degli arrangiamenti davvero molto belli e particolari, direi quasi orchestrali, che fanno vivere il concerto come fosse non un insieme di pezzi, ma quasi un tutt’uno, una specie di musical.
Inoltre, nella loro musica c’è un mix di contemporaneo e di retrò che la rende particolare e forse anche per questo apprezzabile da persone provenienti da mondi musicali diversi.
Alla fine di questa ora e mezza abbondante di musica, i BC,NR annunciano che non fanno bis e che stanno per suonare l’ultima canzone, così – anche se il pubblico avrebbe voluto che il concerto proseguisse ancora (ma questo direi che è quasi la norma) – i musicisti ci salutano con un "arrivederci, a presto".
Bel concerto, nonostante i Magazzini generali.
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Hangar Bicocca e la mostra di Nan Goldin
L’ultima mattina del mio weekend milanese è dedicata alla visita ad Hangar Bicocca, un luogo che da tempo volevo visitare, e che in questo caso mi attira particolarmente visto che è in programma una retrospettiva su Nan Goldin, fotografa che ho conosciuto e apprezzato solo dopo aver visto il film vincitore qualche anno fa a Venezia All the beauty and the bloodshed.
La mostra in programmazione ad Hangar Bicocca, spazio espositivo molto interessante anche di per sé stesso, è intitolata This will not end well ed è una retrospettiva importante dedicata all’attività di Nan Goldin come filmmaker e artista multimediale. La mostra arriva a Milano dopo Stoccolma, Amsterdam e Berlino, e proseguirà verso Parigi, e si compone di 8 tra slideshow e video.
Lo slideshow, come avevo imparato nel summenzionato film, è una delle forme più tipiche di espressione di Nan Goldin, una strada intermedia tra il mezzo fotografico (inevitabilmente statico e più destinato all’osservazione attenta) e l’opera filmica vera e propria fatta di immagini in movimento. In questo caso, abbiamo immagini statiche che scorrono secondo una sequenza definita dall’artista e accompagnate da una colonna sonora, valorizzando dunque la forza narrativa delle immagini.
Il più famoso di questi slideshow della Goldin è The ballad of sexual dependency, che per la mostra in questione l’artista ha aggiornato e in parte rimontato.
Oltre a questo, in mostra ci sono altri 4 slideshow, Memory lost, Fire Leap, The other side e Stendhal Syndrome, e 3 video, due monocanale (Sirens e You Never Did Anything Wrong) e uno a tre canali con una installazione scultorea, dal titolo Sisters, Saint, Sibyls.
Ciascuna di queste proiezioni occupa un padiglione progettato appositamente dall’architetta Hala Wardé in collaborazione con la stessa Goldin, al fine di creare uno spazio che dialoghi con i contenuti proiettati.
Si consideri che per vedere l’intera mostra sono necessarie più di tre ore, perché le proiezioni possono durare ciascuna fino a 40 minuti. Io che avevo circa un’ora e mezzo di tempo, ho potuto vedere con calma solo The ballad of sexual dependency e Sisters, Saints, Sybils, quindi l’inizio e la fine, accomunate dalla dedica alla sorella di Nan, Barbara, morta suicida in un istituto psichiatrico.
L’universo di Nan Goldin – come sa chi ha visto il film – non è certo un universo spensierato e risolto, e non si può dire che si esca dalla mostra con l’animo sollevato, eppure la sua opera comunica una vitalità, una forza ed una energia davvero notevoli che meritano un’adesione emotiva e spirituale.
Da non perdere, ed eventualmente da andarci in più volte, visto che l’ingresso è gratuito.
mercoledì 26 novembre 2025
Middle England / Jonathan Coe
Middle England / Jonathan Coe; trad. di Mariagiulia Castagnone. Milano: Feltrinelli, 2018.
In occasione di una vacanza nel Sud-Ovest dell’Inghilterra, decido di immergermi nella lettura di Middle England, il romanzo scritto da Jonathan Coe dopo il referendum sulla Brexit del 2016 e le cui vicende coprono un periodo che va dal 2010 al 2017.
Coe riparte da alcuni dei personaggi del suo famoso romanzo La banda dei brocchi, in particolare i due fratelli Benjamin e Lois, per raccontare una nuova fase della storia inglese, caratterizzata da una temperie politica e sociale molto particolare.
