Paolo Marra (un bravissimo Leonardo Lidi) ha ucciso sua moglie, non si sa bene perché. Dopo tre giorni dall’omicidio, i sensi di colpa lo assalgono e decide di andare a costituirsi.
Qui inizia la sua surreale avventura che lo porta a incontrare una serie di persone che reagiscono alla sua confessione in maniera inaspettata, sorprendente e folle.
Il primo è il piantone della portineria della questura (Daniele Parisi) che, senza scomporsi minimamente per la confessione dell'uomo, lo avvia a una procedura amministrativa che appare incongrua fin dal principio.
Successivamente Marra viene preso in consegna da un poliziotto (Alessandro Borghi) che sembra più interessato a risolvere il mal di testa che lo attanaglia che non a gestire il caso dell'assassinio, in una esilarante escalation che culmina nella classificazione delle chiavi di casa dell'omicida.
Il terzo uomo con cui Marra si interfaccia è il giovane avvocato consigliato dal poliziotto (un Pietro Castellitto particolarmente in forma), molto gentile e accogliente, al punto da voler convincere l'omicida a liberarsi dei sensi di colpa e a proclamarsi innocente.
Infine, Marra incontra - nella sala di attesa dove viene accompagnato prima di incontrare il commissario - una donna (Valeria Golino) la quale lo convince prima a farsi leggere le carte e poi ad allontanarsi dal commissariato alla ricerca del suo coetaneo che ai tempi della scuola lo aveva bullizzato.
Insieme al regista Roberto De Paolis Maino, dietro questa storia, a livello di soggetto e di sceneggiatura ci sono i fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, che confermano il loro talento di sceneggiatori, probabilmente superiore a quello di registi.
Restando nel loro territorio privilegiato, quello della black comedy, i D'Innocenzo usano il tono del grottesco per mettere in scena quei mali del nostro paese che, come da citazione attribuita a Flaiano in esergo, sono l'espressione di quanto la situazione politica italiana sia grave, ma non seria.
Sì, perché nel film di De Paolis Maino si ride a più riprese, a volte di gusto, ma lo si fa nella consapevolezza dell'assurdità e dell'orrore che accade davanti ai nostri occhi. Se ci si pensa, ciascuno dei personaggi che Paolo Marra incontra incarna uno dei mali del nostro tempo e della nostra società, che forse sono in fondo universali e senza tempo: il piantone è l'emblema del peggior tipo di impiegato statale, indifferente e burocratizzato, il poliziotto è egocentrico e un po' stupido, l'avvocato è l'assenza totale di qualunque principio morale e di qualunque scrupolo, la donna delle carte è una manipolatrice, probabilmente in cattiva fede.
Al centro un uomo che ha fatto un'azione orribile e che parte sapendo di essere totalmente colpevole e non giustificabile, ma che dopo questi incontri si riscopre nuovamente carnefice e non consapevole delle proprie azioni.
Il tutto in un'atmosfera sospesa, surreale, in cui anche i luoghi sono l'amplificazione di questo senso di straniamento, come fossero i labirinti di una mente sempre più sconvolta e meno lucida.
Un'operazione cinematografica decisamente interessante ed originale che, nel panorama di un cinema italiano che tende a essere stereotipato e un po' stantio, risulta decisamente eccentrica e interessante, nonostante qualche virtuosismo registico forse un po' troppo insistito.
Voto: 3,5/5
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giovedì 15 ottobre 2026
domenica 11 ottobre 2026
Da Venezia a Roma: Look back, Woman unknown, Possible love, La ragazza con la Leica
Ed eccomi all’ormai tradizionale appuntamento con le anteprime romane dei film presentati alla Mostra internazionale del cinema di Venezia. Quest’anno la scelta è molto dolorosa, perché il tempo a disposizione è poco, l’energia pure, mentre invece l’offerta è molto interessante. Alla fine riesco a vedere quattro film, tra cui il vincitore della rassegna.
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Look back
Negli ultimi tempi, un po’ perché i cinema italiani hanno proposto la sua retrospettiva, un po’ perché è diventato particolarmente prolifico, sono completamente immersa nel mondo del regista giapponese Hirokazu Kore’eda. Al Festival di Venezia il regista ha presentato il suo ultimo film, tratto dall’omonimo graphic novel di Tatsuki Fujimoto, che io avevo letto qualche anno fa dopo averne sentito parlare.
Mi pare che il film di Kore’eda sia molto fedele al fumetto, sia dal punto di vista narrativo che da quello visivo. La storia è quella di due ragazze, Fujino e Kyomoto, entrambe appassionate di disegno e di manga. La prima è volitiva e determinata, la seconda ha una forma di timidezza patologica che le impedisce di andare a scuola. Dopo un primo momento in cui Fujino si sente minacciata dalla bravura di Kyomoto, le due ragazze diventano inseparabili e iniziano a coltivare il loro sogno di realizzare un manga tutto loro. Le loro storie e i loro personaggi le porteranno al successo, ma le loro strade si divideranno quando Kyomoto deciderà di andare all’Accademia di Belle Arti, mentre Fujino andrà avanti nella carriera di mangaka fino ad avere la possibilità di realizzare un anime. Un evento tragico dà avvio a una seconda parte del racconto, che probabilmente si svolge tutta nella testa di Fujino la quale visualizza modi alternativi in cui sarebbero potute andare le cose.
Il fumetto a suo tempo mi aveva lasciata un po’ perplessa, soprattutto in questa seconda parte un po’ onirica, a cui faticosamente e un po’ inutilmente avevo cercato una interpretazione strettamente razionale.
Nella fedeltà assoluta alla fonte, un effetto simile mi ha fatto il film di Kore’eda, anche se la trasformazione del fumetto in live action e poi di quest’ultimo in cartone animato mi hanno reso paradossalmente meno straniante la svolta fantastica della storia e hanno certamente accresciuto l’empatia verso le due protagoniste, anche grazie a due interpreti molto in parte e adeguate e alla sempre delicata e profonda capacità di Kore’eda di dirigere attori bambini o giovanissimi.
Dunque, pur essendomi piuttosto estranei il mondo dei mangaka e in generale quello del disegno, Kore’eda è riuscito a farmi sentire questi due personaggi, sia nella fase adolescenziale degli entusiasmi assoluti e delle passioni divoranti, sia nella fase che porta all’età adulta e che è fatta di dubbi e scelte talvolta dolorose.
Voto: 3,5/5
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Woman unknown
Woman unknown della regista di origine egiziana ma di formazione danese, May el-Toukhy, è il film che un po’ inaspettatamente ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia e la cui protagonista, Mathilde Arcel, ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.
Sono dunque molto curiosa di vederlo in anteprima.
Siamo nell’immediato secondo dopoguerra in Danimarca. Nelle strade regnano entusiasmo ma anche caos, perché la resistenza danese sta regolando i conti con i collaborazionisti o presunti tali. Marie (Mathilde Arcel) fa la cameriera e la bambinaia nella casa di un ricco vedovo, Christian (Carsten Bjørnlund), e sta per diventare sua moglie. Dentro casa il rigore e l’ordine sono quasi maniacali, ma il caos esterno presto si farà strada nella vita di Marie, riportando a poco a poco alla luce segreti del suo passato che potrebbero far naufragare tutti i suoi progetti futuri.
Il film di May el-Toukhy (di cui mi sono accorta di aver visto un altro film nel 2017!!) è di una compostezza formale e di una perfezione estetica notevoli: forme, colori, inquadrature, sono tutti studiati e proposti con grandissima accuratezza. E già questo fa metà della qualità del film.
L’altra metà la fa l’interpretazione trattenuta e sofferta della Arcel, perfetta nell’incarnare la paura e al contempo la spregiudicatezza della vittima per sopravvivere, ma anche l’inevitabile tormento interiore che determina.
Nel film della el-Toukhi ci sono tanti temi: le conseguenze della guerra e dei suoi orrori, la vendetta feroce dei vincitori, il difficile discrimine tra buoni e cattivi, il peso dell’appartenenza di classe e della ricchezza, ma soprattutto c’è il corpo delle donne come terreno sul quale si giocano tutte le partite sopra citate.
Corpi sfregiati, umiliati, oggettificati, usati, annullando volontà, arbitrio e desideri delle donne che li abitano, corpi di cui gli uomini possono disporre a piacimento e fare quello che vogliono, mentre se sono le donne a usare i loro corpi come strumenti di difesa o di azione finiscono inevitabilmente stigmatizzate e soffocate.
Un film intenso che non si sottrae alla complessità e che lascia molto da metabolizzare agli occhi e alle menti degli spettatori. Non so se fosse il film migliore di Venezia, ma certamente un ottimo film.
Voto: 3,5/5
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Possible love
“Non desiderare la roba d’altri” è la prima cosa che compare sullo schermo quando in sala si spengono le luci, e al termine del film diventa esplicito il riferimento di Possible love a Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski, rafforzato dalla presenza tra i produttori esecutivi del film di Krzysztof Piesiewicz, sceneggiatore di tutti i film che compongono il decalogo.
Questa rilettura sudcoreana, pur omaggiando l’originale, affonda profondamente le sue radici nella cinematografia di Lee Chang-dong, di cui io ho visto soltanto Burning – L’amore brucia, che mi era piaciuto parecchio.
Vero è che ormai, tra film e serie TV, siamo tutti piuttosto adusi alla cinematografia coreana, che – come mi pare di aver già avuto modo di dire in passato – è tra le più interessanti nel panorama attuale del cinema e non a caso ha ampiamente - e ormai da tempo - superato i confini nazionali.
Il film di Lee Chang-dong racconta l’intrecciarsi delle vicende di due coppie, quella formata da Ho-seok e sua moglie Mi-ok, e quella formata da Ye-ji e e suo marito Sang-woo. Il quinto personaggio è il figlio decenne della prima coppia, Cheol, osservatore silenzioso – e invero un po’ inquietante - di quanto accade.
La prima è una coppia proletaria: Ho-seok è stato licenziato, insieme a molti altri operai, dalla fabbrica dove lavorava e ha partecipato a un grande sciopero che è stato represso brutalmente dal governo. Da allora soffre pesantemente di depressione, mentre sua moglie cerca di convincerlo a farsi aiutare.
La seconda è una coppia benestante: Ye-ji è una regista di documentari e sta realizzando un lavoro proprio sul caso degli operai licenziati e sullo sciopero che ne seguì, mentre suo marito è un imprenditore che lavora nel settore delle Big Tech.
Le strade di queste due coppie si incrociano al funerale di un operaio che si è suicidato dopo che è stato licenziato: al funerale partecipano Ho-seok e Mi-ok, ma nel luogo dove si svolge c’è anche Ye-ji che sta facendo delle riprese. Dopo questo primo incontro Mi-ok accetta di partecipare alle riprese e di parlare della propria storia e di quella della sua famiglia e a poco a poco il rapporto tra queste due coppie si fa sempre più stretto fino a una vacanza insieme nella bellissima casa di famiglia di Sang-woo, con spiaggia privata, dove le dinamiche emotive intrecciate tra questi personaggi giungono al culmine.
Nel film di Lee Chang-dong ci sono moltissimi temi: un contesto socio-economico sempre più difficile in cui l’evoluzione tecnologica e le derive del capitalismo stanno mettendo a rischio il lavoro, un mondo – quello sudcoreano - quasi patologicamente incentrato sul lavoro e sul successo individuale, e dunque sulla competizione (come abbiamo visto anche nel recente No other choice), un governo nazionale che sembra avere nel suo DNA una tendenza autoritaria e alla repressione (non può non tornarmi in mente Atti umani di Han Kang), una società che l’ultraliberismo ha reso profondamente disuguale, in cui le classi proletarie sono sempre più distanti da quelle ricche e l’invidia sociale è fortissima, la necessità di raccontare questa realtà per mezzo delle immagini, ma anche l’inevitabilità del voyerismo e dell’irriducibilità tra chi guarda (quasi sempre proveniente dalle classi sociali più agiate) e il soggetto del racconto.
Quest’ultimo aspetto è forse quello che mi ha in qualche modo colpito di più, fors’anche perché il mio interesse per la fotografia, e soprattutto per la fotografia di strada e di reportage, mi hanno fatto risuonare queste riflessioni. Le storie non esistono se non vengono raccontate, ma fino a che punto chi sta dietro l’obiettivo ha la capacità e il diritto di raccontarle, quanto lo fa per un bisogno egotico prima che per dare uno spazio ai soggetti del racconto?
Cheol, il bambino che fa in qualche modo da testimone muto di questa vicenda, è forse proprio il tentativo da parte del regista di dichiarare un senso di difficoltà e di estraneità di fronte a queste dinamiche, che però inevitabilmente è senza soluzione.
Il film uscirà purtroppo solo su Netflix e non al cinema. Personalmente sono ben contenta di averlo visto sul grande schermo, perché due ore e quaranta di film coreano sullo schermo di casa per me non sarebbero sostenibili.
