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domenica 11 ottobre 2026

Da Venezia a Roma: Look back, Woman unknown, Possible love, La ragazza con la Leica

Ed eccomi all’ormai tradizionale appuntamento con le anteprime romane dei film presentati alla Mostra internazionale del cinema di Venezia. Quest’anno la scelta è molto dolorosa, perché il tempo a disposizione è poco, l’energia pure, mentre invece l’offerta è molto interessante. Alla fine riesco a vedere quattro film, tra cui il vincitore della rassegna.

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Look back

Negli ultimi tempi, un po’ perché i cinema italiani hanno proposto la sua retrospettiva, un po’ perché è diventato particolarmente prolifico, sono completamente immersa nel mondo del regista giapponese Hirokazu Kore’eda. Al Festival di Venezia il regista ha presentato il suo ultimo film, tratto dall’omonimo graphic novel di Tatsuki Fujimoto, che io avevo letto qualche anno fa dopo averne sentito parlare.

Mi pare che il film di Kore’eda sia molto fedele al fumetto, sia dal punto di vista narrativo che da quello visivo. La storia è quella di due ragazze, Fujino e Kyomoto, entrambe appassionate di disegno e di manga. La prima è volitiva e determinata, la seconda ha una forma di timidezza patologica che le impedisce di andare a scuola. Dopo un primo momento in cui Fujino si sente minacciata dalla bravura di Kyomoto, le due ragazze diventano inseparabili e iniziano a coltivare il loro sogno di realizzare un manga tutto loro. Le loro storie e i loro personaggi le porteranno al successo, ma le loro strade si divideranno quando Kyomoto deciderà di andare all’Accademia di Belle Arti, mentre Fujino andrà avanti nella carriera di mangaka fino ad avere la possibilità di realizzare un anime. Un evento tragico dà avvio a una seconda parte del racconto, che probabilmente si svolge tutta nella testa di Fujino la quale visualizza modi alternativi in cui sarebbero potute andare le cose.

Il fumetto a suo tempo mi aveva lasciata un po’ perplessa, soprattutto in questa seconda parte un po’ onirica, a cui faticosamente e un po’ inutilmente avevo cercato una interpretazione strettamente razionale.

Nella fedeltà assoluta alla fonte, un effetto simile mi ha fatto il film di Kore’eda, anche se la trasformazione del fumetto in live action e poi di quest’ultimo in cartone animato mi hanno reso paradossalmente meno straniante la svolta fantastica della storia e hanno certamente accresciuto l’empatia verso le due protagoniste, anche grazie a due interpreti molto in parte e adeguate e alla sempre delicata e profonda capacità di Kore’eda di dirigere attori bambini o giovanissimi.

Dunque, pur essendomi piuttosto estranei il mondo dei mangaka e in generale quello del disegno, Kore’eda è riuscito a farmi sentire questi due personaggi, sia nella fase adolescenziale degli entusiasmi assoluti e delle passioni divoranti, sia nella fase che porta all’età adulta e che è fatta di dubbi e scelte talvolta dolorose.

Voto: 3,5/5



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Woman unknown

Woman unknown della regista di origine egiziana ma di formazione danese, May el-Toukhy, è il film che un po’ inaspettatamente ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia e la cui protagonista, Mathilde Arcel, ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.

Sono dunque molto curiosa di vederlo in anteprima.

Siamo nell’immediato secondo dopoguerra in Danimarca. Nelle strade regnano entusiasmo ma anche caos, perché la resistenza danese sta regolando i conti con i collaborazionisti o presunti tali. Marie (Mathilde Arcel) fa la cameriera e la bambinaia nella casa di un ricco vedovo, Christian (Carsten Bjørnlund), e sta per diventare sua moglie. Dentro casa il rigore e l’ordine sono quasi maniacali, ma il caos esterno presto si farà strada nella vita di Marie, riportando a poco a poco alla luce segreti del suo passato che potrebbero far naufragare tutti i suoi progetti futuri.

Il film di May el-Toukhy (di cui mi sono accorta di aver visto un altro film nel 2017!!) è di una compostezza formale e di una perfezione estetica notevoli: forme, colori, inquadrature, sono tutti studiati e proposti con grandissima accuratezza. E già questo fa metà della qualità del film.

L’altra metà la fa l’interpretazione trattenuta e sofferta della Arcel, perfetta nell’incarnare la paura e al contempo la spregiudicatezza della vittima per sopravvivere, ma anche l’inevitabile tormento interiore che determina.

Nel film della el-Toukhi ci sono tanti temi: le conseguenze della guerra e dei suoi orrori, la vendetta feroce dei vincitori, il difficile discrimine tra buoni e cattivi, il peso dell’appartenenza di classe e della ricchezza, ma soprattutto c’è il corpo delle donne come terreno sul quale si giocano tutte le partite sopra citate.

Corpi sfregiati, umiliati, oggettificati, usati, annullando volontà, arbitrio e desideri delle donne che li abitano, corpi di cui gli uomini possono disporre a piacimento e fare quello che vogliono, mentre se sono le donne a usare i loro corpi come strumenti di difesa o di azione finiscono inevitabilmente stigmatizzate e soffocate.

Un film intenso che non si sottrae alla complessità e che lascia molto da metabolizzare agli occhi e alle menti degli spettatori. Non so se fosse il film migliore di Venezia, ma certamente un ottimo film.

Voto: 3,5/5



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Possible love

“Non desiderare la roba d’altri” è la prima cosa che compare sullo schermo quando in sala si spengono le luci, e al termine del film diventa esplicito il riferimento di Possible love a Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski, rafforzato dalla presenza tra i produttori esecutivi del film di Krzysztof Piesiewicz, sceneggiatore di tutti i film che compongono il decalogo.

Questa rilettura sudcoreana, pur omaggiando l’originale, affonda profondamente le sue radici nella cinematografia di Lee Chang-dong, di cui io ho visto soltanto Burning – L’amore brucia, che mi era piaciuto parecchio.

Vero è che ormai, tra film e serie TV, siamo tutti piuttosto adusi alla cinematografia coreana, che – come mi pare di aver già avuto modo di dire in passato – è tra le più interessanti nel panorama attuale del cinema e non a caso ha ampiamente - e ormai da tempo - superato i confini nazionali.

Il film di Lee Chang-dong racconta l’intrecciarsi delle vicende di due coppie, quella formata da Ho-seok e sua moglie Mi-ok, e quella formata da Ye-ji e e suo marito Sang-woo. Il quinto personaggio è il figlio decenne della prima coppia, Cheol, osservatore silenzioso – e invero un po’ inquietante - di quanto accade.

La prima è una coppia proletaria: Ho-seok è stato licenziato, insieme a molti altri operai, dalla fabbrica dove lavorava e ha partecipato a un grande sciopero che è stato represso brutalmente dal governo. Da allora soffre pesantemente di depressione, mentre sua moglie cerca di convincerlo a farsi aiutare.

La seconda è una coppia benestante: Ye-ji è una regista di documentari e sta realizzando un lavoro proprio sul caso degli operai licenziati e sullo sciopero che ne seguì, mentre suo marito è un imprenditore che lavora nel settore delle Big Tech.

Le strade di queste due coppie si incrociano al funerale di un operaio che si è suicidato dopo che è stato licenziato: al funerale partecipano Ho-seok e Mi-ok, ma nel luogo dove si svolge c’è anche Ye-ji che sta facendo delle riprese. Dopo questo primo incontro Mi-ok accetta di partecipare alle riprese e di parlare della propria storia e di quella della sua famiglia e a poco a poco il rapporto tra queste due coppie si fa sempre più stretto fino a una vacanza insieme nella bellissima casa di famiglia di Sang-woo, con spiaggia privata, dove le dinamiche emotive intrecciate tra questi personaggi giungono al culmine.