In questo nuovo romanzo seguiamo le vicende non solo di Benjamin, che si è ritirato a vivere in una casa di campagna e sta tentando di scrivere il suo primo romanzo, e di Lois, che è sposata senza amore e avendo in parte rinunciato ai suoi sogni, ma anche quelle di numerosi altri personaggi: Doug, giornalista politico in crisi, con un rapporto complicato con sua figlia Coriander, radicalizzata a sinistra; Sophie, la figlia di Lois e nipote di Ben, che sta tentando la carriera accademica e intanto cerca la sua strada sentimentale; Charles, un amico di Benjamin, che la vita sta mettendo a dura prova; Sohan, amico gay londinese di Sophie; e molti altri.
Ognuno di loro rappresenta un punto di vista e una sfaccettatura, sul piano umano, sociale e politico, del complesso puzzle rappresentato dall’Inghilterra in quel momento storico, un paese non solo e non tanto spaccato tra conservatori e liberali, ma ostaggio di crisi economica, recriminazioni, cinismo, radicalizzazione, processi identitari, conflitti generazionali, esasperazioni da social, inconsistenza della politica.
Oltre ad essere una lettura gradevole, animata da personaggi vividi e sufficientemente complessi, resi tali anche grazie alle capacità di scrittura di Coe, la cosa sorprendente è che questo libro, scritto e pubblicato nel 2018, non solo non appare invecchiato, ma anzi oggi appare ancora più significativo in riferimento al quadro politico e sociale che si è andato delineando nel mondo occidentale nel corso degli ultimi 7-8 anni.
In fondo la vicenda inglese e il suo infausto esito con la Brexit è stato uno dei – forse tanti? – segnali che hanno prefigurato quello che si andava muovendo nelle viscere della popolazione europea (e non solo) e che avrebbe portato, nel corso degli anni successivi, alla diffusione di fenomeni quali il populismo, l’antieuropeismo, la crisi della sinistra, le presunte battaglie morali e identitarie, la rabbia sociale da un lato e l’anestetizzazione da social dall’altro.
Fa dunque una fortissima impressione leggere questo libro oggi, perché ci si accorge non solo che quella fase non è finita, ma che si è estesa temporalmente e geograficamente. E personalmente io non so bene quando e come se ne uscirà. In più, leggere questo romanzo mentre si è fisicamente in Inghilterra e intorno a sé tutto rimanda al mondo che Coe racconta non ha prezzo.
In Middle England ci sono note di speranza e c’è lo spazio per sogni individuali e collettivi. Voglio pensare – sebbene non sia facile – che sia ancora così, o quanto meno è necessario sforzarsi di pensarlo.
Voto: 3,5/5
In occasione di una vacanza nel Sud-Ovest dell’Inghilterra, decido di immergermi nella lettura di Middle England, il romanzo scritto da Jonathan Coe dopo il referendum sulla Brexit del 2016 e le cui vicende coprono un periodo che va dal 2010 al 2017.
Coe riparte da alcuni dei personaggi del suo famoso romanzo La banda dei brocchi, in particolare i due fratelli Benjamin e Lois, per raccontare una nuova fase della storia inglese, caratterizzata da una temperie politica e sociale molto particolare.
In questo nuovo romanzo seguiamo le vicende non solo di Benjamin, che si è ritirato a vivere in una casa di campagna e sta tentando di scrivere il suo primo romanzo, e di Lois, che è sposata senza amore e avendo in parte rinunciato ai suoi sogni, ma anche quelle di numerosi altri personaggi: Doug, giornalista politico in crisi, con un rapporto complicato con sua figlia Coriander, radicalizzata a sinistra; Sophie, la figlia di Lois e nipote di Ben, che sta tentando la carriera accademica e intanto cerca la sua strada sentimentale; Charles, un amico di Benjamin, che la vita sta mettendo a dura prova; Sohan, amico gay londinese di Sophie; e molti altri.
Ognuno di loro rappresenta un punto di vista e una sfaccettatura, sul piano umano, sociale e politico, del complesso puzzle rappresentato dall’Inghilterra in quel momento storico, un paese non solo e non tanto spaccato tra conservatori e liberali, ma ostaggio di crisi economica, recriminazioni, cinismo, radicalizzazione, processi identitari, conflitti generazionali, esasperazioni da social, inconsistenza della politica.