Voto: 4/5
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La ragazza con la Leica
Non ho letto il romanzo omonimo della scrittrice italo-tedesca Helena Janeczek che nel 2018 vinse il Premio Strega. Non so bene perché ne sono attirata ma anche respinta. Ma, ora che la regista Alina Marazzi ha deciso di trarne un film, non posso più sottrarmi a questa storia che vede al centro la figura di Gerda Taro, fotoreporter morta a soli 27 anni durante la guerra civile spagnola, il cui nome è spesso messo in relazione a quello di un altro grande reporter di guerra, Robert Capa.
Dall’intervista alla regista che segue la visione del film capisco che il libro, pur essendo un romanzo, si basa su solide ricerche documentarie ed archivistiche e mescola storia e finzione, cosa che probabilmente è stata la molla principale che ha titillato l’interesse della Marazzi e l’ha portata a farne un film.
Da sempre infatti la Marazzi è interessata a questo mix e spesso nei suoi film confluisce materiale audiovisivo di archivio. In questa produzione italo-tedesca la sfida si fa particolarmente interessante, perché si tratta di raccontare un periodo storico particolare: quegli anni Trenta durante i quali l’ascesa del nazismo spinse molti giovani a lasciare la Germania, l’Ungheria, la Polonia per andare in paesi in quel momento più sicuri, come la Francia. Molti di questi – e non fanno eccezione Gerda Taro, Robert Capa e i loro amici – si unirono anche alle forze repubblicane spagnole che combattevano contro il generale Franco e i militari.
È dunque il racconto di una generazione di giovani animati da ideali politici, ma sradicati dai loro paesi di origine, che fanno gruppo per affrontare questa realtà, e che spesso utilizzano l’arte – la fotografia in primis – come strumento di espressione personale e di battaglia politica.
Però La ragazza con la Leica è anche il racconto della vita di una giovane donna a suo modo eccezionale per la sua epoca: Gerda era libera dalle convenzioni, insofferente a tutti i dettami sociali, desiderosa di divertirsi, dotata di una energia vitale straordinaria, ma anche animata da ideali forti e dalla ferma volontà di lottare per questi ideali. Alla sua figura di donna e di fotografa la Janeczek prima e la Marazzi poi restituiscono quello che probabilmente la storia e la sua breve vita hanno tolto: il suo ruolo centrale nel gruppo degli esuli, l’intuizione determinante che segnò l’inizio del successo della carriera di Capa, la varietà e la potenza della sua opera fotografica, perduta e dimenticata a lungo, poi in parte riscoperta dopo il 1997, ma che probabilmente è in parte anche stata attribuita a Capa, in un processo – che ben conosciamo – di ridimensionamento, se non cancellazione delle figure femminili in molti ambiti creativi, non ultima la fotografia.
Il film lavora molto bene – come è nello stile della Marazzi – nel far dialogare i documenti audiovisivi di archivio, le fotografie, gli spezzoni dei film dell’epoca con il girato, giocando tra la dimensione del passato e del presente, con sequenze volutamente anacronistiche che in qualche modo richiamano la forza contemporanea di alcuni elementi di questa vicenda. Gli attori, in particolare la bravissima Emilia Schüle nei panni di Gerda, reggono bene il tono composito e per certi veri ondivago del film.
Probabilmente c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel tentativo della Marazzi, ma nel complesso per quanto mi riguarda ho trovato l’operazione ambiziosa e almeno in parte riuscita.
Voto: 3/5
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Look back
Negli ultimi tempi, un po’ perché i cinema italiani hanno proposto la sua retrospettiva, un po’ perché è diventato particolarmente prolifico, sono completamente immersa nel mondo del regista giapponese Hirokazu Kore’eda. Al Festival di Venezia il regista ha presentato il suo ultimo film, tratto dall’omonimo graphic novel di Tatsuki Fujimoto, che io avevo letto qualche anno fa dopo averne sentito parlare.
Mi pare che il film di Kore’eda sia molto fedele al fumetto, sia dal punto di vista narrativo che da quello visivo. La storia è quella di due ragazze, Fujino e Kyomoto, entrambe appassionate di disegno e di manga. La prima è volitiva e determinata, la seconda ha una forma di timidezza patologica che le impedisce di andare a scuola. Dopo un primo momento in cui Fujino si sente minacciata dalla bravura di Kyomoto, le due ragazze diventano inseparabili e iniziano a coltivare il loro sogno di realizzare un manga tutto loro. Le loro storie e i loro personaggi le porteranno al successo, ma le loro strade si divideranno quando Kyomoto deciderà di andare all’Accademia di Belle Arti, mentre Fujino andrà avanti nella carriera di mangaka fino ad avere la possibilità di realizzare un anime. Un evento tragico dà avvio a una seconda parte del racconto, che probabilmente si svolge tutta nella testa di Fujino la quale visualizza modi alternativi in cui sarebbero potute andare le cose.
Il fumetto a suo tempo mi aveva lasciata un po’ perplessa, soprattutto in questa seconda parte un po’ onirica, a cui faticosamente e un po’ inutilmente avevo cercato una interpretazione strettamente razionale.
Nella fedeltà assoluta alla fonte, un effetto simile mi ha fatto il film di Kore’eda, anche se la trasformazione del fumetto in live action e poi di quest’ultimo in cartone animato mi hanno reso paradossalmente meno straniante la svolta fantastica della storia e hanno certamente accresciuto l’empatia verso le due protagoniste, anche grazie a due interpreti molto in parte e adeguate e alla sempre delicata e profonda capacità di Kore’eda di dirigere attori bambini o giovanissimi.
Dunque, pur essendomi piuttosto estranei il mondo dei mangaka e in generale quello del disegno, Kore’eda è riuscito a farmi sentire questi due personaggi, sia nella fase adolescenziale degli entusiasmi assoluti e delle passioni divoranti, sia nella fase che porta all’età adulta e che è fatta di dubbi e scelte talvolta dolorose.
Voto: 3,5/5
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Woman unknown
Woman unknown della regista di origine egiziana ma di formazione danese, May el-Toukhy, è il film che un po’ inaspettatamente ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia e la cui protagonista, Mathilde Arcel, ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.
Sono dunque molto curiosa di vederlo in anteprima.
Siamo nell’immediato secondo dopoguerra in Danimarca. Nelle strade regnano entusiasmo ma anche caos, perché la resistenza danese sta regolando i conti con i collaborazionisti o presunti tali. Marie (Mathilde Arcel) fa la cameriera e la bambinaia nella casa di un ricco vedovo, Christian (Carsten Bjørnlund), e sta per diventare sua moglie. Dentro casa il rigore e l’ordine sono quasi maniacali, ma il caos esterno presto si farà strada nella vita di Marie, riportando a poco a poco alla luce segreti del suo passato che potrebbero far naufragare tutti i suoi progetti futuri.
Il film di May el-Toukhy (di cui mi sono accorta di aver visto un altro film nel 2017!!) è di una compostezza formale e di una perfezione estetica notevoli: forme, colori, inquadrature, sono tutti studiati e proposti con grandissima accuratezza. E già questo fa metà della qualità del film.
L’altra metà la fa l’interpretazione trattenuta e sofferta della Arcel, perfetta nell’incarnare la paura e al contempo la spregiudicatezza della vittima per sopravvivere, ma anche l’inevitabile tormento interiore che determina.
Nel film della el-Toukhi ci sono tanti temi: le conseguenze della guerra e dei suoi orrori, la vendetta feroce dei vincitori, il difficile discrimine tra buoni e cattivi, il peso dell’appartenenza di classe e della ricchezza, ma soprattutto c’è il corpo delle donne come terreno sul quale si giocano tutte le partite sopra citate.
Corpi sfregiati, umiliati, oggettificati, usati, annullando volontà, arbitrio e desideri delle donne che li abitano, corpi di cui gli uomini possono disporre a piacimento e fare quello che vogliono, mentre se sono le donne a usare i loro corpi come strumenti di difesa o di azione finiscono inevitabilmente stigmatizzate e soffocate.
Un film intenso che non si sottrae alla complessità e che lascia molto da metabolizzare agli occhi e alle menti degli spettatori. Non so se fosse il film migliore di Venezia, ma certamente un ottimo film.
Voto: 3,5/5
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Possible love
“Non desiderare la roba d’altri” è la prima cosa che compare sullo schermo quando in sala si spengono le luci, e al termine del film diventa esplicito il riferimento di Possible love a Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski, rafforzato dalla presenza tra i produttori esecutivi del film di Krzysztof Piesiewicz, sceneggiatore di tutti i film che compongono il decalogo.
Questa rilettura sudcoreana, pur omaggiando l’originale, affonda profondamente le sue radici nella cinematografia di Lee Chang-dong, di cui io ho visto soltanto Burning – L’amore brucia, che mi era piaciuto parecchio.
Vero è che ormai, tra film e serie TV, siamo tutti piuttosto adusi alla cinematografia coreana, che – come mi pare di aver già avuto modo di dire in passato – è tra le più interessanti nel panorama attuale del cinema e non a caso ha ampiamente - e ormai da tempo - superato i confini nazionali.
Il film di Lee Chang-dong racconta l’intrecciarsi delle vicende di due coppie, quella formata da Ho-seok e sua moglie Mi-ok, e quella formata da Ye-ji e e suo marito Sang-woo. Il quinto personaggio è il figlio decenne della prima coppia, Cheol, osservatore silenzioso – e invero un po’ inquietante - di quanto accade.
La prima è una coppia proletaria: Ho-seok è stato licenziato, insieme a molti altri operai, dalla fabbrica dove lavorava e ha partecipato a un grande sciopero che è stato represso brutalmente dal governo. Da allora soffre pesantemente di depressione, mentre sua moglie cerca di convincerlo a farsi aiutare.
La seconda è una coppia benestante: Ye-ji è una regista di documentari e sta realizzando un lavoro proprio sul caso degli operai licenziati e sullo sciopero che ne seguì, mentre suo marito è un imprenditore che lavora nel settore delle Big Tech.
Le strade di queste due coppie si incrociano al funerale di un operaio che si è suicidato dopo che è stato licenziato: al funerale partecipano Ho-seok e Mi-ok, ma nel luogo dove si svolge c’è anche Ye-ji che sta facendo delle riprese. Dopo questo primo incontro Mi-ok accetta di partecipare alle riprese e di parlare della propria storia e di quella della sua famiglia e a poco a poco il rapporto tra queste due coppie si fa sempre più stretto fino a una vacanza insieme nella bellissima casa di famiglia di Sang-woo, con spiaggia privata, dove le dinamiche emotive intrecciate tra questi personaggi giungono al culmine.
Nel film di Lee Chang-dong ci sono moltissimi temi: un contesto socio-economico sempre più difficile in cui l’evoluzione tecnologica e le derive del capitalismo stanno mettendo a rischio il lavoro, un mondo – quello sudcoreano - quasi patologicamente incentrato sul lavoro e sul successo individuale, e dunque sulla competizione (come abbiamo visto anche nel recente No other choice), un governo nazionale che sembra avere nel suo DNA una tendenza autoritaria e alla repressione (non può non tornarmi in mente Atti umani di Han Kang), una società che l’ultraliberismo ha reso profondamente disuguale, in cui le classi proletarie sono sempre più distanti da quelle ricche e l’invidia sociale è fortissima, la necessità di raccontare questa realtà per mezzo delle immagini, ma anche l’inevitabilità del voyerismo e dell’irriducibilità tra chi guarda (quasi sempre proveniente dalle classi sociali più agiate) e il soggetto del racconto.
Quest’ultimo aspetto è forse quello che mi ha in qualche modo colpito di più, fors’anche perché il mio interesse per la fotografia, e soprattutto per la fotografia di strada e di reportage, mi hanno fatto risuonare queste riflessioni. Le storie non esistono se non vengono raccontate, ma fino a che punto chi sta dietro l’obiettivo ha la capacità e il diritto di raccontarle, quanto lo fa per un bisogno egotico prima che per dare uno spazio ai soggetti del racconto?
Cheol, il bambino che fa in qualche modo da testimone muto di questa vicenda, è forse proprio il tentativo da parte del regista di dichiarare un senso di difficoltà e di estraneità di fronte a queste dinamiche, che però inevitabilmente è senza soluzione.
Il film uscirà purtroppo solo su Netflix e non al cinema. Personalmente sono ben contenta di averlo visto sul grande schermo, perché due ore e quaranta di film coreano sullo schermo di casa per me non sarebbero sostenibili.
Voto: 4/5
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La ragazza con la Leica
Non ho letto il romanzo omonimo della scrittrice italo-tedesca Helena Janeczek che nel 2018 vinse il Premio Strega. Non so bene perché ne sono attirata ma anche respinta. Ma, ora che la regista Alina Marazzi ha deciso di trarne un film, non posso più sottrarmi a questa storia che vede al centro la figura di Gerda Taro, fotoreporter morta a soli 27 anni durante la guerra civile spagnola, il cui nome è spesso messo in relazione a quello di un altro grande reporter di guerra, Robert Capa.
Dall’intervista alla regista che segue la visione del film capisco che il libro, pur essendo un romanzo, si basa su solide ricerche documentarie ed archivistiche e mescola storia e finzione, cosa che probabilmente è stata la molla principale che ha titillato l’interesse della Marazzi e l’ha portata a farne un film.
