Aaron / Ben Gijsemans; trad. dal nederlandese di Laura Pignatti. Roma: Coconino – Fandango, 2023.
Era tanto che non leggevo un graphic novel. Negli ultimi tempi ho incrociato talmente tanti bei romanzi che avevo lasciato un po' da parte il mondo dei fumetti, per il quale pure ho avuto in passato momenti di passione e che in molti casi sono stati un antidoto al temporaneo disamore per la lettura dei romanzi.
Riprendo contatto con i graphic novel con questo albo del fumettista belga Ben Gijsemans che ha come protagonista e titolo Aaron, un ragazzo ventenne timido e introverso.
Sul piano formale Gijsemans sceglie una struttura elegante e al contempo minimale, che come altri hanno fatto notare, ricorda in parte lo stile di Chris Ware. Le pagine sono organizzate sempre su 12 riquadri, in cui la transizione tra un'immagine e l'altra è lenta e basata su pochi dettagli, veicolando sentimenti sottili e non facilmente rappresentabili come la noia, il tormento interiore, il desiderio, il disgusto.
A inframmezzare questo racconto alcune pagine sono un metafumetto e rappresentano, con uno stile di disegno e colore vintage, estratti da vecchi fumetti di supereroi di cui Aaron ha un'ampia collezione e che legge per distrarsi dalle difficili sensazioni che si trova a vivere.
La vita di Aaron è apparentemente piuttosto normale: studia per gli esami universitari, esce con un amico, cena e guarda la tv con i genitori, incontra una ragazza.
Capiamo però fin da subito, grazie alla grande capacità di Gijsemans di esprimersi in maniera sottile, che Aaron ha un profondo tormento interiore, qualcosa che emerge a poco a poco mentre guarda dalla finestra un bambino giocare a calcio da solo o interagisce con il figlio della compagna di suo fratello.
Gijsemans accetta la sfida di raccontare l'indicibile e l'inaccettabile, e lo fa "costringendoci" all'empatia, senza puntare il dito, senza proporre soluzioni, senza nascondere l'irricevibilità.
Ma se la grandezza dell'essere umano sta nella capacità di mettersi nei panni dei suoi simili per capire e costruire insieme le regole sociali e morali che non sono necessariamente iscritte nel nostro DNA, l'albo di Gijsemans ci riesce perfettamente.
Resta una domanda aperta: come sarà il futuro di Aaron, come gestirà una condizione che non ha scelto, che fine farà? Domande che come società forse dovremmo porci, senza mettere la testa sotto la sabbia.
Voto: 3,5/5
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mercoledì 23 settembre 2026
lunedì 7 settembre 2026
L’autobus incantato / Majid Bita
L’autobus incantato / Majid Bita. Bologna: Canicola, 2025.
Dopo averne letto in una lista di libri consigliati sul Post, ho comprato questo graphic novel incuriosita dalla vicenda raccontata. Nel frattempo – e aggiungo anche purtroppo – l’ambientazione iraniana è diventata particolarmente d’attualità, vista la guerra in corso ormai già da diversi mesi e con prospettive non certo rassicuranti.
L’albo di Majid Bita ci riporta alla fine degli anni Novanta, a un episodio di cronaca realmente avvenuto in Iran. Un gruppo di intellettuali iraniani, molti dei quali si erano fatti promotori e avevano firmato un manifesto per la libertà di espressione, viene invitato a un convegno in Armenia e decide di partire in autobus; partiranno in ventuno e il viaggio attraverso le montagne si trasformerà ben presto in un incubo, quando scopriranno che il loro autista è stato in realtà assoldato dai guardiani della rivoluzione per ucciderli tutti, facendo cadere l’autobus in un dirupo e facendo passare l’evento come un incidente.
Le cose andranno diversamente, ma l’evento sarà comunque uno spartiacque nella vita di queste 21 persone: diversi di loro moriranno in circostanze oscure negli anni a venire, qualcuno si suiciderà, molti scapperanno all’estero per sfuggire alle persecuzioni e alla paura di morire.
Il disegno sporco di Majid Bita e il prevalere dei neri e degli scuri che riempiono le pagine trasmettono un’atmosfera di sospetto e una sensazione di angoscia strisciante, anche quando la narrazione si muove su binari apparentemente tranquilli.
Bita, con grandissima maestria, riesce a raccontare il clima in cui si vive quotidianamente in Iran, un clima fatto di paura e di paranoia, dal momento che non si sa mai dietro chi o cosa si possano nascondere gli emissari del potere, cosicché spontaneità e immediatezza sono inevitabilmente compromesse se non perdute completamente, con effetti devastanti sulle persone, soprattutto lì dove si vanno ad innestare su fragilità individuali.
Personalmente ho trovato un po’ faticoso avere chiari i personaggi, un po’ per una caratterizzazione dei singoli che la mia scarsa capacità di osservazione mi rendeva poco evidente, un po’ per nomi per me non facilissimi da memorizzare. Nonostante questo, non sono riuscita a staccarmi dall’albo fino a quando nelle ultime pagine tutti i protagonisti di questa vicenda vengono presentati singolarmente, con un ritratto disegnato e una breve nota biografica, che mette in fila alcuni degli elementi narrativi emersi nelle pagine precedenti grazie ai flashforward con cui Bita interrompe la narrazione lineare.
Una lettura molto interessante per scoprire un episodio poco noto, e forse piccolo, della storia iraniana che aiuta però a comprendere meglio l’atmosfera di questo paese e le vicende di tanti intellettuali iraniani che conosciamo meglio.
Voto: 3,5/5
Dopo averne letto in una lista di libri consigliati sul Post, ho comprato questo graphic novel incuriosita dalla vicenda raccontata. Nel frattempo – e aggiungo anche purtroppo – l’ambientazione iraniana è diventata particolarmente d’attualità, vista la guerra in corso ormai già da diversi mesi e con prospettive non certo rassicuranti.
L’albo di Majid Bita ci riporta alla fine degli anni Novanta, a un episodio di cronaca realmente avvenuto in Iran. Un gruppo di intellettuali iraniani, molti dei quali si erano fatti promotori e avevano firmato un manifesto per la libertà di espressione, viene invitato a un convegno in Armenia e decide di partire in autobus; partiranno in ventuno e il viaggio attraverso le montagne si trasformerà ben presto in un incubo, quando scopriranno che il loro autista è stato in realtà assoldato dai guardiani della rivoluzione per ucciderli tutti, facendo cadere l’autobus in un dirupo e facendo passare l’evento come un incidente.
Le cose andranno diversamente, ma l’evento sarà comunque uno spartiacque nella vita di queste 21 persone: diversi di loro moriranno in circostanze oscure negli anni a venire, qualcuno si suiciderà, molti scapperanno all’estero per sfuggire alle persecuzioni e alla paura di morire.
Il disegno sporco di Majid Bita e il prevalere dei neri e degli scuri che riempiono le pagine trasmettono un’atmosfera di sospetto e una sensazione di angoscia strisciante, anche quando la narrazione si muove su binari apparentemente tranquilli.
Bita, con grandissima maestria, riesce a raccontare il clima in cui si vive quotidianamente in Iran, un clima fatto di paura e di paranoia, dal momento che non si sa mai dietro chi o cosa si possano nascondere gli emissari del potere, cosicché spontaneità e immediatezza sono inevitabilmente compromesse se non perdute completamente, con effetti devastanti sulle persone, soprattutto lì dove si vanno ad innestare su fragilità individuali.
Personalmente ho trovato un po’ faticoso avere chiari i personaggi, un po’ per una caratterizzazione dei singoli che la mia scarsa capacità di osservazione mi rendeva poco evidente, un po’ per nomi per me non facilissimi da memorizzare. Nonostante questo, non sono riuscita a staccarmi dall’albo fino a quando nelle ultime pagine tutti i protagonisti di questa vicenda vengono presentati singolarmente, con un ritratto disegnato e una breve nota biografica, che mette in fila alcuni degli elementi narrativi emersi nelle pagine precedenti grazie ai flashforward con cui Bita interrompe la narrazione lineare.
Una lettura molto interessante per scoprire un episodio poco noto, e forse piccolo, della storia iraniana che aiuta però a comprendere meglio l’atmosfera di questo paese e le vicende di tanti intellettuali iraniani che conosciamo meglio.
Voto: 3,5/5
domenica 24 maggio 2026
Céleste / Chloé Cruchaudet
Céleste / Chloé Cruchaudet; trad. di Simona Munari e Sara D'Ippolito. Roma: Coconino Press - Fandango, 2025.
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
Amo molto il disegno e la capacità narrativa di Chloé Cruchaudet, e apprezzo molto l’attenzione che riserva a storie e vicende del passato più o meno lontano che affondano le proprie radici nella realtà, anziché parlare solo di sé stessa e della propria vita.
Avevo dunque già letto diverse cose (Poco raccomandabile, Groenlandia Manhattan, Ida) e non ho esitato un secondo a comprare anche Céleste, nell’edizione pubblicata in Italia da Coconino Press, pur sapendo che avrebbe potuto essere per me una lettura un po’ più ostica.
Céleste racconta la storia della donna, Céleste Albaret, che fu governante, ma anche segretaria e confidente, di Marcel Proust nell’ultima parte della sua vita, il periodo nel quale portò a termine quell’opera monumentale e immortale che è Alla ricerca del tempo perduto.
Personalmente conosco pochissimo di Proust e non ho letto nulla delle sue opere; la mia è dunque solo una conoscenza scolastica e devo dire che non sono nemmeno particolarmente attratta dalla sua figura.
Ho dunque approcciato il graphic novel della Cruchaudet con una certa preoccupazione.
In realtà, la storia di Céleste e del suo rapporto con Proust, raccontata - come in un lungo flashback - da lei stessa anziana a due antiquari che vanno a trovarla per capire se possiede dei memorabilia che loro possano rivendere, è oltremodo godibile grazie a uno stile narrativo rigoroso ma anche venato di un’ironia garbata e misurata.
Ovviamente non ho potuto apprezzare a pieno i riferimenti ai testi di Proust di cui è costellata l’intera storia, ma mi è arrivato forte e chiaro il punto di vista di una donna intelligente e straordinariamente aperta per l’epoca nella quale ha vissuto.
Ho guardato con interesse le fotografie dei protagonisti reali di questa storia e le informazioni relative, compresa la bibliografia di riferimento e le fonti citate, e mi è venuta voglia di approfondire ancora su questo personaggio.
Nulla ho scritto dei disegni della Cruchaudet, ma solo perché sono ormai talmente abituata al suo segno, al suo colore, e all’espressività dei suoi disegni che mi sembra scontato, e invece non lo è affatto. Cruchaudet è una disegnatrice e una narratrice d’eccezione.
Voto: 3,5/5
martedì 24 marzo 2026
Tutta sola al centro della terra / Zoe Thorogood
Tutta sola al centro della terra / Zoe Thorogood. Milano: Bao Publishing, 2025.
Come ormai ho deciso da un po', farò solo una breve segnalazione di questo graphic novel pubblicato da Bao Publishing, perché non voglio dedicare troppo tempo a un lavoro che personalmente non mi è piaciuto.
Zoe Thorogood realizza un fumetto autobiografico e metanarrativo in cui racconta della realizzazione del fumetto stesso, mentre lascia spazio ai suoi pensieri su sé stessa, sulla vita e soprattutto sulla sua depressione. E lo fa con uno stile molto particolare sia dal punto di vista narrativo – se di narrazione si può parlare, o piuttosto di un flusso di coscienza frammentata e interrotta – sia dal punto di vista grafico – attraverso la mescolanza di stili di fumetto diverso, di colore e bianco e nero, di disegno e fotografia, allo scopo di rappresentare la complessità del suo stato interiore.
Pur apprezzando la scelta dell’autrice di parlare apertamente di temi scomodi e tabù, come la depressione e l’autolesionismo, continuo a non amare molto le narrazioni ombelicali e autocentrate (spesso molto presenti nei fumetti), e in questo caso in particolare ho trovato la lettura dell’albo particolarmente faticosa e non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista praticamente mai.
Probabilmente è un problema generazionale o semplicemente di fase della vita o ancora di modo di essere, ma difficilmente potrei dire altro, di sensato, su quest’opera, su cui lascio a chi ci è entrato in sintonia il compito di farne una più distesa presentazione.
Voto: 2,5/5
Come ormai ho deciso da un po', farò solo una breve segnalazione di questo graphic novel pubblicato da Bao Publishing, perché non voglio dedicare troppo tempo a un lavoro che personalmente non mi è piaciuto.
Zoe Thorogood realizza un fumetto autobiografico e metanarrativo in cui racconta della realizzazione del fumetto stesso, mentre lascia spazio ai suoi pensieri su sé stessa, sulla vita e soprattutto sulla sua depressione. E lo fa con uno stile molto particolare sia dal punto di vista narrativo – se di narrazione si può parlare, o piuttosto di un flusso di coscienza frammentata e interrotta – sia dal punto di vista grafico – attraverso la mescolanza di stili di fumetto diverso, di colore e bianco e nero, di disegno e fotografia, allo scopo di rappresentare la complessità del suo stato interiore.
Pur apprezzando la scelta dell’autrice di parlare apertamente di temi scomodi e tabù, come la depressione e l’autolesionismo, continuo a non amare molto le narrazioni ombelicali e autocentrate (spesso molto presenti nei fumetti), e in questo caso in particolare ho trovato la lettura dell’albo particolarmente faticosa e non sono riuscita a entrare in empatia con la protagonista praticamente mai.