Oltre ad essere una lettura gradevole, animata da personaggi vividi e sufficientemente complessi, resi tali anche grazie alle capacità di scrittura di Coe, la cosa sorprendente è che questo libro, scritto e pubblicato nel 2018, non solo non appare invecchiato, ma anzi oggi appare ancora più significativo in riferimento al quadro politico e sociale che si è andato delineando nel mondo occidentale nel corso degli ultimi 7-8 anni.
In fondo la vicenda inglese e il suo infausto esito con la Brexit è stato uno dei – forse tanti? – segnali che hanno prefigurato quello che si andava muovendo nelle viscere della popolazione europea (e non solo) e che avrebbe portato, nel corso degli anni successivi, alla diffusione di fenomeni quali il populismo, l’antieuropeismo, la crisi della sinistra, le presunte battaglie morali e identitarie, la rabbia sociale da un lato e l’anestetizzazione da social dall’altro.
Fa dunque una fortissima impressione leggere questo libro oggi, perché ci si accorge non solo che quella fase non è finita, ma che si è estesa temporalmente e geograficamente. E personalmente io non so bene quando e come se ne uscirà. In più, leggere questo romanzo mentre si è fisicamente in Inghilterra e intorno a sé tutto rimanda al mondo che Coe racconta non ha prezzo.
In Middle England ci sono note di speranza e c’è lo spazio per sogni individuali e collettivi. Voglio pensare – sebbene non sia facile – che sia ancora così, o quanto meno è necessario sforzarsi di pensarlo.
Voto: 3,5/5
lunedì 24 novembre 2025
Bugonia
Remake del film sci-fi sudcoreano del 2003 Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, l’ultimo lavoro di Yorgos Lanthimos sembra proseguire senza soluzione di continuità quanto iniziato con Kinds of kindness: ancora Emma Stone e Jesse Plemons al centro della narrazione, stesse location e stesse scelte estetiche, e per certi versi tematiche non dissimili, e comunque in linea con il suo gusto per il paradosso.
Il titolo del film, Bugonia, è una parola greca che viene da un episodio delle Georgiche di Virgilio che racconta come dalla carcassa di un bue morto nasca nuova vita sotto forma di uno sciame di api.
E non a caso, al centro del film di Lanthimos, c’è Teddy Gatz (Jesse Plemons) che vive, insieme a suo cugino autistico Don (Aidan Delbis), in una casa isolata in Georgia e con lui gestisce appunto un allevamento di api. Teddy, che ha una storia familiare e personale alle spalle non certo semplice, vive in uno stato di folle paranoia, alimentato da teorie complottiste su cui fa instancabili ricerche, secondo le quali una specie aliena, gli andromediani, si sarebbero mescolati agli umani per farli estinguere, esattamente come sta accadendo con le api.
In questa sua paranoia Teddy è convinto che Michelle Fuller (Emma Stone), dirigente di una grossa multinazionale, sia un’aliena e decide di rapirla per costringerla a rivelare la verità. È così che nel basement della casa inizia questo confronto a due tra Teddy e Michelle, l’uno sempre più folle ed estremo, l’altra intenzionata a usare tutte le armi manipolatorie di cui è dotata.
Ne viene fuori una narrazione dall’impianto quasi teatrale in cui i generi e i registri si mescolano e si confondono, dal grottesco al thriller psicologico, dallo splatter al dramma sociale, dallo sci-fi alla violenza improvvisa e quasi gratuita.
Non c’è dubbio che – come altri registi in questo periodo storico – anche Lanthimos abbia voluto e voglia esplorare alcune dimensioni patologiche della contemporaneità, in particolare lo scontro in atto tra visioni sempre più polarizzate e singolarmente indifendibili, ma mi pare che l’approccio del regista greco, almeno in Bugonia, sia più quello del divertissement che quello del film “impegnato” o comunque alla ricerca di un significato specifico, che è poi ciò che vado pensando e dicendo già da un po’ sulla sua cinematografia.
Lanthimos ha fatto scuola con il suo cinema paradossale e grottescamente allegorico (e anche in questo caso trovo azzeccata la straordinaria mossa ironica di nobilitare in qualche modo il complottismo), ma ormai non è più l’unico e forse nemmeno il più originale su questo piano (si veda Good boy, l’ultimo film di Komasa), e soprattutto ha perso un po’ di sostanza, spostandosi sempre di più verso un manierismo di sé stesso che finisce per non convincere più.