Da sempre infatti la Marazzi è interessata a questo mix e spesso nei suoi film confluisce materiale audiovisivo di archivio. In questa produzione italo-tedesca la sfida si fa particolarmente interessante, perché si tratta di raccontare un periodo storico particolare: quegli anni Trenta durante i quali l’ascesa del nazismo spinse molti giovani a lasciare la Germania, l’Ungheria, la Polonia per andare in paesi in quel momento più sicuri, come la Francia. Molti di questi – e non fanno eccezione Gerda Taro, Robert Capa e i loro amici – si unirono anche alle forze repubblicane spagnole che combattevano contro il generale Franco e i militari.
È dunque il racconto di una generazione di giovani animati da ideali politici, ma sradicati dai loro paesi di origine, che fanno gruppo per affrontare questa realtà, e che spesso utilizzano l’arte – la fotografia in primis – come strumento di espressione personale e di battaglia politica.
Però La ragazza con la Leica è anche il racconto della vita di una giovane donna a suo modo eccezionale per la sua epoca: Gerda era libera dalle convenzioni, insofferente a tutti i dettami sociali, desiderosa di divertirsi, dotata di una energia vitale straordinaria, ma anche animata da ideali forti e dalla ferma volontà di lottare per questi ideali. Alla sua figura di donna e di fotografa la Janeczek prima e la Marazzi poi restituiscono quello che probabilmente la storia e la sua breve vita hanno tolto: il suo ruolo centrale nel gruppo degli esuli, l’intuizione determinante che segnò l’inizio del successo della carriera di Capa, la varietà e la potenza della sua opera fotografica, perduta e dimenticata a lungo, poi in parte riscoperta dopo il 1997, ma che probabilmente è in parte anche stata attribuita a Capa, in un processo – che ben conosciamo – di ridimensionamento, se non cancellazione delle figure femminili in molti ambiti creativi, non ultima la fotografia.
Il film lavora molto bene – come è nello stile della Marazzi – nel far dialogare i documenti audiovisivi di archivio, le fotografie, gli spezzoni dei film dell’epoca con il girato, giocando tra la dimensione del passato e del presente, con sequenze volutamente anacronistiche che in qualche modo richiamano la forza contemporanea di alcuni elementi di questa vicenda. Gli attori, in particolare la bravissima Emilia Schüle nei panni di Gerda, reggono bene il tono composito e per certi veri ondivago del film.
Probabilmente c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel tentativo della Marazzi, ma nel complesso per quanto mi riguarda ho trovato l’operazione ambiziosa e almeno in parte riuscita.
Voto: 3/5
venerdì 2 ottobre 2026
NAZA
Raggelante credo sia l’aggettivo che meglio descrive il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, che erano anche tra gli autori e i registi del bellissimo No other land. Ma qui siamo in un territorio narrativo molto diverso. Se No other land suscitava rabbia e forse anche tenerezza per l'amicizia tra i due protagonisti, in questo caso si fa fatica a chiamarsi fuori.
Mai mi era capitato che alla fine di un film tutto il pubblico rimanesse seduto e in silenzio fino all’ultima riga dei titoli di coda, e poi tutti lentamente e ordinatamente uscissero dalla sala, sempre in silenzio e senza un commento (e mi pare di capire da quello che leggo che sta succedendo così praticamente in tutte le sale).
Credo che il motivo sia che NAZA non ci parla di persone che riconosciamo lontane da noi e da quello che siamo: Yuval Abraham intervista di notte, sul tetto di una casa di Tel Aviv, 24 soldati dell’IDF che lavorano nell’intelligence. Si tratta di persone giovani, con alte competenze, di livello socio-culturale elevato, progressiste, come qualcuno di loro si autodefinisce. Nessuno di loro parla di religione, alcuni dicono che non odiano gli arabi: tutti sono accomunati dall’idea di stare svolgendo un compito importante e di essere titolati a farlo.
Se poi lo svolgimento di questo compito porta con sé un numero elevato di NAZA (acronimo militare che identifica i danni collaterali di un’azione, ossia i civili uccisi) si tratta di conseguenze inevitabili della guerra in corso.
Dentro queste interviste c’è un orrore indicibile raccontato a seconda dei casi con convinzione, con rassegnazione e solo molto limitatamente con qualche dubbio (perché forse parlare di rimorso sarebbe eccessivo).
In quello che ci viene raccontato non ci sono cose di cui non abbiamo mai sentito parlare, ma c’è la conferma di modi di agire e azioni che sembrano non tenere conto in alcun modo del valore di altre vite umane, a prescindere che siano miliziani di Hamas, ovvero le loro famiglie o altre persone, comprese donne e bambini.
I registi scelgono di alternare alle interviste con i soldati le immagini dei palazzi e delle strade di Tel Aviv di notte, dove le persone vivono le loro vite tranquillamente, mentre i mezzi di informazione danno notizie continue di quello che accade a Gaza.
Il processo di normalizzazione di azioni che, condotte da dietro uno schermo, producono la morte di centinaia, e a volte migliaia di persone, induce fenomeni di disumanizzazione e di parziale sgravio delle responsabilità: qualcuno rivendica la delicatezza del proprio ruolo, qualcun altro dice di essere un ingranaggio del sistema, qualcun altro ancora riconosce lo stato di esaltazione che azioni riuscite inducono, molti ribadiscono l’importanza di efficientare il sistema, di fronte al quale non c’è spazio per dubbi morali.
Mi sono chiesta per tutto il film – e devo dire che non ho trovato una risposta – perché queste 24 persone abbiano scelto di parteciparvi, di rispondere alle domande di un regista chiaramente schierato contro la linea politica di Israele: è forse un modo per lavarsi la coscienza? Un assurdo tentativo di spiegare le proprie ragioni? Un’ostentazione di potenza? Sinceramente non lo so.
Quello che so è che NAZA parla a tutti noi, perché ognuno nel proprio piccolo – anche quando si ritiene persona dotata di pensiero critico e di valori morali – facilmente può finire per trovarsi in meccanismi perversi arrivando a giustificarli con sé stessi e con gli altri.
Voto: 3,5/5
Mai mi era capitato che alla fine di un film tutto il pubblico rimanesse seduto e in silenzio fino all’ultima riga dei titoli di coda, e poi tutti lentamente e ordinatamente uscissero dalla sala, sempre in silenzio e senza un commento (e mi pare di capire da quello che leggo che sta succedendo così praticamente in tutte le sale).
Credo che il motivo sia che NAZA non ci parla di persone che riconosciamo lontane da noi e da quello che siamo: Yuval Abraham intervista di notte, sul tetto di una casa di Tel Aviv, 24 soldati dell’IDF che lavorano nell’intelligence. Si tratta di persone giovani, con alte competenze, di livello socio-culturale elevato, progressiste, come qualcuno di loro si autodefinisce. Nessuno di loro parla di religione, alcuni dicono che non odiano gli arabi: tutti sono accomunati dall’idea di stare svolgendo un compito importante e di essere titolati a farlo.
Se poi lo svolgimento di questo compito porta con sé un numero elevato di NAZA (acronimo militare che identifica i danni collaterali di un’azione, ossia i civili uccisi) si tratta di conseguenze inevitabili della guerra in corso.
Dentro queste interviste c’è un orrore indicibile raccontato a seconda dei casi con convinzione, con rassegnazione e solo molto limitatamente con qualche dubbio (perché forse parlare di rimorso sarebbe eccessivo).
In quello che ci viene raccontato non ci sono cose di cui non abbiamo mai sentito parlare, ma c’è la conferma di modi di agire e azioni che sembrano non tenere conto in alcun modo del valore di altre vite umane, a prescindere che siano miliziani di Hamas, ovvero le loro famiglie o altre persone, comprese donne e bambini.
I registi scelgono di alternare alle interviste con i soldati le immagini dei palazzi e delle strade di Tel Aviv di notte, dove le persone vivono le loro vite tranquillamente, mentre i mezzi di informazione danno notizie continue di quello che accade a Gaza.
Il processo di normalizzazione di azioni che, condotte da dietro uno schermo, producono la morte di centinaia, e a volte migliaia di persone, induce fenomeni di disumanizzazione e di parziale sgravio delle responsabilità: qualcuno rivendica la delicatezza del proprio ruolo, qualcun altro dice di essere un ingranaggio del sistema, qualcun altro ancora riconosce lo stato di esaltazione che azioni riuscite inducono, molti ribadiscono l’importanza di efficientare il sistema, di fronte al quale non c’è spazio per dubbi morali.
Mi sono chiesta per tutto il film – e devo dire che non ho trovato una risposta – perché queste 24 persone abbiano scelto di parteciparvi, di rispondere alle domande di un regista chiaramente schierato contro la linea politica di Israele: è forse un modo per lavarsi la coscienza? Un assurdo tentativo di spiegare le proprie ragioni? Un’ostentazione di potenza? Sinceramente non lo so.
Quello che so è che NAZA parla a tutti noi, perché ognuno nel proprio piccolo – anche quando si ritiene persona dotata di pensiero critico e di valori morali – facilmente può finire per trovarsi in meccanismi perversi arrivando a giustificarli con sé stessi e con gli altri.
P.S. Dopo l'ondata degli entusiasti, in un meccanismo tipico della nostra epoca e quasi sempre creato o pompato dai social network, è già cominciata l'ondata di chi delegittima il documentario e ci vuole spiegare perché non bisogna credergli. Come ho già scritto in un altro post, il documentario è per sua stessa natura il genere cinematografico più subdolo, perché si basa sul presupposto di raccontare cose vere, ma usa gli strumenti del cinema per presentare comunque un punto di vista. Questo lo sappiamo, ma - ancora una volta - le cose non sono sempre, anzi quasi mai, tutte nere o tutte bianche.
Voto: 3,5/5
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lunedì 28 settembre 2026
Ritorno a Buenos Aires
Mentre sono immersa nella lettura de La chiamata di Leila Guerriero che racconta la storia di una sopravvissuta della dittatura militare argentina, Silvia Labayrú, esce al cinema – dopo essere stato presentato a Venezia – il film di Marco Bechis, Ritorno a Buenos Aires, che per certi versi può essere considerato il seguito di Garage Olimpo del 1999 e di Figli del 2002. Tutti e tre questi film traggono infatti ispirazione da quanto accaduto in Argentina tra il 1976 e il 1983, guardando a quegli eventi da punti di vista differenti: Garage Olimpo è ambientato in uno dei campi di concentramento dove venivano portati i dissidenti, Figli parla della comune pratica di sottrarre i figli partoriti alle sequestrate dandoli a famiglie di militari, infine Ritorno a Buenos Aires assume il punto di vista di chi è sopravvissuto e del suo fare i conti non solo con l’esperienza vissuta ma anche con lo stigma sociale, che poi è il medesimo punto di vista de La chiamata.
Marco Bechis parte sia dalla propria esperienza personale di persona sequestrata, torturata e poi rilasciata, anche grazie al passaporto italiano, sia dalle esperienze di altri sopravvissuti, per raccontare la storia di Mariano Guerra (un bravissimo Adriano Giannini).
Mariano vive a Torino e fa il medico nelle ambulanze, ha una figlia che non vede mai, ed è molto solo. Quando gli arriva una lettera dall’Argentina che lo invita a testimoniare nella nuova fase dei processi contro i responsabili delle violenze durante la dittatura, è molto combattuto rispetto all’idea di partire.
Decide infine di andare, ma a Buenos Aires si troverà ad affrontare tutti i fantasmi che ha cercato di tenere a bada durante la lontananza dall’Argentina e a rivivere ricordi non solo dolorosi, ma intrisi di vergogna e di sensi di colpa.
Il film di Bechis – e con lui l’interpretazione di Giannini – è trattenuto, compresso, e fa sentire anche lo spettatore come in una pentola a pressione che sta per esplodere, ma non esplode mai. Il sopravvissuto, come emerge anche dal libro della Guerriero, è un pariah, lacerato interiormente, in balia dei propri mostri, ma anche osteggiato dal consesso sociale che lo considera un traditore, anche solo per il fatto di essere sopravvissuto.
Solo quando si sentirà accolto, seppure per un momento, Mariano troverà a poco a poco la forza e le parole per confessare davanti ai giudici in tribunale le sue colpe e per accusare i suoi carcerieri, spezzando la catena che lo mantiene in una condizione di subordinazione e di dipendenza anche a distanza di tempo.
Rispetto al libro della Guerriero che si alimenta della complessità e delle zone d’ombra, il film di Bechis risulta più lineare, forse anche più didascalico (anche in alcune scelte narrative e cinematografiche), probabilmente perché l’intento – come lui stesso ha dichiarato in alcune interviste – non è forse tanto quello di approfondire la specificità della vicenda argentina, quanto più in generale il tema del sopravvissuto e del ruolo, in parte paradossale, di testimone necessario e insostituibile.
Non un film perfetto forse, ma secondo me comunque importante. Avrei preferito vederlo in lingua originale, con l’alternanza di italiano e spagnolo, ma mi sono dovuta accontentare, e purtroppo per me ormai non è mai la stessa cosa.