Probabilmente è un problema generazionale o semplicemente di fase della vita o ancora di modo di essere, ma difficilmente potrei dire altro, di sensato, su quest’opera, su cui lascio a chi ci è entrato in sintonia il compito di farne una più distesa presentazione.
Voto: 2,5/5
giovedì 12 marzo 2026
C'era una volta l'Est / Boban Pesov
C'era una volta l'Est / Boban Pesov. Latina: Tunué, 2025.
Nella lista dei suggerimenti di lettura del Post avevo visto questo graphic novel che non conoscevo e che mi ha subito attirata. Ho capito solo leggendolo che in qualche modo il Post stava facendo un po’ di pubblicità anche a sé stesso, visto che nella narrazione c’è un momento in cui due dei protagonisti ascoltano in macchina il podcast di Stefano Nazzi, Indagini!
Comunque, a parte questa curiosità, devo dire che C’era una volta l’Est mi è piaciuto moltissimo, soprattutto per il modo in cui è costruita la storia, oltre che per i contenuti e per la carica emotiva che trasmette.
La storia raccontata da Boban Pesov, seconda generazione di una famiglia di immigrati macedoni in Italia, noto – anche se io non lo conoscevo da questo punto di vista – come youtuber e content creator, si sviluppa su tre piani temporali diversi, che in qualche modo si richiamano reciprocamente.
Il primo piano temporale è il 1992, anno nel quale dopo lo sgretolamento della Jugoslavia e le forti condizioni di instabilità della regione, Milan decide di intraprendere con due amici la rotta balcanica di allora per arrivare in Italia e cercare fortuna, nell’idea di pensare appena possibile a un ricongiungimento familiare.
Il secondo asse temporale è il 2001, momento nel quale la famiglia di Milan che, dopo diversi anni di silenzio e lontananza, si è effettivamente ricongiunta in Italia, torna per la prima volta in Macedonia del Nord, trovando una realtà molto diversa da quella che ha lasciato ma caratterizzata ancora da elementi di instabilità.
Il terzo piano è sostanzialmente il presente, invero il 2022, quando Robert, il figlio minore di Milan che ormai vive in Italia e ha una moglie italiana con cui però è in crisi, riceve una telefonata dal padre che gli comunica che sua madre è ricoverata in ospedale in terapia intensiva. Inizia quindi un ulteriore viaggio, in questo caso in due, Robert e sua moglie, che attraverso i Balcani, ulteriormente trasformati dal tempo trascorso, ma ancora luogo di attraversamento per nuove migrazioni, li porterà a Scopje.
Nel corso della lettura si rimbalza avanti e indietro nel tempo, e i personaggi ci si presentano in fasi diverse della storia e della vita, e in alcuni momenti situazioni simili ma lontane nel tempo si rispecchiano e si parlano.
Dentro questo albo ci sono tanti temi diversi (come lo stesso Pesov dice nel video su YouTube in cui racconta la genesi di questo suo primo graphic novel), temi che riguardano sicuramente la sua storia personale (Pesov dice che l’idea della storia gli è venuta da una lunga intervista con suo padre), ma che rimandano anche alla storia collettiva, passata e presente, e a tematiche universali che ci toccano come esseri umani.
Era parecchio che non mi emozionavo leggendo un graphic novel, e Pesov è riuscito a farlo, grazie a un disegno semplice ma carico di espressività, a un soggetto di grande interesse, a una sceneggiatura e un “montaggio” molto ben congegnati. Non si può che dire bravo!
Voto: 4/5
Nella lista dei suggerimenti di lettura del Post avevo visto questo graphic novel che non conoscevo e che mi ha subito attirata. Ho capito solo leggendolo che in qualche modo il Post stava facendo un po’ di pubblicità anche a sé stesso, visto che nella narrazione c’è un momento in cui due dei protagonisti ascoltano in macchina il podcast di Stefano Nazzi, Indagini!
Comunque, a parte questa curiosità, devo dire che C’era una volta l’Est mi è piaciuto moltissimo, soprattutto per il modo in cui è costruita la storia, oltre che per i contenuti e per la carica emotiva che trasmette.
La storia raccontata da Boban Pesov, seconda generazione di una famiglia di immigrati macedoni in Italia, noto – anche se io non lo conoscevo da questo punto di vista – come youtuber e content creator, si sviluppa su tre piani temporali diversi, che in qualche modo si richiamano reciprocamente.
Il primo piano temporale è il 1992, anno nel quale dopo lo sgretolamento della Jugoslavia e le forti condizioni di instabilità della regione, Milan decide di intraprendere con due amici la rotta balcanica di allora per arrivare in Italia e cercare fortuna, nell’idea di pensare appena possibile a un ricongiungimento familiare.
Il secondo asse temporale è il 2001, momento nel quale la famiglia di Milan che, dopo diversi anni di silenzio e lontananza, si è effettivamente ricongiunta in Italia, torna per la prima volta in Macedonia del Nord, trovando una realtà molto diversa da quella che ha lasciato ma caratterizzata ancora da elementi di instabilità.
Il terzo piano è sostanzialmente il presente, invero il 2022, quando Robert, il figlio minore di Milan che ormai vive in Italia e ha una moglie italiana con cui però è in crisi, riceve una telefonata dal padre che gli comunica che sua madre è ricoverata in ospedale in terapia intensiva. Inizia quindi un ulteriore viaggio, in questo caso in due, Robert e sua moglie, che attraverso i Balcani, ulteriormente trasformati dal tempo trascorso, ma ancora luogo di attraversamento per nuove migrazioni, li porterà a Scopje.
Nel corso della lettura si rimbalza avanti e indietro nel tempo, e i personaggi ci si presentano in fasi diverse della storia e della vita, e in alcuni momenti situazioni simili ma lontane nel tempo si rispecchiano e si parlano.
Dentro questo albo ci sono tanti temi diversi (come lo stesso Pesov dice nel video su YouTube in cui racconta la genesi di questo suo primo graphic novel), temi che riguardano sicuramente la sua storia personale (Pesov dice che l’idea della storia gli è venuta da una lunga intervista con suo padre), ma che rimandano anche alla storia collettiva, passata e presente, e a tematiche universali che ci toccano come esseri umani.
Era parecchio che non mi emozionavo leggendo un graphic novel, e Pesov è riuscito a farlo, grazie a un disegno semplice ma carico di espressività, a un soggetto di grande interesse, a una sceneggiatura e un “montaggio” molto ben congegnati. Non si può che dire bravo!
Voto: 4/5
domenica 22 febbraio 2026
Rive lontane / Anaïs Flogny
Rive lontane / Anaïs Flogny. Milano: Bao Publishing, 2024.
Leggo questo graphic novel che chissà dove avevo trovato consigliato, e sono piacevolmente sorpresa dal fatto che Anaïs Flogny si sottrae completamente a quella tendenza del fumetto ad essere primariamente autobiografico e spesso totalmente ombelicale.
Flogny invece sogna in grande, e costruisce una storia ambientata in un arco di tempo che va dagli anni Quaranta agli anni Sessanta, e che si svolge prevalentemente negli Stati Uniti, prima a Chicago, poi a New York, ma che nell’ultima parte si sposta dall’altra parte dell’oceano, in Francia.
Protagonisti di questa storia sono Julien, in realtà Giuliano, un immigrato italiano che fa il garzone di bottega ed effettua consegne, e Adam, polacco di origine, che è a capo della mala di Chicago e la cui banda fa il giro dei commercianti per estorcere il pizzo. È proprio in uno di questi giri che Adam e Julien si incontrano, e per quest’ultimo non solo si apre l’opportunità di una scalata sociale, sebbene nella criminalità organizzata, ma inizia anche una storia d’amore, indicibile per i tempi, ma destinata a segnare a lungo la sua vita.
Dopo un regolamento di conti in cui Adam rimane ferito, i due abbandonano Chicago e si trasferiscono a New York, ma in questa città Adam non è ben accolto e per questo spinge Julien a farvi avanti presso il boss locale, di origine italiana. Julien dimostra ben presto grandi capacità e scala rapidamente le posizioni all’interno della “famiglia”.
Ma in ambienti come quello della malavita non tarderanno ad arrivare situazioni sempre più delicate e difficili da gestire, e Julien dovrà a un certo punto fare i conti con una scomoda verità rispetto all’uomo che ama, ma anche rispetto a sé stesso e a quello che è diventato.
Quella di Adam e Julien è una storia che si legge tutta d’un fiato, appassionante da un punto di vista narrativo, e disegnata con grandissima accuratezza ed eleganza, con un tratto che mi ha in parte ricordato alcuni lavori del mio amato Bastien Vivès, e con campiture di colore piatte in palette non solo affascinanti, ma perfettamente coerenti con la storia.
Non è un lavoro senza difetti, ma secondo me una nuova stella è nata nel firmamento del fumetto francese, e non solo.
Voto: 3,5/5
Leggo questo graphic novel che chissà dove avevo trovato consigliato, e sono piacevolmente sorpresa dal fatto che Anaïs Flogny si sottrae completamente a quella tendenza del fumetto ad essere primariamente autobiografico e spesso totalmente ombelicale.
Flogny invece sogna in grande, e costruisce una storia ambientata in un arco di tempo che va dagli anni Quaranta agli anni Sessanta, e che si svolge prevalentemente negli Stati Uniti, prima a Chicago, poi a New York, ma che nell’ultima parte si sposta dall’altra parte dell’oceano, in Francia.
Protagonisti di questa storia sono Julien, in realtà Giuliano, un immigrato italiano che fa il garzone di bottega ed effettua consegne, e Adam, polacco di origine, che è a capo della mala di Chicago e la cui banda fa il giro dei commercianti per estorcere il pizzo. È proprio in uno di questi giri che Adam e Julien si incontrano, e per quest’ultimo non solo si apre l’opportunità di una scalata sociale, sebbene nella criminalità organizzata, ma inizia anche una storia d’amore, indicibile per i tempi, ma destinata a segnare a lungo la sua vita.
Dopo un regolamento di conti in cui Adam rimane ferito, i due abbandonano Chicago e si trasferiscono a New York, ma in questa città Adam non è ben accolto e per questo spinge Julien a farvi avanti presso il boss locale, di origine italiana. Julien dimostra ben presto grandi capacità e scala rapidamente le posizioni all’interno della “famiglia”.
Ma in ambienti come quello della malavita non tarderanno ad arrivare situazioni sempre più delicate e difficili da gestire, e Julien dovrà a un certo punto fare i conti con una scomoda verità rispetto all’uomo che ama, ma anche rispetto a sé stesso e a quello che è diventato.
Quella di Adam e Julien è una storia che si legge tutta d’un fiato, appassionante da un punto di vista narrativo, e disegnata con grandissima accuratezza ed eleganza, con un tratto che mi ha in parte ricordato alcuni lavori del mio amato Bastien Vivès, e con campiture di colore piatte in palette non solo affascinanti, ma perfettamente coerenti con la storia.
Non è un lavoro senza difetti, ma secondo me una nuova stella è nata nel firmamento del fumetto francese, e non solo.
Voto: 3,5/5
giovedì 8 gennaio 2026
Morti di sonno / Davide Reviati
Morti di sonno / Davide Reviati. Roma: Coconino Press ; Fandango, 2020.
Un po’ di tempo fa avevo letto Sputa tre volte di Davide Reviati e ne ero rimasta prima spiazzata, poi conquistata. Sull’onda emotiva di quella lettura avevo comprato l’altro graphic novel di questo autore, pubblicato sempre per Coconino, e precedente a Sputa tre volte.
Grazie - come al solito - a un viaggio in treno, sono finalmente riuscita a leggerlo e ci ho ritrovato molte delle caratteristiche che l’autore ravennate avrebbe riproposto, ulteriormente raffinate, nei suoi lavori successivi.
Come Sputa tre volte, anche Morti di sonno è un tomone la cui storia si muove dalle parti del romanzo di formazione, oscillando tra ricordo, nostalgia e denuncia sociale. Un’altra caratteristica che accomuna i due libri è la struttura narrativa, che non procede in ordine cronologico, ma va avanti e indietro nel tempo, ed è inframmezzata da inserti puramente visuali, che sta al lettore mettere in relazione con tutto il resto.
La storia è quella di un gruppo di ragazzini che abitano nel villaggio Anic di Ravenna, quello fatto realizzare da Enrico Mattei per ospitare gli operai del polo petrolchimico nato nel 1958. Il narratore, Rino, detto Koper (Capodistria) per via delle sue orecchie a sventola, racconta gli anni della sua adolescenza e di quella dei suoi coetanei, Lario, Ettore e molti altri.
Sono giornate caratterizzate da partite di calcio infinite e combattutissime, da scorribande, da notizie misteriose che passano di bocca in bocca, da personaggi strambi, mentre l’ombra del petrolchimico con i suoi veleni aleggia su tutto e per gli abitanti del villaggio sembra non esistere alcuna prospettiva alternativa a un futuro in fabbrica.
Come avevo notato nell’altro graphic novel, nei racconti di Reviati storia individuale e storia collettiva si intrecciano inestricabilmente, nell’idea di fondo che il destino dei singoli è sempre fortemente condizionato dal contesto nel quale ciascuno nasce e cresce e che sfuggire a questo destino non è affatto facile. E però, il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza – in qualunque condizione lo si sia vissuto – nella matita di Reviati resta un tempo mitico e sospeso, un tempo di fragilità e di grazia, o almeno così finisce per essere nei ricordi di chi se l’è lasciato alle spalle.