Nel film di Lee Chang-dong ci sono moltissimi temi: un contesto socio-economico sempre più difficile in cui l’evoluzione tecnologica e le derive del capitalismo stanno mettendo a rischio il lavoro, un mondo – quello sudcoreano - quasi patologicamente incentrato sul lavoro e sul successo individuale, e dunque sulla competizione (come abbiamo visto anche nel recente No other choice), un governo nazionale che sembra avere nel suo DNA una tendenza autoritaria e alla repressione (non può non tornarmi in mente Atti umani di Han Kang), una società che l’ultraliberismo ha reso profondamente disuguale, in cui le classi proletarie sono sempre più distanti da quelle ricche e l’invidia sociale è fortissima, la necessità di raccontare questa realtà per mezzo delle immagini, ma anche l’inevitabilità del voyerismo e dell’irriducibilità tra chi guarda (quasi sempre proveniente dalle classi sociali più agiate) e il soggetto del racconto.

Quest’ultimo aspetto è forse quello che mi ha in qualche modo colpito di più, fors’anche perché il mio interesse per la fotografia, e soprattutto per la fotografia di strada e di reportage, mi hanno fatto risuonare queste riflessioni. Le storie non esistono se non vengono raccontate, ma fino a che punto chi sta dietro l’obiettivo ha la capacità e il diritto di raccontarle, quanto lo fa per un bisogno egotico prima che per dare uno spazio ai soggetti del racconto?

Cheol, il bambino che fa in qualche modo da testimone muto di questa vicenda, è forse proprio il tentativo da parte del regista di dichiarare un senso di difficoltà e di estraneità di fronte a queste dinamiche, che però inevitabilmente è senza soluzione.

Il film uscirà purtroppo solo su Netflix e non al cinema. Personalmente sono ben contenta di averlo visto sul grande schermo, perché due ore e quaranta di film coreano sullo schermo di casa per me non sarebbero sostenibili.

Voto: 4/5



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La ragazza con la Leica

Non ho letto il romanzo omonimo della scrittrice italo-tedesca Helena Janeczek che nel 2018 vinse il Premio Strega. Non so bene perché ne sono attirata ma anche respinta. Ma, ora che la regista Alina Marazzi ha deciso di trarne un film, non posso più sottrarmi a questa storia che vede al centro la figura di Gerda Taro, fotoreporter morta a soli 27 anni durante la guerra civile spagnola, il cui nome è spesso messo in relazione a quello di un altro grande reporter di guerra, Robert Capa.

Dall’intervista alla regista che segue la visione del film capisco che il libro, pur essendo un romanzo, si basa su solide ricerche documentarie ed archivistiche e mescola storia e finzione, cosa che probabilmente è stata la molla principale che ha titillato l’interesse della Marazzi e l’ha portata a farne un film.

Da sempre infatti la Marazzi è interessata a questo mix e spesso nei suoi film confluisce materiale audiovisivo di archivio. In questa produzione italo-tedesca la sfida si fa particolarmente interessante, perché si tratta di raccontare un periodo storico particolare: quegli anni Trenta durante i quali l’ascesa del nazismo spinse molti giovani a lasciare la Germania, l’Ungheria, la Polonia per andare in paesi in quel momento più sicuri, come la Francia. Molti di questi – e non fanno eccezione Gerda Taro, Robert Capa e i loro amici – si unirono anche alle forze repubblicane spagnole che combattevano contro il generale Franco e i militari.

È dunque il racconto di una generazione di giovani animati da ideali politici, ma sradicati dai loro paesi di origine, che fanno gruppo per affrontare questa realtà, e che spesso utilizzano l’arte – la fotografia in primis – come strumento di espressione personale e di battaglia politica.

Però La ragazza con la Leica è anche il racconto della vita di una giovane donna a suo modo eccezionale per la sua epoca: Gerda era libera dalle convenzioni, insofferente a tutti i dettami sociali, desiderosa di divertirsi, dotata di una energia vitale straordinaria, ma anche animata da ideali forti e dalla ferma volontà di lottare per questi ideali. Alla sua figura di donna e di fotografa la Janeczek prima e la Marazzi poi restituiscono quello che probabilmente la storia e la sua breve vita hanno tolto: il suo ruolo centrale nel gruppo degli esuli, l’intuizione determinante che segnò l’inizio del successo della carriera di Capa, la varietà e la potenza della sua opera fotografica, perduta e dimenticata a lungo, poi in parte riscoperta dopo il 1997, ma che probabilmente è in parte anche stata attribuita a Capa, in un processo – che ben conosciamo – di ridimensionamento, se non cancellazione delle figure femminili in molti ambiti creativi, non ultima la fotografia.

Il film lavora molto bene – come è nello stile della Marazzi – nel far dialogare i documenti audiovisivi di archivio, le fotografie, gli spezzoni dei film dell’epoca con il girato, giocando tra la dimensione del passato e del presente, con sequenze volutamente anacronistiche che in qualche modo richiamano la forza contemporanea di alcuni elementi di questa vicenda. Gli attori, in particolare la bravissima Emilia Schüle nei panni di Gerda, reggono bene il tono composito e per certi veri ondivago del film.

Probabilmente c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel tentativo della Marazzi, ma nel complesso per quanto mi riguarda ho trovato l’operazione ambiziosa e almeno in parte riuscita.

Voto: 3/5


domenica 26 luglio 2026

Still walking – Camminando in un giorno d’estate

Per chi ha amato Viaggio a Tokyo e in generale la filmografia del grande maestro giapponese Yasujiro Ozu questo è il film di Hirokazu Kore’Eda che forse più di tutti gli altri sembra ispirarsi esplicitamente a quella cinematografia e a quel modo di narrare.

Anche in questo caso parliamo di dinamiche familiari e di rapporti genitori-figli e l’occasione è un viaggio, in direzione opposta, da Tokyo a un paesino dove, in una casa tradizionale giapponese, vivono i genitori ormai anziani di Ryota Yokohama. La famiglia è stata segnata 10 anni prima dalla morte del figlio maggiore Junpei, che ha perso la vita salvando un ragazzino dall’annegamento, e tutti gli anni la famiglia al completo si riunisce per l’anniversario della morte.

In questa casa convergono dunque Ryota con la moglie, vedova, che ha già un figlio del primo marito, Atsushi, e la sorella Chinami con il marito e i due figli. Arriverà a un certo punto il ragazzino, ormai adulto, che Junpei aveva salvato, invitato dai genitori ogni anno per questo anniversario.

Chiunque – indipendentemente dal contesto geografico e culturale dal quale proviene – potrà riconoscersi nelle dinamiche sottili, ma al contempo evidenti, che man mano Kore’Eda fa emergere. Per la famiglia Yokohama tali dinamiche sono ovviamente aggravate e rese se vogliamo più evidenti dalla tragedia che hanno vissuto: il primogenito morto, pur assente, è una presenza costante nei discorsi di tutti, in particolare dei genitori, che non hanno mai fatto pace con questa perdita ed inevitabilmente hanno idealizzato questa figura a scapito degli altri figli.

Se Chinami, in quanto figlia femmina e non direttamente in competizione con Junpei viene in parte risparmiata, Ryota deve fare continuamente i conti con questo confronto, e la sua vita – fatta di scelte, di compromessi e di difficoltà come quella di tutti – è sotto il costante giudizio dei genitori e viene vissuta da Ryota in parte come un fallimento rispetto alle loro aspettative, ovviamente irraggiungibili.

Ma non è solo il lutto che pesa sulle vite di tutti a caratterizzare le relazioni tra i membri della famiglia e le figure aggiunte (mariti, mogli, figli): c’è soprattutto una difficoltà quasi insuperabile, che è inevitabile in ogni famiglia, a trovare equilibri nuovi quando i figli escono dal nucleo familiare e si costruiscono la propria vita.

L’affezione rassicurante dei genitori per quello che i figli erano quando li conoscevano meglio (o almeno così ritenevano) fa fatica ad aprirsi a un rapporto adulto, tra persone che in qualche modo sono uscite dai binari che erano stati scavati per loro, e la difficoltà è in primis dei genitori (per i quali significa perdere un ruolo di guida), ma è anche dei figli che tendono a non voler mai smontare l’immaginario, costrittivo ma anche rassicurante, dei genitori, e che inevitabilmente – come tutti noi sperimentiamo ogni giorno – si insinua anche nella vita adulta nella ripetizione di alcuni gesti e, giocoforza, di alcuni modi di essere.