Voto: 3,5/5
Marco Bechis parte sia dalla propria esperienza personale di persona sequestrata, torturata e poi rilasciata, anche grazie al passaporto italiano, sia dalle esperienze di altri sopravvissuti, per raccontare la storia di Mariano Guerra (un bravissimo Adriano Giannini).
Mariano vive a Torino e fa il medico nelle ambulanze, ha una figlia che non vede mai, ed è molto solo. Quando gli arriva una lettera dall’Argentina che lo invita a testimoniare nella nuova fase dei processi contro i responsabili delle violenze durante la dittatura, è molto combattuto rispetto all’idea di partire.
Decide infine di andare, ma a Buenos Aires si troverà ad affrontare tutti i fantasmi che ha cercato di tenere a bada durante la lontananza dall’Argentina e a rivivere ricordi non solo dolorosi, ma intrisi di vergogna e di sensi di colpa.
Il film di Bechis – e con lui l’interpretazione di Giannini – è trattenuto, compresso, e fa sentire anche lo spettatore come in una pentola a pressione che sta per esplodere, ma non esplode mai. Il sopravvissuto, come emerge anche dal libro della Guerriero, è un pariah, lacerato interiormente, in balia dei propri mostri, ma anche osteggiato dal consesso sociale che lo considera un traditore, anche solo per il fatto di essere sopravvissuto.
Solo quando si sentirà accolto, seppure per un momento, Mariano troverà a poco a poco la forza e le parole per confessare davanti ai giudici in tribunale le sue colpe e per accusare i suoi carcerieri, spezzando la catena che lo mantiene in una condizione di subordinazione e di dipendenza anche a distanza di tempo.
Rispetto al libro della Guerriero che si alimenta della complessità e delle zone d’ombra, il film di Bechis risulta più lineare, forse anche più didascalico (anche in alcune scelte narrative e cinematografiche), probabilmente perché l’intento – come lui stesso ha dichiarato in alcune interviste – non è forse tanto quello di approfondire la specificità della vicenda argentina, quanto più in generale il tema del sopravvissuto e del ruolo, in parte paradossale, di testimone necessario e insostituibile.
Non un film perfetto forse, ma secondo me comunque importante. Avrei preferito vederlo in lingua originale, con l’alternanza di italiano e spagnolo, ma mi sono dovuta accontentare, e purtroppo per me ormai non è mai la stessa cosa.
Voto: 3,5/5
giovedì 17 settembre 2026
Coyote vs. Acme
Con la complicità di G., approfittando di una stagione cinematografica che non è ancora veramente decollata, vado a vedere Coyote vs. Acme, circondata da un sacco di famiglie con bambini ma anche da tanti adulti che per un paio d’ore vogliono tornare a essere bambini.
Il film di Dave Green - ispirato all'omonimo articolo satirico di Ian Frazier su The New Yorker - mescola live action e cartone animato, un mix che il cinema sperimenta da moltissimo tempo con alterni risultati, ma che la attuale tecnologia rende sempre più godibile dal punto di vista visivo.
La trama è presto detta. La premessa è quella che conoscono tutti quelli che hanno visto almeno una volta i cartoni con Willy Coyote e Beep Beep: da sempre Willy cerca di catturare Beep Beep, ma tutti gli stratagemmi, le attrezzature e i device che utilizza si dimostrano fallimentari, cosicché ad avere la peggio è sempre lui. Quando Coyote vede in televisione la pubblicità di uno studio legale che promette di aiutare i personaggi dei cartoni a portare avanti una causa contro la Acme, la società che produce i marchingegni da lui utilizzati, Willy decide di rivolgersi a loro per ottenere giustizia. In realtà, Kevin Avery (Will Forte), a capo di questo studio legale, è uno scioperato che si preoccupa solo di sbarcare il lunario e di non mettersi nei guai.
Avery si troverà coinvolto in qualcosa di più grande di lui, prima suo malgrado, poi convintamente, e, anche grazie all’interazione con Coyote e alla sua determinazione, nonché a quella con sua nipote e al suo entusiasmo, si farà infine paladino della giustizia.
Per chi da bambino – e non solo – ha amato i cartoni dei Looney Toons, Coyote vs. Acme è un film molto godibile che strappa risate e divertimento, ma anche qualche lacrimuccia grazie al metaforone tipicamente americano della lotta degli ultimi contro i potenti e della possibilità di riscatto individuale di ognuno.
Non si può chiedere molto di più a questo film, e per quanto sottotesto vogliamo leggerci noi adulti, resta un divertissement e come tale va preso.
Voto: 3/5
Il film di Dave Green - ispirato all'omonimo articolo satirico di Ian Frazier su The New Yorker - mescola live action e cartone animato, un mix che il cinema sperimenta da moltissimo tempo con alterni risultati, ma che la attuale tecnologia rende sempre più godibile dal punto di vista visivo.
La trama è presto detta. La premessa è quella che conoscono tutti quelli che hanno visto almeno una volta i cartoni con Willy Coyote e Beep Beep: da sempre Willy cerca di catturare Beep Beep, ma tutti gli stratagemmi, le attrezzature e i device che utilizza si dimostrano fallimentari, cosicché ad avere la peggio è sempre lui. Quando Coyote vede in televisione la pubblicità di uno studio legale che promette di aiutare i personaggi dei cartoni a portare avanti una causa contro la Acme, la società che produce i marchingegni da lui utilizzati, Willy decide di rivolgersi a loro per ottenere giustizia. In realtà, Kevin Avery (Will Forte), a capo di questo studio legale, è uno scioperato che si preoccupa solo di sbarcare il lunario e di non mettersi nei guai.
Avery si troverà coinvolto in qualcosa di più grande di lui, prima suo malgrado, poi convintamente, e, anche grazie all’interazione con Coyote e alla sua determinazione, nonché a quella con sua nipote e al suo entusiasmo, si farà infine paladino della giustizia.
Per chi da bambino – e non solo – ha amato i cartoni dei Looney Toons, Coyote vs. Acme è un film molto godibile che strappa risate e divertimento, ma anche qualche lacrimuccia grazie al metaforone tipicamente americano della lotta degli ultimi contro i potenti e della possibilità di riscatto individuale di ognuno.
Non si può chiedere molto di più a questo film, e per quanto sottotesto vogliamo leggerci noi adulti, resta un divertissement e come tale va preso.
Voto: 3/5
martedì 15 settembre 2026
Un giorno senza donne
La mia nuova stagione cinematografica – sempre che si possa dire che sia mai finita quella precedente – inizia con questo documentario realizzato da Pamela Hogan insieme a Vigdís Finnbogadóttir che racconta di come il 24 ottobre 1975 il 90% delle donne islandesi incrociò le braccia per un intero giorno per chiedere la parità dei diritti con gli uomini.
Il documentario è il genere cinematografico più subdolo e quello che più facilmente riesce a muovere i sentimenti dello spettatore, in quanto racconta storie vere e di solito lo fa con grande empatia.
Per questo di fronte a un documentario, dobbiamo sempre interrogarci sia sul valore dei suoi contenuti sia sulle sue qualità cinematografiche.
Nel caso di Un giorno senza donne, mi pare che il valore dei contenuti sia indubitabile: l’imponente sciopero (o day off, come venne chiamato all’epoca per non urtare le sensibilità delle donne conservatrici) organizzato dal movimento femminista islandese ha segnato una cesura nella storia dell’Islanda e ha avuto ricadute anche nei percorsi verso la parità di genere in molti altri paesi.
Il documentario descrive innanzitutto la situazione di forte subordinazione agli uomini e di grande disuguaglianza che vigeva in Islanda prima di allora, per poi raccontare come un manipolo di donne molto determinate riuscì in un’impresa straordinaria, forse impensabile in un paese diverso dall’Islanda.
Attraverso le interviste alle protagoniste di allora, una delle quali è la persona che ha collaborato con la regista nella realizzazione del film, Vigdís Finnbogadóttir, presidente dell’Islanda dal 1980 al 1996, la Hogan ci catapulta nella temperie in cui maturò l’evento, in un crescendo emotivo che non può che strappare l’applauso.
Dal punto di vista cinematografico, ho apprezzato molto la scelta di mescolare le interviste realizzate ad hoc non solo con materiale fotografico e video di archivio (cosa molto comune nei documentari), ma anche con immagini dell’imponente natura islandese (spesso con l’intento di creare un parallelismo con la forza e la determinazione di queste donne) e con animazioni realizzate da Joel Orloff, utilizzate per illustrare momenti e aneddoti ricostruibili solo dalle parole delle protagoniste e per conferire colore e ironia al racconto.
Per me che non conoscevo questa storia è stata una bellissima esperienza sia visiva che narrativa.
Voto: 3,5/5
Il documentario è il genere cinematografico più subdolo e quello che più facilmente riesce a muovere i sentimenti dello spettatore, in quanto racconta storie vere e di solito lo fa con grande empatia.
Per questo di fronte a un documentario, dobbiamo sempre interrogarci sia sul valore dei suoi contenuti sia sulle sue qualità cinematografiche.
Nel caso di Un giorno senza donne, mi pare che il valore dei contenuti sia indubitabile: l’imponente sciopero (o day off, come venne chiamato all’epoca per non urtare le sensibilità delle donne conservatrici) organizzato dal movimento femminista islandese ha segnato una cesura nella storia dell’Islanda e ha avuto ricadute anche nei percorsi verso la parità di genere in molti altri paesi.
Il documentario descrive innanzitutto la situazione di forte subordinazione agli uomini e di grande disuguaglianza che vigeva in Islanda prima di allora, per poi raccontare come un manipolo di donne molto determinate riuscì in un’impresa straordinaria, forse impensabile in un paese diverso dall’Islanda.
Attraverso le interviste alle protagoniste di allora, una delle quali è la persona che ha collaborato con la regista nella realizzazione del film, Vigdís Finnbogadóttir, presidente dell’Islanda dal 1980 al 1996, la Hogan ci catapulta nella temperie in cui maturò l’evento, in un crescendo emotivo che non può che strappare l’applauso.
Dal punto di vista cinematografico, ho apprezzato molto la scelta di mescolare le interviste realizzate ad hoc non solo con materiale fotografico e video di archivio (cosa molto comune nei documentari), ma anche con immagini dell’imponente natura islandese (spesso con l’intento di creare un parallelismo con la forza e la determinazione di queste donne) e con animazioni realizzate da Joel Orloff, utilizzate per illustrare momenti e aneddoti ricostruibili solo dalle parole delle protagoniste e per conferire colore e ironia al racconto.
Per me che non conoscevo questa storia è stata una bellissima esperienza sia visiva che narrativa.
Voto: 3,5/5
lunedì 24 agosto 2026
The sheep detectives = Pecore sotto copertura
Quando il film era uscito, qualche mese fa, prima lo avevo snobbato, pensando fosse una stupidaggine, poi leggendo qua e là e ascoltando podcast lo avevo rivalutato e volevo vederlo, ma la programmazione non me lo ha consentito.
Invece in un fine settimana di piena estate, grazie al cinema Farnese, riesco a vederlo e pure in lingua originale.
Pecore sotto copertura racconta di un pastore, George (Hugh Jackman), che vive in una roulotte e si occupa di un gregge di pecore. George ama molto il suo lavoro e le sue pecore, tanto che ha dato un nome e ciascuna di loro e la sera dedica del tempo a leggere loro dei gialli, sebbene non sia convinto che le pecore lo capiscano.
In realtà noi spettatori scopriamo molto presto che le pecore non solo capiscono benissimo, ma parlano tra loro di tutto quello che gli accade intorno.
Quando una notte George viene trovato morto assassinato fuori dal suo camper, le pecore, capeggiate dalla più intelligente tra loro, Lily, decidono di fare la loro parte nel raccogliere indizi e scoprire il colpevole, aiutando il poliziotto locale, invero un po’ imbranato.
Come nei più classici gialli, di mezzo c’è un’eredità e un gruppo di sospettati, tra cui la figlia di George con cui lui intratteneva una corrispondenza postale.
Il film di Kyle Balda fa egregiamente il suo mestiere, trasferendo i classici stilemi del giallo alla Agatha Christie in un mondo in cui protagonisti non sono solo gli umani ma anche gli animali.
Ma Pecore sotto copertura non è solo un giallo realizzato come un divertissement; è anche – come spesso accade per i film con protagonisti gli animali – un modo per riflettere su alcune dinamiche propriamente umane. In questo caso, le pecore di George, grazie a questa avventura, faranno un percorso di consapevolezza, una specie di coming of age, per cui mentre in passato di fronte a ogni situazione emotivamente difficile sceglievano di dimenticare o di raccontarsi delle fantasie accettano infine la realtà, la cui memoria è ricca di ricordi belli e brutti. Inoltre, ci sarà modo durante questa avventura di mettere in discussione i propri pregiudizi, come quello che gli fa allontanare gli agnellini nati in inverno, fino ad arrivare a comprendere che un’esclusione basata su questi presupposti crea solo dolore e condanna a vite difficili.
