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mercoledì 18 febbraio 2026

Silent friend

Ho visto Silent friend, il film di Ildikó Enyedi presentato alla Biennale 2025 di Venezia, il giorno dopo Marty Supreme, e la proiezione - in anteprima rispetto all'uscita in sala - è stata preceduta dal saluto garbato e umile di Tony Leung Chiu-wai, che ci ha predisposti al meglio alla visione.

Dopo il caos, il rumore, la frenesia di Marty Supreme, storia di un giovane ossessionato dalla sua ambizione, Silent friend è stato per me un toccasana, il film perfetto per lasciare il giusto tempo e il giusto spazio a godere visivamente delle immagini e a pensare, riportando l’essere umano al giusto posto nell’equilibrio dell’universo.

Siamo in Germania, a Marburg, sede di un’università che risale al Medioevo ma che ha saputo tenersi al passo con i tempi, senza rinnegare il passato, come dimostra la sua architettura in cui ben si armonizzano gli edifici antichi con la modernissima struttura della biblioteca centrale.

Qui arriva da Hong Kong un neuroscienziato (Tony Leung Chiu-Wai) per tenere una conferenza sulla ricerca che sta svolgendo sul cervello dei bambini. Ma è l’inizio del 2020 e il professore resta bloccato a Marburg a causa della pandemia e trascorre un periodo presso la residenza universitaria in cui è ospitato. In questo periodo frequenta il giardino botanico che circonda l’università, dove c’è un enorme gingko biloba, risalente al 1832, che presto attrae la sua attenzione e su cui decide di condurre una ricerca.

Questo grande albero era lì anche quando, nel 1908, entrò all’università la prima studentessa di sesso femminile, Grete, (Luna Wedler), una giovane curiosa e appassionata che, in un universo totalmente maschile, fu costretta a lottare per essere riconosciuta come ricercatrice prima che come donna. Studiosa di botanica, fotografa per necessità e poi per passione, Grete non si stancò mai di andare alla ricerca degli elementi di continuità tra esseri viventi, e in particolare tra piante ed esseri umani.

Nella stessa università, nel 1972 Hannes (Enzo Brumm) studia letteratura: l’incontro con Gundula (Marlene Burow), una studentessa di botanica che sta conducendo un esperimento sulle “reazioni” di un geranio che tiene sul davanzale della sua stanza, accende la curiosità di Hannes verso il mondo vegetale e, quando Gundula parte per un viaggio estivo e gli affida la gestione del geranio e del suo giardino, il ragazzo comincia a condurre lui stesso degli esperimenti sulle piante.

Questa umanità curiosa usa gli strumenti della scienza per comprendere la vita di esseri che evidentemente hanno caratteristiche molto diverse dagli esseri umani, ma nondimeno hanno una loro esistenza complessa fatta di relazioni, comunicazione, strategie di sopravvivenza; e mentre osserva, questa umanità è a sua volta osservata dal mondo circostante. Non a caso Ildikó Enyedi sceglie di mostrarci a più riprese il punto di vista proprio del gingko biloba, presenza costante e silenziosa, ma non per questo meno viva e partecipe a ciò che le accade intorno, e con un orizzonte temporale che trascende ampiamente la vita dei singoli.

Il film della Enyedi è un’ode alla complessità del mondo, che porta con sé la necessità di ricollocare l’essere umano all’interno di questa complessità e non al vertice di essa, come spesso tendiamo a pensare.

Ma soprattutto Silent friend parla dell’importanza di costruire legami, superare steccati, favorire incontri: tra uomo e natura, tra oriente e occidente, tra maschi e femmine, tra scienza e umanesimo, tra visioni del mondo e modi di essere differenti. Per farlo l’essere umano ha solo uno strumento: la curiosità e la ricerca, che ci spingono a studiare, sperimentare, confrontare, analizzare, e andare oltre noi stessi e le nostre convinzioni.

Silent friend – oltre ad avermi estasiata sul piano visivo e coccolata con la pacatezza del suo approccio – mi ha fatto pensare a quanto la tradizione culturale europea, così bistrattata da noi stessi europei e schiacciata dalle mode di oltreoceano, dovrebbe invece essere valorizzata: i princìpi su cui si fonda potrebbero così tornare a svolgere un importante ruolo di mediazione tra mondi distanti, cosa quanto mai opportuna – non solo a livello culturale – nel periodo storico che stiamo vivendo.

Voto: 4,5/5


sabato 18 novembre 2017

Blue my mind. Metti una notte. Borg McEnroe

La domenica finale della Festa del cinema di Roma è sempre dedicata ai film vincitori delle rassegne, ed è un appuntamento che difficilmente perdo, anche se si tratta di una giornata un po' malinconica perché si respira già aria di smobilitazione. Quest'anno poi il cielo è griglio e a metà giornata viene giù il diluvio, quindi l'atmosfera si fa ancora più mesta. Però, proprio per questo, trascorrere una giornata nel confort di una sala cinematografica risulta appropriato.

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Blue my mind

Il primo film che vediamo è il vincitore del Premio TaoDue previsto dalla rassegna Alice nella città. Blue my mind è la storia di Mia (Luna Wedler), un'adolescente che sta vivendo un momento di profondo cambiamento: si è da poco spostata con la sua famiglia alle porte di Zurigo nello stesso momento in cui sta diventando donna.