Quel mix inscindibile che nelle riunioni familiari è fatto di affetto, ma anche di tensione e di sotterranea violenza reciproca, e che invade anche i rapporti con il mondo circostante, è qualcosa che tutti noi abbiamo vissuto e riconosciamo, se siamo sufficientemente sinceri con noi stessi. D’altra parte, lo sguardo di Kore’Eda non è giudicante, ma trova nella compassione reciproca, e forse soprattutto dei figli nei confronti dei genitori, la chiave se non di una soluzione, quanto meno di una necessaria comprensione.

La famiglia – si sa – è al cuore del cinema di Kore’Eda, come lo era del cinema di Ozu, e certamente la cultura giapponese, fatta tantissimo di apparenza, di maniera e inevitabilmente di ipocrisia anche rispetto ai rapporti che potrebbero/dovrebbero essere più intimi, esaspera le dinamiche un po’ patologiche e un po’ normali prima descritte. Ma chi può dire di riuscire a essere pienamente sé stesso e di essere completamente a proprio agio, una volta adulto, con la sua famiglia di origine?

Kore’Eda continuerà a indagare i legami di sangue, e non solo di sangue, per tutta la filmografia successiva, senza forse riuscire mai a dare una risposta, ma sicuramente gettando luce in maniera sopraffina su sentimenti complessi e ambigui, con una precisione e una delicatezza davvero straordinari.

Voto: 4/5


domenica 21 giugno 2026

Nobody knows

Dopo l’esperienza un po’ spiazzante della visione di Maborosi, il primo lungometraggio di Hirokazu Kore’eda del 1995, torno al cinema per il secondo appuntamento con la retrospettiva dedicata al grande regista giapponese. Il film, uscito quasi dieci anni più tardi (dopo altri due, Wonderful life e Distance) è Nobody knows, che si ispira a fatti realmente accaduti a Tokyo, ma che sono per Kore’eda una straordinaria occasione per tornare su quelli che diventeranno due capisaldi della sua produzione: i rapporti familiari e i bambini.

In Nobody knows la narrazione comincia con una madre e un figlio preadolescente, Akira (Yūya Yagira, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes in quell’anno), che si trasferiscono in una nuova casa e si presentano ai vicini (e forse anche proprietari della casa), portando loro dei doni e dicendo di essere solo in due. Quando però in casa portano tutti gli scatoloni, da due grosse e pesanti valigie vengono fuori un bambino, Shigeru, e una bambina, Yuki, più piccoli, e dopo poco il fratello più grande va alla stazione a prendere la quarta sorella, Kyoko, poco più piccola di lui.

Si capisce presto che questi quattro ragazzini sono figli di padri diversi, e che la loro madre ha un approccio adolescenziale alla vita e all’amore, e continua a innamorarsi delle persone sbagliate. La sua ricerca della felicità spesso confligge con il benessere dei figli, i quali a più riprese vengono lasciati da soli e affidati alle cure del fratello maggiore, sobbarcato di responsabilità enormi.

Quando la madre sparisce per un periodo molto lungo, i quattro ragazzini si troveranno a fare i conti da un lato con la necessità di sopravvivere, dall’altro con i loro desideri e bisogni di bambini.

Sarà un coming of age profondamente doloroso e straziante da un lato, ma anche intriso di una straordinaria tenerezza, in quel mix agrodolce fatto di rabbia, commozione e stupore che diventerà la cifra dominante del regista.

È un film questo in cui gli adulti sono quasi completamente assenti, perché indifferenti o colpevoli, mentre davanti alla macchina da presa ci sono quasi esclusivamente bambini e ragazzini, non solo i quattro fratelli, ma anche altri con cui interagiscono e che in parte ne condividono le peripezie. E la verità del modo di muoversi, di agire e di comportarsi di questi bambini colpisce al cuore, e va attribuita alla incredibile capacità di Kore’eda di creare una empatia speciale con i più piccoli.

Da vedere.

Voto: 4/5


domenica 10 maggio 2026

Il caso 137

Avevo già apprezzato molto lo stile asciutto ed efficace del regista Dominik Moll con il suo film precedente La notte del 12, che raccontava con grande accuratezza e complessità l’indagine su un caso di cronaca, ossia la morte di una ragazza, cosicché la mia aspettativa su questo nuovo film era parecchio alta.

Siamo in Francia, a Parigi, nel 2018, durante la fase più calda delle proteste dei gilet gialli. Stéphanie (una bravissima Léa Drucker), una donna single che vive con il figlio adolescente dopo la separazione dall’ex marito poliziotto, è anche lei una poliziotta, ma all’interno del corpo di polizia ha un ruolo molto particolare: lavora infatti nel Dipartimento che si occupa di investigare su casi che riguardano altri poliziotti e che ha il compito di verificare se l’azione compiuta dagli stessi sia stata necessaria e proporzionata.

Con l’escalation delle proteste, la tensione tra polizia e manifestanti si fa sempre più forte, e le denunce che arrivano sulle scrivanie del Dipartimento in cui lavora Stéphanie sono sempre di più.

Il caso 137 cui si riferisce il titolo è uno dei casi che viene affidato a Stéphanie e che riguarda un ragazzo della banlieue parigina, Guillaume, che durante una manifestazione cui partecipava insieme alla sorella e al fidanzato di lei, nonché insieme alla madre e al padre, viene colpito alla testa dai proiettili di gomma dei poliziotti, riportando ferite gravi e invalidanti.

Stéphanie conduce le indagini in maniera rigorosa e attenta, non trascurando alcun dettaglio né testimone, e riuscirà a poco a poco non solo a individuare il gruppo di poliziotti coinvolti nell’episodio ma anche a comprendere la dinamica dell’evento.

Durante questo percorso farà i conti con la reticenza e le menzogne dei colleghi poliziotti, ma anche con la totale mancanza di fiducia della società civile nei confronti della polizia nonché del lavoro che lei stessa sta svolgendo.

Come il precedente, Il caso 137 è un film che non spreca un passaggio e che, nelle sue oltre due ore di durata, non contiene una sequenza di troppo e tiene lo spettatore incollato ai personaggi e alla storia fino all’ultimo fotogramma. Esattamente come ne La notte del 12, all’interno di una confezione da cinema di genere, quello del polar che in Francia ha una solidissima tradizione cinematografica e letteraria, Dominik Moll riesce a convogliare significati e contenuti più complessi di quelli che di solito il genere riesce a esprimere.

In questo caso, di fronte a vicende che hanno segnato profondamente la storia recente della Francia, paese in cui le proteste dei gilet gialli sono diventati spesso guerriglia urbana e hanno rischiato di trasformarsi in guerra civile, con un governo centrale sempre più in difficoltà e costretto a dispiegare le proprie forze dell’ordine sempre più estesamente, lo sguardo di Moll riesce a non essere semplicisticamente di parte e a non sfuggire alla complessità e alle sfumature, pur restando rigoroso nel riconoscere le responsabilità.

Ma soprattutto mi ha toccato nel profondo la posizione della protagonista, che, nello svolgere il suo lavoro in maniera competente e meticolosa, e con un alto senso etico e di responsabilità individuale, si trova alfine a fare i conti con un sistema che è vittima della polarizzazione e che di fronte ai rischi che comporta difende sé stesso e inevitabilmente non rende giustizia alle vittime.

Quella di Moll non è una denuncia, ma una constatazione del fatto che la complessità dei tempi in cui viviamo inghiotte tutto, anche chi nel suo lavoro cerca di seguire una strada di razionalità e di correttezza, quella difficile strada mediana oggi disconosciuta, e spesso si trova a soccombere di fronte a tutte le parti in causa e a cercare sollievo alla frustrazione nell’anestetizzazione dominante.

Voto: 4/5


domenica 5 aprile 2026

Project Hail Mary – L’ultima missione

Tratto dall'omonimo romanzo di Andy Weir, Project Hail Mary, il film diretto da Phil Lord e Christopher Miller, vede protagonista il dottor Ryland Grace (un bravissimo Ryan Gosling, che io adoro da molti anni), un biologo molecolare che ha lasciato la ricerca e insegna in una scuola media. Il dottor Grace viene assoldato dal governo americano per partecipare al progetto Hail Mary, un tentativo di salvare la terra dalla catastrofe dovuta al fatto che degli agenti astrofagi stanno a poco a poco spegnendo il sole e le stelle delle altre galassie.