Insomma, in Pecore sotto copertura ci sono tanti buoni sentimenti e tanti spunti di riflessione, certo semplici, ma trattati in maniera non semplicistica né banale, e il fatto che tutto questo si inserisca dentro una commedia che fa anche ridere e sorridere è decisamente un valore aggiunto.
Io alla fine mi sono anche commossa, che è poi in qualche modo la ciliegina sulla torta di un film per me riuscito.
Voto: 3,5/5
Invece in un fine settimana di piena estate, grazie al cinema Farnese, riesco a vederlo e pure in lingua originale.
Pecore sotto copertura racconta di un pastore, George (Hugh Jackman), che vive in una roulotte e si occupa di un gregge di pecore. George ama molto il suo lavoro e le sue pecore, tanto che ha dato un nome e ciascuna di loro e la sera dedica del tempo a leggere loro dei gialli, sebbene non sia convinto che le pecore lo capiscano.
In realtà noi spettatori scopriamo molto presto che le pecore non solo capiscono benissimo, ma parlano tra loro di tutto quello che gli accade intorno.
Quando una notte George viene trovato morto assassinato fuori dal suo camper, le pecore, capeggiate dalla più intelligente tra loro, Lily, decidono di fare la loro parte nel raccogliere indizi e scoprire il colpevole, aiutando il poliziotto locale, invero un po’ imbranato.
Come nei più classici gialli, di mezzo c’è un’eredità e un gruppo di sospettati, tra cui la figlia di George con cui lui intratteneva una corrispondenza postale.
Il film di Kyle Balda fa egregiamente il suo mestiere, trasferendo i classici stilemi del giallo alla Agatha Christie in un mondo in cui protagonisti non sono solo gli umani ma anche gli animali.
Ma Pecore sotto copertura non è solo un giallo realizzato come un divertissement; è anche – come spesso accade per i film con protagonisti gli animali – un modo per riflettere su alcune dinamiche propriamente umane. In questo caso, le pecore di George, grazie a questa avventura, faranno un percorso di consapevolezza, una specie di coming of age, per cui mentre in passato di fronte a ogni situazione emotivamente difficile sceglievano di dimenticare o di raccontarsi delle fantasie accettano infine la realtà, la cui memoria è ricca di ricordi belli e brutti. Inoltre, ci sarà modo durante questa avventura di mettere in discussione i propri pregiudizi, come quello che gli fa allontanare gli agnellini nati in inverno, fino ad arrivare a comprendere che un’esclusione basata su questi presupposti crea solo dolore e condanna a vite difficili.
Insomma, in Pecore sotto copertura ci sono tanti buoni sentimenti e tanti spunti di riflessione, certo semplici, ma trattati in maniera non semplicistica né banale, e il fatto che tutto questo si inserisca dentro una commedia che fa anche ridere e sorridere è decisamente un valore aggiunto.
Io alla fine mi sono anche commossa, che è poi in qualche modo la ciliegina sulla torta di un film per me riuscito.
Voto: 3,5/5
mercoledì 19 agosto 2026
Minions & Monsters
Io, fan della prima ora dei Minions (con casa costellata di loro riproduzioni), non potevo perdere la nuova avventura di questi esserini gialli per me molto teneri e divertenti.
In questo caso, Pierre Coffin e Patrick Delage usano l’escamotage della storia nella storia, scegliendo Hollywood come spazio narrativo. Il film si apre infatti con un gruppo di persone (bambini, ragazzi e adulti) in visita agli Studios con una guida che mostra una serie di memorabilia della storia del cinema. Quando il gruppo arriva davanti alla statua di due Minions, Harry e James, nessuno sa cosa loro c’entrino con Hollywood e a quel punto la guida diventa la voce narrante della storia di questi due personaggi e delle origini dei Minions.
Mentre i Minions sono da sempre alla ricerca di un cattivo da servire, di solito con poca fortuna o quanto meno con poca prospettiva temporale, Harry e James sono invece attirati dalle storie. Ben presto la loro strada interseca quella di un regista hollywoodiano delle origini, e così i Minions si trovano a essere protagonisti più o meno volontari di molte pellicole, prima nel mondo del cinema muto per arrivare quindi al sonoro. È proprio questo amore di Harry e James per le storie a spingerli a riportare in vita dei mostri per il tramite di un libro di magie. Questa avventura con i mostri coronerà il sogno dei due Minions quando si trasformerà nel loro primo film e gli permetterà di vincere la “banana d’oro”.
A me i Minions sono simpatici: la loro lingua assurda, i loro modi di fare bambineschi, la loro imbranataggine, la ricerca del cattivo che quasi sempre finiscono per sabotare, la loro ingenuità ma anche la loro straordinaria furbizia sono caratteristiche che mi catturano sempre.
In questo caso, i Minions sono messi al servizio di una vera e propria lettera d’amore per il cinema, e il film è pieno zeppo di citazioni, alcune delle quali molto semplici da individuare (Charlie Chaplin, Buster Keaton, Lo squalo), altre invece sono fatte apposta per stuzzicare l’attenzione e mettere alla prova le conoscenze dei cinefili.
Ne viene fuori un film un po’ strampalato, ma godibile, di cui mi è piaciuta parecchio la prima parte, mentre quella finale – con i mostri (davvero improbabili) e con il robot che quasi avvia una linea narrativa parallela – l’ho trovata un po’ meno riuscita.
Nel complesso mi è piaciuto questo incontro tra i Minions e il cinema, e qualche risata di cuore me la sono fatta. E James è il mio nuovo Minion preferito.
Voto: 3/5
In questo caso, Pierre Coffin e Patrick Delage usano l’escamotage della storia nella storia, scegliendo Hollywood come spazio narrativo. Il film si apre infatti con un gruppo di persone (bambini, ragazzi e adulti) in visita agli Studios con una guida che mostra una serie di memorabilia della storia del cinema. Quando il gruppo arriva davanti alla statua di due Minions, Harry e James, nessuno sa cosa loro c’entrino con Hollywood e a quel punto la guida diventa la voce narrante della storia di questi due personaggi e delle origini dei Minions.
Mentre i Minions sono da sempre alla ricerca di un cattivo da servire, di solito con poca fortuna o quanto meno con poca prospettiva temporale, Harry e James sono invece attirati dalle storie. Ben presto la loro strada interseca quella di un regista hollywoodiano delle origini, e così i Minions si trovano a essere protagonisti più o meno volontari di molte pellicole, prima nel mondo del cinema muto per arrivare quindi al sonoro. È proprio questo amore di Harry e James per le storie a spingerli a riportare in vita dei mostri per il tramite di un libro di magie. Questa avventura con i mostri coronerà il sogno dei due Minions quando si trasformerà nel loro primo film e gli permetterà di vincere la “banana d’oro”.
A me i Minions sono simpatici: la loro lingua assurda, i loro modi di fare bambineschi, la loro imbranataggine, la ricerca del cattivo che quasi sempre finiscono per sabotare, la loro ingenuità ma anche la loro straordinaria furbizia sono caratteristiche che mi catturano sempre.
In questo caso, i Minions sono messi al servizio di una vera e propria lettera d’amore per il cinema, e il film è pieno zeppo di citazioni, alcune delle quali molto semplici da individuare (Charlie Chaplin, Buster Keaton, Lo squalo), altre invece sono fatte apposta per stuzzicare l’attenzione e mettere alla prova le conoscenze dei cinefili.
Ne viene fuori un film un po’ strampalato, ma godibile, di cui mi è piaciuta parecchio la prima parte, mentre quella finale – con i mostri (davvero improbabili) e con il robot che quasi avvia una linea narrativa parallela – l’ho trovata un po’ meno riuscita.
Nel complesso mi è piaciuto questo incontro tra i Minions e il cinema, e qualche risata di cuore me la sono fatta. E James è il mio nuovo Minion preferito.
Voto: 3/5
giovedì 30 luglio 2026
After life = Qual è il tuo ricordo più bello?
Proseguendo il recupero - in ordine sparso - della filmografia di Hirokazu Kore’Eda in sala, approdo al suo secondo film, After life (conosciuto anche come Wonderful life), uscito nel 1998.
Il film è ambientato in un grande edificio, che potrebbe essere stato una scuola o un ministero, ma che appare in decadenza. Ogni mattina in questo edificio inizia il lavoro di alcuni “impiegati” che hanno il compito di accogliere i defunti per aiutarli nel loro passaggio nell’aldilà. Questo passaggio si realizza quando ciascuno di loro è in grado di rispondere alla domanda su quale sia il ricordo della loro esistenza che vogliono portare con sé. Una volta individuato il ricordo, questo viene messo in scena in una specie di cortometraggio dopo la visione del quale il defunto esce dal limbo.
Leggo solo dopo aver visto il film ch’esso nasce da un interessante esperimento a metà strada tra la fiction e il documentario: in pratica il regista aveva intervistato oltre duecento persone ponendogli la domanda che diventa poi il centro del film. Proprio da queste interviste è emersa quindi l’idea di svilupparci attorno un racconto, ma diversi tra i protagonisti del film interpretano sé stessi e quello che vediamo sullo schermo sono spezzoni delle interviste di tipo documentaristico cui hanno partecipato.
Per quanto mi riguarda, conoscendo ormai una fetta molto ampia della filmografia di Kore’Eda, ritengo che con questo film siamo ancora dalle parti di Maborosi. Pur apprezzando molto l’idea di fondo, e riconoscendo le radici di alcuni elementi che diventeranno tipici della poetica del regista giapponese, mi pare che questo film in parte abbia perso col tempo un po’ di smalto, in parte manchi un po’ di quell’empatia che caratterizza molti film di Kore’Eda, forse anche a causa di una struttura narrativa un po’ ripetitiva.
Su alcuni passaggi non posso dire che non mi si sia riempito il cuore di tenerezza, ma nel complesso il film mi ha conquistato meno di altri del maestro giapponese.
Voto: 3/5
Il film è ambientato in un grande edificio, che potrebbe essere stato una scuola o un ministero, ma che appare in decadenza. Ogni mattina in questo edificio inizia il lavoro di alcuni “impiegati” che hanno il compito di accogliere i defunti per aiutarli nel loro passaggio nell’aldilà. Questo passaggio si realizza quando ciascuno di loro è in grado di rispondere alla domanda su quale sia il ricordo della loro esistenza che vogliono portare con sé. Una volta individuato il ricordo, questo viene messo in scena in una specie di cortometraggio dopo la visione del quale il defunto esce dal limbo.
Leggo solo dopo aver visto il film ch’esso nasce da un interessante esperimento a metà strada tra la fiction e il documentario: in pratica il regista aveva intervistato oltre duecento persone ponendogli la domanda che diventa poi il centro del film. Proprio da queste interviste è emersa quindi l’idea di svilupparci attorno un racconto, ma diversi tra i protagonisti del film interpretano sé stessi e quello che vediamo sullo schermo sono spezzoni delle interviste di tipo documentaristico cui hanno partecipato.
Per quanto mi riguarda, conoscendo ormai una fetta molto ampia della filmografia di Kore’Eda, ritengo che con questo film siamo ancora dalle parti di Maborosi. Pur apprezzando molto l’idea di fondo, e riconoscendo le radici di alcuni elementi che diventeranno tipici della poetica del regista giapponese, mi pare che questo film in parte abbia perso col tempo un po’ di smalto, in parte manchi un po’ di quell’empatia che caratterizza molti film di Kore’Eda, forse anche a causa di una struttura narrativa un po’ ripetitiva.
Su alcuni passaggi non posso dire che non mi si sia riempito il cuore di tenerezza, ma nel complesso il film mi ha conquistato meno di altri del maestro giapponese.
Voto: 3/5
martedì 28 luglio 2026
The Odissey = L’Odissea
Come sempre accade per i filmoni molto attesi, si arriva a vedere il film che è già stato detto tutto e il contrario di tutto: ogni interpretazione, sfumatura, lettura è già stata proposta, e – com’è tipico dell’epoca dei social – il mondo si è diviso in due, entusiasti che gridano al capolavoro da una parte e detrattori che gridano allo scandalo dall’altra.
La mia esperienza con il nuovo film di Christopher Nolan è iniziata con un episodio non proprio piacevole, dovuto alla mia sbadataggine: mi presento con il mio biglietto elettronico al cinema 4 Fontane (uno dei pochi in Italia che permette la visione in 70 mm) alle 15 di una domenica pomeriggio e scopro in quel momento che ho sbagliato il giorno (ho fatto il biglietto per il lunedì, giorno in cui non potrò andare). Ovviamente tutti gli spettacoli in questo cinema sono sold out, e ormai io mi sono mentalizzata sul dedicare tre ore a Nolan, così appena trovo posto in uno spettacolo in VOS (tra l’altro lo trovo in zona casa) compro un altro biglietto.
Ed eccomi così al Lux (non esattamente il mio cinema preferito, ma tant’è), pronta per questa nuova esperienza con Nolan, che ovviamente sarà disturbata da vicini americani molto rumorosi e chiacchieroni.
