lunedì 31 gennaio 2022

America Latina

Il cinema Troisi, la nuova sala cinematografica realizzata come progetto dei ragazzi del cinema America, è una realtà molto interessante, perché non è solo un luogo di proiezione di film, ma anche un luogo di incontro e di dibattito, quindi uno spazio con un'anima e un'identità molto forti.

E così, da quando ho iniziato a frequentarlo, apprezzo molto la possibilità non solo di vedere dei film - sempre selezionati con grande attenzione - ma anche di partecipare agli interessanti dibattiti che spesso li accompagnano.

In questo caso al termine di America Latina ci sono i fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo ed Elio Germano presentati e moderati dalla scrittrice Teresa Ciabatti.

Ma andiamo con ordine, e partiamo dal film. Premetto che ho visto entrambi i film precedenti dei due registi romani, La terra dell'abbastanza e Favolacce, e in entrambi ho trovato la freschezza e l'inventiva di uno sguardo nuovo e originale. Per questo ero molto curiosa di vedere come procede il loro percorso.

America Latina è ambientato nella zona di Latina (da qui il titolo), in una villa decisamente sui generis, un po' isolata e abitata da Massimo (Elio Germano, che torna a recitare con i fratelli D'Innocenzo), un dentista con uno studio molto avviato e una bella famiglia, formata da una moglie molto amata e due figlie molto ben educate. Un giorno Massimo scende in cantina per prendere una lampadina da sostituire in casa e si ritrova in un incubo che gli sconvolgerà la vita.

Si tratta - come si comprende da questa breve sinossi - di un thriller psicologico, di cui di conseguenza non è opportuno rivelare altro, lasciando allo spettatore il piacere di scoprire cosa si nasconde dietro la superficie.

Con questo film i fratelli d'Innocenzo procedono la loro indagine sui temi che sono a loro cari, in particolare quello della famiglia, del rapporto genitori-figli (soprattutto padre/figlio) e del sogno/incubo borghese. Ma questi temi si declinano qui in modo ulteriori, anche grazie a specifiche scelte registiche e di fotografia (il mosso, i colori rosso e verde ecc.) e all'amplificarsi del loro specifico sguardo sulla realtà che definirei livido o anche storto.

L'universo immaginifico dei D'Innocenzo è macabro senza essere splatter, sebbene in esso alberghi anche una curiosa forma di ironia folle, che il dibattito successivo alla proiezione rende particolarmente evidente (anche se non è chiarissimo quanto Fabio e Damiano "ci siano o ci facciano").

Elio Germano è perfetto nel popolare questi mondi (e non a caso l'intervista mette in evidenza un'amicizia che va al di là del rapporto di lavoro) e in buona parte questo ultimo film si regge sulla sua credibilità.

Devo però dire che in America Latina lo spunto narrativo mi è parso un pochino esile e la necessità di costruirgli intorno una storia di due ore fa sì che a volte non si possa evitare un po' di noia e che alcune sottotrame appaiano un po' gratuite. 

Nel percorso cinematografico dei D'Innocenzo fin qui mi pare si osservi un progressivo allontanamento dalla realtà per spostarsi sempre di più nel proprio universo mentale (spesso popolato di mostri malinconici). Il rischio è di avvitarsi su sé stessi e di perdere in parte la propria originalità proprio nel momento in cui la si insegue di più.

Voto: 3/5


2 commenti:

  1. Mah... forse sono io che non "afferro" il cinema dei D'Innocenzo, ma continuo a trovare i loro film pallide (e a volte anche un po' irritanti) imitazioni di registi come Haneke o Lanthimos. Solo che mentre questi ultimi fanno film volutamente "disturbanti", quelli dei D'Innocenzo mi paiono solo sgradevoli

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    1. Comprendo la tua osservazione. E la trovo abbastanza corretta per Favolacce e per quest'ultimo film. La terra dell'abbastanza secondo me era invece qualcosa di un po' diverso. Adesso mi pare si stiano avvitando un po' su se stessi.

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