In realtà tutto comincia da Grace che si sveglia da un coma indotto senza ricordarsi chi sia e dove si trovi, fino a quando capisce di essere in una navicella spaziale lontanissima anni luce dalla terra e di essere solo perché i suoi due compagni di missione sono morti.

Inizia così una incredibile avventura in cui Grace non solo tenterà di salvare sé stesso - seppure con scarse speranze di sopravvivenza - ma cercherà di portare a termine l'obiettivo della missione. Alternando il presente nella navicella che cerca di raggiungere Tau Ceti (unica stella che pur attaccata dagli astrofagi non sembra esserne danneggiata) ai flashback sul passato che ci permettono di capire come si è arrivati fin lì e che sono in buona parte momenti in cui i ricordi del protagonista si riaccendono, attraversiamo questa storia che è un po' dramma, un po' giallo, un po' commedia, un po' spy story e ovviamente tanto sci-fi.

Project Hail Mary è ovviamente una favolona fantascientifica, e con questa consapevolezza va guardato, ma ha qualcosa che tanti film di fantascienza, concentrati solo sulla componente tecnologica e performativa, non hanno: il cuore.

Project Hail Mary è un film in perfetto equilibrio tra scienza e umanesimo, e l'anello di congiunzione tra questi due poli - affatto opposti - è il coming of age di un uomo adulto, che però buttato in un'impresa forse più grande di lui imparerà il senso di responsabilità e la cura.

Il racconto è anche uno straordinario inno al potere unificante della scienza, o meglio ancora del desiderio di conoscenza, che non solo è lo strumento per superare gli ostacoli, bensì è anche la molla per andare oltre i propri limiti e per incontrarsi con l'altro su un terreno se non condiviso, almeno cooperativo.

In questo senso il film è un incredibile messaggio di speranza, e una specie di auspicio che l'umanità riscopra il ruolo della scienza e della conoscenza come strumento di salvezza e non di distruzione.

E tutto questo lo fa non con un tono non lacrimevole e melodrammatico (anche se un po' di retorica e di melodramma è inevitabile e forse anche giusto in un film come questo), ma giocando moltissimo con l'ironia cosicché a più riprese la sceneggiatura strappa risate aperte e a loro modo intelligenti.

E poi c'è una Sandra Hüller che ci offre un nuovo personaggio ambivalente ed enigmatico, come solo lei sa fare, e quando canta Sign of the times di Harry Styles nella serata karaoke prima della partenza della navicella spaziale dalle terra riesce ad essere anche oltremodo affascinante.

Voto: 4/5


mercoledì 18 febbraio 2026

Silent friend

Ho visto Silent friend, il film di Ildikó Enyedi presentato alla Biennale 2025 di Venezia, il giorno dopo Marty Supreme, e la proiezione - in anteprima rispetto all'uscita in sala - è stata preceduta dal saluto garbato e umile di Tony Leung Chiu-wai, che ci ha predisposti al meglio alla visione.

Dopo il caos, il rumore, la frenesia di Marty Supreme, storia di un giovane ossessionato dalla sua ambizione, Silent friend è stato per me un toccasana, il film perfetto per lasciare il giusto tempo e il giusto spazio a godere visivamente delle immagini e a pensare, riportando l’essere umano al giusto posto nell’equilibrio dell’universo.

Siamo in Germania, a Marburg, sede di un’università che risale al Medioevo ma che ha saputo tenersi al passo con i tempi, senza rinnegare il passato, come dimostra la sua architettura in cui ben si armonizzano gli edifici antichi con la modernissima struttura della biblioteca centrale.

Qui arriva da Hong Kong un neuroscienziato (Tony Leung Chiu-Wai) per tenere una conferenza sulla ricerca che sta svolgendo sul cervello dei bambini. Ma è l’inizio del 2020 e il professore resta bloccato a Marburg a causa della pandemia e trascorre un periodo presso la residenza universitaria in cui è ospitato. In questo periodo frequenta il giardino botanico che circonda l’università, dove c’è un enorme gingko biloba, risalente al 1832, che presto attrae la sua attenzione e su cui decide di condurre una ricerca.

Questo grande albero era lì anche quando, nel 1908, entrò all’università la prima studentessa di sesso femminile, Grete, (Luna Wedler), una giovane curiosa e appassionata che, in un universo totalmente maschile, fu costretta a lottare per essere riconosciuta come ricercatrice prima che come donna. Studiosa di botanica, fotografa per necessità e poi per passione, Grete non si stancò mai di andare alla ricerca degli elementi di continuità tra esseri viventi, e in particolare tra piante ed esseri umani.

Nella stessa università, nel 1972 Hannes (Enzo Brumm) studia letteratura: l’incontro con Gundula (Marlene Burow), una studentessa di botanica che sta conducendo un esperimento sulle “reazioni” di un geranio che tiene sul davanzale della sua stanza, accende la curiosità di Hannes verso il mondo vegetale e, quando Gundula parte per un viaggio estivo e gli affida la gestione del geranio e del suo giardino, il ragazzo comincia a condurre lui stesso degli esperimenti sulle piante.

Questa umanità curiosa usa gli strumenti della scienza per comprendere la vita di esseri che evidentemente hanno caratteristiche molto diverse dagli esseri umani, ma nondimeno hanno una loro esistenza complessa fatta di relazioni, comunicazione, strategie di sopravvivenza; e mentre osserva, questa umanità è a sua volta osservata dal mondo circostante. Non a caso Ildikó Enyedi sceglie di mostrarci a più riprese il punto di vista proprio del gingko biloba, presenza costante e silenziosa, ma non per questo meno viva e partecipe a ciò che le accade intorno, e con un orizzonte temporale che trascende ampiamente la vita dei singoli.

Il film della Enyedi è un’ode alla complessità del mondo, che porta con sé la necessità di ricollocare l’essere umano all’interno di questa complessità e non al vertice di essa, come spesso tendiamo a pensare.

Ma soprattutto Silent friend parla dell’importanza di costruire legami, superare steccati, favorire incontri: tra uomo e natura, tra oriente e occidente, tra maschi e femmine, tra scienza e umanesimo, tra visioni del mondo e modi di essere differenti. Per farlo l’essere umano ha solo uno strumento: la curiosità e la ricerca, che ci spingono a studiare, sperimentare, confrontare, analizzare, e andare oltre noi stessi e le nostre convinzioni.

Silent friend – oltre ad avermi estasiata sul piano visivo e coccolata con la pacatezza del suo approccio – mi ha fatto pensare a quanto la tradizione culturale europea, così bistrattata da noi stessi europei e schiacciata dalle mode di oltreoceano, dovrebbe invece essere valorizzata: i princìpi su cui si fonda potrebbero così tornare a svolgere un importante ruolo di mediazione tra mondi distanti, cosa quanto mai opportuna – non solo a livello culturale – nel periodo storico che stiamo vivendo.

Voto: 4,5/5


domenica 15 febbraio 2026

L'agente segreto

Il film di Kleber Mendonça Filho è sorprendente da diversi punti di vista: sul piano della struttura narrativa, su quello estetico e su quello dei contenuti e dei significati.

A livello narrativo, per la prima ora del film lo spettatore è chiamato a concentrarsi su assi narrativi che si fa fatica a mettere in relazione, che sembrano procedere parallelamente e che costringono a un’attenzione esclusiva molto simile a quella che richiede la lettura di un romanzo complesso per superare le prime 100 pagine. Poi, a un certo punto, questi assi narrativi convergono dentro un quadro d’insieme in cui acquistano significato, e alcuni di essi si rivelano sottotrame non strettamente funzionali al cuore narrativo del racconto, ma certamente funzionali alla ricostruzione del contesto e dell’atmosfera.

Dal punto di vista estetico, L’agente segreto è chiaramente un omaggio al cinema degli anni Settanta, in particolare al genere poliziesco (anche se la sequenza di apertura del film si inscrive magistralmente nel genere western), e lo è nei colori, nella grana grossa, nelle inquadrature, nei rapidi zoom sui dettagli, in un certo gusto grottesco e quasi kitsch, che inevitabilmente ci catapultano in un universo cinematografico dal sapore nostalgico.

