La retrospettiva che alcuni cinema stanno dedicando alla filmografia di Hirokazu Kore'eda mi offre la possibilità di vedere sul grande schermo il primo lungometraggio del regista giapponese che da un po’ di anni a questa parte, pur tra alti e bassi, ho imparato ad amare in modo speciale.
Maborosi è un film del 1995 – e lo si vede dall’uso della pellicola e da quella ridotta nitidezza a cui il digitale ci ha completamente disabituato – e racconta la storia di Yumiko (Makiko Esumi), la cui esistenza è segnata da due perdite. La prima, avvenuta quando Yumiko aveva nove anni, aveva riguardato la nonna, allontanatasi da casa e mai più ritrovata, la seconda causata dal suicidio del marito di Yumiko, senza apparenti spiegazioni, che l’aveva lasciata da sola con un bambino molto piccolo.
Per entrambe le perdite, Yumiko vive sensi di colpa più o meno consapevoli, che spesso si ripresentano nei sogni. Cosicché anche quando la donna si trasferisce da Osaka in un piccolo villaggio sul mare nella regione delle Alpi giapponesi per costruire una seconda famiglia insieme a un vedovo rimasto a sua volta solo con una figlia, la ritrovata serenità sarà a più riprese turbata dalla paura di rivivere quell’incubo e dalla ricerca di un’impossibile spiegazione.
In questo primo film di Hirokazu Kore'eda, pur essendo già presenti alcuni elementi che diventeranno poi tipici della sua poetica e caratterizzanti per la sua filmografia successiva, ci troviamo però di fronte a una versione più involuta e bergmaniana della sua narrazione.
In Maborosi, pur essendo presenti alcune importanti svolte narrative e alcune scene magistrali per il loro pathos, come quella di Yumiko che segue un corteo funebre al tramonto sulla riva del mare, le parole sono minimali, i sentimenti sono sottesi e lasciati all’intuizione dello spettatore, tutto è molto trattenuto, e il girato sembra documentare più che interpretare o capire.
Nondimeno emerge fin da subito la straordinaria capacità di Kore'eda di dirigere i bambini, e le scene di gioco dei due fratellastri (il figlio di Yumiko e la figlia del suo secondo marito) sono tra le più tenere del film, nonché l’attenzione alla tematica della famiglia o meglio dei legami familiari, anche quelli che vanno al di là dei legami di sangue, cose che raggiungeranno il loro apice in film successivi.
C’è sicuramente di mezzo anche una distanza culturale che in questo film più che in altri sentiamo molto forte, cosicché l’esperienza di visione di Maborosi, che sul piano visivo è notevole grazie a una fotografia di altissimo livello, risulta invece un po’ contraddittoria sul piano emotivo.
Spero di riuscire a recuperare anche qualche altro dei suoi film mai usciti in sala in programmazione nelle prossime settimane per avere la possibilità di vedere il percorso di questo autore.
Voto: 3/5
giovedì 4 giugno 2026
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