Secondo me Lanthimos ha bisogno di dare una sterzata alla sua cinematografia, di trovare nuovi stimoli e nuove strade, anche se potrebbero essere per lui e per il pubblico meno rassicuranti. Io lo aspetto al varco.
Voto: 3/5
Il titolo del film, Bugonia, è una parola greca che viene da un episodio delle Georgiche di Virgilio che racconta come dalla carcassa di un bue morto nasca nuova vita sotto forma di uno sciame di api.
E non a caso, al centro del film di Lanthimos, c’è Teddy Gatz (Jesse Plemons) che vive, insieme a suo cugino autistico Don (Aidan Delbis), in una casa isolata in Georgia e con lui gestisce appunto un allevamento di api. Teddy, che ha una storia familiare e personale alle spalle non certo semplice, vive in uno stato di folle paranoia, alimentato da teorie complottiste su cui fa instancabili ricerche, secondo le quali una specie aliena, gli andromediani, si sarebbero mescolati agli umani per farli estinguere, esattamente come sta accadendo con le api.
In questa sua paranoia Teddy è convinto che Michelle Fuller (Emma Stone), dirigente di una grossa multinazionale, sia un’aliena e decide di rapirla per costringerla a rivelare la verità. È così che nel basement della casa inizia questo confronto a due tra Teddy e Michelle, l’uno sempre più folle ed estremo, l’altra intenzionata a usare tutte le armi manipolatorie di cui è dotata.
Ne viene fuori una narrazione dall’impianto quasi teatrale in cui i generi e i registri si mescolano e si confondono, dal grottesco al thriller psicologico, dallo splatter al dramma sociale, dallo sci-fi alla violenza improvvisa e quasi gratuita.
Non c’è dubbio che – come altri registi in questo periodo storico – anche Lanthimos abbia voluto e voglia esplorare alcune dimensioni patologiche della contemporaneità, in particolare lo scontro in atto tra visioni sempre più polarizzate e singolarmente indifendibili, ma mi pare che l’approccio del regista greco, almeno in Bugonia, sia più quello del divertissement che quello del film “impegnato” o comunque alla ricerca di un significato specifico, che è poi ciò che vado pensando e dicendo già da un po’ sulla sua cinematografia.
Lanthimos ha fatto scuola con il suo cinema paradossale e grottescamente allegorico (e anche in questo caso trovo azzeccata la straordinaria mossa ironica di nobilitare in qualche modo il complottismo), ma ormai non è più l’unico e forse nemmeno il più originale su questo piano (si veda Good boy, l’ultimo film di Komasa), e soprattutto ha perso un po’ di sostanza, spostandosi sempre di più verso un manierismo di sé stesso che finisce per non convincere più.
Secondo me Lanthimos ha bisogno di dare una sterzata alla sua cinematografia, di trovare nuovi stimoli e nuove strade, anche se potrebbero essere per lui e per il pubblico meno rassicuranti. Io lo aspetto al varco.
Voto: 3/5
giovedì 20 novembre 2025
Re Chicchinella / da Giambattista Basile; regia di Emma Dante. Teatro Argentina, 7 novembre 2025
Dopo La scortecata e Pupo di zucchero, Emma Dante torna ai racconti grotteschi e alle fiabe nere de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile con Re Chicchinella, la storia di Re Carlo III d’Angiò, re di Sicilia e di Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valenzia e re titolare di Costantinopoli, che per un caso abbastanza curioso si trova ad avere una gallina incastrata nel sedere.
Per il re si tratta di una condizione fortemente invalidante, che però ha l’effetto collaterale, ben gradito dalla sua corte, compresa la moglie e la figlia, di produrre delle uova di oro.
Nel raccontare questa storia, di cui la Dante rielabora il finale con un processo trasformativo che non affida alla morte la chiusa narrativa, la regista siciliana mantiene coerente lo stile di messa in scena e di regia a cui ci ha ormai abituato nei suoi ultimi lavori.
Un palco completamente immerso nel buio, pochissimi oggetti di scena, costumi molto fantasiosi, e un grandissimo lavoro sul linguaggio, sui corpi, sulle coreografie e sulle luci.
Recitato nel napoletano seicentesco di Basile, Re Chicchinella ci offre lo spaccato ironico e a tratti comico di una corte la cui vacuità è direttamente proporzionale all’avidità.