Sul piano dei contenuti, dentro la confezione di un film poliziesco e di una quasi spy story, c’è una storia profondamente politica che si inserisce nell’operazione di ricostruzione storica della dittatura brasiliana (1964-1985), operazione che diventa esplicita quando comprendiamo che quello che stiamo vedendo è l’oggetto dello studio di una giovane ricercatrice dei nostri tempi che sta analizzando audio e materiali d’archivio e di stampa relativi alla vicenda di Armando Solimões (Wagner Moura), che però si fa chiamare Marcelo Alvez per sfuggire a chi lo sta cercando per ammazzarlo.

Siamo nel 1977, sotto la dittatura di Ernesto Geisel (il cui ritratto appeso alle pareti degli uffici pubblici viene più volte inquadrato). Durante il periodo del carnevale, Armando, con il suo maggiolone giallo, arriva a Recife, nello stato del Pernambuco, sotto il falso nome di Marcelo. L'uomo è un professore universitario che si è messo di traverso, insieme a sua moglie, rispetto agli affari loschi di un industriale di origine italiana, il quale vuole dunque prendersi la sua vendetta. A Recife, Armando/Marcelo si rifugia nella casa in cui Dona Sebastiana ospita persone che si nascondono dal regime; grazie a questa rete di supporto, trova intanto lavoro nell’Ufficio anagrafe locale, dove prova anche a cercare informazioni sulla madre, e rientra in contatto con il figlio Fernando, che vive con i nonni materni, da quando la madre è morta.

Tutti questi aspetti sono tenuti insieme da un fil rouge che opera a tutti i livelli, ossia il cinema stesso, elemento centrale della storia. Oltre a omaggiare diversi generi della cinematografia degli anni Settanta, il cinema è uno dei luoghi del racconto, e il suocero di Armando ne è il proiezionista. Molti film sono citati esplicitamente o ne vengono mostrate alcune immagini su grandi e piccoli schermi o su locandine (The omen, Le magnifique con Jean Paul Belmondo, Pasqualino Settebellezze della Wertmuller, Donna Flor e i suoi due mariti): ma soprattutto è Lo squalo di Spielberg a farla da padrone, non solo come film proiettato ma anche come vicenda vissuta, visto che la corrotta polizia locale sta anche indagando su una gamba trovata nel corpo di uno squalo, che a sua volta diventerà protagonista di fantasiose notizie sui giornali locali e anche di una specie di corto di genere all’interno del film complessivo. Del resto, Lo squalo ha anche un forte significato metaforico visto che nel Brasile di quegli anni il regime non solo agiva esso stesso come uno squalo, ma lasciava che molti altri squali si muovessero a piede libero nella società.

In conclusione, mi sento di dire che quello di Mendonça Filho è un gran film e, sebbene non sia pienamente nelle mie corde, non posso non riconoscerne la grandezza.

Voto: 4/5


sabato 24 gennaio 2026

La grazia

Paolo Sorrentino torna al cinema con un film che già ha fatto parlare di sé a Venezia, dove è stato presentato, e poi grazie alle anteprime mattutine che ne hanno anticipato l’uscita ufficiale in sala.

La grazia racconta gli ultimi mesi – il cosiddetto semestre bianco - da Presidente della Repubblica di Mariano De Santis (un eccellente e finalmente misurato Toni Servillo), il quale si trova a dover fare i conti con alcune decisioni molto delicate: la firma o meno di una legge sul fine vita e la concessione della grazia a due persone, un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e una donna che ha ucciso il marito che la maltrattava.

De Santis, cattolico e naturalmente propenso all’attendismo e al compromesso, è incalzato dalla figlia Dorotea (una bravissima Anna Ferzetti), che è anche sua assistente personale al Quirinale e che, oltre a tenere sotto controllo la sua salute, è sempre più insofferente rispetto all’approccio del padre.

In questa temperie personalmente e professionalmente delicata, Mariano è anche ossessionato dal pensiero della moglie defunta, cui era profondamente legato, ma che lo ha anche lasciato col mistero dell’uomo con cui, in una fase della loro lunga storia d’amore, lo ha tradito.

Dopo il tuffo nel passato e nelle gioie e dolori della giovinezza fatto con Parthenope (che io avevo amato ben poco), Sorrentino torna a parlare del presente, che è quello suo come uomo che si avvia verso la vecchiaia, ma è anche quello nostro come società che soffre la condizione di incertezza.

Così, attraverso Mariano De Santis, Sorrentino sembra fare in qualche modo pace con il fatto che il dubbio fa parte del nostro essere umani e che la verità non sempre è conoscibile con certezza, perché alberga nei cuori e nelle menti delle persone, che sono per loro natura imperscrutabili; così come il dolore e la malinconia non sono il contrario della leggerezza ma l’inevitabile mix della nostra esistenza. Dunque, accettare il dubbio e ciò nonostante decidere significa anche concedersi una forma di leggerezza altrimenti impossibile, che è poi forse la grazia richiamata nel titolo.

È un Sorrentino decisamente più composto e minimalista del solito quello de La grazia, che, nonostante non rinunci ad alcuni dei suoi segni autoriali e ad alcuni passaggi di sceneggiatura che mi fanno sempre l’effetto di voler sembrare più profondi e intelligenti di quello che sono, riesce ad essere molto più diretto, profondamente empatico e appunto “leggero” rispetto al solito. Ed è proprio grazie a questo che il film si fa anche a più riprese commedia sincera e perfettamente riuscita, pur non abbandonando il suo senso più profondo.

Non mancano le scelte musicali sempre originali e spesso distoniche di Sorrentino (grande amante e conoscitore della musica) che qui regala un cameo a Guè e addirittura mette in bocca al Presidente della Repubblica una strofa rap.

Per me è un 4/5 perché forse non mi aspettavo più niente da Sorrentino e invece è riuscito a sorprendermi. E anche a commuovermi.

Voto: 4/5


venerdì 26 dicembre 2025

L’anno nuovo che non arriva

Il film del regista Bogdan Muresanu che ha vinto il Premio Orizzonti al Festival di Venezia del 2024, arriva in sala un po’ in sordina, ma spero possa conquistare una fetta di pubblico significativa.

L’anno nuovo che non arriva è ambientato a Bucarest nelle settimane prima del Natale 1989, mentre nel paese circolano le notizie della repressione sanguinosa da parte del regime di Ceausescu delle proteste e manifestazioni a Timisoara. Attraverso le vicende del regista Stefan che deve sostituire l’attrice dello spettacolo di Capodanno che è fuggita dal paese, dell’attrice Florina chiamata per la sostituzione ma che detesta il dittatore, del figlio del regista che insieme a un amico tenta la fuga a nuoto attraverso il Danubio, dell’agente segreto Ionut che non riesce a convincere la madre ad abbandonare la sua casa che sta per essere demolita, dell’operaio Gelu il cui figlio ha scritto e imbucato una lettera a Babbo Natale in cui chiede per il padre la morte di zio Nicolae, il regista tratteggia, con uguale dose di ironia e dramma, lo stato d’animo di un popolo ormai sfinito e insofferente di fronte alle angherie della dittatura.

Ingabbiati nella rete della paranoia, del controllo, della propaganda, ed esasperati da una situazione economica e sociale ormai del tutto insostenibile, i personaggi di Muresanu ci raccontano un mondo a noi vicino temporalmente e geograficamente, ma che ci appare in realtà lontanissimo (un po’ l’effetto che mi aveva fatto l’Albania raccontata da Lea Ypi), e ci comunicano soprattutto il clima che si respirava in Romania nei giorni immediatamente precedenti alla caduta del regime, avvenuta il 25 dicembre 1989. E lo fa in modo leggero e denso nello stesso tempo, e che per questo, mentre ci fa sorridere, riesce anche a farci riflettere sul modo in cui i rumeni sono vissuti fino a poco meno di quarant’anni fa.

Ho apprezzato anche il modo di fare cinema di Muresanu, modo che, pur essendo per noi riconoscibile e comunicativo, non strizza l’occhio a tutti i costi alla cinematografia occidentale, e resta invece fedele a modelli e atmosfere che appartengono al mondo dal quale proviene e che ci costringe a entrare in un sistema narrativo differente e per questo anche diversamente stimolante.