Ma parliamo del film: devo innanzitutto dire che vedendo il film di Nolan non ho potuto fare a meno di tornare con la mente ad un altro recente adattamento (non di tutta l’Odissea ma di una sua parte significativa), quello di Uberto Pasolini, Il ritorno, con Ralph Fiennes nel ruolo di Ulisse e Juliette Binoche in quello di Penelope, che non mi pare abbia avuto grande successo in sala. Con gli adattamenti di questi classiconi ambientati in un passato così remoto il rischio dell’effetto giocattolone indigeribile è altissimo. E devo dire che a tratti nemmeno l’Odissea di Nolan riesce a sfuggirvi.
Però Nolan è un secchione e fa le cose in grande e con grandissima meticolosità, e questo ovviamente aiuta molto nel risultato finale. Il risultato dunque è godibile e secondo me (che non sono una grecista né un'esperta dell'Odissea) rispettoso dell'opera, seppure non fedele alla stessa, gli attori sono tutti ben compresi nel loro ruolo (mi è risultata stonata solo Charlize Theron nei panni di Calipso), e la lettura che Nolan dà dell’Odissea – pare tra l’altro suffragata da molte fonti e sostenuta da molti studiosi – riesce a conferire al racconto un significato che va al di là di un interesse puramente storico e letterario: un mondo globalizzato e retto dalla legge di Zeus, che è fondamentalmente una legge dell’ospitalità, che collassa nel baratro della guerra e dell’involuzione, la memoria del passato affidata alle storie raccontate oralmente, la figura dell’eroe che si rivela un personaggio tormentato dal senso di colpa e perseguitato dai suoi fantasmi.
Il meccanismo funziona perfettamente, nelle immagini, nella musica, nella costruzione narrativa. Però – e questo per me è il limite maggiore del film – qui ancora di più che in altri suoi film, l’operazione appare prevalentemente cerebrale e intellettualistica, ma manca di emozione. Nessuno dei personaggi riesce davvero a conquistare il cuore dello spettatore perché tutti sono funzionali alla grande costruzione del regista.
Così, negli occhi restano le immagini, ma non arriva la forza dei sentimenti, e questo per me resta un limite.
Ma alla fine il cinema di Nolan è così, e bisogna prenderne atto.
Voto: 3,5/5
La mia esperienza con il nuovo film di Christopher Nolan è iniziata con un episodio non proprio piacevole, dovuto alla mia sbadataggine: mi presento con il mio biglietto elettronico al cinema 4 Fontane (uno dei pochi in Italia che permette la visione in 70 mm) alle 15 di una domenica pomeriggio e scopro in quel momento che ho sbagliato il giorno (ho fatto il biglietto per il lunedì, giorno in cui non potrò andare). Ovviamente tutti gli spettacoli in questo cinema sono sold out, e ormai io mi sono mentalizzata sul dedicare tre ore a Nolan, così appena trovo posto in uno spettacolo in VOS (tra l’altro lo trovo in zona casa) compro un altro biglietto.
Ed eccomi così al Lux (non esattamente il mio cinema preferito, ma tant’è), pronta per questa nuova esperienza con Nolan, che ovviamente sarà disturbata da vicini americani molto rumorosi e chiacchieroni.
Ma parliamo del film: devo innanzitutto dire che vedendo il film di Nolan non ho potuto fare a meno di tornare con la mente ad un altro recente adattamento (non di tutta l’Odissea ma di una sua parte significativa), quello di Uberto Pasolini, Il ritorno, con Ralph Fiennes nel ruolo di Ulisse e Juliette Binoche in quello di Penelope, che non mi pare abbia avuto grande successo in sala. Con gli adattamenti di questi classiconi ambientati in un passato così remoto il rischio dell’effetto giocattolone indigeribile è altissimo. E devo dire che a tratti nemmeno l’Odissea di Nolan riesce a sfuggirvi.
Però Nolan è un secchione e fa le cose in grande e con grandissima meticolosità, e questo ovviamente aiuta molto nel risultato finale. Il risultato dunque è godibile e secondo me (che non sono una grecista né un'esperta dell'Odissea) rispettoso dell'opera, seppure non fedele alla stessa, gli attori sono tutti ben compresi nel loro ruolo (mi è risultata stonata solo Charlize Theron nei panni di Calipso), e la lettura che Nolan dà dell’Odissea – pare tra l’altro suffragata da molte fonti e sostenuta da molti studiosi – riesce a conferire al racconto un significato che va al di là di un interesse puramente storico e letterario: un mondo globalizzato e retto dalla legge di Zeus, che è fondamentalmente una legge dell’ospitalità, che collassa nel baratro della guerra e dell’involuzione, la memoria del passato affidata alle storie raccontate oralmente, la figura dell’eroe che si rivela un personaggio tormentato dal senso di colpa e perseguitato dai suoi fantasmi.
Il meccanismo funziona perfettamente, nelle immagini, nella musica, nella costruzione narrativa. Però – e questo per me è il limite maggiore del film – qui ancora di più che in altri suoi film, l’operazione appare prevalentemente cerebrale e intellettualistica, ma manca di emozione. Nessuno dei personaggi riesce davvero a conquistare il cuore dello spettatore perché tutti sono funzionali alla grande costruzione del regista.
Così, negli occhi restano le immagini, ma non arriva la forza dei sentimenti, e questo per me resta un limite.
Ma alla fine il cinema di Nolan è così, e bisogna prenderne atto.
Voto: 3,5/5
domenica 26 luglio 2026
Still walking – Camminando in un giorno d’estate
Per chi ha amato Viaggio a Tokyo e in generale la filmografia del grande maestro giapponese Yasujiro Ozu questo è il film di Hirokazu Kore’Eda che forse più di tutti gli altri sembra ispirarsi esplicitamente a quella cinematografia e a quel modo di narrare.
Anche in questo caso parliamo di dinamiche familiari e di rapporti genitori-figli e l’occasione è un viaggio, in direzione opposta, da Tokyo a un paesino dove, in una casa tradizionale giapponese, vivono i genitori ormai anziani di Ryota Yokohama. La famiglia è stata segnata 10 anni prima dalla morte del figlio maggiore Junpei, che ha perso la vita salvando un ragazzino dall’annegamento, e tutti gli anni la famiglia al completo si riunisce per l’anniversario della morte.
In questa casa convergono dunque Ryota con la moglie, vedova, che ha già un figlio del primo marito, Atsushi, e la sorella Chinami con il marito e i due figli. Arriverà a un certo punto il ragazzino, ormai adulto, che Junpei aveva salvato, invitato dai genitori ogni anno per questo anniversario.
Chiunque – indipendentemente dal contesto geografico e culturale dal quale proviene – potrà riconoscersi nelle dinamiche sottili, ma al contempo evidenti, che man mano Kore’Eda fa emergere. Per la famiglia Yokohama tali dinamiche sono ovviamente aggravate e rese se vogliamo più evidenti dalla tragedia che hanno vissuto: il primogenito morto, pur assente, è una presenza costante nei discorsi di tutti, in particolare dei genitori, che non hanno mai fatto pace con questa perdita ed inevitabilmente hanno idealizzato questa figura a scapito degli altri figli.
Se Chinami, in quanto figlia femmina e non direttamente in competizione con Junpei viene in parte risparmiata, Ryota deve fare continuamente i conti con questo confronto, e la sua vita – fatta di scelte, di compromessi e di difficoltà come quella di tutti – è sotto il costante giudizio dei genitori e viene vissuta da Ryota in parte come un fallimento rispetto alle loro aspettative, ovviamente irraggiungibili.
Ma non è solo il lutto che pesa sulle vite di tutti a caratterizzare le relazioni tra i membri della famiglia e le figure aggiunte (mariti, mogli, figli): c’è soprattutto una difficoltà quasi insuperabile, che è inevitabile in ogni famiglia, a trovare equilibri nuovi quando i figli escono dal nucleo familiare e si costruiscono la propria vita.
L’affezione rassicurante dei genitori per quello che i figli erano quando li conoscevano meglio (o almeno così ritenevano) fa fatica ad aprirsi a un rapporto adulto, tra persone che in qualche modo sono uscite dai binari che erano stati scavati per loro, e la difficoltà è in primis dei genitori (per i quali significa perdere un ruolo di guida), ma è anche dei figli che tendono a non voler mai smontare l’immaginario, costrittivo ma anche rassicurante, dei genitori, e che inevitabilmente – come tutti noi sperimentiamo ogni giorno – si insinua anche nella vita adulta nella ripetizione di alcuni gesti e, giocoforza, di alcuni modi di essere.
Quel mix inscindibile che nelle riunioni familiari è fatto di affetto, ma anche di tensione e di sotterranea violenza reciproca, e che invade anche i rapporti con il mondo circostante, è qualcosa che tutti noi abbiamo vissuto e riconosciamo, se siamo sufficientemente sinceri con noi stessi. D’altra parte, lo sguardo di Kore’Eda non è giudicante, ma trova nella compassione reciproca, e forse soprattutto dei figli nei confronti dei genitori, la chiave se non di una soluzione, quanto meno di una necessaria comprensione.
La famiglia – si sa – è al cuore del cinema di Kore’Eda, come lo era del cinema di Ozu, e certamente la cultura giapponese, fatta tantissimo di apparenza, di maniera e inevitabilmente di ipocrisia anche rispetto ai rapporti che potrebbero/dovrebbero essere più intimi, esaspera le dinamiche un po’ patologiche e un po’ normali prima descritte. Ma chi può dire di riuscire a essere pienamente sé stesso e di essere completamente a proprio agio, una volta adulto, con la sua famiglia di origine?
Kore’Eda continuerà a indagare i legami di sangue, e non solo di sangue, per tutta la filmografia successiva, senza forse riuscire mai a dare una risposta, ma sicuramente gettando luce in maniera sopraffina su sentimenti complessi e ambigui, con una precisione e una delicatezza davvero straordinari.
Voto: 4/5
Anche in questo caso parliamo di dinamiche familiari e di rapporti genitori-figli e l’occasione è un viaggio, in direzione opposta, da Tokyo a un paesino dove, in una casa tradizionale giapponese, vivono i genitori ormai anziani di Ryota Yokohama. La famiglia è stata segnata 10 anni prima dalla morte del figlio maggiore Junpei, che ha perso la vita salvando un ragazzino dall’annegamento, e tutti gli anni la famiglia al completo si riunisce per l’anniversario della morte.
In questa casa convergono dunque Ryota con la moglie, vedova, che ha già un figlio del primo marito, Atsushi, e la sorella Chinami con il marito e i due figli. Arriverà a un certo punto il ragazzino, ormai adulto, che Junpei aveva salvato, invitato dai genitori ogni anno per questo anniversario.
Chiunque – indipendentemente dal contesto geografico e culturale dal quale proviene – potrà riconoscersi nelle dinamiche sottili, ma al contempo evidenti, che man mano Kore’Eda fa emergere. Per la famiglia Yokohama tali dinamiche sono ovviamente aggravate e rese se vogliamo più evidenti dalla tragedia che hanno vissuto: il primogenito morto, pur assente, è una presenza costante nei discorsi di tutti, in particolare dei genitori, che non hanno mai fatto pace con questa perdita ed inevitabilmente hanno idealizzato questa figura a scapito degli altri figli.
Se Chinami, in quanto figlia femmina e non direttamente in competizione con Junpei viene in parte risparmiata, Ryota deve fare continuamente i conti con questo confronto, e la sua vita – fatta di scelte, di compromessi e di difficoltà come quella di tutti – è sotto il costante giudizio dei genitori e viene vissuta da Ryota in parte come un fallimento rispetto alle loro aspettative, ovviamente irraggiungibili.
Ma non è solo il lutto che pesa sulle vite di tutti a caratterizzare le relazioni tra i membri della famiglia e le figure aggiunte (mariti, mogli, figli): c’è soprattutto una difficoltà quasi insuperabile, che è inevitabile in ogni famiglia, a trovare equilibri nuovi quando i figli escono dal nucleo familiare e si costruiscono la propria vita.
L’affezione rassicurante dei genitori per quello che i figli erano quando li conoscevano meglio (o almeno così ritenevano) fa fatica ad aprirsi a un rapporto adulto, tra persone che in qualche modo sono uscite dai binari che erano stati scavati per loro, e la difficoltà è in primis dei genitori (per i quali significa perdere un ruolo di guida), ma è anche dei figli che tendono a non voler mai smontare l’immaginario, costrittivo ma anche rassicurante, dei genitori, e che inevitabilmente – come tutti noi sperimentiamo ogni giorno – si insinua anche nella vita adulta nella ripetizione di alcuni gesti e, giocoforza, di alcuni modi di essere.
Quel mix inscindibile che nelle riunioni familiari è fatto di affetto, ma anche di tensione e di sotterranea violenza reciproca, e che invade anche i rapporti con il mondo circostante, è qualcosa che tutti noi abbiamo vissuto e riconosciamo, se siamo sufficientemente sinceri con noi stessi. D’altra parte, lo sguardo di Kore’Eda non è giudicante, ma trova nella compassione reciproca, e forse soprattutto dei figli nei confronti dei genitori, la chiave se non di una soluzione, quanto meno di una necessaria comprensione.