Quella dei romanzi grafici di Reviati non è mai una lettura facile, né conciliante; inevitabilmente lascia addosso un senso di malinconia, misto a una specie di spaesamento, rispetto al quale vale la pena abbandonarsi alla bellezza dei suoi disegni, che in questo caso sono straordinariamente pieni di vita, energia e movimento, in particolare nella rappresentazione delle partite di calcio.
A una prima lettura si esce con una sensazione forte, più che con elementi conoscitivi e informazioni. Sicuramente, nel caso di libri come questo, riletture possono aggiungere dettagli ed elementi di senso ulteriori, e permettono di scavare più e meglio nello spirito del suo autore e dei personaggi.
Voto: 3/5
Un po’ di tempo fa avevo letto Sputa tre volte di Davide Reviati e ne ero rimasta prima spiazzata, poi conquistata. Sull’onda emotiva di quella lettura avevo comprato l’altro graphic novel di questo autore, pubblicato sempre per Coconino, e precedente a Sputa tre volte.
Grazie - come al solito - a un viaggio in treno, sono finalmente riuscita a leggerlo e ci ho ritrovato molte delle caratteristiche che l’autore ravennate avrebbe riproposto, ulteriormente raffinate, nei suoi lavori successivi.
Come Sputa tre volte, anche Morti di sonno è un tomone la cui storia si muove dalle parti del romanzo di formazione, oscillando tra ricordo, nostalgia e denuncia sociale. Un’altra caratteristica che accomuna i due libri è la struttura narrativa, che non procede in ordine cronologico, ma va avanti e indietro nel tempo, ed è inframmezzata da inserti puramente visuali, che sta al lettore mettere in relazione con tutto il resto.
La storia è quella di un gruppo di ragazzini che abitano nel villaggio Anic di Ravenna, quello fatto realizzare da Enrico Mattei per ospitare gli operai del polo petrolchimico nato nel 1958. Il narratore, Rino, detto Koper (Capodistria) per via delle sue orecchie a sventola, racconta gli anni della sua adolescenza e di quella dei suoi coetanei, Lario, Ettore e molti altri.
Sono giornate caratterizzate da partite di calcio infinite e combattutissime, da scorribande, da notizie misteriose che passano di bocca in bocca, da personaggi strambi, mentre l’ombra del petrolchimico con i suoi veleni aleggia su tutto e per gli abitanti del villaggio sembra non esistere alcuna prospettiva alternativa a un futuro in fabbrica.
Come avevo notato nell’altro graphic novel, nei racconti di Reviati storia individuale e storia collettiva si intrecciano inestricabilmente, nell’idea di fondo che il destino dei singoli è sempre fortemente condizionato dal contesto nel quale ciascuno nasce e cresce e che sfuggire a questo destino non è affatto facile. E però, il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza – in qualunque condizione lo si sia vissuto – nella matita di Reviati resta un tempo mitico e sospeso, un tempo di fragilità e di grazia, o almeno così finisce per essere nei ricordi di chi se l’è lasciato alle spalle.
Quella dei romanzi grafici di Reviati non è mai una lettura facile, né conciliante; inevitabilmente lascia addosso un senso di malinconia, misto a una specie di spaesamento, rispetto al quale vale la pena abbandonarsi alla bellezza dei suoi disegni, che in questo caso sono straordinariamente pieni di vita, energia e movimento, in particolare nella rappresentazione delle partite di calcio.
A una prima lettura si esce con una sensazione forte, più che con elementi conoscitivi e informazioni. Sicuramente, nel caso di libri come questo, riletture possono aggiungere dettagli ed elementi di senso ulteriori, e permettono di scavare più e meglio nello spirito del suo autore e dei personaggi.
Voto: 3/5
venerdì 24 ottobre 2025
Il fotografo / Emmanuel Guibert, Didier Lefèvre, Frédéric Lemercier
Il fotografo / Emmanuel Guibert, Didier Lefèvre, Frédéric Lemercier; trad. di Donatella Pennisi Guibert. Roma: Coconino Press-Fandango, 2022.
Grazie al suggerimento di non ricordo più chi al termine di una puntata di Globo, il podcast del Post, compro questo particolarissimo albo, che mette insieme le fotografie di Didier Lefèvre e i disegni di Emmanuel Guibert, amico d’infanzia di Didier (Frédéric Lemercier si è occupato dell’impaginazione), per farci rivivere la spedizione in Afghanistan con Medici senza frontiere a cui Lefèvre partecipò nel 1986.
Giovanissimo, Didier si unì a un gruppo di operatori esperti di MSF che partiva dal Pakistan per raggiungere via terra l’Afghanistan, in quel momento sotto l’attacco dell’URSS. Lo scopo della missione era per MSF l’individuazione di un sito dove allestire un ospedale per curare la popolazione locale. Per Didier fu l’occasione per realizzare uno straordinario reportage (oltre 4.000 foto), che dopo il suo fortunoso ritorno in patria rischiò di essere abbandonato e dimenticato. Solo sei foto di quelle da lui scattate furono pubblicate su Libération a dicembre del 1986, fino a quando l’amico fumettista Emmanuel Guibert non ebbe l’idea di utilizzare le fotografie mescolandole con parti disegnate per raccontare quel viaggio.
Ne è venuto fuori uno straordinario esempio di graphic journalism, che ci permette di partecipare empaticamente a tutte le fasi di questo viaggio, dal durissimo cammino attraverso le montagne del Nuristan, all’arrivo e al soggiorno nel villaggio afghano di Zaragandara, luogo in cui fu realizzato l’ospedale, fino ad arrivare al drammatico viaggio di ritorno in solitaria, durante il quale Lefevre rischiò di morire. Queste tre parti costituivano inizialmente tre volumi del graphic novel, che sono poi state ripubblicate tutte insieme nell’albo di grande formato pubblicato nel 2022 da Coconino Press.
Il racconto per immagini disegnate e fotografate non solo ci permette di comprendere meglio il senso della missione di MSF e le motivazioni dei suoi protagonisti, ma anche di farci un’idea del contesto e delle sue contraddizioni, degli orrori diretti e indiretti della guerra, e soprattutto dell’umanità che vive e attraversa questo territorio.
Didier fece esperienza di grande generosità e solidarietà, ma anche di grande avidità e assenza di scrupoli, perché di fronte ai conflitti si innescano le dinamiche più varie. Attraverso gli occhi di Didier vediamo un paese e un popolo in cui una grande bellezza e forza si mescolano ad altrettante brutture e meschinità.
Il valore aggiunto di questa affascinante opera di graphic journalism è stato per me il punto di vista del protagonista che, come dice il titolo dell’albo, è un fotografo e con questo ruolo partecipa alla spedizione. Pur non avendo mai fotografato in situazioni estreme come quelle in cui si è ritrovato Didier, ho riconosciuto alcuni dei suoi pensieri e sentimenti: il potere calmante della fotografia, i momenti di stanchezza fotografica, i dubbi sull’opportunità o meno di scattare in certe situazioni, il rapporto simbiotico con la macchina fotografica e il senso di tragedia quando l'attrezzatura subisce qualche danno o si è impossibilitati a fotografare.
Didier portava con sé oltre 130 rullini e non poteva vedere immediatamente come noi il risultato dei suoi scatti, cosa che rende la sua avventura ancora più epica e le sue emozioni ancora più intense e straordinarie.
Un libro che mi è piaciuto moltissimo, che accorcia le distanze da molteplici punti di vista, che ci fa toccare l’umanità nella sua essenza più universale, e che merita dunque di essere letto dal maggior numero possibile di persone, soprattutto giovani.
Tra l'altro, leggendo i ritratti dei protagonisti alla fine dell’albo (ironici, ma anche pieni di sentimenti), ho scoperto con grandissimo dispiacere che il povero Didier Lefèvre è morto prima dei cinquant’anni a causa di un infarto. Tanto più sono contenta che questo suo lavoro non sia rimasto dentro un cassetto, ma abbia trovato uno sbocco editoriale di grande bellezza come questo.
Voto: 4/5
Grazie al suggerimento di non ricordo più chi al termine di una puntata di Globo, il podcast del Post, compro questo particolarissimo albo, che mette insieme le fotografie di Didier Lefèvre e i disegni di Emmanuel Guibert, amico d’infanzia di Didier (Frédéric Lemercier si è occupato dell’impaginazione), per farci rivivere la spedizione in Afghanistan con Medici senza frontiere a cui Lefèvre partecipò nel 1986.
Giovanissimo, Didier si unì a un gruppo di operatori esperti di MSF che partiva dal Pakistan per raggiungere via terra l’Afghanistan, in quel momento sotto l’attacco dell’URSS. Lo scopo della missione era per MSF l’individuazione di un sito dove allestire un ospedale per curare la popolazione locale. Per Didier fu l’occasione per realizzare uno straordinario reportage (oltre 4.000 foto), che dopo il suo fortunoso ritorno in patria rischiò di essere abbandonato e dimenticato. Solo sei foto di quelle da lui scattate furono pubblicate su Libération a dicembre del 1986, fino a quando l’amico fumettista Emmanuel Guibert non ebbe l’idea di utilizzare le fotografie mescolandole con parti disegnate per raccontare quel viaggio.
Ne è venuto fuori uno straordinario esempio di graphic journalism, che ci permette di partecipare empaticamente a tutte le fasi di questo viaggio, dal durissimo cammino attraverso le montagne del Nuristan, all’arrivo e al soggiorno nel villaggio afghano di Zaragandara, luogo in cui fu realizzato l’ospedale, fino ad arrivare al drammatico viaggio di ritorno in solitaria, durante il quale Lefevre rischiò di morire. Queste tre parti costituivano inizialmente tre volumi del graphic novel, che sono poi state ripubblicate tutte insieme nell’albo di grande formato pubblicato nel 2022 da Coconino Press.
Il racconto per immagini disegnate e fotografate non solo ci permette di comprendere meglio il senso della missione di MSF e le motivazioni dei suoi protagonisti, ma anche di farci un’idea del contesto e delle sue contraddizioni, degli orrori diretti e indiretti della guerra, e soprattutto dell’umanità che vive e attraversa questo territorio.
Didier fece esperienza di grande generosità e solidarietà, ma anche di grande avidità e assenza di scrupoli, perché di fronte ai conflitti si innescano le dinamiche più varie. Attraverso gli occhi di Didier vediamo un paese e un popolo in cui una grande bellezza e forza si mescolano ad altrettante brutture e meschinità.
Il valore aggiunto di questa affascinante opera di graphic journalism è stato per me il punto di vista del protagonista che, come dice il titolo dell’albo, è un fotografo e con questo ruolo partecipa alla spedizione. Pur non avendo mai fotografato in situazioni estreme come quelle in cui si è ritrovato Didier, ho riconosciuto alcuni dei suoi pensieri e sentimenti: il potere calmante della fotografia, i momenti di stanchezza fotografica, i dubbi sull’opportunità o meno di scattare in certe situazioni, il rapporto simbiotico con la macchina fotografica e il senso di tragedia quando l'attrezzatura subisce qualche danno o si è impossibilitati a fotografare.
Didier portava con sé oltre 130 rullini e non poteva vedere immediatamente come noi il risultato dei suoi scatti, cosa che rende la sua avventura ancora più epica e le sue emozioni ancora più intense e straordinarie.
Un libro che mi è piaciuto moltissimo, che accorcia le distanze da molteplici punti di vista, che ci fa toccare l’umanità nella sua essenza più universale, e che merita dunque di essere letto dal maggior numero possibile di persone, soprattutto giovani.
Tra l'altro, leggendo i ritratti dei protagonisti alla fine dell’albo (ironici, ma anche pieni di sentimenti), ho scoperto con grandissimo dispiacere che il povero Didier Lefèvre è morto prima dei cinquant’anni a causa di un infarto. Tanto più sono contenta che questo suo lavoro non sia rimasto dentro un cassetto, ma abbia trovato uno sbocco editoriale di grande bellezza come questo.
Voto: 4/5
sabato 20 settembre 2025
Troppo facile amarti in vacanza / Giacomo Keison Bevilacqua
Troppo facile amarti in vacanza / Giacomo Keison Bevilacqua. Milano: Bao Publishing, 2021.
Di Giacomo Keison Bevilacqua avevo già letto un altro racconto lungo a fumetti, Il suono del mondo a memoria, apprezzandolo dal punto di vista stilistico e anche per l’originalità narrativa, mentre ammetto di non aver mai letto le strisce di A panda piace per il quale l’autore è diventato famoso.
Probabilmente è proprio grazie all’esistenza di A panda piace che Bevilacqua, nel momento in cui si sposta sul graphic novel, può permettersi di lavorare a progetti ambiziosi con grande libertà.
A questa categoria appartiene questo ultimo lavoro, Troppo facile amarti in vacanza, in cui Bevilacqua propone, attraverso i personaggi di due giovani, Linda B. e Aman, due punti di vista diversi su un mondo in decadenza fisica e morale.