Voto: 4/5


lunedì 10 novembre 2025

Festa del cinema di Roma, 15-26 ottobre 2025 (Quarta parte)

Leggi anche la prima, la seconda e la terza parte delle recensioni della Festa del cinema.

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It was just an accident = Un semplice incidente

Ed eccoci alla proiezione del film vincitore della Palma d’oro a Cannes, It was just and accident (Un semplice incidente), l’ultimo film di Jafar Panahi che è presente alla festa del cinema di Roma (insieme alla moglie e alla figlia) per ricevere il premio alla carriera dalle mani di Giuseppe Tornatore. Nel discorso di ringraziamento Panahi non si fa sfuggire l’occasione di omaggiare il cinema italiano, in particolare il neorealismo, che tanta parte – dice – ha avuto nella sua formazione e nella definizione del suo cinema.

Tornato a fare film dopo l’incarcerazione da parte del regime iraniano, Panahi non dimentica l’esperienza che ha vissuto e la rilegge attraverso una storia che è un po’ un buddy movie e un po’ un road movie, e che riesce miracolosamente a mantenersi in bilico tra la commedia, il dramma e la denuncia politica e sociale, ma che non rinuncia nemmeno al registro ironico, che a tratti diventa anche grottesco, per poi sorprenderci con un finale aperto da thriller, che ogni spettatore è chiamato a interpretare secondo la propria sensibilità.

Tutto comincia con una tranquilla famigliola, padre, madre e figlia, che rientrano di notte in macchina verso casa: durante questo viaggio prima accade che la macchina investe e uccide un cane sulla strada, poi ha un guasto che li costringe a fermarsi per chiedere aiuto. In questa circostanza, un uomo riconosce nel guidatore Eghbal (Ebrahim Azizi), l’uomo che durante la sua prigionia dovuta alla partecipazione a uno sciopero lo aveva bendato e poi torturato psicologicamente. Da allora Vahid (Vahid Mobasseri) è perseguitato dal rumore sinistro della protesi che il suo aguzzino ha al posto della gamba che ha perso in Siria.

Vahid sequestra quello che ritiene essere Eghbal, ma quando sta per seppellirlo vivo in un luogo deserto si fa venire il dubbio di aver sbagliato persona e dunque va a cercare altre persone che sa aver subito da lui lo stesso trattamento in carcere per farsi aiutare nel riconoscimento. Si forma così una strana combriccola formata da Vahid, Shiva, una sua ex fidanzata che fa la fotografa, una coppia di sposi in abiti da matrimonio, e Salar.

Senza andare oltre nel racconto della trama, per non togliere niente alla sorpresa, basti dire che Panahi – il cui film è girato quasi tutto in esterni, dentro e intorno a un furgoncino – nonostante quello che ha passato ci va giù comunque durissimo con il suo paese, e, attraverso i suoi personaggi, forse tutti suoi alter ego e in qualche modo tutti sfaccettature dei suoi sentimenti complessi, dà voce al desiderio di vendetta, ma anche all’inevitabile fedeltà ai propri principi morali, che impediscono a lui e a suoi personaggi di essere malvagi fino in fondo. Un semplice incidente è un inno alla parte migliore dell’umanità, quella che non riesce a derogare ai propri principi nemmeno di fronte all’orrore altrui, sebbene - per come l’ho interpretato io - il finale scelto da Panahi rappresenti un segnale di profondo pessimismo della possibilità che questa umanità possa sopravvivere in pace.

Voto: 4/5



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If I had legs I’d kick you

Allora, benissimo la narrazione che vira verso il surreale e il grottesco, benissimo il tema della maternità trattato non in quella maniera zuccherosa cui siamo abituati ma come una specie di film dell’orrore, benissimo il portare a galla temi quali lo schiacciante senso di colpa delle madri, l’assenza dei padri e le fragilità psicologiche, però il film di Mary Bronstein mi ha fatto l’effetto di un pastiche un po’ indigeribile.

La storia è quella di Linda (Rose Byrne), una psicologa sull’orlo di una crisi di nervi che, con il marito distante per lavoro, deve occuparsi della figlia affetta da una misteriosa malattia che la costringe ad essere alimentata attraverso un tubo collegato a una macchina. Le cose si complicano e prendono una strada sempre più surreale quando nell'appartamento in cui Linda abita con la figlia si apre un buco nel soffitto, e le due devono trasferirsi a vivere in uno scadente albergo in attesa della sistemazione del danno.

Operazione ardita quella della Bronstein e senza dubbio originale, ma il fatto che dopo 5 minuti non sopportavo più la bambina (di cui non si vede il volto fino alla fine del film), dopo 20 non sopportavo la protagonista, e dopo mezz'ora non sopportavo più nessun personaggio non so se interpretarlo come segno della riuscita del film oppure come il suo fallimento.

Per me comunque resta un no.

Voto: 2,5/5




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Historias del Buen Valle

L’ultimo film della mia maratona alla Festa del cinema di quest’anno è il documentario realizzato da José Luis Guerin e dedicato a un quartiere periferico di Barcellona, Vallbona (Buen Valle), dove ai primi insediamenti abusivi non è mai seguito un piano regolatore e, con l’arrivo di famiglie di immigrati, prima dall’interno del paese, poi dall’esterno, si è sviluppato in maniera disordinata ma vitale.

Nonostante le grandi opere (strade ad alto scorrimento e ferrovie) che nel corso del tempo hanno in parte distrutto il tessuto urbanistico e umano di questo quartiere, la comunità di Vallbona ha continuato a resistere e a mantenere una sua identità intergenerazionale e interrazziale, e a integrare persone e famiglie di diversa estrazione e provenienza.

Raccolta intorno al canale Rec, dove adulti e bambini si riuniscono per fare il bagno (nonostante il divieto di balneazione) e passare il tempo libero nelle giornate calde, questa comunità viene raccontata con garbo ed empatia da Guerin attraverso le storie di varie persone e famiglie, realizzando un affresco di grande umanità, ma anche denunciando più o meno indirettamente le conseguenze delle politiche di sviluppo delle grandi città.

Per alcuni versi, il film mi ha ricordato El 47 (quest’ultimo di fiction ma ispirato a una storia vera) , che parla di un altro quartiere di Barcellona, Torre Barò, che ha avuto in parte una storia simile e che si trova nella stessa area della città, separata da una strada ad alto scorrimento.

Mi piace questa attenzione del cinema spagnolo e catalano allo sviluppo delle città e in particolare delle periferie e al significato che esse hanno avuto nella storia del paese, e delle quali bisogna preservare valori e conquiste.

Voto: 3/5



mercoledì 5 novembre 2025

Festa del cinema di Roma, 15-26 ottobre 2025 (Seconda parte)

Leggi anche la prima, la terza e la quarta parte delle recensioni della Festa del cinema.

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Anatomia de un istante = Anatomia di un istante

La combinazione di una sceneggiatura che viene direttamente dal bellissimo libro di Javier Cercas (letto e amato a suo tempo) e della regia di Alberto Rodríguez (già apprezzato nei suoi lavori precedenti) mi convince immediatamente ad affrontare le tre ore di proiezione della miniserie Anatomia de un istante, che – in maniera molto rispettosa della struttura del libro – racconta la storia del tentativo di golpe spagnolo del febbraio 1981 attraverso il punto di vista di alcuni dei suoi principali protagonisti, in particolare Adolfo Suárez, presidente del consiglio dimissionario, colui che aveva traghettato la Spagna dalla dittatura alla democrazia dopo la morte di Franco, il generale Manuel Gutièrrez Mellado, vicepresidente del Consiglio e figura chiave per i rapporti del governo democratico con la parte militare del paese, e Santiago Carrillo, capo del partito comunista spagnolo vissuto a lungo in esilio e tornato in patria dopo la legalizzazione del partito.