Il cianciare confuso e ripetitivo delle cortigiane con i loro costumi che ne esagerano le forme abbondanti è il simbolo di un mondo di egoismi e di servilismi, mentre il re (magnificamente interpretato dal sempre bravissimo Carmine Maringola, capace di far recitare ogni parte del suo corpo) è a sua volta un personaggio dolente, ma anche insulso.
Sebbene ogni spettatore possa leggere in questo racconto il senso o la morale che vuole, mi pare che a questo giro Emma Dante viri maggiormente sul divertissement, trasformando quella che avrebbe potuto essere una storia tetra in una narrazione giocosa, seppure non priva di significato.
Voto: 3,5/5
Per il re si tratta di una condizione fortemente invalidante, che però ha l’effetto collaterale, ben gradito dalla sua corte, compresa la moglie e la figlia, di produrre delle uova di oro.
Nel raccontare questa storia, di cui la Dante rielabora il finale con un processo trasformativo che non affida alla morte la chiusa narrativa, la regista siciliana mantiene coerente lo stile di messa in scena e di regia a cui ci ha ormai abituato nei suoi ultimi lavori.
Un palco completamente immerso nel buio, pochissimi oggetti di scena, costumi molto fantasiosi, e un grandissimo lavoro sul linguaggio, sui corpi, sulle coreografie e sulle luci.
Recitato nel napoletano seicentesco di Basile, Re Chicchinella ci offre lo spaccato ironico e a tratti comico di una corte la cui vacuità è direttamente proporzionale all’avidità.
Il cianciare confuso e ripetitivo delle cortigiane con i loro costumi che ne esagerano le forme abbondanti è il simbolo di un mondo di egoismi e di servilismi, mentre il re (magnificamente interpretato dal sempre bravissimo Carmine Maringola, capace di far recitare ogni parte del suo corpo) è a sua volta un personaggio dolente, ma anche insulso.
Sebbene ogni spettatore possa leggere in questo racconto il senso o la morale che vuole, mi pare che a questo giro Emma Dante viri maggiormente sul divertissement, trasformando quella che avrebbe potuto essere una storia tetra in una narrazione giocosa, seppure non priva di significato.
Voto: 3,5/5
domenica 16 novembre 2025
Dj Ahmet
Siamo in un piccolo villaggio della Macedonia del Nord. Ahmet (Arif Jakup) vive con il padre e con il fratello Naim (Agush Agushev) in una fattoria piuttosto isolata, ai margini del bosco.
Da quando la madre è morta, la vita di questa famiglia è molto cambiata: Ahmet deve rinunciare alla scuola per occuparsi del gregge di pecore del padre e della vendita del tabacco, Naim non parla più, quasi fosse sotto un maleficio, e il padre si è ulteriormente indurito nella gestione della casa e dei figli.
L’andamento della narrazione prende però una direzione inaspettata quando nel villaggio arriva Aya (Dora Akan Zlatanova), una ragazza della stessa età di Ahmet, che ha vissuto in Germania ma che ora la famiglia vuole che sposi un ragazzo del luogo.
Accomunati dalla passione per la musica, tra Ahmet e Aya nasce un sentimento che spingerà il primo a giocarsi il tutto per tutto pur di salvare la ragazza amata da un futuro che non vuole.
Nel film di Georgi M. Unkovski non c’è niente di veramente sorprendente: lo scontro generazionale, così come quello tra tradizione e modernità viaggiano su binari abbastanza prevedibili - la tecnologia, la musica, gli abiti, lo stile di vita - ma in questo specifico coming of age acquistano un sapore e una freschezza particolari grazie al contesto e ad alcune trovate registiche (il coro delle donne del villaggio che si incontrano sotto l’albero, la foresta come luogo del proibito e della trasgressione, la pecora fucsia, gli altoparlanti della moschea da cui esce il suono di accensione di Windows), nonché grazie a dei protagonisti con facce poco standardizzate e ricche di sfumature.
E poi l’elemento musicale che si insinua a più riprese e che in un certo senso è il deus ex machina del racconto fa il resto.
Si esce con il cuore malinconico e contento, pensando a quanta parte di mondo – anche vicino a noi – ha ancora bisogno di affrancarsi dai lacci e laccioli della religione e delle tradizioni.
Voto: 3,5/5
Da quando la madre è morta, la vita di questa famiglia è molto cambiata: Ahmet deve rinunciare alla scuola per occuparsi del gregge di pecore del padre e della vendita del tabacco, Naim non parla più, quasi fosse sotto un maleficio, e il padre si è ulteriormente indurito nella gestione della casa e dei figli.
