giovedì 11 giugno 2026

Lucrecia Dalt. Monk, 27 maggio 2026

Purtroppo la capitale dal punto di vista della musica dal vivo, soprattutto quando si tratta artisti stranieri, è una piazza tendenzialmente piuttosto deludente. Sono stati variamente spiegati i motivi per cui la maggior parte delle band e dei cantanti che fanno i tour europei tendono a saltare l’Italia e se proprio ci fanno un passaggio, la scelta cade su Milano o al massimo su Bologna.

Così, accade che ogni volta che un o una musicista che ho ascoltato e che ho trovato interessante – anche se magari non in cima alle mie personali classifiche – fissa una data romana cerco di non lasciarmela sfuggire, e se il luogo è il Monk la decisione è ulteriormente rafforzata.

Dunque qualche mese fa avevo preso il biglietto per il concerto di Lucrecia Dalt, artista colombiana di cui avevo già comprato il disco precedente ¡Ay! sulla scorta delle recensioni positive che avevo letto, ma ne avevo abbandonato quasi subito l’ascolto, troppo sperimentale per me.

Ho voluto darle una seconda possibilità con l’ultimo disco, A danger to ourselves, nato dalla collaborazione – tra gli altri – con David Sylvian, e a questo giro l’ascolto è stato per me molto più interessante, soprattutto per alcuni brani.

Sul palco del Monk la Dalt si presenta con due musicisti, un batterista, Alex Lazaro, che si muove all’interno di una batteria composta in un modo originalissimo e le cui parti stanno non solo in basso rispetto alle sue mani ma anche in alto, e un bassista, Cyrus Campbell, che si sposta tra il basso e il contrabbasso.

La Dalt suona invece chitarra elettrica e classica, e soprattutto costruisce i suoi sottofondi sonori con pedaliera, secondo microfono, sintetizzatori e computer.

Quando attacca il primo brano mi dico che forse non sarà il concerto per me.

I tre musicisti – che sfoggiano un look un po’ steampunk – risultano algidi e la componente fortemente elettronica dei primi brani dal mio punto di vista non aiuta.

Però man mano che il concerto va avanti e le sonorità della Dalt si fanno – come nell’ultimo disco – più varie e miste, oscillando tra sonorità che si richiamano a quelle tradizionali della musica latinoamericana e sonorità elettroniche e dark, che a volte si fanno inquietanti, altre volte ipnotiche, altre volte quasi calde e rassicuranti, mi lascio andare e mi faccio conquistare.

Da lì in poi il concerto è come un viaggio psichedelico collettivo che rapidamente ci conduce verso un finale nel quale la Dalt si fa più loquace e più empatica nei confronti del pubblico, conquistata anche lei dall’atmosfera.

Cosicché al termine della scaletta, non mancano due canzoni di reprise prima di chiudere in bellezza.

E così, anche se non è esattamente il mio genere, i tappeti musicali complessi e stratificati di Lucrecia Dalt mi trascinano magneticamente nel mondo della musicista, facendomi apprezzare una volta di più la magia della musica dal vivo.

Voto: 3,5/5

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