La regia di Rodríguez è pulita e lineare, senza essere noiosa e didascalica: c’è un che di classico nella narrazione per immagini realizzata dal regista, ma con diversi twist di montaggio che le conferiscono un’allure molto contemporanea. Rodríguez e il suo sceneggiatore riescono a rendere comprensibile una storia piuttosto complessa e narrata in parte in maniera ricorsiva, in parte in modo lineare, in parte andando avanti e indietro nel tempo. Non so se perché già ne conoscevo i contenuti, personalmente non ho fatto fatica a seguirne tutti i passaggi.

La serie si sforza anche di mantenere la tridimensionalità dei suoi protagonisti e di non ridurli a macchiette, in positivo o in negativo, facendo emergere invece le contraddizioni dei processi e delle persone, e i percorsi non scontati e ben poco ideologici dei cambiamenti.

Da questo punto di vista, devo dire che la serie mi ha trasmesso di meno del libro, molto efficace – parlando di questa storia specifica – anche nel parlare della politica, un concetto che nel tempo abbiamo completamente perso di vista a vantaggio delle battaglie da social.

Comunque un gran prodotto che merita di essere visto da molta gente.

3,5/5



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Palestine 36

Avendo visto da poco il film della regista palestinese-americana Cherien Dabis Tutto quello che resta di te, che racconta tre generazioni di una famiglia palestinese dal 1948, ho scelto di vedere Palestine 36 in quanto racconta quello che accadde a questa terra (e al popolo che la abitava) a partire dal 1936 e lo fa in particolare attraverso la figura di Yusuf, un giovane che si divide tra la vita in città, a servizio degli inglesi sotto il cui protettorato si trovava la Palestina, e quella nel suo villaggio. Yusuf, e insieme a lui gli altri personaggi che animano questo racconto, diventano i testimoni della crescente immigrazione di ebrei sulla loro terra e delle politiche e decisioni via via sempre più favorevoli a questi ultimi da parte dei britannici, a svantaggio dei palestinesi.

Da qui l’inizio della rivolta armata di palestinesi che prima erano operai e abitanti pacifici di questi territori ma che finirono per imbracciare le armi a difesa della loro vita e delle loro case.

Come già avevo osservato al termine del film Tutto quello che resta di te, è giusto che – dopo tanta narrazione di matrice ebraica sulle vicende del loro popolo e sul rapporto con la Palestina – anche i palestinesi comincino a raccontare la propria versione dei fatti, a mettere in sequenza gli eventi e a proporre la propria narrazione.

Quindi ben vengano finalmente questi film che ci permettono di essere meno ignoranti e di avere più elementi di conoscenza, ma anche di sviluppare delle curiosità in più.

Però, dal mio punto di vista si tratta di prodotti non eccelsi dal punto di vista della qualità cinematografica, film ben fatti sicuramente, e anche ben recitati grazie alla presenza di attori navigati (il solito Saleh Bakri in questo caso), che però risultano dal mio punto di vista un po’ standardizzati. D'altra parte è comunque da qui che i registi palestinesi inevitabilmente debbono partire.

Voto: 2,5/5



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Rental family - Nelle vite degli altri


Il film Rental family mi ha riportato immediatamente alla mente il documentario Family Romance, Llc. di Werner Herzog che avevo visto al Detour (sigh!!) e che per la prima volta mi aveva fatto conoscere questo business tutto giapponese di società che mettono a disposizione attori per impersonare una figura o un ruolo richiesto dal cliente. Tra l’altro, come in quel film, anche in questo una delle storie centrali è quella di un finto padre che viene fatto conoscere a una ragazzina che vive con la sola madre.

In questo caso si aggiunge l’aspetto della relazione tra culture diverse visto che al centro della narrazione di Rental family c’è un americano (Brendan Fraser), un attore che vive in Giappone da quando ha girato alcune pubblicità per il mercato giapponese. Visto che il lavoro scarseggia, Philip decide di accettare l’offerta di una di queste società che noleggiano persone per interpretare dei ruoli nelle vite degli altri.

A quel punto Philip si trova a fare i conti con i sentimenti delle persone nelle cui vite viene catapultato e con la propria coscienza occidentale che fa fatica ad accettare questo approccio. La regista Hikari, giapponese di nascita e formazione ma trapiantata ormai negli Stati Uniti da molti anni, sembra voler guardare alla sua cultura di origine con gli occhi nuovi di chi è andato via, e in qualche modo punta a produrre una sintesi nuova tra le sue radici e i nuovi apporti culturali.

Niente di particolarmente originale, ma una di quelle commedie di buoni sentimenti fatte con quel tocco leggero e profondo che solo i giapponesi riescono ad avere.

Voto: 3/5



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Good boy

Che Jan Komasa sia uno dei nuovi, emergenti talenti della cinematografia mondiale lo si era capito già con Corpus Christi. Grazie anche al successo di quel film, Komasa può tornare al cinema con un'opera ancora più ambiziosa, che può contare su una produzione importante e un cast di alto livello.

Dopo una notte di eccessi, traboccante di alcol, droghe e sesso, Tommy (Anson Boon), un ragazzo diciannovenne, si ritrova rinchiuso e legato a una catena nella cantina di una famiglia all'apparenza perbene (padre, madre e un figlio di 12-13 anni).

Ben presto si rende conto che l'obiettivo della famiglia che lo ha sequestrato è quello di rieducarlo e di trasformarlo in un good boy, con le buone e con le cattive.

La figura inquietante e manipolatrice di questa famiglia è la madre (la bravissima Andrea Riseborough), cui il marito (Stephen Graham)
e il figlio sono in qualche modo sottomessi. Nel passato di questa famiglia sembra esserci stato un altro figlio la cui storia rimane volutamente ambigua, né ci vengono date ulteriori informazioni man mano che il coinvolgimento di Tommy nella routine familiare cresce e dopo che in questa dinamica entra anche la ragazza straniera, ex prostituta, che fa le pulizie nella casa.

Il film di Komasa sta sospeso tra diversi generi così come molti sono i temi che si fanno largo nella sua narrazione. Un po' Lanthimos un po' Fratelli d'innocenzo (in particolare mi ha ricordato il film America Latina) Komasa attira lo spettatore in una vera e propria trappola morale, lo chiama a scegliere da che parte stare e, nei meandri di un inquietante tono grottesco e di un'inattesa tenerezza, lo spiazza e lo disorienta, lasciandolo senza risposte preconfezionate.

Un'altra grande prova di un regista che è ormai una realtà consolidata.

Voto: 4/5




domenica 28 settembre 2025

Da Venezia a Roma. Parte 1: A sad and beautiful world; Memory; Toni, mio padre; Human resource

Ed eccomi all’ormai classico appuntamento delle anteprime dei film del Festival di Venezia a Roma, atteso ogni anno con grande trepidazione. Anche quest’anno faccio una bella abbuffata di film, da cui esco molto contenta per aver visto opere importanti e meno importanti, che però quasi tutte mi hanno lasciato qualcosa dentro. Guerre e mondo del lavoro mi sono sembrati i temi trasversali alla rassegna, almeno per quanto riguarda i film che ho visto io; il cinema si conferma ancora mezzo immerso nella realtà e capace di raccontare con complessità i nostri tempi difficili.

(La seconda parte delle recensioni è qui)

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A sad and beautiful world

Il regista libanese Cyril Aris, classe 1987, ci propone una storia d’amore dall’impianto piuttosto classico: Nino (Hassan Akil) e Yasmina (Mounia Akl) nascono lo stesso giorno a pochi minuti di distanza l'uno dall'altro, in una Beirut che è attraversata dalla guerra civile e che già vive sotto i bombardamenti. Il loro è un destino segnato: frequentano la scuola insieme, diventano amici e “fidanzati”, si fanno delle promesse, ma a seguito della separazione dei suoi genitori, Yasmina è costretta a seguire la madre e ad allontanarsi dal padre e da Nino. Si rincontrano da adulti a causa di un incidente. Nel frattempo Nino ha aperto un ristorante in cui rivisita la cucina libanese in un’ottica internazionale, Yasmina è una donna in carriera. Torneranno insieme, faranno una figlia, ma la loro vita oscillerà sempre tra momenti di felicità e leggerezza – anche grazie al carattere giocoso di Nino – e momenti di difficoltà e paura per il futuro.