L’andamento della narrazione prende però una direzione inaspettata quando nel villaggio arriva Aya (Dora Akan Zlatanova), una ragazza della stessa età di Ahmet, che ha vissuto in Germania ma che ora la famiglia vuole che sposi un ragazzo del luogo.
Accomunati dalla passione per la musica, tra Ahmet e Aya nasce un sentimento che spingerà il primo a giocarsi il tutto per tutto pur di salvare la ragazza amata da un futuro che non vuole.
Nel film di Georgi M. Unkovski non c’è niente di veramente sorprendente: lo scontro generazionale, così come quello tra tradizione e modernità viaggiano su binari abbastanza prevedibili - la tecnologia, la musica, gli abiti, lo stile di vita - ma in questo specifico coming of age acquistano un sapore e una freschezza particolari grazie al contesto e ad alcune trovate registiche (il coro delle donne del villaggio che si incontrano sotto l’albero, la foresta come luogo del proibito e della trasgressione, la pecora fucsia, gli altoparlanti della moschea da cui esce il suono di accensione di Windows), nonché grazie a dei protagonisti con facce poco standardizzate e ricche di sfumature.
E poi l’elemento musicale che si insinua a più riprese e che in un certo senso è il deus ex machina del racconto fa il resto.
Si esce con il cuore malinconico e contento, pensando a quanta parte di mondo – anche vicino a noi – ha ancora bisogno di affrancarsi dai lacci e laccioli della religione e delle tradizioni.
Voto: 3,5/5
venerdì 14 novembre 2025
Chimere / J. Bernlef
Chimere / J. Bernlef; trad. di Stefano Musilli. Roma: Fazi editore, 2024.
Chi, come me, ha vissuto piuttosto da vicino l’Alzheimer a causa della malattia di un familiare sa che, di fronte a un malato di questa terribile malattia, non si può fare a meno di chiedersi cosa succede nella sua mente, che tipo di percorsi mentali determinino certi comportamenti e azioni.
Purtroppo, questa domanda dal punto di vista scientifico, per il momento, è senza risposta e l’unica risposta possibile nasce dall’interpretazione dei comportamenti basata sull’osservazione e sulla frequentazione del malato.
L’arte – la letteratura e il cinema in particolare – hanno provato da questo punto di vista a colmare il gap attraverso l’immaginazione, e secondo me le parole sono quelle che meglio di tutte riescono nell’impresa.
È quanto fa J. Bernlef in questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1984 e solo adesso – quarant’anni dopo – proposto in traduzione italiana dall’editore Fazi.
Protagonista di questo romanzo è Maarten, che ha una settantina d’anni e vive con la moglie Vera in un paese vicino Boston, dove i due coniugi si sono trasferiti da molti anni provenendo dai Paesi Bassi. I due vivono da soli, perché i loro due figli ormai adulti vivono altrove.
La narrazione è fatta in prima persona da Maarten e inizia quando una mattina l’uomo, guardando dalla finestra di casa sua, non vede i ragazzi che vanno a scuola e non capisce perché: si tratta del primo episodio di disorientamento temporale e dunque un primo segnale dei disturbi cognitivi che da qui in poi renderanno la percezione di Maarten sempre più sganciata dalla realtà e i suoi pensieri sempre più confusi.
Poiché si è in balia delle parole e dei pensieri del protagonista senza avere elementi di riscontro dalla realtà, se non a singhiozzo attraverso la sua interazione con la moglie, anche il lettore tende a perdere completamente le coordinate e a sperimentare una sorta di stato confusionale.
Per questo motivo, soprattutto nella prima parte, il libro si fa quasi racconto dell’orrore: il senso di angoscia e di spaesamento si impadronisce del lettore in virtù di un’inevitabile partecipazione all’alternarsi di momenti di consapevolezza e altri di obnubilamento che Maarten vive.
Man mano poi che Maarten precipita nel buco nero della malattia e la sua vita e i suoi pensieri si trasferiscono in una realtà parallela i cui contatti con quella effettiva sono sempre più labili, il senso di terrore e angoscia della prima parte del romanzo si trasforma sempre di più in uno stato di compassione nei confronti del protagonista.