Linda B. è una giovane che decide di abbandonare, insieme al suo cane Follia, il luogo dove ha sempre vissuto alla ricerca di qualcosa per cui valga ancora la pena vivere. In questo futuro distopico, ma non tanto lontano dal nostro tempo, in cui Linda B. vive, il mondo che conosciamo mostra i segni del sopravvento che acqua e natura stanno prendendo su case e monumenti, e soprattutto la gente che lo abita manifesta comportamenti sempre più assurdi e incomprensibili (dal paese dove le donne devono vivere recluse in casa sottomesse ai loro mariti al ristorante stellato dove lo chef tiene per sé gli ingredienti migliori e prepara piatti insapore per la sua lunga fila di clienti in cerca solo dell’esperienza, fino ad arrivare al multimilionario che ha comprato Firenze e ha deciso di dipingere di nero tutti i palazzi). Nel suo percorso, Linda B. incontrerà anche una giovane donna che vive su uno yacht impegnata solo a mangiare, bere e pensare, un gruppo di uomini che l’assaltano sessualmente in uno stabilimento termale e un uomo politico che spara al cane di Linda perché i due hanno violato la sua proprietà privata.
A questa specie di inferno che è il mondo nel quale Linda si muove fanno da contraltare – inframmezzando la conversazione, pur essendo temporalmente successive - le conversazioni di Linda con Aman, un immigrato che lavora per una ONG e che, con la tranquillità che è insita nel significato del suo nome, cerca di mostrare a Linda altri punti di vista e di far balenare qualche elemento di speranza.
È Aman la vacanza di Linda, ma – come suggerisce il titolo dell’albo – non è detto che questa parentesi di amore e speranza sia sufficiente a spegnere la rabbia della ragazza e a trasformare frustrazione e indignazione in qualcosa di realmente prospettico e costruttivo.
Nella sua sempre affascinante perfezione estetica e formale, arricchita in questo caso da una struttura a capitoli per ciascuno dei quali l’autore suggerisce una canzone come colonna sonora, l’albo di Bevilacqua trasuda pessimismo e disillusione, solo in parte temperata dalla presenza di Aman.
Sicuramente si tratta di un albo molto sentito e personale per l’autore, che non si sottrae alla condizione di mettere a nudo i propri sentimenti più profondi. Questa angoscia per il futuro si trasmette inevitabilmente al lettore e, nonostante le semplificazioni che caratterizzano le microstorie raccontate e la stereotipia dei personaggi, il fatto che in essi siano riconoscibili realtà e persone che fanno parte del nostro universo presente non può sfuggire a nessuno né farci chiudere quest’albo con l’animo sereno.
Voto: 3/5
Di Giacomo Keison Bevilacqua avevo già letto un altro racconto lungo a fumetti, Il suono del mondo a memoria, apprezzandolo dal punto di vista stilistico e anche per l’originalità narrativa, mentre ammetto di non aver mai letto le strisce di A panda piace per il quale l’autore è diventato famoso.
Probabilmente è proprio grazie all’esistenza di A panda piace che Bevilacqua, nel momento in cui si sposta sul graphic novel, può permettersi di lavorare a progetti ambiziosi con grande libertà.
A questa categoria appartiene questo ultimo lavoro, Troppo facile amarti in vacanza, in cui Bevilacqua propone, attraverso i personaggi di due giovani, Linda B. e Aman, due punti di vista diversi su un mondo in decadenza fisica e morale.
Linda B. è una giovane che decide di abbandonare, insieme al suo cane Follia, il luogo dove ha sempre vissuto alla ricerca di qualcosa per cui valga ancora la pena vivere. In questo futuro distopico, ma non tanto lontano dal nostro tempo, in cui Linda B. vive, il mondo che conosciamo mostra i segni del sopravvento che acqua e natura stanno prendendo su case e monumenti, e soprattutto la gente che lo abita manifesta comportamenti sempre più assurdi e incomprensibili (dal paese dove le donne devono vivere recluse in casa sottomesse ai loro mariti al ristorante stellato dove lo chef tiene per sé gli ingredienti migliori e prepara piatti insapore per la sua lunga fila di clienti in cerca solo dell’esperienza, fino ad arrivare al multimilionario che ha comprato Firenze e ha deciso di dipingere di nero tutti i palazzi). Nel suo percorso, Linda B. incontrerà anche una giovane donna che vive su uno yacht impegnata solo a mangiare, bere e pensare, un gruppo di uomini che l’assaltano sessualmente in uno stabilimento termale e un uomo politico che spara al cane di Linda perché i due hanno violato la sua proprietà privata.
A questa specie di inferno che è il mondo nel quale Linda si muove fanno da contraltare – inframmezzando la conversazione, pur essendo temporalmente successive - le conversazioni di Linda con Aman, un immigrato che lavora per una ONG e che, con la tranquillità che è insita nel significato del suo nome, cerca di mostrare a Linda altri punti di vista e di far balenare qualche elemento di speranza.
È Aman la vacanza di Linda, ma – come suggerisce il titolo dell’albo – non è detto che questa parentesi di amore e speranza sia sufficiente a spegnere la rabbia della ragazza e a trasformare frustrazione e indignazione in qualcosa di realmente prospettico e costruttivo.
Nella sua sempre affascinante perfezione estetica e formale, arricchita in questo caso da una struttura a capitoli per ciascuno dei quali l’autore suggerisce una canzone come colonna sonora, l’albo di Bevilacqua trasuda pessimismo e disillusione, solo in parte temperata dalla presenza di Aman.
Sicuramente si tratta di un albo molto sentito e personale per l’autore, che non si sottrae alla condizione di mettere a nudo i propri sentimenti più profondi. Questa angoscia per il futuro si trasmette inevitabilmente al lettore e, nonostante le semplificazioni che caratterizzano le microstorie raccontate e la stereotipia dei personaggi, il fatto che in essi siano riconoscibili realtà e persone che fanno parte del nostro universo presente non può sfuggire a nessuno né farci chiudere quest’albo con l’animo sereno.
Voto: 3/5
lunedì 8 settembre 2025
Un'educazione orientale / Charles Berberian
Un'educazione orientale / Charles Berberian. Milano: Bao Publishing, 2024.
Charles Berberian è un fumettista francese nato a Baghdad da un padre armeno e una madre greca, ma che ha vissuto fino a sei anni insieme alla sua famiglia in Libano, a Beirut, che è il posto in cui colloca le proprie radici e a cui è fortemente legato, anche perché lì, in un palazzo sul porto, palazzo Tarazi, abitava la sua amata nonna.
L’albo di Berberian nasce, per sua stessa ammissione, durante il periodo del lockdown imposto dalla pandemia, periodo che ha risvegliato nell’autore le memorie del passato.
In questo lavoro, dunque, attraverso una forte mescolanza di stili e generi (disegni caricaturali si alternano ad altri più realistici, ma anche a fotografie e altri tipi di documenti), Berberian ripercorre la sua storia, in particolare gli anni della vita libanese, e quella della sua famiglia, e così facendo racconta anche la storia del Libano, agganciando la narrazione a due momenti cruciali che rappresentano due ferite mai pienamente rimarginate: l’inizio della guerra nel 1975 che costrinse la sua famiglia a cercare una condizione più sicura in Francia, e la tremenda esplosione nel porto di Beirut del 2020 che distrusse una parte importante della città, compreso palazzo Tarazi, tanto caro alla memoria individuale del fumettista.
Quella di Berberian è una specie di lettera di amore verso una città martoriata, su cui leader occidentali e mediorientali hanno fatto i loro giochi politici disinteressandosi della storia e delle condizioni locali, cosicché il racconto diventa anche una lettera d’accusa, senza alcuna scusante, nei confronti di chi ha reso questa terra invivibile e ha costretto molti dei suoi abitanti ad abbandonarla.
È evidente che l’albo di Berberian viene da sentimenti complessi e segue il flusso di pensieri, ricordi e rimandi tutti personali, cosicché la narrazione appare a volte un po’ confusa o quantomeno poco lineare, però gli stati d’animo emergono in maniera chiara e permettono al lettore quel salto dalla dimensione individuale della storia a quella collettiva che in questo caso è quella di un popolo, di una nazione e di un’intera area del mondo che non trova pace.
Voto: 3,5/5
Charles Berberian è un fumettista francese nato a Baghdad da un padre armeno e una madre greca, ma che ha vissuto fino a sei anni insieme alla sua famiglia in Libano, a Beirut, che è il posto in cui colloca le proprie radici e a cui è fortemente legato, anche perché lì, in un palazzo sul porto, palazzo Tarazi, abitava la sua amata nonna.
L’albo di Berberian nasce, per sua stessa ammissione, durante il periodo del lockdown imposto dalla pandemia, periodo che ha risvegliato nell’autore le memorie del passato.
In questo lavoro, dunque, attraverso una forte mescolanza di stili e generi (disegni caricaturali si alternano ad altri più realistici, ma anche a fotografie e altri tipi di documenti), Berberian ripercorre la sua storia, in particolare gli anni della vita libanese, e quella della sua famiglia, e così facendo racconta anche la storia del Libano, agganciando la narrazione a due momenti cruciali che rappresentano due ferite mai pienamente rimarginate: l’inizio della guerra nel 1975 che costrinse la sua famiglia a cercare una condizione più sicura in Francia, e la tremenda esplosione nel porto di Beirut del 2020 che distrusse una parte importante della città, compreso palazzo Tarazi, tanto caro alla memoria individuale del fumettista.
Quella di Berberian è una specie di lettera di amore verso una città martoriata, su cui leader occidentali e mediorientali hanno fatto i loro giochi politici disinteressandosi della storia e delle condizioni locali, cosicché il racconto diventa anche una lettera d’accusa, senza alcuna scusante, nei confronti di chi ha reso questa terra invivibile e ha costretto molti dei suoi abitanti ad abbandonarla.
È evidente che l’albo di Berberian viene da sentimenti complessi e segue il flusso di pensieri, ricordi e rimandi tutti personali, cosicché la narrazione appare a volte un po’ confusa o quantomeno poco lineare, però gli stati d’animo emergono in maniera chiara e permettono al lettore quel salto dalla dimensione individuale della storia a quella collettiva che in questo caso è quella di un popolo, di una nazione e di un’intera area del mondo che non trova pace.
Voto: 3,5/5
domenica 20 luglio 2025
La guerra di Catherine / Julia Billet e Claire Fauvel
La guerra di Catherine / Julia Billet e Claire Fauvel; trad. di Elena Orlandi. Milano: Mondadori, 2017.
Torno a questo graphic novel a distanza di molto tempo da quando l’avevo comprato.
Allora l’acquisto era stato fatto sulla base del suggerimento di S. ma alla fine il volume era rimasto sullo scaffale. Il mio rinnovato entusiasmo per la fotografia di questi ultimi mesi mi ha attirato verso la copertina di questo albo che rappresenta una giovane donna con una rolleiflex in mano.
Siamo negli anni della Francia occupata dai nazisti: Rachel è una giovane ebrea che frequenta la Maison d'enfants di Sèvres, una scuola molto particolare – esistita veramente - dove venivano adottati metodi didattici innovativi e dove si accoglievano ragazzi di ogni provenienza religiosa e sociale.
Qui Rachel collabora con il laboratorio fotografico, non solo scattando fotografie bensì anche sviluppandole nella camera oscura.
Purtroppo l’inasprirsi delle persecuzioni nei confronti degli ebrei costringe i responsabili della scuola ad adottare una serie di strategie per proteggere i loro studenti: molti di loro devono cambiare nome e prendere documenti falsi per sfuggire ai rastrellamenti, ma quando questa soluzione non è più sufficiente molti devono abbandonare la scuola e spostarsi presso famiglie o persone che si offrono di ospitarli e proteggerli.
Accade così che Rachel diventa Catherine e comincia a girare per la Francia, senza mai però separarsi dalla sua macchina fotografica e continuando non solo a scattare ma anche a cercare laboratori dove sviluppare le sue foto. Questo le permetterà di mantenere il suo sguardo vivo e attento sul mondo, di intessere relazioni e dunque di sopravvivere ai momenti peggiori fino alla liberazione della Francia.
L’albo di Julia Billet e Claire Fauvel, ispirato a una storia vera, ha vinto il premio Andersen nel 2018, e certamente, sia dal punto di vista grafico che dei contenuti, sembra destinato primariamente a un pubblico di ragazzi.
Devo dire però che si tratta di una lettura intensa, senza essere melodrammatica e patetica, e dunque adatta anche a un pubblico adulto. A me è piaciuto.
Voto: 3,5/5
Torno a questo graphic novel a distanza di molto tempo da quando l’avevo comprato.
Allora l’acquisto era stato fatto sulla base del suggerimento di S. ma alla fine il volume era rimasto sullo scaffale. Il mio rinnovato entusiasmo per la fotografia di questi ultimi mesi mi ha attirato verso la copertina di questo albo che rappresenta una giovane donna con una rolleiflex in mano.
Siamo negli anni della Francia occupata dai nazisti: Rachel è una giovane ebrea che frequenta la Maison d'enfants di Sèvres, una scuola molto particolare – esistita veramente - dove venivano adottati metodi didattici innovativi e dove si accoglievano ragazzi di ogni provenienza religiosa e sociale.
Qui Rachel collabora con il laboratorio fotografico, non solo scattando fotografie bensì anche sviluppandole nella camera oscura.
Purtroppo l’inasprirsi delle persecuzioni nei confronti degli ebrei costringe i responsabili della scuola ad adottare una serie di strategie per proteggere i loro studenti: molti di loro devono cambiare nome e prendere documenti falsi per sfuggire ai rastrellamenti, ma quando questa soluzione non è più sufficiente molti devono abbandonare la scuola e spostarsi presso famiglie o persone che si offrono di ospitarli e proteggerli.
Accade così che Rachel diventa Catherine e comincia a girare per la Francia, senza mai però separarsi dalla sua macchina fotografica e continuando non solo a scattare ma anche a cercare laboratori dove sviluppare le sue foto. Questo le permetterà di mantenere il suo sguardo vivo e attento sul mondo, di intessere relazioni e dunque di sopravvivere ai momenti peggiori fino alla liberazione della Francia.