Il film di Aris si presenta formalmente ineccepibile (molto bella la fotografia e i due attori bravi e magnetici), ma piuttosto convenzionale nello sviluppo narrativo e anche sostanzialmente prevedibile. È evidente però che Nino e Yasmina sono per il regista soltanto l’occasione di parlare del Libano e nello specifico di Beirut, che è il vero oggetto d’amore di questa storia.

Avevo da poco letto il graphic novel Un’educazione orientale, anch’esso incentrato sulla città di Beirut, e in A sad and beautiful world ho ritrovato lo stesso afflato, un rapporto viscerale con la città, che spesso è anche la causa dei conflitti familiari – come nel caso di Nino e Yasmina - tra chi manifesta un attaccamento che va al di là dei conflitti, della situazione economica, delle distruzioni, e chi invece non ce la fa più e vorrebbe andare via, pur con la morte nel cuore.

Non un film memorabile, ma che in qualche modo ci aiuta a entrare nel vissuto e nei sentimenti contraddittori dei libanesi che anelano semplicemente a una vita normale.

Voto: 3/5



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Memory

Presentato a Venezia nell’ambito delle Giornate degli autori, il film Memory della regista ucraina Vladena Sandu attinge alla propria autobiografia e ai propri ricordi per raccontare la storia di una bambina la cui esistenza è divisa tra la terra di nascita, la Crimea, allora facente parte dell’URSS, e quella dove ha vissuto parte della propria infanzia e adolescenza, ossia la Cecenia.

La scelta della regista è quella di mescolare un approccio propriamente documentaristico, che utilizza materiale fotografico e audiovisivo proveniente dal suo archivio personale e da quello della sua famiglia,  con un girato di finzione che ha come protagonista un’attrice bambina. La narrazione è realizzata, oltre che dalle immagini che scorrono sullo schermo, dal voice over della stessa regista che racconta e, in un certo senso, spiega le immagini che vediamo passare sullo schermo.

Ne viene fuori un interessante pastiche di generi, che a tratti sconfina in vera e propria installazione multimediale, in alcuni casi sorprendente, in altri casi spiazzante. Attraverso questa scelta piuttosto originale, attraversiamo la storia di territori che, dopo essere stati per lunghissimo tempo parte dell’URSS, a seguito dello sfaldamento di quest’ultima dichiararono la propria indipendenza, nel caso specifico l’Ucraina e la Cecenia. Se quest’ultima, dopo la guerra di indipendenza (1994-1996), fu subito oggetto di riconquista russa attraverso una lunga e sanguinosa guerra durata dal 1999 al 2009, la vicenda ucraina è sotto gli occhi di tutti, ma la Crimea nello specifico è un territorio conteso che nel 2014 la Russia ha riannesso.

Il racconto di Vladena Sandu registra la grande storia, ma non è quella l’oggetto della narrazione, bensì il punto di vista di una bambina che cerca di interpretare una realtà che non comprende, che si trova trascinata in dispute e conflitti, che a poco a poco scopre verità, e soprattutto riconosce una spirale di violenza, una ricorsività della sopraffazione che non colpisce solo i popoli, ma mette gli individui gli uni contro gli altri e lascia i segni sulle vite individuali.

Una visione quella di Memory faticosa, soprattutto a causa del voice over piuttosto monotonale, che a tratti culla come una ninna nanna, ma che apre squarci di verità e “bellezza” su mondi di cui ci arriva l’eco ma che facciamo fatica a comprendere fino in fondo.

Voto: 3/5



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Toni, mio padre

La mia due giorni al Cinema Farnese per le Giornate degli autori si conclude con il documentario Toni, mio padre che Anna Negri ha realizzato negli anni prima della morte di suo padre, Toni Negri (scomparso nel 2023) e presentato a Venezia quest’anno.

Il documentario racconta la storia di Toni Negri, giovane e brillante professore di filosofia all’Università di Padova, che fu tra i teorici della sinistra extraparlamentare italiana tra gli anni Sessanta e Settanta e nel 1979 venne arrestato come teorico delle Brigate rosse, accusa dalla quale venne infine prosciolto, ma che lo costrinse a una lunga carcerazione e successivamente all’esilio in Francia.

Ma nel film della figlia Anna, in sala per il Q&A, pur essendo presente la vicenda umana e politica del padre, inscindibile del resto dalla sua persona, c’è soprattutto la dialettica tra un padre e una figlia, tra una generazione e un’altra, tra un approccio alla vita e un altro, dialettica che spesso si trasforma in conflitto, in tentativo – non sempre riuscito – di comprendersi, in riconoscimento degli errori e delle contraddizioni umane e politiche.

Il documentario di Anna Negri, la cui ossatura di fondo è fatta delle interviste e dei dialoghi della regista con suo padre negli ultimi anni della sua vita a Venezia, si arricchisce di altro girato realizzato dalla stessa Anna ragazzina e poi giovane donna, nonché di foto, documenti, che vengono sia dagli archivi personali della famiglia che dagli archivi collettivi.

La bellezza di questo racconto sta nella sua capacità di non nascondere fragilità e contraddizioni, cosicché la figura di Toni Negri, pur emergendo in tutta la sua statura intellettuale e nella forza delle sue convinzioni, non diventa in nessun modo un santino, bensì l’elemento destabilizzante della vita di Anna, e non solo.

L’acqua, che fa da fil rouge di tutta la narrazione – non solo quella veneziana, ma anche quella protagonista di altre sequenze filmate di diversa provenienza –, è il liquido amniotico nel quale una figlia cerca indefessamente di trovare uno spazio nell’universo non di una madre (pur presentissima nel film, Paola), ma di un padre, il cui universo è dichiaratamente comunitario, per quanto non immune da forme di individualismo.

Non so se Anna sia riuscita con questo film a fare pace con questa figura così ingombrante; quel che è certo che questa ricerca così personale si è fatta opera cinematografica di grandissimo livello.

Voto: 4/5



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Human resource

La mia kermesse veneziana a Roma prosegue con il film del regista thailandese dal cognome impronunciabile, Nawapol Thamrongrattanarit, che racconta la storia di Fren (Prapamonton Eiamchan), una giovane donna che scopre di essere incinta di un mese. Questa notizia, che – scopriremo più avanti – non dovrebbe essere particolarmente sconvolgente perché lei e suo marito stanno cercando di avere un figlio da due anni – produce in Fren un profondo subbuglio interiore. Complice lo scombussolamento ormonale che la gravidanza porta con sé, Fren comincia a diventare particolarmente sensibile sia alle notizie negative che i media riversano ogni giorno su di lei, dalla situazione dell’economia thailandese al cambiamento climatico, dai rischi dell’inquinamento sulla salute umana a un mondo del lavoro sempre più individualista e competitivo, sia a quello che accade nella sua vita di tutti i giorni.

In un silenzio quasi inquietante, Fren osserva il mondo intorno a sé con occhi diversi: la sua azienda, nella quale fa parte del team delle risorse umane che sta cercando una nuova unità di personale che sia disposta ad accettare una prospettiva lavorativa molto stressante e di grande impatto sulla vita personale; il proprio compagno che mentre giudica i comportamenti altrui non si fa scrupoli a fare affari con personaggi poco trasparenti, in quanto ossessionato dal mantenimento di uno stile di vita elevato; in generale il mondo intorno che sembra non curarsi della china lungo la quale sta scendendo e che nel farlo non si fa problemi a lasciare qualcuno sul campo.

Il film di Thamrongrattanarit mi ha inevitabilmente fatto pensare ai film di Bong Joon-ho, nel rappresentare una società fatta di profonde disuguaglianze e di altissima competitività, dove la lotta per l’affermazione di sé e la ricerca della propria ricchezza personale è sempre più violenta e senza scrupoli. Nella poetica del regista thailandese, però, a differenza che in quella del sudcoreano, tutto avviene nella testa della protagonista, in un crescendo di tensione che fa temere il peggio man mano che la narrazione va avanti, ma che non giunge mai a un punto di rottura, non deflagra, rimane soffocato dentro il personaggio di Fren, come nelle sequenze altamente evocative in cui lei è chiusa nella sua auto mentre attraversa l’autolavaggio, circondata da schiuma, acqua e rumore, ma protetta dall’abitacolo.

Bellissimo lavoro, di grande impatto emotivo.

Voto: 3,5/5