La memoria a breve termine svanisce quasi completamente, mentre dal passato tornano dettagli e fantasmi che plasmano la quotidianità e danno ad essa nuove interpretazioni e nuovi significati. L’ansia non è completamente superata – e del resto è una condizione che spesso accompagna il malato di Alzheimer in tutto il percorso della malattia – però viene in un certo senso mitigata da questa forma di cosmogonia privata che ricolloca gli eventi incomprensibili dentro un orizzonte di senso totalmente avulso dalla realtà, ma accettabile a livello soggettivo.
Il romanzo di Bernlef credo sia la cosa che va più vicina di qualunque altra io abbia letto o visto a far provare quello che – probabilmente – prova un malato di Alzheimer dagli esordi della malattia alle fasi più avanzate.
Durante la mia personale esperienza a contatto con la malattia mi sono più volte chiesta come si sente un malato di Alzheimer: quello che osservavo dall’esterno erano momenti di ansia ossessiva e angosciante – che inevitabilmente si trasmette a chi sta intorno – ma anche momenti di straordinaria pace e serenità. E mi sono sempre detta che spero che il malato viva in un mondo tutto suo e con pochissimi contatti con la realtà, perché il rendersi conto sarebbe davvero la cosa peggiore in assoluto. Che è poi uno dei motivi per cui la malattia produce enormi carichi di angoscia ai caregiver e alle persone che sono legate al malato, e forse anche il motivo della vergogna e dello stigma sociale che spesso tiene i malati d’Alzheimer fuori dalla vista del mondo.
Bernlef riporta al centro della narrazione una di queste persone e ci costringe a entrare nella sua mente e a empatizzare con la sua condizione. E questa è la straordinaria forza della grande letteratura.
Voto: 4/5
Chi, come me, ha vissuto piuttosto da vicino l’Alzheimer a causa della malattia di un familiare sa che, di fronte a un malato di questa terribile malattia, non si può fare a meno di chiedersi cosa succede nella sua mente, che tipo di percorsi mentali determinino certi comportamenti e azioni.
Purtroppo, questa domanda dal punto di vista scientifico, per il momento, è senza risposta e l’unica risposta possibile nasce dall’interpretazione dei comportamenti basata sull’osservazione e sulla frequentazione del malato.
L’arte – la letteratura e il cinema in particolare – hanno provato da questo punto di vista a colmare il gap attraverso l’immaginazione, e secondo me le parole sono quelle che meglio di tutte riescono nell’impresa.
È quanto fa J. Bernlef in questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1984 e solo adesso – quarant’anni dopo – proposto in traduzione italiana dall’editore Fazi.
Protagonista di questo romanzo è Maarten, che ha una settantina d’anni e vive con la moglie Vera in un paese vicino Boston, dove i due coniugi si sono trasferiti da molti anni provenendo dai Paesi Bassi. I due vivono da soli, perché i loro due figli ormai adulti vivono altrove.
La narrazione è fatta in prima persona da Maarten e inizia quando una mattina l’uomo, guardando dalla finestra di casa sua, non vede i ragazzi che vanno a scuola e non capisce perché: si tratta del primo episodio di disorientamento temporale e dunque un primo segnale dei disturbi cognitivi che da qui in poi renderanno la percezione di Maarten sempre più sganciata dalla realtà e i suoi pensieri sempre più confusi.
Poiché si è in balia delle parole e dei pensieri del protagonista senza avere elementi di riscontro dalla realtà, se non a singhiozzo attraverso la sua interazione con la moglie, anche il lettore tende a perdere completamente le coordinate e a sperimentare una sorta di stato confusionale.
Per questo motivo, soprattutto nella prima parte, il libro si fa quasi racconto dell’orrore: il senso di angoscia e di spaesamento si impadronisce del lettore in virtù di un’inevitabile partecipazione all’alternarsi di momenti di consapevolezza e altri di obnubilamento che Maarten vive.
Man mano poi che Maarten precipita nel buco nero della malattia e la sua vita e i suoi pensieri si trasferiscono in una realtà parallela i cui contatti con quella effettiva sono sempre più labili, il senso di terrore e angoscia della prima parte del romanzo si trasforma sempre di più in uno stato di compassione nei confronti del protagonista.
La memoria a breve termine svanisce quasi completamente, mentre dal passato tornano dettagli e fantasmi che plasmano la quotidianità e danno ad essa nuove interpretazioni e nuovi significati. L’ansia non è completamente superata – e del resto è una condizione che spesso accompagna il malato di Alzheimer in tutto il percorso della malattia – però viene in un certo senso mitigata da questa forma di cosmogonia privata che ricolloca gli eventi incomprensibili dentro un orizzonte di senso totalmente avulso dalla realtà, ma accettabile a livello soggettivo.