L’albo di Julia Billet e Claire Fauvel, ispirato a una storia vera, ha vinto il premio Andersen nel 2018, e certamente, sia dal punto di vista grafico che dei contenuti, sembra destinato primariamente a un pubblico di ragazzi.
Devo dire però che si tratta di una lettura intensa, senza essere melodrammatica e patetica, e dunque adatta anche a un pubblico adulto. A me è piaciuto.
Voto: 3,5/5
venerdì 20 giugno 2025
Il re di Bangkok / Claudio Sopranzetti, Sara Fabbri e Chiara Natalucci
Il re di Bangkok / Claudio Sopranzetti, Sara Fabbri e Chiara Natalucci. Torino: add editore, 2019.
Dopo aver letto quasi tutti i graphic novel che add editore un po’ di anni fa ha dedicato a storie provenienti da diversi paesi del mondo (Cina, Taiwan, Siria, Cile, Libia) termino queste interessantissime letture con Il re di Bangkok, frutto di oltre 10 anni di ricerca antropologica e di centinaia di interviste realizzate da Claudio Sopranzetti, autore del libro insieme alla fumettista Sara Fabbri e alla traduttrice Chiara Natalucci.
Come viene spiegato all’inizio dell’albo, l’intento del fumetto è quello di raccontare la storia della Thailandia attraverso la vita di un personaggio, Nok, che non è un personaggio reale, ma è di fatto la somma di tante storie reali e vicende vissute di cui Sopranzetti ha raccolto la testimonianza nel corso della sua indagine.
La narrazione inizia in un presente in cui Nok, ormai cieco, si muove per le strade della città vendendo biglietti della tombola. Da qui ci muoveremo poi indietro nel tempo alle origini della sua storia: l’infanzia nel villaggio, la decisione di cercare un futuro migliore e un riscatto per sé e per la sua famiglia nella capitale, la fatica di trovare una strada e i numerosi lavori fatti - l’operaio in fabbrica, il muratore, il guidatore di mototaxi ,- la costruzione di una famiglia con Gai, la nascita del figlio, e tutto quello che accade nel frattempo in Thailandia e che più volte travolge anche la vicenda personale di Nok, costringendolo a cambiare direzione e a reinventarsi.
Dentro questo percorso c’è anche la lotta per la costruzione di un paese più giusto e più democratico, di cui Nok è protagonista pagandone un prezzo molto alto, e dovendo infine fare i conti con una delusione profonda e un senso di sconfitta che lo porta a tornare indietro, alla vita del villaggio.
Come tutti i libri di questa serie di graphic novel di add editore, Il re di Bangkok è un modo efficace per avvicinarsi alla storia di un paese a noi lontano, e anche di misurare la nostra ignoranza, ossia quanto poco sappiamo delle vicende politiche e sociali di questi paesi che intersecano il nostro mondo solo come meta di vacanze o quando instabilità politica e guerre minacciano la nostra tranquillità.
Gli autori fanno uno sforzo sovrumano per raccontare con precisione e verosimiglianza questa realtà a noi lontana, e riescono anche nel non scontato tentativo di conferire spessore umano ed empatia alla figura del protagonista, che non perde veridicità in alcuno snodo narrativo.
Una lettura molto istruttiva e interessante, che mi fa molto rimpiangere il fatto che add editore abbia abbandonato questa linea della sua produzione.
Voto: 3,5/5
Dopo aver letto quasi tutti i graphic novel che add editore un po’ di anni fa ha dedicato a storie provenienti da diversi paesi del mondo (Cina, Taiwan, Siria, Cile, Libia) termino queste interessantissime letture con Il re di Bangkok, frutto di oltre 10 anni di ricerca antropologica e di centinaia di interviste realizzate da Claudio Sopranzetti, autore del libro insieme alla fumettista Sara Fabbri e alla traduttrice Chiara Natalucci.
Come viene spiegato all’inizio dell’albo, l’intento del fumetto è quello di raccontare la storia della Thailandia attraverso la vita di un personaggio, Nok, che non è un personaggio reale, ma è di fatto la somma di tante storie reali e vicende vissute di cui Sopranzetti ha raccolto la testimonianza nel corso della sua indagine.
La narrazione inizia in un presente in cui Nok, ormai cieco, si muove per le strade della città vendendo biglietti della tombola. Da qui ci muoveremo poi indietro nel tempo alle origini della sua storia: l’infanzia nel villaggio, la decisione di cercare un futuro migliore e un riscatto per sé e per la sua famiglia nella capitale, la fatica di trovare una strada e i numerosi lavori fatti - l’operaio in fabbrica, il muratore, il guidatore di mototaxi ,- la costruzione di una famiglia con Gai, la nascita del figlio, e tutto quello che accade nel frattempo in Thailandia e che più volte travolge anche la vicenda personale di Nok, costringendolo a cambiare direzione e a reinventarsi.
Dentro questo percorso c’è anche la lotta per la costruzione di un paese più giusto e più democratico, di cui Nok è protagonista pagandone un prezzo molto alto, e dovendo infine fare i conti con una delusione profonda e un senso di sconfitta che lo porta a tornare indietro, alla vita del villaggio.
Come tutti i libri di questa serie di graphic novel di add editore, Il re di Bangkok è un modo efficace per avvicinarsi alla storia di un paese a noi lontano, e anche di misurare la nostra ignoranza, ossia quanto poco sappiamo delle vicende politiche e sociali di questi paesi che intersecano il nostro mondo solo come meta di vacanze o quando instabilità politica e guerre minacciano la nostra tranquillità.
Gli autori fanno uno sforzo sovrumano per raccontare con precisione e verosimiglianza questa realtà a noi lontana, e riescono anche nel non scontato tentativo di conferire spessore umano ed empatia alla figura del protagonista, che non perde veridicità in alcuno snodo narrativo.
Una lettura molto istruttiva e interessante, che mi fa molto rimpiangere il fatto che add editore abbia abbandonato questa linea della sua produzione.
Voto: 3,5/5
lunedì 9 giugno 2025
Deep vacation / Yi Yang
Deep vacation / Yi Yang. Milano: Bao Publishing, 2022.
Dopo aver letto Easy breezy, il primo graphic novel della fumettista cinese trapiantata in Italia, Yi Yang, ho deciso di comprare anche il successivo Deep vacation che condivide con il primo alcuni personaggi, pur non essendo un vero e proprio sequel, ma un'avventura a sé stante.
Ritroviamo in particolare Yang Kuaikuai, il ragazzino occhialuto e secchione, e Li Yu, il teppistello scansafatiche. Il rapporto tra i due mantiene alcuni elementi di ambiguità che già emergevano nel primo lavoro, ma al contempo è cresciuto in complessità e profondità, anche perché i due ragazzini sono cresciuti e sono ormai alle soglie dell'adolescenza: Li Yu si prende ancora gioco di Yang Kuaikuai, ma anche quest'ultimo tratta l'altro con evidente atteggiamento di sufficienza, cosicché il loro rapporto oscilla continuamente tra l'indifferenza, il disprezzo, l'amicizia e la cura reciproca, mentre di mezzo cominciano a inserirsi delle figure femminili a cui i ragazzi sono sempre più sensibili, Li Yu in maniera esplicita, Yang Kuaikuai in maniera più sotterranea.
Questo secondo romanzo a fumetti si configura meno come un'avventura pura e adrenalinica (caratteristica propria di Easy breezy), e molto di più come una specie di romanzo di formazione che, attraverso una serie di situazioni, anche avventurose, conduce i due ragazzi sempre più vicini all'età adulta.
Nello specifico, la vicenda raccontata in Deep vacation è appunto una vacanza che i due protagonisti fanno insieme alla loro classe in un'isola non meglio identificata, dove tutti dovranno aiutare i pescatori locali nelle loro attività, ad eccezione di Yang Kuaikuai che deve studiare per prepararsi alle competizioni di matematica. La permanenza sull'isola si trasforma a poco a poco in un vero e proprio thriller, perché i due protagonisti entreranno in contatto con una figura misteriosa che sembra vivere nelle profondità del mare e che tutti riconducono a un fantasma dell'acqua, una creatura soprannaturale tipica della cultura cinese.
In realtà, la natura di questo essere si rivelerà molto più terrena e collegata a vicende reali, che affondano le radici nel passato, e con cui lo strano trio formato da Yang Kuaikuai, Li Yu e la ragazza che piace a quest'ultimo, dovranno fare i conti, affrontando le conseguenze delle loro scelte e decisioni.
Un racconto meno adrenalinico di Easy breezy, più attento ai sentimenti e alle emozioni dei protagonisti, che però mantiene quel tono scanzonato e leggero tipico dei lavori di Yi Yang, in questo fortemente sostenuti dal tipo di disegno, dalle scelte di colore e dalla messa in pagina, sempre interessante e originale.
Voto: 3,5/5
Dopo aver letto Easy breezy, il primo graphic novel della fumettista cinese trapiantata in Italia, Yi Yang, ho deciso di comprare anche il successivo Deep vacation che condivide con il primo alcuni personaggi, pur non essendo un vero e proprio sequel, ma un'avventura a sé stante.
Ritroviamo in particolare Yang Kuaikuai, il ragazzino occhialuto e secchione, e Li Yu, il teppistello scansafatiche. Il rapporto tra i due mantiene alcuni elementi di ambiguità che già emergevano nel primo lavoro, ma al contempo è cresciuto in complessità e profondità, anche perché i due ragazzini sono cresciuti e sono ormai alle soglie dell'adolescenza: Li Yu si prende ancora gioco di Yang Kuaikuai, ma anche quest'ultimo tratta l'altro con evidente atteggiamento di sufficienza, cosicché il loro rapporto oscilla continuamente tra l'indifferenza, il disprezzo, l'amicizia e la cura reciproca, mentre di mezzo cominciano a inserirsi delle figure femminili a cui i ragazzi sono sempre più sensibili, Li Yu in maniera esplicita, Yang Kuaikuai in maniera più sotterranea.
Questo secondo romanzo a fumetti si configura meno come un'avventura pura e adrenalinica (caratteristica propria di Easy breezy), e molto di più come una specie di romanzo di formazione che, attraverso una serie di situazioni, anche avventurose, conduce i due ragazzi sempre più vicini all'età adulta.
Nello specifico, la vicenda raccontata in Deep vacation è appunto una vacanza che i due protagonisti fanno insieme alla loro classe in un'isola non meglio identificata, dove tutti dovranno aiutare i pescatori locali nelle loro attività, ad eccezione di Yang Kuaikuai che deve studiare per prepararsi alle competizioni di matematica. La permanenza sull'isola si trasforma a poco a poco in un vero e proprio thriller, perché i due protagonisti entreranno in contatto con una figura misteriosa che sembra vivere nelle profondità del mare e che tutti riconducono a un fantasma dell'acqua, una creatura soprannaturale tipica della cultura cinese.
In realtà, la natura di questo essere si rivelerà molto più terrena e collegata a vicende reali, che affondano le radici nel passato, e con cui lo strano trio formato da Yang Kuaikuai, Li Yu e la ragazza che piace a quest'ultimo, dovranno fare i conti, affrontando le conseguenze delle loro scelte e decisioni.
Un racconto meno adrenalinico di Easy breezy, più attento ai sentimenti e alle emozioni dei protagonisti, che però mantiene quel tono scanzonato e leggero tipico dei lavori di Yi Yang, in questo fortemente sostenuti dal tipo di disegno, dalle scelte di colore e dalla messa in pagina, sempre interessante e originale.
Voto: 3,5/5
domenica 11 maggio 2025
Maus. Racconto di un sopravvissuto / Art Spiegelman
Maus. Racconto di un sopravvissuto / Art Spiegelman. Torino: Einaudi, 2000.
Maus è l’acclamatissimo graphic novel che Art Spiegelman ha dedicato al racconto della vicenda di suo padre Vladek, ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento.
La narrazione si svolge su due piani temporali: il presente, ambientato in America, che vede Vladek ormai anziano e di non facile gestione e Art che ci deve fare i conti, sia come figlio che si prende cura del padre, sia come artista che ha bisogno di raccogliere informazioni sulla sua storia passata.
La scelta di fondo del fumettista, che spiega anche il titolo del graphic novel, è di rappresentare gli ebrei con volti di topi, e a cascata anche gli altri con fattezze animalesche: i nazisti come gatti, i polacchi come maiali, i francesi come rane, gli americani come cani.
Maus uscì inizialmente in due volumi, intitolati rispettivamente Mio padre sanguina storia e E qui sono cominciati i miei guai, che sono poi stati raccolti in un volume unico, come quello dell’edizione Einaudi che ho letto io.
La prima parte si concentra sul periodo antecedente alla guerra: inizia raccontando della visita di Vladek alla famiglia a Sosnowiec in Polonia, dell’incontro con la giovane Anja, del matrimonio con lei. Quando scoppia la guerra, inizia per Vladek e Anja una vita di espedienti e di nascondimenti, ed è solo grazie alla ricchezza familiare che i due riescono ancora a sopravvivere.
Nella seconda parte, dopo che Vladek e Anja hanno tentato di fuggire in Ungheria per scampare alla persecuzione nazista, traditi dagli stessi che hanno pagato per attraversare la frontiera, finiscono ad Auschwitz, dove vengono separati e affrontano l’orrore della vita nel campo di concentramento, tentando in ogni modo di sfuggire ai forni crematori.