La famiglia – si sa – è al cuore del cinema di Kore’Eda, come lo era del cinema di Ozu, e certamente la cultura giapponese, fatta tantissimo di apparenza, di maniera e inevitabilmente di ipocrisia anche rispetto ai rapporti che potrebbero/dovrebbero essere più intimi, esaspera le dinamiche un po’ patologiche e un po’ normali prima descritte. Ma chi può dire di riuscire a essere pienamente sé stesso e di essere completamente a proprio agio, una volta adulto, con la sua famiglia di origine?
Kore’Eda continuerà a indagare i legami di sangue, e non solo di sangue, per tutta la filmografia successiva, senza forse riuscire mai a dare una risposta, ma sicuramente gettando luce in maniera sopraffina su sentimenti complessi e ambigui, con una precisione e una delicatezza davvero straordinari.
Voto: 4/5
martedì 21 luglio 2026
Cannes a Roma: Sheep in the box, Gentle monster, Coward, Histoires de la nuit
Sheep in the box Con il suo ultimo film presentato a Cannes, Hirokazu Kore'Eda fa un ulteriore passo avanti nella sua indagine sul concetto di famiglia e sui legami “di sangue”. E lo fa spostando lo sguardo su un futuro non troppo lontano, che agli occhi del regista giapponese è favola e distopia al tempo stesso.
In questo futuro, un drone consegna dei pacchi a casa di Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Daigo), una coppia di genitori che da non molto ha perso il figlio di 7 anni, Kakeru, in un incidente la cui dinamica rimane piuttosto oscura.
Tra questi pacchi c'è un invito della società Rebirth a partecipare a una presentazione dei loro prodotti. La società è specializzata nella realizzazione di umanoidi la cui apparenza può essere resa identica a quella della persona morta, ma che in quanto macchine non possono avere contatti con l’acqua, non mangiano e necessitano di essere ricaricati.
Inizialmente i due genitori sono scettici rispetto a questa possibilità, ma dopo essere andati alla presentazione decidono di ricevere a casa il loro Kakeru (Rimu Kuwaki).
La relazione con l’umanoide produrrà conseguenze in parte prevedibili, in parte inattese, costringendo Otone e Kensuke, e di conseguenza lo spettatore, a una riflessione cui forse non siamo ancora preparati e per la quale non abbiamo ancora nemmeno il linguaggio. Una macchina che assomiglia a noi, ma che è fatta di circuiti e software, ha qualcosa di paragonabile ai sentimenti? Che relazione ha con gli altri umanoidi come lui? Ha un pensiero autonomo che prescinde dall’essere umano?
Kore’Eda ci proietta in un mondo che ci attende dietro l’angolo e di fronte al quale il film oscilla tra un approccio divertito, inquieto e fiducioso, veicolando in questa alternanza tutta l’incertezza che questa situazione ancora inedita trasmette.
Di fronte a temi che gli sono molto cari – il lutto, la famiglia, i bambini, i legami tra i reietti – ma in un contesto in cui il tecnologico prevarica sull’umano, Kore’Eda appare un po’ spiazzato, e anziché procedere per sottrazione come di solito fa nei suoi film, aggiunge elementi, spesso senza nemmeno spiegarli, appesantendo la narrazione. E alla fine, dopo aver oscillato anche nei toni della narrazione, tra gli estremi della commedia e dell’horror, si rifugia in una fumosa metafora che mette in relazione l’architettura e il ritorno alla natura.
Uno spunto interessante per un film non del tutto riuscito, in cui anche gli attori – persino i bambini, umanoidi e non – appaiono un po’ fuori fuoco, e non pienamente interni alla narrazione.
Voto: 3/5
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Gentle Monster Di Marie Kreutzer ho visto solo Il corsetto dell’imperatrice con Vicky Krieps, film in costume ma con un afflato moderno; quando dunque ho comprato il biglietto per il nuovo film, Gentle Monster, non sapevo bene cosa aspettarmi. Solo dopo aver visto il film, documentandomi su di esso, capisco che dietro la sua realizzazione c’è una vicenda che immagino sia stata dolorosa e scioccante per la stessa regista, ossia lo scandalo relativo alla pornografia minorile che ha coinvolto l’attore Florian Teichtmeister, diretto proprio da Marie Kreutzer nel suo film precedente.
Proprio un caso di pedofilia e di scambio di materiale pedopornografico è al centro di Gentle Monster: Lucy (una sempre brava Léa Seydoux) si è appena trasferita insieme al marito Philip (Laurence Rupp) e al figlio di 7 anni da Monaco a una grande casa in campagna. In questa nuova sistemazione la coppia cerca di trovare nuovi equilibri, facendo i conti con il lavoro di pianista di Lucy e i tentativi di Philip di riprendere il lavoro di cineasta dopo quello che sembra un burnout. Questo avvio di una nuova routine viene bruscamente interrotto quando la polizia, capeggiata dall’investigatrice Elsa Kühn (Jella Haase), fa irruzione in casa sequestrando tutti i computer e arrestando Philip. Si capirà presto che Philip è accusato di scambio di materiale pedopornografico, e la polizia sta cercando di capire se ne ha anche prodotto e se in qualche modo è stato coinvolto il figlio.
Il mondo di Lucy va in frantumi, tra sentimenti contrapposti e contraddittori, che vanno dalla paura per il figlio e la necessità di allontanarsi da un possibile mostro ai tentativi di trovare delle spiegazioni meno dolorose a quanto emerso. In parallelo entriamo anche nella vita dell’investigatrice Elsa che, oltre a occuparsi di un lavoro delicato, ha una situazione familiare non semplice, con un padre con demenza.
Pur trattando il film di un tema interessante e perseguendo anche il lodevole intento di approfondire lo stato d’animo in particolare delle figure femminili in situazioni emotive difficili, la narrazione di Gentle Monster appare nel complesso un po’ sfilacciata, e da spettatori si fa fatica a trovare un senso nell’incastro dei diversi fili della narrazione. Il film è salvato secondo me dall’intensa interpretazione di Léa Seydoux, che però non può da sola sobbarcarsi il compito di rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle.
Voto: 3/5
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Coward Lukas Dhont è un regista che seguo dal suo potente esordio cinematografico, Girl, e che ho amato anche con il suo secondo film, Close. Non potevo dunque perdere il suo ultimo lavoro con il quale, pur nella fedeltà a una narrazione intima e molto incentrata sui personaggi, gli orizzonti si ampliano.
In questo caso infatti Dhont esce dalla contemporaneità per guardare al passato, in particolare alla prima guerra mondiale e all’inferno della trincea. Siamo tra le fila dell’esercito belga, per il quale come in molte altre nazioni, sono stati mobilitati tantissimi giovani. Tra questi c’è Pierre (Emmanuel Macchia), un giovane di poche parole, proveniente da una famiglia contadina, e Francis (Valentin Campagne), erede di una famiglia di sarti, il quale insieme ad altri soldati riformati si occupa dell’intrattenimento (spesso en travesti) per le truppe, al fine di mantenere alto il morale.
Intorno a loro molti altri giovani che, di fronte all’orrore della guerra, alla carneficina, ai corpi martoriati, reagiscono ognuno a suo modo, cercando un senso e delle motivazioni per andare avanti e difendere la patria dall’aggressione.
In questo contesto, tra Pierre e Francis nasce un sentimento d’amore che li conduce non solo alla scoperta reciproca ma anche alla scoperta di sé stessi e a interrogarsi sul proprio futuro.
Tra spettacoli di burlesque e azioni di guerra, tra corpi danzanti e corpi maciullati, tra canzoni d’amore e canzoni patriottiche, a Pierre la guerra appare brutale e insensata, mentre Francis ha trovato una specie di spazio di libertà per potersi esprimere ed essere sé stesso, condizione cui sa che dovrà rinunciare appena la guerra sarà finita per percorrere la strada prevista per lui.
Su questo le loro strade si separeranno per poi rincrociarsi quando la guerra sarà finita.
Mi sono fatta l’idea che la chiave di lettura del film sia nel titolo: chi è il codardo a cui si riferisce? Pierre che decide di disertare e di cercare una strada per vivere la propria omosessualità al di fuori della bolla temporale nella quale l’ha sperimentata, oppure Francis che crede nel suo ruolo a supporto delle truppe e non vuole abbandonarlo, anche perché una volta fuori non se la sente di andare controcorrente?
Senza rinunciare alla sua regia pulita, alla fotografia luminosa delle scene, all’eleganza dei corpi e della narrazione, Dhont salta dall’età dell’infanzia e dell’adolescenza a quella adulta, ma in fondo Pierre e Francis non sono altro che Leo e Remi ormai cresciuti, in un’epoca in cui – anche quando lo sguardo su sé stessi è riconciliato – è il mondo esterno a non essere pronto, incentrato com’è sull’immagine del maschio come soldato pronto ad affrontare qualunque cosa, rispetto alla quale la devianza è accettata solo perché funzionale e al servizio di questa mascolinità.
C’è dunque in questo film di Dhont un piano personale che si interseca con uno storico e sociale, e che conferisce al tema dell’identità nuovi significati e sfumature e apre un nuovo spazio di indagine del maschile.
Voto: 3,5/5
********************
Histoires de la nuit = Birthday party Quando ho preso il biglietto di questo film, mi aveva incuriosita la trama ma il nome della regista Léa Mysius non mi diceva assolutamente nulla. Scopro invece a posteriori che la Mysius, prima ancora che regista, è una sceneggiatrice di fama che ha lavorato con grandi registi come Desplechin, Audiard, Téchiné.
Con questa sua regia la Mysius decide di adattare il romanzo omonimo (in italiano La festa di compleanno) di Laurent Mauvignier e si affida a un importante cast in cui ci sono Monica Bellucci, Hafsia Herzi, Benoît Magimel e Bastien Bouillon.
In un piccolo borgo isolato in campagna vivono Nora, Thomas e la loro figlioletta Ida: Nora lavora in città, Ida va tutti i giorni a scuola con l’autobus, Thomas invece si occupa dell’azienda agricola e alleva mucche. Vicino a loro abita Cristina, una donna benestante che dipinge quadri, e che ha con la famiglia dei vicini, soprattutto con Ida e Thomas un ottimo rapporto.
Nel giorno del compleanno di Nora, quando la donna non è ancora arrivata a casa dove il marito le ha organizzato una festa a sorpresa, tre uomini si presentano nel borghetto e sequestrano prima Cristina e poi anche Thomas e la piccola Ida. Nel frattempo arriva anche Nora, e poco dopo due sue colleghe di lavoro.
Tutti vengono tenuti in ostaggio da questi uomini, e Pierre, il loro capo, a poco a poco rivela a tutti che Nora in realtà si chiama Leila e il suo passato non è come tutti pensano che sia. La tensione andrà crescendo così come anche la violenza che porterà con sé durante questa notte infinita.
Histoires de la nuit è un thriller psicologico che non disdegna elementi splatter e che si lascia guardare, ma che personalmente non mi ha detto granché.
Sarà che non è proprio il genere di film che amo vedere, ma devo dire che non sono riuscita mai ad appassionarmi alla storia e me ne è anche dispiaciuto visto il cast di ottimi attori e una regia di tutto rispetto.
Voto: 2,5/5
giovedì 25 giugno 2026
Il prigioniero = El cautivo
Rispondo all’invito dell’Istituto Cervantes di Roma all’anteprima del film El cautivo (Il prigioniero) di Amenábar, in uscita nelle sale italiane, e ottengo un biglietto omaggio per la partecipazione.
Quando arrivo al cinema Quattro Fontane, dove sono presenti sia il regista sia uno degli interpreti, Alessandro Borghi, c’è un sacco di gente che ne approfitta per foto e selfie.
Prima dell’inizio del film, Andrea Occhipinti di Lucky Red dialoga con il regista e l’attore per comprenderne i retroscena e le fasi preparatorie, e devo dire che mi trovo molto d’accordo con Occhipinti nell’osservare che Amenábar ha una filmografia sempre più imprevedibile e certamente originale, visto che passa da Apri gli occhi a Mare dentro, e da The Others a Il prigioniero, mescolando film drammatici, storici, gotici e chi più ne ha più ne metta. Amenábar risponde che per lui il cinema è il modo di intraprendere un viaggio e che va nelle direzioni che gli suscitano curiosità.
Ne Il prigioniero il regista racconta i cinque anni della vita di Miguel de Cervantes (Julio Peña) che il giovane studente di lettere, poi arruolato e infine fatto prigioniero, trascorre nelle prigioni di Algeri, insieme ad altri cristiani catturati dai mori. A capo di Algeri e delle sue prigioni c’è Hasan Bajà (Alessandro Borghi), detto il Veneziano in quanto nato a Venezia e poi convertito all’Islam in Turchia, un uomo affascinante e crudele al contempo.
Durante il periodo della prigionia, Miguel attinge alla biblioteca di Padre Antonio de Sosa, ed è proprio grazie al suo amore per le lettere, alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare storie che Miguel riesce sia a intrattenere e compattare il gruppo dei prigionieri (ad eccezione di Blanco de Paz, esponente del Sant’Uffizio), che ad attirare l’interesse e conquistare Hasan Bajà.
