Avevo puntato questo film già da qualche settimana e finalmente, grazie a una proiezione post-lavoro in lingua originale al Quattro fontane, riesco finalmente a vederlo.
Siamo in Svizzera, nel reparto di un ospedale che è al gran completo e dove sono ricoverate persone con malattie gravi e/o terminali, altri con situazioni di emergenza, altri ancora con problemi più lievi. Durante il film, che si svolge in una quasi perfetta unità di tempo e di luogo, seguiamo l’infermiera Floria (Leonie Benesch, già vista e apprezzata ne La sala professori) per tutta la durata di un suo turno, un ultimo turno della giornata, in cui la gestione del reparto è affidata soltanto a lei e a un’altra infermiera, con l’aiuto di una tirocinante.
Floria è appassionata del suo lavoro e lo svolge con cura e attenzione, ma il carico di lavoro, i ritmi frenetici, le continue urgenze e i comportamenti non sempre comprensivi dei pazienti e dei loro familiari mettono a dura prova la sua tenuta professionale, umana ed emotiva.
Il film della regista svizzera Petra Biondina Volpe mantiene alta la tensione per tutta la durata del film e consente allo spettatore di cambiare il punto di vista: spesso il cinema (e la letteratura) ci fanno entrare nella mente dei malati e dei pazienti, a volte in quella dei medici, ma raramente ci fanno vestire i panni di queste figure determinanti rispetto non solo al funzionamento di un ospedale, ma anche rispetto al benessere di chi vi è ricoverato, come sa chiunque sia stato in ospedale o abbia avuto un parente o un amico ricoverato.
Quello della Volpe è certamente un film a tesi, una specie di dichiarazione d’amore verso la professione infermieristica e un grido d’allarme rispetto a un futuro, invero molto vicino, in cui gli ospedali non avranno più infermieri, essendo al momento già fortemente sottodimensionati nel numero rispetto alle esigenze (e questi dati vengono resi espliciti prima dei titoli di coda). In questo senso, si tratta di un film relativamente semplice, ma non per questo banale né scontato, che a tratti mi ha ricordato – per il ritmo e in parte anche per il significato - il film con Laure Calamy Full time.
Ottime la regia e l’interpretazione di Leonie Benesch che conferisce grande umanità e spessore al suo personaggio. Forse – ma è solo la mia sensibilità – avrei evitato la scena finale (che preferisco non spoilerare), che secondo me non era necessaria e che aggiunge un elemento consolatorio che non rafforza, bensì indebolisce la carica del film (sebbene abbia molto apprezzato la canzone scelta, Hope there's someone, di Antony and the Johnsons, di cui invito a leggere il testo).
Il film centra l’obiettivo di far riflettere e, personalmente, ho continuato a dirmi, per tutta la sua durata, che io non reggerei nemmeno un giorno in quelle condizioni, e che – non c’è niente da fare – viviamo in una società non equa, perché non tiene conto delle differenze macroscopiche che ci sono nel carico di lavoro fisico ed emotivo tra i vari lavori. Inoltre, il film della Volpe aiuta anche a ridimensionare le proprie paturnie lavorative e a relativizzare le nostre lamentele rispetto alla quotidianità lavorativa. E direi che non è poco.
Voto: 3,5/5
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lunedì 15 settembre 2025
mercoledì 20 marzo 2024
La sala professori = Das Lehrerzimmer
Claudia (la splendida Leonie Benesch) è arrivata da non molto in una nuova scuola dove insegna matematica ed educazione fisica a dei ragazzi di 12-13 anni. La scuola fa i conti da molto tempo con una serie di furti di cui non è stato ancora individuato il colpevole. Il sospetto cade su uno dei ragazzi della classe di Claudia, Alì (di origine turca), che - con grande imbarazzo di Claudia - viene sottoposto, insieme ai suoi genitori, a un vero e proprio interrogatorio dal Consiglio di istituto. Di fronte all'accanirsi della scuola nella ricerca del colpevole, con metodi quanto meno discutibili, Claudia - che invece sospetta che il colpevole si nasconda tra i professori - decide di fare la propria personale indagine e lascia la sua giacca con il portafogli in sala professori e la telecamera del suo computer accesa. Dalle immagini riprese si convince che il furto sia stato compiuto dalla segretaria della scuola, nonché madre di Oskar (Leonard Stettnisch), un ragazzino abbastanza geniale in matematica che è nella sua classe.
Da questo momento si innesca una serie di eventi a catena che fa deflagrare la situazione, rendendo il clima scolastico insostenibile e la posizione di Claudia sempre più difficile sia di fronte al corpo docente che di fronte agli studenti, nonché ai loro genitori. Le buone intenzioni di Claudia, un'insegnante idealista e che cerca di essere molto attenta al rapporto con i suoi studenti, sono quelle che tipicamente lastricano le strade per l'inferno.
Il regista Ilker Çatak ci porta nelle aule, nei corridoi e nelle sale di questa scuola (vero e proprio microcosmo dal quale - per tutta la durata del film - non si esce praticamente mai) per analizzare i meccanismi e le dinamiche relazionali innescate da eventi reali, intorno ai quali si aggrumano pregiudizi, aspettative, ingenuità, atteggiamento punitivo, frustrazioni, che attraversano tutti gli abitanti di questo microcosmo (allievi, insegnanti, genitori, personale di altro tipo).
La verità provata non la conosceremo mai e, dunque, man mano che il film procede sempre più incalzante - come fosse un vero e proprio thriller - ogni spettatore si fa le proprie opinioni, giudica, prende parte, ma senza che la sceneggiatura (scritta dal regista insieme a Johannes Duncker) gli fornisca gli elementi effettivamente necessari per dimostrare la propria tesi, come Carla insegna ai propri studenti in una delle prime scene del film, e facendoci in parte tornare in mente il tema di fondo dello splendido Anatomia di una caduta.
Questo sguardo all'interno di un ambiente scolastico in cui - piuttosto che cercare armonia ed equilibrio - tutti sono corresponsabili di divisioni e conflitti, in un clima complessivo che è democratico solo nella forma ma certamente non lo è nella sostanza e in cui il metodo della tolleranza-zero la fa da padrone, in cui non è la verità a contare ma gli umori e gli interessi individuali, è lo strumento che il regista utilizza per far luce su quanto accade nel più ampio contesto sociale nel quale la scuola si innesta.
Le scelte di formato, montaggio e musica fanno il resto di un film di valore.
Voto: 3,5/5
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