Sopravviveranno entrambi, ma gli orrori vissuti, le persone morte, tra cui il loro primo figlio, lasceranno un segno indelebile sulle loro vite, tanto che molto più avanti Anja morirà suicida (vicenda questa raccontata sempre da Spiegelman in un altro graphic novel a limitatissima diffusione, alcune pagine del quale vengono riproposte in Maus, quando il padre ne scopre l’esistenza).
La forza del fumetto di Spiegelman sta nella profonda sincerità che attraversa le sue pagine: Art non nasconde niente delle fatiche del rapporto col padre, taccagno in modo quasi patologico e sempre più burbero a causa dell’età che avanza, né si sottrae all’esposizione dei propri stessi sentimenti, non facili, a fronte della storia dei suoi genitori e della morte di un fratello che non ha mai conosciuto. La stessa sincerità attraversa il racconto dell’esperienza di Vladek prima e durante la guerra, e proprio grazie a questa sincerità emerge con grande forza la disperata lotta per la sopravvivenza di cui è stato protagonista suo padre, che alla fine si è salvato anche perché ha saputo ben giocarsi le sue carte ma anche e soprattutto perché è stato più fortunato di altri.
È vero che ormai della persecuzione degli ebrei sappiamo moltissimo e l’Olocausto è stato raccontato in tanti modi diversi, e in molti casi con grandissima efficacia, ma non c’è dubbio che l’opera di Spiegelman si colloca tra gli esempi più luminosi e meglio riusciti all’interno dell’ampio catalogo di questo tipo di narrazioni.
Da non perdere.
Voto: 4/5
Maus è l’acclamatissimo graphic novel che Art Spiegelman ha dedicato al racconto della vicenda di suo padre Vladek, ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento.
La narrazione si svolge su due piani temporali: il presente, ambientato in America, che vede Vladek ormai anziano e di non facile gestione e Art che ci deve fare i conti, sia come figlio che si prende cura del padre, sia come artista che ha bisogno di raccogliere informazioni sulla sua storia passata.
La scelta di fondo del fumettista, che spiega anche il titolo del graphic novel, è di rappresentare gli ebrei con volti di topi, e a cascata anche gli altri con fattezze animalesche: i nazisti come gatti, i polacchi come maiali, i francesi come rane, gli americani come cani.
Maus uscì inizialmente in due volumi, intitolati rispettivamente Mio padre sanguina storia e E qui sono cominciati i miei guai, che sono poi stati raccolti in un volume unico, come quello dell’edizione Einaudi che ho letto io.
La prima parte si concentra sul periodo antecedente alla guerra: inizia raccontando della visita di Vladek alla famiglia a Sosnowiec in Polonia, dell’incontro con la giovane Anja, del matrimonio con lei. Quando scoppia la guerra, inizia per Vladek e Anja una vita di espedienti e di nascondimenti, ed è solo grazie alla ricchezza familiare che i due riescono ancora a sopravvivere.
Nella seconda parte, dopo che Vladek e Anja hanno tentato di fuggire in Ungheria per scampare alla persecuzione nazista, traditi dagli stessi che hanno pagato per attraversare la frontiera, finiscono ad Auschwitz, dove vengono separati e affrontano l’orrore della vita nel campo di concentramento, tentando in ogni modo di sfuggire ai forni crematori.
Sopravviveranno entrambi, ma gli orrori vissuti, le persone morte, tra cui il loro primo figlio, lasceranno un segno indelebile sulle loro vite, tanto che molto più avanti Anja morirà suicida (vicenda questa raccontata sempre da Spiegelman in un altro graphic novel a limitatissima diffusione, alcune pagine del quale vengono riproposte in Maus, quando il padre ne scopre l’esistenza).
La forza del fumetto di Spiegelman sta nella profonda sincerità che attraversa le sue pagine: Art non nasconde niente delle fatiche del rapporto col padre, taccagno in modo quasi patologico e sempre più burbero a causa dell’età che avanza, né si sottrae all’esposizione dei propri stessi sentimenti, non facili, a fronte della storia dei suoi genitori e della morte di un fratello che non ha mai conosciuto. La stessa sincerità attraversa il racconto dell’esperienza di Vladek prima e durante la guerra, e proprio grazie a questa sincerità emerge con grande forza la disperata lotta per la sopravvivenza di cui è stato protagonista suo padre, che alla fine si è salvato anche perché ha saputo ben giocarsi le sue carte ma anche e soprattutto perché è stato più fortunato di altri.
È vero che ormai della persecuzione degli ebrei sappiamo moltissimo e l’Olocausto è stato raccontato in tanti modi diversi, e in molti casi con grandissima efficacia, ma non c’è dubbio che l’opera di Spiegelman si colloca tra gli esempi più luminosi e meglio riusciti all’interno dell’ampio catalogo di questo tipo di narrazioni.
Da non perdere.
Voto: 4/5
lunedì 3 febbraio 2025
La strada / Cormac McCarthy; La strada / Manu Larcenet
La strada / Cormac McCarthy; trad. di Martina Testa. Torino: Einaudi, 2014.
La strada / Manu Larcenet; dal romanzo di Cormac McCarthy; trad. di Emanuelle Caillat. Roma: Coconino Press – Fandango, 2024.
Ed eccomi a un classicone letterario contemporaneo che non avevo ancora letto e che, dopo la morte di McCarthy, ha avuto nuova linfa anche grazie all’adattamento in forma di graphic novel a opera di un grande del fumetto francese, Manu Larcenet.
Il romanzo di McCarthy ha due caratteristiche principali che ne fanno un soggetto adattissimo a una trasposizione per immagini, e direi non tanto a un film (che pure è stato realizzato), ma proprio a un graphic novel: l’essenzialità della narrazione e uno stile narrativo molto visivo, cosicché anche durante la lettura si hanno davanti agli occhi immagini piuttosto dettagliate, che poi ciascuno con la sua fantasia può completare e dotare di un contesto.
Il mondo raccontato ne La strada è un mondo post-apocalittico: la scrittura non ci rivelerà mai che cosa è successo, possiamo ipotizzare una catastrofe atomica mondiale che ha distrutto gran parte di quello che l’uomo ha costruito e ha devastato il mondo vivente, dalla natura agli animali, agli esseri umani.
Al centro del racconto un padre e un figlio che viaggiano con il loro carrello senza una meta precisa: vanno verso sud, per sfuggire al freddo dell’inverno. I due sono dei sopravvissuti, e l’unica possibilità per loro di continuare a vivere è continuare a muoversi seguendo “la strada” e facendo piccole deviazioni da essa per nascondersi e riposare, alla ricerca di cibo e cose utili per sopravvivere.
Capiamo ben presto che in questo mondo plumbeo e ricoperto di cenere, non sono molti i sopravvissuti: molti sono morti per la catastrofe che non ha un nome, molti hanno preferito morire di fronte all’assenza di qualunque prospettiva, altri ancora sono morti per gli stenti oppure negli scontri tra le bande di sopravvissuti. In questo momento gli esseri umani rimasti sembrano aver perso qualunque forma di umanità, fino a diventare gli uni predatori degli altri per sopravvivere.
Per questo, padre e figlio viaggiano con una pistola sempre in tasca e devono tenere gli occhi sempre aperti per non finire essi stessi preda di altri sopravvissuti senza alcuno scrupolo.
Ma in quale futuro possono credere i due protagonisti continuamente messi di fronte alla fame, alla miseria umana, all’orrore, alla violenza e senza una vera speranza che non sia la sopravvivenza, un padre che sa di avere i giorni contati e un bambino che non sa com’era il mondo perduto e vede solo morte intorno a sé?
Il libro di McCormack non è articolato in capitoli, bensì si struttura in paragrafi di dimensioni variabili, ma piuttosto brevi, una sequenza di immagini e di situazioni che alternano il cammino dei due protagonisti alle soste per dormire, ripararsi, mangiare. I dialoghi – che avvengono quasi esclusivamente tra loro due – sono essenziali e piuttosto ripetitivi. Eppure, nonostante questo stile iterativo e scarno, il romanzo riesce a essere ricco di sentimenti e, nell’orrore di questo mondo azzerato dagli stessi esseri umani, riesce a far emergere – attraverso i due protagonisti - il meglio dell’umanità: la pietas, l’amore, la tenerezza, la bellezza, la resilienza, la generosità, il coraggio. E devo dire che l’adattamento di Manu Larcenet – nei disegni e nelle scelte narrative – riesce a essere perfettamente fedele al tono e al senso del libro, arricchendolo degli sguardi dei protagonisti e dando forma agli orrori che si parano davanti ai loro occhi.
In un presente come quello che viviamo il romanzo è un monito di cui l’umanità sembra far fatica a ricordarsi e a tener conto, in un senso di onnipotenza e di invincibilità dei singoli, dei gruppi e dei popoli che tutti i giorni ci mette davanti piccole e grandi azioni di autodistruzione.
Voto: 4/5
La strada / Manu Larcenet; dal romanzo di Cormac McCarthy; trad. di Emanuelle Caillat. Roma: Coconino Press – Fandango, 2024.
Ed eccomi a un classicone letterario contemporaneo che non avevo ancora letto e che, dopo la morte di McCarthy, ha avuto nuova linfa anche grazie all’adattamento in forma di graphic novel a opera di un grande del fumetto francese, Manu Larcenet.
Il romanzo di McCarthy ha due caratteristiche principali che ne fanno un soggetto adattissimo a una trasposizione per immagini, e direi non tanto a un film (che pure è stato realizzato), ma proprio a un graphic novel: l’essenzialità della narrazione e uno stile narrativo molto visivo, cosicché anche durante la lettura si hanno davanti agli occhi immagini piuttosto dettagliate, che poi ciascuno con la sua fantasia può completare e dotare di un contesto.
Il mondo raccontato ne La strada è un mondo post-apocalittico: la scrittura non ci rivelerà mai che cosa è successo, possiamo ipotizzare una catastrofe atomica mondiale che ha distrutto gran parte di quello che l’uomo ha costruito e ha devastato il mondo vivente, dalla natura agli animali, agli esseri umani.
Al centro del racconto un padre e un figlio che viaggiano con il loro carrello senza una meta precisa: vanno verso sud, per sfuggire al freddo dell’inverno. I due sono dei sopravvissuti, e l’unica possibilità per loro di continuare a vivere è continuare a muoversi seguendo “la strada” e facendo piccole deviazioni da essa per nascondersi e riposare, alla ricerca di cibo e cose utili per sopravvivere.
Capiamo ben presto che in questo mondo plumbeo e ricoperto di cenere, non sono molti i sopravvissuti: molti sono morti per la catastrofe che non ha un nome, molti hanno preferito morire di fronte all’assenza di qualunque prospettiva, altri ancora sono morti per gli stenti oppure negli scontri tra le bande di sopravvissuti. In questo momento gli esseri umani rimasti sembrano aver perso qualunque forma di umanità, fino a diventare gli uni predatori degli altri per sopravvivere. Per questo, padre e figlio viaggiano con una pistola sempre in tasca e devono tenere gli occhi sempre aperti per non finire essi stessi preda di altri sopravvissuti senza alcuno scrupolo.
Ma in quale futuro possono credere i due protagonisti continuamente messi di fronte alla fame, alla miseria umana, all’orrore, alla violenza e senza una vera speranza che non sia la sopravvivenza, un padre che sa di avere i giorni contati e un bambino che non sa com’era il mondo perduto e vede solo morte intorno a sé?
Il libro di McCormack non è articolato in capitoli, bensì si struttura in paragrafi di dimensioni variabili, ma piuttosto brevi, una sequenza di immagini e di situazioni che alternano il cammino dei due protagonisti alle soste per dormire, ripararsi, mangiare. I dialoghi – che avvengono quasi esclusivamente tra loro due – sono essenziali e piuttosto ripetitivi. Eppure, nonostante questo stile iterativo e scarno, il romanzo riesce a essere ricco di sentimenti e, nell’orrore di questo mondo azzerato dagli stessi esseri umani, riesce a far emergere – attraverso i due protagonisti - il meglio dell’umanità: la pietas, l’amore, la tenerezza, la bellezza, la resilienza, la generosità, il coraggio. E devo dire che l’adattamento di Manu Larcenet – nei disegni e nelle scelte narrative – riesce a essere perfettamente fedele al tono e al senso del libro, arricchendolo degli sguardi dei protagonisti e dando forma agli orrori che si parano davanti ai loro occhi.
In un presente come quello che viviamo il romanzo è un monito di cui l’umanità sembra far fatica a ricordarsi e a tener conto, in un senso di onnipotenza e di invincibilità dei singoli, dei gruppi e dei popoli che tutti i giorni ci mette davanti piccole e grandi azioni di autodistruzione.
Voto: 4/5
venerdì 13 dicembre 2024
Laura Dean continua a lasciarmi / Mariko Tamaki e Rosemary Valero-O’Connell. Milano: Bao Publishing, 2020.
Mariko Tamaki, di cui già avevo letto il graphic novel E la chiamano estate, realizzato insieme alla cugina Jillian Tamaki, ci propone – questa volta appoggiandosi alle qualità di disegnatrice di Rosemary Valero-O’Connell - un altro romanzo di formazione la cui protagonista è Freddy (Frederica) Riley, una ragazza diciassettenne che ha una storia con la ragazza più interessante e ricercata della scuola, Laura Dean. Il fatto è che con Laura Dean il rapporto è tutto un lasciarsi e riprendersi, in cui in generale il bello e il cattivo tempo lo fa la stessa Laura, senza grande rispetto per i sentimenti di Freddy.