Il rapporto tra i due sfocerà in una storia d’amore, che Miguel vivrà con molte contraddizioni anche perché proprio i sospetti sulla sua omosessualità lo avevano portato ad arruolarsi, e soprattutto perché dovrà decidere tra il desiderio di scrivere e raccontare storie al mondo e l’amore del Bajà.
Pur apprezzando nel suo complesso il coraggio dell’operazione condotta da Amenábar, devo dire che ho trovato il film meccanico e poco convincente. Una sensazione di finto e poco credibile, oltre che una narrazione un po’ stiracchiata e nel complesso poco coerente, hanno fatto sì che non mi appassionassi granché, sebbene io sia particolarmente sensibile al tema dell’importanza delle storie e della loro capacità di salvarci.
Dal mio punto di vista un’occasione parzialmente mancata, ma pazienza. Ci sta per un regista così multiforme e che batte sempre strade nuove senza mai restare nella sua zona di comfort, come fanno molti altri.
Voto: 2,5/5
Quando arrivo al cinema Quattro Fontane, dove sono presenti sia il regista sia uno degli interpreti, Alessandro Borghi, c’è un sacco di gente che ne approfitta per foto e selfie.
Prima dell’inizio del film, Andrea Occhipinti di Lucky Red dialoga con il regista e l’attore per comprenderne i retroscena e le fasi preparatorie, e devo dire che mi trovo molto d’accordo con Occhipinti nell’osservare che Amenábar ha una filmografia sempre più imprevedibile e certamente originale, visto che passa da Apri gli occhi a Mare dentro, e da The Others a Il prigioniero, mescolando film drammatici, storici, gotici e chi più ne ha più ne metta. Amenábar risponde che per lui il cinema è il modo di intraprendere un viaggio e che va nelle direzioni che gli suscitano curiosità.
Ne Il prigioniero il regista racconta i cinque anni della vita di Miguel de Cervantes (Julio Peña) che il giovane studente di lettere, poi arruolato e infine fatto prigioniero, trascorre nelle prigioni di Algeri, insieme ad altri cristiani catturati dai mori. A capo di Algeri e delle sue prigioni c’è Hasan Bajà (Alessandro Borghi), detto il Veneziano in quanto nato a Venezia e poi convertito all’Islam in Turchia, un uomo affascinante e crudele al contempo.
Durante il periodo della prigionia, Miguel attinge alla biblioteca di Padre Antonio de Sosa, ed è proprio grazie al suo amore per le lettere, alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare storie che Miguel riesce sia a intrattenere e compattare il gruppo dei prigionieri (ad eccezione di Blanco de Paz, esponente del Sant’Uffizio), che ad attirare l’interesse e conquistare Hasan Bajà.
Il rapporto tra i due sfocerà in una storia d’amore, che Miguel vivrà con molte contraddizioni anche perché proprio i sospetti sulla sua omosessualità lo avevano portato ad arruolarsi, e soprattutto perché dovrà decidere tra il desiderio di scrivere e raccontare storie al mondo e l’amore del Bajà.
Pur apprezzando nel suo complesso il coraggio dell’operazione condotta da Amenábar, devo dire che ho trovato il film meccanico e poco convincente. Una sensazione di finto e poco credibile, oltre che una narrazione un po’ stiracchiata e nel complesso poco coerente, hanno fatto sì che non mi appassionassi granché, sebbene io sia particolarmente sensibile al tema dell’importanza delle storie e della loro capacità di salvarci.
Dal mio punto di vista un’occasione parzialmente mancata, ma pazienza. Ci sta per un regista così multiforme e che batte sempre strade nuove senza mai restare nella sua zona di comfort, come fanno molti altri.
Voto: 2,5/5
domenica 21 giugno 2026
Nobody knows
Dopo l’esperienza un po’ spiazzante della visione di Maborosi, il primo lungometraggio di Hirokazu Kore’eda del 1995, torno al cinema per il secondo appuntamento con la retrospettiva dedicata al grande regista giapponese. Il film, uscito quasi dieci anni più tardi (dopo altri due, Wonderful life e Distance) è Nobody knows, che si ispira a fatti realmente accaduti a Tokyo, ma che sono per Kore’eda una straordinaria occasione per tornare su quelli che diventeranno due capisaldi della sua produzione: i rapporti familiari e i bambini.
In Nobody knows la narrazione comincia con una madre e un figlio preadolescente, Akira (Yūya Yagira, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes in quell’anno), che si trasferiscono in una nuova casa e si presentano ai vicini (e forse anche proprietari della casa), portando loro dei doni e dicendo di essere solo in due. Quando però in casa portano tutti gli scatoloni, da due grosse e pesanti valigie vengono fuori un bambino, Shigeru, e una bambina, Yuki, più piccoli, e dopo poco il fratello più grande va alla stazione a prendere la quarta sorella, Kyoko, poco più piccola di lui.
Si capisce presto che questi quattro ragazzini sono figli di padri diversi, e che la loro madre ha un approccio adolescenziale alla vita e all’amore, e continua a innamorarsi delle persone sbagliate. La sua ricerca della felicità spesso confligge con il benessere dei figli, i quali a più riprese vengono lasciati da soli e affidati alle cure del fratello maggiore, sobbarcato di responsabilità enormi.
Quando la madre sparisce per un periodo molto lungo, i quattro ragazzini si troveranno a fare i conti da un lato con la necessità di sopravvivere, dall’altro con i loro desideri e bisogni di bambini.
Sarà un coming of age profondamente doloroso e straziante da un lato, ma anche intriso di una straordinaria tenerezza, in quel mix agrodolce fatto di rabbia, commozione e stupore che diventerà la cifra dominante del regista.
È un film questo in cui gli adulti sono quasi completamente assenti, perché indifferenti o colpevoli, mentre davanti alla macchina da presa ci sono quasi esclusivamente bambini e ragazzini, non solo i quattro fratelli, ma anche altri con cui interagiscono e che in parte ne condividono le peripezie. E la verità del modo di muoversi, di agire e di comportarsi di questi bambini colpisce al cuore, e va attribuita alla incredibile capacità di Kore’eda di creare una empatia speciale con i più piccoli.
Da vedere.
Voto: 4/5
In Nobody knows la narrazione comincia con una madre e un figlio preadolescente, Akira (Yūya Yagira, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes in quell’anno), che si trasferiscono in una nuova casa e si presentano ai vicini (e forse anche proprietari della casa), portando loro dei doni e dicendo di essere solo in due. Quando però in casa portano tutti gli scatoloni, da due grosse e pesanti valigie vengono fuori un bambino, Shigeru, e una bambina, Yuki, più piccoli, e dopo poco il fratello più grande va alla stazione a prendere la quarta sorella, Kyoko, poco più piccola di lui.
Si capisce presto che questi quattro ragazzini sono figli di padri diversi, e che la loro madre ha un approccio adolescenziale alla vita e all’amore, e continua a innamorarsi delle persone sbagliate. La sua ricerca della felicità spesso confligge con il benessere dei figli, i quali a più riprese vengono lasciati da soli e affidati alle cure del fratello maggiore, sobbarcato di responsabilità enormi.
Quando la madre sparisce per un periodo molto lungo, i quattro ragazzini si troveranno a fare i conti da un lato con la necessità di sopravvivere, dall’altro con i loro desideri e bisogni di bambini.
Sarà un coming of age profondamente doloroso e straziante da un lato, ma anche intriso di una straordinaria tenerezza, in quel mix agrodolce fatto di rabbia, commozione e stupore che diventerà la cifra dominante del regista.
È un film questo in cui gli adulti sono quasi completamente assenti, perché indifferenti o colpevoli, mentre davanti alla macchina da presa ci sono quasi esclusivamente bambini e ragazzini, non solo i quattro fratelli, ma anche altri con cui interagiscono e che in parte ne condividono le peripezie. E la verità del modo di muoversi, di agire e di comportarsi di questi bambini colpisce al cuore, e va attribuita alla incredibile capacità di Kore’eda di creare una empatia speciale con i più piccoli.
Da vedere.
Voto: 4/5
lunedì 15 giugno 2026
Hen – Storia di una gallina
Questo film del regista ungherese György Pálfi era stato presentato all’ultima Festa del cinema di Roma (2025), ma nella mia programmazione non era riuscito a rientrare.
Cosicché ora che, alle porte dell’estate, il film arriva nelle sale italiane decido di non perderlo.
Si comincia con le immagini di un’azienda nella qualche si allevano galline per produrre e vendere uova e pulcini. Tra questi ce n’è uno nero che, diventato una gallina, cominciamo a seguire in mezzo a tutti gli altri e che, proprio per il suo colore, il camionista che trasporta le merci dall’azienda agli acquirenti decide di togliere dal carico e di portare a casa come regalo per sua moglie. Durante una sosta dal benzinaio, la gallina nera più o meno fortunosamente riesce a fuggire, e da qui comincia una incredibile avventura che la porterà nella casa di un vecchio che vive con la figlia e la nipote, cui un tempo era annessa una taverna di pesce.
Il compagno della figlia utilizza invece questo avamposto molto defilato per il contrabbando di merci e a un certo punto anche di esseri umani. Mentre nel mondo degli umani si consumano questi eventi, con risvolti a volte tragici, altre volte ridicoli, la gallina - cui il vecchio capofamiglia dà il nome di Hen - cresce e scopre gioie e dolori della vita da gallina e, mentre attraversa quasi indifferente le traversie degli umani e si salva più volte dalla morte, da un lato aiuta – non intenzionalmente - il vecchio capofamiglia a prendere coscienza di sé e di quello che sta accadendo, dall’altro persegue, in questo caso intenzionalmente, l’obiettivo di fare dei pulcini e di dare futuro alla sua specie.
Pare che Hen sia stata interpretata da ben nove diverse galline, perché sembrerebbe che le galline – oltre a non rendere particolarmente facile il compito del regista - tendano a stancarsi molto facilmente e dunque per poter procedere a girare il film è stato necessario cambiare frequentemente la protagonista.
Il film gioca in maniera molto accurata sulla tendenza di noi esseri umani ad attribuire sentimenti, intenzioni e pensieri agli animali sulla base della nostra esperienza, umanizzandoli; però in questo caso è altrettanto evidente l’intenzione del regista di mostrare come, al netto delle nostre sovrainterpretazioni, gli animali agiscono secondo istinto di sopravvivenza e di prosecuzione della specie, e che in fondo questa istintività indifferente a tutto il resto in molti casi è molto meglio della nostra intenzionalità e razionalità, dunque in sintesi di quello che ci rende umani.
A parte il fastidio per il doppiaggio italiano degli attori umani, che ho mal sopportato, il film pur non essendo un capolavoro è decisamente interessante nella sua originalità.
Voto: 3/5
Cosicché ora che, alle porte dell’estate, il film arriva nelle sale italiane decido di non perderlo.
Si comincia con le immagini di un’azienda nella qualche si allevano galline per produrre e vendere uova e pulcini. Tra questi ce n’è uno nero che, diventato una gallina, cominciamo a seguire in mezzo a tutti gli altri e che, proprio per il suo colore, il camionista che trasporta le merci dall’azienda agli acquirenti decide di togliere dal carico e di portare a casa come regalo per sua moglie. Durante una sosta dal benzinaio, la gallina nera più o meno fortunosamente riesce a fuggire, e da qui comincia una incredibile avventura che la porterà nella casa di un vecchio che vive con la figlia e la nipote, cui un tempo era annessa una taverna di pesce.
Il compagno della figlia utilizza invece questo avamposto molto defilato per il contrabbando di merci e a un certo punto anche di esseri umani. Mentre nel mondo degli umani si consumano questi eventi, con risvolti a volte tragici, altre volte ridicoli, la gallina - cui il vecchio capofamiglia dà il nome di Hen - cresce e scopre gioie e dolori della vita da gallina e, mentre attraversa quasi indifferente le traversie degli umani e si salva più volte dalla morte, da un lato aiuta – non intenzionalmente - il vecchio capofamiglia a prendere coscienza di sé e di quello che sta accadendo, dall’altro persegue, in questo caso intenzionalmente, l’obiettivo di fare dei pulcini e di dare futuro alla sua specie.
Pare che Hen sia stata interpretata da ben nove diverse galline, perché sembrerebbe che le galline – oltre a non rendere particolarmente facile il compito del regista - tendano a stancarsi molto facilmente e dunque per poter procedere a girare il film è stato necessario cambiare frequentemente la protagonista.
Il film gioca in maniera molto accurata sulla tendenza di noi esseri umani ad attribuire sentimenti, intenzioni e pensieri agli animali sulla base della nostra esperienza, umanizzandoli; però in questo caso è altrettanto evidente l’intenzione del regista di mostrare come, al netto delle nostre sovrainterpretazioni, gli animali agiscono secondo istinto di sopravvivenza e di prosecuzione della specie, e che in fondo questa istintività indifferente a tutto il resto in molti casi è molto meglio della nostra intenzionalità e razionalità, dunque in sintesi di quello che ci rende umani.
A parte il fastidio per il doppiaggio italiano degli attori umani, che ho mal sopportato, il film pur non essendo un capolavoro è decisamente interessante nella sua originalità.
Voto: 3/5
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