Mia dovrà fare i conti con un cambiamento del corpo che - nel caso del film di Lisa Brühlmann - è portato alle estreme conseguenze, verso una identità e una natura completamente nuove. In questo momento di transizione la ragazza non si sente capita da nessuno, meno che meno dai suoi genitori, e cerca nella compagnia di un gruppo di coetanei una condizione di anestetizzazione dei pensieri e del dolore, attraverso il sesso, l'alcol e la droga. Sarà però proprio una di queste amiche, la bellissima e selvaggia Gianna (Zoë Pastelle Holthuizen) a comprendere e scoprire il dramma di Mia e ad aiutarla a trovare e ad accettare la sua identità.

Le intenzioni della regista sono decisamente lodevoli e la scelta di raccontare il difficile momento di trasformazione che è l'adolescenza attraverso una storia estrema e sovraccarica è sicuramente interessante e di forte impatto per lo spettatore.

La rappresentazione del disagio adolescenziale che si accumula davanti ai nostri occhi finisce però a tratti per diventare talmente eccessiva da risultare stucchevole e quasi insopportabile, oltre che poco credibile. Alla fine però,  l'amicizia tra Mia e Gianna e il finale della storia sembrano spazzare via con un colpo di spugna tutte le brutture e restituire queste due ragazze alla loro bellezza.

Un film forte, ma decisamente interessante.

Voto: 3/5



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Metti un notte


Questo film lo vedo praticamente per sbaglio. Pensavo infatti di andare a vedere il vincitore di Alice nella città (The best of all worlds) e invece mi trovo di fronte al vincitore di Panorama Italia, scelto dalla Regione Lazio Film Commission, Metti una notte.

Ora, a parte la delusione e lo sconcerto iniziali, il fatto è che questo film diretto e interpretato da Cosimo Messeri (nonché da altri volti noti anche per il pubblico televisivo, da Cristiana Capotondi ad Amanda Lear) mi risulta ancor meno interessante di una fiction TV e, nonostante le presunte citazioni colte, risulta a mio avviso di basso profilo, un po' sconclusionato e a tratti demenziale. Qualche risata la strappa ma non a sufficienza da giustificarne la visione. Insomma, un'esperienza da dimenticare.

Voto: 1,5/5



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Borg McEnroe

L'ultima visione di questa festa del cinema è dedicata al film che ha vinto l'audience award della competizione principale (ricordo che a Roma non c'è una giuria e il vincitore è solo quello selezionato dal pubblico), Borg McEnroe.

Il film di Janus Metz Pedersen racconta la storica rivalità tra Borg (un incredibilmente somigliante Sverrir Gudnason) e McEnroe (Shia LaBeouf), in particolare il torneo di Wimbledon del 1980 in cui i due si trovarono l'uno di fronte all'altro in finale in un'epica partita vinta da Borg al quinto set, dopo parecchi rivolgimenti di fronte.

Questa è l'occasione per il regista per raccontare uno sport che proprio in quegli anni diventava popolare e dunque cominciava ad attirare gli sponsor e a caratterizzarsi per le pressioni pubblicitarie, e che è tra i più difficili dal punto di vista psicologico in quanto mette il giocatore di fronte ai suoi pensieri in una battaglia psicologica con se stesso, con l'avversario e con il pubblico.

Il film è anche l'occasione per raccontare due personaggi che sono stati tramandati alla storia come opposti nei loro caratteri (il freddo e controllato Borg e l'incontinente McEnroe), ma i cui personaggi pubblici si scopre essere il risultato di un percorso di vita non necessariamente dissimile. Borg viene da una famiglia di ceto sociale basso e rappresenta un outsider nel mondo del tennis, inizialmente non voluto dalle federazioni preposte, anche per il suo carattere iracondo e poco conforme all'immagine da gentlemen che i tennisti hanno. McEnroe viene da una buona famiglia ed è un ragazzo modello, ma con un padre che pretende da lui sempre di più di quello che può dare.

Borg - anche grazie all'aiuto del suo allenatore (che gli fa anche da padre) - impara a controllare la rabbia come una pentola a pressione che esplode attraverso i suoi colpi; McEnroe riversa sul campo la rabbia della costante necessità di ottenere la stima e l'attenzione degli altri, e attraverso questa rabbia trova forza e concentrazione.

I due saranno destinati a diventare amici, sebbene sui campi da tennis la loro leggendaria rivalità sia durata poco visto il ritiro precoce di Borg dal tennis a 26 anni.

Il film è appassionante anche per chi non conosce e non ama questo sport; per me che in quegli anni e - soprattutto qualche anno dopo - ho seguito tantissimo questo sport il film è stato godimento puro e mi ha fatto davvero tornare indietro nel tempo.

Un appunto al film di Metz Pedersen: anche se il titolo attribuisce lo stesso peso ai due protagonisti è abbastanza evidente che la narrazione privilegia e approfondisce di più la figura di Borg, lasciando maggiormente in secondo piano e meno dipanato il personaggio di McEnroe. Non so se si tratti di una scelta voluta, o di un disequilibrio che nasce da una carenza del film.

Il risultato comunque è assolutamente godibile.

Voto: 3,5/5