L’amore – si sa – è una cosa difficile e sfuggente, e soprattutto alle prime esperienze si fa fatica a mettere a fuoco i propri bisogni e a capire quali equilibri sono accettabili nel rapporto con l’altra persona. In più a 17 anni l’insicurezza e la tendenza a mettersi continuamente in discussione, mentre la propria personalità si sta ancora definendo, fanno il resto, creando rapporti decisamente poco equilibrati nei quali scambiamo la sofferenza e l’umiliazione per amore.
Freddy, che pure ha amici che le vogliono molto bene, in particolare la sua migliore amica Doodle, è talmente presa dalla necessità di inseguire Laura che non si accorge di quello che accade ai suoi amici e finisce per trascurarli più o meno consapevolmente.
Sarà solo di fronte alla situazione nella quale si troverà Doodle che Freddy capirà quanto di sbagliato e di immaturo c’è nel rapporto con Laura, e quanto il passaggio alla vita adulta ponga di fronte a delle scelte, talvolta anche faticose e dolorose.
Quello di Mariko Tamaki e Rosemary Valero-O’Connell è chiaramente un teen novel a fumetti, e in totale consonanza con il genere non punta alla profondità e allo spessore psicologico, bensì alla rappresentazione di un’età della vita, in un contesto che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile raccontare in questi termini: la relazione tra due ragazze, un ambiente di amici più o meno queer, e un rapporto aperto con le famiglie da questo punto di vista. Il mondo è cambiato, ma i temi e i problemi della crescita sono gli stessi, così come le difficoltà di costruire rapporti sentimentali non tossici. Il contesto teen e queer è ben accompagnato dai bei disegni della Valero-O’Connell, tutti virati in una palette di grigio, rosa e rosa pesco, che valorizzano i tratti ancora infantili che attraversano la vita delle protagoniste, come per esempio è sottolineato dai giochi che Freddy e Doodle fanno con i loro pupazzi (ne comprano diversi e li disassemblano per poi riassemblarli in maniere originali, un po’ tenere e un po’ mostruose), pupazzi che talvolta “dialogano” con la protagonista.
Un graphic novel che – pur nella sua semplicità e senza dire cose particolarmente originali o nuove – segna comunque un cambiamento dei tempi e rappresenta in maniera molto fresca e partecipata il mondo degli adolescenti di oggi, più liberi eppure altrettanto insicuri di quanto fossimo noi alla loro età.
Voto: 3,5/5
L’amore – si sa – è una cosa difficile e sfuggente, e soprattutto alle prime esperienze si fa fatica a mettere a fuoco i propri bisogni e a capire quali equilibri sono accettabili nel rapporto con l’altra persona. In più a 17 anni l’insicurezza e la tendenza a mettersi continuamente in discussione, mentre la propria personalità si sta ancora definendo, fanno il resto, creando rapporti decisamente poco equilibrati nei quali scambiamo la sofferenza e l’umiliazione per amore.
Freddy, che pure ha amici che le vogliono molto bene, in particolare la sua migliore amica Doodle, è talmente presa dalla necessità di inseguire Laura che non si accorge di quello che accade ai suoi amici e finisce per trascurarli più o meno consapevolmente.
Sarà solo di fronte alla situazione nella quale si troverà Doodle che Freddy capirà quanto di sbagliato e di immaturo c’è nel rapporto con Laura, e quanto il passaggio alla vita adulta ponga di fronte a delle scelte, talvolta anche faticose e dolorose.
Quello di Mariko Tamaki e Rosemary Valero-O’Connell è chiaramente un teen novel a fumetti, e in totale consonanza con il genere non punta alla profondità e allo spessore psicologico, bensì alla rappresentazione di un’età della vita, in un contesto che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile raccontare in questi termini: la relazione tra due ragazze, un ambiente di amici più o meno queer, e un rapporto aperto con le famiglie da questo punto di vista. Il mondo è cambiato, ma i temi e i problemi della crescita sono gli stessi, così come le difficoltà di costruire rapporti sentimentali non tossici. Il contesto teen e queer è ben accompagnato dai bei disegni della Valero-O’Connell, tutti virati in una palette di grigio, rosa e rosa pesco, che valorizzano i tratti ancora infantili che attraversano la vita delle protagoniste, come per esempio è sottolineato dai giochi che Freddy e Doodle fanno con i loro pupazzi (ne comprano diversi e li disassemblano per poi riassemblarli in maniere originali, un po’ tenere e un po’ mostruose), pupazzi che talvolta “dialogano” con la protagonista.
Un graphic novel che – pur nella sua semplicità e senza dire cose particolarmente originali o nuove – segna comunque un cambiamento dei tempi e rappresenta in maniera molto fresca e partecipata il mondo degli adolescenti di oggi, più liberi eppure altrettanto insicuri di quanto fossimo noi alla loro età.
Voto: 3,5/5
giovedì 10 ottobre 2024
Quando muori resta a me / Zerocalcare
Quando muori resta a me / Zerocalcare; con i toni di grigio di Alberto Madrigal. Milano: Bao Publishing, 2024.
Ed eccomi alla lettura dell'ultimo albo di Zerocalcare, quello che tante preoccupazioni aveva suscitato nella personalità nevrotica di Michele Rech convinto che il suo tempo stia passando o sia addirittura passato (se volete farvene un'idea ascoltate il podcast del Post in cui Luca Sofri lo intervista).
Quando muori resta a me appartiene al filone sicuramente più ricco della produzione di Zerocalcare, ossia quello delle storie personali e familiari, che talvolta incrociano storie più ampie ma fondamentalmente appartengono all'universo affettivo di Zero.
La vera novità rispetto agli albi precedenti è il fatto che al centro di questo racconto per la prima volta c'è la figura del padre di Zerocalcare e della famiglia di lui. L'occasione per indagare nel complesso rapporto tra Zero e suo padre è data da un viaggio che i due fanno insieme in un paesino delle Dolomiti dove c'è una piccola casa di famiglia, ereditata dal padre, e a cui è legata una storia che risale ai tempi della prima guerra mondiale, ma che c'entra anche con vicende che invece appartengono al periodo compreso tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta e che vedono coinvolta una donna misteriosa con un occhio bendato.
Come sempre, Zerocalcare è straordinario nel tenerci incollati alle pagine e alla storia, e in questo caso - oltre ad avere ritrovato le sue caratteristiche più tipiche, che si sostanziano in alcune uscite geniali e divertenti, nonché in alcune riflessioni per nulla scontate - ho apprezzato l'affinamento dell'impianto narrativo (forse anche grazie all'esperienza nella realizzazione della serie TV) che produce un'aspettativa e una suspence crescente nel corso della lettura.
Io l'ho divorato in qualche ora di ozio sul divano, in una situazione che con qualunque altra lettura sarebbe probabilmente finita in una 'pennica' pomeridiana. E invece Zerocalcare mi ha tenuto sveglissima fino all'ultima pagina.
Se un difetto devo trovare in questo nuovo albo è forse la sproporzione tra l'aspettativa suscitata dalle linee narrative del racconto e lo scioglimento finale che - anche forse inevitabilmente in quanto ha a che fare con la vita reale delle persone - è molto meno eclatante di quello che ci si potrebbe immaginare.
Alla fine si può dire che la forza di questo racconto sta nello svolgimento, e - come sempre - nelle chicche autoironiche, ironiche, riflessive, paranoiche, esilaranti, commoventi con cui Zerocalcare condisce qualunque narrazione, mettendo sempre davanti a tutto una pietas profonda verso qualunque essere umano, di cui si sforza sempre di comprendere fragilità e debolezze.
Voto: 3,5/5
Ed eccomi alla lettura dell'ultimo albo di Zerocalcare, quello che tante preoccupazioni aveva suscitato nella personalità nevrotica di Michele Rech convinto che il suo tempo stia passando o sia addirittura passato (se volete farvene un'idea ascoltate il podcast del Post in cui Luca Sofri lo intervista).
Quando muori resta a me appartiene al filone sicuramente più ricco della produzione di Zerocalcare, ossia quello delle storie personali e familiari, che talvolta incrociano storie più ampie ma fondamentalmente appartengono all'universo affettivo di Zero.
La vera novità rispetto agli albi precedenti è il fatto che al centro di questo racconto per la prima volta c'è la figura del padre di Zerocalcare e della famiglia di lui. L'occasione per indagare nel complesso rapporto tra Zero e suo padre è data da un viaggio che i due fanno insieme in un paesino delle Dolomiti dove c'è una piccola casa di famiglia, ereditata dal padre, e a cui è legata una storia che risale ai tempi della prima guerra mondiale, ma che c'entra anche con vicende che invece appartengono al periodo compreso tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta e che vedono coinvolta una donna misteriosa con un occhio bendato.
Come sempre, Zerocalcare è straordinario nel tenerci incollati alle pagine e alla storia, e in questo caso - oltre ad avere ritrovato le sue caratteristiche più tipiche, che si sostanziano in alcune uscite geniali e divertenti, nonché in alcune riflessioni per nulla scontate - ho apprezzato l'affinamento dell'impianto narrativo (forse anche grazie all'esperienza nella realizzazione della serie TV) che produce un'aspettativa e una suspence crescente nel corso della lettura.
Io l'ho divorato in qualche ora di ozio sul divano, in una situazione che con qualunque altra lettura sarebbe probabilmente finita in una 'pennica' pomeridiana. E invece Zerocalcare mi ha tenuto sveglissima fino all'ultima pagina.
Se un difetto devo trovare in questo nuovo albo è forse la sproporzione tra l'aspettativa suscitata dalle linee narrative del racconto e lo scioglimento finale che - anche forse inevitabilmente in quanto ha a che fare con la vita reale delle persone - è molto meno eclatante di quello che ci si potrebbe immaginare.
Alla fine si può dire che la forza di questo racconto sta nello svolgimento, e - come sempre - nelle chicche autoironiche, ironiche, riflessive, paranoiche, esilaranti, commoventi con cui Zerocalcare condisce qualunque narrazione, mettendo sempre davanti a tutto una pietas profonda verso qualunque essere umano, di cui si sforza sempre di comprendere fragilità e debolezze.
Voto: 3,5/5
mercoledì 25 settembre 2024
Corto Maltese. La regina di Babilonia / disegni di Bastien Vivès; testi di Martin Quenehen
Corto Maltese. La regina di Babilonia / disegni di Bastien Vivès; testi di Martin Quenehen; dall'opera di Hugo Pratt. Grandvraux: Cong Edizioni, 2023.
Dopo il fortunato esordio del nuovo Corto Maltese - ispirato al mitico personaggio di Hugo Pratt - ad opera di Bastien Vivès per quanto riguarda i disegni e di Martin Quenehen in merito a storia e testi, i due ci propongono una nuova storia del marinaio/pirata, La regina di Babilonia, che in parte prosegue la narrazione dell'albo precedente e ne richiama alcuni personaggi.
Anche in questo caso si conferma il tono di avventura pura che attraversa queste pagine: azioni criminali, fughe rocambolesche, storie d'amore, incontri con vecchie conoscenze, e l'onnipresente mare che è l'elemento naturale di Corto, la prospettiva implicita o esplicita di ogni sua avventura.
Devo dire che a questa seconda uscita mi convinco del fatto che, sul piano narrativo, questo Corto Maltese (non sono in grado di esprimermi sul vecchio Corto Maltese perché non ho mai letto nulla) è quanto di più lontano ci possa essere dalle mie corde.
La scelta di perseguire l'avventura per l'avventura nella trama, senza momenti più intimi o emotivamente più profondi o pause "riflessive", risulta per me un po' frustrante, qualcosa forse di gusto - diciamo così - "maschile", che su di me non riesce a fare breccia.
Allora - mi direte - perché continui a comprare e leggere questi albi?
Perché adoro Vivès e sono affascinata dai suoi disegni. Corto Maltese - già fighissimo nella versione di Pratt - è ancora più figo nella versione di Vivès, nella sua modernità che flirta con il retrò.
Diciamo che non so se comprerò il prossimo albo, se non per mero collezionismo, anche se magari a un certo punto la coppia Vivès-Quenehen potrebbe anche stupirci.
Voto: 3/5
Dopo il fortunato esordio del nuovo Corto Maltese - ispirato al mitico personaggio di Hugo Pratt - ad opera di Bastien Vivès per quanto riguarda i disegni e di Martin Quenehen in merito a storia e testi, i due ci propongono una nuova storia del marinaio/pirata, La regina di Babilonia, che in parte prosegue la narrazione dell'albo precedente e ne richiama alcuni personaggi.
Anche in questo caso si conferma il tono di avventura pura che attraversa queste pagine: azioni criminali, fughe rocambolesche, storie d'amore, incontri con vecchie conoscenze, e l'onnipresente mare che è l'elemento naturale di Corto, la prospettiva implicita o esplicita di ogni sua avventura.
Devo dire che a questa seconda uscita mi convinco del fatto che, sul piano narrativo, questo Corto Maltese (non sono in grado di esprimermi sul vecchio Corto Maltese perché non ho mai letto nulla) è quanto di più lontano ci possa essere dalle mie corde.
La scelta di perseguire l'avventura per l'avventura nella trama, senza momenti più intimi o emotivamente più profondi o pause "riflessive", risulta per me un po' frustrante, qualcosa forse di gusto - diciamo così - "maschile", che su di me non riesce a fare breccia.