Il romanzo di Bernlef credo sia la cosa che va più vicina di qualunque altra io abbia letto o visto a far provare quello che – probabilmente – prova un malato di Alzheimer dagli esordi della malattia alle fasi più avanzate.
Durante la mia personale esperienza a contatto con la malattia mi sono più volte chiesta come si sente un malato di Alzheimer: quello che osservavo dall’esterno erano momenti di ansia ossessiva e angosciante – che inevitabilmente si trasmette a chi sta intorno – ma anche momenti di straordinaria pace e serenità. E mi sono sempre detta che spero che il malato viva in un mondo tutto suo e con pochissimi contatti con la realtà, perché il rendersi conto sarebbe davvero la cosa peggiore in assoluto. Che è poi uno dei motivi per cui la malattia produce enormi carichi di angoscia ai caregiver e alle persone che sono legate al malato, e forse anche il motivo della vergogna e dello stigma sociale che spesso tiene i malati d’Alzheimer fuori dalla vista del mondo.
Bernlef riporta al centro della narrazione una di queste persone e ci costringe a entrare nella sua mente e a empatizzare con la sua condizione. E questa è la straordinaria forza della grande letteratura.
Voto: 4/5
mercoledì 12 novembre 2025
L’importanza di chiamarsi Ernesto / di Oscar Wilde; regia di Geppy Gleijeses. Teatro Sala Umberto, 29 ottobre 2025
L’importanza di chiamarsi Ernesto è una commedia di Oscar Wilde il cui titolo originale, The importance of being Ernest, si basa sul gioco di parole per cui il nome Ernest in inglese ha la stessa pronuncia della parola earnest (serio, sincero). Si tratta evidentemente di un gioco di parole che non può essere reso nello stesso modo in italiano e così, nelle versioni italiane di questa commedia, si sono fatte scelte diverse a seconda che si volesse in qualche modo richiamare tale gioco di parole oppure semplicemente lasciare che fosse la narrazione a esplicitare tutta la sua carica.
Quella di Wilde è una commedia degli equivoci e di scambi di persona, secondo un impianto molto classico, che in questo caso sembra finalizzato in particolare a colpire l’oziosità della nobiltà inglese decaduta e in particolare i rampolli scapoli e sfaccendanti di queste famiglie.
La commedia viene portata a teatro con la regia di Geppy Gleijeses, e interpretata da Giorgio Lupano, Luigi Tabita, Maria Alberta Navello e la sempre magnifica Lucia Poli nei panni di Lady Augusta Bracknell; una menzione anche per gli attori che interpretano i personaggi secondari e di supporto, che tengono benissimo il meccanismo della commedia ed aiutano ad amplificarlo.
Nel complesso uno spettacolo gradevole, con una regia solida, delle belle scenografie e attori in parte.
Alla chiusura del sipario il pubblico sembra aver apprezzato molto, e molte persone appaiono addirittura entusiaste, cosa che faccio fatica a capire, ma forse è solo perché questo tipo di spettacoli teatrali non è esattamente il mio genere preferito, anche quando sono ben fatti come in questo caso.
Voto: 3/5
Quella di Wilde è una commedia degli equivoci e di scambi di persona, secondo un impianto molto classico, che in questo caso sembra finalizzato in particolare a colpire l’oziosità della nobiltà inglese decaduta e in particolare i rampolli scapoli e sfaccendanti di queste famiglie.
La commedia viene portata a teatro con la regia di Geppy Gleijeses, e interpretata da Giorgio Lupano, Luigi Tabita, Maria Alberta Navello e la sempre magnifica Lucia Poli nei panni di Lady Augusta Bracknell; una menzione anche per gli attori che interpretano i personaggi secondari e di supporto, che tengono benissimo il meccanismo della commedia ed aiutano ad amplificarlo.
Nel complesso uno spettacolo gradevole, con una regia solida, delle belle scenografie e attori in parte.
Alla chiusura del sipario il pubblico sembra aver apprezzato molto, e molte persone appaiono addirittura entusiaste, cosa che faccio fatica a capire, ma forse è solo perché questo tipo di spettacoli teatrali non è esattamente il mio genere preferito, anche quando sono ben fatti come in questo caso.
Voto: 3/5
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