Allora - mi direte - perché continui a comprare e leggere questi albi?
Perché adoro Vivès e sono affascinata dai suoi disegni. Corto Maltese - già fighissimo nella versione di Pratt - è ancora più figo nella versione di Vivès, nella sua modernità che flirta con il retrò.
Diciamo che non so se comprerò il prossimo albo, se non per mero collezionismo, anche se magari a un certo punto la coppia Vivès-Quenehen potrebbe anche stupirci.
Voto: 3/5
lunedì 16 settembre 2024
Transformer / Nicoz Balboa
Transformer. Manuale sperimentale sentimentale sessuale per passare dalla disforia all'euforia di genere / Nicoz Balboa. Bologna: Oblomov, 2023.
Seguo Nicoz Balboa dal primo graphic novel che ha scritto, Born to lose, e mi sono fin da subito innamorata del suo stile davvero originale sia a livello di disegno (incasinato, pasticciato, disordinato, ma al contempo estremamente raffinato) sia a livello narrativo (ho sempre definito i suoi lavori dei diari in forma grafica, ma lui chiarisce in questo suo ultimo lavoro che non si tratta strettamente di autobiografia, bensì di autofiction, che è cosa ben diversa).
Negli ultimi due lavori, Play with fire e quest'ultimo Transformer, Nicoz si è addentrato sempre di più - anche in virtù della scelta di intraprendere un percorso di transizione - in temi delicati e complessi che lo riguardano da vicino, ma che riguardano anche molte altre persone, ossia l'appartenenza di genere e l'orientamento sessuale.
In un certo senso Transformer è la messa a fuoco di quanto era presente già - seppure in maniera ancora confusa e incerta - in Play with fire, ossia la presa di coscienza della propria disforia di genere e la decisione di intraprendere la strada della transizione, e nel frattempo di comprendere anche il proprio prevalente orientamento sessuale.
Ne viene fuori il racconto di un percorso in cui le paure, le insicurezze, le problematicità sono tante, ma anche i momenti di euforia che coincidono con quelli in cui il protagonista si sente a suo agio e riconciliato con sé stesso. Questa alternanza di stati d'animo e di condizioni va di pari passo con la consapevolezza che la scelta della transizione richiede pazienza e accettazione dell'incertezza, perché non c'è un pulsante ON/OFF che consenta di switchare facilmente e totalmente da uno all'altro.
Io personalmente sono piuttosto convinta che il genere - e in una certa misura anche l'orientamento sessuale - non siano un dato immobile nel tempo e che è inscritto in maniera immutabile in ciascuno di noi, bensì siano il frutto di una rinegoziazione che va avanti tutta la vita. E ho scoperto che questa è anche la posizione della psicologa Carol Gilligan, sebbene io l'abbia letta indirettamente perché citata nel libro di Pablo Sendra e Richard Sennett, Progettare il disordine (Roma, Treccani, 2020).
È anche per questo - oltre che probabilmente per il fatto che appartengo a una generazione sempre meno al passo con i tempi - che faccio fatica a prendere una posizione netta in merito a temi così complessi.
Però per fortuna mantengo la capacità di comprendere, di empatizzare, e soprattutto di rispettare le scelte altrui, quando sono fatte nella piena libertà e ci si assume la responsabilità delle stesse. In questo senso la storia di Nicoz aiuta certamente a capire la sofferenza di chi ha vissuti diversi dal nostro, a non costruire steccati, bensì ad accogliere le scelte degli altri. Chiaramente le questioni sono complesse né Nicoz ha alcuna pretesa di dare risposte valide per tutti e soprattutto non necessariamente per tutte le situazioni, però racconta con sincerità la propria personale battaglia per diventare sé stesso e soprattutto per provare a essere felice.
Voto: 3,5/5
Seguo Nicoz Balboa dal primo graphic novel che ha scritto, Born to lose, e mi sono fin da subito innamorata del suo stile davvero originale sia a livello di disegno (incasinato, pasticciato, disordinato, ma al contempo estremamente raffinato) sia a livello narrativo (ho sempre definito i suoi lavori dei diari in forma grafica, ma lui chiarisce in questo suo ultimo lavoro che non si tratta strettamente di autobiografia, bensì di autofiction, che è cosa ben diversa).
Negli ultimi due lavori, Play with fire e quest'ultimo Transformer, Nicoz si è addentrato sempre di più - anche in virtù della scelta di intraprendere un percorso di transizione - in temi delicati e complessi che lo riguardano da vicino, ma che riguardano anche molte altre persone, ossia l'appartenenza di genere e l'orientamento sessuale.
In un certo senso Transformer è la messa a fuoco di quanto era presente già - seppure in maniera ancora confusa e incerta - in Play with fire, ossia la presa di coscienza della propria disforia di genere e la decisione di intraprendere la strada della transizione, e nel frattempo di comprendere anche il proprio prevalente orientamento sessuale.
Ne viene fuori il racconto di un percorso in cui le paure, le insicurezze, le problematicità sono tante, ma anche i momenti di euforia che coincidono con quelli in cui il protagonista si sente a suo agio e riconciliato con sé stesso. Questa alternanza di stati d'animo e di condizioni va di pari passo con la consapevolezza che la scelta della transizione richiede pazienza e accettazione dell'incertezza, perché non c'è un pulsante ON/OFF che consenta di switchare facilmente e totalmente da uno all'altro.
Io personalmente sono piuttosto convinta che il genere - e in una certa misura anche l'orientamento sessuale - non siano un dato immobile nel tempo e che è inscritto in maniera immutabile in ciascuno di noi, bensì siano il frutto di una rinegoziazione che va avanti tutta la vita. E ho scoperto che questa è anche la posizione della psicologa Carol Gilligan, sebbene io l'abbia letta indirettamente perché citata nel libro di Pablo Sendra e Richard Sennett, Progettare il disordine (Roma, Treccani, 2020).
È anche per questo - oltre che probabilmente per il fatto che appartengo a una generazione sempre meno al passo con i tempi - che faccio fatica a prendere una posizione netta in merito a temi così complessi.
Però per fortuna mantengo la capacità di comprendere, di empatizzare, e soprattutto di rispettare le scelte altrui, quando sono fatte nella piena libertà e ci si assume la responsabilità delle stesse. In questo senso la storia di Nicoz aiuta certamente a capire la sofferenza di chi ha vissuti diversi dal nostro, a non costruire steccati, bensì ad accogliere le scelte degli altri. Chiaramente le questioni sono complesse né Nicoz ha alcuna pretesa di dare risposte valide per tutti e soprattutto non necessariamente per tutte le situazioni, però racconta con sincerità la propria personale battaglia per diventare sé stesso e soprattutto per provare a essere felice.
Voto: 3,5/5
mercoledì 4 settembre 2024
Hypericon / Manuele Fior
Hypericon / Manuele Fior. Roma: Coconino Press, 2022.
Siamo negli anni Novanta. Teresa ha studiato archeologia ed è stata selezionata per un’importante posizione a Berlino, dove dovrà occuparsi dell’allestimento di una mostra sulla tomba di Tutankhamon. Per questo sta leggendo il libro nel quale l’archeologo Howard Carter racconta modi e tempi della emozionante scoperta della tomba, avvenuta nei primi anni Venti, dopo essere rimasta inviolata per millenni, e che nascondeva un tesoro straordinario.
Teresa è una ragazza che sa quello che vuole, è molto organizzata e nella vita procede come un treno verso i suoi obiettivi. L’arrivo a Berlino e l’incontro casuale con Ruben, un giovane che vive in una casa occupata e va in giro con un cappotto dell’armata russa, mentre il padre lo controlla da lontano e lo mantiene, saranno per Teresa l’occasione per ripensare al proprio percorso e fare i conti con una parte di sé.
Teresa e Ruben non potrebbero essere più diversi: tanto lei è responsabile, lineare, razionale e orientata al risultato, quanto lui è leggero, infantile, non focalizzato, istintivo. Il loro incontro è un colpo di fulmine, da cui inizia una storia d’amore non certo facile, minata dalle profonde differenze tra i due, e anche dall'insonnia cronica di Teresa che la rende spesso intrattabile.
Parallelamente alla storia tra Teresa e Ruben si sviluppa anche quella del ritrovamento della tomba, e le due storie confluiranno nell'allestimento della mostra e nel suo successo.
Manuele Fior, con la sua ormai quasi scontata ma non per questo meno ammirevole perizia, rievoca – quasi fosse un sogno - una stagione della vita, che è quella dei sogni e delle opportunità ma anche quella della definitiva perdita dell’innocenza e del passaggio all'età adulta, e che proprio per questo si tinge di una inevitabile malinconia. Un’età della vita che si rispecchia anche nella Berlino dell’epoca, città in pieno fermento e aperta a mille possibilità.
In un attimo siamo poi all'11 settembre 2001, a quel momento che con l’attentato alle torri gemelle segna la fine di un’epoca e un passaggio decisivo nei destini collettivi, nonché in quelli individuali di Teresa e Ruben.
Il titolo Hypericon fa riferimento ai fiori gialli che accomunano la storia di Teresa e Ruben e quella della tomba di Tutankhamon. È l’iperico che Ruben consiglia a Teresa per combattere la sua insonnia, nonostante quest’ultima non creda nei rimedi omeopatici, e sono i fiori di iperico quelli scolpiti sul sarcofago del re egizio, in quanto capaci di scacciare i demoni e condurre il defunto nell'aldilà senza ostacoli.
I graphic novel di Manuele Fior si leggono sempre con grande interesse e inevitabilmente si viene catturati dai suoi meravigliosi disegni e dalla sua perizia narrativa. Resta che – rispetto ad altre opere dell’autore – qui siamo dalle parti di quelle che, nella sua produzione, sono le piccole storie, vicende in parte autobiografiche, spesso piuttosto minimali, da cui Fior non vuole tirar fuori grandi universi concettuali ed epopee. E però, nel loro essere piccole, queste storie catturano, e in modi più o meno silenziosi toccano il cuore, riuscendo comunque a sollevarsi parecchio al di sopra rispetto a tutte quelle narrazioni a fumetti di tipo autobiografico-ombelicale di cui è piena la produzione italiana e non solo.
Voto: 3,5/5
Siamo negli anni Novanta. Teresa ha studiato archeologia ed è stata selezionata per un’importante posizione a Berlino, dove dovrà occuparsi dell’allestimento di una mostra sulla tomba di Tutankhamon. Per questo sta leggendo il libro nel quale l’archeologo Howard Carter racconta modi e tempi della emozionante scoperta della tomba, avvenuta nei primi anni Venti, dopo essere rimasta inviolata per millenni, e che nascondeva un tesoro straordinario.
Teresa è una ragazza che sa quello che vuole, è molto organizzata e nella vita procede come un treno verso i suoi obiettivi. L’arrivo a Berlino e l’incontro casuale con Ruben, un giovane che vive in una casa occupata e va in giro con un cappotto dell’armata russa, mentre il padre lo controlla da lontano e lo mantiene, saranno per Teresa l’occasione per ripensare al proprio percorso e fare i conti con una parte di sé.
Teresa e Ruben non potrebbero essere più diversi: tanto lei è responsabile, lineare, razionale e orientata al risultato, quanto lui è leggero, infantile, non focalizzato, istintivo. Il loro incontro è un colpo di fulmine, da cui inizia una storia d’amore non certo facile, minata dalle profonde differenze tra i due, e anche dall'insonnia cronica di Teresa che la rende spesso intrattabile.
Parallelamente alla storia tra Teresa e Ruben si sviluppa anche quella del ritrovamento della tomba, e le due storie confluiranno nell'allestimento della mostra e nel suo successo.
Manuele Fior, con la sua ormai quasi scontata ma non per questo meno ammirevole perizia, rievoca – quasi fosse un sogno - una stagione della vita, che è quella dei sogni e delle opportunità ma anche quella della definitiva perdita dell’innocenza e del passaggio all'età adulta, e che proprio per questo si tinge di una inevitabile malinconia. Un’età della vita che si rispecchia anche nella Berlino dell’epoca, città in pieno fermento e aperta a mille possibilità.
In un attimo siamo poi all'11 settembre 2001, a quel momento che con l’attentato alle torri gemelle segna la fine di un’epoca e un passaggio decisivo nei destini collettivi, nonché in quelli individuali di Teresa e Ruben.
Il titolo Hypericon fa riferimento ai fiori gialli che accomunano la storia di Teresa e Ruben e quella della tomba di Tutankhamon. È l’iperico che Ruben consiglia a Teresa per combattere la sua insonnia, nonostante quest’ultima non creda nei rimedi omeopatici, e sono i fiori di iperico quelli scolpiti sul sarcofago del re egizio, in quanto capaci di scacciare i demoni e condurre il defunto nell'aldilà senza ostacoli.
I graphic novel di Manuele Fior si leggono sempre con grande interesse e inevitabilmente si viene catturati dai suoi meravigliosi disegni e dalla sua perizia narrativa. Resta che – rispetto ad altre opere dell’autore – qui siamo dalle parti di quelle che, nella sua produzione, sono le piccole storie, vicende in parte autobiografiche, spesso piuttosto minimali, da cui Fior non vuole tirar fuori grandi universi concettuali ed epopee. E però, nel loro essere piccole, queste storie catturano, e in modi più o meno silenziosi toccano il cuore, riuscendo comunque a sollevarsi parecchio al di sopra rispetto a tutte quelle narrazioni a fumetti di tipo autobiografico-ombelicale di cui è piena la produzione italiana e non solo.
Voto: 3,5/5
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